LA FERROVIA A MONTEBELLO!

[241] LA FERROVIA PASSA DA MONTEBELLO!


La storia della linea ferroviaria Milano-Venezia, detta la “Ferdinandea” dal nome dell’Imperatore Ferdinando I d’Austria, inizia nel 1835, durante la cosiddetta “seconda dominazione austriaca” del Lombardo-Veneto.1 Costituitasi una società di imprenditori (una cordata si direbbe oggi) a Venezia, appunto nel 1835, ad essa se ne aggiunsero alcuni altri, di Milano, nel corso dell’anno successivo. Con il primo Congresso di Verona della nuova società, il 26 maggio dello stesso anno, venne presentato un progetto di massima della strada ferrata Milano-Venezia. Erano passati solo 12 anni dall’inaugurazione di quella che viene considerata la prima linea ferroviaria, tra Shildon e Stockton, nel nord-est del Regno Unito, lunga circa 40 km.
Intorno al 1840 il nuovo progetto fu sottoposto ad approvazione imperiale e la relativa Sovrana Patente di privilegio 27 novembre 1840 per l’I. R. Strada Ferdinandea Lombardo-Veneta (concessione), venne pubblicata nella Gazzetta privilegiata di Milano il 16 luglio 1841.
La Ferdinandea fu costruita per tratti e il primo tronco ad essere completato ed inaugurato, il 12 dicembre 1842, fu quello tra Padova e Marghera. Il ponte sulla Laguna Veneta fu invece aperto l’11 gennaio 1846; in precedenza la città veneta era comunque collegata alla linea ferroviaria grazie ad un servizio su natanti diretto a Marghera. In  successione furono poi aperti i tratti Padova-Vicenza (11 gennaio 1846) e Milano-Treviglio (15 febbraio 1846). La Prima guerra di indipendenza rallentò la costruzione degli altri tratti: il Verona-Vicenza fu inaugurato il 3 luglio 1849, seguito dal Coccaglio-Brescia-Verona (22 aprile 1854) e dal Coccaglio-Bergamo-Treviglio (12 ottobre 1857). Il percorso originario era lungo 285 km e prevedeva il passaggio lungo la direttrice Treviglio-Bergamo-Brescia. Con l’inaugurazione del tronco diretto Rovato-Treviglio, avvenuta il 5 marzo 1878, la ferrovia assunse l’attuale fisionomia.
L’intero progetto della Strada Ferrata Ferdinandea era stato assegnato all’Ing. Giovanni Milani di Verona, il quale nel 1840, nel suo libro “Progetto di una strada a guide di ferro da Venezia a Milano”, descrisse l’intero percorso con notevole dovizia di particolari. Per la parte che interessa il nostro territorio, il Milani, rileva un problema di non poco conto, cioè l’attraversamento del torrente Guà, il quale presenta degli argini molto alti, che potrebbero elevarsi ulteriormente in futuro. Per superare questo ostacolo propone la costruzione di una galleria sotterranea di circa 100 metri, la quale avrebbe risolto tutti i  problemi di natura orografica.
Era l’idea iniziale quella di scavare un tunnel sotto il torrente ipotizzando minori difficoltà e una spesa più contenuta, ma alla fine, riconsiderati i costi per quel tipo di operazione, nel suo progetto definitivo proporrà la costruzione di un lungo ponte che permettesse  di minimizzare le pendenze. Ma vi era un altro importante problema da risolvere, e cioè la proposta del conte Pietro Giovanelli, personaggio molto importante di Lonigo, nonché Presidente della parte Veneta della società ferroviaria, il quale propendeva a far passare la ferrovia per Lonigo anziché per Montebello, come prevedeva il progetto dell’ing. Milani. Il conte Giovannelli proponeva che la linea, una volta passata la stazione di Altavilla, proseguisse per Meledo e Sarego parallelamente al torrente Guà e alla sua sinistra, attraversandolo nel punto di confluenza con il ‘fiumicello’ Brendola,  per giungere poi a Lonigo e da qui proseguire per San Bonifacio.
In un verbale di seduta del 2 marzo 1844, emesso dalla Direzione della “Ferdinandea”, documento del quale lo storico leonicense Egidio Mazzadi scrive di possederne una copia, sono molto evidenti le divergenze tra il conte Pietro Giovanelli, Presidente della Sezione Veneta, e l’ing. Milani relativamente al percorso che la ferrovia dovrebbe fare tra Altavilla e San Bonifacio: il conte Pietro Giovanelli ritiene che la linea ferroviaria debba passare per Lonigo, per proseguire poi verso San Bonifacio, perché “… a Lonigo fan capo gli  abitanti d’altre città e grosse importanti borgate, come sono Cologna, Montagnana, Noventa, Sossano” e prosegue “… Quello che più importa è la rilevanza del commercio, sotto il qual punto di vista Lonigo ha una grande superiorità