L’AMARA VERITA’

[251] L’AMARA VERITÀ

Nel 1999 ha cessato di esistere la Brigata di Fanteria “Casale” composta dall’11° Reggimento con sede a Forlì e dal 12° Reggimento di stanza a Cesena. In questa gloriosa brigata hanno prestato servizio militare persone famose del calibro di Adriano Celentano e Gianni Morandi, preceduti giusto un secolo fa da un semplice giovane montebellano: Angelo Cazzavillan. Quest’ultimo, se avesse potuto invecchiare, si sarebbe certamente vantato di aver trascorso la naja in quel reggimento che molti anni più tardi avrebbe annoverato personaggi di tale spessore. Pochi anni prima della sua definitiva cessazione, la Brigata Casale ebbe tra i suoi ranghi anche Matteo Salvini.
Purtroppo la morte colse il giovane militare nel fior degli anni, quando i tristi ricordi della guerra stavano ormai per essere sostituiti e cancellati dalla sua esuberante età.
Angelo Cazzavillan era nato a Montebello il 26 settembre 1900 da Giovanni e Maria Castegnaro. Terzogenito, aveva affrontato la visita di leva in piena guerra, alla fine di febbraio 1918, Un mese più tardi era stato chiamato alle armi e inviato nel deposito dell’11° Reggimento Fanteria (Brigata Casale) con sede a Forlì. Nell’ultima settimana di guerra era passato temporaneamente al 23° Reggimento di Fanteria di marcia (Brigata Como) per poi, alla fine del conflitto, ritornare a Forlì presso il suo vecchio reggimento per il completamento del servizio militare. Purtroppo questo non avvenne.
Sul suo foglio matricolare, nelle ultime, righe si legge: “morto in seguito ad infortunio lungo la ferrovia Ferrara-Bologna tra i caselli 37 e 38 in territorio del comune di Poggio Renatico (FE) mentre ritornava al corpo dalla licenza.
Come da atto di morte dello Stato Civile di Poggio Renatico (FE) – 15 aprile 1921”.
Il 23 giugno del 1923 a circa due anni dalla morte di Angelo Cazzavillan il “Corriere della Sera” di Milano pubblicò un articolo sulla vicenda del montebellano dal titolo sconcertante: PRESUNTO SUICIDIO DI UN SOLDATO RISULTATO DOPO UN ANNO UN FEROCE DELITTO.
A parte il cognome scritto con una – i – finale di troppo (Cazzavillani), il giornale precisava che tutto avvenne il 13 aprile 1921 quando un casellante trovò lungo i binari un corpo orrendamente decapitato dal treno e con una profonda ferita al ventre inferta da una baionetta. La successiva necroscopia optò per il suicidio.
Più tardi, una lettera anonima inviata alla Questura convinse il vice-commissario Dott. Bicocchi ad approfondire le indagini fino ad arrivare alla conclusione che il Cazzavillan(i) non si era suicidato ma bensì soppresso crudelmente da una o più persone. L’inquirente determinò che Angelo Cazzavillan, di ritorno da Forlì dalla licenza, si era recato a Poggio Renatico per far visita ad alcuni compaesani che stavano di stanza al locale campo di volo detto dell’Uccellino.1 Terminata la cena presso l’osteria Venturoli, verso le ore 22, pagò il conto e chiese informazioni al gestore per poter raggiungere il campo di aviazione, senza dar importanza ai tre figuri presenti nel locale che avevano ascoltato attentamente la conversazione.
Il soldato si avviò nella direzione che gli era stata indicata e, mentre transitava per un luogo buio ed appartato, fu assalito e depredato di ogni suo avere e infine trafitto dalla sua stessa baionetta. Probabilmente non morì per quel fendente, tuttavia i tre malviventi, per sviare ogni sospetto, lo portarono lungo la linea ferroviaria e lasciarono al primo treno che sarebbe transitato il compito d’infierire orrendamente sul povero Cazzavillan.
In seguito, forse grazie anche alle testimonianze di qualche cliente o dell’oste stesso presenti nel locale la sera del 13 aprile 1921, gli inquirenti arrestarono tale Duilio Simoni di 22 anni, mentre gli altri due complici rimasero ancora a piede libero. Non si sa se e quando la coppia latitante sia stata assicurata alla giustizia.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) Verso la fine del primo conflitto mondiale fu costruito un aeroporto militare a Poggio Renatico, dove oggi sorge la base del Coa, quando a seguito della ritirata di Caporetto, si rese necessario arretrare tutto il dispositivo dell’aviazione italiana ed attivare nuovi campi di volo nella Pianura Padana. Poggio Renatico doveva rispondere alle esigenze della Regia Marina, intenzionata all’epoca a costruire una propria forza di bombardamento per continuare il martellamento delle basi navali avversarie. Furono sistemate le strade che dovevano portare alla base e creato un collegamento con la stazione di Poggio. Il campo di volo fu approntato in località Cascina Nuova dove furono costruiti hangar, capannoni, magazzini, alloggi, un’infermeria e depositi munizioni. La pista di atterraggio, studiata per il decollo e l’atterraggio dei bombardieri Caproni e dei caccia, misurava 800 metri per 550.

Foto:
(1) Cartolina illustrata del centro di Poggio Renatico (Fe) all’epoca dei fatti (Archivio privato Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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UN SOLDATO FRANCESE A MB

[250] IL SOLDATO FRANCESE SEPOLTO A MONTEBELLO

Il 14 novembre 1917, in piena prima guerra mondiale, Don Antonio Ercole, cappellano della parrocchia di Santa Maria di Montebello, registrò nel LIBRO DEI MORTI il decesso e la sepoltura di un giovanissimo soldato francese. Questo il testo:

“Il soldato francese LARNE PIERRE del 13° Battaglione Chasseurs des Alpes (Cacciatori delle Alpi chiamati anche Chasseurs Alpins – n.d.r.) 2^ Compagnia, Distretto T. Buscain al n° 1101 (1161), Classe 1900, domiciliato nel comune di Montluçon (Francia), morì sul colpo per infortunio automobilistico al Dovaro lungo la Strada Provinciale Verona-Vicenza il 14 novembre 1917. Fu portato all’ospedale [di Montebello] ed il 15 detto fu sepolto nel Cimitero Comunale.”
La giovane età del soldato, 17 anni, ha spinto lo scrivente ad acquisire nuove informazioni per ricostruire le origini, la vita militare e gli ultimi giorni dello sfortunato francese. Con mia grande sorpresa ho scoperto, grazie anche l’aiuto di Umberto Ravagnani, che qualcosa non quadrava nei dati contenuti nell’atto di morte, dal momento che le ricerche presso gli archivi governativi francesi avevano avuto esito negativo. Quel militare proprio non esisteva! La prima registrazione dell’atto di morte fatta da Don Antonio doveva contenere uno o forse più errori di stesura, causati da una cattiva interpretazione della scheda personale del soldato defunto fornita per l’occasione da qualche ufficiale del 13° Reggimento. Di questa finalmente siamo entrati in possesso e, verosimilmente, chi di noi non sarebbe incorso nei medesimi errori di interpretazione di cui fu vittima il cappellano?
Il soldato in oggetto si chiamava LARUE PIERRE e non LARNE (la u in corsivo si può leggere anche n) ed ecco creato un cognome sbagliato. L’errore più grossolano è: CLASSE 1900. Per noi italiani il termine CLASSE indica tutt’oggi l’anno di nascita di un soggetto mentre per i francesi è quello in cui i giovani si erano sottoposti alla visita di leva militare, solitamente a circa 20 anni, quindi la sua età non era di 17 ma bensì di 37 anni! Inoltre la città di Montluçon, (Distretto dell’Allier – n.d.r.) non era la residenza del soldato, ma il luogo dove era avvenuto l’arruolamento, località per altro molto vicina sia a quella di nascita, MONTBEUGNY, che a quella di residenza SAULCET. Due piccoli villaggi nel cuore della Francia entrambi di circa soli 500 abitanti. Da notare che Larue Pierre era nato nel villaggio sopra nominato il 3 agosto 1880 e pertanto proprio giovanissimo non era, visti i suoi 37 anni compiuti.
Questa infelice stesura e interpretazione del documento di morte sono state talmente contagiose che sulla lapide posta nel cimitero di Montebello è stato scolpito il cognome LARNE perché desunto dal registro parrocchiale. E quel che è peggio, circa una ventina di anni dopo, quando sono stati riesumati i resti del soldato per trasferirli nel sacrario-ossario di Pederobba (Treviso), su una delle pietra del monumento è stato ripetuto il cognome LARNE, lo stesso letto al cimitero di Montebello dagli incaricati alla pietosa operazione di spostamento e rimasto tale ancor oggi.
Il vero nome e l’esatta data di nascita del soldato francese LARUE PIERRE sono stati confermati dal “Ministère des Armées” (il Ministero dell’Esercito francese) nell’elenco “Base des Morts pour la France de la Première Guerre mondiale”. Nella scheda personale, viene riportato che è figlio di Claude e di DEJOUX Marguerite, è nato il 3 agosto 1880 a Montbeugny (F) dipartimento dell’Allier, ed è morto a Montebello Vicentino il 14 novembre 1917, a causa di un incidente d’auto mentre era in servizio (probabilmente è stato investito). Inoltre viene precisato che, al momento della morte, aveva 37 anni, 3 mesi e 11 giorni. LARUE PIERRE fu, quasi sicuramente, il primo soldato francese morto nella nostra terra e fu decorato con la croce di guerra con la menzione “mort pour la patrie” (morto per la patria).
All’indomani della ritirata di Caporetto, iniziata verso la fine di ottobre 1917 e fermatasi sulla linea del Piave, gli eserciti austriaci e tedeschi minacciavano di oltrepassare il fiume dilagando quindi in tutta la pianura veneta. Ecco allora venirci in aiuto gli alleati francesi che già dal 1° novembre organizzarono l’invio di truppe e mezzi in Italia. Tra questi les Chasseurs des Alpes che erano inquadrati nella 46a Divisione di Fanteria a sua volta divisa in 3 gruppi: il primo comprendente il 7°, il 13° (a cui apparteneva LARUE PIERRE), il 47° Battaglione, il secondo il 22°, il 53°, il 62° Battaglione, e il terzo il 15°, il 23°, il 63° Battaglione. La partenza verso l’Italia del 13° Battaglione è ricordata con toni enfatici nel diario Historique des Chasseurs. Quì di seguito il testo tradotto dal francese:
Il 13° s’imbarcò il 1° novembre con la prospettiva di nuove battaglie. Dall’arrivo sul suolo latino, les Chasseurs furono accolti con entusiasmo straripante e per parecchie settimane il 13° Battaglione percorse in lungo e in largo l’Italia del Nord, dalle Alpi al Veneto, ritrovando le tracce dei suoi antenati ai quali i nostri alleati devono la libertà e rivivendo le ore di gioia e di vittoria di tutte le armate francesi che dopo Carlomagno erano venute a raccogliere gli allori sulla montagna e sulla pianura italiana… Dal 12 febbraio al 1° marzo 1918 (ma il soldato Larue era già morto – n.d.r.) il battaglione prende in carico i settori di Monfenera che organizza al prezzo di considerevoli sforzi e il 12 marzo occupa le difese del monte Tomba fino al 23 marzo 1918 quando la Divisione viene spostata. L’8 aprile 1918 imbarco presso Carmignano (stazione di s. Pietro in Gù – n.d.r.). La Francia ha bisogno di tutti i suoi per resistere al più violento assalto che è stato diretto contro di lei durante questa guerra. Il 13° trascorre più d’un mese nella Somme, in Piccardia, in Artois, nel Pas de Calais, poi nelle Fiandre…
A partire dalle ore 23 del 1° novembre 1917, i primi elementi della 46a Divisione, comandata dal colonnello Antoine de Reynies e destinata a far parte dell’Armata Francese d’Italia, vennero caricati su ferrovia alle stazioni di Saint Gilles e Fismer (zona della Marna a nord di Parigi – n.d.r.).
Il tragitto del convoglio ferroviario toccò Digione, Lione, Marsiglia, Ventimiglia, Genova, Piacenza, Cremona, Brescia e Verona. Il 6 novembre i battaglioni dei Chasseur des Alpes furono scaricati nel bresciano, nei pressi del lago di Garda e in quei luoghi la concentrazione proseguì fino al 10 novembre 1917. Il giorno seguente la 46a Divisione si portò a San Bonifacio e il 12 si posizionò tra Roncà, Montebello, Castelgomberto e Brogliano mentre il parco artiglieria pesante trovava collocazione nelle campagne tra Almisano e il Dovaro. Il 14 novembre, causa l’intenso via vai di mezzi, avvenne il tragico incidente in cui perse la vita Larue Pierre (Larne) che non visse abbastanza per vedere l’insediamento presso Villa Miari in Montebello del Quartier Generale del 31° Corpo di Armata Francese. In previsione dei frequenti spostamenti, già il 4 novembre, l’esercito francese, giudicando Montebello strategico per la logistica, aveva fatto installare nel suo territorio un deposito di benzina, struttura che andava ad aggiungersi ad un’altra importante già presente ossia il campo di volo della Gualda, usato come terreno avanzato dalla squadriglia aerea 221 di Verona, assegnata al 31° Corpo d’Armata. Come raccontato nel diario storico del 13° Battaglione, la presenza francese si protrasse in Italia fino all’aprile del 1918. Nel cimitero militare francese di Pederobba (TV) furono portati i resti mortali di circa 1000 soldati d’oltralpe morti sia in battaglia che per cause di servizio come Larue Pierre e, contestualmente alla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, in Francia a Bligny presso Verdun fu inaugurato un sacrario gemello per accogliere circa 3450 italiani caduti nel 1918 sul suolo francese. Tra questi il montebellano BATTISTELLA GIOVANNI, morto per ferite riportate in battaglia il 15 luglio 1918.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) La stele che ricorda i caduti francesi, all’interno della chiesa di SAULCET, tra i quali si può notare il nome di PIERRE LARUE (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
(2) La stele che ricorda alcuni caduti francesi in Italia nel sacrario di PEDEROBBA (TV), dove viene riportato erroneamente il nome di LARNE PIERRE (foto di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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LA RISAIA DEI FRACANZAN

[247] LA RISAIA DEI CONTI FRACANZAN: UNA VERA OASI VERDE

Negli ultimi decenni del ‘500 la florida risaia dei conti Fracanzan, situata nell’antica contrà del Terraglio detta poi “Fracanzana”, destò l’ammirazione e l’invidia dei nobili Sangiovanni. A tal punto che questi signori, incoraggiati dai buoni risultati che i Fracanzan ottenevano da questa redditizia coltivazione, vollero convertire parte della loro possessione della Prà alla produzione dello stesso cereale. In quel tempo il riso era valutato sul mercato circa il 50% in più del frumento e nel corso del ‘600 esso valeva poco meno di 1 Ducato lo staio (circa 25 Kg). Da non trascurare che la resa di riso per ciascun campo era nettamente superiore a quella di altri cereali.
Purtroppo i Sangiovanni, pur avendo convertito il mulino della Prà in pilla da riso e destinati 32 campi vicentini alla coltivazione di questo cereale, non ne riuscirono mai a far decollare la produzione e la gestione. Ne è prova il continuo ricorrere a rinunce e nuove locazioni della risaia, presenti negli atti notarili dell’epoca che nascondono una certa insoddisfazione da entrambe le parti, sia locatori che locatari.
Di ben altro tenore era invece la gestione e la redditività della risaia dei Fracanzan che si estendeva per circa 25 campi vicentini.
Accadde che in quello stesso periodo venne a mancare Alovise Fracanzan e la vedova Laura subentrò al marito nella gestione della possessione della contrà del Terraglio, dimostrandosi subito capace e lungimirante.
La contessa affittò per 5 anni ai vicentini Bartolomeo Robustelli e GiacomoAntonio de’ Franchi i beni del Terraglio che assommavano a circa 65 campi, 25 lavorati a risaia e gli altri 40 votati alla produzione di frumento.
Qui di seguito alcuni passi dell’affittanza che dimostrano quanto la contessa Laura ci tenesse a mantenere ed incrementare il verde che circondava la risaia.

La locatrice sia tenuta a prestar a detti conduttori 360 stara di riso grezzo (circa 100 quintali – n.d.r) per semenza che saranno restituiti lo stesso anno (non si conosce la resa per ettaro in quel tempo, oggi è di circa 70 quintali – n.d.r).

Che detti conduttori siano tenuti a mantener l’edificio da pillar li risi in ordine.
Che detti conduttori debbano tenir ben conservato il terraglio aciò l’acqua non rompa, e pertanto debbano piantar ogni anno albari e salgari secondo il bisogno.
Che detti conduttori non debbano tagliare né permettere che siano tagliati da’ piedi (alla base – n.d.r.) arbori di sorte, ma solamente far bruscar.
Che detti conduttori debbano far mettere tutti li salgari e albari de tre anni in tre anni.
Che detti conduttori sian tenuti a far marcire tutte le paglie e gli strami.
Devono seminare 40 campi di frumento.
Che i conduttori debbano piantar ogni anno 100 belli oppi (aceri campestri – n.d.r.) emendando con essi le piante del brolo e dove sarà bisogno piantar de novo e contemporaneamente far emendar (dar sostegno – n.d.r.) con piantoni de salgaro le piante che sono attorno la risaia.
I conduttori dovranno pagare per il seguente anno 1572, DUCATI 1500 in tre rate: 500 a Natale, 500 nel marzo 1573 e 500 alla festa dell’Assunzione del 1573 e così di anno in anno.

