L’ANTENATO DEL CASELLO

[193] L’ANTENATO DEL CASELLO AUTOSTRADALE DI MONTEBELLO (dal “casotto” al casello)

La vicenda qui sotto narrata ebbe inizio nel 1795, circa un paio di anni prima della caduta della millenaria Repubblica di Venezia. In quell’anno si era proceduto alle ricostruzioni di alcuni ponti pericolanti di Montebello e di altri esistenti nel territorio sia vicentino che veronese. Soprattutto il ponte della Fracanzana da anni costituiva una vera spina nel fianco per la viabilità. Ne furono testimoni i numerosi interventi effettuati nell’arco di pochi decenni rivolti a mantenerne l’efficienza e garantire il traffico sulla Strada Regia che tagliava in due l’abitato di Montebello. In quel tempo mancavano purtroppo quei due chilometri circa di carreggiata che oggi uniscono il ponte del Marchese Malaspina a quello della Fracanzana sulla sinistra Chiampo. Ma queste opere misero in crisi le già povere casse di Vicenza, e non solo, al punto che fu necessario ricorrere ai prestiti di alcuni privati cittadini. Pertanto per ripianare i debiti, anche per il ponte della Fracanzana, si decise di istituire un pedaggio che in pochi anni avrebbe sanato ogni pendenza.
Nel 1796 ebbe inizio l’esazione del pedaggio con la sopraintendenza del perito montebellano Domenico Cenzati. Proprio il pagamento di 327 Lire effettuato dal citato professionista a favore di un non menzionato falegname per la consegna di un casotto di legno ad uso del pedaggere, fa credere che tutto procedeva per il meglio. Infatti nel mese di settembre 1796 le entrate del pedaggio furono di Lire 1830 (circa 300 Ducati). Non male se si pensa che l’intero ponte era costato circa 5202 Ducati, stessa cifra di quello del Marchese.
Il casotto di legno si rivelò da subito insufficiente e precario tanto da indurre le autorità a rimpiazzarlo con una costruzione più idonea. Nell’immediato non fu possibile l’erezione di un nuovo casello e l’anno seguente la caduta della Repubblica di Venezia e l’arrivo dei francesi di Napoleone complicarono non poco l’esazione del pedaggio. Al perito Cenzati risultò persino difficile e pericoloso portare a Vicenza i proventi del pedaggio a causa delle soldataglie francesi che non disdegnavano rapinare i viandanti.
Cinque anni più tardi la situazione migliorò e le autorità di Vicenza pensarono che era il momento propizio per dare vita al nuovo casello. A facilitare la sua realizzazione fu il riciclaggio di vecchie strutture lignee esistenti in città come “la cavallerizza che un falegname, per il prezzo di 325 Lire, disfece recuperando le assi dei solai e dei tavolati. Altri edifici di Vicenza dai quali si recuperarono dei materiali utili furono la dogana vecchia e la casara. Il 6 giugno 1801 alcuni carrettieri effettuarono sette trasporti di legname riciclato verso il ponte della Fracanzana che solo in qualche documento viene citato come ponte novo. Tra questi trasportatori: Girolamo Montagnolo, Battista Tortora, Giacomo Bressan, Giovanni Boribello, Francesco Camera e Bortolo Caltran. Nei giorni successivi le consegne dei materiali da costruzione proseguirono grazie ai carrettieri Pietro Camisan, Orazio Ferrari, Giovanni Boribello. Furono consegnati nei pressi del ponte della Fracanzana n° 15.000 coppi per il costo di Lire 120. Questi laterizi erano stati comprati presso le fornaci di via Cricoli a Vicenza (strada Marosticana n.d.r.) di proprietà dei nobili conti Trissino.
Alla messa in opera del nuovo casello parteciparono maestranze per lo più montebellane, tra queste: il manovale Zuanne Perin, i muratori Paolo Scaramella e Domenico Zamperetto, il trasportatore Francesco Stocchiero, Domenico Frigo, il manovale Domenico Milion e Giuseppe Fusa. Fu compito del muratore Domenico Zamperetto costruire un camino adatto per la cottura dei cibi e per il riscaldamento durante le fredde giornate invernali.
Alla fine dei lavori, il 1° luglio 1801, il casello fu affidato al Sindaco di Montebello, Giuseppe Miolato, che immediatamente produsse un inventario di quanto gli veniva consegnato.
Il casello misurava metri 6,40 X 360 ed era costituito da due stanze di diversa ampiezza e come dotazioni aveva una catena di ferro con un piantone e tre “cantili (pali di castagno – n.d.r.) La stanga o sbarra era stata costruita e fornita dal falegname Gio.Batta Frigo assieme ad altri manufatti di legno per i quali fu remunerato con Lire 43.10.1
Lo storico Giovanni Mantese nelle sue “MEMORIE STORICHE DELLA CHIESA VICENTINA” afferma che il pedaggio si protrasse fino al 1813, ma alcuni documenti spostano almeno di qualche anno la sua esistenza. Infatti nel 1817 il montebellano Vicenzo Zanuso, conduttore del pedaggio del ponte novo, entrò in conflitto con l’amministrazione di Vicenza per motivi economici. Le particolareggiate mappe austriache di quell’epoca indicano il ponte della Fracanzana come ponte del Dazio a conferma dell’esazione che vi veniva praticata per il suo attraversamento.

Riassunto di GIANESATO OTTORINO tratto dal suo lavoro “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI” – 2011

Disegno: Una ricostruzione della zona del Ponte Nuovo a Montebello nell’epoca dell’episodio narrato nell’articolo (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Note:
1) Il casello era ubicato approssimativamente dove, fino a qualche tempo fa, si trovava il caseggiato dell’A.N.A.S. (casa cantoniera), all’interno della quale venivano custoditi i mezzi e le attrezzature utilizzate per le operazioni di manutenzione delle strade statali. L’edificio è stato demolito nel maggio del 2019 (N.d.R.).

