UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (4)

[58] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (quarta parte)

UNA INSOLITA FONTE DI FINANZIAMENTO PER LA COSTRUZIONE DEI PONTI

Come, da chi e da dove provenivano i denari necessari alla costruzione dei ponti? Per un quarto delle spese, il Senato Veneziano aveva ordinato di utilizzare le somme versate per le multe delle condanne criminali, e a tale sistema si era adeguata anche la città di Vicenza.

STATUTO VICENTINO CARTE 412
Delibera del 26 maggio 1559 fatto dal Consiglio della Magnifica Comunità Nostra di Vicenza

“Le gravi e assidue querimonie (lamentele) non più da nostri Cittadini e poveri contadini, ma etiamdio replicate a vari Nobili viandanti forestieri e da Clarissimi Magistrati del Nostro Eccelso Dominio et etiam delli Signori Nostri Rettori, de’ molti ponti nelle strade pubbliche e principali di questo Territorio talmente rotti e guasti che il transito di quelli, non solo è difficile, ma pericoloso e tremendo con rivolta (rovesciamento) spesse volte de’ carri e morte de’ cavalli e buoi, ha dato causa a noi ancor Deputati al Governo di questa Magnifica Città ridurli in più bella e più stabil forma per il passaggio de’ pedoni e carri e benefizio pubblico e privato. Onde volendo provvedere che una parte delli denari delle condanne criminali siano riservati per la reparatione de’ ponti, tanto urgente e necessaria che più esser non potria, sì come per leggi e consuetudini statuito e NON SIANO DISPENSATE IN ALTRO USO.
L’andarà parte da essere presa in questo Consiglio, e poi approbata dall’Illustrissimo ed Eccelso Dominio Nostro, CHE CETERO D’OGNI ET QUALUNQUE PARTICOLAR CONDANNASON PECUNIARIA CHE SI FARA’ NEL NOSTRO CONSOLATO (Magistratura) CONTRA LI QUERELLATORI E MALFATTORI, SI DEBBA PER NUOVO DECRETO RITRAR LA QUARTA PORTION DA ESSER DEPOSITATA SOPRA IL SACRO MONTE DELLA PIETADE, QUAL SI DEBBA SOLAMENTE SPENDERE IN FABBRICHE DI PONTI E REPARATIONI DI QUELLI FUORI DI QUESTA CITTA’, NELLE STRADE PUBBLICHE E MILITARI, CON FERMA OPINION CHE, RIDOTTA IN TAL MODO INSIEME QUALCHE BUONA QUANTITA’ DI DENARI, SI DEBBA FABBRICARE UN PONTE DI PIETRA SOPRA IL FIUME DELLA TESINA NELLA VILLA DELLE TORRE (Torri di Quartesolo – n.d.r.)

Per la verità questa decisione di utilizzare parte dei denari delle condanne per la costruzione e manutenzione dei ponti non era in assoluto una novità. Già il 16 Aprile 1544 i Deputati di Vicenza imposero al Nobile Dottor Vincenzo Garzadori di versare 100 Scudi ad Antonio Volpe, Provveditore alla edificazione del ponte di Torri di Quartesolo, affinchè li utilizzasse per la sua riparazione. I detti denari provenivano dalla cassa che i soldati di Vicenza alimentavano con le riscossioni delle multe delle condanne. Della reale consistenza dei proventi delle multe c’era molto da dubitare, dato che nel 1583 al nuovo Provveditore per il ponte menzionato, Andrea Arnaldi, vennero stanziati 50 Ducati per riparare un danno. Ma a causa dell’insufficienza del denaro assegnato per l’operazione, non gli restò altro, forse per non sfigurare, che anticipare di tasca propria, una ulteriore decina di Ducati. Due anni più tardi, nel 1585, il Comune di Vicenza si dovette rivolgere al Governo della Serenissima affinchè concedesse, per almeno dieci anni, UN NUOVO QUARTO da prelevarsi dal fondo delle condanne da impiegare nelle riparazioni di tutti i ponti, e particolarmente in quello delle “Torre”. Questo nuovo stanziamento avrebbe dovuto essere depositato sopra il Sacro Monte di Pietà e speso solamente per fabbricare il detto ponte delle “Torre” in pietra, come era stato fatto per quello di Montebello. Ma la storia ci tramanda che il Ponte di pietra sul Tesina dovette aspettare alcuni decenni prima di raggiungere la percorribilità auspicata.

