GAETANO DALLA PRIA

[231] GAETANO DALLA PRIA – Un atleta formidabile


Oggi vogliamo parlare di uno splendido atleta montebellano, poco ricordato nonostante i suoi notevoli successi in campo sportivo e non solo. Questo il suo curriculum:

come campione nel lancio del disco:
– Partecipazione ai Campionati Europei di Belgrado 1962;
– Medaglia d’Oro alle Universiadi di Porto Alegre (Brasile) 1963;
– Medaglia d’Argento ai Giochi del Mediterraneo – Napoli 1963;
– Finalista alle Universiadi di Budapest 1965;
– Finalista alle Universiadi di Tokio 1967;
– Due volte Campione Italiano Assoluto e quattro volte medaglia d’argento;
– Ha indossato 11 volte la maglia azzurra con la nazionale assoluta;
– Partecipazione a varie altre rappresentative e meeting con vittorie e buoni piazzamenti.

Come Tecnico:
Tecnico in vari club; Tecnico Regionale in Lombardia; Tecnico della nazionale giovanile della FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera).

Come Dirigente:
Consigliere Nazionale FIDAL (componente di Giunta) 1989–94; Vicepresidente Nazionale FIDAL 1995–2000; Responsabile della specialità Corsa in Montagna (l’Italia è leader mondiale) 2001–2004; Attualmente segue l’atletica senza incarichi specifici.

Gaetano Dalla Pria, nato a Montebello Vicentino il 24/01/1940, attualmente vive a San Pietro in Cariano, un Comune in Valpolicella in provincia di Verona. Laureato in scienze agrarie presso l’Università di Padova è stato docente negli Istituti Scolastici Superiori fino al 1989.
Qualche tempo fa, dopo avergli richiesto sue informazioni, mi ha passato questa lunga intervista rilasciata nel 2012. La sua carriera sportiva nasce verso la fine degli anni 50 e tutto comincia da una… ‘finestra rotta’. Ecco il suo racconto:
« Ero in terza superiore, facevamo ginnastica in un capannone all’ex campo Fiera, in via del Pontiere [a Verona], stavamo preparando i Giochi studenteschi, ma il professor Gherardo Cametti, uomo tutto d’un pezzo, severo, ma col quale si lavorava bene, non mi aveva considerato. Per il lancio del disco aveva individuato un certo Soldo. Un pomeriggio, mi prendo una brutta slogatura, il profe mi dice: “vai a casa”, io esco, arrabbiato, vedo Soldo che sta lanciando il disco, mi fermo, metto giù la sacca, prendo il disco e comincio a lanciarlo: quello è salito su, su, sino a battere contro i finestroni, a romperli e cadere dentro la palestra dove c’erano i miei compagni. Cametti esce infuriato, “chi è stato?” Ti avevo detto di andar via, urla e io avrei voluto sprofondare, sparire, pensavo che sarei stato sospeso, a come dirlo a mio padre e che avrei dovuto pagare i danni, tanto che le poche lire che mio padre mi dava per le merende non le ho utilizzate per mesi, pensando di dover pagare ». Non successe nulla, ma Cametti decide di fargli provare il disco « e io comincio a lanciare, da fermo, e arrivo terzo agli Studenteschi con 32 metri. Mi dicono, “ma non sai lanciare? Non sei capace di ballare? Basta fare un giro di valzer.” » Gaetano Dalla Pria impara velocemente. Viene segnalato ai tecnici federali e partecipa ai primi raduni. « Non ero, però – ricorda – abituato ad allenarmi, tanto che arrivai ultimo alla garetta conclusiva del raduno. Ma il professor Marchi disse: se qui c’è qualcuno che può fare qualcosa, è quello là. Cioè, io ». Ed in breve gli attaccano l’etichetta di “erede di Adolfo Consolini1. « È vero – riferisce Dalla Pria – nel senso che io ho fatto le mie prime gare in concomitanza con le ultime di Adolfo. L’ho conosciuto al “De Gasperi”, manifestazione che si svolgeva al campo Coni di Basso Acquar [a Verona]. C’era il professor Bovi che aveva allenato anche Consolini e mi era molto affezionato perché rispondevo bene. Ricordo la grande entrata di Consolini al campo scuola e i suoi lanci oltre i 50 metri, mentre io mi fermavo a 42–43. Poi sono andato a Milano e ho frequentato Adolfo. È nata una bella amicizia. Lui aveva un record di 56.98 ed io alla “Pasqua dell’atleta” nel 1963, ho fatto la mia miglior gara di sempre, lanciando il disco a 56.31: per un pelo non feci il record italiano. Affrettavo molto il giro. Oberweger, che passava di lì, mi disse di non aver fretta. Misi subito in pratica il consiglio, ma il disco mi scappò un po’ di mano e niente record ». Dalla Pria ammette: « Mi mancano due cose. Per essere campioni, ci vogliono la dote naturale perché l’asino non diventa purosangue, grande volontà, tanta passione e un pizzico di fortuna. A me, mancano il record italiano e la partecipazione olimpica: a Tokyo 1964 dovevo andare, avevo vinto l’Universiade, ma un problema alla schiena me lo ha impedito. Condizionerà un po’ il finale di carriera, ma non posso lamentarmi di quanto ho fatto ». Il ricordo di Consolini è vivo. « Era – dice Gaetano – una gran brava persona, scrupoloso nelle sue cose. Faceva il capo magazziniere alla Pirelli, ma secondo me non era il suo posto. Prima era rappresentante, sempre in Pirelli, e si presentava ai clienti con grande umiltà e, magari, nemmeno veniva riconosciuto perché lui non diceva chi era. Poi, quel male al fegato ce lo ha portato via troppo presto. Aveva un bel fisico, ottime gambe, tanto che faceva 1.60–1.70 nel salto in alto. Tecnicamente, invece, era più forte Tosi. Adolfo lanciava 52 metri da fermo, almeno sette–otto metri avrebbe dovuto guadagnarli col giro: così, però, sbagliava poche gare. Secondo me, comunque, con tutto il grande rispetto per Sara Simeoni, l’”atleta del secolo” è Consolini, tenendo conto che ha perso, per la guerra, due edizioni dei Giochi olimpici, che avrebbe sicuramente vinto. Anche a Melbourne, nel 1956, dove aveva vinto Oerter, il più forte in assoluto, con 56.36 metri, aveva fatto 57 metri in allenamento, ma poi si era bruciato il callo dell’indice e non riusciva a tenere bene in mano il disco ». L’eredità di Consolini non pesa a Dalla Pria « perché ero io ad emergere, più di altri, in quel periodo. L’atletica, allora non aveva ancora scoperto i pesi. Io, Lievore e Meconi fummo tra i primi ad utilizzarli. Alla Pro Patria, Pigaiani, il miglior pesista di allora, mi aveva insegnato come alzarli. Ai pesi, aggiungevo 30 minuti di corsa lungo il Chiampo e poi 30 minuti a rompere legna perché i finlandesi facevano così: mio padre era contentissimo.» Chiusa l’attività agonistica, Dalla Pria rimane nell’atletica come tecnico. « Franco Sar – conferma – mi chiama alla Snia Milano come tecnico dei lanci. Frequento dei corsi, comincio a capire la funzione dell’allenamento, elaboro due fascicoli sulla tecnica che sono diffusi e apprezzati, porto in Nazionale alcuni atleti, allevo collaboratori poi diventati tecnici nazionali, trasmetto quanto ho imparato dal punto di vista didattico e dell’esperienza sul campo ». A Verona, Dalla Pria accoglie l’invito dell’Acsi Veronetta e porta alcune atlete al titolo. Poi è coinvolto dalla Federazione. E comincia la fase di Dalla Pria dirigente. « C’è il fenomeno del doping – spiega Gaetano – Già quando gareggiavo si cominciava sentire di anabolizzanti. Dovevo faticare molto per prevalere e spesso ci riuscivo. Il doping stava dilagando e con degli amici abbiamo dato vita all’Associazione dei Tecnici di atletica leggera, di cui sono stato anche presidente. Questo movimento ha influenzato tutto l’ambiente, contribuendo in maniera determinante a cambiare, nel 1989, la dirigenza federale, iniziando un nuovo corso di rinnovamento e di lotta al doping ». (Da un’intervista del 2012 di Renzo Puliero)