Umberto Ravagnani

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IL PALAZZETTO PERUFFO

[192] PALAZZETTO VALMARANA-PERUFFO – IGNOTO ARCHITETTO VICENTINO (SEC. XVIII)

Il prof. Remo Schiavo, letterato, filosofo e storico montecchiano morto, a 87 anni, il 12 novembre 2015, nel suo libro “Montebello Vicentino – Storia e Arte”, ci descrive così questo bell’edificio:
« … Il lato orientale della piazza della Chiesa è chiuso dal fianco del palazzo Peruffo. Come si può vedere dalla facciata lungo la via, il palazzetto fu costruito nei primi anni del Settecento dalla famiglia Valmarana. Passò poi ai Cenzati e per via ereditaria ai Peruffo. Ai primi del Novecento l’ingegnere Giovanni Carraro prolungò l’edificio con la loggetta ionica rivolta verso la via e verso la facciata della chiesa turbando le misure molto regolari della facciata che presenta il solito piccolo avancorpo coronato da timpano con le due ali regolarmente traforate da finestre di taglio elegante. Secondo una tradizione orale le due statue settecentesche ora collocate in giardino erano poste ai vertici del timpano, una terza sarebbe andata perduta. Le statue sono chiaramente settecentesche e di modesto scultore che imita modelli più noti e famosi.

Bella la loggetta del Carraro1 che a poca distanza dal liberty di Villa Farina sa creare con maestria una graziosa loggetta belvedere ad uso del palazzetto. L’interno presentava i due canonici saloni sovrapposti con due salette per lato. La scala che probabilmente era al fondo del salone fu portata in apposito vano nell’Ottocento. Di notevole pregio l’arredo dei saloni e delle varie sale al pianterreno e nei piani superiori.

Il non sprovveduto architetto nella elegante facciata, un tempo assai meno lunga, richiama più che le case di città la villa di campagna: infatti organizza un settore centrale dominato dal portale arcuato e dal pergolo soprastante. Non manca il timpano un tempo adorno delle tre statue ora collocate nel giardino. Semplici e disadorne le finestre incorniciate di pietra ripetute con monotonia anche nelle ali.

La loggetta. Al Carraro è dovuto l’ampliamento assai modesto del Palazzetto Peruffo che però s’ingentilisce con questa loggetta aperta su due lati. La loggetta di fatto prende il posto di quello che nelle ville era chiamato il Belvedere, luogo di conversazione e di osservazione sul passaggio di pedoni e veicoli nella vicina strada. »

Note:
1) L’architetto Giovanni Carraro di Lonigo è anche il progettista di villa Farina, ritenuta l’esempio più bello ed elegante del liberty a Montebello. Il committente fu Gio.Batta Farina, sindaco di Montebello dal 1900 al 1920 (N.d.R).

Foto:
1) Il palazzetto Peruffo a Montebello Vicentino in uno scatto del 2013 (APUR – Umberto Ravagnani).
2) La loggia del palazzetto Peruffo a Montebello Vicentino in uno scatto del 2007 (APUR – Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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DUE PICCOLI EROI

[162] DUE PICCOLI EROI DI MONTEBELLO

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Il prof. Giuseppe Guarini non ha mai insegnato a Montebello Vicentino ma scriveva, in modo molto conciso ma coinvolgente, piccole storie realmente accadute nel Veneto e altrove, per poi pubblicarle sulla rivista periodica “GIOVINEZZA EROICA”, edita dalla famosa Fabbrica manifatturiera di Valdagno “Gaetano Marzotto & Figli”. Nel numero 6 della IIa Serie del 1930, inserito nella “Bibliotechina delle Lane Marzotto”, è riportato un bell’episodio accaduto realmente a Montebello Vicentino nel corso dell’anno scolastico 1929-30.
I protagonisti sono tre: i fratelli Arturo e Giovanni Battanoli e Giulio Zordan. Arturo Battanoli figlio di Antonio e di Brocco Angela è nato il 3 aprile del 1919, all’epoca dell’episodio aveva poco più di dieci anni e frequentava la IIa classe con la maestra Maria De Filippi. Il fratello Giovanni – che però in realtà si chiamava Gaetano – è nato il 6 settembre del 1917, aveva quindi dodici anni e frequentava la IIIa classe con la maestra Ida Agnolin Tonelato. Il terzo protagonista dell’episodio, Giulio Zordan figlio di Gio. Batta e di Amelia Biasin, è nato il 1° gennaio del 1922, aveva quindi sette anni e frequentava la IIa classe con la maestra Maria Tadiotto.
É successo tutto durante la “ricreazione” dei bambini. Ma leggiamo il racconto del prof. Giuseppe Guarini così come lo ha scritto nella rivista, tenendo conto del linguaggio retorico e propagandistico che veniva usato in quel periodo:

ARTURO E GIOVANNI BATTANOLI

« Nessun ostacolo, nessun pericolo, arresta l’impulso generoso, frena lo spirito di altruismo da cui sono animati i fanciulli dell’Era Fascista. Arturo e Giovanni Battanoli, l’uno di dieci, l’altro di dodici anni, giocavano nel cortile della scuola, a Montebello Vicentino, in attesa del suono della campanella per entrare in classe.
Una recente, abbondante nevicata, aveva fatto piegare, fino a portata di mano, alcuni fili elettrici a bassa tensione. Un bambino incauto, Giulio Zordan, di sette anni, volle toccare quei fili; ma, vittima della corrente, non riusciva a staccarsene. E impallidiva sempre di più! Gli altri bimbi correvano qua e là, come tanti uccellini spauriti, quando sono inseguiti dallo sparviero. E gridavano per lo spavento. Nessuno osava avvicinarsi all’infortunato … Ma ecco farsi avanti un altro Balilla. Arturo Battanoli, e accorrere prontamente, con squisito senso di fraternità, per salvare il piccolo camerata. Ma anche lui, non appena tocca i fili, viene investito dalla corrente. Né, per quanti sforzi faccia, può staccarsi. Il momento è davvero tragico! Il terrore è dipinto sul volto di tutti… Un terzo Balilla, Giovanni Battanoli, si lancia dapprima in soccorso del fratellino e quindi dell’altro fanciullo, e non li abbandona finché non riesce a far aprire le loro mani, serrandone fortemente i polsi. Così furono salvi, Arturo e Giovanni Battanoli, sono stati, a buon diritto, premiati non solo con la nomina a Caposquadra per merito distinto, ma anche con un attestato di Pubblica benemerenza. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

Immagine: L’illustrazione relativa all’episodio raccontato (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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IL DOGE ANDREA GRITTI

[151] IL DOGE ANDREA GRITTI  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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Andrea Gritti (Bardolino, 17 aprile 1455 – Venezia, 28 dicembre 1538) è stato un mercante, militare e politico italiano e 77º doge della Repubblica di Venezia dal 1523 alla morte.

« Cuel Gino da Velo d’Astico, co se gavivimo catà a la fine de Marso, el me ga fato sajiare cuei cachi cal gavea tirà xo dai so cacari. I xe stà i primi, cuei ca se jera maurà soto ale rete parchè i ‘flyng foxes’ ghe li gavaria magnà. Ve ricordeo? E ghe jera anca i ‘possums’ da star tenti…! Parò i cachi i jera boni…! Come ca i fusse stà de do cualità…! Cuei cachi coi ossi i gavea el gusto pì bon de cuei sensa ossi, ma boni tuti cuanti!!! Tastà i cachi, ca i jera stà bonorivi, se ghemo sentà xo par fare na ciacolada. Bira ‘new’ par lu e ‘old’ par mi. On sachetin de ‘cashews’ da mastegarghe drio, ca i xe pi boni dele bajiie. Gino el me gà dimandà sa gaveo fato el militare. Mi ghe go dito de no parchè jero drio fare le carte par nare in Australia e cussì i me ga assà ndar via! Lora lu el ga scominzià a contarme cal gavea fato el militare coi Alpini. El jera stà anca tri misi a Verona, rento a na caserma poco distante da Montorio. Desso là ghe xe el ‘IV Reggimento dei Alpini Paracadutisti’. “Co jerimo de ‘libera usita’, de Istà se nava senpre fin a Bardolino, in riva al Garda, parchè ghe jera uno da Cisano co la me conpagnia. Cisano,” me contava Gino, “xe poco distante da Bardolino. Sto Caporale, el se tegnea la moto a casa de parenti, vizin a la caserma, cussì, pena cal podea, el nava casa a catar la morosa. E mi navo insieme, tute le volte cal me dimandava de farghe conpagnia. Ma no cuando cal jera co la so morosa…! Lora se metivimo dacordo par lorario da nare indrio, e mi navo a far na caminada fin a Bardolin, drio al Lago de Garda!” Nando vanti co le ciacole, Gino el me diseva:”A Bardolin, ghe xe el vin bon, cuela la sà tuti, ma ghe xe anca on Albergo grando cal se ciama ‘Hotel Gritti’! Lo savivito ti ca a Bardolino jera nato on ‘Doge’? El me lo ga contà el me Caporale! On ‘Doge’ nportante, da come cal me contava lu. Ti ca te ghin capissi de storia, gheto sentio parlare de sto ‘Doge’?” “Ma sito drio farme on scherso, o feto dal vero?” ghe dimando mi a Gino. “Parchè? Parchè dovaria schersare?” me fa Gino. “Parchè proprio de ste setimane, me son messo a zercare sol ‘Internet’ come ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà al me paese,” ghe digo mi a Gino. E lu el me fa: “Cossa ghe centra i taraji?” E mi: “Ghe centra parchè, come ca te disi ti, el xe stà el ‘Doge’ de chel tenpo là a decidare!!! “E Gino a boca verta el me varda e el me dise: “Ma sito drio schersare?” “A son stà prima mi a dirtelo a ti ca te schersavi!!! Si o no”, a ghe fazo mi. “Se te vui ca vago vanti, a te poso dire come e cossa. Parò ti te ghe da dirme prima ndove cal va a finire l’Astico, cal passa par el to paese!” Gino el me varda, e dopo el me dise “A no lo so mia seto, ndove valo a finire, lo seto ti?” “Eco, vidito, parchè le robe le xe là ndove ca le xe senpre stà, nessun sintaressa da parlarghene e farghe savere ai tusiti e ale tosete co i va a scola parchè, come a Velo, el fiume ca passa par de là, el se ciama Astico. El va vanti, e vanti ncora e dopo el se ciama Tesena. E cuelo el va vanti, vanti, fin cal va a butarse rento al Bachiglione, on poco pì sù de Longare! E la stessa roba xe pal Bachiglione! Prima el se ciama Leogra. Come cal dise el nome, el vien xo da la Val Leogra, vizin a Schio. Ma pì vanti el va a ciamarse Timonchio. Con chel nome lì el va vanti ncora fin cal diventa Bachiglione, fin a Padova, el va vanti fin cal va rento al Brenta là vizin al Mare! Gino el me dimanda: “Ma ti come feto a savere tute ste robe?” E mi a dirghe: “Te go pena dito ca me nteresava de savere cuando ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà. El me Paese, sa no ghe fusse i taraji sol Cianpo e sol Guà el saria come el Polesine!!! A go leto tri libri so la Storia del me Paese. Gnanca un cal contasse cuando ca i jera stà fati sù, come ca no i gavesse nesuna nportansa.” “Ma come se fa a catare ste robe sol ‘Internet’?”, me ga dimandà Gino. “Ghe xe on posto ndove ca se pol scrivare na dimanda e te vien fora le risposte. Ma te ghe da zercarle,” ghe go dito mi. “E alora, se te tocava zercarle ncora, le dimande de prima sa servivele a cossa?” dise Gino. E mi: “Vardando cossa ca jera scrito so la storia del Guà, cal vignea ciamà il Fiume dai zincue nomi: el nasse ‘Rodolon’, el xe l‘Agno de Valdagno, fin a dopo Trissino ndove cal se ciama Guà, fin a Roveredo. Pì vanti el se ciama Frassine e dopo Gorzone, cal và a finire rento al Brenta, vizin al Mare. Ma so la ‘Wikipedia’, no se podea saver gnente dei taraji.” Salta fora Gino cal me dimanda: “Parchè, se te ghe pena dito ca la … Come se ciamala, la dise tuto?” E mi: “Xe stà par dò parolete ca riguardava el Cianpo, ca go trovà tuto. Lora xe saltà fora ca, stiani, ghe jera, gran barufe parchè Padova volea ca Vicenza fasesse nare lacua del Cianpo rento al Alpone, chal nava a finire rento al Adige.
Verona la volea ca Vicenza la fasesse nare el Cianpo rento al Guà a Montebelo, e no i se metea dacordo! Lora, cussì dise la ‘Wikipedia’, el Consilio dei10 de Venessia, insieme col Doge, nel 1532 el ga deciso da far sù i taraji. E xe stà scomizià i laori come ca i podea fare nte chei ani là! Xe passà tanti e tanti ani prima ca i ‘arzeni’ vegnisse finii come ca i xe desso. E tante aluvion da tute le parte: ntel Vicentin, ntel Veronese e xo ntel Padovan! Desso, el Cianpo,col riva a Montebelo, el se svolta on poco e el và verso Verona, a catarse col Alpone. E tuta lacua rento ai taraji! Come cuela del Guà….! E xe stà fato anca el ‘Bacino’!!! E chi jerilo el Doge?” Xe saltà fora Gino: ”No me dire cal jera Gritti?” E mi: “Propio lù, Andrea Gritti. El xe stà Doge par cuindese ani, dal 1523 al 1538!!!” E Gino: “Ma come gavaralo fato, sel jera nato a Bardolino?” “Venessia, stiani, la rivava fin a Bergamo. La famejia dei Gritti, jera de Comercianti e i xe rivà fin a Costantinopoli. Gino, cussì dise la ‘Wikipedia’,” go dito mi. Gino el se ga bevù na boconà de bira’new’, e vardandome ben in facia, el me dise: “Desso ca te ghe catà come e cuando ca xe stà fati sù i taraji al to Paese, sa vorissito fare?” Suito mi ghe go dito: “Voria dirghe al Sindaco de Montebelo de metarghe nome a na strada: Via Andrea Gritti, par farghe savere ai Montebelani ca ghe jera calche dun, cuasi zincuezento ani fa, ca savea la inportansa dei taraji, e i li ga fati fare!!! Ma mi son cuà, in Australia…! Parò son contento, parchè, dopo tuto el me zercare, el Doge Andrea Gritti da Bardolino, el xe uno cal me piase… tanto! »