Continua …

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Il ponte di Sant’Egidio durante una delle piene degli ultimi anni (foto a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (3)

[56] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (terza parte)

Riassunto degli articoli precedenti.
Nel 1559, in seguito alle disastrose alluvioni che avevano colpito il Veneto, il Senato della Repubblica di Venezia ordinò che i ponti di legno spazzati via dalle piene fossero ricostruiti con solide pietre. Allo scopo mise in campo ingenti risorse economiche per risolvere o almeno tentare di migliorare la viabilità tra la capitale e la ricca Lombardia. Credo che questo provvedimento fosse ristretto ai ponti costruiti lungo la Strada Regia: nel territorio vicentino, ad est ed ad ovest del capoluogo, erano crollati i manufatti sul fiume Tesina detto delle “Torre” (Torri di Quartesolo – n.d.r.) e quello di Sant’Egidio sul torrente Guà nel comune di Montebello, con gravissime ripercussioni nelle comunicazioni viarie. Ma nonostante questa decisione, ancora nel 1565, alcuni falegnami di Montebello dovettero provvedere ad alcune grosse riparazioni al malandato ponte di legno sul Guà. Praticamente le passerelle improvvisate ed i traghettatori continuarono a sussistere ancora per alcuni lunghi anni, palliativi ai quali il governo veneziano tentò lentamente di mettere la parola fine. Proprio a riguardo della categoria dei traghettatori ho riportato nel mio lavoro del 2010 “Montebello nella quotidianità del ‘500” una tragica vicenda, consumatasi verso la metà del menzionato secolo nei pressi del torrente Guà, che qui sotto ripropongo:

I TRAGHETTATORI DEL GUA’

Gaspare figlio di “Gobo” de’ Valentini di Montebello fu denunciato dal Decano del suo paese poiché: Venerdì 7 Maggio 1546, il denunciato con altri sconosciuti e il fu Nadalino del fu Bernardino Fontana, nella Contrà del Guà ossia Ponte, fecero società conducendo e aiutando i passanti a guadare il torrente. In seguito a baruffa, dopo le parole vennero alle mani nei pressi della chiesa di San Zilio (Sant’Egidio). Gaspare armato di picca e Nadalino di forca si fronteggiarono.
Il primo colpì il suo antagonista al petto uccidendolo e dandosi poi alla fuga. Gaspare ritenuto colpevole fu bandito in perpetuo (busta n° 1131 sentenze dal 1546 al 1559 – Archivio Torre – Biblioteca Civica Bertoliana).

Come si può leggere, il luogo teatro di questo sanguinoso fatto di cronaca era conosciuto come “la Contrada del Ponte” a testimonianza dell’esistenza di quell’opera che, seppure spazzata via dalle piene del torrente, la gente non aveva mai dimenticata. Questa ricerca archivistica è un tentativo di ricostruire, il più ampiamente possibile, il successivo destino fino al diciannovesimo secolo inoltrato, sia dell’importante struttura che portò la prestigiosa firma del Palladio, sia quello degli altri principali ponti esistenti sul territorio comunale di Montebello. E’ grazie ad alcune memorie storiche della famiglia Gualdo se oggi possiamo apprezzare il fondamentale apporto del grande architetto nella costruzione del ponte sul torrente Guà, edificato, tra l’altro, a ridosso delle grandi proprietà terriere del menzionato casato.
Due iscrizioni incise su altrettante facce dei piloni centrali del ponte, ripetutamente ricordate in alcune memorie storiche vicentine, confermarono che il nobile Lelio Gualdo fu nominato Presidente del costruendo ponte sul Guà nel 1575. Sempre uno schizzo del ponte dello stesso anno ed una successiva relazione dei provveditori al ponte stesso, Galeazzo Anguissola e Bernardino Sangiovanni che rilevarono l’incarico affidato in precedenza al Gualdo, ci informano che il progetto palladiano prevedeva un manufatto con 5 arcate separate da 4 piloni grossi 8 Piedi ciascuno. Tuttavia durante il citato anno 1575 le arcate innalzate al centro dell’alveo furono solamente 3. Pertanto restarono completamente aperti gli spazi laterali per consentire il flusso delle acque, senza quindi unire le due rive e privando, nel contempo, la Strada Regia di continuità.

Lo schizzo del ponte palladiano sul Guà mostra le seguenti particolarità:

L’arcata mediana doveva essere larga Piedi 36 (circa 13 metri) ed era più alta del piano della campagna di Piedi 24 o 25 (circa 9 metri) e del letto del corso d’acqua di Piedi 17 o 18 (metri 6 circa).
Le due arcate laterali erano larghe Piedi 32 ciascuna (circa 11 metri e mezzo)ed erano più alte del piano della campagna Piedi 22 (circa 8 metri) e dell’alveo del torrente Piedi 16 (circa 5 metri).
I piloni centrali avrebbero avuto il loro interramento a circa 12 Piedi di profondità (più di 4 metri)
Il ponte era largo Piedi 12 e sulle facce dei piloni centrali erano costruiti quattro tabernacoli, due a nord e due a sud, come nel ponte di Torri di Quartesolo.

