IL VIALE DELLA STAZIONE

[202] IL VIALE DELLA STAZIONE


LINO TIMILLERO, emigrato da Montebello in Australia nel 1967, ci ha inviato questo bell’articolo su:

Il Viale della Ferrovia a Montebello Vicentino
« Nel 1956 iniziai a frequentare l’Avviamento Industriale Alessandro Rossi a Vicenza. Mio fratello Albano aveva terminato, con la ‘Promozione a Giugno’, la Terza classe. Iniziando egli a lavorare, potevo io prendere il suo posto col nuovo anno scolastico. La nostra famiglia non si poteva permettere alcuna spesa superflua. Avrei dovuto andare a Vicenza con il Treno tutti i giorni, eccetto la Domenica. In quegli anni, il treno era ancora a Vapore. Si doveva stare attenti a quel che si toccava e dove ci si sedeva!! Mio padre era in Francia a lavorare per la stagione delle “Barbabietole da Zucchero” e sarebbe tornato ad Ottobre. E mia madre doveva, in qualche modo, racimolare il denaro per pagare l’Abbonamento al treno. Ogni mese! Terminata la Terza Avviamento, potei frequentare la prima classe del Corso Saldatori dello ‘Istituto Professionale Fedele Lampertico’ che aveva appena iniziato come nuovo Istituto tecnico. Sarebbero stati altri due anni di scuola! In tutto, feci uso del treno e della Ferrovia per cinque anni. Anche quattro volte al giorno, perché c’erano le lezioni del pomeriggio, dalle 2 alle 6. Su e giù per le scale della Stazione. Salta sul Treno. Scendi a Vicenza. E via di corsa per non arrivare tardi in classe! È stato il video di Umberto Ravagnani sulla Stazione di Montebello che mi ha fatto pensare, ora, a quel lontano periodo della mia vita. Se faccio il conto degli anni, ne conto 63, cioè sessanta tre anni or sono, camminavo dal numero civico 44, in Via Borgolecco, fino alla Stazione Ferroviaria, due volte al giorno, e anche 4, come ho accennato. Con il sole o con la pioggia ed, a volte, con la neve, col vento o con la nebbia! A Vicenza, stessa cosa: dalla Stazione a Santa Caterina per l’Avviamento; oppure fino a Palazzo Angaran, al Ponte degli Angeli per il Fogazzaro. Sempre a piedi. Cinque anni di scuola a Vicenza, mai salito sul Bus o sul Filo-Bus! Chi mi dava i soldi???
La Ferrovia a Montebello, da come io mi ricordo, non è mai stata un punto di argomento. Non so come sia oggigiorno, con la TAV sempre in discussione. Ma, con tutti gli anni che la Linea Ferroviaria è in funzione, che sappia io, nessuno ne ha mai parlato o scritto. Come per gli Argini del Chiampo e del Guà. Per la gran parte dei Montebellani, la Ferrovia c’è sempre stata, come gli Argini. Cosa si può dire al loro riguardo? Eppure, la Ferrovia e gli Argini di ambedue i Torrenti, sono connessi per la loro costruzione. Qualcuno, più studiato di quel che io sono, si dovrebbe prendere la briga di far conoscere agli scolari delle classi IVa e Va alle Elementari un po’ di Storia della Ferrovia che attraversa il Paese per andare poi in tutta l’Europa. Non solo a Venezia e Verona. Quello che mi ha incuriosito, dopo tutti gli anni che sono in Australia, è scoprire la ragione della posizione così altolocata della Ferrovia! Dal piazzale prospiciente la Stazione, si devono salire le scale per raggiungere il livello dei binari. E ci sono, (o c’erano) ancora scale per la famiglia del Capo-Stazione che abitava nell’appartamento soprastante. Ed il piazzale è già elevato rispetto il terreno circostante. Saranno 15 metri tra il livello dei campi e la posizione dei Binari! Basta guardare dov’è l’Autostrada!!! Andare a prendere il treno quando fu costruita l’Autostrada era un problema! La strada venne sostituita dal ponticello pedonale ancora in uso oggi!