(Lino Timillero – 14-5-2018).

Umberto Ravagnani

Immagini: Il Doge Andrea Gritti in un celbre ritratto di Tiziano Vecellio (particolare) e il suo stemma (da Wikipedia).

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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DA MONTEBELLO A WOLLONGONG

[149] DALL’ORATORIO DI MONTEBELLO A WOLLONGONG  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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IL CALCIO È UNA MALATTIA DI FAMIGLIA

« A Montebello, nel 1952, il cappellano don Giuseppe ai bambini che frequentavano l’oratorio offriva una “galletta” ciascuno, verso le quattro del pomeriggio. Non c’era alcun bisogno di chiamarci! Con la coda dell’occhio, pur giocando, guardavamo la porta della canonica. Appena quella si apriva per lasciar intravedere don Giuseppe, noi già si correva verso di lui per essere i primi a ricevere la galletta. Erano americane! Una volta alla settimana don Giuseppe ci dava anche un cioccolatino gianduiotto, un pò amarognolo, ma buono con la “Galetta”. Tutte cose americane! Nessuno di noi ragazzini ha mai potuto indovinare quale fosse il giorno in cui ci sarebbe stato il gianduiotto. Se c’eri, lo prendevi. Se non c’eri lo perdevi! Nel 1954 arrivò don Francesco e gli americani avevano finite le “gallette” da darci. Già dagli ultimi sei mesi della permanenza di don Giuseppe, non venivano più distribuite. Ma il pallone c’era soltanto all’oratorio! Dove altro si poteva andare per giocare a calcio? Durante l’estate seguente, don Francesco ricominciò a distribuire le medesime “gallette”, e anche il ‘saltuario’ gianduiotto! Nessuno di noi si azzardò a chiedere il perché o il percome. Giocavamo e mangiavamo, per poi ricominciare a giocare a calcio. Non si poteva chiedere di più. Ed eravamo più che contenti. L’anno dopo finirono le gallette, ma don Francesco organizzò un torneo di calcio per ragazzi dai 10 ai 15 anni, da disputarsi durante i pomeriggi ‘infrasettimanali’ con squadre dei paesi vicini: Gambellara e Zermeghedo. Don Francesco procurò anche la maglie per le due squadre dell’oratorio, biancorosse per la Audax-Baby, la mia squadra, e bianconere per l’altra squadra, che era quella di mio fratello Albano. Entrambe le squadre erano di età mista. Mio fratello ha due anni più di me, ma con noi c’erano “Cianeto”, Renzo e Ruggero, che erano della sua età. In finale andarono le due squadre dell’oratorio, le nostre. Vinse la squadra di mio fratello. All’oratorio io continuai a giocare le solite partitelle, mentre Albano trovava lavoro alle Alte di Montecchio. E cominciò a giocare con la Ronzani di Vicenza. Da lì, ancora giovane, passò al Marzotto di Valdagno. Un giorno, infatti, dei Signori del Marzotto vennero a parlare con nostra madre per poter avere Albano con loro. Stipendiato dal Marzotto.
Anche se allora non erano grandi somme di denaro. La mamma acconsentì, e mio fratello si accordò con la ditta che lo aveva assunto: al mattino lavorava con loro e al pomeriggio andava a Valdagno per gli allenamenti. Nelle giovanili. Ma con qualche giornata da riserva in serie B. Poi dovette partire per il militare. Riuscì a giocare con il Civitavecchia, in Serie C, per tutta la naja. Intanto il Marzotto, in quei due anni, andò di male in peggio. Albano tornò dal militare per rimettersi a lavorare, ma continuò ancora con la squadra di Valdagno per qualche anno, finché Rita Pavone non si mise a cantare “La partita di pallone”. Poco dopo io partii per l’Australia. L’ultima mia partita di calcio la giocai a Whyalla, in South-Australia. Indossavo la maglia dello ‘Steel-United’, la squadra dell’acciaieria di quella città. Quando vidi che un compagno di squadra si spezzò la gamba destra, mi venne da pensare: mica son venuto qui per finire come lui. E smisi di giocare. Due domeniche prima avevo pure segnato un bel goal. In squadra eravamo cinque italiani e sei tra inglesi, scozzesi e un australiano. Sergio Balatti era il centravanti e io giocavo da ala tornante. Sergio era arrivato da piccolo con la sua famiglia, dalla Valtellina. Parlava come gli australiani e diceva a noi cosa fare. Noi ancora non parlavamo inglese. Ma la palla è rotonda! Sia che la chiami palla oppure ball, è sempre da mettere dentro la porta avversaria. Conservo ancora il piccolo articolo di giornale in cui si parla della vittoria dello ‘Steel-United’ e del goal che io segnai, e ho avuto la fortuna di poterlo mostrare al mio ‘Grand-Son’, mio nipote, che ha 15 anni e gioca bene al calcio, con il suo ‘Catholic College”. I miei due figli hanno giocato al calcio da quando il primo aveva 12 anni ed il secondo 9. Prima con il Wollongong Olimpic, club riservato soltanto agli “junior”. Quando cominciarono a frequentare l’Edmund Rice College’, famoso per le vittorie nella competizione di rugby, loro continuarono invece a giocare al “soccer” (pronunciato soccher), come qui chiamavano il calcio. Che all’epoca era considerato uno sport minore, sia a livello scolastico che a livello nazionale. Io stesso, quando i miei figli erano adolescenti, ritornai al calcio. Fu padre Nazareno, da Mussolente, e quindi vicentino, a chiedermi di aiutare il gruppo giovanile del Centro Italiano, formando una squadra per partecipare al torneo di calcio delle denominazioni cristiane dell’Illawarra. In altre parole, i figli degli Italiani di Wollongong avevano formato l’Italo-Australian ‘Youth Club’, con base al centro italiano dei padri scalabriniani, e lì dovevano giocare contro squadre di club anglicani, metodisti, battisti, luterani, presbiteriani e via dicendo. Era il 1982, Italia campione del mondo! Dopo un paio di settimane, tutto questo diventò semplicemente il Churches-Competition, che letteralmente significa il torneo delle chiese.
Ci si allenava due sere la settimana. La mia presenza era necessaria soprattutto per avere un adulto sempre nei pressi. Facevo anche da allenatore, ma più per far capire a certi giovani che avevano giocato a rugby la differenza del fuorigioco fra il calcio e il rugby. Più di qualche goal non fu segnato proprio perché la regola del fuorigioco era molto dura da comprendere per i giocatori che avevano sempre giocato al Rugby. Agli allenamenti, per fortuna vicino a casa mia, mi portavo dietro i figli. Vicino al campo da calcio abitava un loro compagno di scuola, così anche Carlo si univa ai miei David ed Anthony per la durata della seduta. Carlo, figlio di abruzzesi, era soprannominato F.C. che stava per Football Club. In quel periodo, avevamo due automobili, indispensabili per andare a lavorare. Io avevo comperato una 500 Fiat da pochi dollari per mia moglie, perché portasse i figli alla scuola cattolica. La dovetti usare io perché non riusciva a cambiare le marce senza ‘grattare’. I nostri figli ricordano quell’auto ancora adesso. Era una decapottabile. Dei giovani dello Youth Club, qualcuno divenne avvocato, altri commercialisti o impresari, altri ancora semplici operai alla ‘SteelWork’. Molti hanno bambini. Un gruppo di quei professionisti ha poi ripreso a radunarsi in un campetto da calcio semi-abbandonato, di nuovo a correre dietro un pallone. Tra di loro. Dopo una settimana chiusi dentro gli uffici. E si portavano i figli dietro. E giocavano a calcio con i loro bambini. Uno dei miei figli finì di giocare a calcio con l’Università di Wollongong. Ora, dopo il lavoro, è allenatore patentato. L’altro invece ha smesso dopo essersi fratturato la gamba destra giocando al calcio. Io ero presente quando accadde. Ma anche dopo questo mio figlio non riesce a restare lontano dal calcio, tanto che adesso è presidente del “Port Kembla Puma Amateur Club”. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Giugno 2019).

Umberto Ravagnani

Foto: Il campo sportivo dell’Oratorio di Montebello, attivo dagli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

 

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CHI ERA LINO LOVATO?

