STRADELLA E CONTRADA MUZZI

[166] STRADELLA E CONTRADA MUZZI
Storia e curiosità sui Personaggi delle vie di Montebello

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La Stradella Muzzi è una piccola via che unisce Viale Verona, vicino alla Parrocchiale di Montebello, con l’argine destro del Chiampo. Attraversando il torrente all’altezza di un ponte pedonale e la Strada Regionale 11, termina in un gruppo di case assumendo il nome di Contrada Muzzi.
Nei documenti dell’archivio della Parrocchia di Montebello la troviamo nominata per la prima volta, nel 1838, quando vi abitava un piccolo nucleo composto solamente da 4 famiglie: Rigolon Giuseppe con Corato Catterina e 2 figli, Rizzo Giuseppe con Pellizzari Maria e 2 figli, Marini Giambattista con Simonato Margherita e 3 figli, Zanuso Domenico con Zampieri Marianna senza figli. C’erano inoltre 2 case vuote. (1)

Ma da chi ha preso il nome questa stretta via, oggi molto popolata? Il nostro Personaggio era Clemente Muzzi (1712-1775), un famoso pittore, nobile ed abate, del Settecento vicentino. Nell’antico Oratorio di San Giovanni Battista, che si trova accanto al Municipio, posta sull’altare maggiore, è presente una splendida pala di questo autore che raffigura la nascita del Santo a cui è dedicata la chiesetta. All’inizio degli anni 80 del Novecento (il dipinto era stato da poco restaurato e sistemato in una posizione diversa) lo Storico dell’Arte Fernando Rigon così descrisse quest’opera del Muzzi:

“… L’oratorio, situato in piazza a Montebello, oltre ad una splendida statua di Orazio Marinali con « S. Giovanni Battista », conserva ancora una pala con la « Nascita » del Precursore. Essa si trova non più sull’altar maggiore che porta la scritta « Confraternitas et piorum aere 1767 », ma sulla parete meridionale, subito a destra della porta d’ingresso. Il recente restauro dell’opera ne consente una buona lettura, anche se i danni subiti dalla tela non han potuto essere completamente eliminati. Bella e animata è la composizione: sul letto, provvisto di baldacchino, è stesa una vecchissima S. Elisabetta assistita da due inservienti con desco da parto e la tazza da brodo « della comare »; due fantesche in piedi una delle quali con fantasioso copricapo reggono il neonato mentre il S. Zaccaria, steso a terra e col capo, dalla ricca e fluente barba, reclinato su di un libro, sta tracciando il nome « Johan… ». Dal Maccà che, come egli stesso ci dice, raccolse la notizia archivistica « di prima mano », veniamo a conoscenza che il dipinto fu eseguito nel 1759.”

Anche lo storico Remo Schiavo, negli anni ‘90, ci illustra la pala di Clemente Muzzi:

… La pala è tra le opere migliori del Muzzi per l’abile impostazione della scena su due piani: e con diversa illuminazione. Nel fondo raccolta nell’ombra dell’alcova protetta da seriche cortine Santa Elisabetta prende il primo cibo dopo il parto, in primo piano due signore amiche della famiglia presentano il bambino a San Zaccaria che, muto per non aver creduto all’annuncio dell’Angelo, scrive il nome del fanciullo su una tavoletta. Vicino c’è l’agnello che accompagna sempre la figura del Battista. Bello l’effetto di luce che scende dall’angioletto librato sulla nuvola. Il Maccà riporta le notizie « di prima mano » che il quadro fu eseguito nel 1759 quando dunque la grande pittura del Tiepolo era ben conosciuta a Vicenza. Ma il Muzzi sembra rimanere fedele ai vecchi tenebristi nel tono drammatico del racconto e ancor più della stesura del colore, sempre su una gamma calda e piuttosto bassa.

