UNA TRAGICA DISCUSSIONE

[107] UNA DISCUSSIONE FINITA TRAGICAMENTE

Il I° di Novembre del 1759 Zuanne C. di Battista detto “Crivellaro”, Bernardin V. e Giacomo P. facevano ritorno insieme dalla Fiera dei Santi di Arzignano. Probabilmente lungo il tragitto qualcosa deve esser andato storto, forse vecchie ruggini affiorate improvvisamente, tantè che giunti nei pressi dell’abitazione dei fratelli Baldan, Zuanne C. uccise con una archibugiata Bernardin V., non contento, estratto un acuminato coltello colpì tre volte Giacomo P. e se ne fuggì. Alle grida delle vittime e allo sparo uscirono gli abitanti del posto che riconobbero l’assassino. Fu il chirurgo di Montebello, Gio. Batta Donadelli, su denuncia del Degano di Montorso a eseguire la ricognizione sui due corpi (l’autopsia n.d.r.). Nel 1760 Zuanne C. ritenuto colpevole, fu bandito dal Serenissimo Dominio, con la clausola che se fosse rientrato nei confini, una volta catturato, gli sarebbe toccata la forca.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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FURTI SACRILEGHI REITERATI

[62] FURTI SACRILEGHI REITERATI

MARCO figlio di BATTISTA VECCHIO e BORTOLAMIO figlio di FRANCESCO VISENTIN, entrambi di Montorso, formavano una bella lega dedita ai furti e alle ruberie di ogni genere. Il 13 Settembre 1769 Marco Vecchio, salito con una scala sopra il tetto della Parrocchiale del suo paese, tolse alcuni coppi ed attraverso il varco si calò con una corda all’interno della Chiesa seguito subito dal compare. Dall’altare di San Carlo asportarono tre tovaglie, altre tre da quello di San Giuseppe, due da quello del Rosario ed una da quello di San Rocco. Da un “armaretto” presero vari fili di perle false e due anelli d’argento.
Due o tre giorni dopo tentarono di rubare nella Chiesa di Agugliana di Montebello. Con la stessa tecnica entrarono nel luogo sacro, ma rubarono solo la corda che stava attaccata alla campana. Il 18 Settembre penetrarono nella Chiesa di Sarego dalla quale sottrassero due tovaglie fornite di merli, tre ghirlande d’argento, tre fili di perle due dei quali falsi, una corona di vetro con un Cristo, tre medaglie d’argento, una rosetta e due anelli con pietre buone, il tutto dall’altare della Beata Vergine del Rosario. Dall’altare del Nome di Gesù altre tre tovaglie, pure tre tovaglie da quello di Santa Maria Maddalena, una dall’altare di San Pietro ed una sopraccoperta di persiana dall’altare del Santissimo. Con la refurtiva si portarono a Verona e Marco Vecchio passò poi a Mantova, da dove tornò senza aver potuto vendere nemmeno una tovaglia. Pensarono allora di portare tutto nella Chiesa di Montorso, e così in seguito lasciarono le tovaglie davanti alla porta del campanaro. Poco tempo dopo Bortolamio Visentin fu incarcerato nelle prigioni di Verona. Il compagno Battista Vecchio, anche lui scoperto, passò nelle mani della Giustizia. Il Giudice li condannò entrambi a tre anni di galera.

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Ricostruzione di fantasia del furto sacrilego nella Chiesa di Agugliana di Montebello (a cura del redattore).

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MONTEBELLO NEL 1854

[48] DAL DIZIONARIO COROGRAFICO UNIVERSALE DELL’ITALIA – 1854

Pubblichiamo due pagine del Dizionario Corografico Universale dell’Italia del 1854, facenti parte del Volume Primo – Il Veneto (Stabilimento Civelli G. e C. – Milano) e, considerando l’argomento inerente il nostro Comune, vogliamo proporle ai nostri lettori per eventuali commenti.

MONTEBELLO. Comune de distretto di Lonigo, nella provincia e diocesi di Vicenza.
Gli è aggregata la frazione di Agugliana.

  • Popolazione 3886.
  • Estimo, lire 152.594,26.
  • Numero delle Parrocchie due.
  • Confina a levante colla provincia di Verona ed è bagnato dai fiumi Aldego e Chiampo.

