IL SOGNO REALIZZATO

IL SOGNO REALIZZATO

[505] IL SOGNO REALIZZATO
Un testamento che racconta una vita

Nella storia di Montebello Vicentino ci sono persone che, pur senza ricoprire incarichi politici o lasciare opere spettacolari, hanno cambiato il destino della comunità con la costanza del loro lavoro quotidiano. Tra queste spicca Don Vittore Porra, sacerdote, educatore e convinto sostenitore dell’istruzione, ricordato ancora oggi come uno dei principali artefici della nascita della scuola elementare del paese.
Don Vittore nacque a Malo l’11 novembre 1813, quando il Veneto era ancora interessato dalle conseguenze dell’età napoleonica. Suo padre Giacomo era un fittavolo, cioè un agricoltore che lavorava terreni presi in affitto da un proprietario, mentre la madre era Anna Maria Rossi. Come avveniva allora, fu il padre a presentarsi il giorno successivo davanti all’Ufficiale dello Stato Civile per registrare ufficialmente la nascita del figlio. Fin da giovane maturò la vocazione religiosa ed entrò nel Seminario di Vicenza. Dopo gli anni di formazione, nel 1838 ricevette l’ordinazione sacerdotale. Il suo primo incarico fu nella parrocchia di San Giovanni Battista a Vallonara, una piccola comunità vicino a Marostica. Per quattordici anni condivise la vita della popolazione, celebrando le funzioni religiose, insegnando il catechismo e seguendo le famiglie in un periodo in cui il parroco rappresentava non solo una guida spirituale, ma anche un importante punto di riferimento sociale e culturale.
Nel 1852 fu nominato parroco di Santa Lucia di Lisiera, poco distante da Vicenza. Durante il suo ministero si dedicò anche al completamento di una parte della nuova chiesa parrocchiale. Tuttavia, nel maggio 1859, lasciò improvvisamente quell’incarico. Le cronache dell’epoca attribuirono la decisione a motivi di salute. Sono state avanzate anche altre ipotesi, ma la documentazione oggi disponibile non permette di confermarle. È quindi più corretto limitarsi ai fatti documentati. Pochi mesi più tardi, nel novembre dello stesso anno, Don Vittore fece il suo ingresso come prevosto della parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello Vicentino. Il titolo di prevosto indicava il sacerdote posto alla guida di una delle parrocchie più importanti del territorio. Aveva appena compiuto quarantasei anni e iniziava quella che sarebbe diventata la fase più significativa della sua vita.
La comunità di Lisiera volle salutarlo con un gesto di sincera riconoscenza. Gli dedicò un piccolo volume contenente una traduzione del “Cantico di Giuditta”, curata dal professor Bernardo Morsolin. Era un omaggio che esprimeva l’affetto dei parrocchiani per un sacerdote che aveva lasciato un ricordo positivo. La vocazione religiosa era presente anche nella sua famiglia. Uno zio paterno, don Giovanni Battista Porra, era sacerdote nella parrocchia di San Silvestro a Vicenza. Quando redasse il proprio testamento nel 1872, scelse proprio Don Vittore come curatore testamentario, cioè la persona incaricata di vigilare sull’esecuzione delle sue ultime volontà. È un particolare che testimonia il rapporto di fiducia esistente tra i due.
Se il suo ministero religioso fu certamente importante, è nel campo dell’istruzione che Don Vittore lasciò il segno più duraturo. Nell’Ottocento la scuola elementare italiana stava lentamente trasformandosi. Dopo l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861, l’alfabetizzazione divenne una delle grandi sfide del nuovo Stato. In molti paesi, però, le scuole erano ancora ospitate in edifici inadatti, poco salubri e insufficienti ad accogliere tutti i bambini. Anche Montebello viveva questa situazione. Don Vittore comprese che una comunità poteva crescere davvero solo investendo nell’educazione delle nuove generazioni. Per questo motivo non limitò il proprio impegno all’ambito religioso. Accettò anche l’incarico di Ispettore scolastico distrettuale, una figura che aveva il compito di verificare il funzionamento delle scuole, seguire il lavoro degli insegnanti e promuovere il miglioramento dell’istruzione elementare.
Fu un incarico impegnativo. Significava dialogare continuamente con amministratori comunali, autorità governative e responsabili ecclesiastici. Don Vittore non si scoraggiò davanti alle difficoltà burocratiche né alle inevitabili ristrettezze economiche. Per quasi dieci anni sostenne con determinazione la necessità di costruire una vera scuola, capace di offrire ai bambini un ambiente più dignitoso e funzionale. La sua insistenza contribuì a convincere le autorità della necessità dell’opera. Nell’ottobre 1866 concluse il mandato di Ispettore scolastico distrettuale. Due anni più tardi vide finalmente realizzarsi il progetto che aveva sostenuto con tanta convinzione: la nuova scuola elementare sorse a pochi passi dalla chiesa, nell’area dell’attuale piazzale Mario Cenzi. Ancora oggi Don Vittore viene ricordato come uno dei principali promotori di quell’edificio, simbolo della crescita culturale di Montebello.
Gli ultimi anni della sua vita furono più tranquilli, ma non meno intensi. Continuò a seguire la parrocchia, ad assistere i fedeli e a dedicarsi allo studio. I libri occupavano un posto importante nella sua vita. Per un sacerdote dell’Ottocento la biblioteca personale rappresentava uno strumento indispensabile di lavoro, aggiornamento e formazione.
Il 17 marzo 1875 affidò la stesura del suo testamento al notaio Domenico Agostini.