Ne1 1573 Anna Fracanzan, figlia ed erede del defunto Alovise, sposò il nobile vicentino Odorico Pojana che subentrò alla suocera ed alla moglie nell’amministrazione dei beni del Terraglio. Questo lo si apprende dai documenti dell’epoca allorché il nobile Odorico venne avvisato che, in seguito alla fortissima grandinata del 7 giugno 1573 in località san Pietro, la risaia aveva subito gravi danni. Il disastro era stato causato dall’inondazione dell’Aldegà-Chiampo, che rotto l’argine di sinistra e demolite le roste, aveva trasportato acqua e melma nella risaia. Il danno patito dai conduttori Bartolomeo Robustelli e Jacopo Calderari (quest’ultimo subentrato a GiacomoAntonio de’ Franchi), ammontò a staia 85 di riso. Giuste le stime prodotte da Piacentino del fu Giuseppe Cenzati (fittavolo della risaia dei Sangiovanni), da Michele Casale suo risaro, originario di Ronco all’Adige, da Gio.Pietro Chiozini, pure lui di Ronco all’Adige, risaro dei Fracanzan.
Una ventina di anni più tardi si verificò un’altra alluvione talmente catastrofica da spazzare via le colture e la Strada Regia che univa il ponte della Fracanzana a quello del Marchese sulla sinistra Aldegà-Chiampo (questa arteria verrà ripristinata solo dopo il 1920 – n.d.r.).
Forse fu questo il colpo di grazia inferto alla risaia del Terraglio poiché, dai primi anni del ‘600 e a seguire, non vi sono citazioni di sorta che parlino della sua esistenza né di altre in Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Nota: Questo scritto è un’integrazione del n° 21’ pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello” del 28 gennaio 2018
Foto:
L’area della Fracanzana di Montebello Vicentino come si presenta al giorno d’oggi (Umberto Ravagnani – 2016).

Umberto Ravagnani

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LA CASARA DEI SANGIOVANNI

[246] L’ANTICA CASARA DEI SANGIOVANNI A MONTEBELLO

Nel ‘500 diverse nobili famiglie vantavano in Montebello consistenti beni immobili, tra queste spiccava quella dei fratelli conti Sangiovanni, ossia Gaspare, Giorgio e Leonardo. Come appare nell’estimo del 1545, i suddetti fratelli controllavano poco meno di 300 campi, con il gioiello di famiglia, la “possessione della Prà amministrato da Leonardo.
Si sa che l’11 novembre 1552, Jeronimo Sangiovanni, nel frattempo subentrato nella proprietà sopra menzionata al padre Leonardo, con un rogito del Notaio Daniele Roncà diede in locazione temporanea a tale Giovanni de Scandolis di Montagna Comune di Chiesa Nuova (oggi Boscochiesanuova, comune veronese – n.d.r.) una vera e propria mandria di 34 mucche valutata 170 Ducati. Questo contratto fu messo nero su bianco nel palazzo dei Sangiovanni in contrà Borgolecco ed aveva la durata di 5 anni.
In questo lustro il conduttore de’ Scandolis doveva custodire e pascolare gli animali senza alienarli, con patto che alla fine di questo periodo, cioè il 29 settembre, giorno di san Michele, se il Sangiovanni non gli avesse rinnovato l’accordo, avrebbe potuto scegliersi e tenersi 4 vacche da latte. Al contrario se a recedere fosse stato de’ Scandolis, la festa di san Bartolomeo, il 24 agosto, ossia circa un mese prima della scadenza, questi avrebbe dovuto darne avviso al locatore. Quindi, il 29 settembre, de’ Scandolis avrebbe restituito la mandria di 64 mucche unitamente ad ulteriori 4 tra quelle da lui possedute.
Prima del periodo estivo Giovanni de’ Scandolis avrebbe portato la mandria a pascolare sulla montagna veronese nei prati posseduti dai Sangiovanni.
Dopo la transumanza, in autunno ed inverno, durante la permanenza della mandria nelle stalle della Prà in Montebello, sarebbe stato compito del locatore fornire a de’ Scandolis il fieno ben secco e sufficiente preventivamente tagliato e stivato nelle tezze durante l’estate. Con l’accordo che Il foraggio fornito sarebbe stato pagato dal conduttore de’ Scandolis in ragione di 9 lire e mezza al carro (circa 8 quintali – n.d.r.) in tre diverse rate: la prima alla festa di Pasqua, la seconda il 24 giugno, san Giovanni Battista, la terza il 29 settembre, san Michele. Come “onoranze” ogni singolo anno il conduttore avrebbe avuto l’obbligo di fornire al conte Sangiovanni un vitello del peso di almeno 90 libbre (circa 40 chili – n.d.r.) oltre a 2 “caldieredi latte al tempo della Quaresima.
In contraccambio di dette “onoranze” Jeronimo Sangiovanni avrebbe dato, ogni singolo anno, mezzo carro di vino nero buono (circa 460 litri – n.d.r.) e sufficienti legna e paglia per uso dello stesso locatario durante lo svernare in Montebello.
Il 6 maggio 1553, con un nuovo atto del notaio Daniele Roncà, si procedette all’assegnazione da parte di Jeronimo Sangiovanni di tutte le attrezzature necessarie per la lavorazione e trasformazione del latte a Giovanni de’ Scandolis. Il tutto ben elencato in un lungo inventario.

INVENTARIO DEGLI ATTREZZI DA “CASARO” DATI A GIOVANNI DE’ SCANDOLIS

1          caldiera grande, del peso (manca il peso – n.d.r.);
1          agrarolo (agra = siero inacidito con farina gialla ed altri ingredienti per ottenere la puina (ricotta);
1          burchio novo (zangola per agitare il latte e ottenere il burro – n.d.r.);
1          squassaro tebio (scolatoio dell’acqua);
2          conche de ramo;
19        conche de legno;
1          colo de ramo (imbuto di rame con fori);
3          carrote (la ricotta è detta puina o carrota e le carrote sono recipieni per scolare la ricotta);
43        carrotini piccoli;
4          secchi di legno da vaccaro (per la mungitura del latte);
1          secchio grande da pozzo;
20        fassare: in parte grandi e in parte piccole (fasce sottili di legno, solitamente castagno, con le quali contenere il             formaggio fresco di produzione e ottenere le forme di formaggio;
2          coppe;
1          smalzarola (smalzo = burro);
1          mestraroro (mestolo);
1          scoaro (scolatoio);
2          telle da burato (tele per filtrare il latte);
1          cagiarola piena di cagio (recipiente per il caglio);
1          salaro (recipiente per il sale);
2          carrete (carri particolari tirati da mucche).

Da questi atti notarili si evince che la casara presso “La Prà di Montebello” era attiva solo durante le stagioni dell’autunno e dell’inverno poiché durante l’estate la mandria si trovava in montagna dove il casaro provvedeva sul posto alla trasformazione del latte. Ma in quel di Boscochiesanuova Giovanni de’ Scandolis utilizzava l’attrezzatura fornitagli da Jeronimo Sangiovanni? Il formaggio prodotto in alpeggio era totalmente di sua proprietà o avrebbe dovuto in seguito dividere i proventi con Sangiovanni? Il rogito non ne fa menzione.

E’ anche pur vero che se Giovanni de’ Scandolis durante la permanenza in Montebello doveva pagare il foraggio al conte Sangiovanni significa che i proventi del latte sarebbero stati di sua spettanza e il prezzo del fieno liquidato al conte per alimentare la mandria rappresentava il fitto dovuto. Ne è prova che ogni anno, durante la Quaresima, de’ Scandolis come onoranza dava al locatore 2 caldiere da lui prodotte alla Prà.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La Prà di Montebello Vicentino come si presenta oggi (Umberto Ravagnani – 2013).

Umberto Ravagnani

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ESCURSIONE AL PONTE DI SANT…

[244] “ESCURSIONE” AL PONTE DI SANT’EGIDIO

L’8 febbraio 1629, la missione di un gruppo di persone che da Vicenza si recò a Montebello in visita al ponte sul Guà di Sant’Egidio certamente non si fece mancare nulla. Dopo le numerose piene, urgeva che qualche esperto verificasse le condizioni statiche del manufatto duramente provato e con grave minacciava di crollare.
Per l’organizzazione di questo viaggio fu nominato un responsabile, tale Ippolito Bozza, sempre di Vicenza, che doveva provvedere, oltre che ai mezzi di trasporto e al vitto, anche alla sicurezza dei partecipanti. Tra questi ultimi il conte Girolamo Godi e Alessandro Trenti in veste di supervisori.
Per il vitto, Ippolito Bozza, forse per non dover dipendere totalmente da quanto Montebello poteva offrire in quegli anni di carestia, o forse perché tra i partecipanti c’erano delle buone e nobili forchette, pensò bene di procurarsi in città quanto necessario. Solo un anno più tardi scoppiò la peste di manzoniana memoria, preceduta e aggravata da lunghi anni di penuria alimentare.
Il “capo gita” , dopo aver sborsato 40 Troni per il noleggio di due carrozze, sufficienti a trasportare i 12 partecipanti alla “missione”, passò all’acquisto delle vettovaglie da consumarsi quella giornata.
Comperò pertanto “un gallo d’India” (tacchino – n.d.r.) del valore di 4 Troni e altri 7 ne pagò per della non quantificata carne di vitello “a lesso et rosto”.
Vi aggiunse “due capponi” del valore di 5 Troni e non poteva mancare “il figà di vitello et mas-cio per Troni 16 (fegato di vitello e maiale – n.d.r.)
Forse per la merenda, procurò “un salado in budel gentili” (salame – n.d.r.) per la cifra di 2 Troni e del “formaglio bresciano” (formaggio – n.d.r.) del valore di 48 Soldi ossia 2.8 Troni. Il tutto da mangiarsi con del “ pan di Vicenza” pagato 2 Troni.
Immancabile la frutta per il fine pasto costituita da “peri garzegnoli” (allora tipici frutti di S. Giovanni Ilarione – n.d.r.) del valore di 12 Soldi.
Tutto questo ben di Dio fu consegnato, all’arrivo a Montebello, all’osto che doveva preparare e cuocere le pietanze, e per questo scopo, non fu mancato di consegnare anche “naranzi , canella, et garofoli (chiodi di garofano – n.d.r.)
Dalla nota delle spese redatta a fine giornata da Ippolito Bozza, si apprende che l’oste in Montebello fu remunerato con Troni 10.8 per “pan, vin, fuogo (fuoco – n.d.r.) , riscaldare il cucinato, accomodar de’ piatti et altro.
Furono poi sborsati 8 Soldi per una “buona mancia” fatta ad un “famiglio” (inserviente – n.d.r.) e Troni 1.12 per “il stalazo de’ cavalli” (custodia e sosta dei cavalli – n.d.r) nonché “legna et carbon per cusinare la suddetta roba”.
La “missione” venne complessivamente a costare Troni 80.6

Non poco se si pensa che in quel tempo la somma sopra indicata rappresentava la paga di quasi 3 mesi di un lavoratore dei campi.
La visita servì solo a constatare e confermare quanto assodato tre anni prima dai periti veneziani Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro e che cioè andavano ridotti gli spessori dei piloni del ponte per far meglio defluire le acque delle piene. In seguito non si fece però alcun intervento, ed ecco spiegato lo scopo di questo nuovo sopralluogo nel 1629.
Con il risultato che una settimana più tardi, il 15 febbraio, il perito Ercole Peretti produsse un disegno del ponte con le opportune modifiche da apportare per impedire il repentino innalzarsi dello strato della ghiaia che aveva otturato due terzi degli archi del manufatto.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Il canale di scolo del Bacino sfocia nel Guà, nei pressi del ponte di Sant’Egidio, in una foto del 2007 (Umberto Ravagnani).

Disegno: 1629 – Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Ercole Peretti (Ottorino Gianesato)

Umberto Ravagnani

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I DECORATI DELLA 1a GUERRA M…

[242] I DECORATI DI MONTEBELLO DELLA 1a GUERRA MONDIALE

Un vecchio detto recita “chi dimentica la Storia è destinato a ripetere gli errori del passato” e oggi è tanto più importante perché, parlando della prima guerra mondiale, la nostra comunità è sempre più privata della voce diretta dei protagonisti, i soli in grado di raccontare fedelmente i fatti accaduti. Non resta che la Storia, quella dei grandi storici ma, nondimeno, quella che nasce dalla passione e dall’impegno di chi, in una piccola comunità locale, conosce l’importanza di tramandare, far rivivere fatti accaduti, ricordare personaggi più o meno importanti. Vi presentiamo oggi, dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”, l’elenco dei decorati al Valor Militare nella guerra 1915-18 e nella campagna di guerra italo-turca del 1911-12. Giusto per non dimenticare il loro sacrificio:

ABBREVIATO GIUSEPPE classe 1895 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 1
BATTISTELLA GIUSEPPE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
BATTISTELLA RAIMONDO classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
BELTRAME PIETRO classe 1889 – decorato con medaglia di BRONZO
CENZATTI GIUSEPPE classe 1892 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
CESARINI MARIO classe 1896 – decorato con medaglia d’ARGENTO 1
COLLALTO SANTE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
COSTA ARTURO classe 1876 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 2
COZZA DAVIDE
classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO
DONATI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
FELTRE PIETRO classe 1885 – decorato con medaglia di BRONZO
FLORIO GIUSEPPE classe 1897 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
FREALDO RODOLFO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra)
GOLLI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
GUARDA ILARIO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO 3
MARANA EUGENIO
classe 1895 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra) 3
NICOLETTI SILVIO
classe 1892 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 3
ROSA LUIGI
classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO
SCHIAVO SILVIO classe 1898 – decorato con medaglia di BRONZO
SOLDA’ VITTORIO classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
TONELATO LUIGI classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
Gen. VACCARI GIUSEPPE classe 1866 – decorato con una medaglia d’ORO e due d’ARGENTO (un’altra d’ARGENTO guadagnata nella Campagna di guerra Italo-Turca del 1911-12)

Dai fogli matricolari dei soldati che hanno combattuto la Grande Guerra, si evince che, in precedenza, alcuni di loro erano stati impiegati in Libia nella Campagna Italo-Turca del 1911-12. In questo conflitto si era distinto l’allora Maggiore dei Bersaglieri Giuseppe Vaccari, decorato con medaglia d’argento, ma altre due medaglie erano state assegnate ad altrettanti soldati montebellani. Ad essere premiati DONATI GIOVANNI classe 1890 con medaglia d’ARGENTO e DOTTO ERNESTO classe 1891 con medaglia di BRONZO.

Note:
1) ABBREVIATO GIUSEPPE figlio di Cecilio (cantoniere ferrovario) e Barcaro Luigia. Nato a Montebello Vicentino il 15/4/1895. Residente a Montebello in Contrà Vigazzolo – non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché la sua famiglia era emigrata altrove. L’Archivio Anagrafico di Montebello segnala il suo matrimonio avvenuto il 24/11/1920 a Badia Polesine in provincia di Rovigo dove era quindi emigrato ancora bambino. Ancor oggi le uniche famiglie Abbreviato esistenti in Italia si trovano nella provincia sudddetta. Abbreviato Giuseppe ha partecipato alla Grande Guerra nel V° Reggimento Bersaglieri ciclisti.

CESARINI MARIO figlio di Metello (custode idraulico ?) e Fuselli Eulalia. Nato a Montebello Vicentino il 2/4/1896. Residente a Montebello – come Abbreviato Giuseppe non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché emigrato ancora bambino con la famiglia. L’Archivio dell’Anagrafe di Montebello segnala il suo primo matrimonio avvenuto nel 1927 ed il secondo nel 1951 a Bologna (aveva ottenuto il divorzio dalla prima moglie) Cesarini Mario ha partecipato alla Grande Guerra nella Fanteria.

2) COSTA ARTURO Figlio di Giuseppe e Pianton Teresa. Nato a Montebello Vicentino il 28/4/1876. Residente a Montebello Vicentino (morto a Usumbura – Congo Belga il 25/9/1943).
1/12/1893: Soldato volontario nel 6° Reggimento Bersaglieri  –  Plotone Allievi Sergente per la ferma di anni 5;
31/5/1894: Promosso Caporale;
16/2/1896: Destinato alle Regie Truppe  partenti per l’Africa nel Battaglione Bersaglieri –  partito il 19/2/1896;
28/6/1896: Cessò di far parte delle Regie Truppe d’Africa per riduzione d’organico;
30/6/1896: Nel 6° Reggimento Bersaglieri con l’obbligo di ultimare la ferma in corso;
31/10/1898: Nella Scuola Militare – 5/1/1899  ammesso alla rafferma triennale nel 6° Reggimento Bersaglieri;
8/9/1900: SOTTOTENENTE nel 1° Reggimento Bersaglieri (allo scoppio della guerra 1915-18 è CAPITANO).
Decorato con una medaglia d’Argento e una di Bronzo al valor militare  nella guerra 1915-18.

3) MARANA EUGENIO E NICOLETTI SILVIO sono stati omessi da Bruno Munaretto nelle ”Memorie Storiche di Montebello” forse perché erano nati rispettivamente a Montecchio Maggiore e Castelgomberto, paesi nei quali sono elencati nel libro dei decorati vicentini. Non sono univoci i criteri adottati da coloro che negli anni venti hanno redatto il libro appena citato perché, a smentire quanto appena scritto, Beltrame Pietro, nato a Nogarole, è nella lista dei decorati di Montebello Vicentino!

GUARDA ILARIO figlio di Luigi non è stato elencato da Bruno Munaretto perché si trova tra i di decorati di Agugliaro. È chiaro che i compilatori dei ruoli matricolari hanno confuso Agugliana con Agugliaro, errore che si è poi ripetuto nei bollettini del “Nastro Azzurro”. Ilario era nato ed era residente a Montebello alla chiamata alle armi. Coincide il corpo di appartenenza del suo ruolo matricolare con quello dell’elenco del “Nastro Azzurro”: 8° Reggimento Artiglieria Campale.

(Dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”)

Foto: Cartolina postale che mostra il monumento ai caduti di Montebello dello scultore Giuseppe Zanetti inaugurato il 16 novembre 1924, uno dei più belli del vicentino (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I FALSARI

[239] I FALSARI

Durante il dominio della “Serenissima” la Strada Regia, l’odierna Regionale 11, rappresentava l’asse viario più importante del territorio del Veneto, tagliando letteralmente in due quello del vicentino. Dall’abitato di Montebello fino a Grisignano, ai confini col padovano, era tutto un via vai di carrozze di varie fogge e misure, di carri e viandanti. Nelle località dislocate lungo questa arteria nacquero, e fecero fortuna, numerose e lucrose attività favorite proprio dall’intenso transito di persone e veicoli.
Purtroppo, parallelamente, fiorirono anche le attività illecite, come quella praticata dagli odiosi e feroci briganti che assalivano uomini e mezzi per spogliarli di ogni bene che portavano appresso. Per non parlare del non violento, ma pur sempre diffuso e illegale spaccio di monete false. I malfattori colpevoli di questo ultimo reato erano talmente organizzati che recavano con sé anche gli arnesi per la fabbricazione delle monete stesse. Una vera e propria piccola, ma efficiente zecca clandestina ambulante.
Per non farsi scoprire, questi truffatori con la tecnica del mordi e fuggi, si spostavano continuamente da un posto all’altro lungo la Strada Regia, privilegiando i luoghi situati nei pressi dei confini provinciali come quelli oltre Montebello, verso Verona. Prudentemente gli imbroglioni, in un luogo appartato, fabbricavano le monete fasulle ed immediatamente le spendevano presso commercianti ed artigiani. I falsari pagavano sempre i loro acquisti o prestazioni con luccicanti Ducati d’argento, all’apparenza di buona fattura, allo scopo di ottenere il resto in soldi puliti e legali che poi mettevano in saccoccia, non con pochi rischi di esser a loro volta derubati.
Evidentemente anche sulla piazza di Montebello la presenza di denaro cattivo aveva messo in guardia un po’ tutti, cosa di cui rapidamente ne era venuta a conoscenza gran parte della gente che viveva e lavorava lungo la Strada Regia. Nel 1782, il Podestà di Vicenza, Zaccaria Morosini, emise una sentenza di condanna contro due di questo genere di imbroglioni che, lontani dai rispettivi paesi per non essere riconosciuti, erano finiti nelle mani della giustizia.
Tali Bortolo Girardi da Rossano e Domenico Rossetti da Fragogna (Fagagna/ Provincia di Udine – n.d.r.) formavano una bella coppia e il 27 maggio 1782 arrivarono nella villa di Veggiano, territorio di Padova.
“Ivi si fermarono all’osteria facendosi esso Rossetti, da un calzolaio, accomodare le scarpe e, per supplire alla fattura di 16 Soldi, corrispose al calzolaio medesimo, persona nota, un mezzo Ducato di falsa lega, da cui ritrasse buona moneta il restante, cioè 23 Soldi e 4 Denari a pareggio di esso mezzo Ducato, e istessamente (sic!) l’inquisito Girardi esibì un falso Ducato all’oste, pure noto, per pagare la colazione fatta, per l’importo di Soldi 10, dal quale oste pure gli fu corrisposto il rimanente in tanta buona valuta.
Indi da di là partirono. Avvedutosi il calzolaio stesso che quel mezzo Ducato era falso, portatosi in traccia del Rossetti medesimo lo raggiunse poco lungi dalla bottega, dove restituitogli la moneta stessa, ripeté anche le 4 Lire ad importar per la fattura delle scarpe.
Accortosi, pure poco dopo, anco l’oste suddetto che il ducato era falso, venne stabilito ch’entrambi essi suddetti furono fabbricatori e spargitori di false monete, sicché inseguiti da varie persone, vennero ancora raggiunti e fermati nella Terra di Grisignano, ma nell’atto stesso venne dall’inquisito Girardi gettato un sacchetto che raccolto dai detentori (catturatori – n.d.r.), si ritrovarono in esso 24 Ducati e mezzo falsi, parte puliti e parte da pulire e, presso essi inquisiti un ferro denominato “imbrunidor”, una tenaglia, una lima e un sacchetto pieno di polvere. Fattesi però le convenienti e legali perizie sopra gli indicati ferri ed altri apprestamenti sospetti, fu stabilito costantemente esser li Ducati predetti un composto di stagno, ossia “marchesetta” (minerale di bismuto dal colore bianco che si trova associato ai minerali d’argento e stagno – n.d.r.) e rame gettati collo stampo, la polvere inserviente a formar lo stampo stesso, e li ferri adoprabili al reo odiosissimo lavoro, da che ragionevolmente presumesi che da essi inquisiti furono fabbricati li Ducati falsi. Finalmente retenti (imprigionati – n.d.r.) che furono essi inquisiti e, condotti in luogo noto, ivi si espressero in modo tale da manifestare il rispettivo loro reato, il tutto come meglio e più diffusamente.”
I due compari furono condannati a servire sopra una galera per uomini da remo co’ ferri ai piedi per 7 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Zecchino d’oro coniato dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Come recitava la legge, in quel periodo, per i falsari era previsto il taglio della mano. (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

[235] IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

Durante l’occupazione e l’amministrazione del Veneto da parte dell’Impero austro-ungarico (1815 – 1866) non si contarono gli episodi di insofferenza mista a ribellione che si verificarono nel territorio vicentino.
Il 5 gennaio 1863, il commissario distrettuale di Lonigo, che aveva la giurisdizione anche su Montebello, informò l’imperial regio delegato di Vicenza, cav. Gio.Batta Ceschi riguardo un mancato arresto che la gendarmeria montebellana non eseguì in quel di Gambellara.

“Il posto di Gendarmeria di Montebello nell’agosto 1862 riferiva a questo ufficio (di Lonigo – n.d.r.) di non aver potuto eseguire l’arresto del soldato in permesso Lorenzo Gollin di Gambellara, al che era stato requisito direttamente dall’Imperial Regia Autorità Militare pel motivo che un di lui fratello ne aveva coadiuvato la fuga dalla casa paterna e che successivamente il Rev. Parroco Don ANDREA SANDRI lo aveva consigliato a non presentarsi, anzi di evadere in Piemonte.
Fatta immediatamente la relativa denuncia alla locale Imperial Regia Pretura pel relativo processo contro tutti e due gli imputati, il primo dei quali era stato anche catturato, veniva questo, poco dopo, ridonato alla libertà come affatto innocente e, proseguite le investigazioni a carico del secondo fino a che dall’Imperial Regio Comando di Fortezza di Verona ne fu decretata la cessazione.
La taccia (sospetto o colpa – n.d.r.) affibbiata al Reverendo Parroco sembrava avere un qualche fondamento sulle dichiarazioni dell’Imperial Regia Gendarmeria (di Montebello) che cioè il Gollin avesse dormito per 3 notti nella casa canonica e per una notte in chiesa. I risultati della procedura non confermarono, come sembra, tali circostanze. Il Parroco di Gambellara Don ANDREA SANDRI è un in individuo che vive ritiratissimo e la di lui condotta, tanto politica che morale e sociale, non va soggetta a rimarchi. Vuolsi benissimo che nel 1848 egli abbia predicato la rivolta ed è certo che a quell’epoca andò incontro a seri dispiaceri e fu anche dal Potere Militare arrestato (fu incarcerato a Verona – n.d.r.), ma posteriormente, fino ad oggi, non si hanno dati per ritenere, od anche solo per sospettare, che egli nutra sentimenti esaltati o contrari al legittimo organo,
Qualche maggior lume, sul fatto che diede luogo alla procedura criminale, potrà essere offerto dal soldato Gollin se e quando farà per ritornare in questi stati.
Dall’atto che mi onoro di evadere in tal modo l’ossequiente Decreto 29 dicembre p.p. n° 1276, non manco di assicurare la S.V. illustrissima, che fu disposta, e sarà mantenuta sul contegno in genere del Parroco Sandri una cauta sorveglianza.

Se in quel tempo Gambellara aveva un arciprete di spirito patriottico Montebello non era da meno, visto che il suo prevosto Nicolò Spinelli era arrivato alla guida spirituale dei montebellani (solo per un paio di anni 1856-1858 – n.d.r.) dopo aver diretto a Vicenza la parrocchia di San Faustino e Giovita la cui canonica diede ospitalità ad un circolo di rivoluzionari (vedi “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE DI MONTEBELLO” – 2018).
Il prof. Luigi Zonin nel suo libro “SE IL VINO E’ PANE” edito nel 2013 definisce don Andrea Sandri un parroco scomodo e liberale che restò però sempre nel cuore dei gambellaresi. Uomo di grande intelligenza e cultura, nacque a S.Vito di Leguzzano il 31 maggio 1804. Si laureò in filosofia a Padova e nel 1826 fu ordinato sacerdote. Fu nominato maestro di grammatica, filosofia, storia universale e matematica presso il seminario.
Nel 1843 fece il suo ingresso trionfale a Gambellara e come arciprete qui visse fino al 1875 ritirandosi poi a Vicenza a vita privata. Non dimenticò mai la sua Gambellara e non mancò di ritornarvi. Proprio durante una visita alla sua vecchia parrocchia cessò di vivere improvvisamente il 20 febbraio 1884 alla soglia degli 80 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Litografia con don Andrea Sandri appena ordinato Arciprete di Gambellara nel 1843 (cortesia Luigi Zonin, elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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PEGGIORE DI COSÌ …

[233] PEGGIORE DI COSÌ … (La personificazione del male)

In questa storia settecentesca Montebello e il suo Vicariato rappresentarono il limite invalicabile che un losco figuro fu condannato a non oltrepassare, provenendo da Vicenza, ossia 6 miglia (circa 10 Km) da S. Giovanni Ilarione, in considerazione del fatto che la giurisdizione montebellana si estendeva anche su Gambellara.
Nel 1764 S. Giovanni Ilarione, anno in cui questa narrazione ebbe il suo epilogo, apparteneva al Territorio vicentino e i nobili Balzi, cittadini di Vicenza, in questo comune della Val d’Alpone vi possedevano case e beni considerevoli.
Da parecchi anni Gian Francesco Balzi del fu Achille vi abitava stabilmente e ostentando posto d’autorità e d’incompetente dominio sopra quegli abitanti e pur anco sulle ville vicine (soprattutto Montecchia di Crosara) col suo depravato contegno e stravaganti procedure recò loro, in vari modi, inquietudini, danni e oppressioni. Appassionato cacciatore, con lo spirito della sua prepotenza pretese di essere il solo ad esercitare questa attività, al punto che se avesse trovato qualcuno sulla sua strada nell’esercizio della pratica venatoria gli avrebbe infranto lo schioppo e offeso la persona con schiaffi e bastonate. Vessazioni arrecate da lui stesso e dai suoi sgherri tenuti come cacciatori. Gli abitanti erano terrorizzati e non osavano minimamente contraddire la sua condotta che provocava loro solo desolazione, anche quando il Balzi e la sua muta di 12 cani bracchi, oltre al seguito dei “cacciatori”, danneggiavano le campagne con i frumenti già da mietere, le colture in atto, se non mature, e inoltre senza mai rifondere i proprietari dei polli che i cani abbattevano.
Nel suo palazzetto di S. Giovanni Ilarione diede spesso ospitalità a persone empie e micidiali già colpite da procedimenti penali di “bando” sostenendole e proteggendole. Tra queste tale Zuanne Allegro detto “sartore”, Paolo dal Cortivo detto “Paolazzo” e Tomio Loverno. Di quest’ultimo losco figuro i capi del comune ne volevano l’arresto da parte della Giustizia, ma gravemente minacciati dovettero desistere dal farlo.
Nemmeno il notaio di S. Giovanni Ilarione fu risparmiato dai soprusi e dalle violenze del Balzi e compagni di sventura del professionista furono Battista Righetto e Francesco Salgarolo bastonati e ridotti a mal partito.
Stesso trattamento ricevettero Antonio Roccabianca di Montecchia, dopo essere stato ospite, con l’inganno, del Balzi e Antonio Menegolo reo di non aver accomodato certo suo debito. Con ostentata soverchieria assoggettò spesso i suoi creditori ad ingiusti esborsi.
Tutte queste povere vittime andavano ad aggiungersi alla schiera di coloro che non osarono ricorrere alle cure mediche né sporgere denuncia per non incorrere in peggiori pericoli.
Soprattutto durante il periodo pasquale, i parroci, per traerlo dalle laidezze dell’adulterio e del concubinato, tentarono di riportarlo alla ragione con il risultato di ricevere minacce e parole ingiuriose. Tre di loro, nel giro di pochissimi anni, nauseati dal suo contegno, abbandonarono l’incarico rinunciando al “benefizio”.
Numerose le varie giovani nubili adescate e ridotte alle illecite di lui compiacenze. Resa gravida una di esse, fraudolentemente la fece sposare a un suo dipendente, che fu poi costretto ad abbandonare il paese e lasciare l’infelice donna preda dei suoi capricci. I numerosi figli messi al mondo da costei furono cresciuti nella casa del Balzi e non mancarono in paese continue mormorazioni. Non trascorse molto tempo che la donna venne a mancare indispettita forse nel vedere il suo aguzzino assorto da novelle impudiche fiamme.
La favorita di una di queste, molto “premurosa” nei confronti del Balzi, ebbe “l’onore” di confondere le proprie ceneri con quelle degli avi di quest’ultimo.
Non fu mai sazio di angustiare i poveri abitanti giungendo al punto di mettere mano ai registri delle “Colte Comunali” (tasse – n.d.r.) facendo cancellare ogni suo debito e quello dei suoi dipendenti, con grave pregiudizio per le casse del paese.
Ai danni provocati da lui e dai suoi cani nell’esercizio della caccia, si aggiunsero quelli causati dai suoi numerosi animali: bovini, muli, porci e pecore che pascolavano indisturbati nei campi altrui distruggendo i raccolti.
Da questi danneggiamenti non fu risparmiato nemmeno il fratello, che dopo la morte del loro padre godeva di propri beni frutto della divisione dell’eredità. Soprattutto i terreni che entrambi i fratelli possedevano lungo il torrente Alpone non poterono godere delle cure e degli interventi necessari a protezione degli stessi. Anzi Gian Francesco non fece nulla a cui era obbligato proprio perché i terreni del fratello restassero esposti alle piene del torrente.
Finalmente dopo l’ennesima denuncia, la giustizia trionfò e pose fine a quelle scellerate nefandezze di cui Gian Francesco Balzi si era macchiato.
Fu condannato ad esser relegato nella Reale Fortezza di Palma (Palmanova) con le condizioni ed obblighi dei relegati per mesi 18. Trascorso questo periodo che per 20 anni non potesse poner piede nella villa di S. Giovanni Ilarione e suoi luoghi per 6 miglia. Sentenza del Giudice Francesco Paruta
(ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA – “RASPE” busta n° 11 – sentenza n° 123)
Riassunto e adattamento di OTTORINO GIANESATO

Illustrazione:
Scene di caccia (1893-1894) olio su tela di Guido Grimani (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA GENDARMERIA AUSTRIACA

[230] LA GENDARMERIA AUSTRIACA ALLA FESTA DI SAN GIOVANNI (anche allora c’era voglia di LIBERAZIONE)

La festa di san Giovanni, che si celebra a Montebello il 24 giugno, un tempo aveva uno svolgimento assai rumoroso e imprevedibile. Quella poi che si svolse nel 1865 fu fonte di grave preoccupazione per la gendarmeria austriaca. (Le scoppiettanti modalità di questa ricorrenza si possono leggere nel bellissimo articolo n° 18 già pubblicato in questo sito il 25 gennaio 2018). Questo ulteriore approfondimento sull’argomento vuole mettere in risalto il clima poliziesco che regnava durante l’ottocentesca occupazione austriaca del Veneto anche durante una innocente festa paesana. Alla base di questa diffidenza vi era la cattiva informazione sulle abitudini locali che era endemica nei soldati. Costoro venivano troppo spesso avvicendati nella caserma che esisteva là, vicino alla chiesa parrocchiale, dove poi furono costruite le scuole elementari, ora biblioteca, e furono colti di sorpresa quando si trovarono nel pieno della festa. “Il posto di Montebello”, così si riconosceva la stazione di polizia, apparteneva al 3° Reggimento di Gendarmeria – Ala di Verona ed era formato dalla 5a Compagnia – 23° Battaglione dei Cacciatori.
Nella tarda serata del 24 giugno 1865 il capoposto D’Apreve (questo scritto è tratto dalla sua relazione di quel giorno – rapporto n°175) era di pattuglia coi soldati Bolze Giorgio e Balador Stefano.
Mentre il capoposto si trovava dirimpetto alla Loggia del palazzo comunale «… rimpetto alle case abitate dal Mastro Ricettore del Dazio, el Ingegner Frigo Bernardo, poco lungi dalla piazza esplosero due petardi in spazio d’un minuto uno fra l’altro. Recatomi all’istante sul luogo, ma essendoci state diverse persone del paese in quella vicinanza non fu possibile scoprire l’autore. A questa vista lo scrivente invitò tutti gli esercenti a chiudere i negozi e tutta la gente fu pregata a recarsi nella propria casa, ordini da questi eseguito senza difficoltà.
Non essendo sta persona alcuna per la contrada, mi pare alle ore 11 p.m. per l’epoca di tre minuti scoppiarono altri due petardi: il primo rimpetto alla casa di Guarda Antonio, fabbro, abitante in piazza, ed il secondo nel comincio (sic!) del paese venendo dalla stazione, vicino alla pubblica pesa. Il tutto furono scoppiati n° 4 petardi che furono dalla presente (pattuglia) trovati e raccolti.
Con di più dal monte nominato (monte Castello ?) sopra i palazzi della Baronessa Hermann1, alla distanza di mezzo miglio dalla piazza, venne da ignoti individui accendiato un barile pieno di legna catramata che durava le fiamme circa un’ora di tempo e poi furono dal sottoscritto smorzate del tutto.
Al quanto si verifica poi riguardo quest’ultimo (evento) da parte di questo Cursore Comunale appare essere un antico costume e alli scorsi anni veniva bruciato nella pubblica piazza.
Dalle attivate indagini del sottoscritto in questa notte e riguardo gli autori tanto dei petardi che detto acceso barile sul monte non fu possibile nessun scoprimento.
Per corrispondere alle pronte partecipazioni, il sottoscritto sarebbe stato di dovere di partecipare a tal fatto subito via telegrafica, ma avendo osservato che la plebe non ha dimostrato alcun complotto di sollevazione, così ne ho tardato fino alle ore 7 antimeridiane del 25, andando per la relativa partecipazione in via postale. All’atto che lo scrivente non manca di partecipare a codeste (?) gli si rimette anche i 4 pezzi dei petardi rinvenuti riservandosi per le continue indagini in proposito.» (D’Apreve Capoposto)

Che in quel tempo non mancassero i prezzolati confidenti della polizia è dimostrato dallo scritto che il 26 giugno, due giorni dopo festa di san Giovanni, il Commissario Distrettuale di Lonigo inviò al Delegato Provinciale di Vicenza, signor Ceschi a Santa Croce:
«…colla promessa di una buona mancia in denaro, ancora questa mattina mi è riuscito di procurarmi un confidente e col di lui mezzo spero di aver tra non molto una qualche trama di quei malintenzionati che si lusingano di poter continuare a prendersi gioco delle disposizioni dell’Autorità e della quiete del paese…
(16 luglio 1865) – Il confidente che ho saputo procurarmi m’indicò fino ad oggi gli individui che potrebbero giudicarsi tali a priori, vale a dire perché altri non ne avrebbero la capacità o tendenza e mi additò due case nelle quali in passato sarebbero stati fabbricati dei petardi ed altri oggetti consimili e sarebbero quelle delle sorelle Fraccari e del farmacista De Lorenzi …»
Giusto un anno dopo gli austriaci se ne andarono per sempre da Montebello.

