GAETANO DALLA PRIA

[231] GAETANO DALLA PRIA – Un atleta formidabile


Oggi vogliamo parlare di uno splendido atleta montebellano, poco ricordato nonostante i suoi notevoli successi in campo sportivo e non solo. Questo il suo curriculum:

come campione nel lancio del disco:
– Partecipazione ai Campionati Europei di Belgrado 1962;
– Medaglia d’Oro alle Universiadi di Porto Alegre (Brasile) 1963;
– Medaglia d’Argento ai Giochi del Mediterraneo – Napoli 1963;
– Finalista alle Universiadi di Budapest 1965;
– Finalista alle Universiadi di Tokio 1967;
– Due volte Campione Italiano Assoluto e quattro volte medaglia d’argento;
– Ha indossato 11 volte la maglia azzurra con la nazionale assoluta;
– Partecipazione a varie altre rappresentative e meeting con vittorie e buoni piazzamenti.

Come Tecnico:
Tecnico in vari club; Tecnico Regionale in Lombardia; Tecnico della nazionale giovanile della FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera).

Come Dirigente:
Consigliere Nazionale FIDAL (componente di Giunta) 1989–94; Vicepresidente Nazionale FIDAL 1995–2000; Responsabile della specialità Corsa in Montagna (l’Italia è leader mondiale) 2001–2004; Attualmente segue l’atletica senza incarichi specifici.