Dopo il matrimonio Gaetano si trasferisce a Milano, in Viale Monza e gareggia con la Pro Patria San Pellegrino. Un importuno mal di schiena pone fine alla sua carriera agonistica. Nel 1984 si trasferisce con la famiglia nei pressi di San Pietro in Cariano, nel veronese. Oggi segue l’atletica senza incarichi specifici, è ancora un uomo tutto d’un pezzo, alto 1 metro e 92 con un peso di 90 chili: « Sufficienti, per proseguire in una vita dove ho cercato di camminare diritto ».
Debbo doverosamente ringraziare anche Angelina Dalla Pria che, con il suo racconto, mi ha aiutato a conoscere meglio il fratello Gaetano e ha contribuito alla realizzazione di questo articolo di Aureos.

Note:
(1) Adolfo Consolini, detto “Dolfo”, nato nel 1917, iniziò a lavorare subito dopo le scuole elementari, per dare una mano nei campi di proprietà della famiglia. A diciannove anni iniziò a praticare atletica, e l’anno dopo esordì in una gara di lancio del peso. Negli anni cinquanta si trasferì a Milano, gareggiando con la Pro Patria e poi col Gruppo Sportivo Pirelli che lo assunse dando vita ad una delle prime forme di sponsorizzazione di un atleta. Nel 1937, Consolini vinse il titolo nazionale giovanile mentre l’anno successivo partecipò agli europei di Parigi arrivando quinto. Nel 1939 vinse il suo primo titolo italiano assoluto. Ne vinse ben 15 nella sua lunga carriera, l’ultimo nel 1960. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948, d’argento alle Olimpiadi di Helsinki 1952, partecipazione alle Olimpiadi di Melbourne 1956 e a quelle di Roma 1960 dove pronunciò il giuramento degli atleti partecipanti.

Foto: Gaetano Dalla Pria mentre esegue uno dei suoi lanci straordinari ad un meeting di Biella nel 1963 (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL PROF. GIOVANNI ZIN

[214] IL PROF. GIOVANNI ZIN (1913-1969) – Un vero genio della matematica


Poco si conosceva della vita di questo insigne professore universitario, montebellano, al quale il nostro paese ha dedicato una Via. Nelle memorie storiche di Montebello Vicentino troviamo solo qualche cenno su questo vero ‘genio’ della matematica. Fortunatamente l’Accademia delle Scienze di Torino, della quale Giovanni Zin era socio, mi ha aiutato a fare un po’ di chiarezza e per questo debbo ringraziare la gentilissima Elena Borgi, responsabile della Biblioteca e dell’Archivio storico della stessa Accademia.
È grazie a lei se posso proporvi ora questo estratto dal discorso commemorativo del Socio nazionale residente Cataldo Agostinelli letto nell’adunanza del 22 Aprile 1970, qualche mese dopo la morte prematura di Giovanni Zin. Questo importante documento ci permette finalmente di colmare una grande lacuna sulla sua breve ma intensa vita.