Continua …

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Il ponte di Sant’Egidio nel 1575, ma i lavori allo stesso proseguirono almeno sino alla fine del 1580 (disegno di Ottorino Gianesato)

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LE DUE SPETIARIE

[37] LE DUE SPETIARIE (Farmacie)
Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Capi dell’Eccellentissimo Consiglio dei X

Piangono genuflessi all’auguste appendici del Trono, Nostro Principe Serenissimo, due afflitti padri di Famiglia: ANDREA BELLATI Dottore e GAETANA di lui moglie. Piangono i loro sventurati figlioli, questi e quelli tutti sudditi Vostri e, tra gli affanni di una più che tirannica perversione, implorano Pietà e implorano Giustizia.
Verso il 1720 Andrea Bellati, medico condotto di Montebello, consegnò questa supplica al citato organo giudiziario di Venezia. Ma che cosa aveva spinto il medico-fisico di Montebello, paese nel quale svolgeva egregiamente la sua professione, a ricorrere disperato alla giustizia del Consiglio dei Dieci di Venezia? La risposta è nella supplica stessa. In essa, infatti, Il dottore narra, passo dopo passo, le sue traversie e le angherie subite da parte della famiglia Castellani.
Nei primi anni del ‘700 la ricca famiglia Castellan(i), che vantava in Montebello le più disparate attività, decise di investire una ingente somma di denaro in una nuova “speziaria”, ossia farmacia, in concorrenza con quella antica esistente di proprietà dei signori Donadelli. Gli affari non andarono proprio a gonfie vele poiché la clientela preferiva rivolgersi alla vecchia bottega che dava evidentemente maggiori garanzie e merce ad un prezzo più conveniente. La scelta della vecchia speziaria era poi benedetta dal medico condotto Andrea Bellati che in questa indirizzava i suoi pazienti.
Inizialmente i Castellani ed il loro socio Fuga cercarono di dirottare i clienti verso la loro farmacia malignando sul conto dei Donadelli. Quest’ultimo pertanto dovette allora cautelarsi con la lettera dell’influente “avogador” (avvocato) Mutio Querini datata 6 Marzo 1709. Vista l’impossibilità di attaccare i Donadelli, i Castellani e socio spostarono il tiro delle loro frecciate velenose sul medico condotto reo di incanalare i malati verso i concorrenti. A sua volta il medico condotto cercò protezione tramite il suo avvocato il quale ottenne con una “Ducale” (sentenza) del 12 Agosto 1709 la cessazione delle ostilità dei Castellani contro il professionista, nelle persone di Cristoforo, Il padre, e Antonio e Tomaso i suoi figlioli “tutti soggetti che per l’abbondanza delle ricche fortune ostentando posto di grande superiorità cospirarono per l’esterminio” (di Andrea Bellati). Quest’ultimo fu invitato un giorno a casa dei Castellani che avevano promesso una composizione amichevole della faccenda. Al rifiuto del medico di voler instaurare con loro una nuova collaborazione, lo sequestrarono rinchiudendolo in una stanza e “quivi violando le leggi più sacre dell’ospitalità con l’armi alla mano e, massime Tomaso con bestemmie le più esecrabili e strapazzi contro la mia reputazione, protestarono (minacciarono) di volermi levar la vita o almeno di cacciarmi in esilio da quel paese qualvolta io non mi risolvessi di far ogni sforzo per deviare gli ammalati e gli avventori della spetiaria del Donadelli e ridurli alla sua”. Il dottor Bellati, uomo d’onore e fermo nella Giustizia, non cambiò atteggiamento continuando a frequentare sempre la vecchia farmacia. Inviperitisi i Castellani incominciarono a perseguitare il malcapitato medico non più di nascosto, ma palesemente. Ardirono introdursi nell’abitazione di Bellati dove, fattisi consegnare con l’inganno la chiave della sua stanza dalla moglie Gaetana, misero a soqquadro ogni cosa alla ricerca di chissà quale prova che potesse comprometterlo. Fu solo grazie all’intercessione di un Cavaliere che ritornò in possesso della chiave rubata. Il medico tentò di mettere fine alla persecuzione a cui era sottoposto chiedendo un nuovo incontro chiarificatore ai Castellani, mediante il quale ottenere “per gratia ciò che loro dovevan chedere a me per Giustizia“.
Pur di fronte ad una simile sottomissione i persecutori ricusarono apertamente l’incontro chiarificatore e proseguirono nello spargere scellerate informazioni sul dottore per ridurlo alla disperazione. Non potendo più resistere a tanta perfidia il medico condotto voleva ricorrere al Doge, ma il suo desiderio gli fu impedito per mezzo di persone armate, che lo attorniavano dovunque muovesse un passo, per impedirgli di lasciare il paese e andare a Venezia. Una persona importante si accorse delle vessazioni a cui era sottoposto il dottor Bellati e lo fece chiamare con una lettera pubblica dal Podestà. Ottenne allora il permesso di recarsi a Venezia dove all’autorità competente raccontò per filo e per segno ciò che stava subendo al suo paese. I signori Girolamo Marcello e Girolamo Bondumier, (magistrati) avvisati dai Castellani dell’arrivo del dottore, dall’alto della loro carica, lo rassicurarono che i suoi avversari si erano impegnati a lasciarlo finalmente in pace. Riappacificazione che non avvenne.
