A PROPOSITO DI VILLA MIARI

[197] A PROPOSITO DI VILLA MIARI… Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

LINO TIMILLERO, emigrato da Montebello in Australia nel 1967, ci ha inviato questo coinvolgente ricordo a lui riferito da una persona che desidera rimanere anonima:
«… Avevo cinque anni e, tramite mia zia di Roma che lavorava alle Poste, andai al mare. Con me c’era mia cugina, che aveva otto anni più di me. Eravamo a Santa Marinella, vicino a Civitavecchia. Vagamente ricordo che, tutte le sere, piangevo perché volevo tornare a casa dalla ‘mia’ mamma. Verso sera, mi inventavo un male diverso, fino ad arrivare al mal di denti. Mi portarono perfino dal Medico, il quale, dopo avermi visitata, diagnosticò che avevo solo nostalgia di casa. Dopo un mese al mare, tornammo a Roma, a casa degli zii. Anche per loro arrivò il periodo di ferie, così partimmo tutti assieme per Montebello. Finalmente, quel giorno tanto atteso arrivò. Sul treno ero molto contenta e continuavo a chiacchierare. Essendo stata via da casa per parecchio tempo, con la facilità dei bambini, avevo imparato a parlare l’Italiano con l’accento romano. E lo parlavo anche bene… a detta di mia zia. Arrivando con il treno da Verona, con il viso schiacciato contro il finestrino, ho riconosciuto il mio Paese. Tutto ad un tratto esclamai: “Zia, guarda! La mia Villa!” C’erano altri passeggeri seduti attorno a noi, che, alla mia esclamazione, si son guardati l’un l’altro un po’ stupiti. Forse avranno pensato che, dalla città andavamo in campagna per le vacanze estive. Mia zia, quando me lo rammentava, anche dopo vari anni, mi diceva; “Certo che quella volta ci hai fatto fare una bella figura.” La “mia” Villa, era proprio “Villa Miari”, dove ho abitato, con la mia famiglia, per sette anni.
I miei ricordi sono un po’ confusi… Gran parte di ciò che scrivo, mi è stato raccontato dalla mamma e dalle persone che formavano la mia famiglia… Avevo all’incirca quattro anni quando, con la mia famiglia, si andò ad abitare in quella grandissima ‘casa’. La grande cucina, sotto la scalinata che porta al salone delle feste, ci ospitò per poco. Quasi subito, ci dovemmo spostare all’ultimo piano, dove ci sono le finestre piccole. Per arrivare lassù, si doveva salire per la ‘famosa’ scala a chiocciola di cento scalini. Aldilà del grande solaio, c’era la nostra porzione di appartamento. A destra un lungo corridoio, a sinistra la porta della cucina e delle due camere. Il pavimento del corridoio era di mattonelle rosse lucide di cera, sopra le quali era stesa, per tutta la lunghezza, una corsia di un materiale indefinito. Di lato trovavano posto un divanetto, una libreria stracolma di libri (mio papà amava i libri). Sullo sfondo, vicino alla finestrella, vi era un tavolino rotondo intarsiato, con attorno quattro seggiole imbottite. Alla parete erano appese delle belle stampe incorniciate. Debbo dire che l’effetto, anche se visto dai miei occhi di bambina, era veramente accogliente. Alcune di quelle cose le conservo ancora oggi a casa mia. D’Inverno, purtroppo, dovevamo tener conto anche della stufa della cucina: quando tirava il vento di ‘Tramontana’, il camino non tirava bene, il fumo tornava indietro