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IL VIOLINO E IL DESTINO

[399] IL VIOLINO E IL DESTINO
Walter Starkie e la magia degli zingari

Durante la prima Guerra Mondiale, a Montebello Vicentino, c’era un campo di prigionia situato nei pressi della Chiesetta di Sant’Egidio, a ridosso del torrente Guà. Era gestito dall’esercito inglese e veniva utilizzato principalmente per far svolgere lavori di ogni tipo ai prigionieri. Walter Starkie, noto studioso, scrittore e musicista irlandese, trovò una connessione profonda e duratura con un gruppo di zingari ungheresi proprio in questo campo di detenzione.
Affetto da asma cronica, Starkie fu inviato nel clima più mite dell’Italia, dove si unì all’YMCA1 per fornire intrattenimento alle truppe britanniche. Nel 1918, durante il suo girovagare nel Veneto, approdò al campo di prigionia di Montebello, dove incontrò cinque prigionieri di guerra ungheresi, zingari di nascita, e la sua vita cambiò per sempre. Questa è la vera storia di quell’episodio sconvolgente.
Montebello Vicentino era una cittadina che Walter Starkie avrebbe conosciuto intimamente. Un giorno, dopo un recital di violino in una baracca dell’YMCA, notò cinque uomini che indugiavano vicino alla porta. Questi uomini erano prigionieri austriaci impiegati in lavori pesanti dalle autorità britanniche. Starkie riconobbe subito i tratti distintivi degli zingari nei loro occhi penetranti e nella pelle scura come il mogano.
Uno di loro, facendosi portavoce del gruppo, chiese di esaminare il violino di Starkie. Lo prese con una reverenza quasi religiosa, esaminandolo come un tesoro inestimabile. I suoi compagni si affollarono attorno a lui, parlando animatamente in una lingua che Starkie immaginava fosse magiaro. Nei minuti successivi, studiarono il violino con attenzione maniacale, pizzicando le corde e manipolando l’archetto con gesti precisi. Il portavoce del gruppo spiegò a Starkie che loro erano musicisti Rom arruolati nell’esercito austriaco. Chiesero a Starkie di intercedere presso l’ufficiale britannico per ottenere della legna da vecchie casse da imballaggio. La ragione era semplice: volevano costruire dei violini per poter suonare. La musica, per loro, non era solo un passatempo, ma una necessità vitale. Per gli zingari il suonare il violino rappresentava la danza della vita. Senza musica, un prigioniero zingaro ungherese avrebbe rischiato di morire di malinconia. Starkie, toccato dalla loro richiesta, si recò immediatamente al deposito più vicino, a Tavernelle, raccolse tutto il necessario: casse vuote, fili, resina e consegnò loro il tutto.
Circa dieci giorni dopo, Starkie tornò a Montebello e rimase stupefatto nel vedere che i cinque zingari avevano trasformato le casse da imballaggio in violini. La loro musica, selvaggia e diabolica, sembrava permeare l’aria stessa. I ritmi frenetici infettavano persino gli impassibili soldati britannici, che si ritrovavano a danzare come dervisci.2 Il colonnello del campo dovette intervenire per limitare le esibizioni dei violinisti zingari, timoroso che la disciplina potesse venir meno. I violini, costruiti in modo rudimentale, avevano un potere ipnotico. Starkie, profondamente affascinato, si ritrovava a fissarli, quasi in trance. Uno dei violinisti, di nome Farkas, lo invitò a visitare la Transilvania, la terra natale dei violini. Farkas gli raccontò una storia miracolosa sull’origine del violino, legata al diavolo e a una fanciulla della Transilvania.
« Una giovane e bella fanciulla della Transilvania, evitata per essere ritenuta stregata, sospirava incessantemente per un contadino che non la notava. Una zingara le offrì uno strumento magico, ma a un costo terribile: “Devi darmi tuo padre, tua madre e i tuoi quattro fratelli.” La ragazza, stregata e disperata, accettò senza esitazione. La zingara, che in realtà era il diavolo, creò il violino dal corpo del padre, l’arco dai capelli della madre e le corde dai quattro fratelli. “Suona questo violino nell’orecchio del giovane,” disse, “e lui ti seguirà ovunque.” La giovane obbedì, e il contadino, incantato, la seguì. Felici, stavano tornando a casa quando il diavolo apparve reclamando il suo tributo: “Venite con me all’inferno.” E così fu. Il violino rimase nella foresta finché un giorno uno zingaro lo trovò. Da allora, suona in tutto il mondo, facendo impazzire chiunque lo ascolti e custodendo il segreto dello strumento maledetto. »
Questa storia, intrisa di mistero e magia, affascinò Starkie, che sentì una relazione sempre più forte con il mondo degli zingari. Farkas insegnò a Starkie molte melodie magiare, e presto i due svilupparono un rapporto profondo. Un giorno, Farkas chiese a Starkie di diventare suo fratello di sangue. Dopo una cerimonia solenne, i due condivisero il loro sangue, sancendo un legame che avrebbe segnato la vita di Starkie per sempre. Farkas gli diede una moneta d’argento e Starkie avrebbe dovuto regalare a lui, entro 10 anni, una moneta dello stesso metallo per completare la cerimonia.
Negli anni seguenti, Starkie continuò a sentire la presenza di Farkas. Anche durante le sue lezioni universitarie, le diaboliche melodie di Farkas invadevano la sua mente, risvegliando in lui il desiderio di tornare alle pianure ungheresi.
Nel marzo del 1929, Starkie ebbe un sogno telepatico in cui vide Farkas che lo chiamava disperatamente. Sentì il bisogno di mantenere la promessa fatta dieci anni prima. Decise quindi di partire per l’Ungheria e la Transilvania, alla ricerca del suo fratello di sangue. Durante il viaggio, Starkie contattò molti violinisti zingari, ma non trovò mai Farkas. Scoprì poi da un violinista zingaro di nome Rostas che Farkas era morto di febbre proprio la notte del 19 marzo 1929, la stessa notte del suo sogno. Rostas divenne un caro amico di Starkie, e insieme vagarono per la campagna, condividendo storie e musiche. Starkie comprese che la connessione tra lui e Farkas era più profonda di quanto avesse mai immaginato, un legame che trascendeva il tempo e lo spazio.
Walter Starkie raccontò la sua avventura nel libro “Raggle-Taggle3, pubblicato nel 1933 e, in forma più approfondita, nella sua autobiografia “Scholars and Gypsies”, pubblicata nel 1963. La sua storia con i cinque zingari ungheresi è un racconto di magia, musica e destino. È la testimonianza di come la musica possa unire mondi diversi e creare legami indissolubili.
La vita di Starkie fu per sempre cambiata da quell’incontro a Montebello, un incontro che gli fece scoprire la potenza della musica e la profondità dei legami umani. La sua storia continua a ispirare, ricordandoci che la magia può trovarsi nei luoghi più inaspettati e che la musica ha il potere di trasformare le nostre vite.