Alla fine di quell’anno, infatti, si riunì la “Pubblica Vicinia” (assemblea) composta da 200 capifamiglia di Montebello per riconfermare o meno l’incarico di medico condotto al signor Bellati. Durante l’assemblea Gio. Batta Castellani ed il suo dipendente Federico dalla Grana sollevarono un tale tumulto e scompiglio che il Vicario (1) ed i consiglieri comunali abbandonarono la riunione lasciando sospesa la rielezione del medico “contro il sentimento universale (la folla) che mi acclamava a viva voce”. Senza perder tempo, per procurarsi i voti dei capifamiglia della Pubblica Vicinia, i Castellani donarono ai votanti delle biade, ma contro ogni loro macchinazione ed aspettativa il dottore venne rieletto. I Castellani passarono allora alle maniere forti per ottenere quanto si erano prefissati, collocando allo scopo un cavaliere sul selciato davanti al loro palazzo col preciso incarico di impedire il passaggio del medico condotto in visita ai pazienti. Tutto questo accadeva sulla pubblica via la Strada Regia! Non potendo esercitare appieno la sua professione il medico Bellati ritornò a Venezia per protestare alla Giustizia la sua insostenibile situazione. Fu rassicurato, da un Cavaliere Veneto che si era interposto, di poter contare in futuro dell’amicizia dei Castellani. Al suo ritorno a Montebello fu subito smentito poiché ”fui dal Signor Tomaso Castellan, d’indole più di tutti feroce, con indegni soprannomi di spia, ladro e becco, scelleratamente diffamato pubblicamente”. Il dottore ricorse al Vicario di Montebello che, dall’alto della sua carica, diffidò i Castellani dal continuare nella loro folle condotta. Tomaso Castellan per liberarsi da questo laccio giudiziario confessò la sua ingiustizia, ma “questo non fu altro che un sonnifero”. Nell’autunno di quell’anno furono tese “mortali insidie” alla vita del medico ed a quella di un suo famigliare e pertanto il 26 Agosto 1719 (così si legge in una nota a parte N.d.R.) venne istruito un processo penale contro la casa Castellani. Processo che per la prepotenza degli stessi giacque a lungo impedito. Intanto era nuovamente arrivato il tempo per una nuova “ballottazione” della condotta medica in Montebello e allo scopo i Castellani ripresero a fare donazioni, le più disparate, ai votanti ed utilizzare “altri mezzi i più indiretti e scandalosi contro la carità, contro la pubblica libertà, contro ogni Divina et umana legge”. Arrivarono a comprare il Vicario (2) che impedì ai figli del medico di partecipare alla Pubblica Assemblea durante la quale avveniva la votazione, affinchè la loro presenza non muovesse a compassione i capifamiglia e, quel che è più grave, il medesimo acconsentì poi che i “bossoli” (le urne) venissero coperti da fazzoletti, non permettendo al popolo “di veder qual fosse il si o il no” per manipolare quindi il risultato finale. I medico denunciò che “Il Castellan (Tomaso) avendo una spetiaria che è la sepoltura delle sue sostanze” era riuscito a riunire in un’osteria numerose persone e a convincere ben 50 votanti ad assecondarlo (3).
Avvenne che la sera del 20 Ottobre il dottor Bellati, accompagnando il Conte Giulio Sangiovanni alla veglia del Marchese Malaspina in Montebello, passò davanti alla bottega di Girolamo Garzetta dove si trovava anche Antonio Castellani. Costui riconobbe il medico e, staccata dal fianco una pistola proibita dalle leggiper assalirlo, fu prontamente fermato dal Garzetta che lo fece rientrare in bottega e gli tolse l’arma dalle mani. Seppur presenti all’accaduto parecchie persone, il dottore, facendo finta di non vedere e di non sentire, continuò il suo cammino. Fece altrettanto il Conte Sangiovanni e finita la veglia al Marchese, Bellati se ne tornò a casa per un’altra strada per evitare altre insidie. Probabilmente fu l’ultimo sopruso a spingere il medico a ricorrere al Doge (4) con la supplica che così conclude: “Motivo per cui Principe Serenissimo, noi tutti, Padre, Madre e figlioli siamo venuti ai piedi Vostri dell’Augusto Regnante, degnatevi in queste umilissime angustie di esaudire le lacrime di noi inconsolabili, troncate con la spada vendicatrice il filo a sì lunga persecuzione, soccorreteci con quel sacro Zelo con cui Voi amate di vedere immutabile ne’ vostri sudditi la quiete, la libertà, l’honore, la sicurezza et ogni altra possibile felicità acciò noi tutti con la mente libera sgombra di così tetre aggitationi, con più fervore possiamo inalzare a Dio benedetto i debiti voti per la conservazione di Vostra Serenità, di Vostre Eccellenze, e di questo Serenissimo Dominio. Gratie”.
Non ho trovato documenti che possano fornire la conclusione di questa annosa vicenda. Si sa che nel 1712, nel pieno del conflitto tra il dottor Bellati e i Castellani, questi ultimi avevano proposto come candidato medico-fisico il signor Angelo Giacomazzi, al quale la General Vicinianon affidò l’incarico. I carteggi consultati evidenziano poi che l’antica farmacia risultava operante e gestita da Antonio Donadelli, mentre suo fratello Bortolamio nel 1722, poco prima di morire, praticò in Montebello la professione di medico chirurgo, forse al posto di Bellati. Vincenzo Fuga (socio dei Castellani nella nuova speziaria) nel 1751 risulta essere proprietario di una speziaria in piazza a Montebello con annesse altre tre botteghe. A conferma di quanto fosse difficile in quel tempo trovare un dottore competente e bene accetto dalla popolazione come il signor Bellati, si evince da alcuni atti notarili come fosse frequente l’avvicendamento della condotta medica. Nel 1756 il medico-fisico di Montebello era Agostino Caprin, originario di Posina. Il primo Gennaio1763 il neo eletto medico condotto Gio. Donato Maule fece redigere dal notaio Domenico Cenzatti una dichiarazione mediante la quale alcuni testimoni confermavano la sua operatività iniziata avanti il principio della Messa Prima”. Alla fine di quell’anno il dottor Maule non fu riconfermato ed al suo posto arrivò il medico Domenico Caprin, quasi sicuramente parente del predecessore Agostino. Alla conclusione del 1764 anche il dottor Caprin non venne rieletto a causa dell’opposizione di due influenti elettori: Pietro Cortivo e Gian Carlo Cappelletti. La mancata conferma scatenò la rabbia di Domenico Caprin che il 17 Gennaio 1765 sparò o fece sparare alcuni colpi di fucile contro le finestre delle case di Cortivo, di Cappelletti nonchè del nuovo medico-fisico facendo poi affiggere dei fogli di carta con violente minacce contro i tre citati malcapitati. Domenico Caprin seppur riconosciuto come autore o perlomeno mandante delle deplorevoli azioni contestategli, al processo fu inaspettatamente assolto. Nonostante questo fatto increscioso Domenico Caprin fu successivamente riconfermato nella condotta medica di Montebello, come si legge nell’Anagrafe del Dazio Macina del 1789, a dimostrazione della sua provata professionalità.

