LA MAESTRA GINA ZONATO

[167] LA MAESTRA GINA ZONATO ZANELLA

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La maestra Gina Zonato Zanella ha insegnato alle scuole elementari di Montebello Vicentino dal 1947 al 1975. Durante la preparazione del libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO la figlia Beatrice, anche lei insegnante a Montebello, ci ha consegnato questo suo ricordo:

« Se ripenso all’esperienza scolastica della mamma mi vengono in mente due parole: passione e dedizione.

Ricordo quando alla sera dopo cena sommergeva il tavolo del salotto di libri, guide e riviste scolastiche e pile di quaderni da correggere. Io le ronzavo intorno incuriosita dalla precisione con cui controllava ogni parola, ogni numero e dalla solerzia con cui appuntava i voti sul suo registrino. Ogni tanto si soffermava su un tema poco scorrevole e alquanto scorretto o su un problema non eseguito e ragionava tra sé e sé.

Si chiedeva come avrebbe potuto aiutare quell’alunno per farlo migliorare un po’. Seppur piccolina capivo quanto le stesse a cuore ognuno dei suoi bambini e provavo un’immensa ammirazione per lei, che sapeva dedicarsi alla scuola con tanta cura ed impegno.

Ancora oggi mi capita di incontrare qualcuno dei suoi alunni e tutti ricordano sì la sua severità, ma soprattutto l’amore e la dedizione con cui li sosteneva e come sapeva poi apprezzare e valorizzare i loro, anche piccoli, risultati. Mio padre diceva di lei che era stata ”… una grande mamma, una grande moglie, una gran donna…” svelando con queste semplici parole tutto l’amore, il rispetto e la stima che provava per la sua Gina.

Nel condividere appieno il pensiero di mio papà mi sento di aggiungere un’ultima riflessione. La mia mamma se n’è andata da alcuni anni, ma rimane per me, oggi come allora, una grande maestra di vita. »

 

(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

Foto: Anno scolastico 1973-74, classe Va B mista. La maestra era Gina Zonato Zanella (cortesia Beatrice Zanella).

 

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LA MAESTRA MARIA FRANCHETTO

[163] LA MAESTRA MARIA CARLOTTO FRANCHETTO nel ricordo di una sua alunna.

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Angelina Stocchero ricorda così la sua maestra Maria Franchetto Carlotto che ha insegnato nella scuola elementare di Montebello per quasi 40 anni dal 1943 a tutto l’anno scolastico 1980/81. Inoltre nel giugno del 1981 è stata premiata con la medaglia d’oro assieme alle maestre Maria Agnolin Tonelato e Teresa Bertola Nicoletti per il suo notevole impegno nella scuola Elementare di Montebello:

« Sono passati tanti anni da quando facevo le scuole. Ho cominciato la 1a elementare nell’ottobre del 1949. Ai miei tempi le scuole iniziavano tutte in ottobre. Mi ricordo quando andavo a scuola le classi non erano miste. Mi ricordo l’aula dove non c’era il riscaldamento, c’era solo una stufa grande di terracotta e ogni mattina ogni alunna portava il suo pezzo di legno se non volevi patire il freddo. Mi ricordo i banchi che erano tutti rovinati e vecchi, mi sa che avranno avuto più di cinquant’anni, erano messi in fila, mi sembra di ricordare che le file fossero tre. Il banco era a due posti con la panca dove ci sedevamo, non c’erano le sedie, che era scomodissima. Sul banco c’era il buco dove mettere il calamaio e i quaderni e i libri che non si usava noi li mettevamo sotto il banco. Non c’erano tanti libri c’era il sussidiario e poi il libro di lettura. Neanche per il resto c’era una volta quello che c’è adesso. Io avevo una cartella di corame, una specie di pelle, e l’astuccio in stoffa grossa con la cerniera, me l’aveva fatto mia mamma, dove c’erano: la gomma, la matita, qualche colore e il pennino. Basta non avevo altro.
Ho sempre avuto la maestra Maria Franchetto Carlotto, anzi per essere più precisa in 1a elementare l’ho avuta solo l’ultima parte dell’anno scolastico perché era in maternità. Era stata sostituita dalla maestra Bordignon. La maestra Franchetto era molto brava e preparata, voleva che imparassi, non dovevi andare a scuola tanto per scaldare il banco. Ho perso diverse compagne negli anni perché venivano bocciate. La maestra era fissata con la matematica. Ah be’ le tabelline dovevi saperle come il Padre Nostro e dovevi saperle a salti per esempio passavi dal 2×5 al 9×8. Era l’incubo di tutte, le tabelline. E dopo bisognava sapere bene le divisioni e le equivalenze. Mi ricordo che il primo compito sulle equivalenze ho preso due perché su dieci ne avevo fatte giuste solo due, una volta i voti li davano così, ma il giorno che la maestra le aveva spiegate la prima volta ero a casa ammalata. Quando la maestra me le ha spiegate le ho imparate bene e il compito successivo ho preso dieci. Ero bravetta in matematica ma in geometria proprio no. Quando c’era il compito in classe il mio me lo faceva la mia compagna di banco ma prima finiva il suo perché, siccome non si potevano dividere i banchi, la maestra dava due compiti diversi così non si poteva copiare.
La Franchetto era severa, non era mica tanto tenera e non scherzavi con lei per quello che riguardava la scuola. Ma non ha mai punito con le bacchettate, ti dava le copie quelle sì e anche tante, ma non ha mai toccato nessuna delle sue alunne. Sì c’erano maestri che davano le bacchettate e anche i ceffoni, ma la mia maestra non era così. Ho un ricordo particolare della scuola ed è quello che mia mamma mi dava sempre un ovetto, perché una volta dicevano che mangiare l’uovo alla mattina faceva bene, io proprio non lo sopportavo e allora lo scambiavo con le mie compagne, che a casa non avevano uova e in cambio mi davano il loro panino con la marmellata o la cioccolata. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Maria Elena Dalla Gassa

Foto: La maestra Maria Carlotto Franchetto durante una delle sue lezioni alla Scuola Elementare di Montebello Vicentino negli anni 60 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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IL CAPITELLO DI SELVA

[160] IL CAPITELLO Dl SELVA DI MONTEBELLO

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« É dedicato a Maria Libera. Un’anziana del luogo dice che è stato costruito nel 1866. Il dipinto è opera del pittore Lino Lovato e, più tardi, è stato restaurato da Michelangelo Valbona ».

L’attribuzione alla Madonna del termine ‘Libera‘ lo troviamo in molte comunità sparse in Italia, la più famosa delle quali è certamente quella di Benevento con la sua Maria Santissima della Libera dove apparve il 2 luglio 663 e la liberò, dall’assedio dell’imperatore bizantino Costante II. Considerando che l’anno presunto di costruzione del nostro capitello di Selva è il 1866, si può ragionevolmente supporre che l’attributo ‘libera‘ le sia stato dato in occasione della liberazione del Lombardo Veneto dalla dominazione austriaca.

Come già scritto l’attuale dipinto del capitello di Selva è stato realizzato da Lino Lovato che la nostra Associazione evoca proprio questa settimana con la Mostra-ricordo dedicata a lui. Riportiamo qui l’accurata descrizione dell’opera artistica di questo nostro compaesano, scomparso nel 1984, espressa da Cristina Crestani in occasione della mostra a lui dedicata nel 2007:

« LINO LOVATO Arte – vita – Arte
Disegni d’ornato e bassorilievi in gesso di putti danzanti decorano le pareti dell’aula; sulla cattedra troneggia il calco di una testa apollinea. Alcuni adolescenti, seduti su grezze panche, sono intenti a copiare oggetti semplici. Li sorveglia dal fondo della stanza il maestro, un ragazzo di poco più grande di loro, magro, alto, i capelli e gli occhi nerissimi, dall’aria seria, consapevole del ruolo. Così ce lo rimanda una foto dei primi anni ‘40, Il giovane Lino, non ancora ventenne, sostituiva nella Scuola d’Arte e Mestieri di Montebello l’insegnante di disegno richiamato alle armi. Aveva respirato il gusto per le belle forme, per la decorazione e la manipolazione della materia fin dall’infanzia, nella falegnameria del padre. Aveva affinato le sue qualità artistiche frequentando per quattro anni, dal 1939 al 1942, a Vicenza i Corsi di arte applicata condotti dal Prof. Benella. Successivamente, nello studio vicentino dello scultore Gino Tossuto, approfondiva la pratica delle tecniche scultoree e acquisiva conoscenze di anatomia. Le prime esperienze lavorative le fece nel laboratorio del padre, però l’intaglio decorativo del legno non poteva certo bastargli: troppe sensazioni, troppe emozioni e aspirazioni lo invadevano. Bisogna immaginarcelo, pieno di talento e di sogni, cercare una propria via negli anni plumbei del dopoguerra. Il fascismo, retorico e ridondante immagini magniloquenti, gli aveva certamente eccitata l’immaginazione, L’Italia del dopoguerra era tutta una maceria e la ricostruzione procedeva lenta, fatti di piccoli passi, di piccole cose: Lino ci si doveva adeguare. Alternava l’aiuto al padre ai bassorilievi di Madonne lignee, alla pittura di paesaggi e nature morte, a restauri di vecchi dipinti; decorava anche tessuti per freschi abiti estivi di vezzose fanciulle. Le prime opere pittoriche rivelano un’adesione al vero, il tentativo di dare anima ad oggetti di poco conto, legati alla quotidianità. Dipinge minuscole tele dove noci, mele, kaki, mandorle vengono minuziosamente indagati, interi o spezzati, con semi e bucce in evidenza; raffigura anche il suo violino. Amava quel violino, Nei momenti in cui anelava ad una maggiore intimità con se stesso, lo estraeva con delicatezza dalla sua custodia, lo appoggiava sulla spalla e suonava. Le dita affusolate districavano le note e i suoni acuti che faceva emettere allo strumento avevano assonanze con i suoi pensieri, anch’essi acuti, talvolta striduli. Convivevano in lui la consapevolezza del proprio valore e la sensazione di soffocare nel ristretto ambiente paesano. L’ansia di fare, di provare, di conoscere si smorzava, s’annacquava nel timore per un’impresa troppo ardua. L’inibizione diventava rovello, chiusura. Guardava alle immagini riprodotte nei testi d’arte, alla pittura italiana dei tempi andati, ai capricci settecenteschi, ai tenebrosi paesaggi romantici, poi si avventurava a cercar raffigurazioni di avanguardie moderne. Quello che riesce a captare lo stimola, lo eccita, cerca di imitarlo. Le sue prime prove moderne sono cubiste, con essenziali forme geometriche e la stesura piatta del colore. Attraverso questi studi muta il suo modo di vedere, l’immagine diviene essenziale, sintetica, egli realizza l’idea con immediatezza, con interventi minimi. L’osservatore si trova di fronte ad un risultato subitaneo, spontaneo, espressivo. Agli inizi degli anni ‘70 si specializza nell’esecuzione di lavori con la spatola, un attrezzo lungo e sottile che maneggiava con estrema maestria. E’ questo il suo periodo più fecondo, fatto di impressioni grumose di colore, di tocchi impercettibili, di vibrazioni di luce, di levità e materia all’unisono. Realizza un’infinità di tavolette con visi, paesaggi mediterranei dalle bianche casette baciate dal sole; lussureggianti boschetti di materia pittorica intrecciata, ingarbugliata; grigie periferie urbane, velieri trascinati dalla tempesta. Col passar del tempo la forma si dissolve sempre di più e lo stile di Lino va a sconfinare nell’espressionismo astratto, materico. Intitola le schegge di luce-colore. Esplosione.

