UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE

[191] UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE COMUNALE CINQUECENTESCA
(ossia appropriazione indebita di denaro pubblico fatta da dipendenti o amministratori)

Il 5 aprile 1579, il notaio montebellano Nicolò Roncà del fu Daniele fu testimone di una Convicinia (assemblea) straordinaria trascritta nel “Liber Collectarum” ossia Libro delle Riunioni (raccolta di documenti andata distrutta – n.d.r.).
Nell’assemblea furono eletti sette uomini per riesaminare quanto fatto e prodotto dall’Amministra- zione Comunale di Montebello nel periodo che va dal 1565 al 1578. Nell’occasione vennero pure nominati procuratori del Comune Gio.Pietro Barbizza e Marc’Antonio Valentini con il compito di comparire davanti ai Rettori del Territorio di Vicenza (Amministrazione Provinciale) e dare spiegazioni in merito alla sparizione di alcune pagine dei Libri Contabili Comunali che risultavano strappate.
Gli anni incriminati furono però solo tre: il 1565 quando fu esattore (Decano) Rizzardo Cazzolato, il 1567 quando lo stesso incarico venne ricoperto da Bernardino Magistrelli ed il 1569 con esattore (Decano) Chiarello de’ Chiarelli. Negli anni citati il notaio comunale era Gabriel Nardo.

L’ANTEFATTO
Tutto diventò più difficile quando, per la mancanza di quelle pagine, non fu possibile eseguire i conteggi necessari per la stesura del bilancio. Dell’oscura faccenda ne venne a conoscenza l’Amministrazione del Territorio (Provincia) che ora chiedeva chiare delucidazioni e giustificazioni.
A far scoppiare il bubbone fu l’esattore (Decano nel 1575 e 1578) Rizzardo Vivian, indicato come probabile autore della manomissione dei libri dell’amministrazione comunale che per mascherare le sue ruberie non trovò niente di meglio che far sparire le tracce del maltolto.
Pertanto gli intervenuti all’Assemblea pretesero che a Rizzardo Vivian fossero addebitate tutte le differenze e mancanze di cassa relative alle carte strappate contenenti numerose partite contabili.
Nel momento dell’Assemblea il Decano era Nicolò Rolandi e i consiglieri: Gio.Pietro Barbizza, Bernardin Gaboardo, Jeronimo Vivian, Francesco Miolo in nome di Paolo suo figlio e Giovanni Cazzolato in nome di Jacobo Zambelin.
Non si conosce l’epilogo di questa vicenda dai gravi risvolti penali. Comunque il principale accusato, Rizzardo Vivian, sparì dall’Amministrazione Comunale di Montebello e nell’agosto dello stesso anno morì a Montecchio Maggiore per mano dei Chiarello con i quali era in atto una faida.
Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Disegno: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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MONTEBELLANI … AL MARE