Tratto e riassunto da OTTORINO GIANESATO dal suo lavoro “MISCELLANEA DI STORIA MONTEBELLANA

Note:
(1) La Baronessa Hermann all’epoca era la proprietaria della villa “Miari”.

Illustrazione:
Ricostruzione di fantasia dell’episodio racconatato nell’articolo (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LE TERMINAZIONI

[228] LE TERMINAZIONI (1760 – IL NUOVO ORGANO DELLA CHIESA DI S. MARIA DI MONTEBELLO)

La potenza della musica!!! Se gli squilli delle trombe fecero crollare le mura della città di Gerico, le note liberate dalle canne del nuovo organo della parrocchiale di Montebello fecero cadere… l’Amministrazione Comunale.

Il fattaccio accadde agli inizi del 1760, quando il Capitanio nonché Vice Podestà della città di Vicenza Andrea Renier, inviò agli amministratori del Comune di Montebello una “TERMINAZIONE”, cioè un documento col quale, in considerazione della cattiva amministrazione tenuta dai governatori del paese, dettava nuove regole per una nuova, buona ed oculata gestione. A onor del vero, a provocare questa presa di posizione da parte delle autorità del Territorio erano state anche le concomitanti spese fatte dal Comune di Montebello per le nuove grate del cimitero e per la nuova cantoria oltre che per il summenzionato organo della Chiesa di Santa Maria. Il nuovo organo, vanto dei montebellani è stato immortalato nei suoi sonetti dal poeta locale Bartolomeo Guelfo (un libro che raccoglie le opere del compaesano autore settecentesco è stato pubblicato nel 2007 a cura dell’Associazione “Amici di Montebello”). Appare chiaro dall’ordinanza di Andrea Renier che ad agitare le acque erano stati i proprietari di campi, più amanti dei soldi che della musica, che vedendosi aumentare sensibilmente le tasse del “Campatico” avevano vibratamente protestato. Non è escluso poi che qualche ruolo lo abbiano avuto anche alcuni abitanti di Lonigo, invidiosi del nuovo organo tanto da attirarsi gli strali della satira del Guelfo.
Le Terminazioni indirizzate ai Comuni non erano una rarità: ne seppero qualcosa, per esempio, Marostica e Montecchio Maggiore con la “Terminazione Morosini”. Le decisioni, prese allora per Montebello, sono ai nostri giorni di una attualità sconcertante, a dimostrazione del fatto che la cattiva amministrazione affonda le sue radici nei secoli e che quanto riparato in passato sarebbe possibile rifarlo adesso. Basta prendere in esame la riduzione a metà del numero dei Consiglieri Comunali, sancita dal Renier per contenere le spese di amministrazione e gestione della cosa pubblica per capire da quanto tempo, e senza ottenere alcun risultato, venne auspicato il medesimo taglio dei nostri attuali parlamentari, provvedimento che ha visto la luce solo ai giorni nostri. Meglio tardi che mai!
Per una più completa ed esaustiva informazione è riportato qui di seguito il documento quasi integralmente, sostituendo solo quei termini burocratici, usati a dismisura dalle autorità veneziane del ‘700, per renderlo di più facile e comprensibile lettura.

TERMINAZIONE

Stabilita dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor

ANDREA RENIER

Capitanio e Vice Podestà della Città di Vicenza e sua giurisdizione

In esecuzione di Ducali dell’Eccellentissimo Senato del 18 Dicembre 1759

per la migliore direzione e governo delle COMUNITA’ DI MONTEBELLO

Vicenza, 30 Gennaio 1760

« Nella osservazione che ci è occorso di fare al gitto (gettito) delle Colte (tasse) della Comunità di Montebello ci son cadute sotto l’occhio grandiose, arbitrarie, parte consistenti spese voluttuose ed eccedenti ogni misura di Carità e Giustizia, della di cui classe, specialmente in questo anno (passato) furono quelle della costruzione delle grate del Cimiterio, della Cantoria e dell’Organo, con molta spesa di trasporto. Inoltratici all’esame di tale disordine, lo abbiamo ritrovato originato dall’arbitrio dei Capi Direttori della Comunità, nel cui soverchio numero, essendovi sempre compresi quelli che, non possedendo che piccolo o nessun “carato” d’Estimo, e però desiderosi di novità o mossi da oggetti di reo interesse, con parti che nelle Vicinìe (assemblee dei capifamiglia), promuovono a capriccio motivi di spese superflue, facendo così aumentare le Colte persino 5 o 6 Lire al campo, con grave carico degli Estimati.
Per aver, Noi, dietro la segnalazione di disordini fatta all’Eccellentissimo Senato, riportato in venerate Ducali del 18 Dicembre passato, ricevuto onorevole incarico di stender in TERMINAZIONE provvedimenti all’emendamento degli arbitrii e disordini medesimi, avendo con eguale cura ritrovati li rimedi veri. »

Riassunto e adattamento tratto da “Montebello nel ‘700 giorno per giorno” di OTTORINO GIANESATO


Documento:
Facsimile del frontespizio di una Terminazione del periodo della Repubblica di Venezia (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN CONTE A MONTEBELLO

[226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO

Tra i vari personaggi che si sono susseguiti nella proprietà di quella che attualmente è conosciuta come Villa Miari” a Montebello, troviamo il conte Alvise Francesco Mocenigo. Per circa 15 anni, gli ultimi della sua vita, fu spesso ospite del nostro paese. Nel 1870 acquistò la villa da una certa Baronessa Herman1 e vi abitò fino al 1884, anno della sua morte. Alvise Francesco Mocenigo, di origine veneziana, fu un politico e imprenditore italiano. Nato da una relazione extra-coniugale tra il colonnello austriaco M. Plunkett e Lucia Memmo, moglie del conte Alvise Mocenigo, fu battezzato con il nome di Francesco. Venne comunque riconosciuto dal padre che gli diede il nome di Alvise, come tradizione di famiglia e divenne dunque Alvise Francesco Mocenigo.2
Il 24 novembre1840 sposò la contessa Clementina Spaur figlia del conte Johann Baptist Spaur di Merano. Il suocero di Alvise Mocenigo, dapprima governatore delle province venete, e successivamente, fino al 1847, mantenne la stessa carica per la Lombardia. Dal matrimonio nacque nel 1845 una bambina che morì pochi giorni dopo il parto. Solo tre anni più tardi arrivarono: il primogenito maschio battezzato, come tradizione di famiglia, col nome di Alvise, Giovanni ed alcune femmine.
La moglie, Clementina Spaur, fu una valente e raffinata pittrice: di lei si conosce un dipinto rappresentante “La Beata Maria Vergine seduta in trono” giudicato di pregevole fattura. Tra le tante cose elencate nell’inventario sottocitato, eseguito a Montebello nel 1884, viene nominato un identico dipinto: è lo stesso?
Tra i numerosi incarichi che ricoprì Francesco Alvise Mocenigo vi fu quello di presidente del Teatro la Fenice. Ebbe naturalmente modo di conoscere Giuseppe Verdi che, riconoscente ammiratore di Clementina Spaur, dedicò a quest’ultima l’opera lirica “Ernani”. Non meno sensibile fu uno dei librettisti delle opere di Verdi, Francesco Maria Piave, che in occasione della morte della primogenita dei coniugi Mocenigo dedicò alcun versi alla contessa.
Francesco Alvise Mocenigo lo troviamo già attivo a Montebello in un documento del notaio Domenico Agostini con una richiesta a questo Comune di acquistare una Strada “Vicinale” secondaria detta del “Castello” che, all’incirca dal punto in cui sorge la villa, portava oltre il Castello e, girandogli attorno, proseguiva in direzione della “Cà del lupo” (da A a B nel disegno). Su questa strada venivano fatte 3 processioni all’anno, a partire dalla Chiesa di San Daniele (all’interno del castello) fino al centro del paese. Il conte Mocenigo avrebbe concesso il passaggio dei fedeli per la suddetta strada, a patto che le processioni non fossero state più di 3 all’anno e che non gli fosse richiesto nessun obbligo di manutenzione dell’Oratorio o di spese relative al culto.
In un secondo documento del 28 marzo 1873 leggiamo la risposta, positiva, del Consiglio comunale di Montebello (il Sindaco all’epoca era Giuseppe Dr. Pasetti), il quale, posta la condizione “ch’egli non vorrà certo rifiutare l’accesso al Castello a coloro che desiderassero visitarlo”, gli concede di prendere possesso degli “appezzamenti stradali” acquistati e di poter iniziare i lavori.
È del 5 novembre 1873 l’atto di vendita definitivo. Ecco uno stralcio: “…Il Comune di Montebello Vicentino rappresentato dal proprio Sindaco Giuseppe Dr. Pasetti vende con clausola abdicativa e traslativa di dominio al prenominato Conte Alvise Francesco Dr. Mocenigo. Il quale accetta ed acquista la strada vicinale interna che dal palazzo stesso Co. Mocenigo mette al sovraposto Castello girando a tramontana dallo stesso fino al trivio della strada Cà del Luppo [sic] descritta nella perizia dell’Ingegnere Civile Signor Pietro Frigo… lo stesso Comune vende allo stesso Conte Mocenigo il piccolo tratto di strada denominato della “Cucca” dal punto segnato C fino al punto D nel tipo (disegno)… restando la fontana di proprietà del Comune [si tratta di quello che ancora oggi è denominato il Pissolo] ed inoltre vende il piccolo pezzo di terreno dinanzi all’ingresso del Palazzo Mocenigo, segnato in tipo (disegno) colla lettera X… il prezzo pattuito nella somma di Lire 1180 millecentottanta… Le spese di perizia ritenute in Lire 32 nonché quelle occorrenti pel Registro e pel trasferimento censuario e tutte le altre, senza eccezione, relative al presente istrumento sono ad esclusivo carico del Nobile acquirente.”.3
Per circa 15 anni il conte Mocenigo visse, quasi continuativamente, in questo sontuoso palazzo fino alla sua morte avvenuta il 13 novembre 1884.
Il 6 agosto 1885, con un altro atto del notaio Domenico Agostini si aprì la fase della successione. Vennero designati gli eredi: “Signora Clementina Contessa Spaur 4 fu Giovanni vedova Mocenigo, Amelia Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco, Maria Duchessa di Noci nata Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco ed Olga Contessa Mocenigo nata Principessa Windisch-Gràtz di Ugo nella legale rappresentanza questa della minorenne di Lei figlia Contessina Valentina Mocenigo del fu Andrea”.5 Nel lunghissimo inventario di quanto contenuto del palazzo Mocenigo di Montebello vengono nominati ben 284 gruppi di oggetti dalla moltitudine di mobili alle porcellane, ai numerosissimi accessori di valore, ai 300 libri ed opuscoli, ecc. Il tutto in circa 34 tra stanze e ripostigli. Tutti gli oggetti vengono elencati con estrema precisione in un documento di 12 pagine.
Il conte Alvise Francesco Mocenigo fu sepolto ad Alvisopoli (già ‘Molinat’), nel comune di Fossalta di Portogruaro, tra Veneto e Friuli, dove la famiglia possedeva un grande latifondo di 1800 ettari.

Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani

Note:
1) Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci riferisce che il conte Mocenigo, nello stesso anno, acquistò anche il Castello di Montebello.
2) Il Conte Alvise Francesco Mocenigo (1799-1884) è uno dei propugnatori della costruzione della ferrovia Ferdinandea (1846). La sua villa ospitò gli operai addetti alla messa in opera dei binari. La famiglia Mocenigò annoverò tra suoi appartenenti ben 7 Dogi e decine di Procuratori di San Marco.
3) Archivio di Stato Di Vicenza, atti n. 624, Busta 2034 con 3 allegati.
4) Clementina Contessa Spaur und Flavon – nata a Vienna nel 1816 morta a Venezia nel 1891. Il marito Alvise Francesco Mocenigo nato a Venezia nel 1799 e nella stessa città morto nel 1884.
5) Archivio di Stato Di Vicenza, Notaio: Agostini  Domenico (Malo e Montebello), Busta n° 2042 – Atto n° 1638 –  (reg.132).

Disegno:
Di libera interpretazione di Umberto Ravagnani. La piccola deviazione denominata “Strada in questione” si riferisce a un lavoro effettuato abusivamente dalla precedente proprietaria, la Baronessa Herman, che divenne comunque parte del terreno acquistato dal Conte (da una mappa dell’Ing. Pietro Frigo, 1872, Archivio di Stato Di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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LA PECORA NERA

[224] LA PECORA NERA DELLA FAMIGLIA (una razza animale mai estinta)

Nel corso del Settecento Montebello annoverò tra i suoi abitanti alcuni personaggi di grande spessore provenienti da Posina, un comune dell’Alto Vicentino. Certamente il più importante fu il prevosto don Pietro Caprin (altre volte Caprini – n.d.r.) che tra il 1727 e il 1761, anno della sua morte, diresse con grande passione e sapienza la comunità montebellana. Mentre il prevosto si prodigava per la sua parrocchia, nel 1756, arrivarono a Montebello dapprima il medico fisico Agostino Caprin, forse parente del religioso, e più tardi l’omologo Domenico Caprin, entrambi da Posina o dalla sua frazione Fusine. Purtroppo il secondo medico non fu poi riconfermato, e la mancata approvazione da parte del comune fu causa di un aspro dissidio sfociato in una causa legale. Una trentina di anni dopo la morte del prevosto, a Posina un giovinastro rovinò l’esistenza dei propri familiari e non solo. Il suo nome era Antonio Caprin del fu Pietro, forse parente dei soggetti di sopra citati, e nel 1790, su istanza del decano di Fusine e di Virgilio e Lino Caprin, rispettivamente zio e fratello di Antonio, fu giudicato dal podestà di Vicenza, Giuseppe Diedo. Le parole durissime del podestà giudicante, qui sotto integralmente riportate, dipingono a tinte fosche la personalità di Antonio Caprin:

«… dedito, fin da alcuni anni, alla crapula, all’ozio, scostumato, dissipatore dei beni della famiglia, fu scacciato anche di casa dal vecchio padre ma, lungi dal correggersi, continuò anzi a tracciare una vita, la più scapestrata e scandalosa ai suoi consimili. Ateo, bestemmiatore ereticale che, facendo pompa di sua miscredenza, negava pubblicamente l’inferno, non solo, ma anche l’esistenza dello stesso Dio.
Avendo l’immagine del crocefisso alla testa del suo letto, vi appese ai lati due pistole e con dileggi ed amari scherni, dopo averlo eccitato (sfidato – n.d.r.) parecchie volte a cessar l’immaginario suo potere, a punizione delle di lui bestemmie, trascese empiamente, circa alla fine dello scorso novembre 1789, facendola a pezzi col calcio dello schioppo.
Istava a letto ormai la fu sua madre, ai giorni del susseguente, quando chiamata di sera da esso suo figlio, e sortita sulla porta lo vide minaccioso tenendo lo schioppo ed una pistola impugnati, colle solite bestemmie, protestò che in quella sera egli, o Pietro Caprin del fu Marco, né si raccoglie per quale motivo, dovevano andare all’inferno. Inde allontanatosi da suo padre che faceva inutili sforzi per trattenerlo, praticò subito lo sparo di quelle armi.
Afflitto e dolente il suo genitore, indi, due o tre giorni si pose a letto malato, quando nel dì 7 di quel mese, presentatosigli a letto armato di schioppo e pistole, con tono minaccevole e bestemmiandogli disse di voler esser ricordato nel suo testamento.
Impietosite le presenti persone dello stato commovente di quel misero vecchio, lo costrinsero a sortire, senonché scontratosi subito in Virgilio, suo zio materno, mentre con amorose insinuazioni tentò di ricondurlo ai propri doveri facendogli tener anco i rigori della vindice giustizia, montato egli sulle furie, proruppe nelle più abbiette, scandalose ed impulsanti invettive contro la di Lui persona, la Beata Vergine, il S.S. Sacramento ed il Principato, ed impugnato il coltello lo avrebbe ucciso se non veniva soccorso dagli astanti. Cedendo allora alla forza si allontanò ma, continuando nelle già spiegate minacce contro tutti di sua famiglia, le avrebbe anco verificate contro del detto suo zio se, alla mattina di tre giorni dopo, poiché fu veduto dirigersi armato verso la di lui fucina, non ne fosse stata prestamente chiusa la porta, Con pistola impugnata si arrampicò, nulla ostante tutto dispetto a un finestrino da cui, colle più terribili minacce e bestemmie, gli praticò contro due scrocchi (colpi – n.d.r.) qui attesa l’inutilità dei suoi tentativi partì.
Non contento costui di tante scelleratezze, per le quali verso la fine del detto novembre l’infelice sua madre restò vittima del proprio dolore e dei molti danneggiamenti che aveva apportato alla desolata sua famiglia, nella notte del 4 marzo 1790, unitosi a nota persona, ora mancata in vita, salito sul tetto dell’abitazione del nominato suo zio e di un suo fratello Lino, vi si introdusse mediante rilevata rottura e, rubatovi del denariìo in somma di Lire 150 e degli effetti di non individuato valore forzando una cassa, asportò anco tutte le carte giustificanti il possesso delle loro poche sostanze. »
Per eresia, ingiurie a Dio e alla religione cattolica nonché furto e tentato omicidio dei suoi parenti, fu condannato a 7 anni al remo su di una galera.1

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA “RASPE” – busta n° 22 – sentenza n° 21
Riassunto e ricerca di OTTORINO GIANESATO

Note:
1) Dal 1400 la Repubblica Serenissima, ma anche altre marinerie, per ovviare alla mancanza di rematori nelle sue ‘galee‘ cominciò a utilizzare i condannati per reati comuni. Per questi ‘galeotti‘ il lavoro era estremamente duro. A differenza dei rematori liberi, questi erano costretti a stare sempre seduti e con le catene ai piedi, remando solo a forza di braccia senza potersi aiutare con il corpo.
Dipinto:
“Il violento” del pittore Giacomo Francesco Clipper detto il Todeschini (Feldkirch, 1664 – Milano, 1736).