Gaetano Dalla Pria, nato a Montebello Vicentino il 24/01/1940, attualmente vive a San Pietro in Cariano, un Comune in Valpolicella in provincia di Verona. Laureato in scienze agrarie presso l’Università di Padova è stato docente negli Istituti Scolastici Superiori fino al 1989.
Qualche tempo fa, dopo avergli richiesto sue informazioni, mi ha passato questa lunga intervista rilasciata nel 2012. La sua carriera sportiva nasce verso la fine degli anni 50 e tutto comincia da una… ‘finestra rotta’. Ecco il suo racconto:
« Ero in terza superiore, facevamo ginnastica in un capannone all’ex campo Fiera, in via del Pontiere [a Verona], stavamo preparando i Giochi studenteschi, ma il professor Gherardo Cametti, uomo tutto d’un pezzo, severo, ma col quale si lavorava bene, non mi aveva considerato. Per il lancio del disco aveva individuato un certo Soldo. Un pomeriggio, mi prendo una brutta slogatura, il profe mi dice: “vai a casa”, io esco, arrabbiato, vedo Soldo che sta lanciando il disco, mi fermo, metto giù la sacca, prendo il disco e comincio a lanciarlo: quello è salito su, su, sino a battere contro i finestroni, a romperli e cadere dentro la palestra dove c’erano i miei compagni. Cametti esce infuriato, “chi è stato?” Ti avevo detto di andar via, urla e io avrei voluto sprofondare, sparire, pensavo che sarei stato sospeso, a come dirlo a mio padre e che avrei dovuto pagare i danni, tanto che le poche lire che mio padre mi dava per le merende non le ho utilizzate per mesi, pensando di dover pagare ». Non successe nulla, ma Cametti decide di fargli provare il disco « e io comincio a lanciare, da fermo, e arrivo terzo agli Studenteschi con 32 metri. Mi dicono, “ma non sai lanciare? Non sei capace di ballare? Basta fare un giro di valzer.” » Gaetano Dalla Pria impara velocemente. Viene segnalato ai tecnici federali e partecipa ai primi raduni. « Non ero, però – ricorda – abituato ad allenarmi, tanto che arrivai ultimo alla garetta conclusiva del raduno. Ma il professor Marchi disse: se qui c’è qualcuno che può fare qualcosa, è quello là. Cioè, io ». Ed in breve gli attaccano l’etichetta di “erede di Adolfo Consolini1. « È vero – riferisce Dalla Pria – nel senso che io ho fatto le mie prime gare in concomitanza con le ultime di Adolfo. L’ho conosciuto al “De Gasperi”, manifestazione che si svolgeva al campo Coni di Basso Acquar [a Verona]. C’era il professor Bovi che aveva allenato anche Consolini e mi era molto affezionato perché rispondevo bene. Ricordo la grande entrata di Consolini al campo scuola e i suoi lanci oltre i 50 metri, mentre io mi fermavo a 42–43. Poi sono andato a Milano e ho frequentato Adolfo. È nata una bella amicizia. Lui aveva un record di 56.98 ed io alla “Pasqua dell’atleta” nel 1963, ho fatto la mia miglior gara di sempre, lanciando il disco a 56.31: per un pelo non feci il record italiano. Affrettavo molto il giro. Oberweger, che passava di lì, mi disse di non aver fretta. Misi subito in pratica il consiglio, ma il disco mi scappò un po’ di mano e niente record ». Dalla Pria ammette: « Mi mancano due cose. Per essere campioni, ci vogliono la dote naturale perché l’asino non diventa purosangue, grande volontà, tanta passione e un pizzico di fortuna. A me, mancano il record italiano e la partecipazione olimpica: a Tokyo 1964 dovevo andare, avevo vinto l’Universiade, ma un problema alla schiena me lo ha impedito. Condizionerà un po’ il finale di carriera, ma non posso lamentarmi di quanto ho fatto ». Il ricordo di Consolini è vivo. « Era – dice Gaetano – una gran brava persona, scrupoloso nelle sue cose. Faceva il capo magazziniere alla Pirelli, ma secondo me non era il suo posto. Prima era rappresentante, sempre in Pirelli, e si presentava ai clienti con grande umiltà e, magari, nemmeno veniva riconosciuto perché lui non diceva chi era. Poi, quel male al fegato ce lo ha portato via troppo presto. Aveva un bel fisico, ottime gambe, tanto che faceva 1.60–1.70 nel salto in alto. Tecnicamente, invece, era più forte Tosi. Adolfo lanciava 52 metri da fermo, almeno sette–otto metri avrebbe dovuto guadagnarli col giro: così, però, sbagliava poche gare. Secondo me, comunque, con tutto il grande rispetto per Sara Simeoni, l’”atleta del secolo” è Consolini, tenendo conto che ha perso, per la guerra, due edizioni dei Giochi olimpici, che avrebbe sicuramente vinto. Anche a Melbourne, nel 1956, dove aveva vinto Oerter, il più forte in assoluto, con 56.36 metri, aveva fatto 57 metri in allenamento, ma poi si era bruciato il callo dell’indice e non riusciva a tenere bene in mano il disco ». L’eredità di Consolini non pesa a Dalla Pria « perché ero io ad emergere, più di altri, in quel periodo. L’atletica, allora non aveva ancora scoperto i pesi. Io, Lievore e Meconi fummo tra i primi ad utilizzarli. Alla Pro Patria, Pigaiani, il miglior pesista di allora, mi aveva insegnato come alzarli. Ai pesi, aggiungevo 30 minuti di corsa lungo il Chiampo e poi 30 minuti a rompere legna perché i finlandesi facevano così: mio padre era contentissimo.» Chiusa l’attività agonistica, Dalla Pria rimane nell’atletica come tecnico. « Franco Sar – conferma – mi chiama alla Snia Milano come tecnico dei lanci. Frequento dei corsi, comincio a capire la funzione dell’allenamento, elaboro due fascicoli sulla tecnica che sono diffusi e apprezzati, porto in Nazionale alcuni atleti, allevo collaboratori poi diventati tecnici nazionali, trasmetto quanto ho imparato dal punto di vista didattico e dell’esperienza sul campo ». A Verona, Dalla Pria accoglie l’invito dell’Acsi Veronetta e porta alcune atlete al titolo. Poi è coinvolto dalla Federazione. E comincia la fase di Dalla Pria dirigente. « C’è il fenomeno del doping – spiega Gaetano – Già quando gareggiavo si cominciava sentire di anabolizzanti. Dovevo faticare molto per prevalere e spesso ci riuscivo. Il doping stava dilagando e con degli amici abbiamo dato vita all’Associazione dei Tecnici di atletica leggera, di cui sono stato anche presidente. Questo movimento ha influenzato tutto l’ambiente, contribuendo in maniera determinante a cambiare, nel 1989, la dirigenza federale, iniziando un nuovo corso di rinnovamento e di lotta al doping ». (Da un’intervista del 2012 di Renzo Puliero)

Dopo il matrimonio Gaetano si trasferisce a Milano, in Viale Monza e gareggia con la Pro Patria San Pellegrino. Un importuno mal di schiena pone fine alla sua carriera agonistica. Nel 1984 si trasferisce con la famiglia nei pressi di San Pietro in Cariano, nel veronese. Oggi segue l’atletica senza incarichi specifici, è ancora un uomo tutto d’un pezzo, alto 1 metro e 92 con un peso di 90 chili: « Sufficienti, per proseguire in una vita dove ho cercato di camminare diritto ».
Debbo doverosamente ringraziare anche Angelina Dalla Pria che, con il suo racconto, mi ha aiutato a conoscere meglio il fratello Gaetano e ha contribuito alla realizzazione di questo articolo di Aureos.

