[475] IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO
Una giovinezza tra fede e scuola

Giuseppe Cederle nacque a Montebello Vicentino il 16 agosto 1918, in una casa modesta di Via Borgolecco, allora conosciuta da tutti come Via Fonda. L’abitazione portava il numero 73 ed era semplice, con muri spessi, un piccolo cortile e stanze che si adattavano come potevano alla crescita della famiglia. Lì nacquero tutti e sette i figli di Antonio Cederle e Teresa Muraro, e lì Giuseppe trascorse l’intera infanzia, fino almeno al 1930. Via Borgolecco era una strada popolare, dove quasi ogni porta restava socchiusa nelle giornate di lavoro e dove i bambini correvano tra i cortili e le stalle senza bisogno di troppe raccomandazioni. La comunità era compatta, e ogni famiglia conosceva la storia e le difficoltà delle altre.
Nella casa dei Cederle non mancava mai il movimento. Sette figli significavano voci, incombenze, piccoli conflitti e un continuo adattarsi. Antonio e Teresa gestivano tutto con pazienza e un senso pratico imparato nel tempo. Come molte famiglie del Veneto rurale, vivevano con rigore e parsimonia. Non c’erano sprechi e ogni oggetto aveva un valore preciso. La religione e la vita di comunità erano parte del ritmo quotidiano. Giuseppe crebbe in questo ambiente semplice e ordinato, imparando presto il significato della responsabilità condivisa. Frequentò le scuole elementari a Montebello, dove emerse come un bambino attento, educato e desideroso di imparare. Gli insegnanti ricordavano con particolare favore gli alunni capaci di mantenere la concentrazione anche quando le classi erano numerose e lo spazio mancava. In quegli anni, la scuola elementare era il primo vero ponte verso il mondo esterno. I libri scolastici proponevano una visione della storia e dell’Italia filtrata dal regime, ma gli insegnanti locali, legati al territorio, cercavano spesso di dare spazio a ciò che ritenevano davvero utile: la lettura, la scrittura, il calcolo e il rispetto degli altri.
Nel 1930, la vita di Giuseppe ebbe una svolta importante: lasciò la casa di Via Borgolecco per entrare nel Collegio Maria Immacolata di Montecchio Maggiore, gestito dai Giuseppini. Qui frequentò le tre classi della scuola media. Il passaggio da Montebello al collegio fu significativo. Montecchio, con i suoi castelli che dominavano le alture e la struttura più articolata del paese, offriva un ambiente urbano di dimensioni maggiori e una crescita intellettuale più definita. I Giuseppini avevano un metodo educativo solido, fondato su disciplina, studio e accompagnamento spirituale. Per un ragazzo riflessivo come Giuseppe fu un contesto ideale.
La vita di collegio gli insegnò a confrontarsi con coetanei provenienti da altri paesi, a organizzare il proprio tempo e a coltivare il senso della cura verso gli altri. Qui si rafforzò quella naturale inclinazione al ruolo educativo che molti gli riconobbero negli anni successivi. Non sorprende quindi che, attorno al 1935, lo si trovi come Istitutore presso il convitto dei Padri Somaschi a Casale Monferrato. Il compito dell’istitutore era guidare i giovani studenti nella vita quotidiana: studio, riposo, comportamenti corretti. Era una responsabilità non banale per un ragazzo di poco più di diciassette anni.
Nel frattempo, la famiglia Cederle viveva un cambiamento. Tra il 1930 e il 1940, in una data non esattamente documentata, lasciò la casa di Via Borgolecco e si trasferì in Via Trento, poco oltre un capitello votivo molto noto ai residenti. Qui Antonio prese in gestione una piccola osteria con gioco delle bocce. L’osteria era un punto d’incontro importante, un luogo dove si discuteva, si passava la sera e si costruivano legami. Per i figli l’ambiente era nuovo e curioso: più gente, più voci, un continuo viavai. I Cederle avrebbero vissuto in Via Trento fino al 1962 o 1963, anche dopo la morte di Antonio, prima di trasferirsi quasi tutti a Vicenza. Pierino, il figlio più giovane, subito dopo il matrimonio, nel 1958, lasciò Montebello per trasferirsi in Svizzera con la moglie e vi rimase per 5 anni. Tornato in Italia si stabilì ad Alte Ceccato e, nel 1983, tornò definitivamente a Montebello.
Giuseppe, intanto, continuava il suo percorso di formazione. Attorno al 1936 completò l’abilitazione magistrale, conseguì la maturità classica e si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove intraprese gli studi in lettere e filosofia. Questo passaggio fu per lui un’opportunità straordinaria. Milano negli anni Trenta era una città complessa, in piena trasformazione urbanistica. L’Università Cattolica, ospitata in un antico monastero con chiostri rinascimentali restaurati con attenzione, offriva a giovani come lui un ambiente ricco di stimoli culturali e spirituali.
