IL BACINO DI MONTEBELLO

[206] IL BACINO DI MONTEBELLO


All’inizio degli anni 20 del Novecento si rese necessario trovare un modo per evitare che le continue piene del torrente Guà provocassero alluvioni e devastazioni soprattutto nei territori di pianura. Si ritenne che la soluzione migliore fosse quella di accumulare in un invaso una parte delle acque durante un periodo di piena, per poi restituirla al termine di questa. La soluzione di rialzare continuamente gli argini fu considerata non sicura e possibile fonte di ulteriori gravi danni per il territorio.
Nel maggio del 1926 una eccezionale piena provocò la rotta del Guà presso Borgo Frassine, nel Comune di Montagnana, causando grandi devastazioni nel territorio che era già stato colpito duramente nel 1905 e nel 1907. Si pensò quindi di interpellare l’ing. Luigi Miliani del Genio Civile di Este, costruttore del grande bacino di espansione dell’Anconetta1 ed esperto conoscitore dei problemi relativi al torrente Agno-Guà. L’ing. Miliani suggerì che per evitare le dannose esondazioni del Guà l’unica soluzione sarebbe stata la costruzione di un bacino di espansione in un’area posta a monte di quello dell’Anconetta. Il prezioso suggerimento venne subito recepito dall’Ufficio del Genio Civile di Vicenza e, in breve tempo, fu individuata l’area ideale nella zona di Montebello Vicentino tra gli argini del Guà a sinistra, quelli del Chiampo sulla destra e delimitata a sud dalla Strada Statale Vicenza-Verona. La strada (oggi Strada Regionale 11) opportunamente rialzata avrebbe fatto da barriera consentendo di creare un invaso di 5.000.000 di mc, lasciando ancora mezzo metro di sicurezza dalla sommità della carreggiata. All’interno del bacino il canale Acquetta sarebbe diventato lo ‘scarico’ dell’acqua verso sud al termine della piena.

Il progetto prevedeva alcuni obiettivi fondamentali:

1) Possibilità di attivare, sospendere e riattivare l’immissione delle acque di piena nel bacino.
2) Possibilità di regolare l’afflusso entro certi limiti di portata.
3) Rapidità e sicurezza di manovra.
4) Possibilità di regolare l’immissione in modo da ottenere un limitato battente in uscita dai sifoni.

Era inoltre previsto:

1) La posizione dei sifoni sull’argine destro del Guà a circa 800 metri a valle della confluenza del Poscola.
2) L’innalzamento della statale Vicenza-Verona tra il Ponte delle Asse e il Ponte del Marchese.
3) La costruzione di un canale di trasporto delle acque erogate fra l’opera di presa e il bacino.
4) La costruzione di un manufatto di scarico con saracinesche sul Rio Acquetta a destra della strada-diga verso Montebello.
5) La risistemazione del Rio Acquetta – Togna – Fossa dallo scarico del bacino fino alla località Sabbion di Cologna Veneta.

I lavori, iniziati nel settembre del 1926, terminarono nel primo semestre del 1927. In meno di un anno si era progettata ed eseguita una delle opere più importanti per il controllo delle piene dell’Agno-Guà.
Non mancarono i denigratori dell’opera dell’ing. Miliani, ma dovettero ricredersi quando, nella primavera del 1928, a causa di una piena eccezionale, avvenne il primo collaudo effettivo del bacino di Montebello che permise di limitare al minimo i danni. In quell’occasione l’attenzione rimase comunque altissima, perché era la prima volta che si allagava il bacino e una serie di piccoli problemi rese particolarmente tesa la situazione degli operatori.
Nel 1981 furono eseguiti alcuni lavori di ristrutturazione tra cui: una ulteriore sopraelevazione e rafforzamento della diga. Asportazione di circa 300.000 mc. di fondo sabbioso depositato nei tanti anni di esercizio. Questi interventi portarono la capacità totale del bacino a 5.600.000 mc.
Nei molti anni di attività, il bacino di Montebello è stato messo in azione in occasione di oltre 120 piene, dimostrando la sua grande utilità nel proteggere il territorio dalle frequenti ondate di piena dell’Agno-Guà.

Umberto Ravagnani

Note:
1) Opera di invaso sul fiume Agno-Guà-Santa Caterina nei Comuni di Sant’Urbano e Vighizzolo d’Este (Pd). La  superficie  del  bacino  era  di  107  ettari e  la  sua  capacità  di  invaso  di  circa  2.500.00 mc. A piena cessata ed a mezzo di apposite chiaviche le acque venivano scaricate nel Gorzone.

Foto:
1) Il Bacino di Montebello durante la costruzione nel 1927. (Foto Lucenti, Lonigo 18-03-1927 – rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Il Bacino di Montebello in una suggestiva immagine ripresa durante la piena del 17 maggio 2013. (APUR Archivio privato Umberto Ravagnani).

Bibliografia:
A. Fabris, Brentane, Valdagno, 2002.
L. Miliani, Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa. L’Agno-Guà. Frassine. Fratta. Gorzone. Il Bacchiglione e il Brenta, LE MONNIER, 1937.

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UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

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La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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IL DOGE ANDREA GRITTI

[151] IL DOGE ANDREA GRITTI  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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Andrea Gritti (Bardolino, 17 aprile 1455 – Venezia, 28 dicembre 1538) è stato un mercante, militare e politico italiano e 77º doge della Repubblica di Venezia dal 1523 alla morte.

