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IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO

[475] IL RAGAZZO DI VIA BORGOLECCO
Una giovinezza tra fede e scuola

Giuseppe Cederle nacque a Montebello Vicentino il 16 agosto 1918, in una casa modesta di Via Borgolecco, allora conosciuta da tutti come Via Fonda. L’abitazione portava il numero 73 ed era semplice, con muri spessi, un piccolo cortile e stanze che si adattavano come potevano alla crescita della famiglia. Lì nacquero tutti e sette i figli di Antonio Cederle e Teresa Muraro, e lì Giuseppe trascorse l’intera infanzia, fino almeno al 1930. Via Borgolecco era una strada popolare, dove quasi ogni porta restava socchiusa nelle giornate di lavoro e dove i bambini correvano tra i cortili e le stalle senza bisogno di troppe raccomandazioni. La comunità era compatta, e ogni famiglia conosceva la storia e le difficoltà delle altre.
Nella casa dei Cederle non mancava mai il movimento. Sette figli significavano voci, incombenze, piccoli conflitti e un continuo adattarsi. Antonio e Teresa gestivano tutto con pazienza e un senso pratico imparato nel tempo. Come molte famiglie del Veneto rurale, vivevano con rigore e parsimonia. Non c’erano sprechi e ogni oggetto aveva un valore preciso. La religione e la vita di comunità erano parte del ritmo quotidiano. Giuseppe crebbe in questo ambiente semplice e ordinato, imparando presto il significato della responsabilità condivisa. Frequentò le scuole elementari a Montebello, dove emerse come un bambino attento, educato e desideroso di imparare. Gli insegnanti ricordavano con particolare favore gli alunni capaci di mantenere la concentrazione anche quando le classi erano numerose e lo spazio mancava. In quegli anni, la scuola elementare era il primo vero ponte verso il mondo esterno. I libri scolastici proponevano una visione della storia e dell’Italia filtrata dal regime, ma gli insegnanti locali, legati al territorio, cercavano spesso di dare spazio a ciò che ritenevano davvero utile: la lettura, la scrittura, il calcolo e il rispetto degli altri.
Nel 1930, la vita di Giuseppe ebbe una svolta importante: lasciò la casa di Via Borgolecco per entrare nel Collegio Maria Immacolata di Montecchio Maggiore, gestito dai Giuseppini. Qui frequentò le tre classi della scuola media. Il passaggio da Montebello al collegio fu significativo. Montecchio, con i suoi castelli che dominavano le alture e la struttura più articolata del paese, offriva un ambiente urbano di dimensioni maggiori e una crescita intellettuale più definita. I Giuseppini avevano un metodo educativo solido, fondato su disciplina, studio e accompagnamento spirituale. Per un ragazzo riflessivo come Giuseppe fu un contesto ideale.
La vita di collegio gli insegnò a confrontarsi con coetanei provenienti da altri paesi, a organizzare il proprio tempo e a coltivare il senso della cura verso gli altri. Qui si rafforzò quella naturale inclinazione al ruolo educativo che molti gli riconobbero negli anni successivi. Non sorprende quindi che, attorno al 1935, lo si trovi come Istitutore presso il convitto dei Padri Somaschi a Casale Monferrato. Il compito dell’istitutore era guidare i giovani studenti nella vita quotidiana: studio, riposo, comportamenti corretti. Era una responsabilità non banale per un ragazzo di poco più di diciassette anni.
Nel frattempo, la famiglia Cederle viveva un cambiamento. Tra il 1930 e il 1940, in una data non esattamente documentata, lasciò la casa di Via Borgolecco e si trasferì in Via Trento, poco oltre un capitello votivo molto noto ai residenti. Qui Antonio prese in gestione una piccola osteria con gioco delle bocce. L’osteria era un punto d’incontro importante, un luogo dove si discuteva, si passava la sera e si costruivano legami. Per i figli l’ambiente era nuovo e curioso: più gente, più voci, un continuo viavai. I Cederle avrebbero vissuto in Via Trento fino al 1962 o 1963, anche dopo la morte di Antonio, prima di trasferirsi quasi tutti a Vicenza. Pierino, il figlio più giovane, subito dopo il matrimonio, nel 1958, lasciò Montebello per trasferirsi in Svizzera con la moglie e vi rimase per 5 anni. Tornato in Italia si stabilì ad Alte Ceccato e, nel 1983, tornò definitivamente a Montebello.
Giuseppe, intanto, continuava il suo percorso di formazione. Attorno al 1936 completò l’abilitazione magistrale, conseguì la maturità classica e si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove intraprese gli studi in lettere e filosofia. Questo passaggio fu per lui un’opportunità straordinaria. Milano negli anni Trenta era una città complessa, in piena trasformazione urbanistica. L’Università Cattolica, ospitata in un antico monastero con chiostri rinascimentali restaurati con attenzione, offriva a giovani come lui un ambiente ricco di stimoli culturali e spirituali.