Quattro strade principali la percorrono:

  1. La regia postale che da Vicenza conduce a Verona, ed è in questo comune attraversata da tre ponti, cioé uno sul piccolo torrente Signolo, di due archi circolari, con pilone nel mezzo, spalle, ali e muretti di sponda tutto di pietra, della lunghezza di metri 16, costrutto nel 1812; un altro detto della Fracanzana, sul torrente Chiampo, a un solo arco, tutto di pietra, lungo metri 27; e un terzo, detto del Marchese, sopra lo stesso torrente, anch’esso di un solo arco, tutto di pietra e lungo metri 28.
  2. La strada che da Montecchio-Maggiore conduce a Lonigo.
  3. Quella che da Montebello conduce ad Arzignano, la quale cominciando nel così detto Borgato di Montebello sul fianco destro della strada postale veronese, passa vicino a Zermeghedo, poi passa per Mont’Orso e termina ad Arzignano. La sua lunghezza è di metri 9180, ossia pertiche vicentine 4280, pari a miglia 4,5. Varca il torrente Chiampo presso Arzignano.
  4. La strada da Lonigo a Montebello. Comincia a Lonigo al ponte S. Giovanni, passa per la Favorita, Cà Quinto e termina al ponte della Fracanzana, ove si unisce colla strada postale per Verona. La sua lunghezza è di metri 7680, ossia pertiche vicentine 3581, pari a miglia 4 circa.
In questo comune avvi un bosco detto Scaranto: è in colle, di eccellente fondo, di qualità cedua. Appartiene al comune stesso che lo affitta. Il territorio è assai ferace e produce ottimo vino. Montebello, capoluogo del comune, sta in vicinanza del fiume Aldego, sulla via postale che conduce a Verona.
Ha consiglio comunale, uffizio proprio, ospedale per gli infermi, un istituto di pubblica beneficenza detto commissaria Zigiotti dal nome del suo fondatore e una chiesa parrocchiale di gius vescovile, dedicata a Santa Maria Assunta.
Vi si tiene mercato ogni mercoledì e fiera il secondo mercoledì di luglio.
Quivi risiede un vicario foraneo da cui dipendono otto parrocchie, cioé quelle di Montebello, Agugliana, Brendola, Meledo, Montecchio-Maggiore, S. Vito di Brendola, Sorio e Zermeghedo.
NOTIZIE STORICHE. Nei secoli passati Montebello era luogo fortificato: sotto la Repubblica di Venezia, fu capoluogo di un distretto composto di cinque comuni. Presentemente è rinomato pei fatti d’arme seguiti ne’ suoi dintorni fra i Francesi e gli Austriaci negli anni 1796 e 1805. Nel primo Bonaparte respinse l’esercito nemico che gli stava di fronte; nell’altro, Seras fece prigione il generale Hillinger con 5000 soldati.
Questo borgo non dee però andar confuso con Montebello di Casteggio (Piemonte) eretto da Napoleone in ducato per rimeritare il valore del generale Victor.
Di Montebello fu il vescovo di Ferrara Guido, dell’ordine dei predicatori, uomo dotto e pio, il quale giavce sepolto nella chiesa di san Domenico di Bologna.
MONTEBELLO con MORSAI
. Due piccoli villaggi formanti una delle frazioni del comune di Cesio, nel distretto di Feltre, in provincia di Belluno. Nel primo di essi sorgeva altre volte un castellon feudale, di cui oggi appena scorgonsi le vestigia.

(dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Montebello in una cartolina di fine Ottocento. Da notare la “cinta” murata che circondava il paese e il campanile della Chiesa di San Francesco (circa al centro dell’immagine), demolita nel 1909. (collezione privata del redattore).

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FESTE CENTENARIE (3)

[43] FESTE CENTENARIE CELEBRATE A MONTEBELLO
(Mons. Giuseppe Capovin 1905 – Terza parte)

