UN CONTE A MONTEBELLO

[226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO

Tra i vari personaggi che si sono susseguiti nella proprietΓ  di quella che attualmente Γ¨ conosciuta comeΒ β€œVilla Miari” a Montebello, troviamo il conte Alvise Francesco Mocenigo. Per circa 15 anni, gli ultimi della sua vita, fu spesso ospite del nostro paese. Nel 1870 acquistΓ² la villa da una certa Baronessa Herman1 e vi abitΓ² fino al 1884, anno della sua morte. Alvise Francesco Mocenigo, di origine veneziana, fu un politico e imprenditore italiano. Nato da una relazione extra-coniugale tra il colonnello austriaco M. Plunkett e Lucia Memmo, moglie del conte Alvise Mocenigo, fu battezzato con il nome di Francesco. Venne comunque riconosciuto dal padre che gli diede il nome di Alvise, come tradizione di famiglia e divenne dunque Alvise Francesco Mocenigo.2
Il 24 novembre1840 sposò la contessa Clementina Spaur figlia del conte Johann Baptist Spaur di Merano. Il suocero di Alvise Mocenigo, dapprima governatore delle province venete, e successivamente, fino al 1847, mantenne la stessa carica per la Lombardia. Dal matrimonio nacque nel 1845 una bambina che morì pochi giorni dopo il parto. Solo tre anni più tardi arrivarono: il primogenito maschio battezzato, come tradizione di famiglia, col nome di Alvise, Giovanni ed alcune femmine.
La moglie, Clementina Spaur, fu una valente e raffinata pittrice: di lei si conosce un dipinto rappresentante β€œLa Beata Maria Vergine seduta in trono” giudicato di pregevole fattura. Tra le tante cose elencate nell’inventario sottocitato, eseguito a Montebello nel 1884, viene nominato un identico dipinto: Γ¨ lo stesso?
Tra i numerosi incarichi che ricoprΓ¬ Francesco Alvise Mocenigo vi fu quello di presidente del Teatro la Fenice. Ebbe naturalmente modo di conoscere Giuseppe Verdi che, riconoscente ammiratore di Clementina Spaur, dedicΓ² a quest’ultima l’opera lirica β€œErnani”. Non meno sensibile fu uno dei librettisti delle opere di Verdi, Francesco Maria Piave, che in occasione della morte della primogenita dei coniugi Mocenigo dedicΓ² alcun versi alla contessa.
Francesco Alvise Mocenigo lo troviamo giΓ  attivo a Montebello in un documento del notaio Domenico Agostini con una richiesta a questo Comune di acquistare una Strada β€œVicinale” secondaria detta del β€œCastello” che, all’incirca dal punto in cui sorge la villa, portava oltre il Castello e, girandogli attorno, proseguiva in direzione della β€œCΓ  del lupo” (da A a B nel disegno). Su questa strada venivano fatte 3 processioni all’anno, a partire dalla Chiesa di San Daniele (all’interno del castello) fino al centro del paese. Il conte Mocenigo avrebbe concesso il passaggio dei fedeli per la suddetta strada, a patto che le processioni non fossero state piΓΉ di 3 all’anno e che non gli fosse richiesto nessun obbligo di manutenzione dell’Oratorio o di spese relative al culto.
In un secondo documento del 28 marzo 1873 leggiamo la risposta, positiva, del Consiglio comunale di Montebello (il Sindaco all’epoca era Giuseppe Dr. Pasetti), il quale, posta la condizione β€œch’egli non vorrΓ  certo rifiutare l’accesso al Castello a coloro che desiderassero visitarlo”, gli concede di prendere possesso degli β€œappezzamenti stradali” acquistati e di poter iniziare i lavori.
È del 5 novembre 1873 l’atto di vendita definitivo. Ecco uno stralcio: β€œβ€¦Il Comune di Montebello Vicentino rappresentato dal proprio Sindaco Giuseppe Dr. Pasetti vende con clausola abdicativa e traslativa di dominio al prenominato Conte Alvise Francesco Dr. Mocenigo. Il quale accetta ed acquista la strada vicinale interna che dal palazzo stesso Co. Mocenigo mette al sovraposto Castello girando a tramontana dallo stesso fino al trivio della strada CΓ  del Luppo [sic] descritta nella perizia dell’Ingegnere Civile Signor Pietro Frigo… lo stesso Comune vende allo stesso Conte Mocenigo il piccolo tratto di strada denominato della β€œCucca” dal punto segnato C fino al punto D nel tipo (disegno)… restando la fontana di proprietΓ  del Comune [si tratta di quello che ancora oggi Γ¨ denominato il Pissolo]… ed inoltre vende il piccolo pezzo di terreno dinanzi all’ingresso del Palazzo Mocenigo, segnato in tipo (disegno) colla lettera X… il prezzo pattuito nella somma di Lire 1180 millecentottanta… Le spese di perizia ritenute in Lire 32 nonchΓ© quelle occorrenti pel Registro e pel trasferimento censuario e tutte le altre, senza eccezione, relative al presente istrumento sono ad esclusivo carico del Nobile acquirente.”.3
Per circa 15 anni il conte Mocenigo visse, quasi continuativamente, in questo sontuoso palazzo fino alla sua morte avvenuta il 13 novembre 1884.
Il 6 agosto 1885, con un altro atto del notaio Domenico Agostini si aprΓ¬ la fase della successione. Vennero designati gli eredi: β€œSignora Clementina Contessa Spaur 4 fu Giovanni vedova Mocenigo, Amelia Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco, Maria Duchessa di Noci nata Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco ed Olga Contessa Mocenigo nata Principessa Windisch-GrΓ tz di Ugo nella legale rappresentanza questa della minorenne di Lei figlia Contessina Valentina Mocenigo del fu Andrea”.5 Nel lunghissimo inventario di quanto contenuto del palazzo Mocenigo di Montebello vengono nominati ben 284 gruppi di oggetti dalla moltitudine di mobili alle porcellane, ai numerosissimi accessori di valore, ai 300 libri ed opuscoli, ecc. Il tutto in circa 34 tra stanze e ripostigli. Tutti gli oggetti vengono elencati con estrema precisione in un documento di 12 pagine.
Il conte Alvise Francesco Mocenigo fu sepolto ad Alvisopoli (giΓ  β€˜Molinat’), nel comune di Fossalta di Portogruaro, tra Veneto e Friuli, dove la famiglia possedeva un grande latifondo di 1800 ettari.

Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani

Note:
1) Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci riferisce che il conte Mocenigo, nello stesso anno, acquistΓ² anche il Castello di Montebello.
2) Il Conte Alvise Francesco Mocenigo (1799-1884) Γ¨ uno dei propugnatori della costruzione della ferrovia Ferdinandea (1846). La sua villa ospitΓ² gli operai addetti alla messa in opera dei binari. La famiglia MocenigΓ² annoverΓ² tra suoi appartenenti ben 7 Dogi e decine di Procuratori di San Marco.
3) Archivio di Stato Di Vicenza, atti n. 624, Busta 2034 con 3 allegati.
4) Clementina Contessa Spaur und Flavon – nata a Vienna nel 1816 morta a Venezia nel 1891. Il marito Alvise Francesco Mocenigo nato a Venezia nel 1799 e nella stessa cittΓ  morto nel 1884.
5) Archivio di Stato Di Vicenza, Notaio: AgostiniΒ  Domenico (Malo e Montebello), Busta nΒ° 2042 – Atto nΒ° 1638 –  (reg.132).

Disegno:
Di libera interpretazione di Umberto Ravagnani. La piccola deviazione denominata “Strada in questione” si riferisce a un lavoro effettuato abusivamente dalla precedente proprietaria, la Baronessa Herman, che divenne comunque parte del terreno acquistato dal Conte (da una mappa dell’Ing. Pietro Frigo, 1872, Archivio di Stato Di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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VILLA MIARI