Umberto Ravagnani

FONTE: Libera traduzione di Umberto Ravagnani dall’autobiografia di Walter Starkie “Scholars and Gypsies“, London, 1963. Un grazie all’amico Luca Balsemin per avermi dato informazioni sul reperimento del libro di Walter Starkie.
NOTE: 1) Y.M.C.A = Young Men’s Christian Association. È un’associazione cristiana per giovani fondata da George Williams nel lontano 1844. Era nata per tenere i giovani lontano dalla cattiva strada (alcool, droghe, locali malfamati, prostitute. gioco d’azzardo illegale).
2) La danza frenetica dei dervisci ha le sue origini in Turchia nel XIII secolo.
3) Raggle-Taggle è una ballata tradizionale irlandese e il titolo di uno dei libri di Walter Starkie.
FOTO: Uno dei cartelloni che Walter Starkie usava nelle sue esibizioni.

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MEMORIE DI ZONDERWATER

[398] MEMORIE DI ZONDERWATER
Un racconto di prigionia e speranza nella Seconda Guerra Mondiale

Oggi vi raccontiamo una storia poco conosciuta della Seconda Guerra Mondiale, che si svolge in un campo di prigionia molto lontano dall’Italia, a Zonderwater, in Sudafrica. Questa vicenda ci viene narrata dalla nostra concittadina Elisa Longarato, che negli ultimi anni ha dedicato tempo e passione a raccogliere testimonianze e notizie per ricostruire la prigionia di suo padre Vittorio in quel luogo.
Elisa ha partecipato, il 21 marzo 2024, a un evento organizzato dalla ‘The University of Sidney‘ e dalla ‘New York University‘ che si è tenuto al ‘John D. Calandra Italian American Institute‘ di New York, collegandosi in remoto da casa sua. In quell’occasione, ha raccontato con emozione e in inglese la storia della prigionia di suo padre Vittorio in Sudafrica durante la Seconda Guerra Mondiale. Ha descritto le difficili condizioni di vita, la lontananza dalla patria e dagli affetti e come suo padre e i suoi compagni riuscirono a trovare forza e speranza in una situazione così disperata.
Circa un mese dopo, Elisa è stata invitata in persona a un altro evento a New York che si è svolto in due giorni. Il 23 aprile 2024 presso il ‘Center for Italian Modern Art‘ (CIMA ) e il 24 aprile presso la ‘NYU Casa Italiana Zerilli-Marimò‘. Il primo giorno, l’evento era intitolato “Preservare i ricordi della prigionia di guerra e la loro eredità” e aveva l’obiettivo di mantenere viva la memoria di queste esperienze dolorose ma significative. Durante questo incontro, Elisa ha riproposto, insieme ad altri testimoni collegati da vari Paesi del mondo, la storia di suo padre Vittorio, condividendo aneddoti e dettagli che hanno reso la narrazione ancora più intensa e coinvolgente.
Il secondo giorno il tema era ‘Suoni di prigionia: Musica dei prigionieri italiani durante la seconda guerra mondiale‘. Dopo la presentazione e il concerto del Maestro Francesco Lotoro su musiche composte in prigionia, si è tenuta una lezione con gli studenti della New York University. I ragazzi hanno osservato con attenzione i libri, le lettere, gli oggetti che Vittorio si era portato dalla prigionia; in particolare il banjo-mandolino costruito con mezzi di fortuna lavorando di notte. Hanno espresso le loro opinioni e fatto domande alle quali Elisa ha risposto raccontando particolari della vita in guerra e prigionia di suo padre. Elisa è stata molto colpita dall’interesse sulla storia dei prigionieri italiani dei ragazzi “americani” provenienti da vari paesi del mondo.
La testimonianza di Elisa è fondamentale per mantenere vivi i ricordi delle difficoltà affrontate dai prigionieri di guerra e per comprendere meglio la nostra storia collettiva. L’impegno di Elisa nel preservare questi ricordi rappresenta un omaggio alla resilienza e al coraggio di suo padre e di tutti coloro che hanno condiviso la sua sorte. Grazie a persone come Elisa, queste storie non vengono dimenticate e continuano a ispirare le generazioni future, ricordando a tutti noi il valore della memoria e dell’umanità anche nei momenti più bui.
Ecco il suo racconto, il 21 marzo, da casa sua in collegamento da remoto e poi, il 23 aprile, da New York:

IL RACCONTO EMOZIONANTE DI ELISA TRA MONTEBELLO E NEW YORK


LEGGI...

« Sono Elisa Longarato e ringrazio Elena Bellina (New York University) e Giorgia Alù (Sidney University) per l’invito. È un onore per me partecipare a questo incontro. Mi scuso in anticipo per il mio pessimo inglese.
Vi racconterò di mio padre, Vittorio Longarato, che combatté in Nord Africa nell’8° Rgt. Bersaglieri, durante la Seconda Guerra Mondiale, e della sua prigionia in Egitto e poi in Sud Africa fino al 1947.
Vorrei riassumere il percorso che mi ha portato a dedicarmi alla “missione” di rintracciare la prigionia di mio padre durante la Seconda Guerra Mondiale. Fino a circa quindici anni fa non avevo mai sentito il nome “Zonderwater”. Mio padre ha parlato poco della guerra e pochissimo della sua prigionia, solo negli ultimi anni della sua vita ha raccontato qualcosa ai miei fratelli e pezzo dopo pezzo ora stiamo ricostruendo la sua storia. Sapevo solo che era stato ferito in una battaglia nel deserto tra Libia ed Egitto nel 1941, e che lo credevano morto. Fu salvato da un medico tedesco, anche lui prigioniero, che lo tirò fuori dal mucchio dei cadaveri dei soldati. Dopo due mesi trascorsi al General Hospital di Geneifa in Egitto, e un altro mese nelle “gabbie” egiziane, è stato trasferito in Sud Africa, prima vicino a Durban e poi vicino a Pretoria. Quando tornò a casa, nel febbraio del 1947, aveva con sé una valigia di latta (fatta con barattoli di marmellata) piena di libri provenienti dalla biblioteca del campo allora quasi abbandonato, una valigia di cartone con alcuni oggetti personali, alcuni vestiti, una coperta e il suo banjo-mandolino e i quaderni con la musica che scrisse a Zonderwater.
Realizzò il banjo-mandolino con il legno di una panca del campo, con la pelle di un coniglio, la ghiera di una bomba, il dorso di un pettine, mezzi bottoni di madreperla e fili metallici per le corde, presi dai cavi dei freni delle motociclette.
Circa quindici anni fa ho iniziato a leggere e a riordinare centinaia di lettere che scrisse durante i suoi 10 anni lontano da casa (1937-1947 militare-guerra-prigionia). Nel 2010 ho letto il libro “I Diavoli di Zonderwater” di Carlo Annese, (scrittore e giornalista sportivo che era stato in Sud Africa per i Mondiali di calcio).
Mi resi conto che mio padre era stato a Zonderwater!
Poi per caso ho scoperto che in un libro scritto da un Generale dell’8° Rgt. Bersaglieri viene menzionata l’azione di mio padre nella battaglia denominata “Operazione Brevity” avvenuta il 15 maggio 1941 a Sollum-Capuzzo-Halfaya, dove mio padre rimase gravemente ferito. Ho saputo che il campo di prigionia in Egitto era il Campo 306 a Geneifa e che i campi in Sud Africa erano a Pietermaritzburg e Zonderwater.
Ho fatto qualche ricerca online e non c’era niente su Zonderwater. Poi ho trovato un gruppo Facebook appena aperto su Zonderwater a cui mi sono iscritta e nel novembre 2011 sono andata con altri membri del gruppo in Sud Africa. Abbiamo incontrato il presidente dell’Associazione Zonderwater Block ex POW, Sig. Emilio Coccia. Abbiamo visitato l’area in cui si trovavano i due campi e abbiamo partecipato alla cerimonia la prima domenica di novembre al cimitero di Zonderwater (era il 70° anniversario dell’apertura del campo).
Poi, ho deciso di creare www.zonderwater.com, un sito web collegato alla nostra pagina Facebook, dove avrei potuto creare un database con informazioni e immagini sulla prigionia di guerra italiana e sui soldati detenuti in Sud Africa, dove i discendenti di altri prigionieri avrebbero potuto pubblicare informazioni e foto dei loro parenti. Queste informazioni sono soggette a revisione e approvazione. Mio nipote mi ha aiutato a creare il sito web.
Sono rimasta in contatto con Emilio Coccia. Finora, attraverso il sito e la pagina Facebook, ho ricevuto migliaia e migliaia di email con richieste di informazioni da parte di parenti di ex prigionieri di guerra. Di solito li consiglio su come svolgere le loro ricerche e li metto in contatto con Emilio Coccia per avere informazioni sui loro parenti registrati nell’archivio Zonderwater dell’Associazione.
Sono tornata in Sud Africa nel novembre 2017 con un altro gruppo. Durante la cerimonia ho avuto l’onore di deporre una corona insieme a Paolo Ricci, allora l’ultimo prigioniero di guerra vivente di Zonderwater in Sud Africa (morto nel 2022). Era il 70° anniversario della chiusura del campo (1947-2017). Ad oggi il gruppo Facebook conta circa 2.000 membri.
Ogni anno organizziamo un raduno (escluso il periodo pandemico). L’anno scorso abbiamo organizzato il nostro incontro annuale a Roma ed è stata la prima volta senza prigionieri di guerra. Sfortunatamente, sono tutti morti. Emilio Coccia era presente come sempre.
Zonderwater è ricordata come “La città del prigioniero”. Molti soldati italiani catturati dagli inglesi nell’Africa settentrionale e orientale furono imbarcati su navi dirette a Durban in Sud Africa. Una volta sbarcati venivano caricati sui treni con destinazione finale il campo di prigionia di Zonderwater.
Prima di raggiungere la loro destinazione, i prigionieri venivano fermati nel campo di transito di Pietermaritzburg, situato a 75 chilometri da Durban. Il campo ha funzionato come pronto soccorso, medico e struttura di controllo, lavaggio, disinfezione e ristoro. Quindi i prigionieri di guerra venivano rimessi sul treno diretto a Zonderwater.
Tuttavia, molti prigionieri rimasero a Pietermaritzburg per tutto il periodo di cattività. In alcuni periodi il campo ospitava fino a 8.000 uomini.
Zonderwater vicino a Cullinan (43 Km da Pretoria), il più grande campo di prigionia di guerra costruito dagli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, ospitò più di 100.000 soldati italiani dall’aprile 1941 al gennaio 1947.
Nonostante la guerra fosse finita nel 1945, il campo venne chiuso solo nel 1947 a causa dei ritardi nel rimpatrio dei prigionieri. Tuttavia, molti ex prigionieri decisero di rimanere in Sud Africa.
L’avventura umana di Zonderwater parte dalla tendopoli del 1941, trasformata nel 1943 (con il colonnello Prinsloo) in quell’enorme e permanente centro abitato formato da mattoni rossi e costruzioni in legno destinato poi a diventare quasi una leggenda: 14 blocchi, ciascuno composto da 4 campi (56 in totale). Ogni campo ospitava 2.000 uomini, quindi, un blocco poteva ospitare 8.000 prigionieri. Nel complesso, Zonderwater aveva una capacità totale di 112.000 uomini.
Il 2 novembre 1947, un gruppo di ex prigionieri di guerra in Sud Africa tornò sul posto per mantenere aperto il cimitero e organizzò cerimonie commemorative. Questa struttura basata sul servizio volontario è stata formalizzata nel 1965 con la fondazione dell’Associazione Zonderwater Block ex POW. L’attuale presidente dell’Associazione, Emilio Coccia, è in carica dal 2000. Zonderwater è stata visitata per la prima volta nel 2002 dal Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi.
Grazie.
Elisa Longarato »

