MONTEBELLANI … AL MARE

[181] 1568 – MONTEBELLANI … AL MARE

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Nei secoli passati erano rarissimi gli abitanti della pedemontana veneta, e non solo, che avevano avuto la fortuna di aver visto il mare. Per alcuni montebellani l’occasione di raggiungere la riva dell’Adriatico si presentò nel 1568, quando, in ottemperanza ad un ordine del Doge di Venezia, dovettero recarsi nel luogo detto “Porto di Cortellazzo”.
Di questo ci informa Nicolò Roncà, è il notaio di quell’epoca, che il 7 gennaio 1568 redasse un documento con il quale il Comune di Montebello nominava e dava incarico a Silvestro figlio di ser Francesco de’ Chiarelli e al decano-esattore Paulo Miolo de’ Valentini di raggiungere quella località. Il loro compito era visionare quella porzione di terreno assegnata al Comune di Montebello che in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero dovuto scavare per contribuire a realizzare un canale. Il rogito notarile ci dice solo questo, ma è certo che la visita dei due rappresentanti del Comune di Montebello fu seguita, qualche tempo dopo, dagli uomini del paese trasportati da carri trainati da animali, carichi di pale, picconi e carriole. Il trasferimento deve essere durato almeno qualche giorno, ma alla fine gli operai incaricati raggiunsero la località marina per iniziare i lavori di sterro. Non fu certo una vacanza!
Da molti anni la Repubblica di Venezia tentava di risolvere il problema dell’interramento della sua laguna, ma inutilmente. Il colpevole era soprattutto il Piave che provocava numerosi e pericolosi trasporti di terra in laguna con conseguente innalzamento delle acque, ma anche il Bacchiglione, per lo stesso motivo fu oggetto di interventi e modifiche idrauliche. Già nel 1440 la Serenissima fece chiudere alcuni “sfoghi” che il Piave aveva sulla sua destra e mise in funzione la Tajada de rede o Taglio del re che da san Donà a Passarella deviava le acque del fiume in eccesso verso l’esterno della laguna. Si ampliò con grandi escavazioni un tratto del Canal d’Arco che si raccordava ad altri che sfociavano a Cortellazzo, La realizzazione di questa grande opera durò un secolo e fu ultimata da Alvise Zuccarini, da cui il nome di “Cava Zuccherina”. Il progressivo interramento ne provocò però la scomparsa in meno di 50 anni, e già nel 1560 si era proceduto a una nuova regolazione del Piave. In seguito, nel 1595, Venezia al suo posto fece scavare l’attuale canale “Cavetta” inaugurato nel 1601.
Nei trent’anni che precedettero l’arrivo dei succitati montebellani a Cortellazzo, in territorio trevigiano (da Fagarè di San Biagio di Callalta fino a Torre di Caligo), fu eretto l’argine di “San Marco” che aveva la caratteristica di possedere l’argine di destra (verso la laguna) più alto di circa m. 1,40 di quello opposto. Giusto per permettere che le acque tracimanti fossero dirette lontano dalla laguna. Quindi la Tajada de rede fu trasformata in uno scolmatore per convogliare le piene a Cortellazzo attraverso Passarella, Cà Pirami e Gajola (1565 – 1579) nel periodo in cui anche Montebello diede il suo contributo umano per la sua costruzione. Come sopra ribadito, questo intervento idraulico non produsse gli effetti auspicati costringendo le autorità a deviare le piene del Piave verso le paludi di Eraclea, che divennero un lago le cui acque lambivano Caorle.
I realizzatori di queste opere idrauliche e di altre come fortificazioni, strade e ponti erano dei soldati-lavoratori detti “guastadori” le cui armi erano vanga, piccone e carriola, precursori dei soldati della Grande Guerra 1915-1918 inquadrati nel Genio zappatori, pontieri, minatori. I documenti che parlano dei “guastadori”, almeno per Vicenza e provincia, sono pochi e poveri di notizie.
Si sa però da una leva di “guastadori” del 1580 che il loro impiego era massiccio. Anche il Vicariato di Montebello, ebbe in quell’anno, ed in quelli successivi, alcuni suoi abitanti arruolati “a cavar fosse” (Palmanova). I loro nomi: Salvestro del fu Antonio Nardo, Piero del fu Domenego Munaro, Polo del fu Marendolo Cazzolato, Paulo del fu Nadal Cenzato e Zuane del fu Iseppo Bonadè. In occasione dell’escavazione delle fosse di Palmanova gli uomini arruolati ed impiegati in quella mansione furono 7.000 in tutta la Repubblica di Venezia, di cui 770 provenienti dal territorio vicentino.
La paga che veniva assegnata ai “guastadori” era di 16 Soldi al giorno per i primi due mesi e Soldi 20 (pari a 1 Lira) successivamente.