Umberto Ravagnani

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LUIGI TONELATO

[221] LUIGI TONELATO – Medaglia d’argento al valor militare

Una figura importante tra i caduti di Montebello della Ia guerra mondiale fu certamente Luigi Tonelato. Ecco in breve la sua storia:

Figlio di Gherardo e di Busato Maria, nato a Montebello Vicentino il 26 Aprile 1893, di professione studente – matricola n° 47190.
Alla visita di leva del 5 Aprile 1913 è ritenuto soldato abile di Ia Categoria. La chiamata alle armi è fissata per l’8 Settembre 1913 con la dichiarazione:
“Ammesso al volontariato di un anno nel computo del servizio prestato e quindi con decorrenza dal giorno 9 settembre 1913 (Legge 4 Agosto 1895 n° 479 – n° 3 – Circolare 336 Giornale Militare”.
Il 17 Ottobre 1913 è assegnato all’80° Reggimento Fanteria (Brigata Roma). Meno di cinque mesi dopo ottiene la promozione a Caporale e trascorsi ulteriori sei mesi diventa Sergente di Squadra. Dalle note che riguardano la sua vita da recluta si apprende che il 30 settembre 1913 aveva riportato una distorsione tibioastragolica destra per aver appoggiato male a terra il piede nel recarsi di corsa a prendere posizione col suo plotone dietro un’altura sul Monte Croson nei pressi di Verona (verbale del Consiglio d’Amministrazione del 29 Dicembre 1913).
Il 7 Settembre 1914, presso il Deposito di Verona (Vi) del Reggimento di Fanteria ottiene il congedo con la dichiarazione di aver tenuto buona condotta e di aver servito con fedeltà. In seguito alla grande mobilitazione del 22 Aprile 1915 è richiamato alle armi in data 17 maggio 1915 ed il 22 è in territorio in stato di guerra. Con decreto del Comando Supremo del 5 Ottobre 1915 è nominato Aspirante Ufficiale a datare 25 Settembre ultimo scorso. Intanto nell’ambito della stessa Brigata Roma passa dall’80° al 79 Reggimento. Il 17 Dicembre 1915 è nominato Sottotenente di Complemento con anzianità assoluta, il 1° Novembre 1915, con riserva di anzianità relativa.
Nei primi mesi di guerra il suo reggimento è impegnato nelle montagne che separano il Trentino dalla Provincia di Vicenza, soprattutto in Val Terragnolo, Vallarsa, Val Posina, Monte Majo.
Ed è soprattutto sul Monte Majo che nell’estate del 1916 la Brigata Roma accusa perdite umane superiori alle mille unità tanto da indurre gli alti comandi a farla arretrare sul colle Xomo. I reggimenti 79° e 80° Fanteria rimarranno sui monti del vicentino e nel settore del Monte Pasubio fino alla primavera del 1917 e in Luglio, ripiegando su Schio, si preparerà in previsione della dodicesima battaglia dell’Isonzo. In Agosto infatti la Brigata Roma è trasferita sul Carso soprattutto sull’Altopiano della Bainsizza. Durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo, il 22 Ottobre, i fanti della “Roma” sono schierati sulla linea arretrata di resistenza Na Gradu – Veliki Vrh sulla riva sinistra del fiume. Il giorno 25 Ottobre il 79° Reggimento con Tonelato Luigi è impiegato a protezione del ripiegamento di tutte le truppe italiane combattenti sulle alture della Bainsizza. Ed è qui che cade eroicamente il fante montebellano. Il giorno seguente la sua morte i 300 superstiti della sua brigata ripiegano su Auzza dove il corpo di Tonelato viene sepolto insieme ad altri numerosi compagni di sventura per poi ripiegare su Cividale. Alla fine della guerra le sue spoglie mortali saranno trasferite nel Sacrario di Oslavia (Gorizia).
Così l’Istituto del Nastro Azzurro Sezione di Vicenza descrive la motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’Argento a Tonelato Luigi: “Tenente del 29° (errore! Era del 79°) Reggimento Fanteria, ricevuto l’ordine di sostenere con la propria compagnia un altro reparto, che, aggirato e duramente provato, minacciava di essere travolto da forze avversarie soverchianti di numero e di mezzi, dopo di aver tentato invano di fermare l’irruenza nemica, visto l’inutilità di ogni ulteriore difesa passiva, conscio del grave pericolo cui andava incontro, alla testa del suo reparto si spingeva con mirabile coraggio in un disperato contrattacco, durante il quale, mentre incitava i suoi uomini alla lotta, eroicamente cadeva colpito a morte. Veliki Virh (Altipiano della Bainsizza) 25 Ottobre 1917 (B.U. del 16 Aprile 1920 pagina 1917). In occasione del decimo anniversario della morte la famiglia Tonelato fece pubblicare, in un volumetto di oltre cento pagine, le lettere che l’eroe scrisse dall’inizio della sua carriera militare fino alla sua tragica scomparsa.

Quando i familiari di Luigi Tonelato, dieci anni dopo la sua morte, riuscirono a contattare l’Aspirante Ufficiale Luciano De Lai di Torino, che il 25 Ottobre 1917 aveva assistito agli ultimi istanti di vita del Tenente montebellano, completarono i documenti per dare vita ad un libretto alla memoria. Le testimonianze di Luciano De Lai dei tragici avvenimenti di guerra chiusero l’annosa ricerca e recarono rinnovato conforto ai parenti dello scomparso. Dell’esistenza di questo libretto di circa 140 pagine, curato da Adolfo Crosara e ai più sconosciuto, ne ero venuto a conoscere l’esistenza attraverso una nota apposta a fondo pagina dallo storico Bruno Munaretto nelle sue “MEMORIE STORICHE DI MONTEBELLO” del 1932 (capitolo relativo ai soldati compaesani che combatterono la Grande Guerra). La copia consultata è quella trovata nell’Archivio Parrocchiale di Santa Maria, ma pare che qui ne esistano almeno due esemplari.
Un vivo ringraziamento ai parenti che hanno acconsentito alla ripubblicazione di una ventina delle più significative lettere che il Tenente Luigi Tonelato scrisse dall’inizio del 1914, durante il servizio militare, fino all’Ottobre del 1917, anno della sua eroica morte. In esse Luigi Tonelato si rivela un provetto cronista di guerra, quando, ad esempio, racconta l’inizio delle ostilità dell’Italia contro l’Impero Austro-Ungarico, nel descrivere poi la potenza devastante del cannone nemico da 420 e l’abbattimento di un aeroplano da parte dei soldati del suo battaglione. A crude notizie di guerra alterna righe piene di nostalgia per la famiglia e per il suo paese. Non manca mai di infondere coraggio ai familiari, come se essi si trovassero in una situazione ben più pericolosa della sua.
Le sue ultime lettere, scritte il giorno prima di cadere sotto i colpi del nemico, per la loro brevità, mostrano tutto l’affanno e la concitazione delle truppe italiane che stavano andando incontro alla terribile “disfatta di Caporetto”.
(Dal libro di Ottorino GianesatoMontebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18”, 2014)

Foto:
1) Il Tenente Luigi Tonelato durante la Grande Guerra (elaborazione grafica e restauro Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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GIUSEPPE CEDERLE

[216] GIUSEPPE CEDERLE e l’intitolazione della scuola elementare di Montebello


Sui documenti ufficiali la Scuola Elementare di Montebello Capoluogo non risulta mai intitolata a qualche personaggio importante, né tantomeno, come solitamente si usava, ad un membro della Casa Regnante dei Savoia. Questo fin dalla lontana loro erezione avvenuta nel 1868/69. Bisogna arrivare alla fine della Seconda Guerra Mondiale per trovare un timido accenno di titolazione. Infatti, alla conclusione dell’anno scolastico 1944-45, la maestra Maria De Filippi ved. Crosara, nel redigere la relazione annuale della sua classe Va femminile su carta intestata del Provveditorato degli Studi, alla domanda “Denominazione della Scuola” rispose scrivendo G. Vaccari. L’eroe della Prima Guerra Mondiale era morto pochi anni prima, nel 1937, dopo aver ricoperto la carica di senatore del Regno d’Italia. Forse questa dedica era figlia della medesima imposizione voluta dal Commissario Prefettizio durante il periodo bellico (Repubblica di Salò) anche per il vicino paese di Montecchio Maggiore dove aveva fatto mutare la denominazione della Scuola Elementare da Vittorio Emanuele III° in Ettore Muti, un eroe fascista. Quindi la Scuola Elementare di Montebello, pur non vantando alcuna intitolazione, fu obbligata a chiamarsi col nome del Generale Giuseppe Vaccari. Ma questa nuova situazione dovette durare ben poco, forse solo per alcuni mesi dopo la fine della guerra. Già nel 1947 la Circolare n° 4452 fissò norme e regole per l’intitolazione degli edifici scolastici. La denominazione avveniva previe proposte e pareri di una pletora di funzionari composta da Direttori Scolastici, Prefettura, Sindaci. Il tutto condito con ulteriori pareri del Consiglio Scolastico Provinciale, nulla-osta del Ministero della Pubblica Istruzione e non senza il Decreto finale del Provveditore. Un vero campionario della burocrazia! L’edificio scolastico di Piazzale Mario Cenzi ebbe la sua nuova intitolazione verso la fine del 1953, come ci racconta nel suo “Giornale di Classe” il maestro Giovanni Timillero, che in quello stesso mese di dicembre compiva 23 anni.

Dalla “Cronaca della vita della scuola
« 2 dicembre (1953) – Abbiamo cominciato a preparare la festa dell’intitolazione della nostra scuola alla Medaglia d’Oro Giuseppe Cederle, eroe di Montelungo presso Cassino morto [8 dicembre 1943 – n.d.r.] combattendo contro il nemico. Era un giovane di Azione Cattolica, maestro e studente di lettere a Milano: il suo ideale era l’educazione della gioventù, e già nell’apostolato cattolico dava con entusiasmo la sua vita a tale scopo. Io sebbene più giovane di parecchi anni di lui [sono nato nel 1930 – n.d.r.], lo ricordo bene: sempre allegro, generoso, sorridente, veramente educatore. Il nostro paese, la nostra scuola e noi insegnanti possiamo andare fieri di lui. La cerimonia sarà svolta il giorno 8 c.m. decimo anniversario della sua caduta gloriosa.
La scuola vi parteciperà in massa. Saranno cantati l’Inno di Mameli, il Carso, e un canto per l’occasione, adattando l’aria di un bel canto friulano alle parole scritte dalla signorina Ida Gobbo: li curiamo e prepariamo con fatica, speriamo che riescano bene.
8 dicembre (1953) – Cerimonia dell’intitolazione
Vi hanno partecipato autorità civili, militari, rappresentanze combattentistiche e dei reduci. Era presente anche il nostro Direttore Didattico. Dopo la Santa Messa, tutti ci siamo recati all’edificio scolastico parato a festa. Erano belli i nostri scolari con la coccarda tricolore all’occhiello. Dopo il Sindaco, il collega Maggio ha ricordato la figura dell’eroe e lo ha fatto molto bene.»
Chi era Giuseppe Cederle?
Giuseppe Cederle nacque a Montebello Vicentino, il 16 agosto 1918, da Antonio e Teresa Muraro. Era una famiglia povera la sua, ma molto religiosa. Dei sette figli di Antonio Cederle, Giuseppe era il prediletto e in lui i genitori avevano riposto tutte le loro speranze. Fin da piccolo Giuseppe fu guidato, in particolare dal prevosto don Antonio Zanellato e dai suoi collaboratori, a una vita profondamente cristiana. Così scrisse di lui lo storico montebellano Bruno Munaretto, in un inserto del libro di Padre Fedele Pomes, “Giuseppe Cederle, Storia di un Santo e di un Eroe”: «Giuseppe Cèderle Medaglia d’Oro. Prima Medaglia d’Oro al valor militare concessa in Italia dopo 1’8 settembre 1943. Terza Medaglia d’Oro, in ordine di tempo, venuta a insignire col suo aureo fulgore – dopo quelle di Vaccari e di Cenzi – il civico serto di Montebello eroica. Giuseppe Cèderle: anima grande temprata dalle dure e crude prove della vita; cuor generoso infiammato dalla trina carità di Dio, della Patria, della Famiglia; soldato eroico e pugnace, che affronta e supera gli ostacoli e sfida la morte; simbolo del dovere compiuto fino alla vetta del supremo purpureo sacrificio; fiaccola di libertà illuminante il cammino di questa dolente e risorgente Italia; apostolo di Cristo, di fede salda, di virtù molteplici, suscitatore fecondo di bontà, dì pace e di amore. Tutto questo Giuseppe Cèderle fu e tale fu perché volle. Perciò Egli è stato il miglior artefice di se stesso. Disse una volta: tornerò Eroe o non mi vedrete più. Non è più tornato, ma la gloria ha cinto di lauro la sua fronte pensosa e l’Italia ha inciso il suo bel nome di Eroe nel bronzeo libro della Storia.1
(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Note:
1) Vedi anche il racconto “L’Eroe di Montelungo” della scomparsa Silvana Marchetto Fattori nel N° 3 di AUREOS (Dicembre 2002).

Foto:
1) Rara cartolina postale con una breve nota sul sacrificio di Giuseppe Cederle (archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Un ritratto di Giuseppe Cederle (1918-1943), ripreso dalla copertina del libro di Padre Fedele Pomes “Giuseppe Cederle, Storia di un Santo e di un Eroe”, Edizioni Il Crocefisso, Roma, 1953 (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN MONTEBELLANO DISPERSO

[211] DISPERSO DURANTE LA Ia GUERRA MONDIALE È STATA RICOSTRUITA LA STORIA DI FRANCESCO VERLATO

FRANCESCO VERLATO era figlio di Giuseppe e di Bevilacqua Maddalena – Nato ad Arzignano (VI) il 13 Ottobre 1883 – Professione “molinaio” – Matricola n° 18201 bis – Iscritto nel Comune di Sovizzo.
Dopo alcuni rinvii si presenta alla visita di leva il 3 Luglio 1916 (ha quasi 33 anni) ed è dichiarato soldato abile di Ia Categoria. Siamo in piena guerra per cui una quindicina di giorni dopo è chiamato alle armi per essere assegnato al 71° Reggimento Fanteria (Brigata Puglie) di stanza a Venezia, mentre il gemello 72° ha sede a Mantova. Dopo la necessaria istruzione, il 12 Novembre 1916, raggiunge il suo reggimento sul Carso. Nella precedente primavera di quell’anno la Brigata “Puglie”, che si trovava in Albania lungo il fiume Vojussa, è fatta rientrare in Italia e in autunno gode di un turno di riposo sulla linea del basso Isonzo tra le località di Chiopris, Gradisca, Viscone e Santa Maria La Longa. In questi luoghi resta acquartierata per istruzione e per un breve periodo ed è in uno di questi paesi che il fante Verlato Francesco si unisce ai compagni di reggimento. La Brigata Puglie nella tarda primavera del 1917 partecipa all’offensiva della decima battaglia dell’Isonzo a Sdraussina e a Medeazza. Dopo questa battaglia i fanti della “Puglie” vengono fatti spostare nelle retrovie a Santo Stefano, ma saranno di nuovo in prima linea il 17 Luglio a Castagnevizza in località Hudi Log (Bosco Malo). Uno degli innumerevoli vuoti nelle registrazioni dei fogli matricolari non permette di conoscere il momento del passaggio del fante Verlato al 160° Reggimento (Brigata Milano) che è pure dislocato sul Carso e sull’Isonzo sul Monte Santo, sul Monte San Gabriele e a Vodice. Si sa del suo nuovo inquadramento dall’Albo d’Oro dei Caduti che ne segnala la morte per malattia avvenuta il 14 Aprile 1918 in prigionia. I documenti del Distretto di Vicenza dicono che la sua cattura avvenne il 27 Ottobre 1917 durante i tragici avvenimenti di Caporetto (circa 300.000 soldati italiani fatti prigionieri tanto che la Brigata Milano nel Novembre 1917 fu sciolta). Al Comune di Montebello fu segnalata la sua morte, probabilmente in seguito alle numerose ricerche, solo qualche anno dopo la fine della guerra.
Morto il 14 Aprile 1918 come risulta dagli Atti di Morte del Comune di Montebello Vicentino Serie C – Vol, 1° – parte IIa – n°8 del 21 Ottobre 192(5)?
Tuttavia il paziente studio e le meticolose ricerche di Alberto Espen, nel suo libro “Cervarese S. Croce gioventù in battaglia” permettono di colmare alcuni buchi d ’archivio del soldato Verlato. Infatti la storia di Verlato Francesco è comune a quella del fante Grigolin Antonio, una delle tante narrate, per l’appunto, dall’esperto scrittore cervaresano.
In pratica il fante Grigolin Antonio, lui pure appartenente alla Brigata Puglie, al 71° Reggimento però, viene trasferito il 29 Maggio 1916 al 160° Reggimento (Brigata Milano), provvedimento che colpisce anche il fante montebellano Verlato. All’inizio di Giugno 1917 quattro battaglioni della “Milano” sono nelle trincee della selletta del Monte Kuk e del Monte Vodice, mentre i restanti sono tenuti di riserva a Zagomila. Una decina di giorni dopo la brigata Milano gode di un lungo periodo di esercitazioni nelle retrovie a Scriò. Seguono due mesi di infernali spostamenti e combattimenti per la Brigata Milano: i suoi fanti passano il fiume Anhovo, si attestano sul costone di Descla, occupano il paese di Lastivnica, con perdite di un migliaio di effettivi. Il 12 Settembre si sposta a Pod Sabotino e sul Monte San Gabriele. Il 27 Ottobre, in piena dodicesima ed ultima battaglia dell’Isonzo il 160° Reggimento del fante Verlato è sulle alture di San Nicolò a sostegno delle altre truppe italiane che stanno ripiegando. Presso la chiesetta di San Nicolò avviene uno scontro cruento durante il quale gli austro-ungarici catturano 600 prigionieri fra i quali sicuramente i fanti Grigolin e Verlato. Con la disfatta di Caporetto oltre 100.000 prigionieri non poterono far ritorno alle proprie case, finiti in chissà quale campo di concentramento dell’Austria, dell’Ungheria se non della Germania o della Bulgaria. Le autorità tedesche e austriache in molti casi non hanno saputo dare alcuna spiegazione sul destino toccato ai prigionieri italiani. Da alcuni documenti in possesso dei parenti del fante Verlato si desume che il luogo di prigionia sia stato in una imprecisata località dell’Ungheria, così almeno fa capire una richiesta di cibo e denaro inoltrata attraverso la Croce Rossa Ungherese mediante una cartolina postale con timbratura della città di Vienna.
Ringrazio i parenti del caduto in oggetto per avermi fornito queste Cartoline Postali che il loro caro scrisse alla moglie Albina il 10 Marzo e il 1° Aprile 1918. Erano passati solo quatto mesi dalla cattura quando il prigioniero Verlato Francesco, numero di matricola 021735, indirizzò alla sua famiglia questa accorata richiesta di denaro e pane. Era la terza volta che scriveva alla famiglia, probabilmente richiedendo sempre le stesse cose: denaro e alimentari. Non si sa se le due lettere precedenti siano mai arrivate a destinazione, o se pur in presenza di un riscontro da parte dei suoi parenti e da un successivo invio di soldi e cibo, questi non siano stati recapitati. Erano infatti frequenti i furti, sia in Italia che all’estero, delle missive destinate ai prigionieri di guerra, per il denaro che vi potevano contenere. Il suo luogo di prigionia era in Ungheria presso il campo di concentramento di Som… (illeggibile, forse Somorja o Somorje), peccato che il timbro di arrivo dell’Ufficio Postale di Montebello apposto proprio sopra la località di spedizione ne abbia compromessa la lettura. Da notare i due timbri triangolari apposti dalla “Zensur” (censura) austriaca della città di Vienna.1 Nelle poche righe che il prigioniero scrisse dal campo di concentramento ai suoi cari si legge tutta la sua disperazione. Il cibo scarseggiava e solo l’aiuto della propria famiglia poteva garantirgli la sopravvivenza. Pur a conoscenza che anche in patria la vita non era poi così facile, insisteva affinché la moglie trovasse in prestito i soldi che al suo ritorno avrebbe restituito. Forse non ricevette mai i pacchi che i suoi cari avrebbero incaricato la Croce Rossa di Lonigo di consegnargli. Nell’Aprile (Giugno ?) seguente purtroppo, forse a causa degli stenti patiti, Verlato Francesco moriva, ma solo qualche anno più tardi, dopo una speranzosa e vana attesa, la sua famiglia veniva informata del suo decesso.
(Dal libro di Ottorino GianesatoMontebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18”, 2014)

Note:
1) Questa parte del libro di Ottorino Gianesato è stata scritta nel 2012/2013. Nel 2014, sono stati pubblicati su internet parecchi elenchi di prigionieri italiani deceduti all’estero. Nel caso di Verlato Francesco si è potuto conoscere il suo luogo di decesso nonché della sepoltura: la città si chiama Samorin in Slovacchia un tempo chiamata Somorja quando apparteneva all’Ungheria. Numero d’ordine dell’elenco: 1804. Numero della sepoltura nel cimitero di Samorin: 1824.