Non ci sono molte notizie su questo importante pittore del Settecento, considerato a torto “minore”, e gran parte delle sue opere sono “scomparse”, alcune distrutte assieme agli edifici che le ospitavano, altre rubate. Clemente Muzzi, nato nel 1712 e morto nel 1775, fu sepolto nella Chiesa dei Santi Faustino e Giovita in Vicenza (2). Troviamo, ancora visibili, sue opere a Carmignano di Brenta, Cornedo, Montecchio Maggiore, Recoaro, Torreselle di Malo e, naturalmente, a Vicenza. Interessante per noi la pala conservata nella Chiesa Parrocchiale di Torreselle perché è “gemella” di quella di Montebello: ha la stessa composizione pittorica, cioè la nascita di San Giovanni Battista al quale è dedicata la Chiesa, con solo piccole ma significative varianti.
Il già citato Fernando Rigon così la descrive:

“… Lo stesso soggetto della pala di Montebello offre il destro al Muzzi per una saporita variazione sul tema. Forse quest’opera fu eseguita prima di quella di Montebello che è del 1759. Lo denunciano una minore scioltezza nella composizione, certi impacci, anche cromatici, dei personaggi, la durezza del disegno (vedi ad esempio il viso della fantesca, pur così tipico del pittore-abate, dal lungo e strano naso e dalle piatte gote). Stavolta Elisabetta è seduta e coperta, una sola fantesca regge il piccolo Giovanni, mentre sono presenti gli Angeli in gloria. Belli i profili della testa e della mano ossuta di S. Zaccaria, che sta scrivendo il nome del figlio. In basso un Agnello con croce e cartiglio.

Umberto Ravagnani

Note:
1) Archivio Parrocchiale di Montebello Vicentino – 1838, Stato Generale degli abitanti della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello.
2) La Chiesa dei Santi Faustino e Giovita in Vicenza, di origine antichissima, fu ricostruita nel 1774 con la facciata di Ottavio Bertotti Scamozzi. Nel maggio 1907 venne sconsacrata e, per qualche tempo fu adibita a cinema.

Foto: La pala di Clemente Muzzi nella Chiesa di S. Giovanni Battista a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani).

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MONTEBELLO NEL 1854

[48] DAL DIZIONARIO COROGRAFICO UNIVERSALE DELL’ITALIA – 1854

Pubblichiamo due pagine del Dizionario Corografico Universale dell’Italia del 1854, facenti parte del Volume Primo – Il Veneto (Stabilimento Civelli G. e C. – Milano) e, considerando l’argomento inerente il nostro Comune, vogliamo proporle ai nostri lettori per eventuali commenti.

MONTEBELLO. Comune de distretto di Lonigo, nella provincia e diocesi di Vicenza.
Gli è aggregata la frazione di Agugliana.

  • Popolazione 3886.
  • Estimo, lire 152.594,26.
  • Numero delle Parrocchie due.
  • Confina a levante colla provincia di Verona ed è bagnato dai fiumi Aldego e Chiampo.

Quattro strade principali la percorrono:

  1. La regia postale che da Vicenza conduce a Verona, ed è in questo comune attraversata da tre ponti, cioé uno sul piccolo torrente Signolo, di due archi circolari, con pilone nel mezzo, spalle, ali e muretti di sponda tutto di pietra, della lunghezza di metri 16, costrutto nel 1812; un altro detto della Fracanzana, sul torrente Chiampo, a un solo arco, tutto di pietra, lungo metri 27; e un terzo, detto del Marchese, sopra lo stesso torrente, anch’esso di un solo arco, tutto di pietra e lungo metri 28.
  2. La strada che da Montecchio-Maggiore conduce a Lonigo.
  3. Quella che da Montebello conduce ad Arzignano, la quale cominciando nel così detto Borgato di Montebello sul fianco destro della strada postale veronese, passa vicino a Zermeghedo, poi passa per Mont’Orso e termina ad Arzignano. La sua lunghezza è di metri 9180, ossia pertiche vicentine 4280, pari a miglia 4,5. Varca il torrente Chiampo presso Arzignano.
  4. La strada da Lonigo a Montebello. Comincia a Lonigo al ponte S. Giovanni, passa per la Favorita, Cà Quinto e termina al ponte della Fracanzana, ove si unisce colla strada postale per Verona. La sua lunghezza è di metri 7680, ossia pertiche vicentine 3581, pari a miglia 4 circa.
In questo comune avvi un bosco detto Scaranto: è in colle, di eccellente fondo, di qualità cedua. Appartiene al comune stesso che lo affitta. Il territorio è assai ferace e produce ottimo vino. Montebello, capoluogo del comune, sta in vicinanza del fiume Aldego, sulla via postale che conduce a Verona.
Ha consiglio comunale, uffizio proprio, ospedale per gli infermi, un istituto di pubblica beneficenza detto commissaria Zigiotti dal nome del suo fondatore e una chiesa parrocchiale di gius vescovile, dedicata a Santa Maria Assunta.
Vi si tiene mercato ogni mercoledì e fiera il secondo mercoledì di luglio.
Quivi risiede un vicario foraneo da cui dipendono otto parrocchie, cioé quelle di Montebello, Agugliana, Brendola, Meledo, Montecchio-Maggiore, S. Vito di Brendola, Sorio e Zermeghedo.
NOTIZIE STORICHE. Nei secoli passati Montebello era luogo fortificato: sotto la Repubblica di Venezia, fu capoluogo di un distretto composto di cinque comuni. Presentemente è rinomato pei fatti d’arme seguiti ne’ suoi dintorni fra i Francesi e gli Austriaci negli anni 1796 e 1805. Nel primo Bonaparte respinse l’esercito nemico che gli stava di fronte; nell’altro, Seras fece prigione il generale Hillinger con 5000 soldati.
Questo borgo non dee però andar confuso con Montebello di Casteggio (Piemonte) eretto da Napoleone in ducato per rimeritare il valore del generale Victor.
Di Montebello fu il vescovo di Ferrara Guido, dell’ordine dei predicatori, uomo dotto e pio, il quale giavce sepolto nella chiesa di san Domenico di Bologna.
MONTEBELLO con MORSAI
. Due piccoli villaggi formanti una delle frazioni del comune di Cesio, nel distretto di Feltre, in provincia di Belluno. Nel primo di essi sorgeva altre volte un castellon feudale, di cui oggi appena scorgonsi le vestigia.

(dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Montebello in una cartolina di fine Ottocento. Da notare la “cinta” murata che circondava il paese e il campanile della Chiesa di San Francesco (circa al centro dell’immagine), demolita nel 1909. (collezione privata del redattore).

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ATTIVITA’ SVOLTE NEL 2004

[35] ATTIVITA’ SVOLTE DALL’ASSOCIAZIONE NELL’ANNO 2004
Tra le varie attività svolte ricordiamo le visite:

  • Al Museo Civico G. Zannato di Montecchio Maggiore effettuata il 18 aprile, dove abbiamo ammirato le esposizioni dei minerali, dei fossili, dei reperti archeologici paleoveneti, romani e longobardi;
  • alla palladiana villa Caldogno, nel paese omonimo, dove abbiamo ammirato gli affreschi del Fasolo ed il restaurato bunker della Croce Rossa tedesca, realizzato nell’ultimo conflitto mondiale. Ci siamo poi recati sul fare della sera nel Bosco di Caldogno per ammirare in un’oasi ambientale incontaminata le sorgenti del Bacchiglione, la sua fauna e la sua rigogliosa flora. Abbiamo concluso la serata in allegra armonia in un agriturismo della zona (19 giugno);
  • al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo con le interessanti raccolte paleovenete provenienti da Canaro, Frattesina, San Bellino, e romane rinvenute nel territorio circostante la città. Nel pomeriggio abbiamo visitato la villa palladiana Badoera a Fratta Polesine e poi brevemente i resti dell’Abbazia di Badia Polesine (12 settembre);
  • alla zona archeologica di Montebello accompagnati dal prof. Luigi Bedin (3 ottobre).