Tratto da “Miscellanea di storia montebellana” e “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Cortellazzo (VE) alla destra del Piave nel punto in cui il fiume sfocia nell’Adriatico.
Umberto Ravagnani

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (2)

[49] IL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO (seconda parte)

Per dare un ulteriore impulso alla progettata costruzione in pietra del ponte di Sant’Egidio a Montebello, il Maggior Consiglio, il 24 Aprile del 1575, inoltrava una nuova richiesta al Governo della Repubblica affinché venisse concesso il quarto delle condanne, per i successivi 10 anni, da destinare all’esecuzione dei lavori di detto ponte (1). Questo è il documento:

24 Aprile (ASVI, Liber Partium III, pag. 142).
Fu con ottimo consiglio già supplicato all’Ill.mo Dominio per questa città che per riparatione delli ponti et per poterli fabricar di preda il quarto delle condannason li fosse aplicado, ma perchè le tante inondation da molti anni in qua seguite, et che ogni hora più accrescono et moltiplicano con grandissimo danno di tutto questo territorio, li ponti non solamente con quella quantità di denari del quarto non s’hanno potuto fabricar de preda ma ne anche conservarli abastanza et ripararli di legno, essendo stati più volte rovinati et condotti via totalmente sì come è ben notorio. Però desiderando li spett. vostri Deputati proveder secondo la necessità de casi emergenti, di modo che si possano stabilire li ponti per utilità et commodo publico hanno determinato et così l’anderà parte che sia suplicado all’Ill.mo Dominio che voglia far gratia di conceder per anni 10 proximi un altro quarto delli denari delle condanason che si faranno per li Clar.mi Rettori et Consolato da essi depositati in tutto come nelle parte del primo quarto, li quali denari siano specialmente aplicadi a fabricar ponti di preda, nè possano questi esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno, et sia fabricato di preda quel ponte prima e dopo successivamente altri che sarà giudicato più necessario ad arbitrio et elettione di Clar.mi Rettori pro tempore secondo la quantità di denari sopradetti che si troverà esser raccolta et preparada.
Quae per Mag.cos DD. Deputatos omnibus suffragiis admissa fuit animo. Ballotata in Consiglio predicto obtinuit quia habuit sufragia pro 78 contra 6 non obstante contraditione Domini Mathei Calidonii contraditoris.
Deinde proposita fuit pars tenoris infrascripti videlicet: Attrovandosi una bona quantità di denari depositata sul Sacro Monte del quarto dele condanationi aplicado a far ponti e repararli, et parendo alli Vostri Deputati che saria benissimo fatto spenderli nel fabricar un ponte di preda, e per diversi rispeti parendo alli Clar.mi Rettori che si debba principiar da quel ponte di Montebello, vi propongono et così L’anderà parte che li vostri Deputati ellegino doi presidenti qual habbiano carico di far fabricar di preda detto Ponte di Montebello, conferendo il modo e quanto occorrerà in tal negotio alla giornata con li vostri Deputati alli quali per hora gli si dii duc. dosento delli deti denari per dar principio in si fatta opera tanto necessaria et importante, e delli quali habbian a renderne conto distinto et particulare. Quae quidem pars admissa fuit omnibus suffragiis per Mag.cos D. Deputatos animo. Die vero presenti antequam vota miterentur contradixit D. Matheus Calidonius et exactis suffragiis obtinuit nam habuit pro 76 contra 12.