[181] 1568 – MONTEBELLANI … AL MARE

Nei secoli passati erano rarissimi gli abitanti della pedemontana veneta, e non solo, che avevano avuto la fortuna di aver visto il mare. Per alcuni montebellani l’occasione di raggiungere la riva dell’Adriatico si presentò nel 1568, quando, in ottemperanza ad un ordine del Doge di Venezia, dovettero recarsi nel luogo detto “Porto di Cortellazzo”.
Di questo ci informa Nicolò Roncà, è il notaio di quell’epoca, che il 7 gennaio 1568 redasse un documento con il quale il Comune di Montebello nominava e dava incarico a Silvestro figlio di ser Francesco de’ Chiarelli e al decano-esattore Paulo Miolo de’ Valentini di raggiungere quella località. Il loro compito era visionare quella porzione di terreno assegnata al Comune di Montebello che in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero dovuto scavare per contribuire a realizzare un canale. Il rogito notarile ci dice solo questo, ma è certo che la visita dei due rappresentanti del Comune di Montebello fu seguita, qualche tempo dopo, dagli uomini del paese trasportati da carri trainati da animali, carichi di pale, picconi e carriole. Il trasferimento deve essere durato almeno qualche giorno, ma alla fine gli operai incaricati raggiunsero la località marina per iniziare i lavori di sterro. Non fu certo una vacanza!
Da molti anni la Repubblica di Venezia tentava di risolvere il problema dell’interramento della sua laguna, ma inutilmente. Il colpevole era soprattutto il Piave che provocava numerosi e pericolosi trasporti di terra in laguna con conseguente innalzamento delle acque, ma anche il Bacchiglione, per lo stesso motivo fu oggetto di interventi e modifiche idrauliche. Già nel 1440 la Serenissima fece chiudere alcuni “sfoghi” che il Piave aveva sulla sua destra e mise in funzione la Tajada de rede o Taglio del re che da san Donà a Passarella deviava le acque del fiume in eccesso verso l’esterno della laguna. Si ampliò con grandi escavazioni un tratto del Canal d’Arco che si raccordava ad altri che sfociavano a Cortellazzo, La realizzazione di questa grande opera durò un secolo e fu ultimata da Alvise Zuccarini, da cui il nome di “Cava Zuccherina”. Il progressivo interramento ne provocò però la scomparsa in meno di 50 anni, e già nel 1560 si era proceduto a una nuova regolazione del Piave. In seguito, nel 1595, Venezia al suo posto fece scavare l’attuale canale “Cavetta” inaugurato nel 1601.
Nei trent’anni che precedettero l’arrivo dei succitati montebellani a Cortellazzo, in territorio trevigiano (da Fagarè di San Biagio di Callalta fino a Torre di Caligo), fu eretto l’argine di “San Marco” che aveva la caratteristica di possedere l’argine di destra (verso la laguna) più alto di circa m. 1,40 di quello opposto. Giusto per permettere che le acque tracimanti fossero dirette lontano dalla laguna. Quindi la Tajada de rede fu trasformata in uno scolmatore per convogliare le piene a Cortellazzo attraverso Passarella, Cà Pirami e Gajola (1565 – 1579) nel periodo in cui anche Montebello diede il suo contributo umano per la sua costruzione. Come sopra ribadito, questo intervento idraulico non produsse gli effetti auspicati costringendo le autorità a deviare le piene del Piave verso le paludi di Eraclea, che divennero un lago le cui acque lambivano Caorle.
I realizzatori di queste opere idrauliche e di altre come fortificazioni, strade e ponti erano dei soldati-lavoratori detti “guastadori” le cui armi erano vanga, piccone e carriola, precursori dei soldati della Grande Guerra 1915-1918 inquadrati nel Genio zappatori, pontieri, minatori. I documenti che parlano dei “guastadori”, almeno per Vicenza e provincia, sono pochi e poveri di notizie.
Si sa però da una leva di “guastadori” del 1580 che il loro impiego era massiccio. Anche il Vicariato di Montebello, ebbe in quell’anno, ed in quelli successivi, alcuni suoi abitanti arruolati “a cavar fosse” (Palmanova). I loro nomi: Salvestro del fu Antonio Nardo, Piero del fu Domenego Munaro, Polo del fu Marendolo Cazzolato, Paulo del fu Nadal Cenzato e Zuane del fu Iseppo Bonadè. In occasione dell’escavazione delle fosse di Palmanova gli uomini arruolati ed impiegati in quella mansione furono 7.000 in tutta la Repubblica di Venezia, di cui 770 provenienti dal territorio vicentino.
La paga che veniva assegnata ai “guastadori” era di 16 Soldi al giorno per i primi due mesi e Soldi 20 (pari a 1 Lira) successivamente.

Tratto da “Miscellanea di storia montebellana” e “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Cortellazzo (VE) alla destra del Piave nel punto in cui il fiume sfocia nell’Adriatico.
Umberto Ravagnani

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UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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OMICIDIO PRESSO CASA QUINTA