Un giorno, meditando sulle leggi naturali della vita, pensavo che al termine della mia vita terrena la persona che per affinità di studi avrebbe potuto commemorarmi in questa sede accademica, poteva essere l’illustre consocio Prof. Giovanni Zin, molto più giovane di me. La sorte ha voluto invece che fossi proprio io a rievocare la figura di uomo e ad illustrare brevemente l’opera scientifica di Giovanni Zin, stroncato da male inesorabile all’età di 56 anni, e quindi in piena maturità, il 23 agosto dello scorso anno, nella solitudine dell’Ospedale San Giovanni di Torino.
Giovanni Zin era nato a Montebello Vicentino il 23 febbraio 1913 da famiglia agiata. Ivi aveva frequentato le scuole elementari, poi le scuole medie a Lonigo e il Liceo scientifico a Verona. Dotato di ingegno vivacissimo e promettente fu quindi avviato a quegli studi universitari verso i quali per naturale inclinazione si sentiva maggiormente portato. Si iscrisse allora all’Università di Pisa al corso di Matematica e Fisica nell’anno 1932, laureandosi brillantemente nel 1935, mentre era allievo di quella Scuola Normale Superiore, famosa per le sue antiche e gloriose tradizioni nel campo delle Scienze matematiche, ove hanno insegnato scienziati di fama mondiale come Ulisse Dini, Luigi Bianchi, Enrico Betti, per dire solo dei sommi e di dove sono usciti allievi come Vito Volterra, Carlo Somigliana, Guido Fubini e tanti altri che hanno onorato in sommo grado la Matematica italiana.
In quegli anni quella sede era ancora fiorente e vi insegnavano il nostro indimenticabile Guido Ascoli e il grande Leonida Tonelli. Questi due insigni maestri esercitarono indubbiamente una notevole influenza nello sviluppo del gusto per il rigore dimostrativo che nello Zin era innato, e che si manifesta in tutta la Sua produzione scientifica. Il giovane Zin, di intelletto acuto e volitivo, era sin da allora conscio delle Sue possibilità e del Suo valore potenziale. Invero nel Suo «Ricordo del Prof. Guido Ascoli», scritto per i «Rendiconti del Seminario Matematico di Torino», in occasione della morte, Egli afferma che dopo aver dato con Ascoli il primo esame di Analisi ebbe la coscienza di possedere un’attitudine per le discipline scelte e di possedere inoltre una personalità formata.
Dopo la laurea la Sua carriera è stata brillantissima. Successivamente dal 1° dicembre 1938 fu assunto quale ricercatore dall’Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris, nel reparto Comunicazioni, sezione Telefonia; dal 1° agosto 1941 venne incaricato di dirigere questa sezione; infine dal 1° novembre 1950 al 31 ottobre 1954 fu ricercatore consulente. In questo grande Istituto, che allora era retto da Gian Carlo Vallauri, Giovanni Zin ebbe modo di esercitare le Sue spiccate attitudini alla ricerca, utilizzando la Sua piena conoscenza dell’Analisi, acquisita negli studi universitari, e ad affinare il Suo gusto e la Sua sensibilità verso le questioni fisico-matematiche. Questa attività, che Gli permise di approfondire e perfezionare la Sua cultura nel campo dell’Elettromagnetismo, nel quale in breve divenne una riconosciuta autorità, fu determinante per la Sua carriera scientifica, orientata oramai verso le questioni più attraenti e più difficili di quel ramo della Scienza che domina le più elevate speculazioni e pervade tutta la civiltà moderna.
Dopo qualche anno di permanenza nell’Istituto Elettrotecnico Galileo Ferraris, Giovanni Zin, che già si era affermato solidamente in materia di elettricità, conseguiva la libera docenza in Comunicazioni elettriche e vinceva il premio triennale Bianchi dell’Associazione Elettrotecnica Italiana.
Dotato di spirito altamente patriottico, ostile al regime di oppressione che allora dominava in Italia e ribelle ad ogni forma di sopruso e di sopraffazione, durante l’ultima guerra mondiale non restò indifferente di fronte alla lotta di liberazione che clandestinamente andava organizzandosi e diffondendosi in tutta Italia. Aderendo attivamente a questo movimento fece parte dell’organizzazione Franchi e per incarico del C.L.N. ebbe cura dell’organizzazione della difesa degli impianti industriali del Piemonte. Corse anche il rischio della deportazione nazista alla quale miracolosamente sfuggì con la fuga, saltando dalla tradotta che lo portava, coi Suoi compagni di sventura, verso i campi di concentramento e di sterminio.
In quel periodo, cosi doloroso per la storia del nostro paese, per la considerazione in cui Giovanni Zin era tenuto, e il prestigio che godeva come cultore delle Scienze dell’elettricità, sebbene ancora molto giovane, fu nominato presidente della Federazione nazionale aziende elettriche municipalizzate, e successivamente presidente dell’Azienda elettrica municipale di Torino.
La sua attività didattica si iniziò con un corso di Teoria dei circuiti elettrici presso l’Istituto Elettrotecnico Galileo Ferraris e presso la nostra Università con un incarico di Misure elettriche, conferitogli negli anni accademici 1943-44 e 1944-45. Negli anni successivi dal 1945-46, al 1953-54, fu incaricato del corso ufficiale di Meccanica statistica, che tenne con grande competenza e con piena soddisfazione degli allievi e della Facoltà di Scienze che Glielo aveva conferito.
Nel 1953 prendeva parte al concorso per la cattedra di Fisica matematica bandito dall’Università di Cagliari. Compreso nella terna dei vincitori, in seguito a chiamata unanime della Facoltà di Scienze della nostra Università, veniva nominato, a decorrere dal 1° febbraio 1954, professore straordinario di Meccanica statistica. Promosso ordinario nell’anno 1956-57, tenne ininterrottamente questo insegnamento, insieme ad un incarico, prima di Onde elettromagnetiche (dall’anno accad. 1955-56, all’anno accad. 1960-61), e poi di Fisica matematica e Calcoli di probabilità e statistica (nell’anno accad. 1961-1962). Infine, a decorrere dal 16 novembre 1962, fu trasferito alla cattedra di Fisica matematica, verso la quale si sentiva maggiormente portato e che da tempo meritatamente ambiva di occupare. Da allora, fino al termine della Sua vita, ha tenuto inoltre per incarico l’insegnamento di Onde elettromagnetiche (dall’anno accad. 1962-63, all’anno accad. 1964-65), e poi quello di Istituzioni di Fisica matematica (dall’anno accad. 1965-66 in poi).
Giovanni Zin, di carattere fortemente impulsivo, nelle adunanze di Facoltà, durante le discussioni, a volte, sia pure con ragione, insorgeva impetuosamente per combattere le idee di qualche collega e difendere i Suoi punti di vista. Ma più spesso, quando il Suo animo era sereno, apportava, con ragionamento logico ed equilibrato, e con dialettica persuasiva, contributi preziosi per la risoluzione delle questioni che venivano dibattute.
Egli fu eletto socio corrispondente di questa Accademia il 16 marzo 1960, e Socio nazionale residente il 23 marzo 1966. Ultimamente fece parte anche del Consiglio di Presidenza. Alle nostre adunanze partecipò quasi sempre molto attivamente e apportò contributi notevoli Suoi e dei Suoi collaboratori.” (Archivio storico dell’Accademia delle Scienze di Torino).

Amelio Maggio e Luigi Mistrorigo nel loro libro “Montebello Novecento” hanno scritto di lui: “Tra l’estate e l’autunno, il prof. Zin era solito passare lunghi periodi a Montebello, ove continuava a vivere con la famiglia, adorato dalla madre. In quelle occasioni, il grande matematico faceva mostra, nei comportamenti esterni, di una grande semplicità e bontà. Alto, scarno, dall’andatura distinta, sapeva però essere alla portata di mano con tutti“.

Emanuele Agnolin nel libro “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San Giovanni Battista” riferisce che “Con testamento pubblicato in Torino il 2 Settembre 1969, il Professor Giovanni Zin, Montebellano, docente universitario, dispose il lascito a favore dell’Ospedale Civile di Montebello Vic., che già era divenuto Casa di Riposo, di circa 7 campi vicentini (Montebello, ora Viale Verona). Tale lascito fu accettato dall’Amministrazione dell’Ente con deliberazione n. 18 del 26 Novembre 1969 che riporta testualmente – considerato che l’atto altamente munifico dell’illustre concittadino sia tale da destare la più profonda ammirazione -“.

Umberto Ravagnani

Foto: Il Prof. Giovanni Zin (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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UNA DONNA CONTESA

[184] L’ALBERGO, IL MERCATO E UNA DONNA CONTESA

I rogiti cinquecenteschi del notaio Nicolò Roncà non sono solo semplici e freddi documenti, ma spesso costituiscono una finestra aperta sulla vita e le vicende della comunità montebellana.
Nel 1559, tale Silvestro Bettega detto “Tamagno del fu Stefano, era il gestore dell’albergo di Montebello. Proveniente da Fossacan di Lonigo, non si poteva certo lamentare degli introiti garantiti dalla numerosa clientela del suo albergo.
Dei cospicui ulteriori guadagni possibili se ne accorse anche Antonio del fu Francesco detto Fetta” de’ Miolati, che considerando la grande mole di persone che transitavano per Montebello, di molto superiore alla capacità ricettiva dell’albergo, pensò di aprire un nuovo esercizio nella sua casa. Per realizzare la sua idea doveva però chiedere il permesso, a pagamento, al gestore del citato albergo locale.
Silvestro Bettega accettò la proposta per la cifra di Lire 12 mensili con inizio del contratto dal giorno 15 febbraio 1559 e validità fino alla fine di dicembre dello stesso anno. Impose però delle limitazioni: Antonio non avrebbe potuto dare né alloggio né cibo ai forestieri transitanti da Verona a Vicenza e viceversa. E non ultimo avrebbe potuto esercitare l’attività di albergatore solo con quei viandanti provenienti dai paesi limitrofi che sarebbero stati presenti a Montebello per il mercato con l’obbligo di vendere il vino allo stesso prezzo praticato dal suo albergo.
Questo documento del 1559 conferma che a Montebello si teneva il mercato più di cento anni prima di quello ufficialmente istituito con il permesso della “Serenissima Repubblica”, e reso possibile con l’allargamento della piazza praticato nella seconda metà del ‘600.
Si sa che tre anni più tardi Silvestro Bettega era ancora in affari a Montebello. Infatti nel 1562 Silvestro era presente alla lettura della sentenza arbitraria emessa dai giudici Domenico Nievo, Fabio Sangiovanni e Francesco Sala al termine di una vicenda dai contorni non proprio chiari.
Tutto fa supporre che, causa del contendere tra Domenico Galiotto e Stefano figlio Silvestro Bettega detto “Tamagno”, sia stata Bartolomea figlia di detto Domenico e moglie di Francesco di Gasparo Nardi.
Il Notaio Roncà dice che la lite riguarda certe differenze. Nel linguaggio notarile di quel tempole differenzealtro non sono che i danni materiali e morali che devono essere ripianati dalle parti colpevoli.