Note:
(1) Adolfo Consolini, detto “Dolfo”, nato nel 1917, iniziò a lavorare subito dopo le scuole elementari, per dare una mano nei campi di proprietà della famiglia. A diciannove anni iniziò a praticare atletica, e l’anno dopo esordì in una gara di lancio del peso. Negli anni cinquanta si trasferì a Milano, gareggiando con la Pro Patria e poi col Gruppo Sportivo Pirelli che lo assunse dando vita ad una delle prime forme di sponsorizzazione di un atleta. Nel 1937, Consolini vinse il titolo nazionale giovanile mentre l’anno successivo partecipò agli europei di Parigi arrivando quinto. Nel 1939 vinse il suo primo titolo italiano assoluto. Ne vinse ben 15 nella sua lunga carriera, l’ultimo nel 1960. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948, d’argento alle Olimpiadi di Helsinki 1952, partecipazione alle Olimpiadi di Melbourne 1956 e a quelle di Roma 1960 dove pronunciò il giuramento degli atleti partecipanti.

Foto: Gaetano Dalla Pria mentre esegue uno dei suoi lanci straordinari ad un meeting di Biella nel 1963 (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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FESTE CENTENARIE (1)

[36] FESTE CENTENARIE CELEBRATE A MONTEBELLO

Con questo numero iniziamo la pubblicazione del volumetto stampato dalla Parrocchia nel 1905 in occasione del VII centenario dell’erezione della Prepositurale di Santa Maria. Questa breve sintesi di storia politica e religiosa del paese è frutto di Mons. Giuseppe Capovin, Prevosto di Montebello dal 1877 al 1908 Mons. Capovin fu pastore d’anime esemplare in momenti sociali ed economici particolarmente difficili, era attento alle necessità di “tutti” i suoi parrocchiani, anche a quelli che osteggiavano la religione, e con affabilità sovveniva materialmente e spiritualmente i più bisognosi. Il suo fare sincero e disinteressato, animato da una carità e spiritualità che sorgeva spontaneamente dal profondo del suo intimo, generò nei suoi parrocchiani una stima ed un rispetto che si trasformarono ben presto in venerazione. Questa sua grande spiritualità non gli impedì di prestare attenzione alle memorie storiche ed artistiche del paese. Fece ricopiare numerose cronache e documenti antichi perché non andassero perduti e si battè a lungo per salvare dall’incuria l’antica Chiesa di San ZenoneSan Francesco, ma purtroppo poco dopo che i proprietari gli cedettero l’edificio la morte lo colse e si suoi sforzi furono vanificati. Come ben sappiamo, il suo successore la rase al suolo per dare avvio ad una filantropica istituzione (asilo infantile) che poteva senz’altro essere edificata in altri siti, considerato che a quell’epoca non mancavano gli spazi necessari.

FESTE CENTENARIE
(Prima parte)

AI SUOI DILETTI PARROCCHIANI
NEL VII CENTENARIO
DALLA EREZIONE
DELLA PREPOSITURALE DI S. MARIA
IN MONTEBELLO VICENTINO
QUESTI CENNI STORICI
CON PAZIENTE STUDIO RACCOLTI
DEDICA CON PATERNO AFFETTO
GIUSEPPE CAPOVIN
PREVOSTO