Gli studi in lettere e filosofia lo misero a contatto con docenti di valore e con compagni provenienti da tutta Italia. L’ateneo non era solo un luogo di istruzione, ma una comunità che incoraggiava la riflessione, il dibattito e la crescita personale. Per Giuseppe, cresciuto tra le colline vicentine e la quiete dei collegi religiosi, Milano rappresentò un orizzonte più ampio. Qui affinò la sua capacità di analisi, imparò a leggere i testi con profondità e approfondì la convinzione che l’educazione fosse la chiave per migliorare la vita delle persone.
Dopo la laurea, trascorse un breve periodo nuovamente a Montebello, dove offrì la sua disponibilità come istruttore di canto sotto la guida dell’organista Leone Crosara, figura vivace della vita musicale locale. L’istruzione musicale era spesso unita all’attività parrocchiale, e lavorare con Crosara significava occuparsi sia della formazione dei giovani cantori sia dell’animazione liturgica.
La sua vita cambiò bruscamente il 18 febbraio 1940, quando venne chiamato al servizio militare. All’inizio la leva poteva sembrare un’interruzione temporanea degli studi e dei progetti professionali, ma la guerra in corso stava già alterando profondamente le prospettive di molti giovani italiani. Dopo i primi mesi di addestramento fu promosso sergente. Nel settembre del 1941 venne inviato a Napoli per frequentare la Scuola allievi ufficiali di complemento di fanteria, un percorso che formava giovani destinati a ruoli di comando. Per “fanteria” si intende l’arma che combatte a piedi; gli ufficiali di complemento erano giovani laureati o diplomati chiamati a integrare l’organico degli ufficiali di carriera in tempo di guerra.
Nel maggio 1942 fu nominato sottotenente e destinato al 39° Reggimento fanteria, da cui passò al XXXII battaglione d’istruzione a Nocera Inferiore. Qui contribuì all’addestramento delle reclute. La vita militare richiedeva disciplina, ma anche capacità di guidare e sostenere gli uomini nei momenti difficili. La sua indole calma e la sua formazione educativa risultarono preziose.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio e il crollo dell’alleanza con la Germania, la situazione cambiò radicalmente. Molti reparti furono disarmati, altri si dispersero. Giuseppe scelse una strada coraggiosa: richiese di essere inviato in prima linea, pur appartenendo a un reparto che non avrebbe dovuto combattere direttamente. Venne così assegnato a un plotone del nuovo esercito cobelligerante che affiancava gli Alleati nella risalita della penisola.
Il suo ultimo giorno fu l’8 dicembre 1943, a Quota 343 di Monte Lungo, presso Cassino. Il terreno era scosceso e pieno di caverne naturali dove i tedeschi avevano predisposto posizioni difensive difficili da espugnare. Mentre guidava i suoi uomini all’assalto sotto un intenso fuoco di mitragliatrici e bombe a mano, fu colpito da una scheggia che gli fracassò un braccio. Nonostante il dolore continuò a incitare i soldati: « Ho dato un braccio alla Patria, non importa, avanti per l’onore d’Italia ». Poco dopo fu colpito a morte, ma trovò la forza di compiere un gesto che sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti: estrasse da sotto la giubba una bandiera tricolore e la scagliò in avanti, indicando ai suoi uomini la direzione dell’assalto. Quel gesto, semplice e insieme potentissimo, divenne il simbolo del coraggio del nuovo esercito italiano. Per questi fatti gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Eppure, per comprendere davvero chi fosse Giuseppe Cederle, bisogna guardare soprattutto ai suoi primi vent’anni: alla casa stretta di Via Borgolecco, alla scuola elementare di paese, ai corridoi silenziosi del collegio di Montecchio, ai giorni da istitutore a Casale Monferrato, alle letture universitarie nel chiostro della Cattolica, alle serate nell’osteria di Via Trento dove la famiglia si era trasferita. La sua vita, prima della guerra, racconta di un giovane attento, formato da un ambiente semplice e da un desiderio costante di crescere e far crescere gli altri.
La sua storia è quella di un ragazzo che imparò presto il valore della responsabilità, che studiò con serietà, che educò, cantò, insegnò, ascoltò. Un ragazzo che, nel momento più duro, seppe trasformare questa storia quotidiana in un atto di coraggio assoluto. Se si cerca la radice del suo gesto finale, bisogna tornare proprio lì: a Via Borgolecco, alla luce calma della sua infanzia.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: Numero Unico “Giuseppe Cederle, medaglia d’oro“, 9 dicembre 1943 – 9 dicembre 1945, Il Giornale di Vicenza.
FOTO: Giuseppe Cederle
quando fu chiamato al servizio militare (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI
anche i nostri articoli: [1] “L’EROE DI MONTELUNGO” e [216] “GIUSEPPE CEDERLE e l’intitolazione della scuola elementare di Montebello”.
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MANSUETA MA INDOMABILE