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (3)

[148] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Ultima parte)

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Il terzo altare a destra di chi entra fu eretto nel 1876 ed è dedicato a S. Giuseppe. La pala, lavoro pregevole del Cav. Busato di Vicenza, rappresenta il Transito del Patriarca, il quale è raffigurato morente su di un letto poveramente coperto. Lo assistono il Redentore e la Vergine, mentre in alto, fra un nimbo di luce, scende un angelo come per accoglierne l’anima che sta per spiccare il volo verso il ciclo. In un angolo, accanto ad un rozzo sgabello è la verga miracolosamente fiorita. Il primo altare a sinistra di chi entra, è dedicato a S. Antonio di Padova, la cui statua figura entro una edicola di gotiche forme. Dietro all’edicola, una pala di sconosciuto autore, rappresenta Gesù alla Colonna, consolato da un angelo che scende dal cielo, mandatogli dall’Eterno Padre, il quale figura nella parte superiore del quadro circondato da alcuni cherubini. L’altare seguente è dedicato al SS. Crocefisso. La bella imagine del Redentore appeso alla Croce è opera pregevole di Giovanni Gasparoni di Vicenza, il quale la eseguì nel 1865. Infine l’ultimo altare a sinistra, di chi entra in chiesa, è dedicato al SS. Redentore, la cui statua inaugurata nel 1900 alla mezzanotte, nel momento solenne che divideva due secoli, fu scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso. L’altare maggiore di classica semplicità che si eleva nel mezzo del coro è in marmo di Carrara e fu eseguito nel 1852 dallo scultore Pietro Spira di Venezia su disegno del Prof. Lazzeri. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento e la balaustrata del coro, per cui dietro al tabernacolo dell’altare maggiore si legge questa iscrizione :

G. PAOLO CENZATTI
PEL PAVIMENTO LEGAVA
ALTARE E BALAUSTRI
SOCCORRENTE LA CONFRATERNITA
RICOSTRUIVA DEL PROPRIO
IL PREPOSITO
L’ANNO MDCCCLII

Sopra le spalliere del coro lavorate in noce nel 1852 dal falegname Antonio Zufelato (1) si ammirano i due grandi quadri ad encausto dipinti nel 1894 dal pittore Ermolao Paoletti di Venezia e rappresentanti uno Gesù ed i fanciulli, l’altro la Cananea. Tali quadri sono stimati per la luminosità degli sfondi riproducenti pittoreschi paesaggi di Palestina, per l’espressione delle figure improntate a nobile realismo e pel movimento dei gruppi armonizzanti con la cornice architettonica.
Dietro all’altare maggiore, all’altezza della cupoletta del tabernacolo vi è l’orchestra eseguita dal Gasparoni nel 1866, anno in cui fu pure costruito l’organo da Gio Batta De Lorenzi di Vicenza.
Il pavimento della chiesa eseguito nel 1845 è composto da 1067 quadri di marmo rosso e bianco. Nell’interno della facciata, a sinistra di chi entra, spicca il Battisterio il quale consta di un profondo nicchione, entro a cui sotto la pala rappresentante il Battesimo di Gesù, trova posto anche la vasca in marmo rosso per l’acqua lustrale. In alto, sopra l’arcata, pendono floreali decorazioni, mentre fra le mensole che sostengono la cimasa entro cui figura una grande conchiglia affiancata da festoni di frutti; è scolpita questa semplice iscrizione: « Fons salutis ».
Tanto il Battisterio, chiuso da artistica cancellata in ferro battuto, quanto la pala di settecentesco sapore, sono opera del Prof. Gianfrancesco Ghirotti e furono eseguiti nel 1926.
Ed ora diamo uno sguardo ai nuovi lavori di decorazione inaugurati nel 1930, in occasione della festa quinquennale della Madonna, lavori che, a dirlo subito e francamente, non reggono al confronto con quelli che preesistevano molto più sobri e meglio armonizzanti con la cornice architettonica della Chiesa, la quale con le nuove tinte, alquanto vivaci ha perduto quel senso di austerità che il pennello di Domenico Cavedon le aveva conferito nel 1905. Le numerose figure di Sante e di Santi, di cui il Noro ha popolato la chiesa, eseguiti parte a tempera e parte ad olio, pur avendo talvolta una espressione pensosa, per lo più sono impassibili perchè non condotti da mano ispirata. Tuttavia l’Annunciazione della Vergine che figura nel soffitto, per le movenze intonate dell’angelo e per la morbidezza del colorito è una delle composizioni migliori del Noro. Peccato che i panneggiamenti dell’angelo non assecondino le movenze. Meno felice nella esecuzione è il quadro gemello rappresentante la Vergine e Sant’Anna, gruppo che si perde nel vuoto della scena. Una pittura murale, abbastanza riuscita è certamente il sacrificio di Isacco il quale figura nell’interno della facciata e rappresenta Abramo nell’atto di colpire il figlio nel mentre che l’Angelo apparisce nel cielo per dire: Abramo fermati!
L’Assunzione della Vergine dipinta nell’abside del coro, non è certo paragonabile al grande quadro che occupava per intero la parte centrale del soffitto e che fu demolito per mancanza di consistenza (2). Infatti quel quadro era veramente pregevole non solo per la disposizione dei gruppi e per l’arditezza degli scorci, ma anche per l’espressione dei volti, per la morbidezza delle tinte e pel movimento e grandiosità della scena, doti di cui purtroppo l’Assunzione della Vergine dipinta dal Noro, difetta.
Attiguo alla chiesa sorge il bell’oratorio dedicato alla Sacra Famiglia inaugurato nel 1887. Esso è disegno di Giuseppe Guarda di Montebello come lo dice una iscrizione scolpita nell’interno dell’Oratorio stesso e che suona così :

