IL PONTE DEL MARCHESE

[171] IL PONTE DEL MARCHESE A MONTEBELLO

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Il ponte del Marchese che, attraversando il Torrente Chiampo al termine di Via XXIV Maggio, conduce fuori Montebello centro verso Vicenza, ha una lunga storia. Molto importante per Montebello, questa struttura, è stata più volte riedificata nel corso degli ultimi secoli a causa dei danni subiti dalle frequenti piene del Chiampo. La prima domanda che viene spontanea è: perché viene chiamato così? Chi era questo Marchese? Dalla ricerca del nostro socio Ottorino Gianesato vi presentiamo, questa settimana, una piccola parte della lunga e travagliata storia di questo ponte, legata per molto tempo alla nobile e potente famiglia dei Malaspina.

 

« I MALASPINA RIVENDICANO LA PATERNITÀ DELL’OMONIMO PONTE

Passati alcuni anni dalla costruzione del ponte sul Chiampo, i Malaspina furono costretti a produrre un documento attestante il loro risolutivo intervento nell’edificazione dell’opera stessa e di alcuni altri edifici nelle immediate vicinanze. Probabilmente questo atto, redatto dal notaio montebellano Chiarello Millioni, si rese necessario per fugare alcune obiezioni sollevate dalle autorità vicentine.

Montebello 6 Novembre 1704

In Montebello nella Contrà della Piazza, in casa di me nodaro. Presenti: Batta di Bello del fu Martin e Domenico figlio di Lorenzi Repelle, testimoni rogati. Nel qual loco personalmente costituiti magistro Costante Mantese, marangon, Giacomo Baschiera, muraro, Nicolò Desidera e Bortolo di Grande, et a requisizione del signor Marchese Hippolito Malaspina, dì espressione della pura verità, hanno deposto alla suddetta presenza di me nodaro con suo giuramento prestato “tactis manibus script…(ponendo le mani sui libri sacri — n.d.r.) che il detto signor Marchese Hippolito, in diversi tempi per il passato, ha fatto fabbricare a beneficio della discendenza e primogenitura le qui sottoscritte fabbriche e ciò è cognito per aver essi in parte lavorato in dette fabbriche pronti ad attestar questa verità come meglio comandasse la Giustizia.

– Il ponte sul torrente Chiampo sopra la Strada Reggia costruito dai fondamenti, havendo quello allontanato dalla casa dominicale, che altrimenti se fosse stato fabbricato nel sito vecchio sarebbe stata come sepolta dalle pontare,
– Parimenti aver riedificato la fabbrica detta il Chanevone, fienile portico posto di sopra al mulino in faccia alla casa dominicale con spesa considerabile,
– Una barchessa contigua alla casa dominicale e stalla dei cavalli, diroccate da rotta del torrente Chiampo, alzando il fondo di detta barchessa con quantità di terra più due volte i muri di cinta della corte della casa dominicale gettata a terra dalle rotte del Chiampo,
– Parimenti aver detto Marchese Hippolito alzati gli usci e finestre della casa dominicale e camere dabbasso, et invece di salezà di quarelli fatto far il suo battuto, e ciò per elevar dette camere come sepolte,
Più aver riedificato la casetta del mulin in faccia a detta casa dominicale quella alzando con li molini stessi, e rosta a causa dell’innalzamento dell’alveo del torrente,
Item, un camerino a volto nella suddetta casa.

Chiarello Millioni, nodaro

Ma nonostante tutte le precauzioni prese dal Marchese Malaspina a salvaguardia e sicurezza dei suoi beni, nell’Ottobre 1706 una nuova rotta dell’argine verso Montebello, a monte del ponte, devastò parte dei fabbricati e procurò gravissimi danni alla Strada Regia e ai Quartieri della cavalleria. Il ponte tuttavia non subì danni. Dopo questa data non ho trovato notizie di interventi al ponte del Marchese almeno fino al 1795, quindi circa dopo un secolo dalla sua riedificazione, quando con il “gemello” ponte della Fracanzana dovette essere ricostruito. »

Foto: Il ponte del Marchese in una cartolina postale dei primi anni del Novecento. Dietro il ponte, sulla destra, si può notare l’antica “caneva” dei Malaspina, oggi chiamata “Le Towers” (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Disegno: Il ponte del Marchese Malaspina dopo la ricostruzione del 1692 in un disegno di Ottorino Gianesato.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI“)

Ottorino Gianesato
Umberto Ravagnani

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LA CHIESETTA DI SAN DANIELE

[140] LA CHIESETTA DI SAN DANIELE LEVITA E MARTIRE

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesetta di San Giovanni Battista, edificata all’interno delle mura del Castello.