[471] MANSUETA MA INDOMABILE
La forza della dolcezza

Il primo settembre 1924, Montebello Vicentino si svegliò sotto un cielo limpido. In casa Clerici, quell’alba portava una gioia speciale: era nata Pierina, l’undicesima figlia di Vittore e Agnese. In un tempo in cui ogni nascita era una piccola vittoria contro la miseria e la malattia, quella bambina sembrava una promessa di speranza. Tre fratellini, prima di lei, non ce l’avevano fatta: un’epidemia li aveva portati via troppo presto. La casa dei Clerici era grande, rumorosa, piena di voci. Vittore, uomo laborioso e rispettato, discendeva da una famiglia di commercianti originaria del Lago di Como, di cui conservava perfino un antico documento firmato dall’imperatore Francesco Giuseppe. Ma più che ai titoli, teneva alla concretezza: mani sporche di lavoro, fede profonda e domeniche dedicate alla messa, mai al mercato. Agnese, la madre, era il cuore saldo della famiglia: severa ma affettuosa, capace di tenere unita quella piccola tribù anche nei momenti più duri.
Pierina cresceva osservando tutto in silenzio. Era riservata, più attenta che chiacchierona. I fratelli la chiamavano “Mansueta”, e lei un giorno chiese alla madre cosa volesse dire. Agnese le sorrise: “Vuol dire che ti vogliono bene, perché sei calma e affidabile. È un dono, Pierina”. Da allora lo portò come un piccolo titolo d’onore.
Da bambina aiutava in casa, imparava guardando gli altri. Mario e Gino, due fratelli maggiori, caricavano il camion per il mercato intonando canti religiosi. Pierina li seguiva con lo sguardo, in silenzio, memorizzando gesti e parole. Quella serenità domestica, però, non durò per sempre. La guerra portò dolore anche ai Clerici: Mario, partito per l’Albania, morì dopo appena venti giorni di servizio, colpito da una granata. Era lo stesso fratello che, anni prima, aveva tentato di salvare un bambino caduto nel torrente Chiampo.
Agnese non si lasciò travolgere dal dolore. Continuava a ripetere che la domenica non si lavora, ma si prega e si canta. Due figlie maggiori, Arduina e Silvana, partirono missionarie comboniane per l’Africa. Le lettere che spedivano a casa arrivavano come piccoli miracoli: il padre le leggeva ad alta voce in piazza, pieno d’orgoglio.
Un giorno, mentre la madre mostrava a Pierina un giornalino missionario, le spiegò che in Africa molti bambini morivano per mancanza di cure. Pierina aveva solo quattro anni, ma la risposta le uscì d’istinto: “Vado io! Divento infermiera e vado io!”. Nessuno allora poteva immaginare quanto seria fosse quella promessa.
Passarono gli anni. A diciassette anni Pierina era una ragazza timida ma determinata, impegnata nell’Azione Cattolica. Non pensava al convento, nonostante le sorelle missionarie. Diceva spesso che non avrebbe copiato la vita di nessuno. Ma un giorno, durante la preghiera in chiesa, sentì qualcosa cambiare. Una pace intensa, mai provata prima. Pregò: “Gesù, che gioia! Cosa devo fare per sentirla sempre?”. E una voce interiore, limpida, rispose: “Va’ in convento: lì ti insegneranno”.
Il parroco la invitò a pensarci con calma, ma quella voce le rimase nel cuore. Continuò a servire in parrocchia, finché nel 1946 bussò alle porte delle Pie Madri della Nigrizia a Verona, le suore fondate da San Daniele Comboni per le missioni africane. Quando le chiesero che cosa volesse fare, rispose sicura: “L’infermiera”. Da quel giorno, Pierina diventò Suor Patrizia. Dopo la formazione e lo studio dell’inglese a Londra, fu mandata in Uganda, a Gulu, nel Nord del Paese. Era il 1950. Nessuno poteva immaginare che vi avrebbe trascorso 57 anni. Lì imparò la lingua locale, l’Acholi, e le usanze del posto. Il vescovo, colpito dalla sua preparazione, la inviò in Irlanda per specializzarsi in ostetricia con le Suore Mediche di Maria: doveva imparare a far nascere bambini senza medici, nei villaggi più remoti. Tornò a Gulu con nuove competenze — e con la patente, perché il vescovo le aveva chiesto di saper guidare per raggiungere i villaggi isolati.
Fu una delle prime donne a guidare un’ambulanza in quelle zone. Suor Patrizia aveva preso la patente da sola, scrivendo al vescovo per chiedere un mezzo di trasporto che permettesse di salvare vite. Qualche settimana dopo arrivò un’ambulanza nuova, moderna, attrezzata: per tutti fu un segno di fiducia e di fede concreta. Quando accendeva la sirena, i bambini correvano dietro ridendo tra la polvere, come se quella macchina portasse una scia di speranza.