« Cuel Gino da Velo d’Astico, co se gavivimo catà a la fine de Marso, el me ga fato sajiare cuei cachi cal gavea tirà xo dai so cacari. I xe stà i primi, cuei ca se jera maurà soto ale rete parchè i ‘flyng foxes’ ghe li gavaria magnà. Ve ricordeo? E ghe jera anca i ‘possums’ da star tenti…! Parò i cachi i jera boni…! Come ca i fusse stà de do cualità…! Cuei cachi coi ossi i gavea el gusto pì bon de cuei sensa ossi, ma boni tuti cuanti!!! Tastà i cachi, ca i jera stà bonorivi, se ghemo sentà xo par fare na ciacolada. Bira ‘new’ par lu e ‘old’ par mi. On sachetin de ‘cashews’ da mastegarghe drio, ca i xe pi boni dele bajiie. Gino el me gà dimandà sa gaveo fato el militare. Mi ghe go dito de no parchè jero drio fare le carte par nare in Australia e cussì i me ga assà ndar via! Lora lu el ga scominzià a contarme cal gavea fato el militare coi Alpini. El jera stà anca tri misi a Verona, rento a na caserma poco distante da Montorio. Desso là ghe xe el ‘IV Reggimento dei Alpini Paracadutisti’. “Co jerimo de ‘libera usita’, de Istà se nava senpre fin a Bardolino, in riva al Garda, parchè ghe jera uno da Cisano co la me conpagnia. Cisano,” me contava Gino, “xe poco distante da Bardolino. Sto Caporale, el se tegnea la moto a casa de parenti, vizin a la caserma, cussì, pena cal podea, el nava casa a catar la morosa. E mi navo insieme, tute le volte cal me dimandava de farghe conpagnia. Ma no cuando cal jera co la so morosa…! Lora se metivimo dacordo par lorario da nare indrio, e mi navo a far na caminada fin a Bardolin, drio al Lago de Garda!” Nando vanti co le ciacole, Gino el me diseva:”A Bardolin, ghe xe el vin bon, cuela la sà tuti, ma ghe xe anca on Albergo grando cal se ciama ‘Hotel Gritti’! Lo savivito ti ca a Bardolino jera nato on ‘Doge’? El me lo ga contà el me Caporale! On ‘Doge’ nportante, da come cal me contava lu. Ti ca te ghin capissi de storia, gheto sentio parlare de sto ‘Doge’?” “Ma sito drio farme on scherso, o feto dal vero?” ghe dimando mi a Gino. “Parchè? Parchè dovaria schersare?” me fa Gino. “Parchè proprio de ste setimane, me son messo a zercare sol ‘Internet’ come ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà al me paese,” ghe digo mi a Gino. E lu el me fa: “Cossa ghe centra i taraji?” E mi: “Ghe centra parchè, come ca te disi ti, el xe stà el ‘Doge’ de chel tenpo là a decidare!!! “E Gino a boca verta el me varda e el me dise: “Ma sito drio schersare?” “A son stà prima mi a dirtelo a ti ca te schersavi!!! Si o no”, a ghe fazo mi. “Se te vui ca vago vanti, a te poso dire come e cossa. Parò ti te ghe da dirme prima ndove cal va a finire l’Astico, cal passa par el to paese!” Gino el me varda, e dopo el me dise “A no lo so mia seto, ndove valo a finire, lo seto ti?” “Eco, vidito, parchè le robe le xe là ndove ca le xe senpre stà, nessun sintaressa da parlarghene e farghe savere ai tusiti e ale tosete co i va a scola parchè, come a Velo, el fiume ca passa par de là, el se ciama Astico. El va vanti, e vanti ncora e dopo el se ciama Tesena. E cuelo el va vanti, vanti, fin cal va a butarse rento al Bachiglione, on poco pì sù de Longare! E la stessa roba xe pal Bachiglione! Prima el se ciama Leogra. Come cal dise el nome, el vien xo da la Val Leogra, vizin a Schio. Ma pì vanti el va a ciamarse Timonchio. Con chel nome lì el va vanti ncora fin cal diventa Bachiglione, fin a Padova, el va vanti fin cal va rento al Brenta là vizin al Mare! Gino el me dimanda: “Ma ti come feto a savere tute ste robe?” E mi a dirghe: “Te go pena dito ca me nteresava de savere cuando ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà. El me Paese, sa no ghe fusse i taraji sol Cianpo e sol Guà el saria come el Polesine!!! A go leto tri libri so la Storia del me Paese. Gnanca un cal contasse cuando ca i jera stà fati sù, come ca no i gavesse nesuna nportansa.” “Ma come se fa a catare ste robe sol ‘Internet’?”, me ga dimandà Gino. “Ghe xe on posto ndove ca se pol scrivare na dimanda e te vien fora le risposte. Ma te ghe da zercarle,” ghe go dito mi. “E alora, se te tocava zercarle ncora, le dimande de prima sa servivele a cossa?” dise Gino. E mi: “Vardando cossa ca jera scrito so la storia del Guà, cal vignea ciamà il Fiume dai zincue nomi: el nasse ‘Rodolon’, el xe l‘Agno de Valdagno, fin a dopo Trissino ndove cal se ciama Guà, fin a Roveredo. Pì vanti el se ciama Frassine e dopo Gorzone, cal và a finire rento al Brenta, vizin al Mare. Ma so la ‘Wikipedia’, no se podea saver gnente dei taraji.” Salta fora Gino cal me dimanda: “Parchè, se te ghe pena dito ca la … Come se ciamala, la dise tuto?” E mi: “Xe stà par dò parolete ca riguardava el Cianpo, ca go trovà tuto. Lora xe saltà fora ca, stiani, ghe jera, gran barufe parchè Padova volea ca Vicenza fasesse nare lacua del Cianpo rento al Alpone, chal nava a finire rento al Adige.
Verona la volea ca Vicenza la fasesse nare el Cianpo rento al Guà a Montebelo, e no i se metea dacordo! Lora, cussì dise la ‘Wikipedia’, el Consilio dei10 de Venessia, insieme col Doge, nel 1532 el ga deciso da far sù i taraji. E xe stà scomizià i laori come ca i podea fare nte chei ani là! Xe passà tanti e tanti ani prima ca i ‘arzeni’ vegnisse finii come ca i xe desso. E tante aluvion da tute le parte: ntel Vicentin, ntel Veronese e xo ntel Padovan! Desso, el Cianpo,col riva a Montebelo, el se svolta on poco e el và verso Verona, a catarse col Alpone. E tuta lacua rento ai taraji! Come cuela del Guà….! E xe stà fato anca el ‘Bacino’!!! E chi jerilo el Doge?” Xe saltà fora Gino: ”No me dire cal jera Gritti?” E mi: “Propio lù, Andrea Gritti. El xe stà Doge par cuindese ani, dal 1523 al 1538!!!” E Gino: “Ma come gavaralo fato, sel jera nato a Bardolino?” “Venessia, stiani, la rivava fin a Bergamo. La famejia dei Gritti, jera de Comercianti e i xe rivà fin a Costantinopoli. Gino, cussì dise la ‘Wikipedia’,” go dito mi. Gino el se ga bevù na boconà de bira’new’, e vardandome ben in facia, el me dise: “Desso ca te ghe catà come e cuando ca xe stà fati sù i taraji al to Paese, sa vorissito fare?” Suito mi ghe go dito: “Voria dirghe al Sindaco de Montebelo de metarghe nome a na strada: Via Andrea Gritti, par farghe savere ai Montebelani ca ghe jera calche dun, cuasi zincuezento ani fa, ca savea la inportansa dei taraji, e i li ga fati fare!!! Ma mi son cuà, in Australia…! Parò son contento, parchè, dopo tuto el me zercare, el Doge Andrea Gritti da Bardolino, el xe uno cal me piase… tanto! »

(Lino Timillero – 14-5-2018).