[112] MOLTI GLI INDIZIATI, UNO SOLO L’OMICIDA

Il 28 Novembre 1775, nel luogo “La Pontara del Quinto” (Casa Quinta) tra i paesi di Meledo e di Montebello, morì ucciso da una fucilata Nicolò Longo senza che nessuno fosse stato presente al fatto. Si sparse allora una voce che l’omicidio fosse stato commissionato da Orsola Lazzaretti. Vedova Castraman da Locara per vendicare la nipote Manina Brugnolo che, tempo prima, era stata colpita col fiancone di uno schioppo dal Longo. Numerosi altri indizi indicarono come mandanti i persecutori del Longo cioè Domenico Pesavento da Sarego, Carlo Dal Bon detto “Cola” da Roncà, e Gianantonio Dall’ava da Lonigo.
Il primo per essere stato nel passato al servizio della Castraman e che, nel San Martino scorso, in una osteria di Montebello, aveva scaricato il suo schioppo con una palla d’oncia e 40 pallettoni contro il Longo che fecero un gran numero di “impressioni” e ferite (rilevate e trovate all’atto dell’esame del cadavere del Longo stesso).
Altro indizio contro Domenico, l’essere stato visto, sette od otto giorni prima del fattaccio, andare verso il ponte della Fracanzana dove il Longo aveva avuto numerosi e sospetti incontri. In quanto a Carlo costui aveva servito quell’autunno come “guardacampagna” in Montebello ed aveva deposto, otto giorni dopo l’uccisione, di non essersi trovato nel luogo del delitto, seppur si sapeva che proprio da quì si era allontanato.
Gli indizi a carico di GianAntonio detto “Moro” attuale servitore della Castraman, erano pesanti. Giorni prima infatti aveva rilasciato alcune dichiarazioni bellicose contro il Longo espressioni che avevano fatto il giro della piazza di Montebello. Fu altresì visto, sei o sette giorni prima del delitto, in compagnia di Domenico Pesavento sopra il ponte della Fracanzana dopo le ore 24 e, la mattina seguente l’omicidio “prendere servizio in Montebello senza che comparisca il mattino”.
Gli inquirenti dichiararono autore del delitto GianAntonio Dall’Ava che fu condannato a cinque anni al remo sopra una galera. Tutti assolti gli altri imputati.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Località Casa Quinta a Monticello di Fara (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (3)

[54] L’ORIZZONTE DI RONCA’ (Tra le valli d’Illasi e del Chiampo)