Nell’anno seguente 1266 anche Gilberto dei Maltraverso Conti di Montebello vendette col fondo e signoria anche il giuspatronato (per usare l’espressione dell’atto allora esteso) al Comune di Vicenza. Non cedettero però allora da parte loro i diritti di patronato i Signori di Carturo, ma solamente circa il 1290 vendendola ancor essi al Comune di Vicenza. Non tardò punto il Comune di Vicenza a far valere gli acquisiti diritti di patronato sulla Chiesa di S. Maria di Montebello, giacchè il giorno 17 Maggio 1290, per incarico del Podestà di detta Città Giovanni de Jadi qui arrivava Nicolò detto Smareglo, Notaio, per compire l’affidatagli missione.
Era la Vigilia della festa dell’Ascensione e lo Smareglo si presentò a questa Chiesa nel momento che il Parroco Tomaso e i Canonici stavano per uscire colla processione per le Rogazioni verso la campagna, preceduti dal Gonfalone e dalla Croce e seguiti dal popolo. Lo Smareglo senza far cenno a chicchessia prende tra le mani Croce e Gonfalone, protestando ad alta voce che egli voleva camminare innanzi a tutti a nome del Comune di Vicenza in segno che questo aveva il diritto di patronato sopra la Chiesa di S. Maria di Montebello. Pronunciate tali parole si pone alla testa della Processione procedendo per la via comune attraverso l’abitato, seguito dagli astanti altamente stupiti per questo fatto. Nel Venerdì poi della stessa settimana il Notaio Uguccione del fu Alberto pubblico Notaio, nella piazza di Montebello, presenti il Parroco Tomaso, i Canonici e moltissime persone, estendeva l’atto solenne di quanto avea compiuto il Notaio Smareglo in nome del Podestà e del Comune di Vicenza, di cui riconfermava i diritti che le spettavano sopra questa Chiesa (Archivio di Torre Vol. 8).
Dopo gli eventi narrati ed in capo a breve tempo pare che la cosa non sia riuscita troppo piacevole a questi abitanti, e poiché il Comune di Vicenza non ommetteva occasione per sostenere con esagerata fierezza i propri diritti, particolarmente a danno della Chiesa e dei suoi Canonici, contro i quali si permise frequenti arbitrari, non ommesso quello di volere nuovamente prender possesso di questa Chiesa, anche con forme non permesse alle autorità secolari e più ancora per le opposizioni che sempre muoveva nella elezione dei nuovi Canonici, tutto questo stancava la pazienza della Collegiata, la quale ricorse al Podestà ed al Consiglio di Padova, da cui allora dipendeva anche il Comune di Vicenza, affinchè le fosse resa giustizia. Il ricorso non fu inutile, a questi Canonici furono riconosciuti i diritti fin allora esercitati, e per quello che riguarda l’elezioni nuove, in caso di vacanza, si conchiuse che i Canonici di Montebello per scegliere coloro che riconoscevano idonei, ciò non lo potessero fare nella propria Chiesa, bensì nella Cattedrale di Vicenza, alla presenza di alcuni incaricati da quel Comune.
Sembra che la Collegiata non cessasse colla venuta del Dominio Veneto 1404, ma piuttosto circa il 1450 non restando di essa altra memoria che il titolo della dignità principale del Proposito o Prevosto che si conserva anche ai nostri giorni nei rettori della Parrocchia di Montebello. La Chiesa di S. Maria, sino alla fine del secolo XIV per le tristi vicissitudini a cui fu esposta nelle frequentissime guerre e più ancora per la edacità del tempo era ridotta in misero stato. Nel secolo seguente passate le bufere politiche del primo quarto di esso, si vide la necessità non di ristauri che troppo era malconcia, ma di una completa riedificazione. La nuova Chiesa fu costruita nel 1447 a spese del Comune e degli abitanti di Montebello, come fa fede l’Iscrizione posta nel pilastro sinistro del coro e che qui si riporta: « MCCCCXLVII. Com. et homines de MB. fec. fieri hanc Ecclesiam. »