« Dall’atto di vendita di Montebello, esteso l’otto gennaio 1263, apparisce chiaramente che Guido Conte di Lozzo cedette alla città di Vicenza « la metà per indiviso del diritto di patronato delle chiese di Montebello »; per cui è da supporre che la chiesetta di S. Daniele sia stata costruita sulla prima metà del secolo XIII. Giova ricordare però ch’essa fu dedicata a S. Daniele Levita e Martire e non a S. Daniele Profeta, come si credette dopo il 1600, tanto che Francesco Viviani, il quale nel 1676 la restaurò e rifece l’altare, sopra lo scudo del medesimo pose la seguente iscrizione incisa su marmo nero: « D. O. M. Danieli Prophetae Celestique Curiae – dicavit Franciscus Vivianus I.C. – Anno Domini MDCLXXVI » (vedi foto). Anche nel quadro detto del Consiglio fatto eseguire dalla Comunità nel secolo XVII in cui vengono rappresentati i Patroni della parrocchia, figura S. Daniele Profeta, il quale come tale viene ricordato pure nella Rubrica delle Processioni Statutarie, mentre il Santo titolare di questa chiesetta e compatrono della parrocchia fu ed è S. Daniele Levita e Martire, il cui corpo prodigiosamente ritrovato in Padova nel Natale del 1075, fu solennemente trasportato nella Cattedrale di quella città. Fu allora che in diversi luoghi si innalzarono oratori e chiese in suo onore e la sua devozione fu portata anche a Montebello dai Conti Maltraverso, i quali prima lo vollero compatrono della chiesa di S. Maria di cui godevano il diritto di iuspatronato, e, molto più tardi, gli dedicarono la chiesetta entro la cinta del castello. Di quella prima chiesa oggidì non rimane che una parte della parete prospettante a mezzogiorno in cui si apre una piccola porta ad arco a tutto sesto, sopra la quale una lapide in pietra tenera ed a caratteri gotici, ormai totalmente corrosi dal tempo e perciò illeggibili, così diceva: « MCCCLXII – Ind. XV die mercurii II februarii Frater Guido de Mantua – Mag. Rhodiensium intravit – In hoc oratorium Sancti Danielis ». Questa chiesetta la quale ha un solo altare con una pala di scarsissimo valore artistico e rappresentante S. Daniele Profeta, sul principio del nostro secolo ormai cadente per trascuratezza, fu restaurata radicalmente dal Nobil Uomo Marchese Luigi Carlotti ex proprietario del Castello. »

Umberto Ravagnani

Foto: La Chiesetta di San Daniele Levita e Martire (APUR – Umberto Ravagnani – 2014).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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GIULIANO DEI NOTTURNI

[125] GIULIANO DEI NOTTURNI NEI RICORDI DI LINO TIMILLERO

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Quando Giuliano dei Notturni faceva il monello sulle rive del Chiampo. Prima di diventare una superstar della musica leggera degli anni ’60, un giovanissimo Cederle sfidava le piene del fiume che scorre poco fuori la Montebello natia. Dove però, all’asilo delle suore, gli toccava subire la legge del più forte.

« Come ca go xa dito, mi son partio da Montebelo, el me paese, nel 1967, ala fine de febraro… Par l’Australia! Coi sioperi dei camarieri e altra jente ca laorava sola nave Galileo Galilei, semo stà in giro pal mare sete setimane. Dovivimo rivare a Sydney prima dele Palme, inveze semo rivà el dì prima de l’otava de Pascoa! Calchedun in giro pal mondo nol savarà gnanca ‘ndove cal xe sto Montebelo… Co se ciapa la provinciale da Vicensa par Verona, prima de rivare ale Alte de Montecio Magiore, se vede i castei de Giulieta e Romeo, xe vero, sì o no? Ve vanti ‘ncora on poco e vedarì el Castelo de Montebelo! El Municipio e la piassa del paese no i se vede dala provinciale, ma i xe pena soto el monte, sconti dai taraji del Cianpo! Cossa xelo el Cianpo? El xe un torrente ‘cal vien zo dala Valle del Chiampo, come ca se dise par talian! Cuando cal piove forte e par tante jornate, el fa paura! Se no ghe fusse i taraji, i argini in talian, i saria grandi disastri dapartuto! A me ricordo ben mi come ca la xe stà bruta ‘ntel 1951, cuando ca el Po ga fato l’aluvion ‘ntel Polesine!