L’argomento è lo studio geologico-paleontologico dell’orizzonte Calcareo a Nummulites brongniarti nei Lessini centro orientali. Quest’orizzonte che si trova nella parte sommitale dell’Eocene medio (42 milioni di anni fa) è stato chiamato nel 1960 piano Biarritziano perché affiora bene, oltre che a Roncà, anche nella nota località turistica di Biarritz in Spagna. Esso è caratterizzato dalla presenza di un “fossile guida” ben preciso: il Nummulites brongniarti (vedi disegno), un animale unicellulare che si è evoluto e sviluppato in poco tempo e poi si è estinto come specie. Teniamo presente che nelle zone che stiamo descrivendo c’era un mare più o meno profondo (la Tetide) che si estendeva dalla Spagna alla Cina. Il fossile guida era un animale marino ed ha lasciato i propri resti dei gusci calcarei in tutto questo mare dove si era espanso; quindi lo troviamo dalla Spagna, alla Francia, in Italia, in Ungheria, ecc.
Dobbiamo quindi pensare al piano Biarritziano come ad una pagina di un quaderno sul fondo di questo mare con lo spessore che varia dai 3 ai 6 metri, con facies (aspetto) per lo più calcarea, ma anche tufitica (tufo con inglobati vari fossili). Noto ancora che la deposizione degli organismi poi divenuti fossili, non è stata omogenea in tutta l’estensione del mare. In particolare nella zona che stiamo studiando esistevano molti vulcani sottomarini che culminavano nell’apparato principale e cioè il Monte Calvarina, l’unico che emergeva sopra l’acqua, da Santa Margherita in su. Questa che abbiamo chiamato pagina fossile sottomarina ora è in facies calcarea, ora con tufi e fossili, ora manca perché al suo posto esistono poderose colate di lava sottomarine (come avviene nel comune di Montebello). Questa viene detta “eteropia di facies” e cioè aspetti diversi di una stessa età. Nel nostro Comune si trova certamente sotto gli strati di Agugliana che appartengono all’Eocene Superiore datati da un altro fossile guida, il Nummulites Fabiani (40 – 36 milioni di anni fa). A Nord di Agugliana il punto più vicino dove emerge lo strato è presso le frazioni di Bellimadore, Ponte Cocco, San Marcello ma siamo già nel comune di Montorso. In conseguenza del sollevamento alpino avvenuto a cominciare da 70 milioni di anni fa per azione della spinta della zolla africana contro la zolla europea, il mare Tetide è man mano scomparso e sono emersi i terreni sottomarini come un libro le cui pagine testimoniano le varie età. La morfologia attuale creata dagli eventi atmosferici in tanti milioni di anni, ha poi tagliato asportato, messo in luce lo strato di cui stiamo parlando, tra le valli esaminate.
In breve dirò che il biarritziano compare ad occidente proprio sotto il castello di Illasi. Venendo verso oriente lo troviamo su tutta la dorsale di Colognola ai Colli; poi a Castelcerino, sopra il castello di Soave, a Montecchia di Crosara, a Roncà, a Ponte Cocco, a San Marcello per finire esattamente sotto i fondamenti della chiesa di San Bortolo di Arzignano e il retrostante campo di calcio. Fra tutti questi affioramenti occupa una particolare importanza quello di Roncà, zona classica per giacimenti fossiliferi già studiati all’inizio del secolo scorso. Infatti il geologo R. Fabiani aveva descritta nel 1915 la stratigrafia in corrispondenza delle Case Tessari stabilendo la serie tipo di Roncà. Affiorano inglobati nel tufo o nei calcari magnifici esemplari di Strombus Fortisii, Ampullina Vulcani, Ostree, Corbis Major, Velates, vari tipi di cerizi tra cui il Piramidato ed altri molluschi nonché resti di piante e di coccodrilli. E’ da notare che l’abbondanza di vita marina è dovuta soprattutto alla presenza dell’attività vulcanica sottomarina che arricchiva le acque di sostanze adatte per il ciclo della vita. Noto ancora che nella zona di Roncà e dintorni ho rinvenuto vere e proprie spiagge fossili, ossia l’arenile con molti fossili che finiva direttamente contro il basalto: erano antiche spiagge poco profonde adatte alla vita dei molluschi. Noto in fine come ultima osservazione che tra gli strati biarritziani di Bellimadore – Ponte Cocco ed Agugliana col suo Priaboniano ci sono vulcaniti  per 150 mt. di spessore, il che significa che c’è stata una intensa attività vulcanica sottomarina poi cessata con successiva deposizione degli strati calcarei di Agugliana.

Terenzio Conterno (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Foto: Terenzio Conterno durante la passeggiata culturale organizzata dagli Amici di Montebello il 21 maggio 2006 a Camposilvano di Velo Veronese (foto a cura del redattore).
Figura: Il fossile guida Nummulites brongniarti.