FOTO: 1) Elisa Longarato racconta la storia di suo padre Vittorio dal “Center for Italian Modern Art“, a New York il 23 aprile 2024.
2) La valigetta con alcuni oggetti personali di Vittorio Longarato. Elisa, in occasione del suo intervento a New York ha esibito il banjo-mandolino costruito da suo padre durante la prigionia (cortesia Elisa Longarato).

Umberto Ravagnani

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GEMMA CENZATTI

[397] GEMMA CENZATTI
Una paladina della parità di genere

La storia di Gemma Cenzatti, nata il 1 luglio 1872 a Pojana Maggiore, in provincia di Vicenza, è un viaggio straordinario di resilienza e determinazione. Cresciuta come ultima di undici figli in una famiglia di agricoltori, Gemma affrontò le avversità della sua epoca con una forza d’animo che la portò a superare barriere sociali e culturali. Questo racconto vuole celebrare la sua vita, intrecciata con le vicende storiche dell’Italia tra il XIX e il XX secolo, e mostrare come il suo impegno abbia lasciato un’impronta indelebile nella società italiana.
Il padre di Gemma, Luigi Cenzatti, era originario di Montebello Vicentino. Nel 1849, all’età di 22 anni, Luigi sposò Luigia Ghirardello, nativa di Pojana Maggiore, e si trasferì lì con la sua nuova famiglia. Il cognome Cenzatti era ben noto a Montebello, presente almeno dal XVI secolo. Le vicende dei Cenzatti si intrecciano con la storia locale: figure come Domenico Cenzatti, che nel XVIII secolo era considerato un benestante, testimoniano la rilevanza della famiglia.
Luigi Cenzatti era un “affittanziere”, un ruolo cruciale nell’organizzazione agricola dell’epoca. L’affittanziere subaffittava terre e case ai villici, fungendo da intermediario tra i latifondisti e i contadini. Questa posizione, seppur importante, era instabile e soggetta alle difficoltà economiche. Gli ultimi decenni dell’Ottocento furono particolarmente duri: epidemie, tasse inique e crisi agrarie spinsero molte famiglie, inclusi i Cenzatti, a migrare in cerca di migliori condizioni.
Nel 1875, la famiglia Cenzatti si trasferì a Badia Polesine, dove Gemma frequentò probabilmente le scuole elementari. L’istruzione elementare dell’epoca era regolata dalla “legge Casati” del 1859, che stabiliva un percorso di quattro anni (poi esteso a cinque nel 1888). Dopo le elementari, alle ragazze era offerta la possibilità di frequentare le Scuole Normali per diventare maestre, una professione ritenuta idonea per le donne, ma l’accesso alla scuola secondaria era limitato e raramente incoraggiato. Nonostante le sfide, Gemma era determinata a continuare gli studi. Le sue aspirazioni furono sostenute dallo zio Alessandro, un medico, e dal cugino Camillo, magistrato. Questi esempi familiari di successo contribuirono a rafforzare la sua volontà di superare le barriere sociali e culturali del tempo.
Nel 1888, Gemma, sedicenne, chiese di essere ammessa al ginnasio “Giovan Battista Ferrari” di Este. Nonostante avesse superato l’esame di ammissione, la sua richiesta fu inizialmente respinta. La “questione delle ragazze” occupò le cronache locali per mesi, riflettendo il clima di resistenza all’educazione femminile. Tuttavia, il Ministero intervenne e, il 19 novembre, Gemma fu finalmente ammessa insieme ad altre tre compagne. La sua determinazione fu premiata: si diplomò brillantemente, ottenendo una promozione senza esami per merito.
Nel 1891, Gemma si iscrisse al Regio Liceo classico “Tito Livio” di Padova. La sua famiglia si trasferì con lei, stabilendosi a Padova. Nel 1894, Gemma conseguì il diploma con una “licenza d’onore” e iniziò a frequentare l’Università di Padova, dove studiò Filosofia e Lettere. In un’epoca in cui la presenza femminile nelle università era ancora una novità, Gemma si distinse per il suo impegno e la sua eccellenza accademica. A Padova, seguì le lezioni di illustri professori come Roberto Ardigò, Ferdinando Gnesotto e Giuseppe De Leva. Grazie ai suoi ottimi risultati, Gemma ottenne l’esonero dalle tasse scolastiche. Nel 1898, si laureò con una tesi su “Alfonso de Lamartine e l’Italia”, che fu successivamente pubblicata. Nel 1899, conseguì anche l’abilitazione all’insegnamento di Lettere, Storia e Geografia.