A seguito di tale richiesta, lo stesso Maggior Consiglio nominò quale nuovo Provveditore ai lavori il conte Lelio Gualdo assegnandogli 200 ducati per dare inizio ai lavori. Era costui della nobile famiglia Gualdo insediatasi a Montecchio Maggiore all’incirca nel 1530, dove Francesco Gualdo vi costruì  la propria dimora, la stessa dove due anni dopo fu ospitato l’Imperatore Carlo V d’Asburgo in viaggio da Vienna diretto a Bologna dove doveva incontrare Papa Clemente VII. Da due iscrizioni che erano state murate sulle facciate nord e sud del ponte di Sant’Egidio e riportate integralmente dal carmelitano scalzo padre Angiolgabriello di Santa Maria, al secolo Paolo Calvi, il quale scrisse tra il 1772 e il 1782 un’importante raccolta di biografie di scrittori vicentini, dal titolo “Biblioteca e storia di quei scrittori così della città come del territorio di Vicenza”, risulta l’assegnazione dei lavori al suddetto Conte Gualdo nonché il concorso di Andrea Palladio alla costruzione del ponte. Le due iscrizioni, secondo quanto riportato da padre Angiolgabriello di Santa Maria nel Vol. IV a pag. 188 della sua opera, recitano così:

Hermolai Pisauri Praefecti, decori Civitatis Vicetia. D. Andrea Palladio Architecto. MDLXXV.” (su di un lato del ponte).

Publico commodo, perpetuoq. ornamento Civitas aedificandum curavit Laelio Gualdo Comite, atque Equite, semper Praesidente electo – MDLXXV.” (sul lato opposto)

Relativamente all’aspetto che doveva avere tale ponte nel 1575, abbiamo due schizzi pressoché uguali, uno dei quali si trova nell’Archivio di Stato di Vicenza e l’altro nell’Archivio di Stato di Verona. Ho riportato nell’articolo precedente una ricostruzione a partire da quello presente a Verona e già pubblicato nel libro “Il triangolo di Montebello” dell’esimio prof. Luigi Bedin (tavola n. 40). Da tale schizzo e, soprattutto da un documento riportato dal suddetto padre Angiolgabriello di Santa Maria, nella sua raccolta di biografie, che riporta una relazione dei Provveditori Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Angussola, successori del Conte Lelio Gualdo per i lavori del ponte, si può avere un’idea abbastanza precisa dell’aspetto e delle dimensioni del ponte stesso, come erano nel 1575. Ecco la prima parte del documento:

Dovendosi dar principio al finire il ponte sulla Guà a Montebello ci ha parso a proposito de la presente scrittura di raccontare l’ordine e il modo che si doveva tenere, e perciò: Dell’anno 1575 essendo stato dissegnato per il Palladio un ponte di pietra de cinque archi sopra il torrente de la Guà a Montebello et sopra la strada regia, cioè di un arco grande nel mezzo, un mezzano et un piccolo per parte, largo per il far la strada piedi 12, et essendone sta fatti tri soli in detto anno, cioè il grande et li doi mezani uno per parte, il grande longo pie 36 et alto da terra piedi 24 in 25 et dal letto di esso torrente piedi 17 in 18, et li mezzani longi piedi 32 l’uno et alti da terra piedi 22 et dal detto letto piedi 15 in 16 venivano ad essere tutti tre uniti al mezzo di esso torrente, come appare nel secondo disegno …”

Da questo documento risulta che il progetto originario del Palladio prevedeva un ponte con cinque arcate, divise da 4 piloni, ma nel 1575 il ponte si presentava, come si può vedere anche nel disegno, costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (mt. 2,85). L’arcata centrale era larga 36 piedi (mt. 12,85), mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi (mt. 11,42). L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi (mt. 8,92) per quella centrale e 18 piedi (mt. 6,42) per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi (mt. 4,28). Nel disegno, appena sotto il ponte, vi è la scritta: « Ponte de la Guà a Montebello fatto del anno 1575 ». Sono anche ricordati i nomi dei proprietari dei terreni a ridosso del Guà ed è indicato il sito della cappella di S. Egidio (da tale Santo il ponte ha preso il nome), mentre in alto è la scritta « 2° disegno. 1575, 3 archi fatti nel mezzo del torrente » il che conferma che in quell’anno furono eseguite soltanto le tre arcate mediane riportate nello schizzo, senza alcun congiungimento con la strada regia. Nel disegno si notano, inseriti sulla parte alta dei pilastri centrali, due dei quattro tabernacoli, che ornavano il ponte; gli altri due erano, nella stessa posizione ma nella facciata opposta. In questo particolare il ponte doveva essere molto simile a quello sul fiume Tesina a Torri di Quartesolo, anch’esso del Palladio e tutt’ora utilizzato. Nel cap. XIIII del Libro III de “I quattro Libri dell’Architettura” il Palladio dice riferendosi  a un suo progetto per “alcuni gentil’huomini”: “S’havrebbe questo ponte potuto ornar con nicchi al diritto de’ pilastri, e con statue, e vi sarebbe stata bene à lungo i suoi lati una cornice; il che si vede che fecero alcuna volta anco gli Antichi ”. Il Palladio, osservando i suoi progetti, inseriva sempre questi particolari ornamentali.