A Gulu lavorò anche al St. Mary’s Hospital di Lacor, accanto al dottor Piero Corti, pediatra milanese, e alla moglie Lucille Teasdale, chirurga canadese. Insieme trasformarono un piccolo dispensario in un grande ospedale, oggi conosciuto in tutta l’Africa. Suor Patrizia formava infermiere, accoglieva i volontari e curava i dettagli che rendevano il luogo più umano — un vaso di fiori, un sorriso, una parola gentile. La sua vita era un susseguirsi di sfide. Durante l’epidemia di Ebola del 2000 vide morire colleghi e amici, tra cui il medico ugandese Matthew Lukwiya, che aveva detto: “Sarò l’ultima vittima”. E mantenne la parola.
Negli anni Sessanta venne trasferita a Diapea, vicino al confine con il Congo, dove spesso raggiungeva i villaggi in bicicletta o su camion sgangherati. Ricordava la volta in cui una donna stava per partorire in condizioni disperate: pregò in silenzio, si fece forza e riuscì a far nascere il bambino. “Non ero sola”, avrebbe detto dopo. Nel 1973 incontrò Elia, un capo tribù malato di lebbra. Tra loro nacque un affetto profondo, fatto di rispetto e gratitudine. Prima di morire, Elia le accarezzò la testa con le mani impastate di terra e saliva, gesto sacro del suo popolo, e la chiamò “Akelo”: colei che porta pace e gioia. Quel nome divenne il suo nome africano.
In quegli anni, Suor Patrizia vide morire e nascere tante persone. Un lebbroso abbandonato chiese il battesimo e morì poche ore dopo, sereno. Un giovane assistente, Mattia, trovò in lei una madre. E quando due feriti gravissimi arrivarono alla missione in piena stagione delle piogge, senza modo di raggiungere un ospedale, un elicottero di passaggio — un veterinario inglese diretto altrove — atterrò per caso e li portò in salvo. Lei lo chiamava “miracolo della Provvidenza”. Nel 1981 fu mandata a Namugongo, vicino a Kampala, nel noviziato costruito sul Colle dei Martiri, luogo simbolo della fede ugandese. Lì si diffuse la voce di una casa “abitata dal diavolo”, ma Suor Patrizia ricordava quell’episodio come prova della forza della preghiera: il sacerdote incaricato di affrontare quelle presenze, pregando con calma e coraggio, riuscì a riportare la pace. Più importante ancora, vide il risveglio del popolo ugandese attraverso l’educazione. Il regime aveva ordinato di bruciare i libri, ma nessuno lo fece. “Quel giorno — diceva — ho capito che la libertà nasce da chi non smette di imparare”.
Durante la guerra civile degli anni Ottanta, l’ospedale di Kalongo, fondato da Padre Ambrosoli, venne evacuato. La popolazione lo protesse con coraggio, senza rubare nulla. Ambrosoli, invece, morì poco dopo di sfinimento. Suor Patrizia, esausta, fu rimpatriata in Italia per problemi di salute, ma tornò appena possibile. A Morulem, dove la lebbra aveva lasciato posto all’AIDS e alla tubercolosi, ricominciò da capo, curando chiunque bussasse alla missione.
La sua povertà era totale: non possedeva nulla, ma riusciva sempre a ottenere ciò che serviva agli altri. Una volta, una donna tornò dopo vent’anni per ringraziarla: il bambino che Patrizia aveva fatto nascere “in volo”, diceva lei, era diventato davvero un pilota. “Ogni parola può diventare futuro”, commentò con un sorriso.
Nel 2009, dopo sessant’anni di vita religiosa, partecipò alla celebrazione dei cinquant’anni della Fondazione Corti. Era ormai una figura rispettata da tutti, anche se lei continuava a definirsi “solo un’infermiera che ha avuto la fortuna di servire”.
Nel 2014, ormai malata, rientrò in Italia. A Buccinigo di Erba le capitò un piccolo episodio che la colpì più di tanti viaggi: aveva consegnato per errore del denaro a una persona poverissima, che però tornò a restituirlo. Quel giorno lesse nella Bibbia: “Piccola larva d’Israele, non temere: io ti vengo in aiuto”. Pianse a lungo, grata.
Il 16 giugno 2019, Montebello Vicentino la celebrò per i suoi settant’anni di missione. Lei, la più schiva di tutte, parlò con voce ferma: “L’anzianità e la sofferenza non mi spaventano. Ho ricevuto tanto dalla vita”.Il 25 gennaio 2021, ad Arco di Trento, Suor Patrizia Clerici si spense a 96 anni. Nella memoria della sua gente, in Italia e in Africa, resta la bambina chiamata “Mansueta”, la giovane che disse “vado io” e la donna che portò davvero cura, vita e speranza a migliaia di persone.