ANNIVERSARI
600 anni sono trascorsi dalla dedizione alla Repubblica di Venezia del territorio vicentino e della Comunità di Montebello (1404).
La Comunità di Agugliana 300 anni fa inaugurava l’altare dedicato alla Madonna del Rosario.

(dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Il prof. Luigi Bedin, durante la passeggiata a Montebello il 3 ottobre 2004, mentre ci illustra le varie località dove sono stati rinvenuti reperti archeologici retici, paleoveneti e romani (foto a cura del redattore).

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I ROMANI A MONTEBELLO

[30] RITROVAMENTI AL LEGNON
Vi aggiorno sulle novità riguardanti il ritrovamento avvenuto nella località Legnon, di Montebello, nella primavera del 2003. Nel precedente notiziario avevo soltanto accennato a questa scoperta; vi riassumo ora cosa è stato trovato e avvenuto in questo periodo.
Nella primavera scorsa appreso che in località Legnon, una via ormai dimenticata di Montebello, nei pressi della ferrovia, era stato trovato qualcosa di “strano“, ho fatto un sopralluogo. Il materiale che ho rinvenuto sul posto è stato ritenuto interessante anche dai soci della nostra Associazione e dall’Assessore dei Beni Culturali di Montecchio Maggiore Prof. Beschin, e componente della Direzione Museale del Comprensorio di cui fa parte anche Montebello. Quando ci ha detto che erano del periodo Romano potete immaginare la nostra soddisfazione per l’importanza della scoperta. E’ stata quindi avvisata del ritrovamento la dott.ssa Rigoni, della Sovrintendenza Archeologica di Padova. Con il consenso ufficioso della dott.ssa Rigoni e d’accordo con il proprietario del podere abbiamo ripulito lo scavo, in precedenza effettuato dall’Enel per lo spostamento di un traliccio, dalle dimensioni di circa 4 mt. x 3 mt.
A un metro e venti centimetri circa di profondità abbiamo visto uno strato di embrici rotti di circa 25-30 cm. di spessore, posti in ordine e non alla rinfusa. Sotto allo strato di embrici si intravvedevano tantissimi cocci di vasellame vario e, a circa 140 cm. di profondità, elementi di un selciato. Purtroppo la dott.ssa Rigoni non ha avuto la possibilità di fare un sopralluogo; è venuta però la dott.ssa Alexia Nascimbene, Conservatore Archeologo del Museo civico G, Zannato di Montecchio Maggiore, la quale confermava l’interesse del materiale. Abbiamo quindi consegnato tutta la documentazione in nostro possesso, relativamente al materiale trovato, alla dott.ssa Nascimbene che lo ha fatto vedere alla dott.ssa Rigoni l’8 aprile 2004, la quale confermava l’ipotesi che poteva trattarsi di reperti di epoca Romana risalenti al I secolo a.C. Uno scavo sistematico dovrebbe essere effettuato ora da una squadra di archeologi ma non sappiamo se ciò sarà possibile in quanto le disponibilità finanziarie degli organi preposti sono assai limitate.
Attualmente il proprietario del podere ha chiuso lo scavo per poter proseguire con i lavori agricoli. Rimaniamo quindi in attesa di nuovi sviluppi che ci auguriamo positivi.

Adelino Fioraso (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: L’embrice Romano era un tipo di tegola in laterizio, a forma di lastra trapezoidale ed i cui due orli erano rialzati. Tra un embrice e l’altro veniva posizionato un coppo a copertura. L’embrice cosiddetto alla “romana” è tuttora largamente utilizzato, soprattutto nell’Italia centrale, e per la copertura di edifici appartenenti ai centri storici (a cura del redattore).
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LE NOSTRE ORIGINI