Sembra però che il lavoro di costruzione sia stato compiuto solamente nel 1454, giacché nell’interno della facciata vi era questa scritta: « Zanantonio F. 1459 Maistro Manferdin da Ravena di B.nd F. » i quali devono essere stati probabilmente i due Capimaestri che diressero il lavoro. Conviene però notare che per questa nuova Chiesa si cambiò del tutto la posizione dell’anteriore. Il Coro cioè fu costruito prospettante ad oriente e la facciata verso tramontana. Oltre la navata principale ne ebbe una seconda a sinistra con tre arcate, ossia cappelle. Oltre l’altare maggiore posto nel coro v’erano tre Altari: il primo, cioè per chi entra in Chiesa, dedicato a S. Brigida Vergine dell’ Ordine del SS. Salvatore; il secondo a Santa Maria della Concezione; il terzo a San Martino Vescovo di Tours. E qui è da ricordare, come subito dopo il 1476 in cui il Pontefice Sisto IV aveva permesso che in tutte le Chiese dell’Orbe si celebrasse nel giorno 8 Dicembre di ogni anno la festa della Concezione, che egli chiamava Immacolata, qui sia sorta una Congregazione sotto il titolo di S. M. della Concezione, che in breve addivenne fìorentissima per il numero grande di coloro che vi si ascrissero e che poscia unita alla Confraternita della Madonna della Cintura per godere di maggiori privilegi, altri di nuovi ed affatto speciali ne otteneva da S. S. Paolo V nell’Aprile 1617. Questa Congregazione ebbe sempre vita rigorosa. Si istituirono Legati, Livelli ed ebbe molte ricche donazioni e ciò sino all’anno 1807, quando cioè per una legge del Regno Italico, fu soppressa e demaniati tutti i suoi beni con grande lamento di tutti questi abitanti. Circa l’anno 1499 aumentata di nuovo la popolazione, fu necessario di allungare la Chiesa costruita nel 1447 e si aggiunsero due nuove Arcate ossia Cappelle e due Altari: uno dedicato a San Giuseppe sposo di Maria, l’altro a S. Francesco di Paola. In seguito venne eretto un altro altare ad onore della S. Croce, e questo fu costruito sul lato sinistro del Coro prospiciente la Chiesa. Nel 1575, abbattuto l’antico campanile, se ne rifece uno di nuovo con mattoni di cotto e guglia accuminata e questo fu costruito ove oggidì sorge il fianco destro della facciata della Prepositurale. Poco dopo la famosa battaglia di Lepanto combattuta e vinta felicemente dalle armi cristiane il 7 ottobre 1571 sotto la invocazione della Madonna del S. Rosario, anche qui si istituiva una Congregazione a di lei onore, che pari a quella della Concezione, ebbe numerosissimi ascritti e possedette altresì legati, livelli e beni propri, ma che purtroppo per la legge del 1807 dovette vedere demaniati e perduti. Fu merito però di questa Congregazione l’aver fatto eseguire a proprie spese nel 1583 in onore della celeste sua Patrona, dal celebre e rinomato Gio. Batta Maganza di Vicenza, la Pala che la rappresenta e che tuttora qui si possiede ed assai ammirata dagli intelligenti del bello. Anche Montebello nel 1630 travagliato orribilmente dalla pestilenza, vide in pochi mesi morire oltre un terzo dei suoi abitanti. Ma ne ebbe conforto e sollievo quando questa Comunità ad onore di S. Rocco erigeva una Cappella con altare nell’Oratorio di S. Francesco, obbligandosi di visitarla solennemente in ogni anno nel dì della sua festa. Da vario tempo si vagheggiava ed era desiderio assai comune di questa popolazione che una nuova Chiesa si sostituisse all’antica troppo angusta, spoglia di ogni gusto d’arte, di coro, povera di luce, schiacciata quasi per il tetto assai basso, con cappelle ed altari male proporzionati, in una parola la Santa Casa del Signore nella più triste e nuda miseria. Ma dove costruire la nuova Chiesa? Pareri ed opinioni le une colle altre non mancavano, e si disputò per vario tempo; ma fortunatamente il Prevosto D. Francesco Scortegagna che da 15 anni con amore, zelo e carità reggeva questa Parrocchia e con lui consociati in uno stesso pensiero il Nob. U. Girolamo Bruto-Revese e il N. U. Giuseppe Regan che l’uno e l’altro coprivano con onore e dignità l’ufficio di Vicarii di questa Comunità, non esclusa una parte notevole degli stessi Consiglieri che risiedevano alla pubblica amministrazione, prevalse il loro desiderio, anzi la loro volontà, che cioè la nuova Chiesa fosse riedificata sul luogo stesso dove tante generazioni si erano succedute a glorificare Iddio e ad implorare le sue benedizioni e dove pure tanta parte di esse dormivano in pace il sonno di una morte cristiana.