Per soddisfare la mia curiosità, sono andato ‘on-line’, come si dice adesso. Per prima cosa sono entrato nel “google-map” per seguire la Ferrovia. A Locara, la Ferrovia inizia ad alzarsi. Fino al livello odierno. Tutte le strade che attraversano la Ferrovia lo fanno tramite una corta galleria costruita appositamente. Si arriva fino ad Alte di Montecchio prima di trovare un ponte che passa sopra la Ferrovia!!! Chiunque può notare che, per una quindicina di Km., la Ferrovia si mantiene ad un’altezza costante dal livello del terreno attorno. Sono poi entrato nella ‘Wikipedia’. Ho trovato: “Imperial Regia Privilegiata Strada Ferrata Ferdinandea”. Questa era la ‘Compagnia per Azioni’, fatta col permesso dell’Asburgico Imperatore Ferdinando I° d’Austria. Tale ‘Compagnia’ aveva la licenza per progettare e costruire la Linea Ferroviaria Milano-Venezia (anche volendo, mai avrei potuto inventarmi tal nome!). E mi son dovuto ricordare la Storia del Risorgimento Italiano!!! La sezione Vicenza-Verona fu inaugurata il 2 di Luglio 1849! Appena terminata la Ia Guerra d’Indipendenza! Poco più di un anno dopo la “Battaglia di Sorio”. Con Venezia da poco sottomessa, dopo la sua Insurrezione. E con altre Rivoluzioni nell’Impero Asburgico. Tredicimila uomini lavorarono per costruire la Ferrovia da Vicenza a Verona! Non riesco ad immaginarmi come poterono: senza alcuna macchina. Da Locara a Ca’ Sordis!!! Quindici metri di terrapieno per 15 Km…! E perché??? Tutto il circondario di Montebello era famoso per le grandi Alluvioni che accadevano senza alcun avvertimento! Per questo, chi aveva investito il denaro occorrente per costruire la Ferrovia, voleva essere sicuro di ricevere un certo ritorno sul proprio rischio. Ecco dove entrano nell’argomento gli Argini dei due Torrenti. Se si pensa alle alluvioni dei primi anni del “1900” e quelle antecedenti, molto più severe, si capisce che la Ferrovia avrebbe potuto funzionare senza alcuna interruzione. Le acque alluvionali sarebbero defluite tramite i ‘tunnel’ delle numerose strade che la sottopassavano. E anche gli argini vennero rinforzati. Se penso al Viale della Stazione di 63 anni fa, vedo ancora gli Ippocastani rigogliosi che ne costeggiavano ambedue i lati. In Primavera, quando erano in fiore, si notavano, intervallate, fioriture bianche e rosse! Luigi, a quel tempo studente al Liceo Pigafetta, mi disse che il Bianco ed il Rosso dei fiori, accanto al Verde delle foglie, formavano la Bandiera Italiana. In barba agli Austriaci che pagavano per piantare gli Ippocastani stessi! Ciò vuol dire che anche gli Ippocastani facevano parte della Storia di Montebello!! Tramite la Tecnologia del Computer, mi sono fatto una passeggiata “virtuale” lungo il Viale della Stazione odierno. Non so. Vedo degli alberi. Ma non riesco a capire che alberi siano! Forse, vicino al Ponticello Pedonale è rimasto qualcuno degli antichi, originali Ippocastani. Gli Ippocastani erano sui due lati del Viale: dal distributore di benzina all’Aquila, fino alla Stazione.
La notte delle Mille-Miglia c’erano centinaia e centinaia di persone che guardavano le automobili che partecipavano alla Corsa. Arrivavano dai paesi vicini. Mettevano le biciclette, a pagamento, in corte da Stocchero. Poi rimanevano tutta la notte lungo il Viale. Dopo che era transitato il “ConteMarzotto col suo “Bolide”, la gente cominciava a sfollare, verso le sei del mattino! Adesso, purtroppo, mi sembra che non si puliscano neanche i marciapiedi, lungo il Viale. E “google-map” non mentisce! » Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-3-2019.