« Montebello, grossa borgata del Vicentino, la quale si stende ai piedi dell’ ultimo sprone delle Prealpi, su cui torreggia tuttora il Castello dei suoi antichi signori, a buon diritto vanta remotissime origini.
Ivi infatti nell’epoca del Romano Impero esisteva un vicus, ovvero borgo chiamato « ad Auraei o ad Auraeos » presso il quale I’Itinerario di Antonino del secolo IV segna Mutatio che era un aggregamento di vari fabbricati per contenere numerosi cavalli di ricambio, di buoi, muli, vetture e carri di varie forme per uso di pubblici Corrieri, dei viaggiatori e delle merci, o dove vi erano costantemente ufficiali investiti di potere e dignità per invigilare i Veredari ossia i conduttori di pubbliche o private vetture e gli schiavi o servi assunti al pubblico servizio e che erano pagati dalle Provincie, il che faceva Montebello un luogo importante (Filiasi – Storia dei Veneti).
Passava invero per esso la via Gallica, grande arteria, che metteva in comunicazione Milano con Aquileia e per l’Illirico con Costantinopoli. E Montebello con la sua Mutatione era uno dei due luoghi di fermata tra Verona e Vicenza.
Che avvenisse di Montebello nelle varie irruzioni barbariche, specialmente del secolo V, è ovvio supporlo, ove si noti, che per il suo sito si trovava proprio sul loro passaggio ed esposto quindi alle loro devastazioni, scendendo esse in gran parte pel Friuli a desolare le nostre regioni. Fu però fortuna per gli abitanti suoi l’aver pronto e sicuro rifugio nei monti vicini coperti di boscaglie; passata indi la bufera ritornarono in buona parte a rialzare le mura delle loro, abitazioni. Per questo si trova Montebello sussistere nel secolo IX durante l’impero di Lotario I, come luogo sì importante da essere pomo di discordia tra Vicentini, del cui territorio faceva parte, e Veronesi che si sforzavano di ammetterlo al proprio, come fecero l’anno 840, secondo narra l’antico Cronista Bonamente Aliprandi. (Castellini – Storia di Vicenza – libro III in Nota).
Al principio del secolo X vennero a desolare, dalla parte del Friuli, i nostri paesi i feroci Ungheri a varie riprese. Montebello fu uno dei più devastati, trovandosi sulla via del loro passaggio. Fu allora che a salvezza e rifugio dei pochi abitanti sfuggiti alle spade di quei barbari, si costruì il Castello, al quale più tardi se ne aggiunse un altro poco lungi.
Sino dal secolo decimo, come si ricava da documenti di quel tempo, furono signori di Montebello, i Conti di Padova e di Vicenza, discendenti dai Candiani Dogi di Venezia, i quali dal Conte Uberto Maltraverso sulla fine del secolo XII furono denominati Maltraversi di Montebello. Conservarono essi questo feudo sino all’unno 1265-1266, nei quali tanto i Maltraversi di Lozzo, come la linea di Montebello lo vendevano al Comune di Vicenza con tutti, i diritti annessi. (Dall’Archivio di Torre manoscritto del Vigna V. 8).
Quantunque il più antico documento, riguardante Montebello, sotto il suo aspetto religioso, risalga all’anno 1205, pure da ciò che è stato premesso è facile argomentare come i suoi abitanti fino dalla seconda metà del secolo IV siano venuti a cognizione del Vangelo. Essendovi poi in esso la Mutatio, necessariamente dovevano ivi fermarsi gli Evangelizzatori di questa Provincia, e i Vescovi che si portavano dall’Illirico e dalla parte Orientale del Veneto a Milano, sede dell’Impero d’Occidente, dopo Valentiniano I, i quali animati del loro zelo, si mettevano a contatto de’ suoi abitanti per communicar loro la buona novella.
Si aggiunga che i diversi ufficiali e i numerosi servi pubblici addetti alla Mutatione, dichiarata che fu religione dello stato la Cristiana dagli Imperatori Valentiniano, Graziano e Teodosio si fecero un dovere ed un onore di abbracciarla pur essi in ossequio ai loro Sovrani ».

Continua nel prossimo numero …

(dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: Mons. Giuseppe Capovin in una cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (1)