Fonti: Archivio di Stato di Venezia – Dieci Savi alle Decime – busta n° 1614
Archivio di Stato di Vicenza – Notai vari che hanno rogato in Montebello nel ‘700
Ottorino Gianesato – il ‘700 giorno per giorno – Le Raspe (2005)

Note:
(1) nel 1709 il Nobile Francesco Ghellini (N.d.R.)
(2) nel 1719 il Nobile Vittorio Sangiovanni (N.d.R.)
(3) Nella supplica non si parla della conferma o meno della condotta medica, ma si può supporre che sia stata rinnovata al dottor Bellati poiché la vicenda si arricchì di un nuovo grave fatto (N.d.R.)
(4) Il doge di Venezia all’epoca era Giovanni II Corner (doge dal 1709 al 1722) (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio a cura del redattore.
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UN FATTACCIO DI CRONACA

[34] MONTEBELLO NELLA CRONACA NERA DEL SETTECENTO
Siamo a Montebello alla fine dell’inverno del 1777 quando un certo Bortolo Va. del fu Antonio, persona di ottima famiglia, tradisce le sue origini compiendo un efferato delitto. Per la verità, il nostro personaggio, non era mai stato quello che viene comunemente definito uno ‘stinco di santo‘, tanto che il giudice, nel processo seguito al fattaccio che andrò a raccontare, lo definiva così: “… persona di depravati costumi, rea di altre delinquenze, dedita alli vizi ed altre trappole, oziosa dopo aver smesso il mestiere di sarte che esercitava“. Ma veniamo ai fatti.
Nella mattina che precedette “la fatal notte“, cioè il 7 Marzo 1777, il citato Bortolo, constatata l’assenza del Reverendo Gio. Batta Longhin e della sua perpetua Sabina, vedova di Antonio Pajarin, col pretesto di “provvedersi” dell’erba per i suoi conigli che si trovava nell’orto del religioso contiguo alla casa, s’introdusse invece nelle stanze della stessa (in Contrà di Vigazzolo N.d.R.). Era chiaro lo scopo della sua intromissione: spiare l’interno per poi, al momento opportuno, ritornarvi e sottrarre denaro e preziosi. Mise in opera il suo piano la sera stessa di quel venerdì, sabato 8 entrante. Munitosi di una trivella e di uno scalpello, si recò nella casa del settuagenario religioso e della sua serva sessantacinquenne, e qui, nella porta della cucina praticò un foro largo abbastanza per introdurre un braccio e togliere il catenaccio che la teneva bloccata. Entrato nella casa passò dalla camera della perpetua Sabina, la quale, svegliata dal rumore fatto per scassinare la porta, si alzò, ed accortasi di quanto stava succedendo, muta dal terrore, tentò di correre dal suo padrone per avvisarlo del pericolo. Fu purtroppo ben presto raggiunta nella sala dal Bortolo. L’uomo estratto da una tasca un coltello a serramanico, non esitò a colpirla al collo con tre fendenti che la fecero cadere a terra fulminata all’istante (due colpi furono dichiarati mortali, come apparve dalla successiva visita del chirurgo legale). L’omicida cercò quindi in cucina qualche altro coltello con l’intenzione di eliminare l’inerme religioso ed aver così campo libero nel mettere sottosopra la casa alla ricerca del denaro. Trovò in un cassetto di un tavolo quanto voleva e, arrivato nella camera del prete, dimenò sul corpo del malcapitato che si trovava a letto, un gran numero di coltellate sino a che “non lo sentì più agitare” (sempre dalla visione fatta in seguito dal chirurgo legale i colpi inferti furono venti, tre dei quali mortali). Si trasferì poi, con l’ausilio di un lume, nella camera contigua a quella del Religioso, mise a soqquadro ogni cosa e si appropriò infine del denaro maledetto e di altri oggetti.
