LA FAMIGLIA PAJARIN

[96] LA FAMIGLIA PAJARIN

Il significato di questo cognome, di chiara origine contadina, non lascia ombre di dubbi. Chi per primo l’ha portato sicuramente aveva a che fare con la paglia e con il pagliaio, gigantesco covone giallo costruito a margine della casa colonica. Il primo documento in cui si parla di un rappresentante di questa famiglia Γ¨ del 1441 dove si legge β€œsotto la casa di Antonio Pajarin nella contrΓ  del Castello”. In qualche raro caso al nome di battesimo fa seguito la parola β€œpajaro”, prima che Pajarin diventi un cognome definitivo. Durante il Balanzon (1) del 1544-45 i Pajarin sono presenti in Montebello con 5 famiglie tutte dislocate, gomito a gomito, nella contrΓ  della Chiesa Parrocchiale. E’ quindi questa la nuova residenza dopo aver lasciata quella nella contrΓ  del Castello. Il professor Luciano Chiese, nel suo libro di Toponomastica di Montecchio cita la localitΓ  Paglierina (Pajarina), nome tutt’ora vitale, che esiste tra Montecchio e Montebello nei pressi della Gualda. Sembra che i Pajarini di Montebello non abbiano nulla che fare con la nascita di questo toponimo, che ha preso origine invece dai Nobili Paglierini di Vicenza che assieme ai Gualdo erano proprietari della quasi totalitΓ  dei campi esistenti a cavallo dei comuni di Montecchio e Montebello. Almeno secondo l’Estimo appena menzionato, i Pajarin non dispongono di consistenti proprietΓ  terriere e la loro partecipazione alla direzione del Comune Γ¨ certificata da Iseppo Paggiarin (sic!) nel 1614, da Anzolo nel 1617, da Antonio nel 1622, Giuseppe nel 1651. In questo stesso secolo sono tre le famiglie annotate tra i contribuenti, sempre con modestissime disponibilitΓ . Uno dei tre, Pietro, alla vecchia contrada della Chiesa Parrocchiale ha preferito quella di Vigazzolo come sua residenza. Durante il Diciottesimo secolo non si registrano membri delle famiglie Pajarin nell’amministrazione del Comune di Montebello. Antonio Pagliarin (sic!), alla fine di quel secolo, di mestiere fa il sarto β€œgiornaliero”. La sua Γ¨ l’unica famiglia Pajarin, in quel momento, presente nel Comune di Montebello. Questo cognome, che sembrava stesse scomparendo dal nostro paese, Γ¨ tutt’oggi presente con alcune famiglie.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: Il piΓΉ antico documento trovato di questa famiglia riporta Antonio Pajarin abitante nella contrΓ  del Castello a Montebello (a cura del redattore).

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UNA ZUFFA TRA I CAMPI

[71] UNA ZUFFA TRA I CAMPI
UNA DISCUSSIONE FINITA IN TRAGEDIA

 

Nel 1548 ilΒ  Decano di Orgiano denunciΓ² Giovanni figlio di Domenico Β detto β€œde la Croda” di Montebello.

Il 30 Luglio Pietro del fu Lorenzo Foletto di Orgiano con Bartolomeo del fu Giovanni Rezaore di Grancona, suo servo, vennero a parole con il denunciato mentre facevano la paglia nei campiΒ  del Nobile Gio. Jeronimo Orgiano.
La disputa degenerΓ² e Bartolomeo fu ucciso da Giovanni figlio di Domenico.
Dopo il processo l’omicida fu bandito in perpetuo.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta nΒ° 1132 dal 1546 al 1549)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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LA FESTA DI SAN GIOVANNI

[18] LA FESTA DI SAN GIOVANNI
El barilotto (la festa di San Giovanni a Montebello)