Umberto Ravagnani

Immagini: Il Doge Andrea Gritti in un celbre ritratto di Tiziano Vecellio (particolare) e il suo stemma (da Wikipedia).

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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LA CHIESA DI S.EGIDIO

[136] LA CHIESA DI SANT’EGIDIO

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesetta di Sant’Egidio.

Le prime notizie della chiesetta di S.Egidio Abate, la quale sorge presso il ponte sul Guà lungo la via che mena a Vicenza, risalgono al 3 febbraio 1282, giorno in cui, come scrive il P. Barbarano, il Vescovo di Vicenza applicava l’entrata di questa chiesa alla fabbriceria del Duomo di quella città. In quell’epoca accanto alla chiesa sorgeva un convento, tenuto dai frati Carmelitani (1) per ospitare e quindi per qualche giorno mantenere i pellegrini di passaggio. La chiesa perciò aveva le proprie rendite come tra l’altro lo dimostra un documento del 1352 dal quale si ricava che l’Arciprete del Duomo di Vicenza diede in affitto ad un tal frate Gerardino le rendite del Convento di S.Egidio. Questo nel 1656 seguì la stessa sorte di quello di S.Francesco e cioè fu soppresso con breve di S.S. Papa Alessandro VII in data del 21 aprile. Tanto il Convento come la chiesa quando il 10 settembre 1686 furono venduti dalle procurazie di S.Marco al Dottor Francesco Viviani, erano in pessimo stato per cui il primo fu demolito e la seconda per intero rifatta dal compratore, come lo dice una iscrizione sormontata dallo stemma dei Viviani (2) posta sull’arcata dell’altare, e che suona così: « Aedem Divo Egidio Abbati sacram – vetustate labentem Francisco Vivianus I. C. – refecit, ampliavit, ornavit – Anno Domini MDCLXXXVII ». Nel 1885 questa chiesetta fu quasi del tutto rifatta dal proprietario di allora Pietro Agnolin e circa il 1908 fu nuovamente restaurata dall’attuale proprietario Angelo Palmiero, il quale costruì pure il campaniletto. Essa è di forma rotonda con un solo altare di stile barocco in cui figurano cinque statue e cioè: a destra S.Francesco e S.Carlo, a sinistra S.Giuseppe ed il titolare e, nel mezzo, sostenuto da due angeli, il Redentore. Sotto i due angeli vi sono le due seguenti iscrizioni incise su marmo nero. La prima: « D. O. M. Legibus excellens Franciscus – celsa revolvens – Vivianus coeli delieiasque precans ». La seconda: « Aere ruens Fanum Egidii – stetit extulit aram – ornavit cultum restituitque Deo – Anno salutis MDCLXXXVII ». Nella chiesa di S. Egidio si trova pure una statua di S.Giovanni Nepomuceno che un tempo si trovava in una cappellina posta sopra il ponte del Guà ed eretta dal Conte Annibale Sangiovanni, come apparisce dalla seguente iscrizione: « Ad cultum Divi Ioannis Nepomuceni M. promovendum sibique peccatorum veniam impetrandam – Annibal a S. Ioanne MDCCXLIIX ». Purtroppo la statua di S.Giovanni Nepomuceno fu rovinata e sfigurata dalle soldatesche francesi nel 1797, per cui, al presente, non è che un torso quasi informe. Sul torrente Guà, nei pressi di S.Egidio, nel 1575 fu eretto un ponte dal celebre architetto Andrea Palladio, come lo conferma la seguente iscrizione: « Hermolai Pisauri praefecti – Decori Civitas Vicetiae – Andrea Palladio Architecto. MDLXXV ». Ma quel ponte, dopo qualche secolo, dovette subire vari lavori di restauro, essendo stato danneggiato dalle piene del torrente stesso, il quale andava sempre più alzando il suo letto, tanto che, alla fine del secolo XVIII, il ponte del Palladio era quasi scomparso sotto la ghiaia, per cui fu rifatto dalla città di Vicenza in forme assai più semplici. Per avere un’idea del vertiginoso inalzamento del letto del Guà, basta pensare che la casa a destra, appena passato il ponte e verso Vicenza, la quale fu costruita nel 1700 e serviva da villa ai Conti Valmarana, aveva il piano terreno allo stesso livello della strada.

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Che il Convento di S.Egidio sia stato tenuto dai frati Carmelitani apparisce tra l’altro anche dal testamento di un certo Giovanni Germo fatto il 12 giugno 1529 e riportato parzialmente dal Padre Gaetano Maccà nella sua storia del Territorio Vicentino.
(2) D’azzurro alla fenice di nero sull’immortalità di rosso risguardante un sole d’oro posto nel primo cantone.