Foto:
1) Cartolina postale che mostra una veduta del viale della Stazione di Montebello, ripreso dalla cosiddetta ‘curva de Majeto‘ dove, per molti anni, è stato attivo il ristorante ‘Alla Stazione‘ di Cesare Maggio. La cartolina risale alla fine degli anni 30 del Novecento (APUR – Archivio privato di Umberto Ravagnani).

Il ‘Viale della stazione’ in un breve riassunto del video al quale Lino fa riferimento nell’articolo:


Umberto Ravagnani

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A PROPOSITO DI VILLA MIARI

[197] A PROPOSITO DI VILLA MIARI… Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

LINO TIMILLERO, emigrato da Montebello in Australia nel 1967, ci ha inviato questo coinvolgente ricordo a lui riferito da una persona che desidera rimanere anonima:
«… Avevo cinque anni e, tramite mia zia di Roma che lavorava alle Poste, andai al mare. Con me c’era mia cugina, che aveva otto anni più di me. Eravamo a Santa Marinella, vicino a Civitavecchia. Vagamente ricordo che, tutte le sere, piangevo perché volevo tornare a casa dalla ‘mia’ mamma. Verso sera, mi inventavo un male diverso, fino ad arrivare al mal di denti. Mi portarono perfino dal Medico, il quale, dopo avermi visitata, diagnosticò che avevo solo nostalgia di casa. Dopo un mese al mare, tornammo a Roma, a casa degli zii. Anche per loro arrivò il periodo di ferie, così partimmo tutti assieme per Montebello. Finalmente, quel giorno tanto atteso arrivò. Sul treno ero molto contenta e continuavo a chiacchierare. Essendo stata via da casa per parecchio tempo, con la facilità dei bambini, avevo imparato a parlare l’Italiano con l’accento romano. E lo parlavo anche bene… a detta di mia zia. Arrivando con il treno da Verona, con il viso schiacciato contro il finestrino, ho riconosciuto il mio Paese. Tutto ad un tratto esclamai: “Zia, guarda! La mia Villa!” C’erano altri passeggeri seduti attorno a noi, che, alla mia esclamazione, si son guardati l’un l’altro un po’ stupiti. Forse avranno pensato che, dalla città andavamo in campagna per le vacanze estive. Mia zia, quando me lo rammentava, anche dopo vari anni, mi diceva; “Certo che quella volta ci hai fatto fare una bella figura.” La “mia” Villa, era proprio “Villa Miari”, dove ho abitato, con la mia famiglia, per sette anni.
I miei ricordi sono un po’ confusi… Gran parte di ciò che scrivo, mi è stato raccontato dalla mamma e dalle persone che formavano la mia famiglia… Avevo all’incirca quattro anni quando, con la mia famiglia, si andò ad abitare in quella grandissima ‘casa’. La grande cucina, sotto la scalinata che porta al salone delle feste, ci ospitò per poco. Quasi subito, ci dovemmo spostare all’ultimo piano, dove ci sono le finestre piccole. Per arrivare lassù, si doveva salire per la ‘famosa’ scala a chiocciola di cento scalini. Aldilà del grande solaio, c’era la nostra porzione di appartamento. A destra un lungo corridoio, a sinistra la porta della cucina e delle due camere. Il pavimento del corridoio era di mattonelle rosse lucide di cera, sopra le quali era stesa, per tutta la lunghezza, una corsia di un materiale indefinito. Di lato trovavano posto un divanetto, una libreria stracolma di libri (mio papà amava i libri). Sullo sfondo, vicino alla finestrella, vi era un tavolino rotondo intarsiato, con attorno quattro seggiole imbottite. Alla parete erano appese delle belle stampe incorniciate. Debbo dire che l’effetto, anche se visto dai miei occhi di bambina, era