IL PONTE DI SANT’EGIDIO (1)

[38] IL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO

PREMESSA
Non avevo ancora 14 anni nel bel mezzo di un’estate afosa di molti anni fa quando, con alcuni amici della stessa età, andai per la prima volta a fare una nuotata nel “canale”, in quel di Bagnolo, un piccolo borgo posto a cavallo tra le province di Vicenza e Verona. Così veniva familiarmente chiamato in quella zona il torrente Guà, che nasce nell’alta Valle dell’Agno e che, nel suo percorso verso l’Adriatico, assume ben sette nomi: Agno, Guà, Fiume Nuovo, Frassine, Brancaglia, Santa Caterina e infine Gorzone. Una carta geografica dell’alto Medioevo mostra che il suo percorso era diverso dall’attuale e che, in epoca successiva, sembra che sia stato condotto per il suo corso attuale per ragioni di bonifica. A questo sarebbe dovuto il nome di ‘canale’ che comunemente, ancora oggi, gli si dà. C’era un posto ideale per i nostri giochi nell’acqua di quel torrente: nel punto dove si trovava una piccola cascata, vicino ad un vecchio mulino in disuso. A qualche decina di metri più a sud c’è, ancora oggi, la famosa villa Pisani costruita da Andrea Palladio verso il 1543 su una costruzione preesistente appartenuta prima al conte Gerolamo Nogarola di Vicenza con investitura dei della Scala e poi, acquistata per 13000 Ducati da Giovanni Pisani potente nobile di origine veneziana. Pur essendo il posto in grande stato di abbandono esercitava su di me un fascino particolare e spesso mi ritrovavo a meditare su quello che raccontavano i più anziani del paese a proposito del vecchio mulino e della ancor più vecchia villa Pisani. Parlavano di un padrone potente che possedeva tutta la terra intorno alla villa per molti chilometri (al momento dell’acquisizione dell’area da parte di Giovanni Pisani si trattava di circa 1200 campi divenuti poi, verso la metà del XVI secolo, 1392), dove si coltivava il riso e che esso viveva in questa villa sfarzosa, costruita dal famoso architetto Andrea Palladio. Le nostre escursioni al ‘canale’ andarono avanti solo per poche estati; poi venne l’inquinamento delle sue acque e il luogo venne, un po’ alla volta, completamente abbandonato. Ma quei ricordi rimasero congelati nella mia mente.
Quando poi, non molti anni dopo mi ritrovai ad abitare una dozzina di chilometri più a Nord, a Montebello Vicentino, ancora una volta poco lontano da quello stesso corso d’acqua, piacevole ricordo della mia infanzia e che qui si chiama Guà, quei ricordi, lentamente si risvegliarono. Ma il fatto determinante che mi ha spinto a scrivere questa breve storia, fu lo scoprire che nel punto in cui si trova l’antica chiesetta di S. Egidio, il Palladio aveva costruito nel 1575 un ponte, chiamato appunto di Sant’Egidio. Ancora una volta tornava Andrea Palladio. Non voglio qui aggiungere nulla alle tantissime pagine scritte da vari e insigni autori su questo grandissimo architetto ma solo raccontare le vicende legate a questo ponte come si ricavano dai documenti autentici dell’epoca della sua costruzione.

La storia del ponte palladiano di Sant’Egidio

Dopo aver presentato un riassunto di tutta la storia in un precedente articolo di Aureos (Dicembre 2004) vorrei ora entrare nel dettaglio, esponendo, a più riprese, vari documenti inerenti alla costruzione di detto ponte. Questi atti originali dell’epoca vengono conservati in parte presso l’Archivio di Stato di Vicenza (ASVI) e in parte presso l’Archivio di Stato di Verona (ASVR).
In questa prima parte presenterò due documenti provenienti dall’ASVI relativi al periodo immediatamente precedente l’inizio dei lavori di costruzione del ponte di Sant’Egidio che si può ragionevolmente collocare nel Maggio del 1575. Come scrissi in quell’occasione già dal 1559 si era deciso di cominciare a sostituire i ponti di legno di Torri di Quartesolo e di Montebello lungo la strada Regia, nonché quelli posti su altre strade pubbliche del territorio vicentino, con altri in pietra. Questa decisione era maturata in seguito alle frequenti inondazioni che si verificavano in quegli anni, che obbligavano a continui interventi di riparazione o, molto spesso, di rifacimento dei ponti più importanti. Purtroppo in tutto il decennio successivo la città di Vicenza fu oberata da gravi impegni finanziari e i lavori di intervento su queste importanti strutture furono limitati al minimo indispensabile alla normale viabilità dell’epoca e ricorrendo comunque all’uso esclusivo del legno. Verso la fine del 1574, dopo che l’ennesimo intervento di riparazione eseguito in quell’occasione dai falegnami di Montebello Giovanni Marzochin e Gio. Maria Miolato si rivelò poco efficace, si pensò di sostituire il ponte di legno con uno in pietra. Il Maggior Consiglio di Vicenza decise di chiedere al Governo della Serenissima di concedere un nuovo quarto delle condanne (che normalmente veniva accantonato e destinato alle riparazioni dei ponti) per i successivi 10 anni, per poter ricostruire i ponti più importanti in pietra, cominciando da quello di Montebello. Ecco il documento:

  1. 21 Dicembre (ASVI, Liber Partium III, pag. 118 t.).

« Suplicetur Ill.mo Dominio pro altera quarta parte condannationi concedantur Mag.cae Comunitati per decennium. Fu con ottimo consiglio già supplicato allo Ill.mo Dominio per questa città che per riparation delli ponti et per poterli fabricar di preda il quarto delle condannationi li fosse applicado, ma perchè le tante inondation da molti anni in qua seguite et ch’ogni hora più accressono et moltiplicano con danno grandissimo di tutto questo territorio li ponti non solamente con quella quantità di denari del quarto s’hanno potuto fabricar di preda ma ne anche conservarli abastanza et repararli di legno essendo stato più volte ruinati et condotti via totalmente sì come è ben notorio; Però desiderando li Spett. Deputati proveder secondo la necessità delli casi di nuovo emergenti che si possino stabilir li ponti per utilità et comodo publico hanno determinato et così L’Anderà parte che salvi gli altri ordini in tal materia fatti sia suplicado allo Ill.mo Dominio che voglia per gratia di conciedere per anni 10 un altro quarto delli denari delle condannation che si faranno per li Clar.mi Rettori et Consolato quali siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno, ma in tali casi sia et si intenda esserli solamente riservato il quarto già applicado. Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello, secondo quello dale Torre, tertio quello di Lisiera et poi successivamente gli altri ad arbitrio et elettion delli Clar.mi Rettori secondo la quantità delli denari che si ritroverà esser preparada. Posito partito ad Consilium obtinuit pro 83 contra 4 et fuit publicata ».

Nello stesso periodo però una grande alluvione aveva sommerso una parte del ponte per cui il Maggior Consiglio deliberava di far interrare completamente questa parte del ponte ottenendo, allo stesso tempo, di ridurre la distanza tra le rive e quindi anche un notevole risparmio nella spesa di costruzione del nuovo ponte. Lo stesso Maggior Consiglio incaricava quindi il Provveditore Odorico Poiana di spendere 15 ducati per tale interramento e per gli altri lavori di riparazione. Ecco la relativa delibera:

  1. 22 Gennaio (ASVI, Liber Partium III, pag. 133).

« Pro adaptatione Pontis Montisbelli. Il Ponte di Montebello è di tanta lunghezza et in gran parte atterato che dovendosi tutto riparare nel modo che si ritrova gli anderà eccessiva spesa, et nella parte atterrata serà getata via, perchè l’alveo ch’ora si trova è attissimo da ricever ogni grande quantità d’acqua che mai potesse venire: Onde desiderando li vostri Deputati ad utile publico et privato far acconciar il ponte con quella spesa ch’è necessaria lasciando la superflua, havuto fede da diversi che molto ben si può fenir di atterrar la parte quasi atterrada et proveder con la riparatione nella qual deve scorrer l’acqua, il che saria materia poi di poter con più comodità et minor spesa far il predetto ponte di pietra come è desiderio comune, hanno determinato di proponer et così l’anderà parte et per autorità di questo Consiglio sia data licenza al Mag.co d. Odorico Poggiana eletto alla riparatione di esso ponte di far in tutto atterrar la parte di esso ponte nella maggior parte atterrata, nella qual opera si potrà spender duc. 15 in circa delli denari del quarto de’ ponti, dovendo poi esso ponte nel restante esser acconciato secondo gli ordini già dati da questo Consiglio.
Ballotata per antedictos DD. Deputatos die presenti obtinuit omnibus suflragiis animo eam proponendi, et posito partito et missis suffragiis obtinuit pro 85 contra 6
».