Immagine: La Chiesetta di sant’Egidio in una composizione artistica (APUR – Umberto Ravagnani 2014)

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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ANCORA SUI DANNI DI GUERRA

[123] EFFETTI COLLATERALI DEI BOMBARDAMENTI AEREI A MONTEBELLO VICENTINO NELLA IIa GUERRA MONDIALE

Anche per la scuola elementare di Ca’ Sordis di Montebello, quell’ottobre 1944 fu un periodo di trepidazione e, probabilmente, anche di angoscia. La maestra Elena Camillotti Capitanio (1), che nell’anno scolastico 1944-45 seguiva le classi IIIa e IVa miste, scrisse queste parole nel suo “Giornale di Classe“:
16 ottobre – In seguito al bombarda-mento di ieri sulle contrade vicine, trovo presenti solo 2 scolari. Molti sono sfollati, altri si preparano a partire.
17-18-19 ottobre – Nessun presente
20 ottobre – Presenti uno scolaro di IVa e la sorellina di Ia.
28 ottobre – Fino ad oggi nessuno scolaro si è più presentato … (2)

Pochi mesi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per i montebellani che avevano subito dei danneggiamenti causati dai bombardamenti aerei, iniziò il travagliato iter burocratico e amministrativo per ottenere un giusto risarcimento. Un percorso denso di ostacoli rappresentati dalle innumerevoli perizie ora di questa autorità, ora di quell’altra che a distanza di dieci anni dalla fine della guerra non aveva prodotto ancora effetti importanti.

Tra i proprietari di case e terreni più gravemente colpiti dalle bombe ci furono Schio Francesco e Federico fratelli di Eugenio caduto per la Patria nella Prima Guerra Mondiale (3). Durante il bombardamento del 15 ottobre 1944 e gli altri che seguirono, il fabbricato rurale di Francesco Schio venne letteralmente distrutto, fatta eccezione di pochi metri cubi di muratura. A causa di questo disastroso evento allo sfortunato agricoltore, rimasto senza casa, non restò altro che trovare accoglienza presso alcuni conoscenti di Madonna di Lonigo. Come se non bastasse, la mala sorte si accanì sui suoi terreni già bombardati coprendoli di ghiaia depositata dal torrente Guà attraverso un varco dell’argine sinistro causato dallo scoppio delle bombe sganciate dagli aerei alleati.
Francesco Schio, già il 31 Luglio 1945, presentò una prima richiesta di risarcimento per danni di guerra all’Intendenza di Finanza di Vicenza con allegata anche una lista dei beni mobili danneggiati o distrutti con la sua casa sita in Via Ronchi al civico n° 6 con relativi disegni dello Studio Tecnico dell’Ing. Augusto Tonelato. Preventivo di risarcimento per un totale di Lire 910.124 comprensivo anche dei beni quì sotto descritti:

– 2 fusti per vino vuoti
– 7 arelle (graticci) con relativi scheletri (telai, supporti)
– 40 tavole da opera di oppio (acero)
– una seminatrice
– una cucina economica
– un letto a due piazze di noce
– un letto di ferro a una piazza
– una cassa di biancheria
– un armadio di noce

Il 2 maggio 1946 con la domanda n° 17354, inviata sempre all’Intendenza di Finanza di Vicenza, Francesco Schio produsse una relazione dei danni subiti dai suoi campi ubicati nelle Contrade Ronchi e Frigon coltivati a vigneto, seminativi e a pascolo, completamente ricoperti da uno strato di ghiaia di un metro.

– abbattimento di 1 noce, 10 meli, 5 peri, 1 acero, 3 olmi, 170 viti,
– apertura di 6 crateri di 10 metri di diametro causati dal bombardamento

Stima dei danneggiamenti vari Lire 100.000 (riparati negli anni 1947-48)

Purtroppo Francesco Schio nel corso del 1950 venne a mancare senza poter vedere le sue richieste soddisfatte. (Questo è quanto evidenzia un documento dell’Ispettore Agrario Compartimentale delle Venezie del Ministero dell’Agricoltura inserito nella relazione del 1956 fatta dall’Intendenza di Finanza di Vicenza tramite il Comando della Brigata Volante della Guardia di Finanza di Lonigo).

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 70)

In data 18 aprile 1946 anche il fratello Federico presentò una perizia dei danni:

riempimento dei crateri prodotti dalle bombe m3 686 con una spesa di Lire 41.160
– viti fruttifere in accrescimento n° 269 a lire 80 l’una
– meli e peri del diametro di 15 cm. n° 8 a Lire 300 l’uno
– aceri del diametro medio di cm. 15 n° 24 a Lire 150 l’uno
– aceri (allevi) n° 13 a Lire 50 l’uno

Danni subiti dalle case al civico n° 8 di via Ronchi:

– un fusto da 3 ettolitri di vino
– un fusto da 4 ettolitri vuoto
– 2 fusti da 2 ettolitri vuoti
– un tino da 6 ettolitri
– 2 mastelli
– un telaio per bachi
– un relino (piccola arella)
– una carriola
– 6 quintali di granone
– 4 quintali di frumento
– un maiale da Kg 180

Preventivo riparazione della casa Lire 320.000.

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 75)

Note:
(1) Nel libro CARTOLINE CHE RACCONTANO … di Umberto Ravagnani, sono riportate le vicende storiche della sua famiglia. Amici di Montebello, pag. 33, Montebello Vic., 2014.
(2) Dal libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE Dl MONTEBELLO VICENTINO di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa, Amici di Montebello, pag. 212, Montebello Vic., 2018.
(3) Una breve storia di questo valoroso soldato montebellano, morto nel 1920 per cause di guerra, è riportata nel libro di Ottorino Gianesato I SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18 a pag. 319, Amici di Montebello, 2014.

Foto: Le Contrade Ronchi e Frigon di Montebello Vicentino, a causa della loro vicinanza alla linea ferroviaria, furono colpite duramente nei bombardamenti aerei verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

AI LETTORI:
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LA FAMIGLIA VIVIAN