Il mondo della sua infanzia e giovinezza è completamente mutato, gli amici con cui trascorrere le nottate a chiacchierare sono altrove impegnati, la società disdegna il culto del bello, è divenuta competitività, ricerca spasmodica dell’interesse. Lino alterna periodi di ignavia a giorni d’intenso lavoro. Poi porta le sue piccole opere al bar di fronte a casa le dona. Non riesce ad accomunare il suo lavoro, fatto con l’anima, frutto d’ispirazione e spiritualità, a qualcosa di venale. Non riesce neppure a pensare ad una mostra personale, né ad organizzarla. I fiori sbocciano, gli uccelli volano, i pesci guizzano nell’acqua: Lino dipinge con la stessa gratuità. La sua mente andava a San Francesco, al Discorso della Montagna, al Cristo che dipinge più volte Crocefisso. La spatola lascia segni concitati, rotti; i colori contrastanti urlano; l’opposizione dei bianchi col nero drammatizzano ancor più l’evento. La bellezza classica, inseguita negli anni giovanili, non è più raggiungibile, la realtà pare tutta frammentata e sulla tela si tramuta in schegge sempre più cupe e dissonanti. I suoi ultimi lavori sono sublimi: sfarfallii di disperazione d’un espressionismo di altissima qualità. Il disfacimento dell’uomo, del suo fisico e di ogni suo sogno, coincidono con l’assoluta purezza ed espressività artistica ».   Cristina Crestani

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di Selva di Montebello in una foto del 2010 (APUR – Umberto Ravagnani).

CHI ERA LINO LOVATO? (scarica la locandina)

 

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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DA MONTEBELLO ALL’AUSTRALIA