veramente accogliente. Alcune di quelle cose le conservo ancora oggi a casa mia. D’Inverno, purtroppo, dovevamo tener conto anche della stufa della cucina: quando tirava il vento di ‘Tramontana’, il camino non tirava bene, il fumo tornava indietro e allora si dovevano aprire le finestre. Gli occhi pizzicavano ed il naso gocciolava… Non ricordo se gli anni della mia infanzia fossero felici… Ricordo però tanti bambini, ragazzi ed adulti che abitavano tutti in quella grande casa. I giochi si svolgevano il più possibile all’aria aperta. Ed erano: ‘ciupa scondere’, ‘ciapa e scapa’: (nascondino e prendi e fuggi). C’era anche il ‘Girotondo’, che si faceva attorno alla fontana, che, purtroppo, non c’è più. I compiti per la scuola andavamo a farli sul tavolo di pietra che si trovava sotto alla ‘Pegnara’ (Pino marittimo). Si accompagnavano al tavolo rotondo quattro sedili di pietra, sui quali ci si poteva sedere anche in due per ogn’uno, tanto erano comodi. Mio fratello più giovane, e lo rammento come fosse adesso, si arrampicava sugli alberi. Ed io lo guardavo da sotto, non trovando il coraggio per salire anch’io. E quando si andava a ‘rubare’ l’uva da tavola nell’orto coltivato dal custode della Villa. Sempre in due o tre. Da sola non mi sarei mai azzardata. Quando, d’Inverno, non si poteva stare fuori, i giochi si spostavano nel grande solaio. Mio papà, perlopiù per riparare dal freddo, aveva messo come un divisorio di telo bianco. Così noi bambini giocavamo a fare le ombre cinesi. Si faceva a gara nel fare ed indovinare le figure più strane. Qualche volta preferivo giocare anche da sola. In cucina, prendevo dei legnetti che servivano per accendere la stufa, li mettevo sul pavimento e formavo dei rettangoli. Per me erano i banchi della scuola. Ed io facevo da Maestra a dei bambini immaginari. Una volta, io, mio fratello più piccolo ed un’altra bambina che abitava nello stesso piano, ci siamo affacciate alla finestrella senza protezione del solaio. La mamma della bambina ci vide! Venne verso di noi piano-piano. Ci afferrò per le gambe e ci tirò con forza lontano dalla finestrella. E ci sculacciò di santa ragione. Quando raccontai a mia mamma l’accaduto, prendemmo il ‘resto’ anche da lei! Fatto che, anche oggi giorno, non posso scordare! Forse la cosa più bella di quel periodo trascorso a “Villa Miari” era il vivere in comunità, aiutandoci l’un l’altro senza alcun senso di mancanza di rispetto. Proprio come se fossimo una grande famiglia. Scendevamo al paese per prendere il pane: chi da un fornaio e chi dall’altro. E ci aspettavamo per andare a Messa del fanciullo alla Domenica. Per quanto riguarda le ‘feste da ballo’, a noi piccoli era assolutamente proibito entrare. Però, senza essere visti, andavamo a spiare dalle finestre semi-chiuse. Oppure, ci accontentavamo di ascoltare la musica. Non desidero elencare i nomi delle dodici famiglie che abitavano in Villa. Vorrei solo ricordare la ‘Pinota’. Una signora che viveva da sola nel sotterraneo. Era magrissima, coi capelli neri. Bianca di carnagione, come un lenzuolo appena lavato. A noi bambini incuteva un po’ di paura… Veniva presa di mira dai ragazzi più grandi che le facevano i dispetti. Se dovessi ricordare “Villa Miari” con una canzone, sarebbe: ‘Casa Bianca’ cantata da Marisa Sannia. Trascrivo solamente l’ultima strofa: “E la bianca casa che mai più io scorderò mi rimane dentro il cuore con la mia gioventù che mai più ritornerà… ritornerà”.