e allora si dovevano aprire le finestre. Gli occhi pizzicavano ed il naso gocciolava… Non ricordo se gli anni della mia infanzia fossero felici… Ricordo però tanti bambini, ragazzi ed adulti che abitavano tutti in quella grande casa. I giochi si svolgevano il più possibile all’aria aperta. Ed erano: ‘ciupa scondere’, ‘ciapa e scapa’: (nascondino e prendi e fuggi). C’era anche il ‘Girotondo’, che si faceva attorno alla fontana, che, purtroppo, non c’è più. I compiti per la scuola andavamo a farli sul tavolo di pietra che si trovava sotto alla ‘Pegnara’ (Pino marittimo). Si accompagnavano al tavolo rotondo quattro sedili di pietra, sui quali ci si poteva sedere anche in due per ogn’uno, tanto erano comodi. Mio fratello più giovane, e lo rammento come fosse adesso, si arrampicava sugli alberi. Ed io lo guardavo da sotto, non trovando il coraggio per salire anch’io. E quando si andava a ‘rubare’ l’uva da tavola nell’orto coltivato dal custode della Villa. Sempre in due o tre. Da sola non mi sarei mai azzardata. Quando, d’Inverno, non si poteva stare fuori, i giochi si spostavano nel grande solaio. Mio papà, perlopiù per riparare dal freddo, aveva messo come un divisorio di telo bianco. Così noi bambini giocavamo a fare le ombre cinesi. Si faceva a gara nel fare ed indovinare le figure più strane. Qualche volta preferivo giocare anche da sola. In cucina, prendevo dei legnetti che servivano per accendere la stufa, li mettevo sul pavimento e formavo dei rettangoli. Per me erano i banchi della scuola. Ed io facevo da Maestra a dei bambini immaginari. Una volta, io, mio fratello più piccolo ed un’altra bambina che abitava nello stesso piano, ci siamo affacciate alla finestrella senza protezione del solaio. La mamma della bambina ci vide! Venne verso di noi piano-piano. Ci afferrò per le gambe e ci tirò con forza lontano dalla finestrella. E ci sculacciò di santa ragione. Quando raccontai a mia mamma l’accaduto, prendemmo il ‘resto’ anche da lei! Fatto che, anche oggi giorno, non posso scordare! Forse la cosa più bella di quel periodo trascorso a “Villa Miari” era il vivere in comunità, aiutandoci l’un l’altro senza alcun senso di mancanza di rispetto. Proprio come se fossimo una grande famiglia. Scendevamo al paese per prendere il pane: chi da un fornaio e chi dall’altro. E ci aspettavamo per andare a Messa del fanciullo alla Domenica. Per quanto riguarda le ‘feste da ballo’, a noi piccoli era assolutamente proibito entrare. Però, senza essere visti, andavamo a spiare dalle finestre semi-chiuse. Oppure, ci accontentavamo di ascoltare la musica. Non desidero elencare i nomi delle dodici famiglie che abitavano in Villa. Vorrei solo ricordare la ‘Pinota’. Una signora che viveva da sola nel sotterraneo. Era magrissima, coi capelli neri. Bianca di carnagione, come un lenzuolo appena lavato. A noi bambini incuteva un po’ di paura… Veniva presa di mira dai ragazzi più grandi che le facevano i dispetti. Se dovessi ricordare “Villa Miari” con una canzone, sarebbe: ‘Casa Bianca’ cantata da Marisa Sannia. Trascrivo solamente l’ultima strofa: “E la bianca casa che mai più io scorderò mi rimane dentro il cuore con la mia gioventù che mai più ritornerà… ritornerà”.

