IL CASTELLO SUL PIATTO

[182] IL CASTELLO SUL PIATTO

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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LINO TIMILLERO, nostro compaesano emigrato in Australia nel 1967, ci ha inviato questo interessante articolo sul suo ricordo di Valerio Spimpolo eccellente artista che ha operato per molti anni a Montebello:

« Non era ancora cominciato l’Inverno quando si sentirono delle voci che, cosa strana, parlavano di una Mostra di Pittura… A Montebello! Il freddo non si era fatto sentire. L’Anno era 1966, alla metà di Dicembre. Già sapevo che sarei partito per l’Australia il Febbraio successivo. Ma non avevo ancora detto niente a nessuno dei miei amici. Conoscendo Valerio, gli chiesi se avrebbe esposto qualcosa di suo… Non era tanto tempo che Valerio si vedeva in giro. Da quando aveva terminato la “Naja”, non si vedeva molto. Durante il periodo in cui era con gli Alpini, accadde il disastro del Vajont… Con tutti quei morti…! Valerio dovette andar là con la sua squadra. A cercare le vittime…! Ad estrarle dal fango quando le trovavano…! Forse ne risentiva ancora!!! Adesso lavorava alla Fabbrica di Ceramiche, giù alla Fracanzana. La sera studiava per Posta. Qualche conoscente diceva che stava facendo un Corso con l’Accademia di Brera. Io non sapevo neanche di cosa si trattasse. Ma mi piacevano molto le ‘Miniature’ che vendeva. Erano vedute squisite. Di solito di tre misure da appendere al muro una vicino all’altra. “Vedute Barocche”: Torri diroccate, Palazzi e Ville in rovina con Statue nei Giardini…
Si rese libera una stanza proprio nella Piazza del Paese. Vicino al negozio della famiglia Clerici. E si venne a sapere che in quella stanza avrebbero allestito la Mostra di Pittura. Nelle settimane precedenti tale Mostra, Valerio mi disse che avrebbe fatto un Quadro da esporre. Mi disse che non aveva nessuna speranza di vincere perché già sapeva come andavano le cose con le Mostre Paesane. Io non capii cosa avesse inteso dire. Di Mostre, io, non ne sapevo certo nulla. La Domenica, predisposta per l’apertura della Mostra, arrivò. Ci fu un grande afflusso di persone, dalla mattina a tutto il pomeriggio. Alle 16 venne dichiarata la Vincitrice. Io ero entrato ed uscito dalla Mostra moltissime volte! Mi fermavo sempre a guardare il Quadro di Valerio! Tutti i Quadri esposti avevano il prezzo accanto. Quello di Valerio era di 80.000 Lire!!! Gli altri Prezzi arrivavano anche a 300.000 Lire!!! Io, alla Pellizzari, dovevo lavorare un mese per prenderne 60.000 di lire!!! Non dimenticatevi che sto parlando del 1966-67. L’anno dopo, iniziarono gli Scioperi e le Dimostrazioni Studentesche e chissà cos’altro. Io ero già in Australia!!! Prima della mia partenza, andai a casa di Valerio. Abitava con la sua mamma, in una casa nuova, poco lontano da casa mia. La sua casa era nella zona dove il Paese si stava sviluppando, con nuove Palazzine da tutte le parti. Raccontai a Valerio che sarei partito per l’Australia. Lui mi disse che, se me la sentivo di andare via, mi augurava tanta fortuna. Gli ricordai che il suo Quadro, quello che io speravo “non” vincesse, mi piaceva molto, moltissimo. Però non avevo 80.000 lire per acquistarlo! Lui mi disse che, se non avesse messo il Prezzo un po’ alto, si sarebbe pensato che lui stesso non valutava il suo lavoro!!! A me, lo avrebbe venduto per il costo della cornice, della tela e del po’ di colore che aveva adoperato!!! In tasca avevo 8.000 lire! Dissi a Valerio che avrei potuto comperare tre miniature. Lui mi chiese quanto avevo e mi consegnò le miniature ed il Quadro. “Così, ogni volta che lo guarderai penserai a me”. Mi disse proprio così Il Quadro rappresenta una Giovane a cui non si può dare un’età. Con i capelli un po’ lunghi e sciolti. E la ragazza del quadro ti guarda da qualsiasi parte tu guardi lei!!! Ora è appeso alla parete del salotto di casa nostra. È lì (con una nuova cornice), da quando, poco dopo sposati, mia moglie ed io acquistammo la casa dove viviamo da quasi 50 anni. Su di un’altra parete del medesimo salotto, è appeso anche il Piatto di ceramica sul quale Valerio dipinse per me il Castello di Montebello. Com’era circa 35 anni or sono!!! Questo dipinto lo fece quasi davanti ai miei occhi, nell’Inverno del lontano 1985- 86. Nel 1978, Valerio venne in Australia con la moglie Mary. Aveva un Agente Australiano che vendeva le sue Ceramiche in certi negozi a Melbourne. E venne a casa mia, con sua moglie. E si prese in mano il Quadro che mi “regalò” tutti quegli anni addietro! Lo spostava per vederlo con la differente luce, di qua e di là!!! Perfino l’Agente lo maneggiò. Al che io, preoccupato dissi: “In casa lo potete muovere dove vi piace. Ma non pensatevi di portarlo fuori dalla porta!!!” E tutti si scoppiò in una grande risata. La mia, di sollievo!!!