[29] LE NOSTRE ORIGINI

Recentemente la nostra Associazione ha potuto visitare, grazie alla guida del Prof. Luigi Bedin, i luoghi degli antichi abitanti del nostro paese. Montebello, come si sa, ha origini molto antiche e lo provano le numerose scoperte archeologiche avvenute in varie date, soprattutto nella zona del Monte del Lago sulla sommità del colle e nelle zone circostanti.
Già nel 1836 furono ritrovati, come fu testimoniato da Paolo Lioy, oggetti di ornamento appartenenti al periodo paleoveneto. Negli anni ’30 del secolo scorso Bruno Munaretto, grande appassionato della storia locale, iniziò a raccogliere il materiale archeologico che potè rinvenire nella località Pegnare, particolarmente in località la Gualiva, proveniente da una importante necropoli di tombe ad incinerazione consistenti in fori scavati nel tufo vulcanico. La raccolta del materiale archeologico frutto delle ricerche del Munaretto comprende un periodo di tempo che va dal bronzo Medio (XIV° sec, a.C.) fino all’Età Romana del II° sec. a.C. (monete di età Repubblicana).
In località Mussolina dal 1963 furono trovate, ad opera di Padre Aurelio Menin, tombe veneto-etrusche riferibili all’inizio dell’Età del Ferro, IX° sec. a.C., i cui corredi funebri contenevano manufatti in oro e in bronzo e delle fibule. Furono trovati anche frammenti ossei di bue, cane, cavallo, cervo, pecora e in prevalenza di capra.
La presenza dei paleoveneti, oltre alle similitudini riscontrate ad Este, antica capitale dei veneti, fu il ritrovamento di un frammento di un vaso di ceramica sul cui fondo erano incise tre lettere del loro alfabeto, la più evidente la “VI“. Una quantità di materiale di eccezionale valore archeologico fu scoperto a partire dal 1975 nelle pendici meridionali del Monte del Lago a seguito degli scavi per la costruzione di una casa.
Le ricerche si svilupparono a cura della Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Padova e furono oggetto di molti studi e pubblicazioni. Il luogo comprendeva tre fasi abitative che vanno dal Bronzo Recente e Finale (XIII sec. a.C.) all’età del Ferro (periodo IV°-II° sec. a.C.). A questa epoca si fa riferimento alla “casa retica” a pianta quadrata, seminterrata, comprendente più locali, previsti anche per i lavori di artigianato. Un focolare che probabilmente veniva usato per la fabbricazione dei vasi di argilla; in un locale vennero trovati dei pani di questo materiale e un recipiente in cui veniva raccolta sabbia di fiume per l’impasto. delle quattro abitazioni portate alla luce una presentava un manufatto idraulico per la raccolta degli scoli d’acqua piovana, che è l’unico finora conosciuto della civiltà paleoveneta. L’insediamento urbano era delimitato ad ovest da una necropoli con le sepolture ad incinerazione che risalgono al periodo fra il V° e il II° sec. a.C. Il corredo funebre di una delle tombe era particolarmente ricco ed era costituito da: un cinturone di ferro, una punta di lancia, un coltello con il fodero decorato in ferro, un braccialetto di bronzo, due perline di pasta vitrea, tre fibule e due vasi di ceramica.
Un’altra scoperta molto interessante riguarda un muro antico che risale al XIII° secolo a.C. (periodo paleoveneto) su cui i paleoveneti si appoggiarono per la costruzione del pavimento di una casa. Molto interessante fu anche il ritrovamento di una notevole quantità di semi di cereali contenuti in recipienti di legno carbonizzato.
I manufatti e gli oggetti di ornamento rappresentano una realtà importante che ci dà la misura delle abilità raggiunte dai nostri antenati e degli scambi che essi intrattenevano con gli abitanti delle regioni vicine. Purtroppo la gran parte del materiale recuperato non è visionabile se non in minima parte nel Museo di Este, nel Museo di Chiampo, e nel Museo di Santa Corona a Vicenza. E’ previsto che una parte sarà esposta, prossimamente, nel Museo Zannato di Montecchio Maggiore.

Luciana Albiero (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: la “Casa del Vasaio” (Mostra Venetkens – Padova 2013). Ricostruzione di una delle quattro abitazioni di cui si parla nell’articolo e, precisamente, quella che viene chiamata la Casa del Vasaio, all’interno della quale sono stati trovati numerosi vasi in terracotta ‘crudi’ messi ad essiccare, preparati quindi per la cottura (foto a cura del redattore).