Note:
(1) Era usanza del Governo della Serenissima di riservare un quarto delle entrate derivanti da condanne pecuniarie ai lavori di ricostruzione di opere pubbliche importanti, come appunto i ponti sui fiumi.

Continua nel prossimo numero …

Umberto Ravagnani (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Il Ponte palladiano di Torri di Quartesolo mostra, ancora oggi, la sua struttura originale con due delle quattro nicchie che il Palladio ha messo ad ornamento del ponte stesso e di quello di Montebello (foto a cura dell’autore)

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I MARINAI DI MONTEBELLO

[44] MONTEBELLO E I SUOI “MARINAI” D’ALTRI TEMPI
Le prestigiose posizioni di vertice, raggiunte dalle Antiche Repubbliche Marinare di Genova e Venezia nell’economia, nel commercio e nella politica, furono in gran parte merito delle navi da guerra e da carico che i rispettivi cantieri seppero costruire con la valente esperienza dei loro “mastri d’ascia“. Una delle imbarcazioni che dominò le rotte del Mediterraneo fu la galea o galera, varata in diversi allestimenti a seconda dell’utilizzo. La galea sottile o da combattimento, fabbricata solo nell’Arsenale di Venezia e armata con 15 pezzi d’artiglieria, era lunga una cinquantina di metri ed il suo avanzamento nel mare era favorito dalle vele e soprattutto dai rematori presenti in 162 unità, il numero dei rematori, nel 1593, fu portato a 192, ossia 144 forzati e 48 volontari detti “di libertà o di rispetto“, con il rapporto di tre forzati per ogni volontario. Nel 1545 l’autorità della marina veneziana tentò di sostituire i rematori volontari con i forzati prelevati dalle carceri. Ciò contribuì certamente a migliorare il sovraffollamento delle prigioni, ma è altresì vero che la fiotta non potè mai contare su di una quantità adeguata di vogatori. Allora, per sopperire a questa mancanza, la Serenissima ricorse periodicamente alla “leva” di centinaia di rematori reclutati sulla terraferma. Tutti i comuni infatti erano obbligati, tra le altre “gravezze” come la fornitura di fieno alla Cavalleria, a tenere un elenco di nominativi di potenziali rematori da utilizzare all’occorrenza sulle galee. Dopo l’estrazione a sorte i neo marinai, venivano pagati in parte dal comune di provenienza ed in parte dalla Serenissima, ad imbarco avvenuto presso il porto di Venezia. Dalla modesta documentazione arrivata ai nostri giorni, si conosce che il 24 Febbraio 1538 (atti del Notaio Daniele Roncà di Montebeilo) Marco di Jacobo dal Prà, abitante alla Selva, fu estratto “per servire al remo” di una galea della fiotta veneziana, per 4 mesi. Nei racconti di chi già aveva vissuto questa dura e difficile esperienza, appariva evidente quanto problematica fosse la permanenza sulle navi. Durante la navigazione, a chi non partecipava alla voga con forza e sincronismo, venivano distribuite nerbate a non finire dall’aguzzino di turno. Il vitto poi era sempre scarso e scadente, anche se ancor peggio stavano i rematori forzati la cui razione giornaliera consisteva in 5 once di pane o galletta, una ciotola di minestra di riso o legumi, acqua ed una tazza di vino. Solo in occasione delle feste di Pasqua, Natale e dei patrono San Marco, venivano distribuiti un po’ di carne ed un boccale di vino. La promiscuità, la fame, la fatica e le sofferenze di ogni genere erano causa della morte del 60% dei forzati, ed i rematori liberi non se la passavano poi tanto meglio. Il citato Marco dal Prà, per evitare l’arruolamento, cercò un sostituto tra i compaesani non estratti a sorte e lo trovò in Michele del fu Bernardo Castegnaro a cui offrì 16 Ducati, con versamento di ulteriori 2 Ducati da pagarsi ai parenti per ogni mese ulteriore passato sulla nave. L’accordo redatto dai Notaio Roncà non andò a buon fine, ne è prova che il 3 Marzo successivo Marco dal Prà trovò un nuovo sostituto in Sebastiano Pelizzon del fu Jacobo il quale acccettò per la nuova e più vantaggiosa cifra di 19 Ducati e 2 Soldi per ciascun giorno in più, somma pagabile in Marcelli d’argento (monete del valore di 10 soldi ossia mezza lira). In un elenco del 1590-1591 risultano iscritti alcuni nominativi di galeotti-rematori montebellani, ma una nota scritta a fianco di ognuno di questi ne esclude l’impiego