Valerio pitturò il Castello sul Piatto perché mio fratello, qui a Balgownie, dove abitava, aveva, su di una parete a casa sua un quadro col medesimo Castello. Mio fratello aveva dato una foto del Castello ad un Pittore amico della nipote, chiedendo di farne un quadro. Valerio aveva visto anche quello, facendo visita a mio fratello. Non era certo un capolavoro! Così, qualche anno dopo, quando gli ricordai del Castello di mio fratello, non mi lasciò neanche finire di parlare che mi promise di farmene subito una copia. Col Castello visto da casa sua!!! E mi disse che le due figure dipinte eravamo io e mia moglie Andreina! Quando Valerio e Mary sua Moglie erano a Sydney con il loro Agente, in uno dei più lussuosi negozi della città, dimostrarono la loro arte alle persone che passavano nel salone. L’Agente mi chiese se io avessi potuto stare con loro per aiutarli a rispondere alle domande di eventuali clienti. Io mi presi un giorno di ferie. Ottanta Km. di strada. Al negozio, ero con Valerio e l’Agente con Mary che pitturava le statuine di Ceramica. Valerio dimostrava come plasmava la Creta e creava le figurine!!! Le persone che guardavano, mi chiedevano le più svariate domande. Perfino se io conoscessi l’Artista!!! Quando raccontavo che venivamo dallo stesso paese ed eravamo praticamente cresciuti assieme, la voce si sparse e, specialmente le Signore, venivano a sentirci parlare. Con Valerio parlavo il nostro dialetto! Qualche Signora si accorse che non parlavamo Italiano. Come, non lo so. Forse era lei stessa Italiana! Ad ogni modo, posso dire che la giornata passò come un lampo! Le persone guardavano i due Artisti e chiedevano le più strane domande. Allora, il mio Inglese era passabile, ma mi arrangiavo abbastanza bene. Solo due volte, chiamai l’Agente, per delle difficoltà sul costo delle Statuette. Valerio mi disse che, se avesse saputo che mi arrangiavo così bene con l’Inglese, mi avrebbe portato con loro in tutte le Città Australiane dov’erano stati. ‘Channel Nine’, allora il più prestigioso Canale Televisivo in Australia, improvvisò una trasmissione con Valerio e Mary che dimostravano la loro arte. E c’erano due classi di studenti che studiavano Arte all’Università di Sydney presenti tra gli spettatori nello Studio. Li avevano presentati come: ”The Spimpolo’s! The Venetian Artists”!!! Mio fratello, che poteva permettersi di spendere più di me, ha delle Ceramiche fatte da Valerio Spimpolo, che valgono molto. E sono più grandi di quelle che sono a casa mia. Ma a casa mia c’è ancora il Quadro della Giovane con gli occhi che ti seguono. Ed il Castello di Montebello: Montebello Vicentino.
(Linus DownUnderLino Timillero Coniston 14-4-2019»

Umberto Ravagnani

Foto: In alto il piatto in ceramica di Valerio Spimpolo con il castello di Montebello (1988). In basso il quadro di Valerio Spimpolo raffigurante la giovane con gli occhi che ti seguono (Lino Timillero – Australia, elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

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IL CAPITELLO DI SELVA

[160] IL CAPITELLO Dl SELVA DI MONTEBELLO

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« É dedicato a Maria Libera. Un’anziana del luogo dice che è stato costruito nel 1866. Il dipinto è opera del pittore Lino Lovato e, più tardi, è stato restaurato da Michelangelo Valbona ».