Novenbre 1951… Gavevo 7 ani. Insieme a Giuliano Cederle ‘ndavo su par la pontara del ponte del Marchese. E ghe ‘ndavo soto l’onbrela parché el piovea ca Dio la mandava. Volivimo vedare ‘ndove ca la jera rivà l’acua del Cianpo! Ghe mancava poco ca l’acua la rivasse sora el ponte! Da l’altra parte del ponte, el ‘Bacino’ el jera pien fin inzima anca cuelo, e Giuliano e mi fasivimo a chi ca gavea pi corajio a traversare el ponte de corsa e ‘ndare fin da l’altra parte par vedare ‘ndove ca rivava l’acua del ‘Bacin’! L’acua del Cianpo e quea del ‘Bacin’ le jera come el cafelate. Ma un cafelate sporcà tanto dai fondi del café! La fasea paura solo a vardarla. Tute le famejie ca stava al Borgo, proprio soto la diga del Bacino, i le gavea fate sfolare. La diga del ‘Bacin’ la riva fin ai taraji del Guà cal vien zo da Valdagno, e chel se ciama Agno. Pien anca cuelo! De acua pì sporca ‘ncora. La jente disea ca sora la ringhiera del ponte del Marchese ghe jera sbatù dosso on staloto intiero, col mascio ‘ncora drento! Co i se ga inacorti, suito, cuatro omini se ga messo a tirar fora el mascio portarselo casa, coparlo, e spartirselo!

Desso ca savì ‘ndove cal xe Montebelo, go da dirve chi cal xe Giuliano Cederle! Che saria come dire Giuliano dei Notturni. Nei ani ’60 e ’70, el gà cantà anca ala TV ‘taliana. E go leto, sol Giornale di Vicenza, l’altro jorno, de on Premio Internazionale, presentà a Giuliano par la musica dei ani ’60! Jera stà el dì de Nadale del ’66 ca gavea visto Giuliano par l’ultima volta. A Montebelo ghe jera on sciapo de tusi ca i se ciamava i ‘Brochi’, sui vinti ani. Chel Nadale, i gavea vudo l’idea de ‘ndar cantare e farghe conpagnia ai vecioti del’ ‘Ospizio’ de Montebelo. Giuliano el gavaria cantà sonando la chitarra, mi gavaria leto on par de poesie de Ungaretti, e tuti insieme se gavaria cantà le nenie de Nadale e calche canson dei Alpini. Me ricordo ‘ncora i nomi de cuei ca xe vegnù a cantare: Silvano, Bruno, Bepino, Luigi, Ernesto, Sergio, Carlo e Giuliano! Jerimo d’acordo co le suore de l’Ospizio ca sarissimo rivà suito dopo magnà. Co se ghemo presentà, le suore le gavea za parecià i posti da sentarse. A nialtri ne parea ca ghe fusse massa careghe, ‘lora le suore le ne ga dito ca cuando ca i parenti dei vecioti ga sentio ca ghe saria sta on spetacolo, in tanti i ga dimandà de pareciarghe na carega anca par luri. De sicuro, Giuliano el sarà ‘nda là a la matina, parchê la so chitara la jera za là. Ghemo scominzià cantando ‘Tu scendi dalle stelle’, e ‘Astro del ciel’, e Giuliano el ne conpagnava co la chitara. Tuti i vecioti ca podea moverse, i jera sentà zo par sentirne. Dopo xe sta l’ora de cuel par de poesie ca go dito prima, e suito xe saltà fora Giuliano e la so chitara. El ga cantà ben parché tuti ghe batea le man col finia na canson. Dopo ghemo cantà le canson dei Alpini: ‘Quel mazzolin di fiori’, ‘Venti giorni sull’Ortigara’. E dopo i ga volesto ca cantasse ‘ncora Giuliano. Pensandoghe su desso, cuelo, de sicuro el xe sta el primo ‘show’ de Giuliano. Xe ‘ndà tuto benon! I ghe ga batù le man a lu, ma anca a nialtri, e le suore ne ga servio parfin el rinfresco! Ma, cuando ca ‘ndavimo a l’asilo insieme, ghe tocava fare cuel ca volevo mi, a Giuliano. Anca se lu el se ciamava Giuliano, jero mi ca fasevo el bandito Giuliano! E me batevo la man so la culata par far corere el me cavalo! Lu, Giuliano, el gavea on ano e meso manco de mi. E dunque comandavo mi! Cuante volte ca I xe ‘nda dala suora Albina a dirghe ca no asavo mai fare el bandito Giuliano! No savì mia chi cal xe el bandito Giuliano? El xe sta copà nel ’50, zò in Sicilia. Cuando cal jera drio a conbinare tute cuele storie de rubamenti e ‘sassini, nialtri tusiti lo sentivimo cuando ca ghin parlava i grandi. Ghe jera poche aradio in giro, e i giornai li conprava solo ca i siuri. Cuando ca se podea ‘ndare al cinematografo, i disea ca i lo fasea vedare par la ‘Settimana Incom’ sto bandito Giuliano.