Dietro questa ed altre ragioni ispirate parte dalla fede e parte dal cuore, sparì ogni idea di contrarietà e di opposizioni, ed il popolo fattosi una cosa sola col suo Pastore e coi suoi Reggitori, si risolvette senz’alto di affidare l’incarico per il disegno della nuova Chiesa all’Architetto Giorgio Massari di Vicenza, che in quella città ed altri luoghi aveva di sé già elevata e nobilissima fama. Approvato il disegno da una Commissione all’uopo eletta, si incominciavano a raccogliere i mezzi necessari per la nuova fabbrica e la Comunità sopra il fondo delle colte che annualmente riscuoteva una parte, l’erogava generosamente per la Chiesa, e nel giorno 18 Ottobre 1776 colle cerimonie che prescrive il sacro rito, si fece la posizione della prima pietra per la costruzione del Coro e delle Sacristie.
Annuente Marco Cornelio — Episcopo Vicentino — Franciscus Scortegagna — Prsepositus
Hunc posuit lapidem — Die XVIII Octobiis — Anno salutis MDCCLXXVI.
Qui è da ricordare che alla nuova Chiesa si diede una posizione affatto diversa dall’ antecedente. Vale a dire il Coro e le Sacrestie si fabbricarono al di là ed anzi il primo, quasi poggiato alla facciata dell’antica Chiesa, e la facciata della nuova che prospitasse a mattina colla Borgata, e ciò con generale approvazione, giacché al di là della Chiesa più non esistevano da oltre 200 anni né le abitazioni né le case di un tempo che formavano una grossa contrada incendiata e distrutta pe ragioni di guerra. Durante la erezione del Coro e delle Sacristie il popolo continuò usufruire della vecchia Chiesa, per entrare nella quale, oltre la porta già esistente sul lato sinistro, se ne aperse allora una nuova anche nel lato sinistro del vecchio Coro. La erezione del Coro, delle Sacristie fu compiuta nel 1784 e il 15 agosto fu benedetto e messo in comunicazione colla vecchia Chiesa e si incominciò ad officiare. Il Coro e le Sacristie costarono 17.000 ducati. Nel dì 11 Luglio 1791 si pose mano a togliere dalla vecchia Chiesa gli Altari e quindi si passò alla, totale sua demolizione, compiuta il 22 Dicembre dello stesso anno. Il 6 Luglio la Commissione eletta per la fabbrica, con scrittura legale conchiudeva col sig. Vincenzo Squarcina di Vicenza il contratto di affidargli il lavoro di costruzione per 17.000 ducati, ed egli s’impegnava, di dare il lavoro compiuto in greggio nel corso di 5 anni, ma chiese e gli fu concesso di poter usure i materiali della Chiesa demolita. Qui è da deplorare che non si abbia collo Squarcina fatta eccezione di rispettare e conservare le antiche lapidi che coprivano numerose tombe delle principali e più benemerite famiglie e quindi che andassero smarrite tante care e preziose memorie. Una sola però di quelle lapidi fu conservata e fortunatamente quella del Rev. Prevosto Pietro dott. Caprini che lasciò ricordi di straordinaria santità.
Nel dì 24 Luglio dello stesso anno fu trasportato con processione di numeroso popolo il S.S. Sacramento all’oratorio di S. Francesco che servì ad uso di Parrocchia fino al 14 Gennaio 1798, in cui un’altra volta con devota processione il Divin Sacramento venne riportato nella nuova Chiesa che aveva solennemente benedetta il M. R. D. Celestino Bonvicini qui nato, ma da alcuni anni Arcipr. Vicar. Foraneo di Montorso. Il Rev. Prevosto D. Francesco Scortegagna che era stato il primo ed il più fervente ispiratore della nuova Chiesa, tra il compianto dell’ intera Parrocchia era morto tranquillo e sereno nell’Agosto dell’anno stesso 1798. Fu seppellito nel nuovo Coro e bene lo ha meritato; egli fu l’ultimo dei defunti inumati in Chiesa, giacché dopo d’allora le leggi lo vietarono. La costruzione della Chiesa importò la spesa di 20.000 ducati.
Quando si inaugurava la nuova Chiesa le mancavano il soffitto, la stabilitura e il pavimento. Il primo compreso il quadro che allora lo adornava importò la spesa di 4.000 ducati e la stabilitura e pavimento provvisorio alla Veneziana altri 4.000.