sulle galee per motivi diversi, eccettuato Alessandro del fu Jacobo Bevilacqua. Costui, arruolato come rematore il 2 Agosto 1571, partecipò quasi sicuramente alla battaglia di Lepanto del 7 Ottobre di quell’anno, scontro che le flotte della Serenissima e degli alleati europei sostennero vittoriosamente contro quella Turca nel mare Adriatico. Nel corso del ‘600, l’aggravarsi della situazione degli scali marittimi veneziani nel mediterraneo per il perdurare degli assalti dei Turchi, sfociò nei 1645 in una guerra cruenta. La marineria veneziana continuò pertanto ad arruolare nuovi rematori: anche Montebello inviò un suo figlio, Lorenzo Aldegheri dei fu Zorzo, pagato con 170 Ducati. Per difendere il porto di Candia (Creta) Venezia fu costretta, il 6 gennaio 1646, ad emanare una Ducale (ordinanza) che obbligava i Comuni della terraferma a fornire alcune centinaia di rematori liberi. Questa Ducale, in alcuni stralci, così recitava: “… continuando l’Ottomana aggressione della piazza di Candia … altri rinforzi siano ricercati … per rimettere in stato valido l’armata … con la contribuzione d’uomini 500 da remo da dover quanto prima effettuarsi …“. Il Comune di Montebello rispose con altri tre marinai, Piero dei fu Giulio Zigiotto, Crestan figlio di Mattio Truta e Giacomo del fu Gregorio Paldeferro. Costoro si accordarono con i consiglieri comunali Calza e Collalto per la cifra di 200 Ducati cadauno, ricevendo come anticipo Lire 9 e Soldi 6 (per capire il valore del denaro, in quel tempo un campo di buona terra costava 100 Ducati). Altri montebellani, loro malgrado, furono costretti, a seguito delle condanne loro comminale dal Tribunale della Corte Pretoria, a passare lunghi anni ad un remo delle galee. Il 18 luglio 1693 Battista Albanese, colpito da un provvedimento di condanna al remo per un grave reato, incaricò il Prevosto di Montebello, Leonardo Sangiovanni, di amministrare i suoi beni per il sostentamento dei figli ancora in tenera età. Nel secolo successivo diversi compaesani lo seguirono (Vincenzo Arzenton, Gioacchino Nardin ed altri) finché l’avvento dei più moderni e più veloci velieri e la perdita da parte di Venezia degli scali marittimi resero quasi inutile l’impiego dei rematori.

Ottorino Gianesato (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: La classica galera veneziana (ricostruzione grafica a cura del redattore).

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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettività di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’Università di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, è pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua « Historia Longobardorum » risale al 589 quando si è verificata la Rotta, cioè la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiò il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la città di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/Aldegà e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il Guà, invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici è sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume Guà defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’Aldegà, cioè il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensì verso il Guà, sottopassando la strada Regia: è evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metà e cioè una parte nell’Alpone e l’altra parte nel Guà. Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’Aldegà e una parte di quelle del Guà confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): è una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione però era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/Aldegà, come si può vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione è considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o più precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietà si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prà di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’Aldegà nel Guà.
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della Prà, dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si è chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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