Dopo il barbaro massacro Bortolo Va. fu visto in giro col volto pallido e spaurito e, quel che più conta, due persone riferirono aver notato quest’ultimo con un dito fasciato e le maniche della sua camicia sporche di sangue: “violenti indizi di una tal verità che di quello si fosse scoperto reo“. Si mise subito in azione la macchina della Giustizia che procedette ad una perquisizione della casa del presunto omicida. Nell’abitazione del Bortolo furono rinvenuti il coltello a serramanico usato contro la perpetua, la trivella, lo scalpello, i suoi vestiti intrisi di sangue, nonché un candeliere di ottone del prete, Troni 1064 e Soldi 9, denaro e cose sicuramente frutti della ruberia. L’inquisito si difese adducendo di aver subito un’aggressione quel venerdì sulla Strada Regia verso Vicenza al “Capitel della Sartora” (1) e che la ferita ad un dito della mano sinistra gli era stata inferta coi denti da un assalitore. Gli inquirenti stabilirono che corrispondeva al vero solo la morsicatura, prodotta però dal prete in un estremo tentativo di difesa prima di soccombere sotto le stilettate dell’omicida. Al Bortolo non restò altro che confessare quanto commesso, nel vano tentativo di avere uno sconto della grave pena a cui sarebbe sicuramente stato condannato. Poco tempo dopo iniziò il processo a suo carico che si concluse il 14 Giugno 1777. In “arengo” (2), al suono della campana e della tromba, il Podestà e Capitano di Vicenza Vido Marcello sentenziò che a Bortolo Va. del fu Antonio abitante a Montebello, fosse comminata la pena capitale.
LA SENTENZA: “… che il condannato Bortolo Va. sia condotto al luogo solito di giustizia (di solito in Campomarzo a Vocenza N.d.R.), dove per il Ministro di quella (il boia N.d.R.) sopra un paro di eminenti forche sia impiccato per la gola sinché muoia e che il di lui cadavere sia esposto nella predetta strada nelle pertinenze del luogo del commesso delitto (Montebello N.d.R.) sino alla total sua consumazione, e che i suoi beni, tanto presenti che futuri, s’intendano confiscati, giusta la legge“.
Tre giorni dopo, il 17 Giugno Bortolo Va. fu condotto al patibolo. Così appare nelle scritture del libro della Confraternita di S. Giovanni Decollato detta de’ Negri che contiene i nomi di coloro che sono stati giustiziati in Vicenza dal 1603 al 1777 (3).
Quella di Bortolo Va. non fu l’unica esecuzione capitale eseguita quel giorno. A fargli ‘compagnia‘ altri tre condannati a morte e cioè: Iseppo Ni. da Trissino, accusato di uxoricidio, Gio. Batta Bi. da Quargnenta, uccisore di un “cavallaro in quel di Arzignano, e pure di Arzignano era originario Antonio Be. reo di aver assalito ed ammazzato un viandante a Tavernelle.
Come già detto il Bortolo Va. non era proprio uno ‘stinco di santo’, infatti, in precedenza, il 24 Agosto 1774, tra le 23 e le 24, tale Giacomo Busato si trovava all’Osteria di Bonifacio Biasin in Montorso assieme ad altre persone. Come tutti i presenti aveva bevuto e ad un certo punto decise di far ritorno a casa. Fatti pochi passi fu raggiunto dal solito Bortolo Va. (in quest’altro documento viene riportato anche il soprannome di “Pettenella“), figlio di Antonio, da Montebello, che lo fermò ordinandogli, schioppo alla mano, di tornare indietro a pagare la sua parte. Il Busato asserì di aver già pagata la sua porzione di quanto bevuto, ricevendo come risposta dal Bortolo un colpo con il calcio dello schioppo che provocò lo sparo dell’arma. Il Busato fu colpito alla spalla sinistra da una palla (pallottola N.d.R.) che gli procurò una ferita della grandezza di un Ducato (4), in seguito alla quale, il 12 Febbraio 1775, morì al Pio Ospitale. Denunciato e processato il Bortolo Va. fu assolto con la formula dubitativa “… non c’è per ora più [nulla per] dare a procedere“.
Nell’arco dei 175 anni abbracciati dal lunghissimo elenco della Confraternita di S. Giovanni Decollato, citato sopra, figurano eseguite 230 condanne a morte. Quella del Bortolo Va. fu la numero 230. Da notare che i numeri uno e due dell’elenco dei condannati nel 1603, anno in cui iniziarono le registrazioni, furono sempre due abitanti di Montebello, ossia Lugrezia Sp. e suo genero Nicolò (manca il cognome di quest’ultimo ed il capo d’imputazione di entrambi).
Un’altra esecuzione di un montebellano avvenne il 2 Gennaio 1636, a farne le spese tale Giacomo Bu., del quale, come pure dei suoi succitati, mancano le conferme documentali della loro reale provenienza, dato che i cognomi delle famiglie di appartenenza non figurano tra quelli citati negli Estimi e negli atti notarili. Molto probabilmente si dovette pertanto trattare di persone di passaggio, o tutt’al più presenti in paese per un breve periodo.