BIBLIOGRAFIA: E.Crosara, “La famejeta – Sr. Patrizia Clerici”, Montebello Vic.,2021.
ILLUSTRAZIONE: L’Uganda che ha visto missionaria per olttre 60 anni Suor Patrizia Clerici.
NOTA: Per Mario Clerici vedi anche il nostro articolo N. [447] del 91 giugno 2025 “L’INFERNO DEGLI ALPINI”.

Umberto Ravagnani

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LA VILLA SUL COLLE

[470] LA VILLA SUL COLLE
Orazio Righi e i segreti di villa Miari

Se oggi salite verso il colle di Montebello Vicentino, vi capita ancora di vederla lì, bianca e un po’ severa: Villa Miari, che un tempo era la villa Righi. Sta a mezza costa, proprio sotto il castello. Da lontano sembra quasi galleggiare sul verde del parco, con quella facciata ordinata e il suo timpano elegante che guarda verso sud, cioè verso il sole. Nel Settecento questa villa apparteneva a Orazio Righi, un nobile di Vicenza. Non un grande personaggio storico, ma uno di quei gentiluomini che tengono viva la loro epoca: colti, attenti alla terra e molto legati alla loro casa.
La famiglia Righi non era nuova a Montebello. Già nel Seicento un loro antenato, Marc’Antonio Righi, possedeva una “casa dominicale” — cioè una residenza di campagna — ai piedi della collina. Niente di sontuoso, solo un’abitazione circondata da un muro, accessibile da quella che oggi è via Borgolecco. Però, nel 1678, un documento curioso lascia intuire che qualcosa di importante stava succedendo: si cita un certo Pietro Danesato, che doveva restituire a Marc’Antonio Righi una macchina edile, chiamata argana — una specie di gru o sistema a carrucola usato nei cantieri — dopo che l’aveva prestata per ricostruire il ponte sul rio Acquetta.
Ora, se Marc’Antonio aveva una macchina così, non era certo solo per dare una mano ai lavori pubblici. È molto più probabile che la stesse usando per un grande progetto privato: la costruzione della villa Righi, quella che oggi conosciamo come Villa Miari.
L’edificio è davvero notevole. Ha pianta quadrata, due piani nobili sopra un basamento e un mezzanino, cioè una specie di soffitta abitabile. Le proporzioni sono slanciate, più verticali di quanto fosse tipico nelle ville venete. La facciata, perfettamente simmetrica, è arricchita da un avancorpo centrale con un timpano e da due grandi finestre ad arco con volti scolpiti nella pietra: uno di quegli artifici decorativi che, all’epoca, servivano per “umanizzare” la casa, darle un’espressione.
Quando arriviamo al Settecento, la villa è già lì, bianca e maestosa. E al suo interno si svolge la vita quotidiana di Orazio Righi, che ne è il proprietario a metà del secolo. Di lui non abbiamo ritratti, ma possiamo ricostruirne l’ambiente grazie a un documento straordinario: l’inventario dei beni mobili redatto l’8 luglio 1756 dal notaio Annibale Sgreva di Montebello.
È un elenco lungo e dettagliato — 320 oggetti in almeno 20 stanze — compilato alla presenza di due testimoni e del fratello di Orazio, Pietro Righi. Leggerlo oggi è come entrare in quella casa, stanza per stanza, e sbirciare nella vita quotidiana di una famiglia nobile di provincia.
Nella cucina sotterranea, “verso sera” come scrive il notaio, c’erano tavoli di noce con cassetti, armadietti con serratura e una gradella di ferro, cioè una griglia da camino. Accanto, sotto la scala, un grande cesto di vimini chiamato caponara, usato per trasportare provviste o panni.
Più sopra, nel tinello — una sala a metà tra cucina e sala da pranzo — trovavano posto quattro armadi colorati, sedie dipinte di verde, due quadri con cornici dorate e alcuni sacchi di grano. C’erano anche cinque “pezze di formaglio di pecore”, circa venti chili di formaggio ovino: segno che in quella casa si produceva e si conservava di tutto.
Poi si arriva al piano nobile, il cuore della villa. Nella prima sala “di sopra” c’erano sei quadri con cornici dorate, due grandi e quattro più piccoli che rappresentavano le Stagioni. Un tema classico: significava prosperità, armonia, il passare del tempo. Sulle pareti, anche quattro arme, cioè stemmi araldici dipinti su tela, probabilmente legati ai rami della famiglia o ai loro matrimoni.