[31] GHE GERA ‘NA VOLTA (3)
VILLA MIARI

Lo storico Vittoriano Nori, nel suo libretto “Montebello Vicentino – Guida illustrata”, cosΓ¬ ci descrive questa villa circondata da un grande parco a mezza collina: Β« Per la villa in parola, che ha avuto diversi passaggi di proprietΓ  (Righi, Zanuso, Herman, Mocenigo, Miari, Carlotti, Miari, Casarotti, ora della S. A. Giulianova) (1) situata in posizione dominante sul colle di Montebello, e che spazia sull’immenso panorama dei Berici da Altavilla a Lonigo e sulla pianura che corre da Montecchio Maggiore fino ai confini con il Veronese, ci serviamo della scheda preparata a suo tempo da Renato Cevese (2). Secondo lo studioso la fabbrica si compone di quattro piani e pertanto acquista un “inusitato piglio della sua monumentalitΓ “, apprezzabile soprattutto nella facciata anteriore e ancor piΓΉ nei fianchi; “lento Γ¨ il ritmo delle cinque aperture che vi si campiscono e la parete, cinghiata dalle fasce che la solcano per ogni lato, ha una ferma severitΓ  che non s’avverte nella facciata principale fitta di ben sette aperture, nel piano rialzato e in quello soprastante, ognuna delle quali con balconcino a balaustra sporgente“. Verrebbe fatto di credere, arriva a dire il Cevese, che in origine le finestre fossero prive di balaustre e che ne fosse provvista soltanto quella centrale al secondo piano e ritiene che le finestrelle del sottotetto siano state ingrandite. “Altissimo Γ¨ l’arco di ingresso, altissimo il finestrone che lo sormonta con stretto aggancio: il primo vieppiΓΉ alzato per la scala che lo lega al giardino; l’uno e l’altro a segnare, con inconsueta forza, l’asse mediano della composizione che trova sugello nel frontone triangolare, ed Γ¨ cosΓ¬ irrilevante la distanza tra gli archi e le finestre accanto che l’architetto, specie al primo piano, sembra quasi aver voluto proporre l’immagine della serliana, ma in versione pienamente libera“.
Per Renato Cevese l’edificio, sul cui fianco orientale furono murati stemmi e marmi di provenienza varia e di varia epoca, rientra nel clima di Carlo Borella. Che esso abbia subito ingenti modifiche lo denuncia la facciata posteriore, “la cui fisionomia originaria fu completamente travolta“. E ciΓ² dovrebbe essere accaduto in occasione di un ridimensionamento interno allorchΓ©, nel secondo Ottocento, si volle ricavare una nuova scala, abbandonando quella antica a chiocciola, nella quale sembra risuonare l’eco delle stupende idee palladiane. E fu cosΓ¬, soggiunge Cevese, che si sottrasse spazio ai due saloni mediani e si crearono piccole stanze di servizio, sacrificando la sala d’angolo nord-est. “Ma l’esame delle modanature al primo piano dei fianchi e la collocazione della scala a chiocciola portano al sospetto che in origine preesistesse un nucleo cinquecentesco, poi sostanzialmente modificato alla fine del secolo successivo con l’ingrandimento di tutta la fabbrica“.
Anche le cinque statue poste a coronamento della facciata anteriore appartengono al secondo Cinquecento e, secondo la scheda anzidetta, “esse presentano affinitΓ  con le statue dei poggi e dei pronai della Rotonda“.
Passando all’interno della costruzione, la scheda ci segnala il notevole salone al piano rialzato con quattro porte monumentali seicentesche di foggia non lontana da altre che i maestri valsoldani (3) attivi a palazzo Leone Montanari andavano creando in vari edifici di Vicenza e della provincia. E notevoli pure le due sale, ai lati del salone accennato, “belle di proporzioni ed eleganti per le porte monumentali che le adornano“.
Purtroppo la villa ed il parco subirono l’insulto di penose vicende connesse con la seconda guerra mondiale (4) Β».

Note:
(1) Il libretto del Nori Γ¨ stato pubblicato nel 1988 (N.d.R.)
(2) Renato Cevese era uno storico dell’arte e massimo esperto del paesaggio, per 23 anni docente di Storia dell’Architettura alla facoltΓ  di Ingegneria civile dell’UniversitΓ  di Padova, accademico olimpico dal 1962 (N.d.R.)
(3) La Val Solda Γ¨ una Valle della Lombardia occidentale in provincia di Como che ha “sfornato”, in quei tempi, molti abili maestri edili (N.d.R.)
(4) Qui ci si riferisce all’acquartieramento militare, in quel periodo, che ha provocato notevoli danni alla villa (N.d.R.)

(dal NΒ° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: La villa Miari, all’inizio del 1900, vista dalla portineria, nell’attuale Via Roma. Un po’ piΓΉ in alto le scuderie che ora sono semicrollate e in uno stato di completo degrado (cartolina da collezione privata del redattore)
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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta cosΓ¬ le vicende che hanno interessato il nostro castello: Β« Il castello, che sorge in sommitΓ  del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, Γ¨ posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, Γ¨ coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metΓ  del secolo scorso (XIXΒ° secolo N.d.R.). Il cortile centrale Γ¨ coperto in gran parte d’erba e, qui e lΓ  d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi Γ¨ un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso Γ¨ formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso Γ¨ assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte piΓΉ antica del castello risalendo appunto al secolo XIΒ°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed Γ¨ internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidΓ¬ non rimane traccia alcuna. Degno di menzione Γ¨ il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietΓ  di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santitΓ  e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto Γ¨ deserto ed il castello stesso Γ¨ un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina piΓΉ bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui Γ¨ lasciato e la decadenza verso cui sempre piΓΉ s’incammina, fanno sperare, che come si Γ¨ fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi Γ¨ pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassΓΉ si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del GuΓ  chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la cittΓ  di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietΓ  del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidΓ¬ non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioΓ¨ nel mercoledΓ¬ delle Rogazioni ed il 28 di Agosto Β».

(U.R. dal NΒ° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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