Quando tornai ad abitare in Via V~~~~, la via dov’ero nata, avevo circa undici anni. L’edificio dove abitavo con la mia famiglia era nei pressi del panificio, appena giù dal Ponte del Marchese. Ricordo che ero contenta perché avevo la mamma sempre vicina, cosa che prima non era possibile per varie ragioni che non comprendevo. Su in Villa però, era rimasto il nostro gatto Lolo. Dopo le nostre ripetute richieste, un giorno mio fratello andò a prenderlo. Lo mise dentro una borsa e lo portò a casa. Alla quale, con fatica, il gatto si abituò. Circondato dal nostro affetto e dalle nostre ‘coccole’, è vissuto con noi per parecchi anni. Ad allietare il nostro vivere quotidiano, hanno fatto la loro parte anche il cane Ricky, il canarino Titti ed il pesce rosso Pippo. Su in Villa non tornai per molto tempo. Ero presa da tutte quelle nuove cose che la vita offriva ad una ragazzina curiosa com’ero io. Feci nuove amicizie con le famiglie che abitavano nelle corti contigue, verso i prati e lungo la Via V~~~~. In particolare, ricordo la signora Maria che mi insegnò a lavorare a maglia. Quando sbagliavo, dovevo disfare tutto. Questo mi è servito molto per imparare bene ed è la causa, credo, del mio continuo ricordo di tale signora. Tra ragazze, giocavamo sui prati dietro le case: a rincorrerci, a girare su se stesse a braccia aperte. Fino a quando al testa girava e ci si doveva sdraiare sull’erba per non cadere a causa del giramento di testa. Alcuni pomeriggi li trascorrevamo sedute sotto l’ombra di un ‘moraro’ a raccontarci pettegolezzi oppure a leggere. Ricordo le passeggiate sui prati, a badare le mucche che pascolavano, colà, sospinte da Tito (Rosa Maria). Ora, tutto questo è cambiato. Ora ci sono case fino a sotto l’argine, (Via Trieste e Via Venezia). Ed i Prati sono diventati un grande quartiere attraversato dalle Vie con i nomi dei fiumi italiani (Via Po, Via Adige, Via Tevere, Via Arno, Via Brenta…). Poco lontano da dove abitavo, c’era il convento delle Suore Canossiane. Andavo spesso da loro perché avevano a convitto due ragazze che frequentavano la Scuola Media con me. Ma, dopo aver abitato così a lungo all’ultimo piano di “Villa Miari”, la grande novità era di aver tutto a portata di mano: il panificio, l’edicola, il ‘casolin’, il calzolaio… A camminare però non ho mai rinunciato. Ero ben allenata, dati i continui andirivieni dalla Villa. E poi, quand’ero un po’ più grande, ero nel Gruppo del C.A.I. e partecipavo alle gare di marcia. Un giorno di qualche anno fa, assieme a mio marito, abbiamo fatto il giro del Castello. Passando accanto alla Villa, un po’ ansiosa, siamo saliti per la gradinata che porta all’ingresso. Il cancello era chiuso, ma si poteva vedere tutto. Mi si è stretto il cuore nel constatare lo stato di abbandono in cui era ridotta. Continuando il nostro cammino, abbiamo incontrato una mia amica che tornava dal Castello in direzione opposta. Le raccontai dello stato in cui avevo appena visto la Villa e lei, incuriosita, ci invitò a tornare indietro a dare un’altra occhiata. Dal portone di lato, riuscimmo ad entrare. Avevamo un po’ di paura perché certe voci dicevano che c’erano dei cani lasciati liberi. Passo dopo passo, salimmo la scalinata principale, davanti al grande salone d’entrata. Non accenno a quel che abbiamo visto. Ci sono delle fotografie su ‘Facebook’, che dicono chiaramente lo stato in cui è “Villa Miari” al giorno d’oggi. E lo si può capire molto meglio di una mia descrizione! Mentre, dal portone di lato, guardavo lo spazio antecedente la Villa, con mio marito e la mia amica accanto, udivo, come da lontano, un vocio di bambini, delle risate e dei gridolii come se, veramente, ci fossero dei bambini che giocavano a rincorrersi… Sembrava che tutte le famiglie fossero ancora al medesimo appartamento che abitavano tanti anni or sono… Per me, nonostante l’abbandono del luogo, fu una specie di visione che mi ricolmò di gioia e mi fece provare una grande emozione. Difatti, sulla via del ritorno, mi trovai con gli occhi lucidi: in pochi istanti, avevo rivissuto la mia vita di bambina. Qualche giorno dopo, venne a farci visita mio figlio con la sua famiglia. Dopo pranzo, chiesi ai miei nipoti se volevano visitare il luogo dove aveva abitato la loro nonna da bambina. E così ritornammo su in Villa. Spiegai loro che non era così mal ridotta quando vi abitavo. Mio nipote, però, esclamò: “Nonna, ma tu non eri povera se abitavi in questa Villa”. Sono saliti con me sulla scala a chiocciola dai cento gradini e, arrivati sul solaio, non si poté procedere perché c’era un grande buco nel mezzo del pavimento. I miei nipoti capirono subito la situazione e, senza alcuna domanda, cominciarono a scendere la scala a chiocciola dai cento gradini. Dalla finestra del bagno della casa dove abito con mio marito, riesco ad intravedere, pur se nascosta dagli alberi, “Villa Miari”. Proprio dal lato dove abitavo con la mia famiglia. E la guardo… La vedo sola ed abbandonata… Per me, ora, è “Villa Malinconica”… Chissà se le cose cambieranno… Chissà se tornerà ad essere “viva”… Questo è il mio augurio… Con tutto il cuore…! »
Come raccontata a Linus Downunder da persona che desidera rimanere Anonima (Italy 23-9-2019) – Lino Timillero Coniston 6-10-2019 Saint Brian’s day (San Bruno).