Quando tornai ad abitare in Via V~~~~, la via dov’ero nata, avevo circa undici anni. L’edificio dove abitavo con la mia famiglia era nei pressi del panificio, appena giù dal Ponte del Marchese. Ricordo che ero contenta perché avevo la mamma sempre vicina, cosa che prima non era possibile per varie ragioni che non comprendevo. Su in Villa però, era rimasto il nostro gatto Lolo. Dopo le nostre ripetute richieste, un giorno mio fratello andò a prenderlo. Lo mise dentro una borsa e lo portò a casa. Alla quale, con fatica, il gatto si abituò. Circondato dal nostro affetto e dalle nostre ‘coccole’, è vissuto con noi per parecchi anni. Ad allietare il nostro vivere quotidiano, hanno fatto la loro parte anche il cane Ricky, il canarino Titti ed il pesce rosso Pippo. Su in Villa non tornai per molto tempo. Ero presa da tutte quelle nuove cose che la vita offriva ad una ragazzina curiosa com’ero io. Feci nuove amicizie con le famiglie che abitavano nelle corti contigue, verso i prati e lungo la Via V~~~~. In particolare, ricordo la signora Maria che mi insegnò a lavorare a maglia. Quando sbagliavo, dovevo disfare tutto. Questo mi è servito molto per imparare bene ed è la causa, credo, del mio continuo ricordo di tale signora. Tra ragazze, giocavamo sui prati dietro le case: a rincorrerci, a girare su se stesse a braccia aperte. Fino a quando al testa girava e ci si doveva sdraiare sull’erba per non cadere a causa del giramento di testa. Alcuni pomeriggi li trascorrevamo sedute sotto l’ombra di un ‘moraro’ a raccontarci pettegolezzi oppure a leggere. Ricordo le passeggiate sui prati, a badare le mucche che pascolavano, colà, sospinte da Tito (Rosa Maria). Ora, tutto questo è cambiato. Ora ci sono case fino a sotto l’argine, (Via Trieste e Via Venezia). Ed i Prati sono diventati un grande quartiere attraversato dalle Vie con i nomi dei fiumi italiani (Via Po, Via Adige, Via Tevere, Via Arno, Via Brenta…). Poco lontano da dove abitavo, c’era il convento delle Suore Canossiane. Andavo spesso da loro perché avevano a convitto due ragazze che frequentavano la Scuola Media con me. Ma, dopo aver abitato così a lungo all’ultimo piano di “Villa Miari”, la grande novità era di aver tutto a portata di mano: il panificio, l’edicola, il ‘casolin’, il calzolaio… A camminare però non ho mai rinunciato. Ero ben allenata, dati i continui andirivieni dalla Villa. E poi, quand’ero un po’ più grande, ero nel Gruppo del C.A.I. e partecipavo alle gare di marcia. Un giorno di qualche anno fa, assieme a mio marito, abbiamo fatto il giro del Castello. Passando accanto alla Villa, un po’ ansiosa, siamo saliti per la gradinata che porta all’ingresso. Il cancello era chiuso, ma si poteva vedere tutto. Mi si è stretto il cuore nel constatare lo stato di abbandono in cui era ridotta. Continuando il nostro cammino, abbiamo incontrato una mia amica che tornava dal Castello in direzione opposta. Le raccontai dello stato in cui avevo appena visto la Villa e lei, incuriosita, ci invitò a tornare indietro a dare un’altra occhiata. Dal portone di lato, riuscimmo ad entrare. Avevamo un po’ di paura perché certe voci dicevano che c’erano dei cani lasciati liberi. Passo dopo passo, salimmo la scalinata principale, davanti al grande salone d’entrata. Non accenno a quel che abbiamo visto. Ci sono delle fotografie su ‘Facebook’, che dicono chiaramente lo stato in cui è “Villa Miari” al giorno d’oggi. E lo si può capire molto meglio di una mia descrizione! Mentre, dal portone di lato, guardavo lo spazio antecedente la Villa, con mio marito e la mia amica accanto, udivo, come da lontano, un vocio di bambini, delle risate e dei gridolii come se, veramente, ci fossero dei bambini che giocavano a rincorrersi… Sembrava che tutte le famiglie fossero ancora al medesimo appartamento che abitavano tanti anni or sono… Per me, nonostante l’abbandono del luogo, fu una specie di visione che mi ricolmò di gioia e mi fece provare una grande emozione. Difatti, sulla via del ritorno, mi trovai con gli occhi lucidi: in pochi istanti, avevo rivissuto la mia vita di bambina. Qualche giorno dopo, venne a farci visita mio figlio con la sua famiglia. Dopo pranzo, chiesi ai miei nipoti se volevano visitare il luogo dove aveva abitato la loro nonna da bambina. E così ritornammo su in Villa. Spiegai loro che non era così mal ridotta quando vi abitavo. Mio nipote, però, esclamò: “Nonna, ma tu non eri povera se abitavi in questa Villa”. Sono saliti con me sulla scala a chiocciola dai cento gradini e, arrivati sul solaio, non si poté procedere perché c’era un grande buco nel mezzo del pavimento. I miei nipoti capirono subito la situazione e, senza alcuna domanda, cominciarono a scendere la scala a chiocciola dai cento gradini. Dalla finestra del bagno della casa dove abito con mio marito, riesco ad intravedere, pur se nascosta dagli alberi, “Villa Miari”. Proprio dal lato dove abitavo con la mia famiglia. E la guardo… La vedo sola ed abbandonata… Per me, ora, è “Villa Malinconica”… Chissà se le cose cambieranno… Chissà se tornerà ad essere “viva”… Questo è il mio augurio… Con tutto il cuore…! »
Come raccontata a Linus Downunder da persona che desidera rimanere Anonima (Italy 23-9-2019) – Lino Timillero Coniston 6-10-2019 Saint Brian’s day (San Bruno).