QUESTO ORATORIO
SU DISEGNO DEL MAESTRO MURATORE
GIUSEPPE
CHE NE DIRESSE GRATUITAMENTE IL LAVORO
PER CONCORDE VOLERE DEI PARROCCHIANI
CHE VI SPESERO CURE FATICHE DENARO
FABURICATO IN SOLI NOVE MESI
FU DEDICATO ALLA SACRA FAMIGLIA
IL CLERO E LA COMMISSIONE
RICONOSCENTI

La graziosa facciata dell’Oratorio è di stile rinascimento, mentre l’interno semplice, non ampio ed a una sola nave, è decorato da paraste e trablazione d’ordine corinto. Il solo altare in legno è dedicato alla Sacra Famiglia la quale figura nella bella pala dipinta dal Boldrin nel 1795. Nell’Oratorio stesso, oltre al quadro detto del Consiglio, perchè una volta figurava nella sala Comunale, si conservano pure dentro ad una piccola custodia foggiata a modo di arca, delle ossa dei Santi Clemente, Felice e Vittoria. L’ultima ricognizione canonica di queste sante reliquie, avvenne il 4 settembre 1719, giorno in cui Andrea Trombetta e Gio. Batta Bordato, governatori della Comunità, si recarono da S. E. Monsignor Vescovo di Vicenza Sebastiano Venier, perchè ne riconoscesse l’autenticità, come infatti avvenne. Queste reliquie erano state donate al Prevosto Don Leonardo Sangiovanni dal Signor Giulio Borghi il quale le aveva avute dal Signor Ignazio Brizio Molinos a cui il 24 febbraio 1709 erano state consegnate dal Vescovo di Sabina S. E. il Cardinale Gaspare de Carpineo, che per mandato di Clemente XI le aveva levate dal Cimitero di S. Callisto in Roma.
Accanto alla chiesa prepositurale si innalza la bella torre campanaria sorta su disegno dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa fu incorninciata nel 1819, come lo dice l’iscrizione incisa sulla prima pietra posta il 16 settembre di quell’anno dai Prevosto Dai Zovi, con l’intervento delle Autorità Comunali. Ecco l’iscrizione:

D. O. M.
MDCCCXIX DIE XVI SEPT.
PRAEPOSITUS PETRUS ANTONIUS DAI ZOVI

Giova ricordare però che il compimento del campanile avvenne solo nel 1848 e ciò a causa delle condizioni tristissime dei tempi, perchè le popolazioni erano state dissanguate dai passati governi. Il fusto della torre campanaria è costituito da cinque ordini, riquadrati con lesene agli angoli e distinti fra loro da fascioni, formati da una fascia inferiore e da una guscia con listello superiore. Il primo ordine che si innalza su basamento a scaglioni ed a quattro risalti sopra terra, è decorato da una trabeazione ionica sostenuta da quattro colonne inalberate agli angoli, con balaustrata superiore a cui si accede a mezzo di una porta praticata sul ripiano del secondo ordine. Sopra i quattro pilastrini, agli angoli della balaustrata, figurano quattro vasi a foggia di ara con fiamme. La cella campanaria di stile corinzio e di forma quadrata accoglie un concerto di cinque campane fuse nel 1899 (3). Sopra la trabeazione della cella si innalza il tamburo in cotto di base dodecagona, il quale regge la svelta cupola da cui un Angelo di belle forme, scolpito in legno e rivestito di rame, con l’ali spiegate sembra sfidare i fulmini ed il tempo. Il campanile misura 45 metri d’altezza. (4) »

Umberto Ravagnani

Note:
(1)
Allo Zufelato si devono pure i confessionali in noce eseguiti nel 1853 su disegno dell’ ingegnere Paolo Cenzatti e la bussola della porta maggiore lavorata nel 1850 su disegno del Gasparoni.
(2) Il bel quadro dell’Assunta che figurava nel mezzo del soffitto fu inaugurato nel 1886. Esso come scrisse il Prevosto Don Giuseppe Capovin fu incominciato da Valentino Pupin, ma, prevenuto dalla morte, il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Conegliano.
(3) Le campane della Prepositurale di Montebello portano le seguenti iscrizioni: Ia O Maria Assunta in cielo – O madre nostra pietosa proteggi – noi tuoi figliuoli. IIa Il tuo patrocinio o Giuseppe Faccia santa la nostra vita – la nostra morte serena – IIIa I padri nostri – O Daniele – Te non invocarono indarno spandesti ristoro di pioggia sui colli riarsi. IVa Propulsa o Rocco – ogni contagio da quest’aria salubre. Va Il temporale furiando minaccia – lo disperdi o Vergine Brigida – ci salva dalla grandine.
(4) Il campanile che preesisteva all’attuale era alquanto più semplice e basso. Esso, che fu eretto nel 1575. era in cotto con guglia accuminata.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello – L’altare della Madonna di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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ATTIVITA’ SVOLTE NEL 2005