[99] LA FAMIGLIA VIVIAN

Dal nome proprio Viviano, diffusosi in tutta Italia dopo il 1000 sull’onda ed influsso di un personaggio (Vivien) della poesia epica-cavalleresca. Il capostipite dei Vivian di Montebello è l’omonimo figlio di Giovanni citato in un documento notarile del 1430. In seguito i nomi Giovanni e Vivian si alterneranno più volte tra i membri di questa famiglia. Nei primi anni della loro segnalazione in Montebello abitano nella contrà di Vigazzolo, fianco a fianco dei Prosdocimi o Perdocimo, con le famiglie dei quali combinano alcuni matrimoni, soprattutto con il ramo dei Danesato. Sono dei buoni proprietari terrieri, specialmente Jacobo, e le loro campagne si trovano tra il Guà ed il Chiampo. Nei primi anni del ‘600, ossia nel 1602, Gian Domenico è consigliere del Comune di Montebello, seguito nel 1614 da Orazio e Giovanni, da Francesco nel 1618 e nel 1621, da Bernardino nel 1631, da Iseppo nel 1644, da Girolamo nel 1660, da Mattio nel 1663, ancora da Girolamo nel 1667. Mattio Vivian è sindaco di Montebello nel 1620. Nel 1755 e nel 1773 sono consiglieri comunali rispettivamente Francesco e Antonio. Intanto una famiglia dei Vivian dalla abituale contrà di Vigazzolo si trasferisce nella contrà dei Ronchi ai confini con il comune di Brendola. Nel 1795 Battista Vivian ha lo “juspatronato della chiesetta di Sant’Egidio, ma questa non è aperta al culto ai residenti della omonima contrada. Su sollecitazione degli abitanti la fa riaprire e la mette a disposizione dei fedeli. Negli ultimi 11 anni del 18° secolo vengono eseguite ben due rilevazioni per il Dazio della Macina. In una di queste sono segnati nella terza classe (gli infimi), Matteo Vivian di professione muratore giornaliero, Bernardo, Domenico, Paolo, Battista, Girolamo, tutti coloni, Antonio del fu Iseppo bottaio giornaliero. Alcune famiglie Vivian, dopo più di 600 anni, sono ancora presenti nel Comune di Montebello a testimonianza del loro attaccamento a questo paese.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Tra il Quattrocento e il Cinquecento i Vivian si insediarono a Montebello nella contrà di Vigazzolo (a cura del redattore).

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SPEDIZIONE PUNITIVA

[84] SPEDIZIONE PUNITIVA CONTRO STEFANO GUALDO

Domenica 21 novembre 1540 i sottoscritti sediziosi uomini, suscitatori di tumulti, in vilipendio del magistrato della Giustizia, convocati dal Decano e dai consiglieri, querelati con altri parecchi uomini di Montebello. Poiché suonata la campana a martello e armati con armi di vario genere si recarono in certe terre di Stefano Gualdo (contrà dei Vegri e delle Isole) nelle pertinenze di Montebello sul torrente Guà. (Qui) il Gualdo aveva fatto costruire un argine per riparare le sue proprietà che fu distrutto dai sediziosi.

Il processo fu istruito il 26 Novembre 1541 contro:

Jacobo del Prete già Decano (1) di Montebello,
Mio Repele, consigliere
Jacobo Nardi, consigliere
Tomeo Pissolato, consigliere
Iseppo Zardo, consigliere,

e gli uomini: Nicolò Vivian, Gio. Maria Braghetti, Nicolò Miolato, Jacobo Chiarello, Vincenzo Prosdocimi, Petrino Reguxi, Jeronimo Grattonato, Clemente Miolato, Mio Cazzolato, Zanino Bacho, Battista Bedo (Braghetti), Francesco Contessa, Battista Grattonato, Menego Gallo, Guglielmo Zugador.

Mio Repele e Tomeo Pissolato furono banditi per 10 anni.
Nicolò Vivian, Gio. Maria Braghetti, Nicolò Miolato, Mio Cazzolato, Menego Gallo furono banditi per 5 anni. La rifusione del danno fu stabilita in 100 Ducati.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1129 sentenze dal 1541 al 1545)

Note:
(1) Il Decano era la persona più anziana per età o per nomina nelle assemblee comunali (N.d.R).

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio, successo vicino a villa Gualda, allora di proprietà di Stefano Gualdo (a cura del redattore).

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DALLE PAROLE ALLE ARMI

[74] I TRAGHETTATORI DEL GUA’
DALLE PAROLE ALLE ARMI

Gaspare figlio di “Gobo” de’ Valentini di Montebello fu denunciato dal Decano del suo paese. Venerdì 7 Maggio 1546 (?) il denunciato con altri sconosciuti e il fu Nadalino del fu Bernardino Fontana de’ Valentini nella contrà del Guà ossia Ponte, fecero società conducendo e aiutando i passanti a guadare il fiume.
In seguito a baruffa, dopo le parole vennero alle armi nei pressi della chiesa di san Zilio (Sant’Egidio). Gaspare armato di picca e Nadalino di forca si fronteggiarono. Il primo colpì il suo antagonista al petto uccidendolo e dandosi poi alla fuga. Gaspare fu bandito in perpetuo.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1131 dal 1546 al 1559)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (5)

[60] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (ultima parte)

LE PIENE E LE ROTTE FREQUENTI INSIDIANO I PONTI E LE STRADE

Le ridotte dimensioni degli alvei e la scarsa elevazione degli argini contenevano a malapena le impetuose piene causate delle intense piogge, minacciando, giorno dopo giorno, l’integrità dei ponti ed allagando le campagne circostanti. Le cronache dell’epoca riportano frequentemente questi eventi seguiti da lunghe minute di spese sostenute per le manutenzioni. A dimostrazione di quanto detto, pochi anni dopo la sua completa riedificazione, il ponte di Sant’Egidio fu oggetto di un pesante intervento costato migliaia di Lire eseguito sotto la direzione del suo presidente il Conte Francesco Sangiovanni.

9 Aprile 1588
Conto de’ la spesa fatta per il Magnifico Signor Francesco Sangiovanni nel far fare doi muri al ponte de’ La Guà nelle pertinenze di Montebello. L’uno in detto ponte verso la detta villa cavato dalli fondamenti e cascato dalla inondazione del detto torrente Guà, l’altro per l’ala di difesa del detto muro dalla stessa parte verso detta villa,contiguo al predetto muro in figura di triangolo, per difesa contro il detto torrente.

