UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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DALLE PAROLE ALLE ARMI

[74] I TRAGHETTATORI DEL GUA’
DALLE PAROLE ALLE ARMI

Gaspare figlio di “Gobo” de’ Valentini di Montebello fu denunciato dal Decano del suo paese. Venerdì 7 Maggio 1546 (?) il denunciato con altri sconosciuti e il fu Nadalino del fu Bernardino Fontana de’ Valentini nella contrà del Guà ossia Ponte, fecero società conducendo e aiutando i passanti a guadare il fiume.
In seguito a baruffa, dopo le parole vennero alle armi nei pressi della chiesa di san Zilio (Sant’Egidio). Gaspare armato di picca e Nadalino di forca si fronteggiarono. Il primo colpì il suo antagonista al petto uccidendolo e dandosi poi alla fuga. Gaspare fu bandito in perpetuo.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1131 dal 1546 al 1559)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (5)

[60] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (ultima parte)

LE PIENE E LE ROTTE FREQUENTI INSIDIANO I PONTI E LE STRADE

Le ridotte dimensioni degli alvei e la scarsa elevazione degli argini contenevano a malapena le impetuose piene causate delle intense piogge, minacciando, giorno dopo giorno, l’integrità dei ponti ed allagando le campagne circostanti. Le cronache dell’epoca riportano frequentemente questi eventi seguiti da lunghe minute di spese sostenute per le manutenzioni. A dimostrazione di quanto detto, pochi anni dopo la sua completa riedificazione, il ponte di Sant’Egidio fu oggetto di un pesante intervento costato migliaia di Lire eseguito sotto la direzione del suo presidente il Conte Francesco Sangiovanni.

9 Aprile 1588
Conto de’ la spesa fatta per il Magnifico Signor Francesco Sangiovanni nel far fare doi muri al ponte de’ La Guà nelle pertinenze di Montebello. L’uno in detto ponte verso la detta villa cavato dalli fondamenti e cascato dalla inondazione del detto torrente Guà, l’altro per l’ala di difesa del detto muro dalla stessa parte verso detta villa,contiguo al predetto muro in figura di triangolo, per difesa contro il detto torrente.

20 Dicembre 1605
Avendo come siamo, certificato il mese di ottobre passato, il torrente Guà rotto gli arzeri già fatti e laudati per la regulatione delle acque del Chiampo et oltre fatto due rotte con inondazione dei campi circonvicini et in particolare nelle Ville di Montebello, Brendola e Meledo …

18 Novembre 1613
Il Capitanio di Vicenza Pietro Giustinian così scriveva:
Essendo stata data piena informatione per l’interventi delli figlioli del fu Conte Girolamo Valmarana, l’evidente pericolo che son stati così li beni et possessioni de’ detti figlioli nelle pertinenze di Montebello in CONTRA’ DI SANT’EGIDIO, et altri interessati come la Strada Reggia, da esser per la piena di queste acque passate, tutti ingiarati e deguastati, per ritrovarsi gli arzeri del torrente della Guà in cattivissimo stato dalla parte verso Montebello e quella parte di arzere che è imbocco della strada comune poco discosta da detta “riva Bathoca(a sud della confluenza del torrente Poscola nel Guà – n.d.r.) che non solo una escrescentia di acque, come è stata questa passata, serìa stata à romperli tutti in detti lochi, con annegare tutta la campagna, la Strada Reggia, ma anco minor piena, non essendoli stati servati per la resistenza che hanno havuto d’acque delli suddetti arzeri, ma per la provvidenza di Dio che non han permesso che segua una rotta de’ sopra di SAN GIACOMO verso Montecchio, et un’altra di rimpetto de’ detti arzeri al Ponte verso Vicenza, et in tal maniera devastati, l’acqua delle suddette parti deboli per le dette rotte fatte e l’opera di persone che a caso lì sono abbattute sopra detti arzeri, miracolosamente sono stati salvati, onde per l’occasione à qualche altro infortunio occorrerà, volendo noi, che in conformità delli mandati nostri e del pre(de)cessore nostro, sìì ad ogni modo per li confinanti con detti arzeri, o chi si aspetta, accomodati.
Pertanto commettemo (ordiniamo) a tutti gli infrascritti che subito e immediate debbino far accomodare detti arzeri et in particolare in dette parte così pericolose, dovendo il Comune et Uomini di Montebello far una pontara nella strada che va a passare nella strada sopra l’arzere suddetto, per fortificare a sicurezza di quello, altrimenti si manderà un perito per far l’operatione suddetta a tutte loro spese che andasse assicurar, per le pene de’ suddetti mandati, quali istantaneamente mandino imposte.
Et contra ogn’uno di essi ad eseguire con rigorose pene per tutte le spese del perito, sarà giudicato doversi fare, per l’effetto suddetto, cosa alcuna, non ostante in contrario intendendosi levata ogni sospensione concessa per noi, per li mandati suddetti. Ma se alcuno si sentisse aggravato accomodarli prime li arzeri suddetti nel modo suddetto, essendo negotio che non patisse dilatione, compar davanti a noi per dedur il suo gravame che daremo per administrare giustitia … 