[134] STORIA DI LEONE, PROFUGO SUPERMAN CHE STENDEVA LE VACCHE CON LE MANI.  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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« Co la scusa de le guere ‘ntei Paesi Arabi e conpagnia bela, de ‘sti jorni no se sente altro ca parlare de profughi e sfolati! La prima volta ca gaveo sentio la parola “profughi”, jera sta che l’ano de l’aluvion del Po! Ve ricordeo? So la “Setimana Incom”, co se nava al cinema parochiale, i li fasea vedare ‘sti pori sfolati: in pie, sui cassuni de drio ai camion. I vignea portà in giro chissa ‘ndove. E se vedea acua dapartuto! ‘Ntel Polesine, parea ca ghe fusse el mare. Da cuando ca jera capità l’aluvion, a la primavera de l’ano dopo, ca saria verso Pascua del 1952, xe rivà un de ‘sti profughi anca al me paese. Sì, a Montebelo! El se ciamava Leone, e el jera forte come on leon, par come chel jera fato e par la voze grosa cal gavea. A mi, ca gavevo oto ani, el me someiava on toco de omo. El jera grando e i brazi e el colo i jera come cuei de Maciste. E la voze forte: parea cal sbraitasse, e inveze la jera la so maniera de parlare. Ve ricordeo de Gioanin, cuel zovanoto cal stava ‘ntel garage de Toni e Maria? Cuelo ca el se la contava coi so paesani a Port Kembla? Anca lu el vignea da Montebelo! E anca lu el gavea conosesto Leone. Desso, a Montebelo, xe pien de fabriche dapartuto, case nove da tute le parti. ‘Ndove ca ghe jera i pra’ de Stocchero, desso xe tuto pien de case e strade, fin drio ai taraji del Cianpo, dal ponte del Marchese al ponte Nuovo. Ma Gioanin el se ricorda ben anca lu come ca jera le robe ‘ntel 1952. Sui pra dei fradei Stocchero ghe jera tanta erba e piante de morari. L’erba, se sa, la xe par le vache. E i morari, dimandarì vialtri? A cuei tenpi là, se slevava ‘ncora i “cavalieri”, ca i magnava solo ca le fojie de Moraro. E bisognava ca le fusse fresche e tenare. No savi mia cossa ca i xe i cavalieri? I xe cuei ca vien ciamà bachi da seta par talian. A pi de calche d’un, i cavalieri ghe ga assà on bruto ricordo! Bisognava ‘ndare a catar su le fojie de moraro tuti i giorni, e, se le jera bagnà, ne tocava sugarle parché, se no, le ghe gavaria fato male. A chi? Ai cavalieri, a cuei ca se bagnava parché el piovea cuando ca i nava a catar su le foije, no ghe ‘nteressava gnente a nissun.
Leone el jera rivà dai Stocchero e el laorava par luri. Lu el ghe stava drio a le vache. El le netava soto, el portava fora el luame fin al luamaro, el jutava monzerle da late par portarlo a la casara de la cooperativa. Co xe rivà lu, le vache le nava sui pra a magnare l’erba fresca. Verso le do, le vignea fora da la stala, le traversava la corte, e anca la strada, e le nava xo, drio la mura de la vila dei canossiani ca desso la xe de Zonin (la jera poco pi de na cavezagna, lora, “via Po” la se ciama ora). Cuando ca tute le vache le gavea traversà la strada, Leone el ghe corea davanti par farle ‘ndare a pascolare ‘ndove cal volea lu, e le stava là fin ca vignea la ora da monzerle. ‘Lora, le traversava da novo la strada e la corte par ‘ndare naltra volta in stala. Co le vache traversava la strada, Leone el se metea in maniera ca, de drio a lu se nava verso la piassa, davanti a lu pasava le vache, e de