Poiché i giudici sentenziarono che Bartolomea avrebbe dovuto vivere con il marito Francesco e che i contendenti avrebbero dovuto riporre le armi, tutto fa credere che ci troviamo davanti ad una mancata promessa di matrimonio o ad un tradimento (il 1562 e 1563 sono gli ultimi anni del Concilio di Trento in cui si dettano nuove regole per il matrimonio). Si ipotizza pertanto che Bartolomea fosse stata ambita da due diversi pretendenti o che forse avesse lasciato Stefano Bettega. L’unione della citata donna con Domenico Nardi aveva scatenato l’ira del pretendente rifiutato (Stefano) che non si rassegnava al voltafaccia e minacciava l’uso delle armi.
I giudici ordinarono a Domenico Galiotto (detto Pelizon ?) di pagare al Bettega 100 Ducati entro il mese di aprile di quell’anno ed altri 40 Ducati a Gasparo Nardi, padre di Francesco, per le spese giudiziarie sostenute. Condannarono poi Gasparo Nardi e Silvestro Bettega a pagare gli arbitri convenuti come segue: 3 capretti – 3 pezze di formaggio di pecora da libbre 6 l’una – 3 mazzi di asparagi “domestici” nel termine di tre giorni. Condannarono Gaspare, Silvestro, Stefano e Domenico a pagare il presente notaio con 2 Scudi d’oro, 2 paia di capponi nonché 12 Grossi (48 Lire) per l’onorario dell’Ufficiale.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una cartolina postale di Montebello Vicentino dei primi anni del ‘900. A sinistra il famoso albergo Due Ruote che si dice abbia ospitato anche Gabriele D’Annunzio con Eleonora Duse nei loro incontri amorosi. Da notare il bellissimo balcone con il parapetto in ferro battuto ancora oggi visibile (APUR – Umberto Ravagnani).
Umberto Ravagnani

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LA MAESTRA CRISTINA CHINAGLIA

[164] LA MAESTRA CRISTINA CHINAGLIA BOSCARDIN

La Maestra Cristina Chinaglia Boscardin ha insegnato a Selva, Agugliana e Montebello dal 1950 al 1972, quando è andata in pensione. Molti suoi ex alunni la ricordano per la sua pazienza e tenacia encomiabili.
Durante la preparazione del libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO ci ha concesso questo suo ricordo:

« … Per quale motivo ho deciso di diventare maestra? Non lo so neanche io. Mi hanno avviato per quella strada lì. Non è stata una decisione proprio mia. E’ stata una decisione dei miei genitori. Era la strada più semplice anche se mi fossi sposata. Avevo una zia maestra, l’unica figlia che mio nonno materno aveva fatto studiare. Mio nonno diceva che solo i maschi dovevano studiare, le femmine dovevano essere solo brave donne di casa. Ha mandato mia mamma e le sue sorelle a imparare taglio e cucito da una famosa sarta di Bologna. In quegli anni c’era tutta un’altra mentalità. Mia mamma non aveva frequentato scuole superiori però sapeva alcuni brani dei Promessi Sposi a memoria. Sapeva tante cose per-ché le piaceva leggere. Leggeva i libri dei suoi fratelli. Sapeva suonare benissimo il pianoforte. Tanti chiedevano se mia mamma era maestra anche perché  parlava solo in italiano.
Tra i miei genitori era mio papà quello che più ci teneva che continuassi gli studi e avessi un diploma così da essere un giorno indipendente economicamente. Diceva a mia mamma: “Vediamo se riesce se no farà qualcos’altro”. E’ stato un bel sacrificio per i miei genitori fare studiare i figli, eravamo in tre fratelli in collegio, c’erano tre rette da pagare.
Ho tanti ricordi del collegio. Mi ricordo che ho incontrato suor Bakita, la suora moretta che è stata canonizzata. L’ho incontrata perché era una canossiana e io ho frequentato il collegio delle Canossiane a Verona. Nel ’50 sono ritornata a vivere a Montebello, avevo venti anni. Ero già maestra.

Ho cominciato ad insegnare subito, appena diplomata, il primo anno ho ricevuto l’incarico come provvisoria perché ero orfana di guerra. Mi hanno assegnato il posto a Pugnello di Arzignano, ogni giorno facevo avanti e indietro, la strada la facevo per il primo tratto in bicicletta e per l’ultimo a piedi. Ho fatto la pendolare per tre mesi ma con l’inverno dovevo fermarmi là. Avevo già combinato una stanza in un’osteria. La fortuna ha voluto che ad una riunione a Lonigo ho conosciuto una maestra che insegnava a Agugliana ma che avrebbe preferito per motivi personali ottenere il trasferimento. Ho preso la palla al balzo e le ho chiesto se voleva fare il cambio con me. Io sarei andata ad Agugliana e lei a Pugnello. Ha accettato. Siamo andate dal provveditore e abbiamo fatto lo scambio. A Pugnello avevo due classi con cinquantadue alunni, ad Agugliana ne ho trovati ventiquattro, sempre due classi, ma solo ventiquattro. Sono sempre rimasta ad Agugliana, anche dopo che ho vinto il concorso. Era posto vacante e sono rimasta lì.
Sei anni in tutto ad Agugliana, dopo sono venuta a Selva e infine a Montebello. Ad Agugliana sono sempre stata nella “scoletta” piccola vicino alla chiesa. Quando c’erano tutti i miei alunni, ne ho avuti anche ventisette, dovevo stare in piedi perché c’erano solo ventisei posti ed ad uno dei miei scolari dovevo cedere la cattedra. Sempre ad Agugliana insegnavo a rotazione un anno alla mattina e un anno al pomeriggio e così via.