Foto: Due suggestive immagini di VILLA MIARI all’epoca dei fatti narrati (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

 

Se questo racconto ti ha regalato un’emozione vota la  VILLA MIARI  nel sito del  F A I – FONDO AMBIENTE ITALIANO. Tutti insieme possiamo salvarla!

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UN’AMERICANA A MONTEBELLO

[194] UN’AMERICANA A MONTEBELLO

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

LINO TIMILLERO, nostro compaesano emigrato in Australia nel 1967, ci ha inviato questo interessante articolo sui suoi ricordi d’infanzia a Montebello:

« El fradelo de na me paesana, col jera cuà a Wollongong a catare i so parenti, el me ga contà na bela ‘storieta’ de cuando ca lù el jera ncora xovane. A Montebelo, cuando ca Pierino, cussì el se ciamava, el gavea disisete ani, jera rivà na dona co dù fioi, on toso e na tosa, dala Merica, par catar parenti. La fiola la gavarà vudo cuindese ani e so fradelo cuasi tredese. I vignea da la California e so marìo de la dona el jera restà là parche el gavea massa laoro da fare e nol podea movarse. Pierino el me contava cal gavea scomizià a laorare da Pelizari ca no jera gnanca on ano.
El jera stà tanto fortunà, parchè stiani no ghe jera mia tanto laoro in giro! Come ca ve podarì maginare, sendo el ‘Tabachin’ vizin a ndove ca stava de casa i parenti dela Mericana, Pierino el fasea finta de nar conprarse on par de sigarete, par vedare se ghe jera la tosa in giro. Solo par curiosare e par sentirla parlare! No ghe jera mia Mericani tuti i ani a Montebelo! E la tosa la parlava chel Talian ca solo i Mericani lo parlava cussì, metendo le parole ala roversa, ca te vignea da ridere, ma te saravi suito la boca parchè la se metea a sbraitare co so fradelo. So fradelo magari el ghe disea ca la sbaliava, ma par Merican, e lora i nava vanti a dirsele in Merican ca nesun capia gnente, ma la jera na belessa a star là solo par sentirli parlare el Merican! La tosa la se ciamava Riccarda, e la volea ca se disesse el so nome propio con ‘due c’, no come ca femo nialtri. Alora Pierino, co i gavea on poca depì confidensa, el ghe ga dimandà a la tosa parchè so fradelo el se ciamava Ronny, ala Mericana, e ela Riccarda, al Italiana. La tosa la ghe ga dito: “In Inglese essere solo Richard, no avere Riccarda!” Ma se podea capire cuel ca la disea! Vialtri ve ricordeo cossa ca volea dire nar mati par el ‘Rock and Roll’, e no capirghene na parola de cuel ca i cantava? Cuelo el gavea in mente Pierino: farse dire da ‘Riccarda’ la tradusion de le canson Mericane! Par cuei ca se recordarà, ghe jera anca “The Everly Brothers” ca cantava el ‘Rock and Roll’, e ghe jera na canzon ca cantava luri ca la ghe piasea, ma proprio tanto, a Pierino: “Ebony Eyes” la se ciamava! La jera on ‘Lento’, e Pierino, no avendo el magna dischi, cuando cal la sentia el se fermava e el stava fermo fin ca la finia! Sensa capirghene na parola! Nialtri ca semo in Australia da tanti ani, chi pì chi manco, l’Inglese lo capimo. Ma lora, chi lo capia? E Pierino manco de tuti! Col jera cuà par catar i parenti, el se lamentava. El disea cal gavaria fato mejio a essar vegnù cuà anca lù cuando ca jera vegnù so sorela e so cognà, pì de cuaranta ani fa!!! Almanco desso el savaria on poco de Inglese anca lù! Ntanto, la ‘Riccarda’ la gavea fato micisia co le tose ca stava de casa lì vizin.