Foto:
1) Francesco Verlato durante la Grande Guerra (cortesia Gianni Verlato – Rielaborazione grafica e restauro Umberto Ravagnani).
2) La cartolina postale inviata dal campo di prigionia alla moglie Albina (cortesia Gianni Verlato).

Umberto Ravagnani

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IL MERCANTE DI PREZIOSI

[198] LO SCONOSCIUTO MERCANTE DI PREZIOSI

 

Il 4 agosto 1572 il notaio montebellano Lelio Maistrello (o Magistrelli) si portò nell’albergo del suo paese per un evento insolito. Così ci informa il professionista stesso con le sue parole: mi recai nel luogo indicatomi dietro richiesta del signor Vicario (in quell’anno era in carica il nobile Gian Domenico Nievo – n.d.r.) per effettuare l’inventario dei beni di tale persona trovata morta nelle campagne di Montebello di cui si ignora il nome ed il cognome: 

  • Pontali d’arzento fornidi (laminati) d’oro n° 54 sopra due carte
  • Una perla da orecchia qual non si sa se sia bona o falsa
  • Monede 49 de’ più sorte d’arzento della grandezza de’ pichiorle (?) e parte minore (si deve trattare delle “pigorle così erano chiamati pizoli o ceci – n.d.r.)
  • Un busolo (vasetto) con 23 diamantini sopra una ciela (spessore) de’ cera rossa. Quali non si sa se siano boni o falsi
  • Un altro busolo con 16 diamantini sopra cera rossa della sorte ut supra
  • Un altro busolo con 3 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 9 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 4 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 4 diamantini senza cera
  • 26 diamanti et altre prede (pietre) de diverse sorte quali non sono conosciute se sian bone o false in una peza de’ ormesin negro (stoffa pregiata di seta leggera della città persiana di Ormuz – n.d.r.)
  • 20 rubini in bombaso bianco involti in una peza quali non si sa se sian boni o falsi
  • 4 pezette de ormesin con granadine dentro non conosciute se sian bone o false
  • Una pezetta de ormesin con alquante prede (pietre) verdi
  • Una perla della grandezza di un gran de fava
  • Un’altra perla più piccola con un poco de oro
  • 100 prede (pietre) turchine e d’altri colori
  • 100 prede piccole turchine da anello ligade in una pezza de volume e grandezza d’una nosa
  • 5 medaje de smalto sensa impronta (figura) turchine ed’altri colori
  • 6 para d’occhiali – Uno specchio de crestale (cristallo) senza cassa
  • 3 cavezzi de preda finta o sia de smalto simili a maneghi de cortelo
  • Una balanza con n° 10 marchi (pesi)
  • 10 medajete de diversi colori con destagi (intagli) messe in una scatoletta de corame (cuoio) appresso le balanze
  • 10 corniole schiette
  • Un calamaro de laton (calamaio di ottone), un paro de guanti e un coletto de corame
  • 4 sponghete (spugnette)
  • 63 perle ligade sopra un cartoncin
  • Una madonna d’oro con smalto con prede e con una perla in una scatoletta de corame

Le qual robbe soprascritte sono state messe in una valisa sigillata col sigillo del signor Vicario e consegnate a Zamaria Pichion, hosto a Montebello, presenti il signor Alessandro Scarioto, Bartolomeo Borion de’ Braghetti, Castellan de’ Castellani e Silvestro de’ Valentini. A quanto sopra descritto il notaio aggiunse:

  • Una spada, una casacca di foggia fiorentina, consegnate al detto hoste
  • Uno scritto di 4 scudi de’ quali è debitor Giacomo Tirabosco e consegnato ut supra

 Seguì la nota delle spese per la sepoltura ossia 4 Lire per la cassa da morto, Lire 0.6 in far cavar la fossa, Lire 1.4 ai becchini, Lire 0.4 per il trasporto in chiesa e Lire 3 al notaio.
Resta un mistero come il malcapitato mercante (fiorentino ?) fosse finito in mezzo alla campagna. Forse aveva cercato scampo nella fuga perché assalito da qualche bandito di strada, ma pur riuscendo a difendere i suoi preziosi, aveva dovuto poi soccombere a causa delle ferite che aveva riportato nell’assalto.

Riassunto ed elaborazione di OTTORINO GIANESATO dal suo lavoro: “MONTEBELLO NELLA QUOTIDIANITA’ DEL ‘500 “- 2010

Foto: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA VENEZIANA A MONTEBELLO

[196] UNA NOBILE VENEZIANA A MONTEBELLO (la chiesa della Madonna dell’Orto)

Negli atti notarili di qualche secolo fa spesso compaiono i nomi di alcuni misteriosi personaggi che incuriosiscono e stimolano la fantasia e la conoscenza del lettore. Così anche un normale testamento, che a prima vista sembra una banale elencazione di lasciti e legati, dopo piccoli e mirati approfondimenti, diventa un fiume in piena di notizie.
Come era arrivata a Montebello e chi era la nobile veneziana che durante il freddo inverno, il 12 gennaio 1551, ricorse ai servigi del notaio locale Francesco Azzo? Il suo nome era LAURA DUODO figlia del defunto Francesco Duodo, patrizio veneto, ed in seconde nozze aveva sposato il conte vicentino Bartolomeo Trissino. Il nobiluomo a Montebello possedeva, in comproprietà con il fratello Galvano, una quarantina di campi, una casa padronale e due altre piccole abitazioni.
Presso la casa del nobile Bartolomeo Cozza nella Contrà dei Monti, ovvero la strada che porta al castello, la donna dettò le sue ultime volontà al citato notaio locale in quella stessa abitazione che aveva spesso dato ospitalità a numerosi signori locali e non.
La nobildonna nominò suo erede universale il figlio Francesco avuto in prime nozze con Giovanni Cavazza di Venezia, e, dimostrando un grande attaccamento alla sua città lagunare di origine, volle che, dopo la sua dipartita, il suo corpo trovasse riposo nell’arca di famiglia esistente nella chiesa di Santa Maria in Orto (Madonna dell’Orto).
A Venezia il palazzo dei Duodo si trovava nella parrocchia di Santa Maria di Zobenigo. E’ memorabile il banchetto che il 20 febbraio 1532. Pietro Duodo del fu Francesco (forse fratello della testatrice) diede in questa sontuosa residenza Per il resto, i componenti di questa famiglia occuparono sempre posti molto importanti nelle sfere del potere veneziano: ambasciatori, provveditori, capitani, ma non divennero mai dogi.
Anche i Cavazza, da canto loro, ricoprirono alti incarichi in seno all’amministrazione della Serenissima, Purtroppo uno di loro, Nicolò, fu giustiziato nel 1532 per aver svelato all’ambasciatore francese i segreti della Repubblica, mentre Costantino, segretario del Consiglio dei X, pure lui accusato dello stesso reato, evitò contumace la condanna al bando perpetuo dalla patria.
Come ci riferisce lo storico veneziano Giuseppe Tassini nelle sue “CURIOSITA’ VENEZIANE” del 1863, la chiesa della Madonna dell’Orto detta anche di santa Maria Odorifera, si trova nel sestiere di Cannaregio. Anticamente era dedicata a san Cristoforo, protettore dei viaggiatori, ed aveva appresso un convento di frati. Prese il nome attuale dopo che nel 1377 era stata collocata nella chiesa una statua della Beata Vergine Maria che prima stava in un orto vicino. Come scrisse Marin Sanudo nei suoi “DIARI”, questa statua era stata commissionata dal “piovano di santa Maria Formosa a maistro Zuane de’ Santi”, ma non trovandola di suo gradimento l’aveva rifiutata. Ora trovandosi la scultura in un certo orto, la moglie del tagliapietra che l’aveva realizzata vedeva “gran luse sopra dita Madonna”. Da quel momento l’immagine fu considerata miracolosa e meta di pellegrinaggi. Per evitare disordini il vescovo del sestiere di Castello la fece collocare all’interno della chiesa.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una pittoresca veduta di Villa Carlotti-Miari e annessi di inizio Novecento. La mano indica dove, probabilmente, era situata l’abitazione dei Cozza secondo un’accurata indagine del prof. Luigi Bedin (vedi BEDIN L., “SANTA MARIA DE MONTEBELLO” vol II, Vicenza 2018, p.233) (Cartolina postale 1900 circa. Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’ANTENATO DEL CASELLO

[193] L’ANTENATO DEL CASELLO AUTOSTRADALE DI MONTEBELLO (dal “casotto” al casello)

La vicenda qui sotto narrata ebbe inizio nel 1795, circa un paio di anni prima della caduta della millenaria Repubblica di Venezia. In quell’anno si era proceduto alle ricostruzioni di alcuni ponti pericolanti di Montebello e di altri esistenti nel territorio sia vicentino che veronese. Soprattutto il ponte della Fracanzana da anni costituiva una vera spina nel fianco per la viabilità. Ne furono testimoni i numerosi interventi effettuati nell’arco di pochi decenni rivolti a mantenerne l’efficienza e garantire il traffico sulla Strada Regia che tagliava in due l’abitato di Montebello. In quel tempo mancavano purtroppo quei due chilometri circa di carreggiata che oggi uniscono il ponte del Marchese Malaspina a quello della Fracanzana sulla sinistra Chiampo. Ma queste opere misero in crisi le già povere casse di Vicenza, e non solo, al punto che fu necessario ricorrere ai prestiti di alcuni privati cittadini. Pertanto per ripianare i debiti, anche per il ponte della Fracanzana, si decise di istituire un pedaggio che in pochi anni avrebbe sanato ogni pendenza.
Nel 1796 ebbe inizio l’esazione del pedaggio con la sopraintendenza del perito montebellano Domenico Cenzati. Proprio il pagamento di 327 Lire effettuato dal citato professionista a favore di un non menzionato falegname per la consegna di un casotto di legno ad uso del pedaggere, fa credere che tutto procedeva per il meglio. Infatti nel mese di settembre 1796 le entrate del pedaggio furono di Lire 1830 (circa 300 Ducati). Non male se si pensa che l’intero ponte era costato circa 5202 Ducati, stessa cifra di quello del Marchese.
Il casotto di legno si rivelò da subito insufficiente e precario tanto da indurre le autorità a rimpiazzarlo con una costruzione più idonea. Nell’immediato non fu possibile l’erezione di un nuovo casello e l’anno seguente la caduta della Repubblica di Venezia e l’arrivo dei francesi di Napoleone complicarono non poco l’esazione del pedaggio. Al perito Cenzati risultò persino difficile e pericoloso portare a Vicenza i proventi del pedaggio a causa delle soldataglie francesi che non disdegnavano rapinare i viandanti.
Cinque anni più tardi la situazione migliorò e le autorità di Vicenza pensarono che era il momento propizio per dare vita al nuovo casello. A facilitare la sua realizzazione fu il riciclaggio di vecchie strutture lignee esistenti in città come “la cavallerizza che un falegname, per il prezzo di 325 Lire, disfece recuperando le assi dei solai e dei tavolati. Altri edifici di Vicenza dai quali si recuperarono dei materiali utili furono la dogana vecchia e la casara. Il 6 giugno 1801 alcuni carrettieri effettuarono sette trasporti di legname riciclato verso il ponte della Fracanzana che solo in qualche documento viene citato come ponte novo. Tra questi trasportatori: Girolamo Montagnolo, Battista Tortora, Giacomo Bressan, Giovanni Boribello, Francesco Camera e Bortolo Caltran. Nei giorni successivi le consegne dei materiali da costruzione proseguirono grazie ai carrettieri Pietro Camisan, Orazio Ferrari, Giovanni Boribello. Furono consegnati nei pressi del ponte della Fracanzana n° 15.000 coppi per il costo di Lire 120. Questi laterizi erano stati comprati presso le fornaci di via Cricoli a Vicenza (strada Marosticana n.d.r.) di proprietà dei nobili conti Trissino.
Alla messa in opera del nuovo casello parteciparono maestranze per lo più montebellane, tra queste: il manovale Zuanne Perin, i muratori Paolo Scaramella e Domenico Zamperetto, il trasportatore Francesco Stocchiero, Domenico Frigo, il manovale Domenico Milion e Giuseppe Fusa. Fu compito del muratore Domenico Zamperetto costruire un camino adatto per la cottura dei cibi e per il riscaldamento durante le fredde giornate invernali.
Alla fine dei lavori, il 1° luglio 1801, il casello fu affidato al Sindaco di Montebello, Giuseppe Miolato, che immediatamente produsse un inventario di quanto gli veniva consegnato.
Il casello misurava metri 6,40 X 360 ed era costituito da due stanze di diversa ampiezza e come dotazioni aveva una catena di ferro con un piantone e tre “cantili (pali di castagno – n.d.r.) La stanga o sbarra era stata costruita e fornita dal falegname Gio.Batta Frigo assieme ad altri manufatti di legno per i quali fu remunerato con Lire 43.10.1
Lo storico Giovanni Mantese nelle sue “MEMORIE STORICHE DELLA CHIESA VICENTINA” afferma che il pedaggio si protrasse fino al 1813, ma alcuni documenti spostano almeno di qualche anno la sua esistenza. Infatti nel 1817 il montebellano Vicenzo Zanuso, conduttore del pedaggio del ponte novo, entrò in conflitto con l’amministrazione di Vicenza per motivi economici. Le particolareggiate mappe austriache di quell’epoca indicano il ponte della Fracanzana come ponte del Dazio a conferma dell’esazione che vi veniva praticata per il suo attraversamento.

Riassunto di GIANESATO OTTORINO tratto dal suo lavoro “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI” – 2011

Disegno: Una ricostruzione della zona del Ponte Nuovo a Montebello nell’epoca dell’episodio narrato nell’articolo (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Note:
1) Il casello era ubicato approssimativamente dove, fino a qualche tempo fa, si trovava il caseggiato dell’A.N.A.S. (casa cantoniera), all’interno della quale venivano custoditi i mezzi e le attrezzature utilizzate per le operazioni di manutenzione delle strade statali. L’edificio è stato demolito nel maggio del 2019 (N.d.R.).

Umberto Ravagnani

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UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE

[191] UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE COMUNALE CINQUECENTESCA
(ossia appropriazione indebita di denaro pubblico fatta da dipendenti o amministratori)

Il 5 aprile 1579, il notaio montebellano Nicolò Roncà del fu Daniele fu testimone di una Convicinia (assemblea) straordinaria trascritta nel “Liber Collectarum” ossia Libro delle Riunioni (raccolta di documenti andata distrutta – n.d.r.).
Nell’assemblea furono eletti sette uomini per riesaminare quanto fatto e prodotto dall’Amministra- zione Comunale di Montebello nel periodo che va dal 1565 al 1578. Nell’occasione vennero pure nominati procuratori del Comune Gio.Pietro Barbizza e Marc’Antonio Valentini con il compito di comparire davanti ai Rettori del Territorio di Vicenza (Amministrazione Provinciale) e dare spiegazioni in merito alla sparizione di alcune pagine dei Libri Contabili Comunali che risultavano strappate.
Gli anni incriminati furono però solo tre: il 1565 quando fu esattore (Decano) Rizzardo Cazzolato, il 1567 quando lo stesso incarico venne ricoperto da Bernardino Magistrelli ed il 1569 con esattore (Decano) Chiarello de’ Chiarelli. Negli anni citati il notaio comunale era Gabriel Nardo.