là ghe jera la pontara par nare sol ponte del Marchese. Bepe Stochero, el gavea on ano manco de mi, e zugavimo tante volte insieme. Na volta, ne xe capità de vigner su dai pra’ co le vache. Bepe el me dise de spetarlo lì, so la strada fin ca pasava le vache. Leone el jera xa lì e, pena pi in là, se ga messo Bepe. Na vaca, par fare la furba, la xe partia de fianco, e xo verso la piassa! Leone el ga fato tri salti, el ga ciapà la vaca pai corni e el la ga tirà xo par tera! Bepe nol ga gnanca fato tenpo a movarse, ca Leone el jera drio instrozare la vaca par farla nare da la parte de la stala. E mi? Mi corevo par ciamare so popà de Bepe e dirghe ca jera scapà via na vaca e ca la volea nare in piassa.
De ‘sta storia, xe vegnu’ a saverlo cuasi tuto Motebelo parché lì vizin ghe jera le boteghe del casolin e de “sali e tabachi”, e le done jera sentà fora a contarsela fin ca le justava le braghe o i calziti de i so omini. Come cal jera capità cuando ca Leone el jera rivà, ca nessun no savea gninte, cussi xe sta cuando cal xe ‘nda via. Dopo gnanca on ano, de Leone no se ricordava pi nissun. E a nissun ghe nteresava de savere ‘ndove cal fusse ‘nda’! Dopo cuasi trenta ani, in Australia, Gioanin el laorava ‘ncora a la E.P.T. L’inpresa la jera piena de laoro parché i gavea da far su on ‘Coal Loader’ novo. Xo al porto, se dovea metar insieme machinari novi par caricare el carbon so le navi. Tuto jera in man de l’Ansaldo e dela Krupp, e la E.P.T. metea la man de opera: dal ‘Project Manager’ a tuto el resto. Co rivava el di de paga, ogni altro zobia, se dovea nar tore i schei par ordene fabetico. Se no i gavesse fato cussi, i oparai i gavaria fato na fila longa in meso al canpo ca no gavaria pi podesto pasare i camion e le gru ca rivava indrio dal cantiere. I operai i jera tuti contenti (i taliani ), parché, la setimana prima, l’Italia gavea vinto el canpionato del mondo de Calcio. Cuelo de Spagna. Chel zobia dì de paga, Gioanin el xe ‘nda’ a torsela a la mensa. Come cal jera rento de la porta el se ga fermà de colpo! Da ‘na parte, ghe jera on s-ciapo de operai ca i ciacolava. In meso ghin jera un cal parlava ‘nte na maniera ca a Gioanin no ghe parea vero. ‘Lora el ga fato du pasi da chela parte, e el ga spetà ca parlasse ‘ncora cuelo de prima. Cuando ca cuelo ga verto boca, Gioanin el ga savesto suito chi cal jera! “Leone, sa feto cuà?” ga dito de boto. “Chi sarissito ti?” ghe dimanda Leone. “Mi son da Montebelo – ghe dise Gioanin – te ricordito de la corte dei Stochero?”. “Varda ca mi fasso el Leading-Hand (capo scuadra, in talian) in Linea, e de Montebelo no me ‘ntaressa ninte!” Gioanin el dise ‘ncora: “No te vien mai in mente de che la vaca ca volea scapare in piassa?”. “Te go pena dito ca laoro in linea. Doman ghemo da “ndare su a Golbourn par scumiziare na linea nova e semo drio parlare de come ca ghemo da fare!” Gioanin el xe restà male, nol ga’ pi’ dito gnente, el ga ciapà la so paga e el xe ‘ndà casa. “E Leone ?”, disarì vialtri. Leone el sarà in giro par l”‘Out-Back” Australian, a montare tralici, copar coneji co la s-ciopa. E a corerghe drio ai emus, pronuncia “imius”, osei grandi ca noi svola, come i strussi.
» (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Luglio 2018).