Hanno costruito la scuola nuova quando io sono andata via. A Selva lo stesso sono stata nella scuola vecchia, che era la Canonica. Potevo venire a Selva prima ma per un paio di anni mi ha tenuto in ballo il posto una maestra perché era in aspettativa. Quando la maestra non è più tornata ad insegnare, ha lasciato libero il posto e allora sono venuta giù. Quando insegnavo ad Agugliana abitavo a Montebello e mi recavo ogni giorno a scuola con la bicicletta fino a Selva e poi proseguivo a piedi, con il sole o con la pioggia, finché non mi decisi a comprare una Vespa 150 cc. La strada però non era asfaltata e in alcuni punti ripida e dissestata. A Selva c’era una curva secca particolarmente insidiosa ove una volta caddi e fui soccorsa da colui che diventò mio marito. Nell’aprile del ’57 mi sono sposata e nel ’58 sono venuta a Montebello. Mi ricordo ho insegnato in una delle prime classi miste. Ho insegnato fino al 1972 quando è nato il mio quarto figlio e così ho deciso in accordo con mio marito di andare in pensione. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Maria Elena Dalla Gassa

 

Foto: La maestra Cristina Chinaglia in una foto scattata, un po’ di sorpresa, durante la lezione. Era l’anno scolastico 1959-60 e insegnava alla classe IIa mista nelle Scuole Elementari di Montebello capoluogo (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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IL MEDICO NON RICONFERMATO

[103] IL MEDICO CHIRURGO NON RICONFERMATO

Gli ultimi giorni di Dicembre del 1764 si tenne a Montebello una “ballottazione” (votazione – n.d.r.) per confermare o meno il medico chirurgo che fino a quel momento era il Dottor Domenico Caprin. L’incarico non gli fu riassegnato anche perché due influenti votanti, ossia Gio. Carlo Cappelletti, organista e … Cortivo, fecero eleggere un altro candidato. Questo non fece altro che alimentare il risentimento del Caprin verso questi due compaesani, tanto che, la notte del 17 Gennaio 1765 tra le ore 8 e le 9, furono sparati due colpi di archibugio contro le case di Cortivo e Cappelletti. Lo scuro della finestra sinistra della stanza da letto di Cappelletti fu perforato da quattro palle d’oncia che si conficcarono contro una trave, un muro ed un quadro, con grave pericolo di colpire la tenera figlia dell’organista che dormiva nella culla presso il letto. La camera di Cortivo fu anch’essa colpita da due palle d’oncia: alcuni proiettili raggiunsero il balcone della vicina stanza dove dormiva il nuovo medico condotto che però non era in casa, essendo partito la mattina del 17 per Verona. I due malcapitati trovarono poi attaccati alle porte di entrata delle loro abitazioni dei fogli di carta con violente minacce ad entrambi e contro il nuovo dottore affinché non ritornasse. Domenico Caprin fu riconosciuto come mandante delle intimidazioni, ma il processo lo vide assolto.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

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LA FAMIGLIA NARDI

[102] LA FAMIGLIA NARDO O NARDI

Il cognome Nardi prende origine da Nardo, ipocoristico aferetico (1) di Bernardo o Leonardo. Nel caso dei Nardi di Montebello deriva da Leonardo, capostipite segnalato in un atto notarile del 1419: i fratelli Guglielmo e Jacobo del fu Nardo di Montebello ed in altri documenti coevi come figli di Leonardo. La derivazione da Leonardo piuttosto che da Bernardo è confermata, nello stesso periodo, nell’alta valle dell’Agno dove nasce il cognome Nardon da tale Leonardo proveniente dalla Germania con altri compagni per intraprendere i mestieri di pastore, di minatore e di boscaiolo. Ed è proprio per garantire l’assistenza spirituale a questi lavoratori che in quell’epoca numerosi religiosi di origine tedesca si insediano nelle chiese dell’alta collina vicentina e veronese. A Montebello le famiglie Nardo o Nardi nel Quattrocento sono insediate tutte nella contrà della Chiesa Parrocchiale e sono ben otto quelle censite nel “Balanzon” (2) del 1544-45. Due di queste, ossia quella di Gabriel Nardo e quella di Jacobo del fu Silvestro Nardo, vantano in quel momento una discreta disponibilità economica, di gran lunga superiore alle altre famiglie che portano lo stesso cognome. Soprattutto il Notaio Gabriele che possiede una numerosa clientela anche nei paesi limitrofi di Sorio e Gambellara, e si distingue per la sua bellissima calligrafia e per la perfetta padronanza del latino. I Nardi di Montebello documentati nel ‘500, come scritto in apertura, risultano essere i discendenti di due rami distinti cioè di Guglielmo e di Jacobo, facenti capo a Nardo, il cui legame, dopo sei generazioni, è ormai chiaramente debole e lontano. Nel 1507 Nicolò del fu Giovanni Nardi e Sebastiano figlio di Jacobo Nardi sono protagonisti di una furibonda rissa con la parte avversa costituita da alcuni membri delle famiglie Dal Pissolo e Scolaro coalizzate. Dal testamento del 1519 di Pasqua Nardi si viene a conoscere che la stessa è moglie di Nicola Fasolato e, sempre in quell’anno, la rissa menzionata sembra essere acqua passata poiché Ursula Nardi figlia di Silvestro sposa Giovanni Dal Pissolo. Un’altra sorella di Ursula, Francesca, sposa nel 1526 Bartolomeo Pietro-Marendoli, appartenente lui pure ad una famiglia di notai. Tre anni dopo il padre delle due donne fa testamento nominando suoi eredi i figli Jacobo e Melchiore, (quest’ultimo padre del futuro notaio Spinardo Nardi), nonché Pellegrino suo nipote, figlio del suo defunto figlio Giovanni. In un rogito della metà del ‘500 si legge poi che, nel secondo decennio di quel secolo, Jacobo Nardi aveva sposato Lucia, figlia del nobile Marco Gualdo (in seconde nozze). Nel 1530, Caterina figlia di Jacobo Nardi sposa Bernardino Nichele, e nel 1537 Bernardina figlia di Silvestro Nardi diventa moglie di Battista Cazolo (Cazzolato). Sempre nel 1537 Francesco Nardi ricopre la carica di consigliere del Comune di Montebello e lo stesso, nel 1541, detta le sue ultime volontà al notaio Gabriele Nardi. L’anno successivo fanno pure testamento Aldrigeto del fu Jacobo Nardi e Gian Antonio del fu Guglielmo. Spinardo Nardo, il notaio summenzionato, roga tra il 1571 ed il 1631, dapprima a Montebello ove ricopre anche importanti cariche comunali, e poi a Vicenza, città, nella quale si stabilisce a seguito di una controversia con i suoi compaesani e dove muore, forse di peste. Nel 1647 Giulio Nardi detto “Belochin” viene bandito da Montebello, non si sa per quale reato, e va ad abitare con la famiglia a Isola della Scala, territorio di Verona. Nel corso del ‘600 sono diversi i Nardi a ricoprire la carica di consigliere comunale di Montebello: nel 1602 Spinardo, nel 1617 Tomio, nel 1639 Giacomo, nel 1663 Francesco, nel 1664 Gio Maria. Sono solo tre le famiglie Nardi presenti nell’Estimo del 1665- 1669: Pietro proprietario di 8 campi che nel frattempo ha spostato la sua residenza nella contrà della Maistrella verso la Selva di Montebello, Anna vedova di Gio Maria Nardo che è rimasta fedele alla contrà della Chiesa proprietaria di circa 3 campi e mezzo e Francesco, suo vicino di casa, che di terra ne ha appena un campo. Dal 1686 al 1692 Antonio Nardi è notaio in Montebello, dal 1719 al 1748 Gio. Maria Nardi, e tra il 1793 ed il 1796 Giuseppe. Verso la fine del ‘700, negli elenchi del Dazio macina del 1789 e 1798 tra i “mediocri” vi è Michiel Nardi, affittuario, ed alla stessa classe sociale appartiene Giacomo Nardi che di mestiere fa il carrettiere e Giobatta Nardi, fabbricante di pentole e paioli di rame. Il cognome Nardi è tutt’oggi presente in Montebello, resta però da verificare se coloro che portano questo appellativo siano realmente i discendenti dell’antico nucleo montebellano o se invece siano qui emigrati. Nardi figura tra i primi 200 cognomi d’Italia con ben 6281 nuclei (fonte pagine bianche SEAT della fine del 2004). E’ evidente quindi che l’alto numero di coloro che si individuano con questo cognome è dovuto al fatto che all’epoca della cognomizzazione, avvenuta tra la metà del ‘400 e la meta del ‘500, in più parti d’Italia ed in momenti diversi, numerose persone hanno dato vita al medesimo appellativo.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) abbreviazione di un nome con la soppressione diella sillaba iniziale (N.d.R.).
(2) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R.).