Continua nel prossimo numero …

(dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: La Solenne, Festa quinquennale istituita da Mons. Giuseppe Capovin il 26 Aprile1885 (foto a cura del redattore).

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UN FATTACCIO DI CRONACA

[34] MONTEBELLO NELLA CRONACA NERA DEL SETTECENTO
Siamo a Montebello alla fine dell’inverno del 1777 quando un certo Bortolo Va. del fu Antonio, persona di ottima famiglia, tradisce le sue origini compiendo un efferato delitto. Per la verità, il nostro personaggio, non era mai stato quello che viene comunemente definito uno ‘stinco di santo‘, tanto che il giudice, nel processo seguito al fattaccio che andrò a raccontare, lo definiva così: “… persona di depravati costumi, rea di altre delinquenze, dedita alli vizi ed altre trappole, oziosa dopo aver smesso il mestiere di sarte che esercitava“. Ma veniamo ai fatti.
Nella mattina che precedette “la fatal notte“, cioè il 7 Marzo 1777, il citato Bortolo, constatata l’assenza del Reverendo Gio. Batta Longhin e della sua perpetua Sabina, vedova di Antonio Pajarin, col pretesto di “provvedersi” dell’erba per i suoi conigli che si trovava nell’orto del religioso contiguo alla casa, s’introdusse invece nelle stanze della stessa (in Contrà di Vigazzolo N.d.R.). Era chiaro lo scopo della sua intromissione: spiare l’interno per poi, al momento opportuno, ritornarvi e sottrarre denaro e preziosi. Mise in opera il suo piano la sera stessa di quel venerdì, sabato 8 entrante. Munitosi di una trivella e di uno scalpello, si recò nella casa del settuagenario religioso e della sua serva sessantacinquenne, e qui, nella porta della cucina praticò un foro largo abbastanza per introdurre un braccio e togliere il catenaccio che la teneva bloccata. Entrato nella casa passò dalla camera della perpetua Sabina, la quale, svegliata dal rumore fatto per scassinare la porta, si alzò, ed accortasi di quanto stava succedendo, muta dal terrore, tentò di correre dal suo padrone per avvisarlo del pericolo. Fu purtroppo ben presto raggiunta nella sala dal Bortolo. L’uomo estratto da una tasca un coltello a serramanico, non esitò a colpirla al collo con tre fendenti che la fecero cadere a terra fulminata all’istante (due colpi furono dichiarati mortali, come apparve dalla successiva visita del chirurgo legale). L’omicida cercò quindi in cucina qualche altro coltello con l’intenzione di eliminare l’inerme religioso ed aver così campo libero nel mettere sottosopra la casa alla ricerca del denaro. Trovò in un cassetto di un tavolo quanto voleva e, arrivato nella camera del prete, dimenò sul corpo del malcapitato che si trovava a letto, un gran numero di coltellate sino a che “non lo sentì più agitare” (sempre dalla visione fatta in seguito dal chirurgo legale i colpi inferti furono venti, tre dei quali mortali). Si trasferì poi, con l’ausilio di un lume, nella camera contigua a quella del Religioso, mise a soqquadro ogni cosa e si appropriò infine del denaro maledetto e di altri oggetti.
Dopo il barbaro massacro Bortolo Va. fu visto in giro col volto pallido e spaurito e, quel che più conta, due persone riferirono aver notato quest’ultimo con un dito fasciato e le maniche della sua camicia sporche di sangue: “violenti indizi di una tal verità che di quello si fosse scoperto reo“. Si mise subito in azione la macchina della Giustizia che procedette ad una perquisizione della casa del presunto omicida. Nell’abitazione del Bortolo furono rinvenuti il coltello a serramanico usato contro la perpetua, la trivella, lo scalpello, i suoi vestiti intrisi di sangue, nonché un candeliere di ottone del prete, Troni 1064 e Soldi 9, denaro e cose sicuramente frutti della ruberia. L’inquisito si difese adducendo di aver subito un’aggressione quel venerdì sulla Strada Regia verso Vicenza al “Capitel della Sartora” (1) e che la ferita ad un dito della mano sinistra gli era stata inferta coi denti da un assalitore. Gli inquirenti stabilirono che corrispondeva al vero solo la morsicatura, prodotta però dal prete in un estremo tentativo di difesa prima di soccombere sotto le stilettate dell’omicida. Al Bortolo non restò altro che confessare quanto commesso, nel vano tentativo di avere uno sconto della grave pena a cui sarebbe sicuramente stato condannato. Poco tempo dopo iniziò il processo a suo carico che si concluse il 14 Giugno 1777. In “arengo” (2), al suono della campana e della tromba, il Podestà e Capitano di Vicenza Vido Marcello sentenziò che a Bortolo Va. del fu Antonio abitante a Montebello, fosse comminata la pena capitale.
LA SENTENZA: “… che il condannato Bortolo Va. sia condotto al luogo solito di giustizia (di solito in Campomarzo a Vocenza N.d.R.), dove per il Ministro di quella (il boia N.d.R.) sopra un paro di eminenti forche sia impiccato per la gola sinché muoia e che il di lui cadavere sia esposto nella predetta strada nelle pertinenze del luogo del commesso delitto (Montebello N.d.R.) sino alla total sua consumazione, e che i suoi beni, tanto presenti che futuri, s’intendano confiscati, giusta la legge“.
Tre giorni dopo, il 17 Giugno Bortolo Va. fu condotto al patibolo. Così appare nelle scritture del libro della Confraternita di S. Giovanni Decollato detta de’ Negri che contiene i nomi di coloro che sono stati giustiziati in Vicenza dal 1603 al 1777 (3).
Quella di Bortolo Va. non fu l’unica esecuzione capitale eseguita quel giorno. A fargli ‘compagnia‘ altri tre condannati a morte e cioè: Iseppo Ni. da Trissino, accusato di uxoricidio, Gio. Batta Bi. da Quargnenta, uccisore di un “cavallaro in quel di Arzignano, e pure di Arzignano era originario Antonio Be. reo di aver assalito ed ammazzato un viandante a Tavernelle.
Come già detto il Bortolo Va. non era proprio uno ‘stinco di santo’, infatti, in precedenza, il 24 Agosto 1774, tra le 23 e le 24, tale Giacomo Busato si trovava all’Osteria di Bonifacio Biasin in Montorso assieme ad altre persone. Come tutti i presenti aveva bevuto e ad un certo punto decise di far ritorno a casa. Fatti pochi passi fu raggiunto dal solito Bortolo Va. (in quest’altro documento viene riportato anche il soprannome di “Pettenella“), figlio di Antonio, da Montebello, che lo fermò ordinandogli, schioppo alla mano, di tornare indietro a pagare la sua parte. Il Busato asserì di aver già pagata la sua porzione di quanto bevuto, ricevendo come risposta dal Bortolo un colpo con il calcio dello schioppo che provocò lo sparo dell’arma. Il Busato fu colpito alla spalla sinistra da una palla (pallottola N.d.R.) che gli procurò una ferita della grandezza di un Ducato (4), in seguito alla quale, il 12 Febbraio 1775, morì al Pio Ospitale. Denunciato e processato il Bortolo Va. fu assolto con la formula dubitativa “… non c’è per ora più [nulla per] dare a procedere“.
Nell’arco dei 175 anni abbracciati dal lunghissimo elenco della Confraternita di S. Giovanni Decollato, citato sopra, figurano eseguite 230 condanne a morte. Quella del Bortolo Va. fu la numero 230. Da notare che i numeri uno e due dell’elenco dei condannati nel 1603, anno in cui iniziarono le registrazioni, furono sempre due abitanti di Montebello, ossia Lugrezia Sp. e suo genero Nicolò (manca il cognome di quest’ultimo ed il capo d’imputazione di entrambi).
Un’altra esecuzione di un montebellano avvenne il 2 Gennaio 1636, a farne le spese tale Giacomo Bu., del quale, come pure dei suoi succitati, mancano le conferme documentali della loro reale provenienza, dato che i cognomi delle famiglie di appartenenza non figurano tra quelli citati negli Estimi e negli atti notarili. Molto probabilmente si dovette pertanto trattare di persone di passaggio, o tutt’al più presenti in paese per un breve periodo.