Umberto Ravagnani

Foto: Montebello – Uno scorcio dei « pra’ di Stocchero » negli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani).

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
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L’OSPEDALE DI MONTEBELLO

[128] L’OSPEDALE CIVILE DI MONTEBELLO

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Ancora dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia dell’Ospedale Civile di Montebello (ora Casa di riposo).

L’antico ospedale che sorgeva in piazza Umberto I (l’attuale Piazza Italia ndr) era cadente e inadatto ai bisogni del Comune, per cui nei 1868 fu aperto quello attuale in via Trento, come lo dice la lapide murata a ricordo e di cui trascrivo l’iscrizione: « Il dì della festa nazionale – 7 giugno 1868 – in questa casa – comperata e restaurata con i fondi – del Pio Istituto Elemosiniere di S. Giovanni Battista – si inaugurò l’Ospedale – tramutatovi con nuove forme di regolare disciplina – fu aperto l’Asilo infantile da essere mantenuto a spese del Comune – e con offerte private – Insediata la Congregazione di Carità – nuovamente istituita – il Consiglio Comunale – nel giorno 14 novembre 1869 fece scolpire questa lapide perchè del solenne avvenimento rimanesse perpetua memoria ».
In quei tempi però l’ospedale di cui ebbe gran cura il Prevosto Capovin, il quale lo affidò alle cure delle Suore di S. Dorotea, era ben poca cosa. Perciò nel 1909 fu ricostruito in parte e restaurati il Ricovero, le adiacenze e l’abitazione delle Suore con le offerte di tutti i parrocchiani.
Ma l’opera di completamento fu eseguita in questi ultimi anni per iniziativa del Presidente dell’Ospedale Angelo Luigi Arguello. Questi infatti con le offerte di tutti i Montebellani nel 1923 ampliò l’ospedale-casa di ricovero e, nel 1925 iniziò i lavori di costruzione dell’attuale padiglione Vittorio Emanuele III in ricordo del 25° anno di Regno del nostro Augusto Sovrano.
Fra le innovazioni apportate dall’Arguello alla benefica istituzione giova ricordare che i letti da 25 furono portati a 100, e che la vecchia cucina nel 1929 fu sostituita da una nuova con sistemi modernissimi (1).
Annessa all’Ospedale vi è una piccola chiesetta con altarino in legno in cui figura una pala, lavoro di buona mano, ma di sconosciuto autore. Il quadro rappresenta la Vergine in trono col Bimbo Gesù e con ai lati i Santi Ignazio di Loyola e Luigi Gonzaga. Sulla facciata dell’Ospedale figurano varie lapidi murate a ricordo dei benefattori, delle quali trascrivo le iscrizioni: « Le soavi sembianze – Di – Don Giuseppe Capovin – Prevosto meritissimo – per opere di cristiana beneficenza – nei cuori più che nel sasso scolpite – qui parlano ancora – il linguaggio della fede e dell’amore  – n. 24-10-1834 – m. 24-4-1907 ». – « Dietro l’austera figura – Che l’occhio ammira – riconoscano beneficati e visitatori – il nobile cuore di – Pietro Albertini – che legava morendo tutto il suo – a sollievo dei concittadini sofferenti – n. 3-5-1838 – m. 10-3-1911 ». Queste due epigrafi sono sormontate dai medaglioni dei due filantropi cittadini e ciò a differenza delle iscrizioni che trascrivo incise su piccole e semplici lapidi di marmo bianco: « La carità pel povero – che nutrì vivente – il Prevosto Don Girolamo Vaccari – rese perenne in morte – legando parte di sua sostanza – a questa Congregazione di carità ». – « Nobile esempio – di civica e cristiana carità il Cav. Ing. Luigi Brunelli – a questo pietoso ostello – parte cospicua di sua ricca sostanza – generosamente legava.  I-I-MCMXXIII. Anno primo E. F. ». – « I sudati risparmi – di onorata professione – Milion Augusto – Chimico Farmacista – lasciava in retaggio – in questa  Congregazione di carità. – XXIX-X-MCMXXVIII. Anno VII E. F. ».
Una lapide in marmo rossigno e di forme modeste con la scritta « Benefattori » porta incisi i nomi di filantropi cittadini, posti in ordine cronologico. Sarebbe bene però che in questa fossero menzionati indistintamente tutti i benefattori, senza ricorrere a particolari ricordi che per lo più si riducono a epigrafi del medesimo tenore. Si avrà così un unico ricordo più decoroso, più semplice e più economico.
Ecco i nomi dei Benefattori: « Dai Zovi Don Pietro, Prevosto, 1867 – Porra Don Vittore, Prevosto, 1877 – Bonomo Gioconda fu Bortolo, 1904 – Albertini Don Silvestro e Pietro fu Gio. Batta, Capovin Don Giuseppe, Prevosto, 1907 – Gaspari Angela fu Domenico, 1913 – Giarolo Don Domenico, Prevosto, 1919 – Peruffo Cav. Giuseppe, 1929 ».
Sulla facciata dell’Ospedale figura pure la lapide che una volta era posta sopra l’entrata della chiesa di S. Giovanni, dove speriamo che tra poco ritorni. Sotto a quella vi è la seguente iscrizione elle una volta figurava sulla facciata dell’antico ospedale: Eccola: « Perillust. ac Escul. D. D. Francisco Viviani – Iuris cons. D. Ioanni Baptistae – Hospitalis Patrono liberalissimo – Io. M. Collaltus Massarius et coeteri gubernatores – Ut tanti viri benemeriti – nomen aeternum vivat – Honoris ergo P. P. – Anno salutis MDCLXXIV ».

Note:
(1) Al signor Angelo Luigi Agnello si deve pure la fondazione della Scuola di Disegno e Plastica per artieri inaugurata il I gennaio 1920. Essa diede sempre ottimi risultati, nteritandosi il pretnio alle mostre Didattiche di Bologna Firenze e Venezia.

Foto: L’Ospedale Civile di Montebello (foto: APUR – Umberto Ravagnani – 1955).

Umberto Ravagnani

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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