Continua nel prossimo numero …

Umberto Ravagnani (dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figura: trascrizione da uno schizzo del 1575, quando il ponte non era ancora stato collegato alle due sponde del Guà (a cura dell’autore)
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IL PONTE DELLE ASSE

[32] SUL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO
Intorno al 1575 un ponte di pietra fu progettato da Andrea Palladio e costruito sul torrente Guà a Montebello, sul percorso dell’antica Via Gallica che univa Verona a Vicenza, all’epoca chiamata Strada Regia. Questo ponte, appena una cinquantina di anni dopo la sua realizzazione, non esisteva già più. Perché? Che cosa era successo? Se consideriamo la scrupolosità che il Palladio metteva nella creazione delle sue opere e soprattutto la materia prima che normalmente usava, cioè la pietra, questo fatto è a dir poco sorprendente. Le risposte a queste domande si trovano certamente in alcuni documenti dell’epoca presenti in vari archivi, ancora inediti e, in parte, in altri già pubblicati circa 40 anni fa.
Premetto che la ricostruzione completa e precisa degli avvenimenti dalla realizzazione del ponte fino alla sua scomparsa è un’impresa onerosa e qui cercherò solo di sintetizzare ciò che attualmente sono riuscito a conoscere sull’argomento. La ricerca da parte mia di nuovi documenti continua e non escludo l’eventualità di produrre uno scritto più completo e articolato di questo, comprendente i particolari sulla costruzione, la provenienza dei materiali usati, la spesa sostenuta, i personaggi coinvolti ecc.
La nostra storia comincia il 26 maggio 1559 quando il Maggior Consiglio della città di Vicenza, delibera di sostituire i ponti in legno con altri in pietra, più idonei a resistere all’impeto delle acque nelle frequenti piene ed alluvioni dei fiumi e dei torrenti del territorio: “1559. 26. Maggio … siano fatti altri ponti stabili et di pietra in altre strade publiche et principali di questo territorio fora della città …”. Tra questi vi era naturalmente quello di Sant’Egidio a Montebello, data la sua importanza per essere situato sulla strada Regia. Il suo nome deriva dalla chiesetta appunto di Sant’Egidio, ancora oggi esistente e situata a ridosso del torrente Guà in prossimità del ponte stesso.
A causa di successivi e più importanti impegni economici della città, si continuò ancora per qualche anno a riparare i vecchi ponti di legno e solo nel 1569 si cominciò a preparare le pietre per i nuovi ponti. In questo decennio, a causa delle inondazioni che avevano seriamente danneggiato il ponte di Sant’Egidio sul Guà a Montebello, furono commissionati due interventi di riparazione. Nel 1565 fu incaricato di risistemare il ponte un certo Cristoforo « marangon » di Lonigo. Nel 1569 poi, a causa dello scarso risultato ottenuto con la riparazione fatta dal Cristoforo, si dovette ricorrere ad un nuovo intervento. In questa occasione vengono incaricati e sollecitati i carpentieri Zuane fu Francesco Marzochin e Zamaria fu Bono Miolato da Montebello, affinché “… acconcino et accomodino il ponte della Guà nella pertinenza de Montebello.” Ma negli anni successivi continuano le alluvioni e, nel 1574 siamo punto e a capo: il ponte necessita di altre riparazioni. Come abbiamo visto sopra, in quel tempo il Governo utilizzava il quarto del ricavato delle condanne pecuniarie “contra li quereladi o malfattori” per la manutenzione dei ponti, per cui il Maggior Consiglio di Vicenza deliberò di chiedere al Governo della Repubblica di concedere  un nuovo quarto delle condanne per altri 10 anni e che questi denari “… siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno … Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello …
Nel frattempo una nuova alluvione sommergeva una parte del vecchio ponte di legno per cui il Maggior Consiglio decise di fare interrare completamente questa parte del ponte ottenendo così di ridurre la lunghezza del futuro ponte di pietra e quindi la relativa spesa; per questa operazione venne incaricato il Provveditore Odorico Poiana. Il 25 aprile del 1575 lo stesso Maggior Consiglio nominava come Provveditore, per la costruzione del nuovo ponte di pietra a Montebello, il conte Lelio Gualdo. Fu quindi adottato un progetto del Palladio che prevedeva cinque arcate divise da quattro piloni e furono iniziati i lavori. Il progetto originale del Palladio non è ancora stato ritrovato, ma è possibile ricavare la forma e le dimensioni del ponte di Sant’Egidio da tre schizzi dell’epoca datati 1575 e 1580. Nel primo di questi schizzi, riportante la data del 1575, il ponte appare costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (1 piede = mt. 0,357). L’arcata centrale era larga 36 piedi, mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi. L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi per quella centrale e 18 piedi per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi. Gli altri due disegni riportano lo stato del ponte com’era nel 1580, unito alle rive con due grossi muri ma ancora senza parapetti di protezione. Nei documenti vi sono indicazioni di varie consegne di denaro fino al marzo del 1576 al conte Lelio Gualdo per il proseguo dei lavori.