sui paesi intorno, su Montebello e S. Bonifacio per le strette sue relazioni con Vicenza, con Verona, e con paesi della Lombardia, specialmente pei traffichi [sic] delle sete e dei vini.” Parlando del nostro paese, invece “… Montebello non ha mercato che una volta per settimana, e anche questo poco importante” mentre “…Lonigo ne ha tre, e tutti osservabili per frequenza di persone e per  attività di commercio.” E continua “… Montebello ha fiera un giorno solo in un anno, e d’importanza affatto trascurabile. Lonigo all’incontro ne ha quattro, due delle quali duran tre giorni e hanno una vera celebrità pel movimento di uomini e di cose cui cagionano.” Conclude ricordando il principio che la strada più utile non è quella che costa meno, ma è quella che rende di più.
L’ingegnere Capo Milani risponde con due considerazioni, una di tipo economico e una di tipo tecnico-economico. Dice il Milani: “… Lonigo è in sé per fabbricati, per popolazione, per centro  amministrativo e giudiziario, luogo più importante di Montebello; ma quanto a posizione, quanto centro di concorrenza io credo Montebello più importante di Lonigo” infatti “… Montebello come primo centro di attrazione di un movimento da trasfondersi sulla strada di ferro [ferrovia NdR] ha intanto per sé, e sopra le condizioni di Lonigo, lo sbocco vicinissimo, necessario, inevitabile, delle due grandi vallate di Guà e Chiampo, che non hanno altra uscita, e nelle quali si trovano popolosi paesi; nella prima di Montecchio Maggiore, di Castelgomberto, di Valdagno e le acque di Recoaro; nella seconda quelli di Montorso,  Arzignano e Chiampo. Poi si trova sulla strada postale e quindi è per questa sua particolare condizione topografica, anche attualmente, un centro di attrazione già stabilito …”. Passa poi alla motivazione più tecnica “[seguendo il percorso suggerito dal Presidente Giovanelli] a circa un terzo della distanza totale da Montebello a Lonigo sorgono in vicinanza del torrente [Guà] due mammelloni isolati, uno a destra, l’altro a sinistra, quello maggiore di questo, quello detto della Favorita, questo di Ca’ Velo. E’ a Meledo, presso ed in faccia di Ca’ Velo, che i Monti Berici s’accostano al torrente, e continuano ad avvicinarsi sempre più sino a Lonigo.” In pratica, dice il Milani, viene a crearsi in  questo punto un innalzamento del terreno difficoltoso da superare per la ferrovia, tanto più che nel breve spazio tra il Guà e le pendici dei Berici passano anche la statale che collega Lonigo ad Altavilla e il ‘fiumicello’ Brendola. E continua “… sarebbe difficilissimo, pericolosissimo, passare il torrente [Guà] in quella stretta, passando in mezzo ad una curva a doppio flesso, passarlo in un luogo ove non vi è spazio per isviluppare [sic!] una curva di gran raggio, per dispor l’argine della strada sotto una moderata pendenza e tanto lunga da poter vincere l’altezza del Ponte di sei od otto metri sopra i terreni.” Espone infine anche i gravi problemi di natura idraulica che si verrebbero a creare con questa soluzione. Oltre a tutto questo bisogna dire che il percorso della ferrovia si sarebbe allungato di almeno 4 km. rispetto al progetto originale, con un notevole aumento di costi e maggiori problemi di manutenzione. Alla seduta del 2 marzo 1844, conclusasi con un nulla di fatto per la parte riguardante Montebello e Lonigo, ne seguirono altre e, alla fine prevalse il concetto dell’ing. Milani che era quello di congiungere con una grande arteria, nel modo più diretto possibile, le città popolose, mentre i piccoli centri avrebbero dovuto organizzarsi da sé per il collegamento con i grandi centri abitati. I lavori, che erano già iniziati qualche anno prima con la tratta Mestre-Padova, si conclusero il 5 marzo 1878 con il completamento di alcuni rami secondari.
Nel 1841 una importante questione relativa all’inclusione, nell’itinerario della Ferdinandea, della città di Bergamo, che l’ing. Milani aveva escluso dal suo progetto a causa di rilevanti problemi di natura orografica, portò ad uno scontro frontale con la nuova Commissione voluta da Vienna. L’ing. Milani si dimise prima dell’inizio dei lavori e non volle più saperne di collaborare. Il suo progetto venne comunque ripreso e realizzato per intero. E, per quanto riguarda Bergamo, venne unita al tracciato principale tramite una bretella che partiva dalla linea principale nei pressi di Treviglio.