[28] CENNI GEOLOGICO-STRATI-GRAFICI DEL TERRITORIO DI MONTEBELLO VICENTINO
I territori del nostro comune che affiorano dai depositi alluvionali della pianura, appartengono al Semigraben (fossa) dell’Alpone – Chiampo. Essi sono di età EOCENICA MEDIA e SUPERIORE cioè vanno da 52 a 36 milioni di anni fa.
Dobbiamo pensare ad un mare non molto profondo il cui fondo si è abbassato in seguito alle falde di Castelvero e del Chiampo. In questa fossa tettonica si sono riversate lave basaltiche sottomarine spesso trasformate dal rapido raffreddamento in ialoclastiti; abbiamo poi la presenza di tufi sottili (località Boccara), ma soprattutto di brecce esplosive dei neks che sono brandelli di lava cementati fra loro e danno origine ad una roccia che poi si frattura facilmente (come possiamo osservare lungo le mura che circondano la zona Gamba).
Questo mare Eocenico era meno profondo verso il Nord, com’è naturale, perché la spinta della zolla africana dava origine all’orogenesi alpina creando delle anticlinali (pieghe) che man mano emergevano dal mare stesso fino a raggiungere le altezze attuali. L’unica parte del territorio che in questo periodo emergeva dal mare era la cima del Monte Calvarina ed il terreno circostante fin poco sopra l’abitato di S.Margherita. Là possiamo osservare che le lave sono più rossicce che non verso Roncà perché si sono ossidate al contatto con l’ossigeno dell’aria ed il ferro in esse contenuto si è parzialmente trasformato in limonite (ruggine rossa). Col dott. De Zanche ho studiato l’orizzonte di Roncà “Biarritziano” che è la parte finale dell’Eocene Medio e che passa dal castello di Illasi, al vecchio castello di Soave, Roncà, Ponte Cocco, San Bortolo di Arzignano. Era una specie di spiaggia dove pullulava la vita che e sempre rigogliosa intorno a zone di attività vulcanica. Parlo di questo piano perché Ponte Cocco è poco a Nord di Montebello e proprio sotto al versante Nord dell’Agugliana. Dunque il pacco di vulcaniti compreso tra il Biarritziano e l’Eocene Superiore di Agugliana è certamente dell’Eocene Medio. L’affioramento sedimentario di Agugliana (Eocene Superiore detto PRIABONIANO il cui fossile guida è il Nummulites Fabiani) ha un’età compresa tra 40 e 36 milioni di anni ed è il residuo di un più vasto orizzonte asportato dall’erosione. Ciò si può vedere in tutta la sua potenza proprio presso il passo di Priabona, strato che per la sua completezza ha dato il suo nome a questo periodo geologico. Dobbiamo pensare che, una volta terminata l’attività vulcanica circa 40 milioni di anni fa, sul fondo marino in quiete ricominciarono a depositarsi calcari, ricci di mare, nummuliti, discocicline, pecten, tutti fossili oggi facilmente rintracciabili e che hanno dato origine ad uno strato di circa 50 metri di spessore massimo. In questi calcari in gran parte asportati si è verificato il solito fenomeno del Carsismo che ha dato origine al locale “Buso del gatto” nel territorio di Agugliana, una lunga cavità con stalattiti e stalagmiti, che permette il deflusso delle acque della polije sovrastante (chiamata la Campagnola) che altrimenti diventerebbe un lago come era un tempo passato. Questo antico lago aveva una superficie di circa 0,5 Km2 ed era di forma ellittica; dopo la bonifica ha dato origine ad ottime coltivazioni agrarie. Noto che alcuni lembi dello strato Priaboniano sono franati fino nei pressi del ristorante “La Marescialla” a quota notevolmente inferiore. Evidentemente il torrente Rio con gli anni ha scavato la valle che poi ha causato il crollo di questi lembi.
Per quanto riguarda i terreni alluvionali della pianura, essi sono composti da ghiaie più o meno grossolane depositate dai torrenti Guà e Chiampo. Queste ghiaie sono però interrotte da depositi argillosi che permettono la formazione della 1A – 2A – 3A etc. falda acquifera. Ho notato questo fenomeno quando è stato fatto il carotaggio nel “Bacino” in occasione della realizzazione del diaframma di rinforzo della diga, sopra la quale corre la statale 11, che crea l’invaso di espansione del Guà. Il nuovo sbarramento in cemento armato è stato fatto arrivare fino alla prima stratificazione argillosa sotto la ghiaia. Prima di questo lavoro le acque del bacino passavano attraverso i ciottoli sotto la statale 11 e riemergevano al Borgo, con il fenomeno dei fontanazzi, preannunciando preoccupanti pericoli. Ora trovano l’argilla (impermeabile) sul fondo e la barriera di cemento armato di fronte e pertanto non filtrano più. Osservo che questi strati argillosi sono la nostra fortuna perché riportano in superficie le acque piovane di montagne che appunto danno origine alle risorgive (vedi Trissino, Vicenza, Brendola, Almisano, e Milano che è nato proprio in quel luogo per l’abbondanza di acqua risorgiva). E’ tutta una linea che dal Piemonte va fino in Friuli. Attingendo alle falde più profonde l’acqua è meno inquinata ma più ricca di calcare perché compie un percorso più lungo attraverso le ghiaie depositate dai nostri fiumi che traggono origine da bacini imbriferi caratterizzati da molti calcarei.

Prof. Terenzio Conterno (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Terenzio Conterno durante una passeggiata culturale il 13 febbraio 2005 (foto a cura del redattore).
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