Un’altra sala ospitava quattordici sedie di noce e un tavolo da gioco. Il notaio lo chiama “il gioco della dama ossia sbaragià”, con venticinque pedine. Immaginate Orazio Righi la sera, con qualche amico o parente, che passa il tempo a giocare e discutere di affari o di politica locale.
Le camere da letto erano arredate in modo sobrio ma curato. Materassi di lana, cuscini, copriletto colorati, specchi con cornici rosse e dorate. In una stanza si trova un piccolo scrigno di noce con “secretti inclusi”, cioè scomparti nascosti: un tocco quasi da romanzo.
Il documento descrive anche i granai, dove erano stoccati sacchi di frumento e formentello (una varietà di grano tenero). In un “granaretto sopra il camerino” c’era addirittura un “torcolo da oglio”, cioè una piccola pressa per produrre olio, completa di mestolo e crivello. Niente di industriale, ma sufficiente per le esigenze della villa.
La caneva, la cantina, era un’altra parte importante della casa. Vi si trovavano sette botti grandi con cerchi di ferro, ciascuna capace di contenere circa 700–800 litri di vino, più due mastelli e un torchio per spremere le vinacce. Sotto la barchessa — il portico laterale tipico delle ville venete — stavano i tinazzi, grandi recipienti di legno per la fermentazione. È chiaro che i Righi producevano il loro vino, come molte famiglie nobili dell’epoca.
Il giardino era pieno di vita: ventitré grandi vasi con piante di limoni e aranci, e altri più piccoli con gelsomini. Queste piante, allora, erano un vero status symbol. Gli agrumi in vaso richiedevano cure e venivano spostati in serra durante l’inverno. Avere una collezione di limoni e aranci non era solo una questione estetica: significava anche mostrare di poterselo permettere.
Nel retro, le stalle contavano otto “poste da cavallo”, segno che la villa non era isolata: i cavalli servivano per muoversi tra Vicenza e la campagna, ma anche per rappresentanza. C’erano pure due maiali, maschio e femmina, nello “stalotto”. La casa dei Righi univa il lusso del nobile con la concretezza del contadino.
Tutto questo ci restituisce un’immagine molto precisa di Orazio Righi: non un aristocratico distante, ma un proprietario attento, coinvolto nella gestione delle sue terre e della sua casa. Aveva gusto per il bello, ma anche un senso pratico marcato. Si può immaginare che partecipasse alla vita sociale di Vicenza, ma che trovasse nella villa di Montebello il suo vero equilibrio, tra silenzio, campi e amministrazione.
Le statue cinquecentesche che ancora oggi coronano la villa probabilmente erano già lì al suo tempo. Forse provenivano da un edificio più antico, riutilizzate come ornamento del giardino. Cinque figure di pietra che guardavano il paesaggio, testimoni silenziose di cene estive e visite importanti.
Con il passare degli anni, la villa passò ad altri proprietari, tra cui la famiglia Miari, da cui prese il nome attuale. Ma l’impianto architettonico rimase sostanzialmente intatto. Anche se il giardino oggi appare un po’ trascurato, la struttura è ancora quella che i Righi vollero: imponente, razionale, pensata per essere vista da lontano.
Orazio Righi visse nel pieno del Settecento, in un Veneto che non era più potente come ai tempi della Serenissima, ma che conservava un certo gusto per l’ordine e la bellezza. La sua villa ne è la prova: elegante ma non eccessiva, funzionale ma ricca di dettagli, capace di unire l’arte alla vita quotidiana.
Immaginate quella scena: il sole che scende dietro la collina, il profumo dei limoni nell’aria, un uomo che guarda i campi dal balcone di pietra. È lui, Orazio Righi, il padrone di casa. Non un personaggio da cronaca, ma un volto concreto del suo tempo. Dietro quelle mura c’erano le sue abitudini, la sua famiglia, le sue giornate fatte di lavoro, relazioni e piccole cose. E forse è proprio questo che rende la sua storia così interessante: perché racconta la vita reale dietro le grandi facciate del passato.
Umberto Ravagnani