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I MARINAI DI MONTEBELLO

[44] MONTEBELLO E I SUOI “MARINAI” D’ALTRI TEMPI
Le prestigiose posizioni di vertice, raggiunte dalle Antiche Repubbliche Marinare di Genova e Venezia nell’economia, nel commercio e nella politica, furono in gran parte merito delle navi da guerra e da carico che i rispettivi cantieri seppero costruire con la valente esperienza dei loro “mastri d’ascia“. Una delle imbarcazioni che dominò le rotte del Mediterraneo fu la galea o galera, varata in diversi allestimenti a seconda dell’utilizzo. La galea sottile o da combattimento, fabbricata solo nell’Arsenale di Venezia e armata con 15 pezzi d’artiglieria, era lunga una cinquantina di metri ed il suo avanzamento nel mare era favorito dalle vele e soprattutto dai rematori presenti in 162 unità, il numero dei rematori, nel 1593, fu portato a 192, ossia 144 forzati e 48 volontari detti “di libertà o di rispetto“, con il rapporto di tre forzati per ogni volontario. Nel 1545 l’autorità della marina veneziana tentò di sostituire i rematori volontari con i forzati prelevati dalle carceri. Ciò contribuì certamente a migliorare il sovraffollamento delle prigioni, ma è altresì vero che la fiotta non potè mai contare su di una quantità adeguata di vogatori. Allora, per sopperire a questa mancanza, la Serenissima ricorse periodicamente alla “leva” di centinaia di rematori reclutati sulla terraferma. Tutti i comuni infatti erano obbligati, tra le altre “gravezze” come la fornitura di fieno alla Cavalleria, a tenere un elenco di nominativi di potenziali rematori da utilizzare all’occorrenza sulle galee. Dopo l’estrazione a sorte i neo marinai, venivano pagati in parte dal comune di provenienza ed in parte dalla Serenissima, ad imbarco avvenuto presso il porto di Venezia. Dalla modesta documentazione arrivata ai nostri giorni, si conosce che il 24 Febbraio 1538 (atti del Notaio Daniele Roncà di Montebeilo) Marco di Jacobo dal Prà, abitante alla Selva, fu estratto “per servire al remo” di una galea della fiotta veneziana, per 4 mesi. Nei racconti di chi già aveva vissuto questa dura e difficile esperienza, appariva evidente quanto problematica fosse la permanenza sulle navi. Durante la navigazione, a chi non partecipava alla voga con forza e sincronismo, venivano distribuite nerbate a non finire dall’aguzzino di turno. Il vitto poi era sempre scarso e scadente, anche se ancor peggio stavano i rematori forzati la cui razione giornaliera consisteva in 5 once di pane o galletta, una ciotola di minestra di riso o legumi, acqua ed una tazza di vino. Solo in occasione delle feste di Pasqua, Natale e dei patrono San Marco, venivano distribuiti un po’ di carne ed un boccale di vino. La promiscuità, la fame, la fatica e le sofferenze di ogni genere erano causa della morte del 60% dei forzati, ed i rematori liberi non se la passavano poi tanto meglio. Il citato Marco dal Prà, per evitare l’arruolamento, cercò un sostituto tra i compaesani non estratti a sorte e lo trovò in Michele del fu Bernardo Castegnaro a cui offrì 16 Ducati, con versamento di ulteriori 2 Ducati da pagarsi ai parenti per ogni mese ulteriore passato sulla nave. L’accordo redatto dai Notaio Roncà non andò a buon fine, ne è prova che il 3 Marzo successivo Marco dal Prà trovò un nuovo sostituto in Sebastiano Pelizzon del fu Jacobo il quale acccettò per la nuova e più vantaggiosa cifra di 19 Ducati e 2 Soldi per ciascun giorno in più, somma pagabile in Marcelli d’argento (monete del valore di 10 soldi ossia mezza lira). In un elenco del 1590-1591 risultano iscritti alcuni nominativi di galeotti-rematori montebellani, ma una nota scritta a fianco di ognuno di questi ne esclude l’impiego sulle galee per motivi diversi, eccettuato Alessandro del fu Jacobo Bevilacqua. Costui, arruolato come rematore il 2 Agosto 1571, partecipò quasi sicuramente alla battaglia di Lepanto del 7 Ottobre di quell’anno, scontro che le flotte della Serenissima e degli alleati europei sostennero vittoriosamente contro quella Turca nel mare Adriatico. Nel corso del ‘600, l’aggravarsi della situazione degli scali marittimi veneziani nel mediterraneo per il perdurare degli assalti dei Turchi, sfociò nei 1645 in una guerra cruenta. La marineria veneziana continuò pertanto ad arruolare nuovi rematori: anche Montebello inviò un suo figlio, Lorenzo Aldegheri dei fu Zorzo, pagato con 170 Ducati. Per difendere il porto di Candia (Creta) Venezia fu costretta, il 6 gennaio 1646, ad emanare una Ducale (ordinanza) che obbligava i Comuni della terraferma a fornire alcune centinaia di rematori liberi. Questa Ducale, in alcuni stralci, così recitava: “… continuando l’Ottomana aggressione della piazza di Candia … altri rinforzi siano ricercati … per rimettere in stato valido l’armata … con la contribuzione d’uomini 500 da remo da dover quanto prima effettuarsi …“. Il Comune di Montebello rispose con altri tre marinai, Piero dei fu Giulio Zigiotto, Crestan figlio di Mattio Truta e Giacomo del fu Gregorio Paldeferro. Costoro si accordarono con i consiglieri comunali Calza e Collalto per la cifra di 200 Ducati cadauno, ricevendo come anticipo Lire 9 e Soldi 6 (per capire il valore del denaro, in quel tempo un campo di buona terra costava 100 Ducati). Altri montebellani, loro malgrado, furono costretti, a seguito delle condanne loro comminale dal Tribunale della Corte Pretoria, a passare lunghi anni ad un remo delle galee. Il 18 luglio 1693 Battista Albanese, colpito da un provvedimento di condanna al remo per un grave reato, incaricò il Prevosto di Montebello, Leonardo Sangiovanni, di amministrare i suoi beni per il sostentamento dei figli ancora in tenera età. Nel secolo successivo diversi compaesani lo seguirono (Vincenzo Arzenton, Gioacchino Nardin ed altri) finché l’avvento dei più moderni e più veloci velieri e la perdita da parte di Venezia degli scali marittimi resero quasi inutile l’impiego dei rematori.