Figura: I due sigilli tabellionati usati dal notaio Gabriel Nardo nel Cinquecento. Il sigillo tabellionato o signum tabellionis indica il segno che i notai apponevano prima della loro sottoscrizione, a garanzia di autenticità (a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (2)

[49] IL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO (seconda parte)

Per dare un ulteriore impulso alla progettata costruzione in pietra del ponte di Sant’Egidio a Montebello, il Maggior Consiglio, il 24 Aprile del 1575, inoltrava una nuova richiesta al Governo della Repubblica affinché venisse concesso il quarto delle condanne, per i successivi 10 anni, da destinare all’esecuzione dei lavori di detto ponte (1). Questo è il documento:

24 Aprile (ASVI, Liber Partium III, pag. 142).
Fu con ottimo consiglio già supplicato all’Ill.mo Dominio per questa città che per riparatione delli ponti et per poterli fabricar di preda il quarto delle condannason li fosse aplicado, ma perchè le tante inondation da molti anni in qua seguite, et che ogni hora più accrescono et moltiplicano con grandissimo danno di tutto questo territorio, li ponti non solamente con quella quantità di denari del quarto non s’hanno potuto fabricar de preda ma ne anche conservarli abastanza et ripararli di legno, essendo stati più volte rovinati et condotti via totalmente sì come è ben notorio. Però desiderando li spett. vostri Deputati proveder secondo la necessità de casi emergenti, di modo che si possano stabilire li ponti per utilità et commodo publico hanno determinato et così l’anderà parte che sia suplicado all’Ill.mo Dominio che voglia far gratia di conceder per anni 10 proximi un altro quarto delli denari delle condanason che si faranno per li Clar.mi Rettori et Consolato da essi depositati in tutto come nelle parte del primo quarto, li quali denari siano specialmente aplicadi a fabricar ponti di preda, nè possano questi esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno, et sia fabricato di preda quel ponte prima e dopo successivamente altri che sarà giudicato più necessario ad arbitrio et elettione di Clar.mi Rettori pro tempore secondo la quantità di denari sopradetti che si troverà esser raccolta et preparada.
Quae per Mag.cos DD. Deputatos omnibus suffragiis admissa fuit animo. Ballotata in Consiglio predicto obtinuit quia habuit sufragia pro 78 contra 6 non obstante contraditione Domini Mathei Calidonii contraditoris.
Deinde proposita fuit pars tenoris infrascripti videlicet: Attrovandosi una bona quantità di denari depositata sul Sacro Monte del quarto dele condanationi aplicado a far ponti e repararli, et parendo alli Vostri Deputati che saria benissimo fatto spenderli nel fabricar un ponte di preda, e per diversi rispeti parendo alli Clar.mi Rettori che si debba principiar da quel ponte di Montebello, vi propongono et così L’anderà parte che li vostri Deputati ellegino doi presidenti qual habbiano carico di far fabricar di preda detto Ponte di Montebello, conferendo il modo e quanto occorrerà in tal negotio alla giornata con li vostri Deputati alli quali per hora gli si dii duc. dosento delli deti denari per dar principio in si fatta opera tanto necessaria et importante, e delli quali habbian a renderne conto distinto et particulare. Quae quidem pars admissa fuit omnibus suffragiis per Mag.cos D. Deputatos animo. Die vero presenti antequam vota miterentur contradixit D. Matheus Calidonius et exactis suffragiis obtinuit nam habuit pro 76 contra 12.

A seguito di tale richiesta, lo stesso Maggior Consiglio nominò quale nuovo Provveditore ai lavori il conte Lelio Gualdo assegnandogli 200 ducati per dare inizio ai lavori. Era costui della nobile famiglia Gualdo insediatasi a Montecchio Maggiore all’incirca nel 1530, dove Francesco Gualdo vi costruì  la propria dimora, la stessa dove due anni dopo fu ospitato l’Imperatore Carlo V d’Asburgo in viaggio da Vienna diretto a Bologna dove doveva incontrare Papa Clemente VII. Da due iscrizioni che erano state murate sulle facciate nord e sud del ponte di Sant’Egidio e riportate integralmente dal carmelitano scalzo padre Angiolgabriello di Santa Maria, al secolo Paolo Calvi, il quale scrisse tra il 1772 e il 1782 un’importante raccolta di biografie di scrittori vicentini, dal titolo “Biblioteca e storia di quei scrittori così della città come del territorio di Vicenza”, risulta l’assegnazione dei lavori al suddetto Conte Gualdo nonché il concorso di Andrea Palladio alla costruzione del ponte. Le due iscrizioni, secondo quanto riportato da padre Angiolgabriello di Santa Maria nel Vol. IV a pag. 188 della sua opera, recitano così:

Hermolai Pisauri Praefecti, decori Civitatis Vicetia. D. Andrea Palladio Architecto. MDLXXV.” (su di un lato del ponte).