Note:
(1) Si tratta probabilmente di uno dei capitelli, non più esistenti, lungo la strada che da Montebello andava verso Vicenza (N.d.R.)
(2) Probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), idicava l’assemblea giudicante (N.d.R.)
(3) I componenti di questa Confraternita avevano l’ingrato compito di assistere spiritualmente e di accompagnare i condannati fino all’ultimo istante della loro vita (N.d.R.)
(4) Un Ducato d’oro misurava 21 mm. di diametro (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

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L’ALDEGA’

[20] TOPONOMASTICA LOCALE (4)
L’ALDEGA’
(migrazioni di un toponimo).
Attualmente con il nome di Aldegà si identifica il corso d’acqua originato dalla confluenza tra il Rio della Selva ed il Fosso della Roncaglia nella zona ad ovest della Mason e a nord del torrente Chiampo. Fino a non molto tempo fa gli anziani del paese indicavano con questo nome il torrente Chiampo. Nelle mappe del Cinquecento e del Seicento, il Chiampo nelle sue prime rappresentazioni è denominato “Clampus sive Aldegà” (Chiampo ossia Aldegà). La motivazione di ciò va ricercata nel fatto che nei due secoli precedenti le acque del Chiampo, che da san Bortolo di Arzignano, attraversata la Corcironda nel comune di Montorso, confluivano nel Guà, furono deviate verso Montebello facendole confluire nell’alveo del torrente Aldegà, nei pressi del ponte di Montorso sul Chiampo. L’Aldegà si origina nella Val Piccola che lambisce la sommità del Monte Galda (mt. 378) nei pressi del confine tra i comuni di Roncà e di Montorso. L’ubicazione geografica della sorgente identifica anche il nome del corso d’acqua, infatti “l’agua de Galda” (l’acqua del Monte Galda) diviene poi, nella parlata, col tempo per contrazione e per corruzione “la Degalda” e quindi “l’Aldegà“. In alcuni documenti del Quattrocento il corso d’acqua è indicato, in linguaggio amministrativo del tardo latino che ormai diventa un tutt’uno con il volgare, con il nome di “Delgatam“.
Già dal Cinquecento le piene del Chiampo, con il trasporto di limi e lapidei, innalzano costantemente il suo alveo in maniera così consistente da non permettere più il deflusso delle acque dell’Aldegà. Questo sarà poi deviato nel fossato del “Rodegotum” (ora Rodegotto) che raccoglieva le acque sorgive e quelle di scolo del versante di nord-est del monte di Agugliana e le scaricava poi nell’Aldegà o Chiampo a nord-est della contrada Vigazzolo, all’incirca nella stessa posizione in cui oggi il Rodegotto si immette nel Chiampo.