L’ANTEFATTO
Tutto diventò più difficile quando, per la mancanza di quelle pagine, non fu possibile eseguire i conteggi necessari per la stesura del bilancio. Dell’oscura faccenda ne venne a conoscenza l’Amministrazione del Territorio (Provincia) che ora chiedeva chiare delucidazioni e giustificazioni.
A far scoppiare il bubbone fu l’esattore (Decano nel 1575 e 1578) Rizzardo Vivian, indicato come probabile autore della manomissione dei libri dell’amministrazione comunale che per mascherare le sue ruberie non trovò niente di meglio che far sparire le tracce del maltolto.
Pertanto gli intervenuti all’Assemblea pretesero che a Rizzardo Vivian fossero addebitate tutte le differenze e mancanze di cassa relative alle carte strappate contenenti numerose partite contabili.
Nel momento dell’Assemblea il Decano era Nicolò Rolandi e i consiglieri: Gio.Pietro Barbizza, Bernardin Gaboardo, Jeronimo Vivian, Francesco Miolo in nome di Paolo suo figlio e Giovanni Cazzolato in nome di Jacobo Zambelin.
Non si conosce l’epilogo di questa vicenda dai gravi risvolti penali. Comunque il principale accusato, Rizzardo Vivian, sparì dall’Amministrazione Comunale di Montebello e nell’agosto dello stesso anno morì a Montecchio Maggiore per mano dei Chiarello con i quali era in atto una faida.
Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Disegno: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL FRATE SPARITO

[189] LA SPARIZIONE DI FRATE LODOVICO DAL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

La storia della chiesa di San Francesco in Montebello, demolita nel 1909, è costellata di piccole e grandi vicende meritevoli di essere ricordate e tramandate. Qui di seguito è raccontato uno dei momenti più difficili (o forse comici?) che hanno segnato la vita di quella chiesetta. Avvenne che il 6 settembre 1560, il notaio Gabriel Nardo dovette mettere nero su bianco una denuncia di sparizione di un frate: “… nei giorni passati frate Lodovico Malacarne, guardiano del convento di San Francesco di detto luogo di Montebello, si assentò lasciando la chiesa e il Divino Sacramento senza celebrante e senza alcuna custodia. Della cui assenza gli uomini del posto non conoscono ragione, per cui fecero rimostranze al Decano di Montebello, essendo detta chiesa di San Francesco senza sostituti religiosi o sacerdoti che quotidianamente devono officiare messe e riti divini. Gabriel Nardo, Decano, Antonio Maistrello, Silvestro Chiarello, Antonio Braghetti, Bartolomeo Pelizon, Jeronimo Grattonato, Jacobo Cazzolato, Jacobo del fu Silvestro Nardi e Matteo dal Pissolo, tutti Consiglieri del Comune nominano procuratori: Fabio Sangiovanni, Gio.Paolo Da Porto, Vicario di Montebello, nonché Bartolomeo Cozza con Francesco del fu Miolo Valentini, affinchè si rechino dal Padre Provinciale dei Frati Minori e al Reverendissimo Padre Generale auspichino e chiedano un nuovo frate che venga a stabilirsi a Montebello per la celebrazione dei riti e delle messe, anche di un altro ordine religioso.” Questa richiesta dimostra il profondo attaccamento dei montebellani alla chiesa di San Francesco e ai pochi frati che la popolavano.
Comunque non sono noti i motivi del volontario e temporaneo allontanamento di frate Lodovico, né di quando fece ritorno a Montebello. Dai documenti notarili si sa che, 26 anni dopo, il religioso in questione era ancora vivo e vegeto presso il convento di San Francesco. Il caso volle però che nella tarda serata del 3 ottobre 1586, anniversario della morte di San Francesco avvenuta proprio in quel giorno del 1226, passasse a miglior vita proprio il Rev. Padre Lodovico Malacarne, di origine montebellana. Il giorno che seguì la morte del frate, festa di san Francesco, il Rev. Prè fra Michiel Angelo Mortasagna di Riva di Trento che da qualche tempo viveva nello stesso convento del defunto, ordinò che fosse fatto l’inventario “di tutte le robbe così spettanti al Culto Divino come d’ogni altra sorte lasciate dal Prè Lodovico. Presenti il Vicario di Montebello Oratio Nievo ed alcuni consiglieri del Comune.
Come si può capire, la sparizione fortunatamente ebbe una evoluzione positiva, dato che molti anni dopo il frate in questione era ancora là nello stesso posto da cui era scomparso, consentendo così ai posteri di godere dell’inventario, eseguito in sua mancanza, che svela completamente gli interni del piccolo antico convento e della sua chiesa completi di ogni arredamento e suppellettile. Secondo l’inventario del 1586, il convento possedeva una cucina, “una caneva e altre cinque camere” (ossia stanze), con all’esterno un portico. Il numero delle stanze non coincide con quelle riportate in occasione dell’Estimo del 1665/1670 e mancano altresì alcuni annessi (la stalla) che probabilmente con altri locali furono costruiti o rimaneggiati posteriormente alla morte di fra Lodovico.
Nell’Estimo seicentesco l’antico sito è infatti descritto come “una casa murata, cupata e solarata con 6 stanze in terreno (nell’inventario sono 6 stanze in tutto), con caneva sotto grande quanto occupano due camere, con 4 stanze in solaro, con granari sopra, con loggia davanti, sotto e sopra, con cortesella davanti, con una chiesa attaccata, con una casetta con 2 stanze murata, cupata e solarata della quale se ne serve di stalla, orto e riva con alquante piante di vite e frutti, può essere il tutto un campo e un quarto”.***

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Disegno: La Chiesetta di San Francesco a Montebello come doveva essere all’inizio del ‘600. Il convento di S. Francesco il 29 aprile 1656 fu soppresso dalla Repubblica di Venezia per sostenere la guerra di Candia. Il 10 settembre di quell’anno la signora Maria Ferrazza del fu Alvise di Montebello acquistava per la somma di 700 ducati l’Ospizio di S. Francesco con rive e orto annessi e cinque campi di pertinenza, nonchè vari livelli in genere ed in denaro. (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Note: *** La storia della Chiesa di San Francesco di Montebello è riportata in un altro articolo di AUREOS: “GHE GERA ‘NA VOLTA – La Chiesa di San Francesco (sec. XIII°)“.

Umberto Ravagnani

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GIUSEPPE CENZATTI

 

[187] GIUSEPPE CENZATTI MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALORE MILITARE

Figlio di Domenico e di Bevilacqua Maria.
Nato a Montebello Vicentino il 28 Novembre 1892.
Professione (non presente) – Matricola n° 25029 IIIa Cat.

La famiglia del giovane Giuseppe abita nella Contrà del Castello ed il padre risulta essere possidente.1
Il 1° Agosto 1912 alla visita di leva della sua classe gli viene riscontrata un’ernia inguinale sinistra (art.97) a causa della quale viene riformato.
Allo scoppio del 1° conflitto mondiale vengono riviste le regole della leva per l’urgente necessità di rinfoltire le truppe, ed in base al Decreto legge del 1° agosto 1915 si sottopone ad una nuova visita il 24 settembre di quell’anno. E’ ritenuto abile ed arruolato di IIIa Categoria in quanto primogenito di padre entrato nel 65° anno d’età.2 Giusti due mesi dopo è chiamato alle armi, La sua alta statura (m. 1,80 e mezzo, ma alla prima visita era m. 1,79) lo fa arruolare nel 2° Reggimento Granatieri di stanza a Roma che comunque appartiene al Corpo della Fanteria. Il 28 Aprile 1916 viene promosso Caporale ed il 16 Giugno seguente è in zona di guerra. Solo pochi giorni prima quasi 4500 granatieri su 6000 che ne contava l’intera Brigata si erano immolati sull’Altopiano di Asiago e soprattutto sul Monte Cengio.

Il Granatiere Cenzatti inizialmente giunge nella zona di Grisignano di Zocco dove la Brigata dei Granatieri dopo la falcidia patita sull’Altopiano di Asiago si sta ricostituendo per rientrare poi, dopo il 6 Agosto, sul fronte del Carso. Dopo appena qualche giorno di partecipazione ai combattimenti muore in uno di questi sul Monte San Michele (fronte dell’Isonzo), come da Atto di Morte inscritto al n° 732 del Registro degli Atti di Morte del 2° Reggimento Granatieri – 14 Agosto 1916. Più precisamente, come scritto nella motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’Argento, la morte lo coglie ai piedi del Monte Pecinka che con il Monte Veliki Hribach il 13 e 14 Agosto era stato teatro di infruttuosi e sanguinosi attacchi degli italiani. È decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare perché “giunto presso una trincea nemica con i pochi granatieri rimastigli della propria squadra e con pochi altri ch’egli aveva raccolti, quasi circondato da un contrattacco nemico, resisteva eroicamente fino al sopraggiungere dei rincalzi. Cadeva poco dopo colpito a morte – Monte Pecinka 14 Agosto 1916”. Gran parte dei Granatieri, Cenzatti Giuseppe compreso, sono sepolti nel Sacrario di Redipuglia Comune di Fogliano-Redipuglia.

Da “Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18” di Ottorino Gianesato

Note:
1) Dall’Anagrafe parrocchiale di Montebello Vicentino del 1899 risulta che era l’ultimo di sette fratelli. Guglielma, la sorella maggiore nata nel 1880, è stata una scrittrice e critica letteraria di primo piano all’inizio del Novecento. Con il nome di Guglielmina Cenzatti ha firmato il suo più importante lavoro: “Sulle fonti della intelligenza” nel 1906. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Montebello (n.d.r.).
2) In realtà il primogenito maschio fu Guglielmo, nato nel 1882, ma egli morì all’età di 18 anni nel 1900 (n.d.r.).

Foto:
1
) Cartolina postale che mostra la tomba di Giuseppe Cenzatti prima del suo trasferimento in un loculo all’interno del sacrario di Redipuglia (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Giuseppe Cenzatti in una rara immagine di quando aveva circa 20 anni (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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MALEDETTA STRADA STRETTA

[185] QUELLA MALEDETTA STRADA STRETTA

Il 19 Dicembre 1793 Francesco Galiotto da Montecchio Maggiore si stava recando a Montebello, con alcuni suoi congiunti, conducendo due carri di fieno. I due pesanti mezzi furono raggiunti da un più veloce carretto tirato da due cavalli e condotto da Bastian Pesavento di Montebello. Quest’ultimo voleva poterli sorpassare, ma non fu possibile perché in quel punto la strada si restringeva. I parenti del Galiotto dissero che a loro giudizio poteva passare senza per altro andare coi cavalli contro i rovi ai lati della strada, ma non fu dello stesso avviso il Pesavento. Si fece allora avanti Francesco Galiotto che guidava il secondo carro e con una “fossina” (forca) sulle spalle gli si parò davanti. Alla vista del nuovo venuto il Pesavento esclamò “mostro della Madonna” e contemporaneamente, estratta una pistola, lasciò partire un colpo che ferì il Galiotto. Ma costui, seppur ferito, lo disarmò e con la stessa arma gli vibrò alcune botte sulla testa. Quindi, i due avvinghiati come serpi, caddero nel fosso, il Pesavento sotto ed il Galiotto sopra che seguitava a tempestarlo di colpi con il calcio della pistola finché questa non si spezzò in due. Il Pesavento, ormai sopraffatto, estrasse dalla “scarsella” (tasca) un coltello con quale ferì a morte il suo antagonista. Si fece poi strada vibrando fendenti contro il padre ed un fratello della vittima senza colpirli e scappò. Fu inseguito e raggiunto dai due che lo catturarono e malmenarono e lo condussero nella prigione di Montecchio Maggiore.
Dopo l’inevitabile processo fu assolto per aver agito in stato di legittima difesa.

Tratto da: “Il ‘700 giorno per giorno” di OTTORINO GIANESATO

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani

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UNA DONNA CONTESA

[184] L’ALBERGO, IL MERCATO E UNA DONNA CONTESA

I rogiti cinquecenteschi del notaio Nicolò Roncà non sono solo semplici e freddi documenti, ma spesso costituiscono una finestra aperta sulla vita e le vicende della comunità montebellana.
Nel 1559, tale Silvestro Bettega detto “Tamagno del fu Stefano, era il gestore dell’albergo di Montebello. Proveniente da Fossacan di Lonigo, non si poteva certo lamentare degli introiti garantiti dalla numerosa clientela del suo albergo.
Dei cospicui ulteriori guadagni possibili se ne accorse anche Antonio del fu Francesco detto Fetta” de’ Miolati, che considerando la grande mole di persone che transitavano per Montebello, di molto superiore alla capacità ricettiva dell’albergo, pensò di aprire un nuovo esercizio nella sua casa. Per realizzare la sua idea doveva però chiedere il permesso, a pagamento, al gestore del citato albergo locale.
Silvestro Bettega accettò la proposta per la cifra di Lire 12 mensili con inizio del contratto dal giorno 15 febbraio 1559 e validità fino alla fine di dicembre dello stesso anno. Impose però delle limitazioni: Antonio non avrebbe potuto dare né alloggio né cibo ai forestieri transitanti da Verona a Vicenza e viceversa. E non ultimo avrebbe potuto esercitare l’attività di albergatore solo con quei viandanti provenienti dai paesi limitrofi che sarebbero stati presenti a Montebello per il mercato con l’obbligo di vendere il vino allo stesso prezzo praticato dal suo albergo.
Questo documento del 1559 conferma che a Montebello si teneva il mercato più di cento anni prima di quello ufficialmente istituito con il permesso della “Serenissima Repubblica”, e reso possibile con l’allargamento della piazza praticato nella seconda metà del ‘600.
Si sa che tre anni più tardi Silvestro Bettega era ancora in affari a Montebello. Infatti nel 1562 Silvestro era presente alla lettura della sentenza arbitraria emessa dai giudici Domenico Nievo, Fabio Sangiovanni e Francesco Sala al termine di una vicenda dai contorni non proprio chiari.
Tutto fa supporre che, causa del contendere tra Domenico Galiotto e Stefano figlio Silvestro Bettega detto “Tamagno”, sia stata Bartolomea figlia di detto Domenico e moglie di Francesco di Gasparo Nardi.
Il Notaio Roncà dice che la lite riguarda certe differenze. Nel linguaggio notarile di quel tempole differenzealtro non sono che i danni materiali e morali che devono essere ripianati dalle parti colpevoli.

Poiché i giudici sentenziarono che Bartolomea avrebbe dovuto vivere con il marito Francesco e che i contendenti avrebbero dovuto riporre le armi, tutto fa credere che ci troviamo davanti ad una mancata promessa di matrimonio o ad un tradimento (il 1562 e 1563 sono gli ultimi anni del Concilio di Trento in cui si dettano nuove regole per il matrimonio). Si ipotizza pertanto che Bartolomea fosse stata ambita da due diversi pretendenti o che forse avesse lasciato Stefano Bettega. L’unione della citata donna con Domenico Nardi aveva scatenato l’ira del pretendente rifiutato (Stefano) che non si rassegnava al voltafaccia e minacciava l’uso delle armi.
I giudici ordinarono a Domenico Galiotto (detto Pelizon ?) di pagare al Bettega 100 Ducati entro il mese di aprile di quell’anno ed altri 40 Ducati a Gasparo Nardi, padre di Francesco, per le spese giudiziarie sostenute. Condannarono poi Gasparo Nardi e Silvestro Bettega a pagare gli arbitri convenuti come segue: 3 capretti – 3 pezze di formaggio di pecora da libbre 6 l’una – 3 mazzi di asparagi “domestici” nel termine di tre giorni. Condannarono Gaspare, Silvestro, Stefano e Domenico a pagare il presente notaio con 2 Scudi d’oro, 2 paia di capponi nonché 12 Grossi (48 Lire) per l’onorario dell’Ufficiale.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una cartolina postale di Montebello Vicentino dei primi anni del ‘900. A sinistra il famoso albergo Due Ruote che si dice abbia ospitato anche Gabriele D’Annunzio con Eleonora Duse nei loro incontri amorosi. Da notare il bellissimo balcone con il parapetto in ferro battuto ancora oggi visibile (APUR – Umberto Ravagnani).
Umberto Ravagnani

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MONTEBELLANI … AL MARE

[181] 1568 – MONTEBELLANI … AL MARE

Nei secoli passati erano rarissimi gli abitanti della pedemontana veneta, e non solo, che avevano avuto la fortuna di aver visto il mare. Per alcuni montebellani l’occasione di raggiungere la riva dell’Adriatico si presentò nel 1568, quando, in ottemperanza ad un ordine del Doge di Venezia, dovettero recarsi nel luogo detto “Porto di Cortellazzo”.
Di questo ci informa Nicolò Roncà, è il notaio di quell’epoca, che il 7 gennaio 1568 redasse un documento con il quale il Comune di Montebello nominava e dava incarico a Silvestro figlio di ser Francesco de’ Chiarelli e al decano-esattore Paulo Miolo de’ Valentini di raggiungere quella località. Il loro compito era visionare quella porzione di terreno assegnata al Comune di Montebello che in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero dovuto scavare per contribuire a realizzare un canale. Il rogito notarile ci dice solo questo, ma è certo che la visita dei due rappresentanti del Comune di Montebello fu seguita, qualche tempo dopo, dagli uomini del paese trasportati da carri trainati da animali, carichi di pale, picconi e carriole. Il trasferimento deve essere durato almeno qualche giorno, ma alla fine gli operai incaricati raggiunsero la località marina per iniziare i lavori di sterro. Non fu certo una vacanza!
Da molti anni la Repubblica di Venezia tentava di risolvere il problema dell’interramento della sua laguna, ma inutilmente. Il colpevole era soprattutto il Piave che provocava numerosi e pericolosi trasporti di terra in laguna con conseguente innalzamento delle acque, ma anche il Bacchiglione, per lo stesso motivo fu oggetto di interventi e modifiche idrauliche. Già nel 1440 la Serenissima fece chiudere alcuni “sfoghi” che il Piave aveva sulla sua destra e mise in funzione la Tajada de rede o Taglio del re che da san Donà a Passarella deviava le acque del fiume in eccesso verso l’esterno della laguna. Si ampliò con grandi escavazioni un tratto del Canal d’Arco che si raccordava ad altri che sfociavano a Cortellazzo, La realizzazione di questa grande opera durò un secolo e fu ultimata da Alvise Zuccarini, da cui il nome di “Cava Zuccherina”. Il progressivo interramento ne provocò però la scomparsa in meno di 50 anni, e già nel 1560 si era proceduto a una nuova regolazione del Piave. In seguito, nel 1595, Venezia al suo posto fece scavare l’attuale canale “Cavetta” inaugurato nel 1601.
Nei trent’anni che precedettero l’arrivo dei succitati montebellani a Cortellazzo, in territorio trevigiano (da Fagarè di San Biagio di Callalta fino a Torre di Caligo), fu eretto l’argine di “San Marco” che aveva la caratteristica di possedere l’argine di destra (verso la laguna) più alto di circa m. 1,40 di quello opposto. Giusto per permettere che le acque tracimanti fossero dirette lontano dalla laguna. Quindi la Tajada de rede fu trasformata in uno scolmatore per convogliare le piene a Cortellazzo attraverso Passarella, Cà Pirami e Gajola (1565 – 1579) nel periodo in cui anche Montebello diede il suo contributo umano per la sua costruzione. Come sopra ribadito, questo intervento idraulico non produsse gli effetti auspicati costringendo le autorità a deviare le piene del Piave verso le paludi di Eraclea, che divennero un lago le cui acque lambivano Caorle.
I realizzatori di queste opere idrauliche e di altre come fortificazioni, strade e ponti erano dei soldati-lavoratori detti “guastadori” le cui armi erano vanga, piccone e carriola, precursori dei soldati della Grande Guerra 1915-1918 inquadrati nel Genio zappatori, pontieri, minatori. I documenti che parlano dei “guastadori”, almeno per Vicenza e provincia, sono pochi e poveri di notizie.
Si sa però da una leva di “guastadori” del 1580 che il loro impiego era massiccio. Anche il Vicariato di Montebello, ebbe in quell’anno, ed in quelli successivi, alcuni suoi abitanti arruolati “a cavar fosse” (Palmanova). I loro nomi: Salvestro del fu Antonio Nardo, Piero del fu Domenego Munaro, Polo del fu Marendolo Cazzolato, Paulo del fu Nadal Cenzato e Zuane del fu Iseppo Bonadè. In occasione dell’escavazione delle fosse di Palmanova gli uomini arruolati ed impiegati in quella mansione furono 7.000 in tutta la Repubblica di Venezia, di cui 770 provenienti dal territorio vicentino.
La paga che veniva assegnata ai “guastadori” era di 16 Soldi al giorno per i primi due mesi e Soldi 20 (pari a 1 Lira) successivamente.