Publico commodo, perpetuoq. ornamento Civitas aedificandum curavit Laelio Gualdo Comite, atque Equite, semper Praesidente electo – MDLXXV.” (sul lato opposto)

Relativamente all’aspetto che doveva avere tale ponte nel 1575, abbiamo due schizzi pressoché uguali, uno dei quali si trova nell’Archivio di Stato di Vicenza e l’altro nell’Archivio di Stato di Verona. Ho riportato nell’articolo precedente una ricostruzione a partire da quello presente a Verona e già pubblicato nel libro “Il triangolo di Montebello” dell’esimio prof. Luigi Bedin (tavola n. 40). Da tale schizzo e, soprattutto da un documento riportato dal suddetto padre Angiolgabriello di Santa Maria, nella sua raccolta di biografie, che riporta una relazione dei Provveditori Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Angussola, successori del Conte Lelio Gualdo per i lavori del ponte, si può avere un’idea abbastanza precisa dell’aspetto e delle dimensioni del ponte stesso, come erano nel 1575. Ecco la prima parte del documento:

Dovendosi dar principio al finire il ponte sulla Guà a Montebello ci ha parso a proposito de la presente scrittura di raccontare l’ordine e il modo che si doveva tenere, e perciò: Dell’anno 1575 essendo stato dissegnato per il Palladio un ponte di pietra de cinque archi sopra il torrente de la Guà a Montebello et sopra la strada regia, cioè di un arco grande nel mezzo, un mezzano et un piccolo per parte, largo per il far la strada piedi 12, et essendone sta fatti tri soli in detto anno, cioè il grande et li doi mezani uno per parte, il grande longo pie 36 et alto da terra piedi 24 in 25 et dal letto di esso torrente piedi 17 in 18, et li mezzani longi piedi 32 l’uno et alti da terra piedi 22 et dal detto letto piedi 15 in 16 venivano ad essere tutti tre uniti al mezzo di esso torrente, come appare nel secondo disegno …”

Da questo documento risulta che il progetto originario del Palladio prevedeva un ponte con cinque arcate, divise da 4 piloni, ma nel 1575 il ponte si presentava, come si può vedere anche nel disegno, costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (mt. 2,85). L’arcata centrale era larga 36 piedi (mt. 12,85), mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi (mt. 11,42). L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi (mt. 8,92) per quella centrale e 18 piedi (mt. 6,42) per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi (mt. 4,28). Nel disegno, appena sotto il ponte, vi è la scritta: « Ponte de la Guà a Montebello fatto del anno 1575 ». Sono anche ricordati i nomi dei proprietari dei terreni a ridosso del Guà ed è indicato il sito della cappella di S. Egidio (da tale Santo il ponte ha preso il nome), mentre in alto è la scritta « 2° disegno. 1575, 3 archi fatti nel mezzo del torrente » il che conferma che in quell’anno furono eseguite soltanto le tre arcate mediane riportate nello schizzo, senza alcun congiungimento con la strada regia. Nel disegno si notano, inseriti sulla parte alta dei pilastri centrali, due dei quattro tabernacoli, che ornavano il ponte; gli altri due erano, nella stessa posizione ma nella facciata opposta. In questo particolare il ponte doveva essere molto simile a quello sul fiume Tesina a Torri di Quartesolo, anch’esso del Palladio e tutt’ora utilizzato. Nel cap. XIIII del Libro III de “I quattro Libri dell’Architettura” il Palladio dice riferendosi  a un suo progetto per “alcuni gentil’huomini”: “S’havrebbe questo ponte potuto ornar con nicchi al diritto de’ pilastri, e con statue, e vi sarebbe stata bene à lungo i suoi lati una cornice; il che si vede che fecero alcuna volta anco gli Antichi ”. Il Palladio, osservando i suoi progetti, inseriva sempre questi particolari ornamentali.

Note:
(1) Era usanza del Governo della Serenissima di riservare un quarto delle entrate derivanti da condanne pecuniarie ai lavori di ricostruzione di opere pubbliche importanti, come appunto i ponti sui fiumi.

Continua nel prossimo numero …

Umberto Ravagnani (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Il Ponte palladiano di Torri di Quartesolo mostra, ancora oggi, la sua struttura originale con due delle quattro nicchie che il Palladio ha messo ad ornamento del ponte stesso e di quello di Montebello (foto a cura dell’autore)

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MONTEBELLO NEL 1854

[48] DAL DIZIONARIO COROGRAFICO UNIVERSALE DELL’ITALIA – 1854

Pubblichiamo due pagine del Dizionario Corografico Universale dell’Italia del 1854, facenti parte del Volume Primo – Il Veneto (Stabilimento Civelli G. e C. – Milano) e, considerando l’argomento inerente il nostro Comune, vogliamo proporle ai nostri lettori per eventuali commenti.

MONTEBELLO. Comune de distretto di Lonigo, nella provincia e diocesi di Vicenza.
Gli è aggregata la frazione di Agugliana.

  • Popolazione 3886.
  • Estimo, lire 152.594,26.
  • Numero delle Parrocchie due.
  • Confina a levante colla provincia di Verona ed è bagnato dai fiumi Aldego e Chiampo.

Quattro strade principali la percorrono:

  1. La regia postale che da Vicenza conduce a Verona, ed è in questo comune attraversata da tre ponti, cioé uno sul piccolo torrente Signolo, di due archi circolari, con pilone nel mezzo, spalle, ali e muretti di sponda tutto di pietra, della lunghezza di metri 16, costrutto nel 1812; un altro detto della Fracanzana, sul torrente Chiampo, a un solo arco, tutto di pietra, lungo metri 27; e un terzo, detto del Marchese, sopra lo stesso torrente, anch’esso di un solo arco, tutto di pietra e lungo metri 28.
  2. La strada che da Montecchio-Maggiore conduce a Lonigo.
  3. Quella che da Montebello conduce ad Arzignano, la quale cominciando nel così detto Borgato di Montebello sul fianco destro della strada postale veronese, passa vicino a Zermeghedo, poi passa per Mont’Orso e termina ad Arzignano. La sua lunghezza è di metri 9180, ossia pertiche vicentine 4280, pari a miglia 4,5. Varca il torrente Chiampo presso Arzignano.
  4. La strada da Lonigo a Montebello. Comincia a Lonigo al ponte S. Giovanni, passa per la Favorita, Cà Quinto e termina al ponte della Fracanzana, ove si unisce colla strada postale per Verona. La sua lunghezza è di metri 7680, ossia pertiche vicentine 3581, pari a miglia 4 circa.
In questo comune avvi un bosco detto Scaranto: è in colle, di eccellente fondo, di qualità cedua. Appartiene al comune stesso che lo affitta. Il territorio è assai ferace e produce ottimo vino. Montebello, capoluogo del comune, sta in vicinanza del fiume Aldego, sulla via postale che conduce a Verona.
Ha consiglio comunale, uffizio proprio, ospedale per gli infermi, un istituto di pubblica beneficenza detto commissaria Zigiotti dal nome del suo fondatore e una chiesa parrocchiale di gius vescovile, dedicata a Santa Maria Assunta.
Vi si tiene mercato ogni mercoledì e fiera il secondo mercoledì di luglio.
Quivi risiede un vicario foraneo da cui dipendono otto parrocchie, cioé quelle di Montebello, Agugliana, Brendola, Meledo, Montecchio-Maggiore, S. Vito di Brendola, Sorio e Zermeghedo.
NOTIZIE STORICHE. Nei secoli passati Montebello era luogo fortificato: sotto la Repubblica di Venezia, fu capoluogo di un distretto composto di cinque comuni. Presentemente è rinomato pei fatti d’arme seguiti ne’ suoi dintorni fra i Francesi e gli Austriaci negli anni 1796 e 1805. Nel primo Bonaparte respinse l’esercito nemico che gli stava di fronte; nell’altro, Seras fece prigione il generale Hillinger con 5000 soldati.
Questo borgo non dee però andar confuso con Montebello di Casteggio (Piemonte) eretto da Napoleone in ducato per rimeritare il valore del generale Victor.
Di Montebello fu il vescovo di Ferrara Guido, dell’ordine dei predicatori, uomo dotto e pio, il quale giavce sepolto nella chiesa di san Domenico di Bologna.
MONTEBELLO con MORSAI
. Due piccoli villaggi formanti una delle frazioni del comune di Cesio, nel distretto di Feltre, in provincia di Belluno. Nel primo di essi sorgeva altre volte un castellon feudale, di cui oggi appena scorgonsi le vestigia.

(dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Montebello in una cartolina di fine Ottocento. Da notare la “cinta” murata che circondava il paese e il campanile della Chiesa di San Francesco (circa al centro dell’immagine), demolita nel 1909. (collezione privata del redattore).

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FESTE CENTENARIE (1)

[36] FESTE CENTENARIE CELEBRATE A MONTEBELLO

Con questo numero iniziamo la pubblicazione del volumetto stampato dalla Parrocchia nel 1905 in occasione del VII centenario dell’erezione della Prepositurale di Santa Maria. Questa breve sintesi di storia politica e religiosa del paese è frutto di Mons. Giuseppe Capovin, Prevosto di Montebello dal 1877 al 1908 Mons. Capovin fu pastore d’anime esemplare in momenti sociali ed economici particolarmente difficili, era attento alle necessità di “tutti” i suoi parrocchiani, anche a quelli che osteggiavano la religione, e con affabilità sovveniva materialmente e spiritualmente i più bisognosi. Il suo fare sincero e disinteressato, animato da una carità e spiritualità che sorgeva spontaneamente dal profondo del suo intimo, generò nei suoi parrocchiani una stima ed un rispetto che si trasformarono ben presto in venerazione. Questa sua grande spiritualità non gli impedì di prestare attenzione alle memorie storiche ed artistiche del paese. Fece ricopiare numerose cronache e documenti antichi perché non andassero perduti e si battè a lungo per salvare dall’incuria l’antica Chiesa di San ZenoneSan Francesco, ma purtroppo poco dopo che i proprietari gli cedettero l’edificio la morte lo colse e si suoi sforzi furono vanificati. Come ben sappiamo, il suo successore la rase al suolo per dare avvio ad una filantropica istituzione (asilo infantile) che poteva senz’altro essere edificata in altri siti, considerato che a quell’epoca non mancavano gli spazi necessari.

FESTE CENTENARIE
(Prima parte)

AI SUOI DILETTI PARROCCHIANI
NEL VII CENTENARIO
DALLA EREZIONE
DELLA PREPOSITURALE DI S. MARIA
IN MONTEBELLO VICENTINO
QUESTI CENNI STORICI
CON PAZIENTE STUDIO RACCOLTI
DEDICA CON PATERNO AFFETTO
GIUSEPPE CAPOVIN
PREVOSTO

« Montebello, grossa borgata del Vicentino, la quale si stende ai piedi dell’ ultimo sprone delle Prealpi, su cui torreggia tuttora il Castello dei suoi antichi signori, a buon diritto vanta remotissime origini.
Ivi infatti nell’epoca del Romano Impero esisteva un vicus, ovvero borgo chiamato « ad Auraei o ad Auraeos » presso il quale I’Itinerario di Antonino del secolo IV segna Mutatio che era un aggregamento di vari fabbricati per contenere numerosi cavalli di ricambio, di buoi, muli, vetture e carri di varie forme per uso di pubblici Corrieri, dei viaggiatori e delle merci, o dove vi erano costantemente ufficiali investiti di potere e dignità per invigilare i Veredari ossia i conduttori di pubbliche o private vetture e gli schiavi o servi assunti al pubblico servizio e che erano pagati dalle Provincie, il che faceva Montebello un luogo importante (Filiasi – Storia dei Veneti).
Passava invero per esso la via Gallica, grande arteria, che metteva in comunicazione Milano con Aquileia e per l’Illirico con Costantinopoli. E Montebello con la sua Mutatione era uno dei due luoghi di fermata tra Verona e Vicenza.
Che avvenisse di Montebello nelle varie irruzioni barbariche, specialmente del secolo V, è ovvio supporlo, ove si noti, che per il suo sito si trovava proprio sul loro passaggio ed esposto quindi alle loro devastazioni, scendendo esse in gran parte pel Friuli a desolare le nostre regioni. Fu però fortuna per gli abitanti suoi l’aver pronto e sicuro rifugio nei monti vicini coperti di boscaglie; passata indi la bufera ritornarono in buona parte a rialzare le mura delle loro, abitazioni. Per questo si trova Montebello sussistere nel secolo IX durante l’impero di Lotario I, come luogo sì importante da essere pomo di discordia tra Vicentini, del cui territorio faceva parte, e Veronesi che si sforzavano di ammetterlo al proprio, come fecero l’anno 840, secondo narra l’antico Cronista Bonamente Aliprandi. (Castellini – Storia di Vicenza – libro III in Nota).
Al principio del secolo X vennero a desolare, dalla parte del Friuli, i nostri paesi i feroci Ungheri a varie riprese. Montebello fu uno dei più devastati, trovandosi sulla via del loro passaggio. Fu allora che a salvezza e rifugio dei pochi abitanti sfuggiti alle spade di quei barbari, si costruì il Castello, al quale più tardi se ne aggiunse un altro poco lungi.
Sino dal secolo decimo, come si ricava da documenti di quel tempo, furono signori di Montebello, i Conti di Padova e di Vicenza, discendenti dai Candiani Dogi di Venezia, i quali dal Conte Uberto Maltraverso sulla fine del secolo XII furono denominati Maltraversi di Montebello. Conservarono essi questo feudo sino all’unno 1265-1266, nei quali tanto i Maltraversi di Lozzo, come la linea di Montebello lo vendevano al Comune di Vicenza con tutti, i diritti annessi. (Dall’Archivio di Torre manoscritto del Vigna V. 8).
Quantunque il più antico documento, riguardante Montebello, sotto il suo aspetto religioso, risalga all’anno 1205, pure da ciò che è stato premesso è facile argomentare come i suoi abitanti fino dalla seconda metà del secolo IV siano venuti a cognizione del Vangelo. Essendovi poi in esso la Mutatio, necessariamente dovevano ivi fermarsi gli Evangelizzatori di questa Provincia, e i Vescovi che si portavano dall’Illirico e dalla parte Orientale del Veneto a Milano, sede dell’Impero d’Occidente, dopo Valentiniano I, i quali animati del loro zelo, si mettevano a contatto de’ suoi abitanti per communicar loro la buona novella.
Si aggiunga che i diversi ufficiali e i numerosi servi pubblici addetti alla Mutatione, dichiarata che fu religione dello stato la Cristiana dagli Imperatori Valentiniano, Graziano e Teodosio si fecero un dovere ed un onore di abbracciarla pur essi in ossequio ai loro Sovrani ».

Continua nel prossimo numero …

(dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: Mons. Giuseppe Capovin in una cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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