Note:
(1) Si tratta probabilmente di uno dei capitelli, non più esistenti, lungo la strada che da Montebello andava verso Vicenza (N.d.R.)
(2) Probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), idicava l’assemblea giudicante (N.d.R.)
(3) I componenti di questa Confraternita avevano l’ingrato compito di assistere spiritualmente e di accompagnare i condannati fino all’ultimo istante della loro vita (N.d.R.)
(4) Un Ducato d’oro misurava 21 mm. di diametro (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio a cura del redattore.
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IL PONTE DELLE ASSE

[32] SUL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO
Intorno al 1575 un ponte di pietra fu progettato da Andrea Palladio e costruito sul torrente Guà a Montebello, sul percorso dell’antica Via Gallica che univa Verona a Vicenza, all’epoca chiamata Strada Regia. Questo ponte, appena una cinquantina di anni dopo la sua realizzazione, non esisteva già più. Perché? Che cosa era successo? Se consideriamo la scrupolosità che il Palladio metteva nella creazione delle sue opere e soprattutto la materia prima che normalmente usava, cioè la pietra, questo fatto è a dir poco sorprendente. Le risposte a queste domande si trovano certamente in alcuni documenti dell’epoca presenti in vari archivi, ancora inediti e, in parte, in altri già pubblicati circa 40 anni fa.
Premetto che la ricostruzione completa e precisa degli avvenimenti dalla realizzazione del ponte fino alla sua scomparsa è un’impresa onerosa e qui cercherò solo di sintetizzare ciò che attualmente sono riuscito a conoscere sull’argomento. La ricerca da parte mia di nuovi documenti continua e non escludo l’eventualità di produrre uno scritto più completo e articolato di questo, comprendente i particolari sulla costruzione, la provenienza dei materiali usati, la spesa sostenuta, i personaggi coinvolti ecc.
La nostra storia comincia il 26 maggio 1559 quando il Maggior Consiglio della città di Vicenza, delibera di sostituire i ponti in legno con altri in pietra, più idonei a resistere all’impeto delle acque nelle frequenti piene ed alluvioni dei fiumi e dei torrenti del territorio: “1559. 26. Maggio … siano fatti altri ponti stabili et di pietra in altre strade publiche et principali di questo territorio fora della città …”. Tra questi vi era naturalmente quello di Sant’Egidio a Montebello, data la sua importanza per essere situato sulla strada Regia. Il suo nome deriva dalla chiesetta appunto di Sant’Egidio, ancora oggi esistente e situata a ridosso del torrente Guà in prossimità del ponte stesso.
A causa di successivi e più importanti impegni economici della città, si continuò ancora per qualche anno a riparare i vecchi ponti di legno e solo nel 1569 si cominciò a preparare le pietre per i nuovi ponti. In questo decennio, a causa delle inondazioni che avevano seriamente danneggiato il ponte di Sant’Egidio sul Guà a Montebello, furono commissionati due interventi di riparazione. Nel 1565 fu incaricato di risistemare il ponte un certo Cristoforo « marangon » di Lonigo. Nel 1569 poi, a causa dello scarso risultato ottenuto con la riparazione fatta dal Cristoforo, si dovette ricorrere ad un nuovo intervento. In questa occasione vengono incaricati e sollecitati i carpentieri Zuane fu Francesco Marzochin e Zamaria fu Bono Miolato da Montebello, affinché “… acconcino et accomodino il ponte della Guà nella pertinenza de Montebello.” Ma negli anni successivi continuano le alluvioni e, nel 1574 siamo punto e a capo: il ponte necessita di altre riparazioni. Come abbiamo visto sopra, in quel tempo il Governo utilizzava il quarto del ricavato delle condanne pecuniarie “contra li quereladi o malfattori” per la manutenzione dei ponti, per cui il Maggior Consiglio di Vicenza deliberò di chiedere al Governo della Repubblica di concedere  un nuovo quarto delle condanne per altri 10 anni e che questi denari “… siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno … Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello …
Nel frattempo una nuova alluvione sommergeva una parte del vecchio ponte di legno per cui il Maggior Consiglio decise di fare interrare completamente questa parte del ponte ottenendo così di ridurre la lunghezza del futuro ponte di pietra e quindi la relativa spesa; per questa operazione venne incaricato il Provveditore Odorico Poiana. Il 25 aprile del 1575 lo stesso Maggior Consiglio nominava come Provveditore, per la costruzione del nuovo ponte di pietra a Montebello, il conte Lelio Gualdo. Fu quindi adottato un progetto del Palladio che prevedeva cinque arcate divise da quattro piloni e furono iniziati i lavori. Il progetto originale del Palladio non è ancora stato ritrovato, ma è possibile ricavare la forma e le dimensioni del ponte di Sant’Egidio da tre schizzi dell’epoca datati 1575 e 1580. Nel primo di questi schizzi, riportante la data del 1575, il ponte appare costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (1 piede = mt. 0,357). L’arcata centrale era larga 36 piedi, mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi. L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi per quella centrale e 18 piedi per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi. Gli altri due disegni riportano lo stato del ponte com’era nel 1580, unito alle rive con due grossi muri ma ancora senza parapetti di protezione. Nei documenti vi sono indicazioni di varie consegne di denaro fino al marzo del 1576 al conte Lelio Gualdo per il proseguo dei lavori.