L’attribuzione alla Madonna del termine ‘Libera‘ lo troviamo in molte comunità sparse in Italia, la più famosa delle quali è certamente quella di Benevento con la sua Maria Santissima della Libera dove apparve il 2 luglio 663 e la liberò, dall’assedio dell’imperatore bizantino Costante II. Considerando che l’anno presunto di costruzione del nostro capitello di Selva è il 1866, si può ragionevolmente supporre che l’attributo ‘libera‘ le sia stato dato in occasione della liberazione del Lombardo Veneto dalla dominazione austriaca.

Come già scritto l’attuale dipinto del capitello di Selva è stato realizzato da Lino Lovato che la nostra Associazione evoca proprio questa settimana con la Mostra-ricordo dedicata a lui. Riportiamo qui l’accurata descrizione dell’opera artistica di questo nostro compaesano, scomparso nel 1984, espressa da Cristina Crestani in occasione della mostra a lui dedicata nel 2007:

« LINO LOVATO Arte – vita – Arte
Disegni d’ornato e bassorilievi in gesso di putti danzanti decorano le pareti dell’aula; sulla cattedra troneggia il calco di una testa apollinea. Alcuni adolescenti, seduti su grezze panche, sono intenti a copiare oggetti semplici. Li sorveglia dal fondo della stanza il maestro, un ragazzo di poco più grande di loro, magro, alto, i capelli e gli occhi nerissimi, dall’aria seria, consapevole del ruolo. Così ce lo rimanda una foto dei primi anni ‘40, Il giovane Lino, non ancora ventenne, sostituiva nella Scuola d’Arte e Mestieri di Montebello l’insegnante di disegno richiamato alle armi. Aveva respirato il gusto per le belle forme, per la decorazione e la manipolazione della materia fin dall’infanzia, nella falegnameria del padre. Aveva affinato le sue qualità artistiche frequentando per quattro anni, dal 1939 al 1942, a Vicenza i Corsi di arte applicata condotti dal Prof. Benella. Successivamente, nello studio vicentino dello scultore Gino Tossuto, approfondiva la pratica delle tecniche scultoree e acquisiva conoscenze di anatomia. Le prime esperienze lavorative le fece nel laboratorio del padre, però l’intaglio decorativo del legno non poteva certo bastargli: troppe sensazioni, troppe emozioni e aspirazioni lo invadevano. Bisogna immaginarcelo, pieno di talento e di sogni, cercare una propria via negli anni plumbei del dopoguerra. Il fascismo, retorico e ridondante immagini magniloquenti, gli aveva certamente eccitata l’immaginazione, L’Italia del dopoguerra era tutta una maceria e la ricostruzione procedeva lenta, fatti di piccoli passi, di piccole cose: Lino ci si doveva adeguare. Alternava l’aiuto al padre ai bassorilievi di Madonne lignee, alla pittura di paesaggi e nature morte, a restauri di vecchi dipinti; decorava anche tessuti per freschi abiti estivi di vezzose fanciulle. Le prime opere pittoriche rivelano un’adesione al vero, il tentativo di dare anima ad oggetti di poco conto, legati alla quotidianità. Dipinge minuscole tele dove noci, mele, kaki, mandorle vengono minuziosamente indagati, interi o spezzati, con semi e bucce in evidenza; raffigura anche il suo violino. Amava quel violino, Nei momenti in cui anelava ad una maggiore intimità con se stesso, lo estraeva con delicatezza dalla sua custodia, lo appoggiava sulla spalla e suonava. Le dita affusolate districavano le note e i suoni acuti che faceva emettere allo strumento avevano assonanze con i suoi pensieri, anch’essi acuti, talvolta striduli. Convivevano in lui la consapevolezza del proprio valore e la sensazione di soffocare nel ristretto ambiente paesano. L’ansia di fare, di provare, di conoscere si smorzava, s’annacquava nel timore per un’impresa troppo ardua. L’inibizione diventava rovello, chiusura. Guardava alle immagini riprodotte nei testi d’arte, alla pittura italiana dei tempi andati, ai capricci settecenteschi, ai tenebrosi paesaggi romantici, poi si avventurava a cercar raffigurazioni di avanguardie moderne. Quello che riesce a captare lo stimola, lo eccita, cerca di imitarlo. Le sue prime prove moderne sono cubiste, con essenziali forme geometriche e la stesura piatta del colore. Attraverso questi studi muta il suo modo di vedere, l’immagine diviene essenziale, sintetica, egli realizza l’idea con immediatezza, con interventi minimi. L’osservatore si trova di fronte ad un risultato subitaneo, spontaneo, espressivo. Agli inizi degli anni ‘70 si specializza nell’esecuzione di lavori con la spatola, un attrezzo lungo e sottile che maneggiava con estrema maestria. E’ questo il suo periodo più fecondo, fatto di impressioni grumose di colore, di tocchi impercettibili, di vibrazioni di luce, di levità e materia all’unisono. Realizza un’infinità di tavolette con visi, paesaggi mediterranei dalle bianche casette baciate dal sole; lussureggianti boschetti di materia pittorica intrecciata, ingarbugliata; grigie periferie urbane, velieri trascinati dalla tempesta. Col passar del tempo la forma si dissolve sempre di più e lo stile di Lino va a sconfinare nell’espressionismo astratto, materico. Intitola le schegge di luce-colore. Esplosione.