NOTA: ⁕ Da un atto dell’8 luglio 1756 nel quale, il Notaio Annibale Sgreva di Montebello, esegue l’inventario dei beni del PALAZZO  RIGHI. (INVENTARIO 02B – Archivio di Stato, Vicenza), consultato da Ottorino Gianesato.
FOTO: VILLA MIARI a Montebello Vicentino in una foto del 2010 (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

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UNA VITA CONTROCORRENTE

 

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DA MONTEBELLO AL FRONTE

 

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GLI ARCHI SCOMPARSI

 

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MONTEBELLO NON DIMENTICA

[451] MONTEBELLO NON DIMENTICA – Giulio, storia di un ragazzo

Era un ragazzo di nome Giulio, uno di quelli che passano quasi inosservati, con la vita segnata più dai doveri che dai sogni. Non c’erano fanfare ad accompagnarlo, nessuna fotografia in posa con la divisa lucida. Solo la carta, l’inchiostro, le firme, e quel piccolo paese dove era nato e cresciuto: Montebello Vicentino, un angolo quieto del Veneto, dove il tempo sembrava ancora dettato dal suono delle campane e dalle stagioni.
Giulio Faggionato nasce il 15 ottobre 1895. Figlio di Luigi, cursore del Comune — una figura essenziale, ma umile, il messo che porta ordini, trasmette atti, consegna comunicazioni ufficiali — e di Palma Biasin, donna di casa. Vivono in località Mira, una zona semplice, senza lussi, dove il lavoro è fatica ma anche identità. Fin da giovane, Giulio impara ad ascoltare il linguaggio della burocrazia. Fa lo scrivano nel municipio, probabilmente con le maniche rimboccate, il calamaio vicino e lo sguardo attento sui registri. Era un compito silenzioso ma centrale. Come il padre, anche lui mette le parole al servizio del paese. Nei registri comunali dell’anagrafe di fine Ottocento, la firma di Luigi Faggionato, il padre di Giulio, ricorre spesso, testimone presente in atti di nascita e di morte. Giulio cresce tra quelle carte, imparando a dare ordine al mondo attraverso la scrittura. Poi arriva il 1914. E con lui, la guerra.
Il 10 dicembre, Giulio è dichiarato soldato di seconda categoria. Nessuno si illude: la neutralità italiana è appesa a un filo, e quel filo si spezzerà presto. Infatti, appena un mese dopo, la chiamata arriva. È il momento di lasciare l’inchiostro per l’elmetto. Di salutare il municipio e imbracciare il fucile.
La sua prima assegnazione è al 5° Reggimento Fanteria, Brigata Aosta. Ma dura poco. Passa quasi subito al 149°, parte della Brigata Trapani, Milizia Mobile. E due giorni prima dell’ingresso ufficiale dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Giulio è già in marcia verso il fronte.
Nel 1915, la Brigata Trapani è schierata a Monte Sei Busi, nei pressi di Redipuglia, e poi a Vermegliano. Sono nomi che oggi dicono poco, ma all’epoca erano sinonimi di morte lenta. Trincee fangose, piogge infinite, bombardamenti continui. I soldati dormivano con il fucile in mano e il pensiero altrove, forse a casa, forse al prossimo pasto. La guerra qui non era un’epopea, era logoramento quotidiano.
All’inizio del 1916, la Trapani viene sostituita e si ritira per qualche settimana nelle retrovie. Palazzotto, Cadorlina, Bozzatta, Papariano… piccoli paesi che diventano rifugi precari per uomini stremati. Ma il riposo è breve: a fine maggio, la brigata sale in treno e torna a Vicenza. Stavolta si combatte sui monti di Recoaro, poi sull’Altopiano di Asiago, sul Monte Lemerle, nel pieno della Strafexpedition — l’offensiva austriaca che cerca di sfondare le linee italiane in Trentino.
Giugno 1916. Il 149° e il 150° Reggimento della Brigata Trapani sono costretti a retrocedere a Salcedo. Da lì, si spostano a Bressanvido per riorganizzarsi. Giulio, con loro, cambia ancora una volta posizione. Quando riparte per il fronte, lo fa in silenzio, come tante altre volte. Direzione: Monte Sabotino, alle spalle di Gorizia.
Poi accade qualcosa. Un buco nei documenti, una di quelle omissioni che la guerra lascia dietro di sé come scie di polvere. Giulio non è più con la Brigata Trapani. È passato al 270° Reggimento Fanteria, Brigata Aquila. Non sappiamo quando, né perché. Ma lo ritroviamo lì, nel giugno del 1917, di nuovo sull’Altopiano di Asiago, dove tutto sembra tornare — le montagne, il freddo, la tensione.
Nella notte tra il 6 e il 7 giugno, il 270° Fanteria raggiunge la prima linea in località Gaiga, vicino a Canove di Roana. È una zona difficile, montuosa, dove ogni spostamento è faticoso e il nemico può essere ovunque. Le pattuglie si muovono con cautela, ma sono azioni sterili, che non cambiano il corso del conflitto.
Tre giorni dopo, il 10 giugno 1917, Giulio Faggionato muore in combattimento. Colpito alla testa da schegge di granata, cade nella Val d’Assa, a pochi chilometri da dove era arrivato. Ha solo ventidue anni.
Nessuna medaglia. Nessun telegramma a effetto. Viene sepolto in uno dei tanti piccoli cimiteri di guerra, a pochi passi dalle trincee, là dove la terra non è più terra ma memoria confusa. Poi il silenzio. Il conflitto continua. Altri morti, altri nomi. Giulio è solo uno fra tanti. Ma la sua storia non finisce lì.
Quando la guerra finalmente si chiude, l’Italia avvia un lungo processo di ricostruzione, anche morale. I caduti vengono riesumati dai cimiteri improvvisati sparsi sul fronte. I più trovano sepoltura nei nuovi sacrari militari. Altri, come Giulio, tornano a casa.
Nel 1923, sei anni dopo la sua morte, la salma viene traslata da quel campo di battaglia lontano e riportata a Montebello Vicentino. È un gesto semplice, ma carico di significato. Quel ragazzo partito da scrivano e morto da soldato può finalmente riposare dove è nato.
Il 10 dicembre di quell’anno, il prevosto di Montebello, Antonio Zanellato, scrive nei registri parrocchiali:
L’Anno del Signore 1923, il 10 Dicembre, Faggionato Giulio figlio di Luigi e di Biasin Palma, di questa Parrocchia, celibe, soldato del 270° Fanteria, morto in Val d’Assa per ferite alla testa da schegge di granata il 10 Giugno 1917 all’età di 22 anni, fu trasportato e sepolto in Montebello.
Non c’è retorica, solo i fatti. Ma dentro quelle righe c’è una vita intera: un ragazzo che scriveva per il suo paese, che si è trovato in trincea, che ha camminato tra montagne e silenzi, che è morto senza clamore e che alla fine ha trovato la via del ritorno.
Oggi, il suo nome forse non dice molto. Ma raccontarlo serve a non dimenticare. Perché dietro ogni caduto, c’è sempre una storia. E quella di Giulio merita di essere ascoltata. UMBERTO RAVAGNANI – OTTORINO GIANESATO