La nava tanto dacordo co na fiola de ‘Stocchero’, ca mi ve go contà la storia de cuando ca ghe jera da luri cuel profugo dal Polesine cal se ciamava Leone, ve ricordeo? So sorela de Bepe Stocchero la se ciamava Rosa Maria, e la jera vecia come la Mericana, come ca le fusse stà gemele! Na sera, sol inbrunire, la Mericana – cussì me contava Pierino – la jera drio nare casa de so zii nsieme co la Rosa Maria. La Riccarda la ga visto Pierino vegner su dala piassa e la lo ga ciamà: “Tu venire sentire disco? Cantare Elvis. Tu piacere Elvis?” E Pierino a dirghe suito de sì, ca ghe piasea Elvis (e tuto cuel ca la volea). Elvis el cantava “In the Ghetto”!!! Bela!!! Ve ricordeo? Col ne la contava, parea ca Pierino el fusse ncora lì, a Montebelo, in casa da so zii de la Mericana, (ca i gavea el giradischi), co la Riccarda ca ghe contava par Talian cuel ca cantava Elvis!!! Cuando ca ghe mancava poco parchè Pierino el nasse casa a Montebelo, mi so ndà a catarlo par saludarlo. Ierimo sentà xo torno la tola in casa da so sorela ca la gavea parecià el café fato co la cogoma, come sti ani. La gavea prunti anca dei bei tochetini de buzolà cal jera propio bon. Pierino el me ga dito: “Ogni tanto, chela Mericana la vien ncora a Montebelo. Ogni tri ani, me dise cuei ca la vede. A mi me piasaria dimandarghe parchè ela la se ciama Riccarda, come so cugin, cal gà cuasi la stessa età.” Salta fora so cognà: “A te lo digo mi el parchè”. Tuti du nialtri se ghemo messi a vardarlo! Pierino el ghe fa: “Come feto ti a saverlo?” So cognà el ghe dise: “Da come ca go capio mi, vialtri si drio a parlare dei fioi dei fradei P~~~~! Uno el ghe ga messo nome Riccardo al so secondo toso. So sorela, prima da ndare in Merica, la ga vudo na tosa e la ghe ga messo nome Riccarda! La guera, la jera finia da gnanca na setimana, ma se trovava ncora in giro, palotole e zerte balete nere, grande fa bronbe, ca nesun savea cossa ca le jera e le vegnea butà xo dai aparechi cuando ca i bonbardava.” Ma Pierino el salta fora par dirghe a so cognà: “Sa centrela la guera?” So cognà ghe dise a Pierino: “Se te porti pasiensa, a te capirè sa centra la guera!” dise so cognà. “Ndove ca stava i P~~~~! , ghe jera na corte e là ghe laorava el Maniscalco. Ve ricordeo chi cal jera el Maniscalco? El ferava i cavai e anca i mussi e conpagnia bela. In pì el fasea laori da fabro, de cuei ca se rangiava a far de tuto. Nialtri tosati, se catava su de tuto in giro par le strade, vizin al ponte. Parfin torno al canpanile parche na volta, on aparechio Merican, dopo ser passà sora el ponte del Guà, el se ga girà e el xe vegnù a mitraliare el canpanile de la Cesa!” So cognà de Pierino el nava vanti sensa ca nesun lo fermasse: “On jorno, dopo magnà, se ghemo catà in zincue, siè tosati torno ala mantesa del Maniscalco. Da na parte ghe jera on muceto de chele balete nere e anca el toso pì xovane del vecio P~~~~! Tuti se volea girare el manego dela mantesa par vedare el fogo scaldare i feri dei cavai ca ghe jera in meso ala carbonela. Tuto on colpo, se ga sentio on boto forte e el toso pì xovane del P~~~~ el xe cascà par tera, lì, vizin ala mantesa, e, pien de sangue, nol se ga pì alzà! No ve digo cuel ca xe capità parchè le xe robe da gnanca credarghe! Zighi dapartuto! Chi ga messo la baleta nera ntela mantesa, chi selo stà cuel disgrazià. El ga da essar stà mato!!!” … So cognà de Pierino el ga finio disendo: “El toso se ciamava Riccardo. Dopo, co xe nate le creature dei so fradei pì veci, tuti du i ghe ga messo nome Riccardo e Riccarda. Uno xe restà a Montebelo e chel altra la xe na in Merica co so mama!” Dopo on pochetin, se ghemo saludà e mi ghe go dito a Pierino de saludarme Montebelo! » (Linus DownUnderLino Timillero Coniston 22-5-2018)

Foto: Riccarda a Montebello all’epoca dei fatti narrati (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani
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