Ottorino Gianesato (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: La classica galera veneziana (ricostruzione grafica a cura del redattore).

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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (2)

[41] Cenni sui fossili e loro ricerca nella Vallata del Chiampo e dintorni.
Essendo Montebello Vicentino paese posto alla fine della Vallata del Chiampo, ritengo opportuno inquadrarlo paleontologicamente nei terreni affioranti in detta Vallata. Come noto il fossile è il resto di un organismo vivente conservatosi in varie modalità e giunto fino a noi. Dico subito che la nostra Vallata, anche a causa dei notevoli sbancamenti per l’estrazione del marmo, ha dato alla luce una serie di giacimenti fossiliferi ricchissimi di esemplari e di ottima conservazione. L’età predominante di questi giacimenti è l’Eocene Inferiore, Medio e Superiore, cioè tra i 60 e i 35 milioni di anni fa. E’ l’età in cui nella nostra zona si estendeva un mare poco profondo con lagune e scogliere, ricco di vulcanesimo. Si è notato che nei dintorni di questi vulcani fioriva prepotente la vita, proprio perché i vulcani apportavano dal profondo quelle sostanze e quel calore che favorivano lo sviluppo della flora e della fauna. Sul lato destro della nostra Vallata sorge il monte Calvarina, che dai dintorni di Santa Margherita di Roncà fino alla cima emergeva dal mare di allora. Lo si nota perché la lava emessa, al contatto con l’ossigeno dell’aria si è ossidata ed ha acquisito un colore rossastro (ruggine). In seguito alla spinta orogenetica, che ha dato origine alla catena alpina, i terreni sono emersi dal mare, e lungo le faglie (fratture) si possono impostare le valli. Nei pressi di Roncà già nel 1915 il Fabiani aveva individuato “l’orizzonte di Roncà” ricchissimo di fossili ben conservati. Durante lo studio di questo orizzonte nel 1969 abbiamo individuato delle vere e proprie spiagge che contornavano il vulcano principale, il Monte Calvarina. Il fossile più famoso di Roncà è lo “Strombus Fortisii“: un mollusco gasteropode di notevole dimensione. La valle del Chiampo si è formata lungo una probabile frattura ed ha messo in mostra, sia sul fianco destro che sinistro, le formazioni calcaree eoceniche intercalate a varie formazioni eruttive. Proprio queste ultime, col loro calore e pressione hanno metarmofosato i calcari ricchi di fossili e per questo vengono chiamati “marmi“. Ma i fossili dei marmi sono difficilmente estraibili. La maggior parte di essi invece viene trovata nelle vulcaniti (tufi, ecc.) che inglobano i marmi e da esse il fossile si libera più facilmente. La valle da Nord a Sud ha una pendenza inferiore alla pendenza degli strati e perciò man mano che si procede da Arzignano, verso il Nord la valle intacca nel suo fondo strati sempre più antichi fino al Lias (200 milioni di anni), oltre la località Ferrazza. Possiamo proporre il seguente profilo (vedi disegno qui sotto).
Da quando sono entrate in azione le tecniche e le macchine moderne, e cioè dopo il 1960, si è avuto un progresso enorme nella velocità di escavazione dei marmi. Oserei dire che in un anno si scava quello che prima si faceva in trent’anni. Questo ha permesso una più rapida raccolta di esemplari fossili intatti, mentre nell’800, i fossili raccolti in superficie presentavano spesso i segni delle intemperie.