FOTO: Giulio Faggionato (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
BIBLIOGRAFIA: O.GIANESATO, MONTEBELLO E I SUOI CADUTI NELLA GUERRA 1915-18, 2014.
M.RIGONI STERN, 1915-1918 LA GUERRA SUGLI ALTIPIANI, 2000.

Umberto Ravagnani

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L’INFERNO DEGLI ALPINI

 

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AL FRONTE SENZA RITORNO

 

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L’ULTIMA CARICA

 

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RODOLFO FREALDO

 

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BEATI GLI EREDI

 

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RISO AMARO

 

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GIUSTIN VALMARANA

 

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UN NATALE DI SPERANZA

 

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DIMENTICATO IN TERRA STRANIERA

 

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LA VILLA DEI MALASPINA

 

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LA SAGA DEI MALTRAVERSO

 

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INGENTE PASSAGGIO DI PROPRIETÀ

 

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ANTICHI MESTIERI A MONTEBELLO

 

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COGNOMI MOLTO LONGEVI

 

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DUE FAMIGLIE RAMPANTI

 

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GLI ANSELMI

 

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LA FAMIGLIA PERANA

 

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IL NOTAIO SPINARDO NARDI

 

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UN MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI

 

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LA FAMIGLIA MEJORIN

 

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LA FAMIGLIA MARENDOLI

 

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LA FAMIGLIA MIOLATO

 

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LA FAMIGLIA FERRO

 

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