Come si può intuire, bastò l’interessamento dei nobili Valmarana, i cui beni erano per altro fortemente minacciati, per smuovere dall’immobilismo i Deputati “Ad Utilia (alle cose utili) – n.d.r.) e costringerli ad interessarsi dei gravi problemi creati dal torrente Guà.
Ecco perché, il 30 gennaio 1614, il perito Girolamo Roccatagliata eseguì una visita ai luoghi interessati ai lavori di ripristino, il che evidenziava però che tutte le raccomandazioni e minacce fatte al Comune di Montebello non erano servite a produrre il benché minimo intervento sugli argini. E questa situazione di stallo si protrasse per qualche anno prima di vedere qualche iniziativa diretta a risolvere la precaria situazione in atto.

PEGGIORANO ULTERIORMENTE LE CONDIZIONI DEL PONTE DI SANT’EGIDIO

Che la situazione statica del ponte si fosse aggravata lo si capisce dalla lettera che il Capitanio di Vicenza Giacomo Nani scrisse alla Dominante (Venezia) il 5 Aprile 1617:

Il ponte di Montebello, situato sulla strada maestra che va a Verona, è formato da tre archi e sostenuto da due gran pilastri quali riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente, il quale precipitando da monte torbido e giaroso e urtando essi pilastri, vi lascia della materia che porta seco et ha in (tal) maniera alzato il suo letto con giara e cogoli che in brevissimo tempo resteranno otturati gli archi predetti. Sì che non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma rigurgitando impetuoso, farà con l’inondazione nuove rotte e lacrimabil rovine.
La Strada Reggia e l’altre avea subito devastate, li campi di quel contorno tutti inondati, et unendosi con il Chiampo, torrente ancor lui rapidissimo, ambedue conducendo seco gran materia di terra et giara, entrando per necessità nell’Adese, l’alveo del quale essendo incapace, cagioneranno rotte nel medesimo Adese, rovineranno la navigatione di quel fiume apporteranno grandissimo danno alla fortezza di Legnago, et infine il Polesine et altri luochi resteranno inondati. Ne è dubbio alcuno che tutti questi gran mali non siino per succedere facilmente quando non venghino presto con il remedio reputato unico e singolare.

In prima: reducendo il ponte predetto di Montebello in un solo arco acciò il torrente senza impedimento delli pilastri possa continuar il suo corso, 

per seconda: drizzar e allargar gli alvei de’ detti due torrenti (e)levando gli arzeri fuori regola 

per terza: levar l’alveo di certe acque chiamato l’Acquetta che si fa per una rotta del torrente Chiampo. 

In queste opere tanto necessarie non doverà restar interessata la Serenità Vostra di spesa alcuna potendosi cavar il denaro per riformar il ponte da un giusto CAMPODEGO da esser fatto sopra li beni de’ confinanti e dell’inferiori, estendendosi anco nel Veronese, poiché tutti questi saranno per sentire grandissimo beneficio …  

Ma nonostante che la richiesta del Capitanio Giacomo Nani fosse inequivocabilmente improrogabile e drammatica, la situazione del ponte rimase priva di attenzioni, cioè nella stessa in cui si trovava dopo il grande intervento di manutenzione apportato nel 1588. Era impossibile che in un lasso di tempo di 30 anni il manufatto restasse completamente integro senza bisogno di cure radicali. E, cosa ancor più grave, questa criticità perdurò fino al 1629. Infatti nel frattempo (1627), l’incontrollabile ed enorme accumulo di ghiaia e detriti legnosi formò una insormontabile barriera tra i pilastri e le rive. Per scongiurare il pericolo che il nascere di una diga naturale producesse un lago artificiale, e che l’ improvviso cedimento della stessa provocasse una immane ondata deleteria per i paesi a valle, ed in particolare Sarego e Lonigo, il Senato Veneziano inviò sul posto per porvi rimedio i periti Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro. I tre esperti individuarono come migliore soluzione ridurre lo spessore dei piloni del ponte da 8 a 6 Piedi colmando l’ulteriore vuoto che si sarebbe venuto a creare tra pilastro e pilastro con nuovi tavoloni di larice, da cui il nome di Ponte Asse.

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Hercole Peretti nel 1629 (a cura di Ottorino Gianesato).

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