VIGI (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
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I LONGOBARDI A MONTEBELLO II

[17] I LONGOBARDI A MONTEBELLO II

I Longobardi, costituito il ducato di Vicenza, insediano gruppi parentali (Fare) a presidio delle località e delle vie di transito più importanti. Le varie Fare di un territorio fanno a capo di un Gastaldo (1) che risiede nell’abitato più importante, in un complesso di costruzioni denominato Curtis (Corte). In questa residenza egli amministra la giustizia, incamera i tributi ed organizza il controllo e la difesa del territorio a lui soggetto e di ciò rende direttamente conto al Duca che risiede nella città.
Montebello, come attesta il Mantese, fu sede di una Curtis alla quale erano soggetti i paesi di Sorio, Gambellara, Zermeghedo e Montorso. Scarsa è la documentazione scritta che ci consenta di dare una più ampia informazione di ciò che avvenne in questo periodo storico (secoli VII e VIII). Qualche aiuto ci perviene da quanto rimane dell’antica toponomastica. Perdurano infatti, a tutt’oggi alcuni toponimi che testimoniano la presenza dei Longobardi nel nostro territorio.

Questi sono Fara, Monticello di Fara, Gazzolo (bosco) a Zermeghedo e Sorio, Gualda (foresta) al confine tra Montebello e Montecchio, Guarda (posto di guardia o di vedetta) sopra la Selva, Sarmazza (dai Sarmati popolo al seguito dei Longobardi) posta a confine tra Gambellara e Monteforte, anche Zermeghedo sembra avere la stessa origine (Sarmaticetus = piccolo insediamento di Sarmati), Guizza (da Wiffare = porre un segno ma talora anche un segno di confine. In questo caso la località delimiterebbe il territorio della longobarda Sorio da quello della latina Gambellara).
Anche la titolazione di alcune Chiese come San Giorgio di Sorio e San Michele di Zermeghedo e di Brendola sembra collegarsi

inscindibilmente con le tradizioni di questo popolo di guerrieri. E’ scarsa anche la documentazione archeologica poichè i Longobardi, ad eccezione del Gastaldo, trattandosi di piccoli gruppi di persone, preferivano vivere al di fuori del centro abitato, in ampi spazi in modo da avvertire per tempo il pericolo ed essere pronti a porvi rimedio. E sì che la Fara di Montebello doveva avere una notevole rilevanza politica e sociale se da essa sortì quell’Attaldo che fu Vescovo di Vicenza nel VII secolo. L’importanza della locale comunità longobarda sarebbe maggiormente avvalorata se trovasse conferma l’ipotesi alquanto suggestiva, che indica come originaria del luogo Immilia la figlia dell’ultimo Conte di Vicenza (2) che andò in sposa a Vitale Ugo Candiano (3). Dalla loro unione si originò la stirpe dei Maltraversi. Ecco quindi spiegato l’attaccamento dei Maltraversi (che furono anche conti di Padova e Vicenza) a Montebello e trova giustificazione anche la loro “professione di legge” quando negli atti ufficiali che li riguardano dicono di vivere secondo i regolamenti della nazione Longobarda.

Note:
(1) Dignitario con funzioni amministrative per conto del Re ed amministratore di beni demaniali.
(2) Dopo la sconfitta dei Longobardi per opera di Carlo Magno alcuni duchi furono sostituiti da conti di origine Franca, altri accettarono la nuova autorità regia e furono nominati conti.
(3) Figlio del Doge di Venezia Pietro Candiano III.

Da. Luce. Li (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)

Figura: La località Fara di Montebello (Foto a cura del redattore).
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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettività di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’Università di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, è pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua « Historia Longobardorum » risale al 589 quando si è verificata la Rotta, cioè la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiò il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la città di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/Aldegà e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il Guà, invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici è sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume Guà defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’Aldegà, cioè il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensì verso il Guà, sottopassando la strada Regia: è evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metà e cioè una parte nell’Alpone e l’altra parte nel Guà. Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’Aldegà e una parte di quelle del Guà confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): è una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione però era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/Aldegà, come si può vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione è considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o più precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietà si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prà di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’Aldegà nel Guà.
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della Prà, dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si è chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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