5-12-19-26 Novembre 2025 LEZIONI SULLA SALUTE (2a serie)

TERZA LEZIONE: Come e Quando assumere correttamente i farmaci (Scarica la locandina)
IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Allora, partiamo con calma, come se fossimo seduti insieme a chiacchierare. Carlotta la conoscete già, quindi andiamo dritti al punto: capire come e quando prendere i farmaci in modo corretto. Sembra una cosa semplice, ma nella pratica si vedono spesso dubbi e piccoli errori che possono fare la differenza. E per capirci qualcosa in più ci torna utile anche un po’ di storia, perché il modo in cui oggi assumiamo una compressa non è nato da un giorno all’altro.
La parola “farmaco”, tanto per cominciare, arriva dal greco e significava sia rimedio sia veleno. Detta così fa quasi impressione, ma rispecchia bene le conoscenze dell’epoca. Le prime cure erano spesso tentativi alla cieca. Si usavano piante, minerali, miscugli strani, senza dosi precise. A volte funzionavano, a volte no. E quando non funzionavano, erano guai. Col passare dei secoli però si è iniziato a osservare meglio gli effetti delle sostanze. Nei monasteri medievali, per esempio, i monaci studiavano le proprietà delle erbe e catalogavano quello che oggi chiameremmo “principi attivi”. È lì che nasce l’idea di curare in modo più sistematico.
Oggi un farmaco è definito come una sostanza che, una volta nel corpo, modifica alcuni processi chimici. Non è un concetto astratto. Pensate a un antibiotico: entra in circolo, raggiunge i batteri responsabili dell’infezione e li elimina. In pratica cambia la situazione chimica del nostro organismo. E lo fa grazie a un principio attivo unito ad altre sostanze chiamate eccipienti. Gli eccipienti servono solo a dare forma al farmaco: rendono possibile una compressa che non si sbriciola, uno sciroppo che resta liquido, una capsula che si scioglie al momento giusto. Sono ingredienti come lattosio o amidi, di solito innocui.
Le forme di somministrazione oggi sono tante. La via orale è la più comune: compresse, capsule, sciroppi, bustine. Poi ci sono le iniezioni, che chiamiamo vie parenterali: intramuscolari, endovena o intra-articolari, come quelle all’acido ialuronico usate per le articolazioni doloranti. Esistono anche soluzioni più particolari come i cerotti antidolorifici, che rilasciano il principio attivo lentamente, oppure i colliri e le gocce per le orecchie.
Un punto centrale, e spesso sottovalutato, è quando assumere la medicina. A stomaco vuoto significa almeno venti minuti prima di mangiare, perché il farmaco deve arrivare al duodeno senza essere rallentato dal cibo. Dopo i pasti vuol dire una mezz’ora più tardi, non appena appoggiata la forchetta. E poi ci sono i farmaci da assumere con il cibo, soprattutto gli antinfiammatori come ibuprofene, diclofenac o aspirina. Queste molecole possono irritare la mucosa gastrica e provocare gastrite o ulcere. Mescolarle al pasto riduce il rischio.
Arriviamo a un altro tema che crea sempre un po’ di discussione: la differenza tra farmaci di marca ed equivalenti. Il farmaco equivalente ha lo stesso principio attivo, la stessa dose e la stessa efficacia del prodotto “di marca”. Costa meno perché non include le spese di ricerca, che vengono sostenute solo dalla prima azienda che lo ha sviluppato. Prima di essere venduto, l’equivalente deve essere approvato dal Ministero della Salute, che verifica che le differenze siano solo negli eccipienti. Qualcuno pensa che un costo più basso significhi qualità più bassa, ma non è così. L’efficacia è la stessa. E il risparmio è utile anche al Sistema Sanitario Nazionale, che può usare quelle risorse per altri servizi, come ridurre le liste d’attesa.
Può capitare che una persona sia allergica a un eccipiente. È raro, ma succede. In quei casi si sostituisce il farmaco con un altro equivalente che usa ingredienti diversi, non è un dramma.
Parliamo un attimo delle scadenze. Una compressa conservata bene non perde la sua efficacia il giorno dopo la data stampata sulla scatola. Alcuni studi mostrano che molte compresse restano attive anche mesi dopo. Diverso il discorso per colliri e gocce, che invece si degradano più rapidamente. Quelli conviene buttarli.
Un’abitudine diffusa, e pericolosa, è “aggiustarsi” la cura: dimezzare le dosi, saltare giorni, interrompere quando ci si sente meglio. Lo capisco, è umano, ma rischia di rendere la terapia inutile. È sempre meglio parlarne con il medico, anche per un dubbio che sembra da poco.