Nel 1901, Milano era una città in pieno fermento industriale, con oltre 500.000 residenti. Nonostante i progressi, l’analfabetismo e lo sfruttamento del lavoro minorile e femminile erano ancora diffusi. Milano era anche un centro di attività benefiche e sociali, con istituzioni come la Società Umanitaria, fondata nel 1893, e l’Unione Femminile, fondata nel 1899.
Gemma si trasferì a Milano con la madre e i fratelli. Si unì subito alle attività assistenziali della Società Umanitaria, insegnando Storia del costume alla Scuola professionale femminile. Qui collaborò con figure come Rosa Genoni, una pioniera della moda italiana e sostenitrice dell’emancipazione femminile. L’influenza di Genoni e il contesto progressista di Milano rafforzarono l’impegno di Gemma per i diritti delle donne e il miglioramento delle condizioni di vita dei meno abbienti.
Nel 1906, Gemma iniziò a insegnare Italiano alla Scuola tecnica comunale pareggiata di via S.Spirito. La sua passione per l’istruzione la portò nel 1914 alla Scuola superiore di studi femminiliAlessandro Manzoni”, dove divenne una figura chiave nella riforma del curriculum scolastico. Sotto la sua guida, l’istituto divenne un modello di istruzione superiore femminile.
Gemma si trovò presto a confrontarsi con il regime fascista, che nel 1923 introdusse la “Riforma Gentile”, limitando le opportunità educative per le donne. Nonostante le difficoltà, Gemma continuò a promuovere l’importanza dell’istruzione femminile e a sostenere le sue allieve. La sua autorità fu fondamentale per mantenere alto il prestigio dell’istituto durante un periodo di cambiamenti politici e sociali.
Durante il regime fascista, Gemma rifiutò di iscriversi al partito, mantenendo le sue convinzioni politiche. Questo coraggio le costò caro: nel 1935, fu destituita dal suo incarico per “incapacità professionale”, una formula spesso usata contro chi non si conformava alle aspettative del governo. La destituzione portò a gravi difficoltà economiche, privandola dello stipendio, della pensione e del domicilio situato negli stessi locali della scuola.
Nonostante l’umiliazione e le difficoltà, Gemma non rinnegò mai i suoi ideali. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, cercò di ottenere ragione e un risarcimento per le ingiustizie subite, ma solo nel 1947 le fu riconosciuto un risarcimento economico. Le sue condizioni di salute, già compromesse, peggiorarono e morì il 26 dicembre 1948.
La storia di Gemma Cenzatti è una testimonianza potente di come la determinazione e il coraggio possano superare le avversità. La sua vita riflette le lotte delle donne italiane per l’istruzione e l’emancipazione in un’epoca di profondi cambiamenti sociali e politici. Gemma ha lasciato un’eredità di impegno e di passione per la giustizia sociale, ispirando le generazioni future.
Il suo necrologio riportò il cordoglio di molte persone che avevano condiviso con lei momenti significativi della vita. Tra loro, figure di spicco come Andreina Gavazzi, figlia di Anna Kuliscioff e Andrea Costa, e Virgilio Brocchi, amico e collega. Nonostante la mancanza di commemorazioni ufficiali, il ricordo di Gemma Cenzatti vive nei cuori di coloro che hanno apprezzato il suo contributo all’educazione e al progresso sociale.
Oggi, la sua sepoltura al Cimitero Maggiore di Milano è un semplice loculo, ma la sua eredità continua a brillare come un faro di speranza e determinazione. La vita di Gemma Cenzatti ci ricorda che, anche di fronte alle sfide più grandi, la forza dell’animo umano può portare a risultati straordinari e duraturi.