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UNA RAPINA A MANO ARMATA

[27] UNA RAPINA A MANO ARMATA

Il Podestà di Vicenza Camillo Gritti (1) ebbe un bel da fare nell’emettere sentenze contro le numerose bande armate che imperversavano nel vicentino. La strada che da Montebello portava a Vicenza si prestava benissimo, per il suo completo isolamento, all’assalto delle varie carrozze che su questa vi transitavano.
ANNO 1787 L’ANTEFATTO: quattro malviventi, capeggiati da un bandito che aveva eluso il confino, passano da un semplice furto di granaglie (complice la pioggia inattesa) ad un assalto alle carrozze.
IMPUTATI: ANTONIO del fu BORTOLO LO.
CARLO PA. detto “bassotto” figlio di ANTONIO
GIUSEPPE LO. detto “pollin” del fu ANTONIO cognato del suddetto ANTONIO (LO.)
GIO. BATTA DO. del fu BORTOLO. Tutti di Montecchio Maggiore.
La sentenza prosegue, con linguaggio processuale dell’epoca, spiegando che il Sig. Gio. Batta Conforti, nobile bresciano, sostenuto dalle dichiarazioni del suo cocchiere Gio. Batta Filippi, da quelle del cameriere Gio. Batta Bianchi e da quelle di Alberto Tornago “connestabile” (responsabile delle scuderie), è la “parte lesa” nel processo e che l’Eccellentissimo Consiglio dei XII dà la facoltà a questa Corte di condannare e punire i rei, presenti e assenti, al bando a vita dalla città di Venezia e da tutto il Dominio della Serenissima e di condannarli alla galera e alla confisca di tutti i loro beni.
Segue quindi la descrizione dell’accaduto così riassunta:
Mentre i 4 inquisiti si trovavano in casa di Carlo Pa., detto “bassotto”, a Montecchio Maggiore, nella notte del primo Novembre, Antonio Lo. propose di andare a rubare del “sorgoturco” nella campagna vicina. Con tre sacchi e muniti di due fucili e di coltelli andarono sulla strada pubblica che da Montebello porta a Montecchio, nei pressi della Gualda, per portarsi poi nei campi vicini e rubare come avevano stabilito. A causa della pioggia che cadde improvvisa, cercarono rifugio presso la chiesetta semi diroccata di San Giacomo (2) e, verso le 4 del mattino, capitarono nei pressi dell’Osteria Grande (3) a Montebello, dove si era fermato a rinfrescarsi il nobile Sig. Gio. Batta Conforti con sua sorella Dorothea. Questi era giunto a Montebello con una carrozza trainata da 4 cavalli con il cocchiere, il cameriere e lo staffiere. Al  sopraggiungere della carrozza Antonio Lo. disse agli altri compagni: “la xe qua … coremo drio a quela carrossa, toleghemo i soldi!“. Detto fatto la inseguirono e, una volta raggiuntala, Giuseppe Lo. puntò il fucile al volto del cocchiere minacciandolo di morte e intimandogli di fermare i cavalli. Lo stesso fece Antonio Lo., con il suo fucile, verso il cameriere e lo staffiere. A questo punto Antonio Lo. passò il fucile al compare Gio. Batta Do. e, minacciando con il coltello il Sig. Conforti, gli chiese di consegnargli i soldi. Lo stesso fece Carlo Pa. minacciando con il coltello la sorella del Conforti. Spaventato da tanta ferocia, il Sig. Conforti estrasse dalla saccoccia 2 Ducati e li lanciò a terra verso il suo aggressore. Antonio Lo. fece segno al Conforti di volerne ancora, al ché il Conforti gli gettò altri 6 Ducati e altre varie monete, che il brigante raccolse prontamente. Nel frattempo Carlo Pa. si era fatto consegnare la borsa dalla sorella del Conforti con dentro una somma pari a circa 150 lire. Fatto questo Carlo Pa., minacciando il cameriere, si fece consegnare da questi due orologi d’argento, alcune monete milanesi pure d’argento ed altre cose conservate in un cassettino che teneva accanto a sé.