Gli studi in lettere e filosofia lo misero a contatto con docenti di valore e con compagni provenienti da tutta Italia. L’ateneo non era solo un luogo di istruzione, ma una comunità che incoraggiava la riflessione, il dibattito e la crescita personale. Per Giuseppe, cresciuto tra le colline vicentine e la quiete dei collegi religiosi, Milano rappresentò un orizzonte più ampio. Qui affinò la sua capacità di analisi, imparò a leggere i testi con profondità e approfondì la convinzione che l’educazione fosse la chiave per migliorare la vita delle persone.
Dopo la laurea, trascorse un breve periodo nuovamente a Montebello, dove offrì la sua disponibilità come istruttore di canto sotto la guida dell’organista Leone Crosara, figura vivace della vita musicale locale. L’istruzione musicale era spesso unita all’attività parrocchiale, e lavorare con Crosara significava occuparsi sia della formazione dei giovani cantori sia dell’animazione liturgica.
La sua vita cambiò bruscamente il 18 febbraio 1940, quando venne chiamato al servizio militare. All’inizio la leva poteva sembrare un’interruzione temporanea degli studi e dei progetti professionali, ma la guerra in corso stava già alterando profondamente le prospettive di molti giovani italiani. Dopo i primi mesi di addestramento fu promosso sergente. Nel settembre del 1941 venne inviato a Napoli per frequentare la Scuola allievi ufficiali di complemento di fanteria, un percorso che formava giovani destinati a ruoli di comando. Per “fanteria” si intende l’arma che combatte a piedi; gli ufficiali di complemento erano giovani laureati o diplomati chiamati a integrare l’organico degli ufficiali di carriera in tempo di guerra.
Nel maggio 1942 fu nominato sottotenente e destinato al 39° Reggimento fanteria, da cui passò al XXXII battaglione d’istruzione a Nocera Inferiore. Qui contribuì all’addestramento delle reclute. La vita militare richiedeva disciplina, ma anche capacità di guidare e sostenere gli uomini nei momenti difficili. La sua indole calma e la sua formazione educativa risultarono preziose.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio e il crollo dell’alleanza con la Germania, la situazione cambiò radicalmente. Molti reparti furono disarmati, altri si dispersero. Giuseppe scelse una strada coraggiosa: richiese di essere inviato in prima linea, pur appartenendo a un reparto che non avrebbe dovuto combattere direttamente. Venne così assegnato a un plotone del nuovo esercito cobelligerante che affiancava gli Alleati nella risalita della penisola.
Il suo ultimo giorno fu l’8 dicembre 1943, a Quota 343 di Monte Lungo, presso Cassino. Il terreno era scosceso e pieno di caverne naturali dove i tedeschi avevano predisposto posizioni difensive difficili da espugnare. Mentre guidava i suoi uomini all’assalto sotto un intenso fuoco di mitragliatrici e bombe a mano, fu colpito da una scheggia che gli fracassò un braccio. Nonostante il dolore continuò a incitare i soldati: « Ho dato un braccio alla Patria, non importa, avanti per l’onore d’Italia ». Poco dopo fu colpito a morte, ma trovò la forza di compiere un gesto che sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti: estrasse da sotto la giubba una bandiera tricolore e la scagliò in avanti, indicando ai suoi uomini la direzione dell’assalto. Quel gesto, semplice e insieme potentissimo, divenne il simbolo del coraggio del nuovo esercito italiano. Per questi fatti gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Eppure, per comprendere davvero chi fosse Giuseppe Cederle, bisogna guardare soprattutto ai suoi primi vent’anni: alla casa stretta di Via Borgolecco, alla scuola elementare di paese, ai corridoi silenziosi del collegio di Montecchio, ai giorni da istitutore a Casale Monferrato, alle letture universitarie nel chiostro della Cattolica, alle serate nell’osteria di Via Trento dove la famiglia si era trasferita. La sua vita, prima della guerra, racconta di un giovane attento, formato da un ambiente semplice e da un desiderio costante di crescere e far crescere gli altri.
La sua storia è quella di un ragazzo che imparò presto il valore della responsabilità, che studiò con serietà, che educò, cantò, insegnò, ascoltò. Un ragazzo che, nel momento più duro, seppe trasformare questa storia quotidiana in un atto di coraggio assoluto. Se si cerca la radice del suo gesto finale, bisogna tornare proprio lì: a Via Borgolecco, alla luce calma della sua infanzia.
Umberto Ravagnani
BIBLIOGRAFIA: Numero Unico “Giuseppe Cederle, medaglia d’oro“, 9 dicembre 1943 – 9 dicembre 1945, Il Giornale di Vicenza.
FOTO: Giuseppe Cederle quando fu chiamato al servizio militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI anche i nostri articoli: [1] “L’EROE DI MONTELUNGO” e [216] “GIUSEPPE CEDERLE e l’intitolazione della scuola elementare di Montebello”.
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