FONTE: compendio da una ricerca storica di Valeria Maggiolo e Laura Silva, pubblicata su TERRA D’ESTE – Rivista di storia e cultura, Anno XXXIV n. 67.
NOTE: ⁕ Vedi anche l’articolo n. [94] LA FAMIGLIA CENZATTI di Ottorino Gianesato.
FOTO: Cartolina postale con la Scuola Superiore Femminile A. Manzoni di Milano all’inizio del Novecento, dove per oltre vent’anni, Gemma Cenzatti fu una guida insostituibile. Conosciuto come palazzo Dugnani oggi ospita il Museo del Cinema, i Laboratori delle Serre ed alcune mostre annuali.

Umberto Ravagnani

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DUE VIVANDIERE AUSTRIACHE

[396] LE DUE VIVANDIERE AUSTRIACHE A MONTEBELLO

Nell’articolo n°385 dell’11 aprile 2024 abbiamo raccontato della presenza in piazza a Montebello, durante l’occupazione dell’esercito di Napoleone Bonaparte, di una ambulanza militare francese con una operatrice femmina di nome Aurelia Berti. Eravamo nel 1807.

Aurelia Alberti, appartenente alla sanità, era forse era una delle numerose “vivandiere”, spesso mogli di un veterano o di un sottufficiale, incaricate a vendere ai soldati cibi, bevande e molte altre cose necessarie. Al pari dei soldati erano comunque soggette ai vincoli dell’ordinamento militare.
La storia racconta che, in seguito ai tracolli subiti dall’esercito francese dopo la fallimentare Campagna di Russia, il 23 ottobre 1813 gli antagonisti austriaci arrivarono a Bassano del Grappa e il 15 dicembre a Vicenza comandati dal feldmaresciallo Johann Bellegarde.
Una registrazione fatta a Montebello il 10 dicembre 1813 ci informa però che l’esercito austriaco arrivò dalle nostre parti qualche giorno prima. In quella data tale Costantin Vegner (forse Wagner) soldato germanico di 33 anni, marito della vivandiera Margareta Venkelelerz (forse Wenkelherz) di 30 anni, denunciò all’anagrafe montebellana, alla presenza dei testimoni Bernardo Burion e Antonio Bonomo, la nascita del piccolo Giuseppe (forse Joseph). Il neonato venne alla luce in una casa nei pressi della chiesa parrocchiale di Santa Maria di Montebello, probabilmente in uno di quegli edifici che a partire dal 1813 diventarono la sede della gendarmeria austriaca. (Alcuni mesi dopo il 1866, anno in cui si ebbe la fine dell’occupazione austriaca, si riscontrò l’abbattimento di quelle case, eseguito per far posto alla Vecchia Scuola Elementare, oggi sede anche della Biblioteca Civica).
Montebello doveva gradire molto agli occupanti austriaci come luogo in cui far nascere i loro figli se, solo 14 giorni dopo, alla vigilia di Natale 1813, nacque la piccola Anna, figlia del soldato ungherese Mattio Lonevavovich Rotoslier di 36 anni e di Catarina Rhaislaj (?) di 27 anni pure lei vivandiera. Luogo di nascita “La Prà” di Montebello ove avevano trovato posto altri militari dell’esercito asburgico.
Sicuramente le due giovani madri giunsero a Montebello con il “pancione” e poco mancò che i loro figli venissero al mondo in una ambulanza al seguito dell’esercitò durante una marcia di trasferimento.
La figura della vivandiera era comune e presente in un po’ tutti gli eserciti di quel tempo. La più famosa, in Francia sicuramente, fu l’italiana Maria Santelli.
Quando nel 1813, Napoleone fu esiliato sull’isola d’Elba. soggiornò per circa 10 mesi nella Villa dei Mulini e nella Villa San Martino, dove fu raggiunto dalla sua amante polacca Maria Walewska. L’imperatore amava molto passeggiare per le stradine dell’isola. Durante una delle sue escursioni conobbe Maria Santelli, vedova e madre quarantatreenne di due figli, la quale ebbe l’onore di offrire un boccone all’illustre esiliato. Napoleone fu talmente colpito dalla sua bravura in cucina che la volle al suo seguito.
Successivamente, nel febbraio del 1814, Napoleone ritornò in Francia (Cento Giorni) portandosi appresso sia Maria Santelli sia i figli di lei. I due giovani isolani furono così ospitati in un collegio di Pontoise, alla periferia nord di Parigi, s’immagina uno dei migliori istituti di quel tempo. Maria però non avrebbe più rivisto la sua isola né il suo paese natale San Piero in Campo nell’entroterra dell’Elba.
La cuoca Maria Santelli diventò pertanto, a tutti gli effetti, vivandiera militare e venne aggregata al XVI Reggimento di Borgogna.
All’alba piovosa del 18 giugno 1815 le truppe francesi si trovavano nella pianura acquitrinosa di Waterloo, (in fiammingo Waterloo significa acque basse) poco lontano la Bruxelles. Quando si spararono i primi colpi Maria Santelli fu colpita in pieno viso. Gli storici dicono che in assoluto fu la prima vittima di quella battaglia, comprovata da un cippo.
Infatti nel museo dei cimeli della battaglia di Waterloo una piccola lapide ricorda MARIE SANTELLY (il solito costume tutto francese di cambiare i nomi) nèe à l’ile d’Elbe première victime de la bataille, vivandière du 16eme Regiment de Bourgogne. In quel tempo, in quanto a italianizzare i nomi e i cognomi degli stranieri gli impiegati dei nostri paese non furono da meno. Ne è un chiaro esempio l’anagrafe di Montebello nell’arco temporale in cui si svolsero queste vicende. (Vedi sopra gli atti di nascita). OTTORINO GIANESATO