Foto: Due suggestive immagini di VILLA MIARI all’epoca dei fatti narrati (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

 

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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[137] IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Oggi torniamo a parlare del castello di Montebello con Gaetano Maccà la cui opera più rilevante è la Storia del Territorio Vicentino articolata in ben 14 tomi. Per comporre questo monumentale capolavoro seguì l’antica divisione in Podesterie, Vicariati e Ville, dai tempi più remoti all’Ottocento, dando “notizia dello stato loro presente ed antico, delle cose più rare che in detti luoghi si trovano, degli uomini illustri che in essi ebbero i loro natali, dei fatti di guerra che negli stessi già tempo successero, delle famiglie e degli abitanti di ogni luogo“.
Figlio di Girolamo di Gaetano Maccà e di Maddalena Molini, nacque a Sarcedo il 27 maggio 1740 in contrà Passamosche e venne chiamato Antonio. Ancora giovane entrò in convento e si fece frate minore osservante; al momento della vestizione religiosa prese i nomi del nonno e del padre, Gaetano Girolamo. Dedicò gran parte della sua vita più che ottuagenaria agli studi e alle ricerche storiche del Vicentino. Fu autore di numerose pubblicazioni, quali Il Trattato sopra la Zecca Vicentina, la Storia del Monastero di San Francesco e la Raccolta delle iscrizioni sacre gentilesche. (1)
Nel Tomo 8 della sua opera più importante ci racconta la “Storia del vicariato di Montebello, e delle ville al medesimo soggette” (scritta nel 1814). A proposito del nostro castello così scrive:

« Esiste quivi ancora l’antico castello situato sopra il monte, circondato di mura con due porte, e chiamasi volgarmente castello di Vigazzolo. Penso, che questo castello sarà stato fabbricato dopo la distruzione dell’antico, di cui così scrive il P. Barbarano parlando di Montebello: “Hebbe anticamente un fortissimo Castello, quale fu distrutto a gratificazione de Veronesi l’anno della Natività di Cristo 1000 da Mario Cittadino, e Governatore di Vicenza”. (2) Il detto castello di Montebello già [da] tempo aveva il suo castellano, come raccogliesi da un testamento del 1485, 23 agosto, nel quale tra testimoni trovasi: Francisco quondam Bertoldi de Clogia castellano in rocha Montisbelli. (3) Questo stesso castellano viene nominato anche in carta del 1481, 2 giugno, notajo Gio. Petro Revese. Lessi in alcune memorie ms. (manoscritte n.d.r.) speditemi da Montebello, che questo castello del 1597 fu venduto al pubblico incanto dal Magistrato Eccellentissimo sopra li monti, e fu acquistato da questa stessa comunità con obbligo di conservare quelle antiche mura; e nel detto anno ai 16 gennajo la detta comunità contò ducati 165 a sua Eccellenza Pietro Contarini conservator di zecca per l’acquisto di esso castello. Dopo varie vicende fu comperato dalla famiglia Viviani di Montebello che lo possede anche oggidi, e alla comunità restò la libertà di portarsi al detto castello colle processioni annali senza alcun impedimento. Nella muraglia di questo castello di dentro alla parte di levante v’è una vasta pittura, ma quasi consumata, nella quale si osservano soldati e guerrieri a cavalo con armi ed insegne. Questa pittura potrebbe significare qualche armata degli antichi conti di questo castello. Quantunque poi il colle, sopra cui è fabbricato questo stesso castello sia alto, e porga perciò una veduta assai estesa e piacevole, trovasi ivi un pozzo di acqua perfetta scavato nella pietra di esso colle, e così profondo, che per attingere l’acqua, secondo le informazioni che mi furono date, si adopera una corda lunga piedi 175. In poca lontananza da questo colle avvene un altro, sopra il quale esisteva pure un castello, e chiamavasi castello di Brusaporco, ed è poco lontano dal luogo borgato.
Questo comune ha circa due mille ducati di entrata. In Montebello, esclusa la parrocchia di s. Nicolò d’Agugiana, secondo il computo dell’anno 1803 vi sono famiglie 508, e anime in tutte 2188. Da una supplica presentata dalla comunità di Montebello al Serenissimo Principe nell’anno 1571, 20 maggio raccogliesi, che il numero delle anime montava a circa quattro mille. (4)
I santi protettori della comunità di Montebello sono s. Daniele Profeta, s. Brigida Vergine, e s. Rocco, s. Daniele è il principale. Rapporto al suo governo politico veggasi ciò che abbiamo detto nel capitolo V, della storia di Arzignano. »

Note:
(1) Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
(2) Storia Ecc. di Vic. libro VI, pag. 71.
(3) Rogiti detti Mazzetti in Archivio dei Notai defunti.
(4) Dalle carte speditemi da Montebello.