Tratto da “Miscellanea di storia montebellana” e “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Cortellazzo (VE) alla destra del Piave nel punto in cui il fiume sfocia nell’Adriatico.
Umberto Ravagnani

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UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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IL PONTE DEL MARCHESE

[171] IL PONTE DEL MARCHESE A MONTEBELLO

Il ponte del Marchese che, attraversando il Torrente Chiampo al termine di Via XXIV Maggio, conduce fuori Montebello centro verso Vicenza, ha una lunga storia. Molto importante per Montebello, questa struttura, è stata più volte riedificata nel corso degli ultimi secoli a causa dei danni subiti dalle frequenti piene del Chiampo. La prima domanda che viene spontanea è: perché viene chiamato così? Chi era questo Marchese? Dalla ricerca del nostro socio Ottorino Gianesato vi presentiamo, questa settimana, una piccola parte della lunga e travagliata storia di questo ponte, legata per molto tempo alla nobile e potente famiglia dei Malaspina.

 

« I MALASPINA RIVENDICANO LA PATERNITÀ DELL’OMONIMO PONTE

Passati alcuni anni dalla costruzione del ponte sul Chiampo, i Malaspina furono costretti a produrre un documento attestante il loro risolutivo intervento nell’edificazione dell’opera stessa e di alcuni altri edifici nelle immediate vicinanze. Probabilmente questo atto, redatto dal notaio montebellano Chiarello Millioni, si rese necessario per fugare alcune obiezioni sollevate dalle autorità vicentine.

Montebello 6 Novembre 1704

In Montebello nella Contrà della Piazza, in casa di me nodaro. Presenti: Batta di Bello del fu Martin e Domenico figlio di Lorenzi Repelle, testimoni rogati. Nel qual loco personalmente costituiti magistro Costante Mantese, marangon, Giacomo Baschiera, muraro, Nicolò Desidera e Bortolo di Grande, et a requisizione del signor Marchese Hippolito Malaspina, dì espressione della pura verità, hanno deposto alla suddetta presenza di me nodaro con suo giuramento prestato “tactis manibus script…(ponendo le mani sui libri sacri — n.d.r.) che il detto signor Marchese Hippolito, in diversi tempi per il passato, ha fatto fabbricare a beneficio della discendenza e primogenitura le qui sottoscritte fabbriche e ciò è cognito per aver essi in parte lavorato in dette fabbriche pronti ad attestar questa verità come meglio comandasse la Giustizia.

– Il ponte sul torrente Chiampo sopra la Strada Reggia costruito dai fondamenti, havendo quello allontanato dalla casa dominicale, che altrimenti se fosse stato fabbricato nel sito vecchio sarebbe stata come sepolta dalle pontare,
– Parimenti aver riedificato la fabbrica detta il Chanevone, fienile portico posto di sopra al mulino in faccia alla casa dominicale con spesa considerabile,
– Una barchessa contigua alla casa dominicale e stalla dei cavalli, diroccate da rotta del torrente Chiampo, alzando il fondo di detta barchessa con quantità di terra più due volte i muri di cinta della corte della casa dominicale gettata a terra dalle rotte del Chiampo,
– Parimenti aver detto Marchese Hippolito alzati gli usci e finestre della casa dominicale e camere dabbasso, et invece di salezà di quarelli fatto far il suo battuto, e ciò per elevar dette camere come sepolte,
Più aver riedificato la casetta del mulin in faccia a detta casa dominicale quella alzando con li molini stessi, e rosta a causa dell’innalzamento dell’alveo del torrente,
Item, un camerino a volto nella suddetta casa.

Chiarello Millioni, nodaro

Ma nonostante tutte le precauzioni prese dal Marchese Malaspina a salvaguardia e sicurezza dei suoi beni, nell’Ottobre 1706 una nuova rotta dell’argine verso Montebello, a monte del ponte, devastò parte dei fabbricati e procurò gravissimi danni alla Strada Regia e ai Quartieri della cavalleria. Il ponte tuttavia non subì danni. Dopo questa data non ho trovato notizie di interventi al ponte del Marchese almeno fino al 1795, quindi circa dopo un secolo dalla sua riedificazione, quando con il “gemello” ponte della Fracanzana dovette essere ricostruito. »

Foto: Il ponte del Marchese in una cartolina postale dei primi anni del Novecento. Dietro il ponte, sulla destra, si può notare l’antica “caneva” dei Malaspina, oggi chiamata “Le Towers” (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Disegno: Il ponte del Marchese Malaspina dopo la ricostruzione del 1692 in un disegno di Ottorino Gianesato.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI“)

Ottorino Gianesato
Umberto Ravagnani

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ANCORA SUI DANNI DI GUERRA

[123] EFFETTI COLLATERALI DEI BOMBARDAMENTI AEREI A MONTEBELLO VICENTINO NELLA IIa GUERRA MONDIALE

Anche per la scuola elementare di Ca’ Sordis di Montebello, quell’ottobre 1944 fu un periodo di trepidazione e, probabilmente, anche di angoscia. La maestra Elena Camillotti Capitanio (1), che nell’anno scolastico 1944-45 seguiva le classi IIIa e IVa miste, scrisse queste parole nel suo “Giornale di Classe“:
16 ottobre – In seguito al bombarda-mento di ieri sulle contrade vicine, trovo presenti solo 2 scolari. Molti sono sfollati, altri si preparano a partire.
17-18-19 ottobre – Nessun presente
20 ottobre – Presenti uno scolaro di IVa e la sorellina di Ia.
28 ottobre – Fino ad oggi nessuno scolaro si è più presentato … (2)

Pochi mesi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per i montebellani che avevano subito dei danneggiamenti causati dai bombardamenti aerei, iniziò il travagliato iter burocratico e amministrativo per ottenere un giusto risarcimento. Un percorso denso di ostacoli rappresentati dalle innumerevoli perizie ora di questa autorità, ora di quell’altra che a distanza di dieci anni dalla fine della guerra non aveva prodotto ancora effetti importanti.

Tra i proprietari di case e terreni più gravemente colpiti dalle bombe ci furono Schio Francesco e Federico fratelli di Eugenio caduto per la Patria nella Prima Guerra Mondiale (3). Durante il bombardamento del 15 ottobre 1944 e gli altri che seguirono, il fabbricato rurale di Francesco Schio venne letteralmente distrutto, fatta eccezione di pochi metri cubi di muratura. A causa di questo disastroso evento allo sfortunato agricoltore, rimasto senza casa, non restò altro che trovare accoglienza presso alcuni conoscenti di Madonna di Lonigo. Come se non bastasse, la mala sorte si accanì sui suoi terreni già bombardati coprendoli di ghiaia depositata dal torrente Guà attraverso un varco dell’argine sinistro causato dallo scoppio delle bombe sganciate dagli aerei alleati.
Francesco Schio, già il 31 Luglio 1945, presentò una prima richiesta di risarcimento per danni di guerra all’Intendenza di Finanza di Vicenza con allegata anche una lista dei beni mobili danneggiati o distrutti con la sua casa sita in Via Ronchi al civico n° 6 con relativi disegni dello Studio Tecnico dell’Ing. Augusto Tonelato. Preventivo di risarcimento per un totale di Lire 910.124 comprensivo anche dei beni quì sotto descritti:

– 2 fusti per vino vuoti
– 7 arelle (graticci) con relativi scheletri (telai, supporti)
– 40 tavole da opera di oppio (acero)
– una seminatrice
– una cucina economica
– un letto a due piazze di noce
– un letto di ferro a una piazza
– una cassa di biancheria
– un armadio di noce

Il 2 maggio 1946 con la domanda n° 17354, inviata sempre all’Intendenza di Finanza di Vicenza, Francesco Schio produsse una relazione dei danni subiti dai suoi campi ubicati nelle Contrade Ronchi e Frigon coltivati a vigneto, seminativi e a pascolo, completamente ricoperti da uno strato di ghiaia di un metro.

– abbattimento di 1 noce, 10 meli, 5 peri, 1 acero, 3 olmi, 170 viti,
– apertura di 6 crateri di 10 metri di diametro causati dal bombardamento

Stima dei danneggiamenti vari Lire 100.000 (riparati negli anni 1947-48)

Purtroppo Francesco Schio nel corso del 1950 venne a mancare senza poter vedere le sue richieste soddisfatte. (Questo è quanto evidenzia un documento dell’Ispettore Agrario Compartimentale delle Venezie del Ministero dell’Agricoltura inserito nella relazione del 1956 fatta dall’Intendenza di Finanza di Vicenza tramite il Comando della Brigata Volante della Guardia di Finanza di Lonigo).

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 70)

In data 18 aprile 1946 anche il fratello Federico presentò una perizia dei danni:

riempimento dei crateri prodotti dalle bombe m3 686 con una spesa di Lire 41.160
– viti fruttifere in accrescimento n° 269 a lire 80 l’una
– meli e peri del diametro di 15 cm. n° 8 a Lire 300 l’uno
– aceri del diametro medio di cm. 15 n° 24 a Lire 150 l’uno
– aceri (allevi) n° 13 a Lire 50 l’uno

Danni subiti dalle case al civico n° 8 di via Ronchi:

– un fusto da 3 ettolitri di vino
– un fusto da 4 ettolitri vuoto
– 2 fusti da 2 ettolitri vuoti
– un tino da 6 ettolitri
– 2 mastelli
– un telaio per bachi
– un relino (piccola arella)
– una carriola
– 6 quintali di granone
– 4 quintali di frumento
– un maiale da Kg 180

Preventivo riparazione della casa Lire 320.000.

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 75)

Note:
(1) Nel libro CARTOLINE CHE RACCONTANO … di Umberto Ravagnani, sono riportate le vicende storiche della sua famiglia. Amici di Montebello, pag. 33, Montebello Vic., 2014.
(2) Dal libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE Dl MONTEBELLO VICENTINO di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa, Amici di Montebello, pag. 212, Montebello Vic., 2018.
(3) Una breve storia di questo valoroso soldato montebellano, morto nel 1920 per cause di guerra, è riportata nel libro di Ottorino Gianesato I SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18 a pag. 319, Amici di Montebello, 2014.

Foto: Le Contrade Ronchi e Frigon di Montebello Vicentino, a causa della loro vicinanza alla linea ferroviaria, furono colpite duramente nei bombardamenti aerei verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

AI LETTORI:
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IL FURTO COME SECONDO LAVORO

[120] IL FURTO COME SECONDO LAVORO

Nel 1770 Cosimo  Pegoraro detto “Napoli” di professione “molinaro”, da Arzignano, era solito passare le feste in osteria “da consumar l’intero suo guadagno”.
Per meglio supplire, o meglio arrotondare, si recava al ponte di Zermeghedo in compagnia di altre persone, cosa che fece anche la sera del 25 Febbraio mettendosi sull’argine sinistro del Chiampo ad aspettare i passanti per derubarli. Al passar di Stefano Garzetta che se ne stava tornando a Montebello, uscì  da sotto il ponte dove si era nascosto e,  con la minaccia di uno stilo,  lo derubò di 6 Lire. Voleva togliergli anche il gabbano (pastrano, soprabito – ndr) e le fibbie, ma desistette perché giudicò il tutto di scarso valore. La stessa sera transitò anche Giacomo Timinello da Montebello, ed i malviventi usciti allo scoperto lo costrinsero a cedere i denari, circa 70 Lire. Nella borsa teneva anche un mandato di Licenza Vescovile ed un altro cappello che i lestofanti volevano sottrargli. Cedendo alle insistenti proteste del derubato vi rinunciarono.
Il 28 Febbraio, sempre al Ponte di Zermeghedo, passò il chirurgo di Montebello Antonio Mariotti che, assalito da quella masnada, fu minuziosamente palpato ed infine l’ammanco fu di 8 o 9 Lire  di “petizze” (monetine) ed un fazzoletto d’Indiana turchina del valore di 4 Lire.
Cosimo Pegoraro in seguito alle numerose denunce fu riconosciuto ed arrestato. Fu bandito dalla Serenissima per 10 anni.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

AI LETTORI:
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UN MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI

[115] UN DIRETTORE SCOLASTICO MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI

Mons. ANGELO ARGUELLO (1)
Arciprete della Parrocchia di S. Maria del Rosario e Beato Bertrando di Fontaniva
(dal 1909 al 1943)

Il detto “nemo profeta in patria” ben si addice a Mons. ANGELO ARGUELLO, figura di spicco nel panorama dei personaggi originari di Montebello che si sono distinti altrove, ma purtroppo spesso dimenticati nel paese natale. Angelo (Augusto, Giuseppe) Arguello nacque a Montebello Vicentino il 4 Maggio 1871 da Giacomo e Maria Giovanna Colla, una coppia che si era unita in matrimonio nel 1861.
Fu ordinato sacerdote nel 1893 e iniziò la sua cura d’anime ad Arzignano come cappellano. Qui vi rimase solo un anno per trasferirsi poi ad Arsiero per dedicarsi soprattutto all’insegnamento elementare. Per le sue indiscusse capacità organizzative nel campo scolastico, venne nominato Direttore Didattico di tutte le scuole pubbliche della vallata dell’Astico. Il suo incarico e soggiorno ad Arsiero cessarono nel 1909.
Nell’ottobre dello stesso anno venne nominato Arciprete della parrocchia di S. Maria del Rosario e Beato Bertrando di Fontaniva, paese della sinistra Brenta in Provincia di Padova, ecclesiasticamente appartenente però alla Diocesi di Vicenza.
Come persona competente ed esperta del mondo della scuola, ricevette l’onore ed onere di insegnare religione e, nel contempo, diventare membro della commissione di vigilanza sull’adempimento dell’obbligo all’istruzione elementare. Grazie al suo intervento, le classi, che affollavano le poche aule disponibili anche con 80 alunni, poterono essere divise in due, consentendo così un miglior profitto scolastico.
A soli due mesi dal suo arrivo a Fontaniva, istituì una scuola serale per venire incontro alle esigenze dei lavoratori che non possedevano la licenza elementare.
Due anni dopo il suo arrivo a Fontaniva, nel 1911, manifestò al Sindaco l’idea e l’intenzione di istituire un “Asilo per l’Infanzia”: fu accontentato solo tre anni più tardi. Questa è solo una delle tante conquiste che don Angelo Arguello riuscì a raggiungere nella sua parrocchia, per non dimenticare la rifondazione della Banda Musicale prodotta nel 1912. Mancavano pochi anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, e ancora non si era esaurita la passione di don Angelo Arguello per le attività utili alla collettività. In questo lasso di tempo fondò l’”Unione Agricola” con lo scopo di permettere ai contadini la conoscenza delle recenti innovazioni tecnologiche di coltivazione della terra. Da questo sodalizio ebbero origine, poco tempo dopo, “Le Cooperative Agricole per la Fittanza Collettiva”.
Altra sua innovazione di successo fu la fondazione dell’Associazione pro-emigranti, ossia una scuola rivolta a quegli operai che si apprestavano a lasciare Fontaniva per andare a lavorare all’estero o nel triangolo industriale Genova – Milano – Torino.
Mons. Angelo Arguello, Arciprete Vicario Foraneo, nel 1929, fu nominato dal Vescovo CANONICO ONORARIO DELLA CATTEDRALE DI VICENZA.
Il suo apostolato proseguì intenso per ben 34 anni, ma alla vigilia dell’Assunta salì anche lui in cielo a prendersi la meritata ricompensa della vita eterna. Il 17 Agosto 1943, una folla strabocchevole e commossa, come mai si era vista, gli rese gli onori che competono solo ai grandi personaggi.
La sua figura eclettica è ricordata in una lapide posta sopra l’entrata nord della chiesa di Fontaniva.

Esiste un interscambio che lega i paesi citati in questo scritto: se un figlio di Montebello Vicentino resse la parrocchia di Fontaniva dal 1909 al 1943, un figlio di Fontaniva, l’Abate Carlo Nicolò Spinelli, fece altrettanto con la parrocchia di S. Maria di Montebello dal 1856 al 1858.

Note:
1) Don Marcello Rossi – FONTANIVA NELLA STORIA – 1993
(Le immagini della citata opera sono riportate con il placet del parroco di Fontaniva, Don Andrea).
(Comunicazione telefonica del 6 dicembre 2018)

Ottorino Gianesato (Complemento all’appendice del libro che sta per essere pubblicato La “Scuola vecchia” elementare di Montebello Vicentino di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa).

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