Non contento di tutto questo, ancora Carlo Pa., tagliò le corde che legavano il baule dietro la carrozza e lo trascinò in una vicina stradella di campagna. In quel mentre, sopraggiunsero tre “postiglioni” (i nostri portalettere) a cavallo, provenienti da Vicenza e diretti a Montebello, dove esisteva una importante Stazione di Posta. Alla vista di questi il Sig. Conforti si fece coraggio e scese dalla carrozza, ma subito intervenne Antonio Lo., riprendendosi il fucile dalle mani di Gio. Batta Do., lo rivolse contro i postiglioni intimando loro di proseguire se non volevano fare una brutta fine. Questi obbedirono e non restò altro da fare al Conforti che tornare in carrozza accanto alla sorella. Intanto Carlo Pa. e Antonio Lo., trascinato il baule in un campo vicino, lo aprirono a colpi di pietra e misero tutto ciò che conteneva nei sacchi che avevano ancora con loro. Infine si portarono a casa di Gio. Batta Do., bruciarono il baule e misero tutta la refurtiva in una cassa.
Naturalmente il Conforti e il suo seguito, appena giunti a Vicenza fecero denuncia alle autorità le quali inviarono immediatamente i soldati ad individuare ed arrestare i delinquenti. Gli imputati Antonio e Giuseppe Lo., Carlo Pa. e Gio. Batta Do. furono ben presto ritrovati con le “mani nel sacco“, essendo ancora tutti assieme nella casa di Gio. Batta Do., con tutta la refurtiva. Non potendo quindi negare la loro azione criminosa fu concesso loro un avvocato d’ufficio (allora si chiamava Procuratore de’ Poveri prigionieri) che venne messo al corrente dei fatti ma, questi, non poté fare altro che constatare che tutte le prove erano contro i suoi assistiti. In breve tempo fu emessa la tremenda sentenza: « Antonio Lo. è accusato di “assalto alla Pubblica Strada” e di un “considerevole asporto di denari ed altri effetti“, sia condotto in Campomarzo dove il boia lo appenderà alla forca “per le canne della gola” finché non morirà. Gli altri tre imputati Carlo Pa., Giuseppe Lo. e Gio. Batta Do., siano inviati a servire sulle galee (lavori forzati come rematori nelle navi della Serenissima Repubblica) per 10 anni continui ciascuno o, in caso di “inabilità“, siano rinchiusi in prigione, senza finestre, per 20 anni continui. In caso di fuga saranno banditi per sempre da tutto il territorio della Serenissima Repubblica ».
In altri processi, con i medesimi capi di imputazione, il Giudice non infliggeva la pena di morte, ma pene detentive; in questo caso, volendo forse dare un esempio di durezza, decise la pena capitale, per altro non eseguita per la morte dell’imputato durante la detenzione (infatti davanti al nome del condannato appare una croce).

Note:
(1) Il podestà era il titolare della più alta carica civile nel governo della città all’epoca dei fatti (N.d.R.)
(2) La chiesetta di San Giacomo, che si trovava lungo la strada per Montecchio Maggiore, subito dopo la Gualda, ma sulla destra, Durante lo svolgimento dei fatti era cadente e, nei primi anni del 1800, il Comune di Montecchio ne ordinò la demolizione perché considerata un “asilo di ladri“. Spesso, infatti vi si rifugiavano malfattori per tendere imboscate a coloro che transitavano per questa importante arteria (N.d.R.)
(3) L’Osteria Granda era quella dei conti Valmarana, situata nell’angolo formato dalla confluenza di Via Pesa in via XXIV Maggio, verso la Piazza (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
(Fonte: Archivio di Stato di Vicenza, “Raspe” busta n. 18)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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