PEGGIORE DI COSÌ …

[233] PEGGIORE DI COSÌ … (La personificazione del male)

In questa storia settecentesca Montebello e il suo Vicariato rappresentarono il limite invalicabile che un losco figuro fu condannato a non oltrepassare, provenendo da Vicenza, ossia 6 miglia (circa 10 Km) da S. Giovanni Ilarione, in considerazione del fatto che la giurisdizione montebellana si estendeva anche su Gambellara.
Nel 1764 S. Giovanni Ilarione, anno in cui questa narrazione ebbe il suo epilogo, apparteneva al Territorio vicentino e i nobili Balzi, cittadini di Vicenza, in questo comune della Val d’Alpone vi possedevano case e beni considerevoli.
Da parecchi anni Gian Francesco Balzi del fu Achille vi abitava stabilmente e ostentando posto d’autoritΓ  e d’incompetente dominio sopra quegli abitanti e pur anco sulle ville vicine (soprattutto Montecchia di Crosara) col suo depravato contegno e stravaganti procedure recΓ² loro, in vari modi, inquietudini, danni e oppressioni. Appassionato cacciatore, con lo spirito della sua prepotenza pretese di essere il solo ad esercitare questa attivitΓ , al punto che se avesse trovato qualcuno sulla sua strada nell’esercizio della pratica venatoria gli avrebbe infranto lo schioppo e offeso la persona con schiaffi e bastonate. Vessazioni arrecate da lui stesso e dai suoi sgherri tenuti come cacciatori. Gli abitanti erano terrorizzati e non osavano minimamente contraddire la sua condotta che provocava loro solo desolazione, anche quando il Balzi e la sua muta di 12 cani bracchi, oltre al seguito dei β€œcacciatori”, danneggiavano le campagne con i frumenti giΓ  da mietere, le colture in atto, se non mature, e inoltre senza mai rifondere i proprietari dei polli che i cani abbattevano.
Nel suo palazzetto di S. Giovanni Ilarione diede spesso ospitalitΓ  a persone empie e micidiali giΓ  colpite da procedimenti penali di β€œbando” sostenendole e proteggendole. Tra queste tale Zuanne Allegro detto β€œsartore”, Paolo dal Cortivo detto β€œPaolazzo” e Tomio Loverno. Di quest’ultimo losco figuro i capi del comune ne volevano l’arresto da parte della Giustizia, ma gravemente minacciati dovettero desistere dal farlo.
Nemmeno il notaio di S. Giovanni Ilarione fu risparmiato dai soprusi e dalle violenze del Balzi e compagni di sventura del professionista furono Battista Righetto e Francesco Salgarolo bastonati e ridotti a mal partito.
Stesso trattamento ricevettero Antonio Roccabianca di Montecchia, dopo essere stato ospite, con l’inganno, del Balzi e Antonio Menegolo reo di non aver accomodato certo suo debito. Con ostentata soverchieria assoggettΓ² spesso i suoi creditori ad ingiusti esborsi.
Tutte queste povere vittime andavano ad aggiungersi alla schiera di coloro che non osarono ricorrere alle cure mediche nΓ© sporgere denuncia per non incorrere in peggiori pericoli.
Soprattutto durante il periodo pasquale, i parroci, per traerlo dalle laidezze dell’adulterio e del concubinato, tentarono di riportarlo alla ragione con il risultato di ricevere minacce e parole ingiuriose. Tre di loro, nel giro di pochissimi anni, nauseati dal suo contegno, abbandonarono l’incarico rinunciando al β€œbenefizio”.
Numerose le varie giovani nubili adescate e ridotte alle illecite di lui compiacenze. Resa gravida una di esse, fraudolentemente la fece sposare a un suo dipendente, che fu poi costretto ad abbandonare il paese e lasciare l’infelice donna preda dei suoi capricci. I numerosi figli messi al mondo da costei furono cresciuti nella casa del Balzi e non mancarono in paese continue mormorazioni. Non trascorse molto tempo che la donna venne a mancare indispettita forse nel vedere il suo aguzzino assorto da novelle impudiche fiamme.
La favorita di una di queste, molto β€œpremurosa” nei confronti del Balzi, ebbe β€œl’onore” di confondere le proprie ceneri con quelle degli avi di quest’ultimo.
Non fu mai sazio di angustiare i poveri abitanti giungendo al punto di mettere mano ai registri delle β€œColte Comunali” (tasse – n.d.r.) facendo cancellare ogni suo debito e quello dei suoi dipendenti, con grave pregiudizio per le casse del paese.
Ai danni provocati da lui e dai suoi cani nell’esercizio della caccia, si aggiunsero quelli causati dai suoi numerosi animali: bovini, muli, porci e pecore che pascolavano indisturbati nei campi altrui distruggendo i raccolti.
Da questi danneggiamenti non fu risparmiato nemmeno il fratello, che dopo la morte del loro padre godeva di propri beni frutto della divisione dell’ereditΓ . Soprattutto i terreni che entrambi i fratelli possedevano lungo il torrente Alpone non poterono godere delle cure e degli interventi necessari a protezione degli stessi. Anzi Gian Francesco non fece nulla a cui era obbligato proprio perchΓ© i terreni del fratello restassero esposti alle piene del torrente.
Finalmente dopo l’ennesima denuncia, la giustizia trionfΓ² e pose fine a quelle scellerate nefandezze di cui Gian Francesco Balzi si era macchiato.
Fu condannato ad esser relegato nella Reale Fortezza di Palma (Palmanova) con le condizioni ed obblighi dei relegati per mesi 18. Trascorso questo periodo che per 20 anni non potesse poner piede nella villa di S. Giovanni Ilarione e suoi luoghi per 6 miglia. Sentenza del Giudice Francesco Paruta
(ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA – β€œRASPE” busta nΒ° 11 – sentenza nΒ° 123)
Riassunto e adattamento di OTTORINO GIANESATO

Illustrazione:
Scene di caccia (1893-1894) olio su tela di Guido Grimani (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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