[42] ATTIVITA’ DELL’ASSOCIAZIONE NELL’ANNO 2005
L’Associazione “Amici di Montebello” desidera far conoscere le iniziative e le attività realizzate nel corso di quest’anno 2005 che sta per concludersi. Erano stati programmati incontri, visite guidate, ricerche storiche nel nostro paese: obiettivi che sono quasi del tutto raggiunti con un positivo riscontro nelle persone che hanno aderito a tali proposte. Iniziamo con l’esporre in ordine cronologico le gite e visite effettuate.
13 Febbraio 2005 – In occasione della Sagra (festa) di San Valentino escursione attraverso le colline da Montebello a Zermeghedo e salendo per i ripidi sentieri su fino all’Agugliana in visita all’antichissima chiesa dei Santi Nicolò e Valentino, e, rispettosi della tradizione, conclusione gastronomica nello stand allestito dalla Proloco.
8 Maggio 2005 – Visita al Santuario della Madonna dei Miracoli di Lonigo con l’assistenza della prof.ssa Nicolin Nicoletta Tonelato esperta conoscitrice dei tesori in esso contenuti e in particolare dei bellissimi ex voto su tavolette di legno.
15 Maggio 2005 – Visita alla Pieve romanica di Colognola ai Colli e alla chiesa della Madonna della Strà di Belfiore (Vr).
12 Giugno 2005 – Gita sui colli Euganei e visita al Museo dei fossili di Cinto Euganeo (Pd) che espone una ricchissima collezione di reperti provenienti dall’area di Cava Bomba, accompagnati dal geologo prof. Terenzio Conterno. Il pomeriggio salita al monte Gemola ove sorge la Villa Beatrice d’Este costruita nel XVII° secolo sopra i resti dell’antico Monastero risalente al XII° secolo.
26 Giugno 2005 – La prof.ssa Alessandra Vantini ci ha guidati alla scoperta della Verona medioevale rappresentata dalle chiese di S. Fermo e di Sant’Anastasia, le Porte Borsari e dei Leoni, Piazza Erbe con i palazzi scaligeri e naturalmente la casa di Giulietta.
3 Luglio 2005 – Visita a Vicenza della mostra “La villa da Palladio a Carlo Scarpa” ospitata nel Palazzo Barbaran da Porto che illustrava l’evoluzione della villa veneta come centro economico, sociale e artistico nei secoli dal Cinquecento all’Ottocento.
11 Settembre 2005 – Visita a Cividale del Friuli per conoscere la civiltà longobarda che qui ebbe un centro di primaria importanza nell’Italia dei secoli VI-VII-VIII, e con la visita al Museo archeologico, al Museo Paleocristiano, al Ponte del Diavolo, a S. Maria in Silvis e conclusione alla città fortificata di Palmanova.
9 Ottobre 2005 – Visita al Museo della civiltà paleoveneta di Adria (Ro). Questo Museo ospita una esclusività mondiale perché espone una biga che fu ritualmente sepolta con tre cavalli per onorare la morte di un guerriero. Abbiamo ospitato in sede la conferenza del nostro socio Ottorino rag. Gianesato sul tema “L’amministrazione della giustizia durante la Repubblica di Venezia” con particolari riferimenti a fatti ed episodi accaduti in quei secoli a Montebello. L’Associazione ha poi fatto dono alla nostra Biblioteca Civica di due lavori opera della paziente ricerca nell’Archivio Notarile Vicentino del sopraccitato Ottorino Gianesato, illustrante il primo la situazione patrimoniale dei cittadini di Montebello nel 1500 dal titolo “I numeri della storia“, e il secondo aspetti del vivere quotidiano dei montebellani del 1600 riferito ad cognizione sociale dal titolo “Diario di un secolo“. Come non ricordare poi la collaborazione dell’Associazione con la Parrocchia per la pubblicazione di un opuscolo dal titolo “La religiosità popolare nei capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” scritto dalle nostre socie Dima prof.ssa Luisa e Marchetto prof.ssa Silvana in occasione della quinquennale festa della “Solenne“. In tempo di computer e internet il socio Umberto Ravagnani ha creato il sito dell’Associazione: http://www.webalice/amicidimontebello.it Qui si possono trovare pubblicati tutti i numeri del nostro giornalino “Aureos” nonché foto di Montebello degli inizi del Novecento ed altre utili informazioni. Nel concludere questa rassegna ci piace ricordare ai nostri lettori che tutti possono partecipare con scritti e ricerche all’approfondimento della storia del nostro paese e alla salvaguardia delle nostre memorie augurandoci nel contempo di vederli accorrere numerosi alle iniziative che proporremo il prossimo anno.

(dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figura:  Silvana Marchetto, che assieme a Luisa Dima Franchetto, ha pubblicato l’opuscolo “La religiosità popolare nei capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino“, frutto di un’accurata ricerca a quattro mani (foto a cura del redattore).

AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

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BIBLIOGRAFIA

[11] BIBLIOGRAFIA

AA.VV., “Geografia Storica Universale“, 1857.
AA.VV., “I lavori dei contadini“, 1997.
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C.Cantù, “Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto“, 1859.
L.Bedin, “Il triangolo di Montebello“, Montebello Vicentino 2004.
L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol I, Montebello Vicentino 2011.
L.Bedin, “Santa Maria di Montebello” Vol II, Montebello Vicentino 2018.
Mons. A.Capovin, “Feste cententenarie celebrate a Montebello Vicentino“, 1905.
G.Cappelletti, “Storia della Repubblica di Venezia“, 1855.
L.Capuis. “I Veneti“, 1993.
M.E.Dalla Gassa, “Il tempo del Filò“, 2016.
A.De Guio, “Tomba ad incinerazione a Montebello“, 1977.
L.Disconzi, “A te Solenne Montebello – Insegnanti e scolari 5a elementare“, 2015
O.Gianesato, “I Numeri della Storia“, 2003.
O.Gianesato, “Diario di un Secolo – La Comunità di Montebello nel ‘600 – Con l’estimo del 1665-1669“, 2004.
O.Gianesato, “Il ‘700 giorno per giorno“, 2005.
O.Gianesato, “Nome … e Cognome“, 2007.
O.Gianesato, “Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-1918“, 2008.
O.Gianesato, “Miscellanea di storia montebellana“, 2009.
O.Gianesato, “Montebello nella quotidianità del ‘500“, 2010.
O.Gianesato, “Montebello ostaggio dei ponti“, 2011.
O.Gianesato, “I soldati di Montebello chiamati alle armi nella guerra 1915-18“, 2014.
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(dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)
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