20 Dicembre 1605
Avendo come siamo, certificato il mese di ottobre passato, il torrente Guà rotto gli arzeri già fatti e laudati per la regulatione delle acque del Chiampo et oltre fatto due rotte con inondazione dei campi circonvicini et in particolare nelle Ville di Montebello, Brendola e Meledo …

18 Novembre 1613
Il Capitanio di Vicenza Pietro Giustinian così scriveva:
Essendo stata data piena informatione per l’interventi delli figlioli del fu Conte Girolamo Valmarana, l’evidente pericolo che son stati così li beni et possessioni de’ detti figlioli nelle pertinenze di Montebello in CONTRA’ DI SANT’EGIDIO, et altri interessati come la Strada Reggia, da esser per la piena di queste acque passate, tutti ingiarati e deguastati, per ritrovarsi gli arzeri del torrente della Guà in cattivissimo stato dalla parte verso Montebello e quella parte di arzere che è imbocco della strada comune poco discosta da detta “riva Bathoca(a sud della confluenza del torrente Poscola nel Guà – n.d.r.) che non solo una escrescentia di acque, come è stata questa passata, serìa stata à romperli tutti in detti lochi, con annegare tutta la campagna, la Strada Reggia, ma anco minor piena, non essendoli stati servati per la resistenza che hanno havuto d’acque delli suddetti arzeri, ma per la provvidenza di Dio che non han permesso che segua una rotta de’ sopra di SAN GIACOMO verso Montecchio, et un’altra di rimpetto de’ detti arzeri al Ponte verso Vicenza, et in tal maniera devastati, l’acqua delle suddette parti deboli per le dette rotte fatte e l’opera di persone che a caso lì sono abbattute sopra detti arzeri, miracolosamente sono stati salvati, onde per l’occasione à qualche altro infortunio occorrerà, volendo noi, che in conformità delli mandati nostri e del pre(de)cessore nostro, sìì ad ogni modo per li confinanti con detti arzeri, o chi si aspetta, accomodati.
Pertanto commettemo (ordiniamo) a tutti gli infrascritti che subito e immediate debbino far accomodare detti arzeri et in particolare in dette parte così pericolose, dovendo il Comune et Uomini di Montebello far una pontara nella strada che va a passare nella strada sopra l’arzere suddetto, per fortificare a sicurezza di quello, altrimenti si manderà un perito per far l’operatione suddetta a tutte loro spese che andasse assicurar, per le pene de’ suddetti mandati, quali istantaneamente mandino imposte.
Et contra ogn’uno di essi ad eseguire con rigorose pene per tutte le spese del perito, sarà giudicato doversi fare, per l’effetto suddetto, cosa alcuna, non ostante in contrario intendendosi levata ogni sospensione concessa per noi, per li mandati suddetti. Ma se alcuno si sentisse aggravato accomodarli prime li arzeri suddetti nel modo suddetto, essendo negotio che non patisse dilatione, compar davanti a noi per dedur il suo gravame che daremo per administrare giustitia … 

Come si può intuire, bastò l’interessamento dei nobili Valmarana, i cui beni erano per altro fortemente minacciati, per smuovere dall’immobilismo i Deputati “Ad Utilia (alle cose utili) – n.d.r.) e costringerli ad interessarsi dei gravi problemi creati dal torrente Guà.
Ecco perché, il 30 gennaio 1614, il perito Girolamo Roccatagliata eseguì una visita ai luoghi interessati ai lavori di ripristino, il che evidenziava però che tutte le raccomandazioni e minacce fatte al Comune di Montebello non erano servite a produrre il benché minimo intervento sugli argini. E questa situazione di stallo si protrasse per qualche anno prima di vedere qualche iniziativa diretta a risolvere la precaria situazione in atto.

PEGGIORANO ULTERIORMENTE LE CONDIZIONI DEL PONTE DI SANT’EGIDIO

Che la situazione statica del ponte si fosse aggravata lo si capisce dalla lettera che il Capitanio di Vicenza Giacomo Nani scrisse alla Dominante (Venezia) il 5 Aprile 1617:

Il ponte di Montebello, situato sulla strada maestra che va a Verona, è formato da tre archi e sostenuto da due gran pilastri quali riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente, il quale precipitando da monte torbido e giaroso e urtando essi pilastri, vi lascia della materia che porta seco et ha in (tal) maniera alzato il suo letto con giara e cogoli che in brevissimo tempo resteranno otturati gli archi predetti. Sì che non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma rigurgitando impetuoso, farà con l’inondazione nuove rotte e lacrimabil rovine.
La Strada Reggia e l’altre avea subito devastate, li campi di quel contorno tutti inondati, et unendosi con il Chiampo, torrente ancor lui rapidissimo, ambedue conducendo seco gran materia di terra et giara, entrando per necessità nell’Adese, l’alveo del quale essendo incapace, cagioneranno rotte nel medesimo Adese, rovineranno la navigatione di quel fiume apporteranno grandissimo danno alla fortezza di Legnago, et infine il Polesine et altri luochi resteranno inondati. Ne è dubbio alcuno che tutti questi gran mali non siino per succedere facilmente quando non venghino presto con il remedio reputato unico e singolare.

In prima: reducendo il ponte predetto di Montebello in un solo arco acciò il torrente senza impedimento delli pilastri possa continuar il suo corso, 

per seconda: drizzar e allargar gli alvei de’ detti due torrenti (e)levando gli arzeri fuori regola 

per terza: levar l’alveo di certe acque chiamato l’Acquetta che si fa per una rotta del torrente Chiampo. 

In queste opere tanto necessarie non doverà restar interessata la Serenità Vostra di spesa alcuna potendosi cavar il denaro per riformar il ponte da un giusto CAMPODEGO da esser fatto sopra li beni de’ confinanti e dell’inferiori, estendendosi anco nel Veronese, poiché tutti questi saranno per sentire grandissimo beneficio …  

Ma nonostante che la richiesta del Capitanio Giacomo Nani fosse inequivocabilmente improrogabile e drammatica, la situazione del ponte rimase priva di attenzioni, cioè nella stessa in cui si trovava dopo il grande intervento di manutenzione apportato nel 1588. Era impossibile che in un lasso di tempo di 30 anni il manufatto restasse completamente integro senza bisogno di cure radicali. E, cosa ancor più grave, questa criticità perdurò fino al 1629. Infatti nel frattempo (1627), l’incontrollabile ed enorme accumulo di ghiaia e detriti legnosi formò una insormontabile barriera tra i pilastri e le rive. Per scongiurare il pericolo che il nascere di una diga naturale producesse un lago artificiale, e che l’ improvviso cedimento della stessa provocasse una immane ondata deleteria per i paesi a valle, ed in particolare Sarego e Lonigo, il Senato Veneziano inviò sul posto per porvi rimedio i periti Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro. I tre esperti individuarono come migliore soluzione ridurre lo spessore dei piloni del ponte da 8 a 6 Piedi colmando l’ulteriore vuoto che si sarebbe venuto a creare tra pilastro e pilastro con nuovi tavoloni di larice, da cui il nome di Ponte Asse.