Partendo da Sud troviamo una prima cava ad Agugliana (Eocene superiore o Priaboniano 40 milioni di anni) con fossili guida  Nummulites Fabiani, orizzonte che presenta ricci di mare, gasteropodi e lamellibranchi vari ma di non facile raccolta. Proseguendo verso Ponte Cocco affiora l’orizzonte di Roncà (45 milioni di anni) che termina proprio sotto la chiesa di S. Bortolo e nell’attiguo campo di calcio. Più a Nord non ho rilevato questo orizzonte penso perché le terre erano già emerse dal mare e perciò non si è depositato, oppure è totalmente in Facies Vulcanica. Ad Arzignano troviamo subito sulla sinistra della valle la famosissima Cava Main (Eocene Medio) che ha dato alle raccolte le più numerose e belle nonché varietà di Crostacei (granchi, ramine, ecc.) ed una più limitata serie di gasteropodi, lamellibranchi, coralli, ecc. Proseguendo verso Nord nello stesso versante troviamo la Cava Boschetto (Eocene Medio) anche questa famosa per la serie di crostacei rinvenuti. Qui perse la vita il ricercatore Gianni Beschin. Ancora più a Nord troviamo la Cava Albarello (Eocene Medio), appena sotto Nogarole famosissima per aver dato una serie bellissima di gasteropodi e lamellibranchi dell’età del Monte Postale. E nella parte alta anche alcuni Crostacei. Qui perse la vita il padre francescano Aurelio Menin fondatore del Museo di Chiampo. Ancora più a Nord, sempre nello stesso versante sinistro, ci sono altre due cave con pochi fossili ora usate per la produzione di pietrisco. Siamo così giunti nei pressi di Campanella. Nel versante opposto (destro) è famosa la Cava Lovato (Eocene Medio) sopra Chiampo, di proprietà dell’Industria Marmi Vicentini (Marzotto), la quale ha fornito marmi dal 1935 fino al 2000. Aveva un fronte di scavo di 300 metri, originando molti fossili ben conservati tra cui famose le Ramine Marestiane (Crostacei). Più a Nord c’è la Cava Boschetto 2a con un giacimento di spugne fossili, tra le più belle e rare del mondo. Proseguendo a Nord ecco la Cava Cengelle  con pochi fossili. Infine più a Nord la Cava Porto chiusa già nel 1960 quando nessun ricercatore di fossili frequentava quelle zone. Non descrivo più a Nord il famoso, in tutto il mondo, giacimento a pesci di Bolca perché pur essendo geograficamente nel versante vicentino appartiene alla provincia di Verona. Tutte le cave citate, che hanno sfruttato i marmi calcarei dell’Eocene Medio, sono oggi pressoché chiuse o sfruttate per il recupero dei materiali di scarto di altri tempi. Ecco perché anche la raccolta dei fossili oggi è molto limitata. Nelle nostre vicinanze voglio citare anche la cava di basalto presso Altavilla dove ora si trova un laghetto con cigni. Famose le sue “Natiche Crassatine” (Gasteropedi). Se prendiamo in esame tutto il Vicentino allora bisogna citare i granchi di Nanto (Berici) (Harpactocarcinus Punctulatus) ed i suoi fratelli di Pradipaldo e Valrovina nel Bassanese. Famosissima la Cava Rossi dopo il passo di Priabona verso Malo. l’Altipiano di Asiago è ricco di Ammoniti.
Concludendo il Vicentino in questi ultimi trent’anni ha dato alla luce grandi quantità di fossili, salvati perlopiù da ricercatori privati. Ma qui entriamo in un altro argomento.

Prof. Terenzio Conterno (dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figure:
(1) Terenzio Conterno in una passeggiata culturale organizzata dagli Amici di Montebello (foto a cura del redattore).
(2) Un disegno originale del prof. Terenzio Conterno che mostra il profilo spiegato nell’articolo.

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