Dalle numerose sagre che si festeggiavano un tempo a Montebello l’unica sopravissuta fino ai nostri giorni Γ¨ quella di San Giovanni Battista che si celebra il 24 di giugno. San Giovanni B. non Γ¨ nΓ© il santo patrono della parrocchia nΓ© uno dei suoi numerosi compatroni, come mai la festa in suo onore resiste all’usura del tempo?
Spiegazioni logiche non ne troviamo a meno che non vogliamo dar credito alla tradizione popolare che da secoli si tramanda di generazione in generazione tra gli abitanti del paese: “Erano gli ultimi anni dell’impero romano e notizie terrificanti di violenze, stragi, distruzioni e saccheggi venivano diffuse con terrore dalle popolazioni in fuga dalla Venezia orientale. Un terribile flagello avanzava inesorabile con la sua furia sterminatrice, era Attila il re degli Unni con la sua orda di terrificanti diavoli insaziabili di bottino e di sangue umano. La sua furia distruttrice era tale che significativamente gli si attribuiva il detto Β« dove passa il mio cavallo non cresce piΓΉ l’erba Β». La paura e il terrore andavano via, via, aumentando con l’avvicinarsi del pericolo; Oderzo era giΓ  caduta, Vicenza era assediata. Nella notte si vedevano i bagliori dei fuochi posti attorno alla cittΓ  e qualcuno diceva di sentire i lamenti degli assediati emergere dai ghigni e dagli schiamazzi degli assedianti ebbri di vino e assetati di sangue. Pochi giorni dopo Vicenza cadeva e lentamente l’orda sterminatrice si rimetteva in viaggio lungo la via Postumia per dirigersi verso Verona. Gli abitanti del paese erano terrorizzati, pensavano di fuggire e trovare riposo nelle fitte selve circostanti il paese, ma se i terribili predoni si fossero fermati lΓ¬ magari per riposare, li avrebbero scovati e sterminati. Quella notte gli uomini del paese tennero consiglio, fecero riparare le donne e i fanciulli nelle selve invitandole a pregare la Madonna e i Martiri, mentre loro iniziavano ad ammassare lungo le rive dell’AldegΓ  ogni genere di materiale combustibile: legna, sterpi, rovi, paglia, pece e dopo questa barriera posizionarono delle botti riempite con stracci, cuoio, olio, carne e pesci essiccati. Quando in lontananza sentirono il rumore del pericolo che avanzava, appiccarono il fuoco a quanto avevano preparato e si davano un grande da fare per alimentarlo. Le fiamme si alzarono ben presto avvolgendo ogni cosa e nascondendo le case. Le botti in fiamme emanavano fetidi odori accompagnate da volute di fumo nerastro, un silenzio tombale regnava ovunque, anche gli uccelli avevano smesso il loro canto. Le avanguardie dell’esercito Unno, giunte nei pressi del GuΓ , a quella vista e a quei fetidi odori portati dal vento, pensarono che fosse giΓ  transitato qualche altro gruppo della loro orda e che avesse razziato il paese. Vista la cerchia delle boscose colline che precludeva il cammino verso nord pensarono bene di proseguire verso la comoda pianura che fiancheggiava il GuΓ . Giunsero cosΓ¬ a Lonigo e lo distrussero per proseguire poi per Cologna, che subΓ¬ la stessa sorte. Montebello per l’astuzia dei suoi abitanti e per il volere Divino, invece fu salvo. Si disse che quel giorno fortunato fosse il 24 di giugno e da quell’anno si cominciΓ² a festeggiare lo scampato pericolo e la salvezza del paese. Successivamente con l’introduzione dei Santi nel calendario, il ricordo della nativitΓ  di San Giovanni B. coincise con l’anniversario dello scampato pericolo ecco spiegato il perchΓ© questa Sagra sia stata ininterrottamente festeggiata fino ai giorni nostri“.
La ricorrenza Γ¨ stata celebrata con maggiore solennitΓ  da quando la Confraternita di S. G. B., che gestiva l’ospedale posto nei pressi della piazza, incominciΓ² a partecipare pubblicamente alla festa con i propri festeggiamenti in onore del Patrono. I Confratelli ben presto dimenticarono dello statuto che proibiva di festeggiare con “sbari” e sfoggio di “luminarie” la solennitΓ . Anzi incrementarono sempre di piΓΉ questa abitudine, che concludeva la serata, dopo la processione di tutti i membri rivestiti nella loro cappa bianca. I preparativi per la festa talvolta si conclusero tragicamente come racconta il Dal PrΓ  nella sua cronaca: “… nel 29 giugno 1845 mentre nell’Oratorio di S. G. B. si cantava in suo onore la S. Messa, ed intanto si facevano gli apparecchi nella piazza, per l’illuminazione che doveva seguire alla sera ad onore dello stesso, nel negozio della dispensa delle privative, un zolfanello, gettato casualmente ove vi erano alcuni pacchi di polvere da fucile, questi prendevano fuoco ed esplodendo ferirono gravemente il dispensiere Carlo Baldo di anni 64 ed il giovane Pietro Buffoni suo assistente di anni 34 di Vicenza che poi morirono il 9 luglio seguente”.
La sagra di S. Giovanni si Γ¨ sempre conclusa nel passato con l’incendio del “barilotto” assurto a simbolo dello strattagemma escogitato dagli abitanti per salvare il paese. Il barilotto era preparato con cura, al centro della piazza, costipando una vecchia botte con stracci, scarpe vecchie inservibili, ritagli di carname, olio esausto, “renghe“, “scopetoni” e pece secondo un cerimoniale codificato da secoli. Terminato il concerto bandistico il barilotto veniva acceso e solo quando l’acro odore e il denso fumo si erano sparsi per tutta la piazza, poteva iniziare lo spettacolo pirotecnico con girandole, mortaretti, bengala, cascate di fuoco e strabilianti fuochi che guizzavano nel cielo. Solamente i tre potenti “sbari” con la “cannonΓ ” finale potevano dichiarare chiusa la festa ed invitare tutti al rientro in casa.
Spiace constatare che da qualche anno le manifestazioni per i festeggiamenti si siano spostate dall Piazza, ove sempre si sono tenute, per migrare in altri siti che nulla hanno in comune con la tradizione legata alla Sagra.
Un proverbio veneto recita: “Piuttosto che perder ‘na tradizion xΓ¨ mejo brusare on paese“. I discendenti dei montebellani che hanno preferito salvare il paese dalla distruzione giusto 1550 anni or sono gradirebbero che non andasse perduta la tradizione fin qui conservata. Se va persa la memoria della festa ed il legame con il nucleo che l’ha sempre caratterizzata non tarderΓ  ad essere dimenticata come Γ¨ avvenuto con tutte le altre.

Da Luce Li (dal NΒ° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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