Umberto Ravagnani

Foto: Il castello di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani 2008)

Oggi, dopo il sapiente restauro conservativo e di consolidamento statico effettuato da Studio Aeditecne s.r.l. di Vicenza con la collaborazione dell’arch. Paolo Fasolato e dell’arch. Renata Fochesato, il castello di Montebello è tornato a mostrarsi alla nostra comunità in tutta la sua magnificenza.



CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, artista buono, generoso, sensibile, autore di molte bellisime opere pittoriche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (info a fondo pagina).

 

 

LINO LOVATO – Composizione con violino (cm. 45×70)

 

 

 

 

 

 


Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019. ATTENZIONE: l’iscrizione al premio letterario scade il 18 maggio 2019.

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VILLA MIARI DI MONTEBELLO

[133] VILLA RIGHI-HERMAN-CARLOTTI-MIARI-MENEGUZZO DI MONTEBELLO (detta villa MIARI)

Abbiamo già trattato questa villa poco più di un anno fa, dal punto di vista di Vittoriano Nori. Abbiamo qui anche la testimonianza del nostro compaesano Bruno Munaretto, che dal suo libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932, ci racconta, in breve, la storia della villa Miari di Montebello.

Questa villa anticamente era proprietà del Nobile Righi di Vicenza, il quale, circa il 1845, la vendette al signor Antonio Zanuso di Montebello. Questi, negli anni 1847-1848 la cedette, come alloggio, agli operai che lavoravano nella costruzione della strada ferrata, per cui ben presto fu ridotta in uno stato pietoso e, solo più tardi, quando nel 1850 passò in proprietà della Baronessa Francesca Herman, fu restaurata e modificata.
È deplorevole però che in quella circostanza sia stata demolita la bella loggia di stile ionico che sorgeva a tramontana. Sopra il timpano della facciata principale che prospetta verso mezzogiorno, figurano tre statue e cioè quella nel mezzo rappresentante Ercole, quella a destra Mercurio e quella a sinistra Saturno
.
Questa villa dalla Baronessa Herman, per via di compera, nel 1870 passò ai Conti Mocenigo, nel 1890 alla Marchesa Anna Miari Carlotti e, finalmente, nel 1922, al Conte Ludovico Miari attuale proprietario (il Munaretto scrive queste note storiche nel 1932 n.d.r.), il quale fece collocare, ai lati della gradinata d’ingresso, le due statue rappresentanti l’una Adamo e l’altra Eva; statue che furono tolte dalla villa già dei Miari all’Anconetta presso Vicenza (in tempi più recenti, queste due statue, furono aggiunte alle tre che coronano il timpano della villa n.d.r.).
La villa che sorge in collina, è circondata da parco e da giardino. Lo stabile che serviva ad uso di scuderia posto nella parte più bassa del colle ha un porticato con colonne doriche. Ivi presso, sulla seconda metà del secolo scorso, sorgeva una villa con loggia e terrazza scoperta, la quale fu restaurata nel 1717 da Cristoforo Castellani, come lo dice la seguente iscrizione: « Habens hoc aedificium – Cristophorus Castellanus – Comodiori et venustiori structura Reparavit – Anno salutis MDCCXVII ». Questa villa però più non esiste, perchè incendiata nel 1869, essendone proprietario Antonio Conforti.

Immagine: Villa Miari in una immagine artistica del 2014 (APUR – Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

SALVIAMO VILLA MIARI …

 

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Tutti insieme possiamo salvarla!

Nota:
Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione.