Dei successivi 4 anni non ci sono che scarse notizie, ma evidentemente qualcosa aveva, se non bloccato, di certo rallentato molto l’esecuzione dei lavori. Sicuramente, a mio modesto parere, la tremenda epidemia di peste che ha interessato non solo la nostra zona, ma la gran parte della Repubblica di Venezia, tra il 1575 e il 1577, ha contribuito non poco a frenare la già fragile economia di quel tempo. Si arriva così, senza sostanziali progressi per il nostro ponte, al 1580, quando si affermava che esso era in ottimo stato e, con una modesta somma si sarebbe potuto completarlo. Vengono nominati due nuovi Provveditori al ponte, visto che il conte Lelio Gualdo non si era dimostrato in grado di portare a termine l’opera. Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Anguissola, questi erano i loro nomi, si trovarono quindi di fronte a un dilemma: “… se si doveva aggiungere li altri dui archi piccoli uno per parte, overo lassare li tre archi fatti et il resto passare a serrare di muri grossi et forti”. Si decise quindi di fare un sopralluogo con il Capitano di Vicenza Dardi Bembo e con Barnaba Mazzonchi, il capomastro che aveva già costruito i tre archi del ponte. Fu così che, nonostante la contrarietà del Mazzonchi che chiedeva di rispettare il progetto originale del Palladio, per risparmiare sulle spese, si decise di congiungere i tre archi centrali con le rive facendo due grossi muri anziché costruire altri due archi più piccoli. Questa scelta si rivelerà fatale per il ponte: i due muri erano certamente un grosso ostacolo allo scorrere delle acque del torrente che spesso, in autunno e primavera, diventava molto impetuoso e trasportava con sé molto materiale. Il ponte fu portato a termine nel giro di un paio d’anni e, nel marzo del 1582 furono terminati i muretti e la strada soprastante e fu quindi aperto definitivamente al transito. Negli anni seguenti, tuttavia, si presentarono molti problemi causati dalla mancata costruzione dei due archi laterali del ponte. Le numerose piene del torrente causarono un enorme accumulo di materiale a ridosso del ponte, ostruendo sempre di più i tre archi centrali. Tanto che, nel 1588, il ponte era “… in tanto mal stato che se non se li faceva presta et gagliarda provisione” avrebbe corso “pericolo grandissimo di rovinare la prima piena d’acque”. Il nuovo Provveditore Francesco Sangiovanni fu incaricato di far sistemare il ponte, cosa che fu fatta in breve tempo. Tuttavia, in seguito a nuove grandi piene, nel 1593 il ponte minacciava ancora di rovinare per cui il Senato veneto, sostituitosi alla città di Vicenza nel regolamento delle acque, mandava dieci Provveditori a fare un sopralluogo, in seguito al quale fu fatto un semplice intervento sugli argini che non modificò di molto la situazione.
In un documento datato 5 aprile 1615 il Capitano di Vicenza, Giacomo Nani scrive così al Doge Marcantonio Memmo: “Il Ponte di Montebello situato su la Strada maestra che va a Verona è formato di tre archi, et sostenuto da due gran pillastri questi riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente il qual precipitando da monte turbido e giaroso, et urtando in essi pilastri ivi lascia della materia che porta seco, et ha in maniera alzato il suo letto con giara et cogoli, che in brevissimo tempo resteranno otturati li archi predetti, sicché non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma regurgitando impetuoso farà con l’innodatione nuove rotte e rovine.” Non se ne fece nulla fino al 1627, quando, a causa del fatto che il ponte  era divenuto quasi una barriera per l’enorme accumulo di ghiaia, il Senato mandava sul posto Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro, i quali risolsero il problema facendo ridurre di due piedi lo spessore dei piloni e li unirono con dei legni di larice, ma del ponte palladiano non rimaneva ormai più nulla. Anche il nome venne perso e fu ribattezzato « ponte delle asse ».

Umberto Ravagnani (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione ipotetica del ponte del Palladio, a Montebello, sulla base di disegni dell’epoca e su un altro ponte ancora esistente, dello stesso architetto Palladio, a Torri di Quartesolo (ricostruzione a cura dell’autore)
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