LA PSICOLOGA Carlotta Guardamagni: Quando si parla di farmaci, molti di noi si muovono un po’ a tentoni. Capita spesso di fidarsi del medico finché tutto fila liscio, poi basta un dubbio o un’esperienza storta e scatta l’idea di fare da sé. Carlotta, la psicologa di cui parlavamo, lo dice in modo molto diretto: se non mi piace chi mi cura, o se non mi trovo con il suo modo di lavorare, vado da un altro. E non ha tutti i torti, perché il rapporto con chi ti segue la salute deve avere una base di fiducia. Il punto, però, è che il medico studia cose che noi non studiamo e vede situazioni che noi non vediamo. Un po’ come l’idraulico che capisce perché un tubo perde anche se a occhio sembra tutto a posto.
Il problema più comune è che molti interrompono i farmaci prima del tempo. Funziona spesso così: il medico prescrive otto giorni, noi ne prendiamo cinque. Perché? Perché il dolore sparisce e ci sembra di star bene. Il cervello ragiona per ciò che percepisce, non per ciò che succede davvero dentro. Se non sento più male al gomito, penso che sia tutto risolto. In realtà la sparizione del dolore è solo la prima parte del processo. Gli antinfiammatori, ad esempio, lavorano in due tempi: nei primi giorni tolgono il dolore, nei successivi spengono l’infiammazione che lo provoca. Se li interrompiamo quando sentiamo miglioramento, lasciamo a metà l’opera.
Carlotta fa anche un paragone un po’ ironico che dice molto: se il Covid ci avesse fatto diventare blu a chiazze, lo avremmo riconosciuto subito e forse lo avremmo fermato più velocemente. Ma i sintomi erano ambigui, diversi da persona a persona. Di fronte a qualcosa che non si vede, l’essere umano tende a sottovalutare. È una questione di percezione, e questa percezione spesso ci frega.
Lo stesso vale per chi fa il percorso opposto e aspetta giorni prima di prendere qualcosa, convinto che “non è grave”. Risultato? Tempi di recupero più lunghi, spesso inutilmente. Il corpo ci manda segnali, e imparare ad ascoltarli è già una mezza cura.
C’è poi un fattore culturale che è cambiato molto dagli anni 70. Un tempo la parola del medico era legge. Oggi siamo più informati, leggiamo, confrontiamo. Il che è positivo, perché avere più strumenti ci permette di scegliere. Il rischio, però, è confondere la libertà con il fai da te. Avere informazioni non sempre significa saperle usare. Se devo rifare il bagno, posso anche scegliere la piastrella che mi piace, ma il progetto generale non posso improvvisarlo, altrimenti combino un pasticcio.
Il discorso di Carlotta sul “malanno noto” è interessante. Ci sono situazioni che conosciamo bene e sappiamo come gestire, come una tipica emicrania che reagisce sempre allo stesso farmaco. In quei casi ci sta il margine di autonomia. Ma quando il problema cambia, o cambia il nostro corpo come succede con la menopausa, quel metodo non vale più.
IL MEDICO Maria Grazia Maggio: Maria Grazia, che è medico, porta un altro punto importante: l’autonomia del paziente funziona quando è guidata. Con l’artrite reumatoide, una malattia che colpisce le articolazioni provocando fasi di dolore intenso, insegnava ai suoi pazienti a usare il cortisone in modo preciso. Una specie di “ricetta passo passo”, con i dosaggi e i giorni già stabiliti. Così i pazienti sapevano cosa fare senza ansia, e senza intasare l’ambulatorio per ogni ricaduta. E funzionava perché c’era una base solida di istruzioni chiare. Dove ci si impantana, spesso, è nei farmaci per il dolore. Molti li interrompono appena stanno meglio, senza rendersi conto che il vero problema, cioè l’infiammazione, è ancora lì. Il dolore è solo la punta dell’iceberg. Così l’infiammazione si riaccende, e si torna punto e a capo. Ecco perché i medici insistono: anche se il dolore è passato, portate a termine i giorni indicati.
In fondo la questione è questa: libertà sì, ma con criterio. Fidarsi di un medico non significa obbedire senza pensare, ma scegliere una guida competente quando serve davvero.
Umberto Ravagnani
Sintesi di quanto abbiamo avuto il piacere di ascoltare nella 3a lezione della seconda serie 2025 di “Lezioni sulla salute” di Maria Grazia Maggio e Carlotta Guardamagni.
( L. 199 )