E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

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VILLA MIARI

[31] GHE GERA ‘NA VOLTA (3)
VILLA MIARI

Lo storico Vittoriano Nori, nel suo libretto “Montebello Vicentino – Guida illustrata”, così ci descrive questa villa circondata da un grande parco a mezza collina: « Per la villa in parola, che ha avuto diversi passaggi di proprietà (Righi, Zanuso, Herman, Mocenigo, Miari, Carlotti, Miari, Casarotti, ora della S. A. Giulianova) (1) situata in posizione dominante sul colle di Montebello, e che spazia sull’immenso panorama dei Berici da Altavilla a Lonigo e sulla pianura che corre da Montecchio Maggiore fino ai confini con il Veronese, ci serviamo della scheda preparata a suo tempo da Renato Cevese (2). Secondo lo studioso la fabbrica si compone di quattro piani e pertanto acquista un “inusitato piglio della sua monumentalità“, apprezzabile soprattutto nella facciata anteriore e ancor più nei fianchi; “lento è il ritmo delle cinque aperture che vi si campiscono e la parete, cinghiata dalle fasce che la solcano per ogni lato, ha una ferma severità che non s’avverte nella facciata principale fitta di ben sette aperture, nel piano rialzato e in quello soprastante, ognuna delle quali con balconcino a balaustra sporgente“. Verrebbe fatto di credere, arriva a dire il Cevese, che in origine le finestre fossero prive di balaustre e che ne fosse provvista soltanto quella centrale al secondo piano e ritiene che le finestrelle del sottotetto siano state ingrandite. “Altissimo è l’arco di ingresso, altissimo il finestrone che lo sormonta con stretto aggancio: il primo vieppiù alzato per la scala che lo lega al giardino; l’uno e l’altro a segnare, con inconsueta forza, l’asse mediano della composizione che trova sugello nel frontone triangolare, ed è così irrilevante la distanza tra gli archi e le finestre accanto che l’architetto, specie al primo piano, sembra quasi aver voluto proporre l’immagine della serliana, ma in versione pienamente libera“.
Per Renato Cevese l’edificio, sul cui fianco orientale furono murati stemmi e marmi di provenienza varia e di varia epoca, rientra nel clima di Carlo Borella. Che esso abbia subito ingenti modifiche lo denuncia la facciata posteriore, “la cui fisionomia originaria fu completamente travolta“. E ciò dovrebbe essere accaduto in occasione di un ridimensionamento interno allorché, nel secondo Ottocento, si volle ricavare una nuova scala, abbandonando quella antica a chiocciola, nella quale sembra risuonare l’eco delle stupende idee palladiane. E fu così, soggiunge Cevese, che si sottrasse spazio ai due saloni mediani e si crearono piccole stanze di servizio, sacrificando la sala d’angolo nord-est. “Ma l’esame delle modanature al primo piano dei fianchi e la collocazione della scala a chiocciola portano al sospetto che in origine preesistesse un nucleo cinquecentesco, poi sostanzialmente modificato alla fine del secolo successivo con l’ingrandimento di tutta la fabbrica“.
Anche le cinque statue poste a coronamento della facciata anteriore appartengono al secondo Cinquecento e, secondo la scheda anzidetta, “esse presentano affinità con le statue dei poggi e dei pronai della Rotonda“.
Passando all’interno della costruzione, la scheda ci segnala il notevole salone al piano rialzato con quattro porte monumentali seicentesche di foggia non lontana da altre che i maestri valsoldani (3) attivi a palazzo Leone Montanari andavano creando in vari edifici di Vicenza e della provincia. E notevoli pure le due sale, ai lati del salone accennato, “belle di proporzioni ed eleganti per le porte monumentali che le adornano“.
Purtroppo la villa ed il parco subirono l’insulto di penose vicende connesse con la seconda guerra mondiale (4) ».

Note:
(1) Il libretto del Nori è stato pubblicato nel 1988 (N.d.R.)
(2) Renato Cevese era uno storico dell’arte e massimo esperto del paesaggio, per 23 anni docente di Storia dell’Architettura alla facoltà di Ingegneria civile dell’Università di Padova, accademico olimpico dal 1962 (N.d.R.)
(3) La Val Solda è una Valle della Lombardia occidentale in provincia di Como che ha “sfornato”, in quei tempi, molti abili maestri edili (N.d.R.)
(4) Qui ci si riferisce all’acquartieramento militare, in quel periodo, che ha provocato notevoli danni alla villa (N.d.R.)

(dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: La villa Miari, all’inizio del 1900, vista dalla portineria, nell’attuale Via Roma. Un po’ più in alto le scuderie che ora sono semicrollate e in uno stato di completo degrado (cartolina da collezione privata del redattore)
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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato il nostro castello: « Il castello, che sorge in sommità del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, è posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, è coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metà del secolo scorso (XIX° secolo N.d.R.). Il cortile centrale è coperto in gran parte d’erba e, qui e là d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi è un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso è formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso è assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte più antica del castello risalendo appunto al secolo XI°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed è internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidì non rimane traccia alcuna. Degno di menzione è il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietà di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santità e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto è deserto ed il castello stesso è un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina più bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui è lasciato e la decadenza verso cui sempre più s’incammina, fanno sperare, che come si è fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi è pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassù si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del Guà chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la città di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietà del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidì non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioè nel mercoledì delle Rogazioni ed il 28 di Agosto ».

(U.R. dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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