FOTO: Cartolina francese dei primi anni del Novecento che rappresenta una vivandiera e due Guardie Imperiali. (Collezione privata di Umberto Ravagnani).
Umberto Ravagnani
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NASCE IL MERCATO A MONTEBELLO

[395] LA NASCITA DEL MERCATO DI MONTEBELLO
Una cronaca storica

Il racconto che vi presentiamo oggi analizza la nascita del mercato di Montebello, avvenuta nel XVII secolo, come un evento cruciale nella storia economica e sociale del paese. Attraverso una cronaca dettagliata e coinvolgente, esploreremo le dinamiche politiche e le strategie economiche che portarono alla creazione del mercato settimanale, evidenziando l’impatto significativo che ebbe sulla comunità locale.
Nel dicembre del 1650, nella solenne sala del Comune di Montebello, si riunirono i membri del Consiglio dei 60 per discutere una questione di vitale importanza per il futuro economico del paese. Sotto l’austera presenza del Cancelliere Antonio Di Giusti, i consiglieri Francesco Zampieroni, Bortolo Di Giusti, Giacomo Di Fin, Iseppo Tura e Nicolo’ Giacomon si impegnarono in lunghe e ponderate discussioni. La decisione era cruciale: l’istituzione di un mercato settimanale che potesse garantire un afflusso costante di merci e favorire lo sviluppo economico della comunità.
Dopo molte riflessioni, il Consiglio decise di incaricare il Reverendo Gio.Maria Zanni, rinomato Dottore di Sacra Teologia e Filosofia, nonché predicatore nella locale Chiesa Parrocchiale, di recarsi a Venezia. La missione del Reverendo Zanni era chiara: ottenere dal Serenissimo Principe, il Doge di Venezia, l’autorizzazione per istituire il mercato settimanale. Questo incarico, ricco di speranze e aspettative, segnò l’inizio di un viaggio che avrebbe cambiato per sempre il destino di Montebello.
Il Reverendo Zanni partì per Venezia con un cuore pieno di determinazione e speranza. La Serenissima Repubblica di Venezia rappresentava il centro politico e commerciale più importante dell’epoca e ottenere il favore del Doge era essenziale per il successo della missione. Il 22 settembre 1660, dopo lunghi negoziati e suppliche, Domenico II Contarini, Doge della Serenissima Repubblica di Venezia, concesse l’autorizzazione tanto attesa. Questa vittoria non solo rifletteva l’abilità diplomatica del Reverendo Zanni, ma anche la fiducia e il sostegno che la Repubblica di Venezia aveva verso Montebello.
Con l’autorizzazione del Doge, il mercato di Montebello fu ufficialmente inaugurato1. Le prime settimane videro una vivace attività commerciale, con mercanti e compratori che affluivano da tutta la regione. Il mercato, destinato alla vendita di granaglie, spezie e altri beni di consumo, divenne rapidamente un centro nevralgico per l’economia locale.
Tuttavia, con l’espansione del mercato sorsero nuove sfide. La piazza principale di Montebello si rivelò presto inadeguata per ospitare la crescente attività commerciale. Le bancarelle invadevano le strade, creando disagi e ostacolando il passaggio pubblico. La situazione richiese una soluzione urgente.
Nel settembre del 1681, durante una riunione della Vicinia2, si decise la demolizione delle casette dell’Ospitale di S. Giovanni che occupavano metà della piazza. Questa decisione, frutto della cooperazione tra il governatore dell’Ospitale e i rappresentanti del Vicariato di Montebello, permise di ampliare la piazza e di creare uno spazio adeguato per le attività commerciali.
Tuttavia, una catapecchia adiacente all’abitazione del Vicario rimaneva ostinatamente in piedi, compromettendo la bellezza e la funzionalità della nuova piazza. Solo nel giugno del 1683, la Vicinia comprese la necessità di una piazza più ampia e decise finalmente di demolire la vecchia costruzione3. La demolizione avvenne a dicembre dello stesso anno, dopo il consenso dei deputati di Vicenza. Questo atto segnò un punto di svolta, permettendo al mercato di prosperare come mai prima.
Con una piazza adeguata e un mercato settimanale fiorente, Montebello vide una crescita significativa della produzione agricola e del commercio. Il mercato divenne un punto di incontro non solo per le transazioni economiche, ma anche per gli scambi culturali e sociali. Mercanti da varie regioni portarono con sé nuove idee, culture e tecnologie, arricchendo la comunità locale.
La prosperità del mercato favorì anche la partecipazione della comunità di Montebello agli sforzi bellici della Repubblica Veneta durante la guerra della Morea4 del 1684. In segno di gratitudine verso la Repubblica, Montebello vendette metà dei suoi beni, incluso il Castello di Montebello, per sostenere lo sforzo bellico. Questo atto di sacrificio collettivo dimostrò la profondità del legame tra Montebello e la Repubblica Veneta, nonché la volontà della comunità di contribuire al bene comune.
La nascita del mercato di Montebello rappresenta un esempio straordinario di come la cooperazione e la determinazione possano trasformare una comunità. La visione lungimirante dei leader locali, unita al sacrificio e all’impegno collettivo, permise a Montebello di superare le sfide e di costruire un futuro prospero.
Questa storia di successo non solo ispirò altre comunità, ma divenne anche un modello di riferimento per la gestione e lo sviluppo economico. Il mercato di Montebello, con la sua storia di crescita e trasformazione, dimostra che il progresso autentico si basa sulla collaborazione e sulla capacità di affrontare le difficoltà insieme.
La storia del mercato di Montebello ci insegna che il benessere nasce dalla collaborazione, dalla visione e dal sacrificio. È una lezione preziosa che risuona ancora oggi, ricordandoci l’importanza di lavorare insieme per il bene comune. Montebello, con il suo mercato fiorente e la sua comunità unita, rimane un esempio vivente di come la determinazione e la cooperazione possano trasformare un piccolo paese in un centro di prosperità e speranza.