Il mondo della sua infanzia e giovinezza è completamente mutato, gli amici con cui trascorrere le nottate a chiacchierare sono altrove impegnati, la società disdegna il culto del bello, è divenuta competitività, ricerca spasmodica dell’interesse. Lino alterna periodi di ignavia a giorni d’intenso lavoro. Poi porta le sue piccole opere al bar di fronte a casa le dona. Non riesce ad accomunare il suo lavoro, fatto con l’anima, frutto d’ispirazione e spiritualità, a qualcosa di venale. Non riesce neppure a pensare ad una mostra personale, né ad organizzarla. I fiori sbocciano, gli uccelli volano, i pesci guizzano nell’acqua: Lino dipinge con la stessa gratuità. La sua mente andava a San Francesco, al Discorso della Montagna, al Cristo che dipinge più volte Crocefisso. La spatola lascia segni concitati, rotti; i colori contrastanti urlano; l’opposizione dei bianchi col nero drammatizzano ancor più l’evento. La bellezza classica, inseguita negli anni giovanili, non è più raggiungibile, la realtà pare tutta frammentata e sulla tela si tramuta in schegge sempre più cupe e dissonanti. I suoi ultimi lavori sono sublimi: sfarfallii di disperazione d’un espressionismo di altissima qualità. Il disfacimento dell’uomo, del suo fisico e di ogni suo sogno, coincidono con l’assoluta purezza ed espressività artistica ».   Cristina Crestani

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di Selva di Montebello in una foto del 2010 (APUR – Umberto Ravagnani).

CHI ERA LINO LOVATO? (scarica la locandina)

 

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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BENEDETTO NIPOTINO