Il testamento inizia con una breve invocazione latina, «Deus in adjutorium meum intende», cioè “O Dio, vieni in mio aiuto”, una formula tradizionale della liturgia cristiana. Subito dopo spiegò perché aveva deciso di predisporre le proprie ultime volontà: «Considerata la instabilità della vita e trovandomi sano di mente e di corpo, intendo e voglio disporre con questo atto di mia ultima volontà.» Sono parole che mostrano serenità e lucidità. Don Vittore non stava necessariamente affrontando una malattia grave. Piuttosto, era consapevole che la vita poteva interrompersi in qualsiasi momento e riteneva prudente organizzare con ordine i propri beni.
Il sacerdote definì il suo patrimonio «la mia piccola facoltà», espressione che all’epoca indicava semplicemente l’insieme dei beni posseduti. Scelse come erede universale il fratello Gioachino, affidandogli però l’obbligo di rispettare tutti i lasciti previsti nel testamento. I primi destinatari furono i familiari. Alla sorella Caterina, rimasta vedova, destinò seicento lire, mentre ai figli della sorella Angela, già scomparsa, lasciò duecentocinquanta lire da dividere tra tutti. Erano somme che avrebbero rappresentato un concreto aiuto economico. Pensò poi alla propria dimensione spirituale, lasciando trecento lire a don Francesco Marchioro con l’incarico di celebrare cento Messe in suffragio della sua anima. Nell’Ottocento questa era una pratica molto diffusa: i fedeli chiedevano che, dopo la loro morte, venissero celebrate Messe come forma di preghiera.
Tra tutte le disposizioni testamentarie, una delle più significative riguarda senza dubbio la sua biblioteca. Scrisse infatti: «La mia libreria maggiore con tutti i miei libri sarà trasportata in una Sagrestia della Chiesa Prepositurale a servizio di tutti i Sacerdoti di questa Vicarìa.» La sagrestia è il locale della chiesa dove si custodiscono gli arredi sacri, mentre la vicarìa era il raggruppamento di più parrocchie. Don Vittore desiderava che i suoi libri continuassero a essere consultati dai sacerdoti, trasformando un patrimonio personale in un bene condiviso.
Questa scelta racconta molto del suo carattere. Per lui i libri non erano un oggetto da conservare gelosamente, ma uno strumento da mettere al servizio della formazione e della cultura. Colpisce anche un’altra breve disposizione: «Rimetto indistintamente tutti i miei crediti e prego i miei debitori di ricordarsi dell’anima mia.» Rinunciava cioè a riscuotere qualsiasi somma ancora dovuta, preferendo cancellare ogni debito. In cambio chiedeva soltanto un ricordo nella preghiera.
Non mancò un pensiero verso chi viveva nella povertà. Lasciò mille lire alla Congregazione di Carità dell’Istituto Elemosiniere di San Giovanni, l’ente che amministrava l’ospedale e organizzava l’assistenza ai bisognosi. Con grande semplicità aggiunse: «La mia condizione per ora non mi permette di più, volendo fare per i poveri quello che posso finché vivo.» In questa frase emerge tutta la sua umiltà. Non si presenta come un benefattore, ma come una persona che cerca di aiutare secondo le proprie possibilità. Il testamento rivela anche la riconoscenza verso chi gli era stato vicino. Chiese all’amico don Giovanni Palma di occuparsi gratuitamente dell’esecuzione delle sue volontà, autorizzandolo a scegliere un libro della sua biblioteca come ricordo. Manifestò inoltre il proprio affetto verso don Girolamo Dalla Barba e verso il cappellano che sarebbe stato presente al momento della sua morte, permettendo a ciascuno di conservare un oggetto della canonica. Perfino i domestici Francesco Faedo e Maddalena Guizzon furono ricordati con un lascito di cento lire ciascuno, se ancora al suo servizio.
Infine dispose che, dopo la sua morte, fossero celebrate le principali commemorazioni previste dalla tradizione cattolica: il Terzo, il Settimo, il Trigesimo e il Capo d’anno, celebrazioni religiose che si svolgevano rispettivamente tre giorni, sette giorni, trenta giorni e un anno dopo il decesso. Le ultime righe del documento sono forse le più toccanti. Scrisse: «Così disposta la mia facoltà prego tutti di raccomandarmi al Signore… Gesù, Giuseppe e Maria ricevete in pace l’anima mia.» È il saluto di un uomo che affida serenamente il proprio destino alla fede che aveva guidato tutta la sua esistenza. Don Vittore Porra morì il 13 aprile 1877 nella canonica di Montebello. Aveva dedicato quasi diciotto anni alla guida della parrocchia e lasciava una comunità diversa da quella che aveva trovato. La nuova scuola era ormai una realtà, molti giovani avevano avuto maggiori opportunità di istruzione e il suo esempio continuava a vivere nelle opere che aveva promosso.
La sua eredità, però, non si misura soltanto negli edifici o nei documenti conservati negli archivi. Si ritrova soprattutto nell’idea che attraversò tutta la sua vita: una comunità cresce quando la cultura, l’educazione e la solidarietà camminano insieme. È probabilmente questo il messaggio più attuale lasciato da Don Vittore Porra, un sacerdote che seppe guardare oltre il proprio tempo e comprendere che investire nella scuola significava investire nel futuro delle persone.
Umberto Ravagnani

BIBLIOGRAFIA: O. Gianesato, U. Ravagnani e M. E. Dalla Gassa, LA VECCHIA SCUOLA ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO, Amici di Montebello, 2018, Montebello Vicentino.
FOTO: La vecchia Scuola Elementare di Montebello Vicentino (particolare). Da una fotografia aerea del 1925 (archivio fotografico V. Crosara – Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
VEDI anche l’art. [282] VITTORE PORRA – Uno dei padri della scuola elementare di Montebello (21-04-2022).

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