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Hercole Peretti nel 1629 (a cura di Ottorino Gianesato).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (4)

[58] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (quarta parte)

UNA INSOLITA FONTE DI FINANZIAMENTO PER LA COSTRUZIONE DEI PONTI

Come, da chi e da dove provenivano i denari necessari alla costruzione dei ponti? Per un quarto delle spese, il Senato Veneziano aveva ordinato di utilizzare le somme versate per le multe delle condanne criminali, e a tale sistema si era adeguata anche la città di Vicenza.

STATUTO VICENTINO CARTE 412
Delibera del 26 maggio 1559 fatto dal Consiglio della Magnifica Comunità Nostra di Vicenza

“Le gravi e assidue querimonie (lamentele) non più da nostri Cittadini e poveri contadini, ma etiamdio replicate a vari Nobili viandanti forestieri e da Clarissimi Magistrati del Nostro Eccelso Dominio et etiam delli Signori Nostri Rettori, de’ molti ponti nelle strade pubbliche e principali di questo Territorio talmente rotti e guasti che il transito di quelli, non solo è difficile, ma pericoloso e tremendo con rivolta (rovesciamento) spesse volte de’ carri e morte de’ cavalli e buoi, ha dato causa a noi ancor Deputati al Governo di questa Magnifica Città ridurli in più bella e più stabil forma per il passaggio de’ pedoni e carri e benefizio pubblico e privato. Onde volendo provvedere che una parte delli denari delle condanne criminali siano riservati per la reparatione de’ ponti, tanto urgente e necessaria che più esser non potria, sì come per leggi e consuetudini statuito e NON SIANO DISPENSATE IN ALTRO USO.
L’andarà parte da essere presa in questo Consiglio, e poi approbata dall’Illustrissimo ed Eccelso Dominio Nostro, CHE CETERO D’OGNI ET QUALUNQUE PARTICOLAR CONDANNASON PECUNIARIA CHE SI FARA’ NEL NOSTRO CONSOLATO (Magistratura) CONTRA LI QUERELLATORI E MALFATTORI, SI DEBBA PER NUOVO DECRETO RITRAR LA QUARTA PORTION DA ESSER DEPOSITATA SOPRA IL SACRO MONTE DELLA PIETADE, QUAL SI DEBBA SOLAMENTE SPENDERE IN FABBRICHE DI PONTI E REPARATIONI DI QUELLI FUORI DI QUESTA CITTA’, NELLE STRADE PUBBLICHE E MILITARI, CON FERMA OPINION CHE, RIDOTTA IN TAL MODO INSIEME QUALCHE BUONA QUANTITA’ DI DENARI, SI DEBBA FABBRICARE UN PONTE DI PIETRA SOPRA IL FIUME DELLA TESINA NELLA VILLA DELLE TORRE (Torri di Quartesolo – n.d.r.)

Per la verità questa decisione di utilizzare parte dei denari delle condanne per la costruzione e manutenzione dei ponti non era in assoluto una novità. Già il 16 Aprile 1544 i Deputati di Vicenza imposero al Nobile Dottor Vincenzo Garzadori di versare 100 Scudi ad Antonio Volpe, Provveditore alla edificazione del ponte di Torri di Quartesolo, affinchè li utilizzasse per la sua riparazione. I detti denari provenivano dalla cassa che i soldati di Vicenza alimentavano con le riscossioni delle multe delle condanne. Della reale consistenza dei proventi delle multe c’era molto da dubitare, dato che nel 1583 al nuovo Provveditore per il ponte menzionato, Andrea Arnaldi, vennero stanziati 50 Ducati per riparare un danno. Ma a causa dell’insufficienza del denaro assegnato per l’operazione, non gli restò altro, forse per non sfigurare, che anticipare di tasca propria, una ulteriore decina di Ducati. Due anni più tardi, nel 1585, il Comune di Vicenza si dovette rivolgere al Governo della Serenissima affinchè concedesse, per almeno dieci anni, UN NUOVO QUARTO da prelevarsi dal fondo delle condanne da impiegare nelle riparazioni di tutti i ponti, e particolarmente in quello delle “Torre”. Questo nuovo stanziamento avrebbe dovuto essere depositato sopra il Sacro Monte di Pietà e speso solamente per fabbricare il detto ponte delle “Torre” in pietra, come era stato fatto per quello di Montebello. Ma la storia ci tramanda che il Ponte di pietra sul Tesina dovette aspettare alcuni decenni prima di raggiungere la percorribilità auspicata.

Continua …

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Il ponte di Sant’Egidio durante una delle piene degli ultimi anni (foto a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (1)