[129]CHE USA INTERNET PER FARMI RIVEDERE LA MIA MONTEBELLO! Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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« Par on vecioto come mi, la par na roba gnanca vera ca me metesse a parlare de la inter-net. Sì, cuela roba ca se trova col computer! Se me credi, par mi la xe na roba stranba! Me vien a mente ‘ncora desso, cuando ca i xe ‘ndà so la Luna, e me poro pare nol ghe credea mia! E el diseva: “No, la xe na roba da no credarghe! La Luna la xe là! La vedemo cuando che la xe on cuarto, a metà, a tri cuarti e co la xe a Luna piena! Parò, stemo pì tenti cuando ca la xe sol calare, parchè alora se pol semenare, pareciar tajar le strope par ligare le visele, semenare le verdure, e parfin tajarse i caviji!”.
Na volta! Adeso xe tuto difarente! Na volta, se te gavevi da telefonarghe a cualche d’un, te tocava ‘ndare al cafè Due Colone. Desso, tuti, o cuasi, i ga el celulare! Par no parlare del ‘Feis Buk’, ‘naltra roba ca xe sol computer, e te la trovi sol inter-net!
Desso ve conto cossa ca me xe capità el dì l’altro… Sicome che me nevodo (grand-son) el jera casa da scola parché jera in vacanse, el xe vegnù a catarme dato ca anca so popà el jera in vacansa, sendo lu professor de liceo e i stà de casa su a Sydney. Adeso, me nevodo el ga ondese ani. Col jera pi picinin, mi e me mujere partivimo da Wollongong ala matina presto, par ‘ndare a Sydney a fare i baby-sitters (bambinai), on par de jorni ala setimana, da noni in pension! Col xe rivà, la machina de so popà no la jera ‘ncora ferma che lu el xe saltà fora par darghe on baseto a so nona e suito corer da mi. El me grand-son el me fa: “Nono, fame vedare inter-net sol to computer”. Mio par modo de dire, parché la lo dopra senpre me mojere. De ‘ste parole, de ‘talian ghe jera solo che Nono. Mi, pronto, ghe go tacà el computer. Lu, el me grand-son, el savea za la ‘pass-word’. Ne ga tocà spetare on pochetin fin ch’el computer el se scaldava, fasendo cuei rumoreti ca li fa solo luri. E suito xe vegnù fora i programi. “Nono, dime el nome del to paese in Italia” (anca cua, nono par ‘talian, el resto inglese, tegnivelo in mente).
Mi ghe go dito Comune di Montebello. Lu, el me grandson, el scrive sol computer, e vien fora tri o cuatro montebeli. “Cualo selo?” el dise lu, “Vicentino” ghe digo mi. Lu el toca i tasti, e vien fora la cartina co la mapa del me paese! Po’ el toca n’altro par de tasti e el me dise: ‘Nono, we google-earth”. Tuto s’on colpo, vien fora le strade, la piassa, la ciesa, tuto in piccolo. Alora lu, el me grandson, el me dise: “Biggher Nono?” (pì grande Nono?) Mi ghe rispondo: “Sì.
E lu tachete tac, e vien fora parfin i nomi de le strade, come via Borgoleco. Me nevodo el se ciama Bleik (scrito Blake). Mi ghe digo: “Come se fa a ‘ndare su e xo e de cuà e de là?”. Lul el me fa : “Like this Nono?!” E le strade le se moveva, e me parea de esare sora a on elicotero, e svolare sora al me paese. Col me ga mostrà come fare a ‘nar su e xo, so ‘ndà suito vizin a la ciesa, go trovà i giardineti e, poco pì in là, go trovà la casa ‘ndove che jero nato. La xe ‘ncora là!!! Ierimo sie fradei. E, fora del pi vecio, ierimo tuti nati là. Ghe lo gò dito a Bleik: “Vidito cuela casa lì? Lì xe nato to nono”. Suito dopo lu, me nevodo, el zercava el canpo da calcio. ‘Desso ghi’n xe parfin du, poco distanti, e ‘lora ghe go mostrà cualo chel jera el primo, ‘ndove ca zugavo anca mi co jero de la so età. ‘Bleik, dai ca te mostro Indove ca xe el Castelo de Montebelo”.
“Did you have a castle in your home town?” (te gavivi on castelo al to paese?) “Sì. Varda Indove cal xe”. E difati, el jera oncora là sol monte castelo! Ma “Ostregheta – digo – i lo ga messo a posto! Varda, Bleik, i lo ga justà su” “Cosa vol dire che i lo ga justà su, Nono?”. “Cuando ca jero grando fa ti, mi ‘ndavo su a zugare a Robin Hood e Ivanhoe. Insieme coi altri me conpagni, e corivimo su e xo come mati, coi archi e co le spade. ‘Lora, el Castelo el jera roto a tochi. Ndove ca ghe xe tuti muri de piere nere, desso te vidi ca xe sta justà, Scometo che i gavarà justà anca i solari del Torion, là ‘ndove ca se vede el pozolo che’l vanza fora dal muro de piere nere, co la so bela ringhiera”.
Poco dopo, me mojere, la Nona la ga ciamà anca ela so nevodo, par darghe on fià da bevare. Mi so ‘ndà de cua e de là, de su e de xo, e go visto, dopo tanti ani, so cuel computer, come che xe ‘desso el me Paese! I gà justà su el Castelo, ma el resto el xe tuto canbià e difarente. Me xe vegnù in mente la canson de Celentano, cuela dela “via Gluck”.
Parò, fe come mi. Se no si boni, ciamé nevoditi o nevodete, e feve mostrare come ca se fa. Ghe xe na parola, par talian: Titubante! Eco, no bisogna esare titubanti. Se se sbalia, se prova de novo. No star lì a fare, tipo “me onso o no me onso?”.
Mi, zerte volte, fasso rabiar la me dona parche’ son senpre drio ciamarla: “Come se fa cuesto come se fa cuelo?”. Intanto vago vanti e inparo. E ve conto come che va le robe cua in Australia e dei me ricordi! E podi anca vialtri mandarghe na e-meil al Periodico, come ca go fato mi la prima volta! Xe fazile! Google Earth! » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Agosto 2017).

Umberto Ravagnani

Foto: Il Castello di Montebello (foto: APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
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