Umberto Ravagnani

FOTO: 1) Il mercato di Montebello in una foto recente (foto Franca Castagnaro).
DISEGNO: Ecco com’era la ‘piazza’ (oggi Piazza Italia) all’epoca della nascita del mercato a Montebello (libera ricostruzione da un disegno originale, datato 1683, che si trova presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza).
NOTE: 1) Nel 1559, un documento del notaio Nicolò Roncà menziona già un vivace mercato domenicale a Montebello. Anche se non era ufficiale, questo mercato, attirava folle dai paesi vicini e fu creato dai commercianti locali per animare le domeniche e incentivare gli scambi.
2) La Vicinia, in quell’epoca, indicava un’assemblea di persone abitanti nello stesso luogo con interessi o beni comuni.
3) Vedi anche gli articoli [55] [57] e [59] LA STALLETTA DEL VICARIO NELLA PIAZZA DEL MERCATO DI MONTEBELLO.
4) La Guerra di Morea (attuale Peloponneso in Grecia), anche nota come sesta guerra turco-veneziana, fu la campagna militare della Repubblica di Venezia, svoltasi tra il 1684 e il 1699, contro l’impero Ottomano.
BIBLIOGRAFIA
: G.Maccà, Storia del territorio vicentino, 1814.
B.Munaretto, Memorie storiche di Montebello Vicentino, 1932.
O.Gianesato, Montebello nella quotidianità del ‘500, 2010.

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L’AMBULANZA VOLANTE A MONTEB.

 

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IL PIÚ BUONO DELL’ANNO

 

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DA UN MONTEBELLO ALL’ALTRO

 

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IL PONTE SULL’ACQUETTA

 

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IL CANTO DELLA STELLA

 

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L’UFFICIO POSTALE DI MONTEB.

 

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LA SAGRA DI SAN FRANCESCO

 

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IL CARRETTIERE SCOMPARSO

 

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I CALDERAI A MONTEBELLO

 

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DALLE STALLE ALLE STELLE

 

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IL TRENO DEI DESIDERI

 

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IL VALORE DELLE DONNE

 

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LA NOBILE ECLETTICA PITTRICE

 

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IL CAPORALE SUL VAJONT

 

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NASCE IL VOLLEY FEMMINILE

 

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IL TEATRO A MONTEBELLO

 

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PROFUMO DI ESSENZE DI MONT…

 

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L’OSTERIA DEI LADRI

 

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VELO D’ASTICO (2)

 

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COSÌ MUOIONO GLI EROI

 

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Gli articoli dal 2001 al 2020 compreso sono stati raccolti in un volume riccamente illustrato, disponibile presso la nostra redazione (AUREOS 2001-2020) e sono ancora consultabili online previa registrazione al sito. Il libro con la raccolta degli articoli del 2021 e 2022 sarà disponibile a partire dal 17 febbraio 2024.


GLI SCOUT A MONTEBELLO (2)

 

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GLI SCOUT A MONTEBELLO (1)

 

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