Note:
1) La storia della ferrovia Ferdinandea è narrata in modo più approfondito nel libro di Umberto Ravagnani “Cartoline che raccontano – Piccole storie e immagini della prima metà del ‘900”, Montebello Vicentino, 2015.

Foto: Cartolina che pubblicizzava la ferrovia di Montebello, emessa nei primi anni del Novecento. Tecnicamente si tratta di una cromofotolitografia (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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OMICIDIO PRESSO CASA QUINTA

[112] MOLTI GLI INDIZIATI, UNO SOLO L’OMICIDA

Il 28 Novembre 1775, nel luogo “La Pontara del Quinto” (Casa Quinta) tra i paesi di Meledo e di Montebello, morì ucciso da una fucilata Nicolò Longo senza che nessuno fosse stato presente al fatto. Si sparse allora una voce che l’omicidio fosse stato commissionato da Orsola Lazzaretti. Vedova Castraman da Locara per vendicare la nipote Manina Brugnolo che, tempo prima, era stata colpita col fiancone di uno schioppo dal Longo. Numerosi altri indizi indicarono come mandanti i persecutori del Longo cioè Domenico Pesavento da Sarego, Carlo Dal Bon detto “Cola” da Roncà, e Gianantonio Dall’ava da Lonigo.
Il primo per essere stato nel passato al servizio della Castraman e che, nel San Martino scorso, in una osteria di Montebello, aveva scaricato il suo schioppo con una palla d’oncia e 40 pallettoni contro il Longo che fecero un gran numero di “impressioni” e ferite (rilevate e trovate all’atto dell’esame del cadavere del Longo stesso).
Altro indizio contro Domenico, l’essere stato visto, sette od otto giorni prima del fattaccio, andare verso il ponte della Fracanzana dove il Longo aveva avuto numerosi e sospetti incontri. In quanto a Carlo costui aveva servito quell’autunno come “guardacampagna” in Montebello ed aveva deposto, otto giorni dopo l’uccisione, di non essersi trovato nel luogo del delitto, seppur si sapeva che proprio da quì si era allontanato.
Gli indizi a carico di GianAntonio detto “Moro” attuale servitore della Castraman, erano pesanti. Giorni prima infatti aveva rilasciato alcune dichiarazioni bellicose contro il Longo espressioni che avevano fatto il giro della piazza di Montebello. Fu altresì visto, sei o sette giorni prima del delitto, in compagnia di Domenico Pesavento sopra il ponte della Fracanzana dopo le ore 24 e, la mattina seguente l’omicidio “prendere servizio in Montebello senza che comparisca il mattino”.
Gli inquirenti dichiararono autore del delitto GianAntonio Dall’Ava che fu condannato a cinque anni al remo sopra una galera. Tutti assolti gli altri imputati.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Località Casa Quinta a Monticello di Fara (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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FURTI SACRILEGHI REITERATI

[62] FURTI SACRILEGHI REITERATI

MARCO figlio di BATTISTA VECCHIO e BORTOLAMIO figlio di FRANCESCO VISENTIN, entrambi di Montorso, formavano una bella lega dedita ai furti e alle ruberie di ogni genere. Il 13 Settembre 1769 Marco Vecchio, salito con una scala sopra il tetto della Parrocchiale del suo paese, tolse alcuni coppi ed attraverso il varco si calò con una corda all’interno della Chiesa seguito subito dal compare. Dall’altare di San Carlo asportarono tre tovaglie, altre tre da quello di San Giuseppe, due da quello del Rosario ed una da quello di San Rocco. Da un “armaretto” presero vari fili di perle false e due anelli d’argento.
Due o tre giorni dopo tentarono di rubare nella Chiesa di Agugliana di Montebello. Con la stessa tecnica entrarono nel luogo sacro, ma rubarono solo la corda che stava attaccata alla campana. Il 18 Settembre penetrarono nella Chiesa di Sarego dalla quale sottrassero due tovaglie fornite di merli, tre ghirlande d’argento, tre fili di perle due dei quali falsi, una corona di vetro con un Cristo, tre medaglie d’argento, una rosetta e due anelli con pietre buone, il tutto dall’altare della Beata Vergine del Rosario. Dall’altare del Nome di Gesù altre tre tovaglie, pure tre tovaglie da quello di Santa Maria Maddalena, una dall’altare di San Pietro ed una sopraccoperta di persiana dall’altare del Santissimo. Con la refurtiva si portarono a Verona e Marco Vecchio passò poi a Mantova, da dove tornò senza aver potuto vendere nemmeno una tovaglia. Pensarono allora di portare tutto nella Chiesa di Montorso, e così in seguito lasciarono le tovaglie davanti alla porta del campanaro. Poco tempo dopo Bortolamio Visentin fu incarcerato nelle prigioni di Verona. Il compagno Battista Vecchio, anche lui scoperto, passò nelle mani della Giustizia. Il Giudice li condannò entrambi a tre anni di galera.

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Ricostruzione di fantasia del furto sacrilego nella Chiesa di Agugliana di Montebello (a cura del redattore).

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