Sol’ Internet, de ‘Giuliano dei Notturni’ se pol savere de tuto, ma sta storieta no la ghe xe… Ghe xe parfin el nome de la strada ‘ndove ca desso el ga la so casa. E se pol anca sentirlo cantare metendose sol ‘You Tube’. Co son partio mi, là, ‘ndove ca lu el ga la so casa, ghe jera ‘ncora le visele de ua e i canpi de Ganba, ca prima i jera de Belini, el fatore dela Contessa Veneziana. Ma se pol vedare anca desso, che Giuliano el fa’ el pensionato. Come mi. Lu a Montebelo, e mi a Wollongong, Australia. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Novembre 2017).

Umberto Ravagnani

Foto: Giuliano dei Notturni a Montebello Vicentino il 24 luglio 2015 (foto: APUR – Umberto Ravagnani).

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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MONTEBELLO NEL 1854

[48] DAL DIZIONARIO COROGRAFICO UNIVERSALE DELL’ITALIA – 1854

Pubblichiamo due pagine del Dizionario Corografico Universale dell’Italia del 1854, facenti parte del Volume Primo – Il Veneto (Stabilimento Civelli G. e C. – Milano) e, considerando l’argomento inerente il nostro Comune, vogliamo proporle ai nostri lettori per eventuali commenti.

MONTEBELLO. Comune de distretto di Lonigo, nella provincia e diocesi di Vicenza.
Gli è aggregata la frazione di Agugliana.

  • Popolazione 3886.
  • Estimo, lire 152.594,26.
  • Numero delle Parrocchie due.
  • Confina a levante colla provincia di Verona ed è bagnato dai fiumi Aldego e Chiampo.

Quattro strade principali la percorrono:

  1. La regia postale che da Vicenza conduce a Verona, ed è in questo comune attraversata da tre ponti, cioé uno sul piccolo torrente Signolo, di due archi circolari, con pilone nel mezzo, spalle, ali e muretti di sponda tutto di pietra, della lunghezza di metri 16, costrutto nel 1812; un altro detto della Fracanzana, sul torrente Chiampo, a un solo arco, tutto di pietra, lungo metri 27; e un terzo, detto del Marchese, sopra lo stesso torrente, anch’esso di un solo arco, tutto di pietra e lungo metri 28.
  2. La strada che da Montecchio-Maggiore conduce a Lonigo.
  3. Quella che da Montebello conduce ad Arzignano, la quale cominciando nel così detto Borgato di Montebello sul fianco destro della strada postale veronese, passa vicino a Zermeghedo, poi passa per Mont’Orso e termina ad Arzignano. La sua lunghezza è di metri 9180, ossia pertiche vicentine 4280, pari a miglia 4,5. Varca il torrente Chiampo presso Arzignano.
  4. La strada da Lonigo a Montebello. Comincia a Lonigo al ponte S. Giovanni, passa per la Favorita, Cà Quinto e termina al ponte della Fracanzana, ove si unisce colla strada postale per Verona. La sua lunghezza è di metri 7680, ossia pertiche vicentine 3581, pari a miglia 4 circa.
In questo comune avvi un bosco detto Scaranto: è in colle, di eccellente fondo, di qualità cedua. Appartiene al comune stesso che lo affitta. Il territorio è assai ferace e produce ottimo vino. Montebello, capoluogo del comune, sta in vicinanza del fiume Aldego, sulla via postale che conduce a Verona.
Ha consiglio comunale, uffizio proprio, ospedale per gli infermi, un istituto di pubblica beneficenza detto commissaria Zigiotti dal nome del suo fondatore e una chiesa parrocchiale di gius vescovile, dedicata a Santa Maria Assunta.
Vi si tiene mercato ogni mercoledì e fiera il secondo mercoledì di luglio.
Quivi risiede un vicario foraneo da cui dipendono otto parrocchie, cioé quelle di Montebello, Agugliana, Brendola, Meledo, Montecchio-Maggiore, S. Vito di Brendola, Sorio e Zermeghedo.
NOTIZIE STORICHE. Nei secoli passati Montebello era luogo fortificato: sotto la Repubblica di Venezia, fu capoluogo di un distretto composto di cinque comuni. Presentemente è rinomato pei fatti d’arme seguiti ne’ suoi dintorni fra i Francesi e gli Austriaci negli anni 1796 e 1805. Nel primo Bonaparte respinse l’esercito nemico che gli stava di fronte; nell’altro, Seras fece prigione il generale Hillinger con 5000 soldati.
Questo borgo non dee però andar confuso con Montebello di Casteggio (Piemonte) eretto da Napoleone in ducato per rimeritare il valore del generale Victor.
Di Montebello fu il vescovo di Ferrara Guido, dell’ordine dei predicatori, uomo dotto e pio, il quale giavce sepolto nella chiesa di san Domenico di Bologna.
MONTEBELLO con MORSAI
. Due piccoli villaggi formanti una delle frazioni del comune di Cesio, nel distretto di Feltre, in provincia di Belluno. Nel primo di essi sorgeva altre volte un castellon feudale, di cui oggi appena scorgonsi le vestigia.

(dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Montebello in una cartolina di fine Ottocento. Da notare la “cinta” murata che circondava il paese e il campanile della Chiesa di San Francesco (circa al centro dell’immagine), demolita nel 1909. (collezione privata del redattore).

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MONTEBELLO E LE GUERRE

[23] MONTEBELLO E LE GUERRE

Un valoroso cittadino di Montebello è Antonio Zanesco, camicia nera, Azzurro di Dalmazia, caduto vicentino in Terra d’Africa. Nacque a Montebello il 13 giugno 1907; cadde a Debri il 3 Dicembre 1935. Gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare il 27 Maggio 1936.
La sua Montebello che ha dato il nome alla Battaglia dell’8 Aprile 1848, che alla Grande Guerra ha donato cento caduti e il suo condottiero Vaccari infiammò la sua anima, spingendolo in Terra d’Africa per aprire la via dell’Impero. All’insaputa dei suoi, si arruolò tra le camicie nere e raggiunse Napoli per imbarcarsi alla volta dell’Abissinia. La sua fine non avvenne tra il tuono delle artiglierie e il falcidiare delle mitragliatrici, ma nella solitudine delle lande africane, mentre con altri compagni, si recava a raccogliere legna per il suo Reparto, senza sospettare che le zagaglie nemiche li accerchiassero e li martoriassero. I camerati portarono a spalla le salme dei caduti nel forte di Macallé e li sepellirono col viso rivolto verso l’Amba Alagi.
Nel 1972 il comune di Montebello espose il seguente annuncio: “Dalla terra di Etiopia dove cadde il 3 Dicembre 1935, rientrano in Patria i Resti Mortali di Antonio Zanesco Medaglia di Bronzo al Valor Militare. L’Amministrazione Comunale partecipa al rinnovato cordoglio dei suoi congiunti e invita la cittadinanza a prendere parte ai funerali che avranno luogo Martedì 7 Marzo 1972 alle ore 10.30, partendo dal ponte del Marchese“.
Un altro valoroso è caduto a causa della guerra. Il Sergente Luigi Piccoli (Presidente dell’Azione Cattolica veronese in servizio a Montebello da una decina di giorni, presso il Comando della VI Armata) era un giovane molto buono che si dedicava alla preghiera, al sacrificio, all’apostolato.
La sera dell’8 Settembre era a Verona, avendo ottenuto un brevissimo permesso di 24 ore dal suo Maggiore per la festa della Natività di Maria. Il giorno seguente si udivano i colpi di cannone, ma egli coraggiosamente si recò alla stazione di Porta Nuova per ritornare a Montebello, ma trovò la notizia che nessun treno era partito, né sarebbe partito. I suoi cercarono di convincerlo a rimanere a casa, ma egli prese la bicicletta per il ritorno a Montebello. In servizio c’erano pochi soldati, così anche se stanchissimo, si recherà a presidiare il ponte con una mitragliatrice posta sull’argine. Al mattino arrivarono i tedeschi. Il sottufficiale cercò di convincerli a proseguire per Vicenza, ma inutilmente, ed entrambi vennero colpiti. Il medico, fortunatamente abitava vicino e lo fece ricoverare all’ospedale di Arzignano, dove passò lunghe ore di atroce agonia. Morì il 10 Settembre del 1943.

D. L. F. (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettività di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’Università di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, è pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua « Historia Longobardorum » risale al 589 quando si è verificata la Rotta, cioè la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiò il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la città di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/Aldegà e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il Guà, invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici è sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume Guà defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’Aldegà, cioè il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensì verso il Guà, sottopassando la strada Regia: è evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metà e cioè una parte nell’Alpone e l’altra parte nel Guà. Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’Aldegà e una parte di quelle del Guà confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): è una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione però era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/Aldegà, come si può vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione è considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o più precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietà si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prà di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’Aldegà nel Guà.
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della Prà, dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si è chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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