Dei successivi 4 anni non ci sono che scarse notizie, ma evidentemente qualcosa aveva, se non bloccato, di certo rallentato molto l’esecuzione dei lavori. Sicuramente, a mio modesto parere, la tremenda epidemia di peste che ha interessato non solo la nostra zona, ma la gran parte della Repubblica di Venezia, tra il 1575 e il 1577, ha contribuito non poco a frenare la già fragile economia di quel tempo. Si arriva così, senza sostanziali progressi per il nostro ponte, al 1580, quando si affermava che esso era in ottimo stato e, con una modesta somma si sarebbe potuto completarlo. Vengono nominati due nuovi Provveditori al ponte, visto che il conte Lelio Gualdo non si era dimostrato in grado di portare a termine l’opera. Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Anguissola, questi erano i loro nomi, si trovarono quindi di fronte a un dilemma: “… se si doveva aggiungere li altri dui archi piccoli uno per parte, overo lassare li tre archi fatti et il resto passare a serrare di muri grossi et forti”. Si decise quindi di fare un sopralluogo con il Capitano di Vicenza Dardi Bembo e con Barnaba Mazzonchi, il capomastro che aveva già costruito i tre archi del ponte. Fu così che, nonostante la contrarietà del Mazzonchi che chiedeva di rispettare il progetto originale del Palladio, per risparmiare sulle spese, si decise di congiungere i tre archi centrali con le rive facendo due grossi muri anziché costruire altri due archi più piccoli. Questa scelta si rivelerà fatale per il ponte: i due muri erano certamente un grosso ostacolo allo scorrere delle acque del torrente che spesso, in autunno e primavera, diventava molto impetuoso e trasportava con sé molto materiale. Il ponte fu portato a termine nel giro di un paio d’anni e, nel marzo del 1582 furono terminati i muretti e la strada soprastante e fu quindi aperto definitivamente al transito. Negli anni seguenti, tuttavia, si presentarono molti problemi causati dalla mancata costruzione dei due archi laterali del ponte. Le numerose piene del torrente causarono un enorme accumulo di materiale a ridosso del ponte, ostruendo sempre di più i tre archi centrali. Tanto che, nel 1588, il ponte era “… in tanto mal stato che se non se li faceva presta et gagliarda provisione” avrebbe corso “pericolo grandissimo di rovinare la prima piena d’acque”. Il nuovo Provveditore Francesco Sangiovanni fu incaricato di far sistemare il ponte, cosa che fu fatta in breve tempo. Tuttavia, in seguito a nuove grandi piene, nel 1593 il ponte minacciava ancora di rovinare per cui il Senato veneto, sostituitosi alla città di Vicenza nel regolamento delle acque, mandava dieci Provveditori a fare un sopralluogo, in seguito al quale fu fatto un semplice intervento sugli argini che non modificò di molto la situazione.
In un documento datato 5 aprile 1615 il Capitano di Vicenza, Giacomo Nani scrive così al Doge Marcantonio Memmo: “Il Ponte di Montebello situato su la Strada maestra che va a Verona è formato di tre archi, et sostenuto da due gran pillastri questi riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente il qual precipitando da monte turbido e giaroso, et urtando in essi pilastri ivi lascia della materia che porta seco, et ha in maniera alzato il suo letto con giara et cogoli, che in brevissimo tempo resteranno otturati li archi predetti, sicché non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma regurgitando impetuoso farà con l’innodatione nuove rotte e rovine.” Non se ne fece nulla fino al 1627, quando, a causa del fatto che il ponte  era divenuto quasi una barriera per l’enorme accumulo di ghiaia, il Senato mandava sul posto Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro, i quali risolsero il problema facendo ridurre di due piedi lo spessore dei piloni e li unirono con dei legni di larice, ma del ponte palladiano non rimaneva ormai più nulla. Anche il nome venne perso e fu ribattezzato « ponte delle asse ».

Umberto Ravagnani (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione ipotetica del ponte del Palladio, a Montebello, sulla base di disegni dell’epoca e su un altro ponte ancora esistente, dello stesso architetto Palladio, a Torri di Quartesolo (ricostruzione a cura dell’autore)
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