[38] IL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO

PREMESSA
Non avevo ancora 14 anni nel bel mezzo di un’estate afosa di molti anni fa quando, con alcuni amici della stessa età, andai per la prima volta a fare una nuotata nel “canale”, in quel di Bagnolo, un piccolo borgo posto a cavallo tra le province di Vicenza e Verona. Così veniva familiarmente chiamato in quella zona il torrente Guà, che nasce nell’alta Valle dell’Agno e che, nel suo percorso verso l’Adriatico, assume ben sette nomi: Agno, Guà, Fiume Nuovo, Frassine, Brancaglia, Santa Caterina e infine Gorzone. Una carta geografica dell’alto Medioevo mostra che il suo percorso era diverso dall’attuale e che, in epoca successiva, sembra che sia stato condotto per il suo corso attuale per ragioni di bonifica. A questo sarebbe dovuto il nome di ‘canale’ che comunemente, ancora oggi, gli si dà. C’era un posto ideale per i nostri giochi nell’acqua di quel torrente: nel punto dove si trovava una piccola cascata, vicino ad un vecchio mulino in disuso. A qualche decina di metri più a sud c’è, ancora oggi, la famosa villa Pisani costruita da Andrea Palladio verso il 1543 su una costruzione preesistente appartenuta prima al conte Gerolamo Nogarola di Vicenza con investitura dei della Scala e poi, acquistata per 13000 Ducati da Giovanni Pisani potente nobile di origine veneziana. Pur essendo il posto in grande stato di abbandono esercitava su di me un fascino particolare e spesso mi ritrovavo a meditare su quello che raccontavano i più anziani del paese a proposito del vecchio mulino e della ancor più vecchia villa Pisani. Parlavano di un padrone potente che possedeva tutta la terra intorno alla villa per molti chilometri (al momento dell’acquisizione dell’area da parte di Giovanni Pisani si trattava di circa 1200 campi divenuti poi, verso la metà del XVI secolo, 1392), dove si coltivava il riso e che esso viveva in questa villa sfarzosa, costruita dal famoso architetto Andrea Palladio. Le nostre escursioni al ‘canale’ andarono avanti solo per poche estati; poi venne l’inquinamento delle sue acque e il luogo venne, un po’ alla volta, completamente abbandonato. Ma quei ricordi rimasero congelati nella mia mente.
Quando poi, non molti anni dopo mi ritrovai ad abitare una dozzina di chilometri più a Nord, a Montebello Vicentino, ancora una volta poco lontano da quello stesso corso d’acqua, piacevole ricordo della mia infanzia e che qui si chiama Guà, quei ricordi, lentamente si risvegliarono. Ma il fatto determinante che mi ha spinto a scrivere questa breve storia, fu lo scoprire che nel punto in cui si trova l’antica chiesetta di S. Egidio, il Palladio aveva costruito nel 1575 un ponte, chiamato appunto di Sant’Egidio. Ancora una volta tornava Andrea Palladio. Non voglio qui aggiungere nulla alle tantissime pagine scritte da vari e insigni autori su questo grandissimo architetto ma solo raccontare le vicende legate a questo ponte come si ricavano dai documenti autentici dell’epoca della sua costruzione.

La storia del ponte palladiano di Sant’Egidio

Dopo aver presentato un riassunto di tutta la storia in un precedente articolo di Aureos (Dicembre 2004) vorrei ora entrare nel dettaglio, esponendo, a più riprese, vari documenti inerenti alla costruzione di detto ponte. Questi atti originali dell’epoca vengono conservati in parte presso l’Archivio di Stato di Vicenza (ASVI) e in parte presso l’Archivio di Stato di Verona (ASVR).
In questa prima parte presenterò due documenti provenienti dall’ASVI relativi al periodo immediatamente precedente l’inizio dei lavori di costruzione del ponte di Sant’Egidio che si può ragionevolmente collocare nel Maggio del 1575. Come scrissi in quell’occasione già dal 1559 si era deciso di cominciare a sostituire i ponti di legno di Torri di Quartesolo e di Montebello lungo la strada Regia, nonché quelli posti su altre strade pubbliche del territorio vicentino, con altri in pietra. Questa decisione era maturata in seguito alle frequenti inondazioni che si verificavano in quegli anni, che obbligavano a continui interventi di riparazione o, molto spesso, di rifacimento dei ponti più importanti. Purtroppo in tutto il decennio successivo la città di Vicenza fu oberata da gravi impegni finanziari e i lavori di intervento su queste importanti strutture furono limitati al minimo indispensabile alla normale viabilità dell’epoca e ricorrendo comunque all’uso esclusivo del legno. Verso la fine del 1574, dopo che l’ennesimo intervento di riparazione eseguito in quell’occasione dai falegnami di Montebello Giovanni Marzochin e Gio. Maria Miolato si rivelò poco efficace, si pensò di sostituire il ponte di legno con uno in pietra. Il Maggior Consiglio di Vicenza decise di chiedere al Governo della Serenissima di concedere un nuovo quarto delle condanne (che normalmente veniva accantonato e destinato alle riparazioni dei ponti) per i successivi 10 anni, per poter ricostruire i ponti più importanti in pietra, cominciando da quello di Montebello. Ecco il documento:

  1. 21 Dicembre (ASVI, Liber Partium III, pag. 118 t.).

« Suplicetur Ill.mo Dominio pro altera quarta parte condannationi concedantur Mag.cae Comunitati per decennium. Fu con ottimo consiglio già supplicato allo Ill.mo Dominio per questa città che per riparation delli ponti et per poterli fabricar di preda il quarto delle condannationi li fosse applicado, ma perchè le tante inondation da molti anni in qua seguite et ch’ogni hora più accressono et moltiplicano con danno grandissimo di tutto questo territorio li ponti non solamente con quella quantità di denari del quarto s’hanno potuto fabricar di preda ma ne anche conservarli abastanza et repararli di legno essendo stato più volte ruinati et condotti via totalmente sì come è ben notorio; Però desiderando li Spett. Deputati proveder secondo la necessità delli casi di nuovo emergenti che si possino stabilir li ponti per utilità et comodo publico hanno determinato et così L’Anderà parte che salvi gli altri ordini in tal materia fatti sia suplicado allo Ill.mo Dominio che voglia per gratia di conciedere per anni 10 un altro quarto delli denari delle condannation che si faranno per li Clar.mi Rettori et Consolato quali siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno, ma in tali casi sia et si intenda esserli solamente riservato il quarto già applicado. Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello, secondo quello dale Torre, tertio quello di Lisiera et poi successivamente gli altri ad arbitrio et elettion delli Clar.mi Rettori secondo la quantità delli denari che si ritroverà esser preparada. Posito partito ad Consilium obtinuit pro 83 contra 4 et fuit publicata ».

Nello stesso periodo però una grande alluvione aveva sommerso una parte del ponte per cui il Maggior Consiglio deliberava di far interrare completamente questa parte del ponte ottenendo, allo stesso tempo, di ridurre la distanza tra le rive e quindi anche un notevole risparmio nella spesa di costruzione del nuovo ponte. Lo stesso Maggior Consiglio incaricava quindi il Provveditore Odorico Poiana di spendere 15 ducati per tale interramento e per gli altri lavori di riparazione. Ecco la relativa delibera:

  1. 22 Gennaio (ASVI, Liber Partium III, pag. 133).

« Pro adaptatione Pontis Montisbelli. Il Ponte di Montebello è di tanta lunghezza et in gran parte atterato che dovendosi tutto riparare nel modo che si ritrova gli anderà eccessiva spesa, et nella parte atterrata serà getata via, perchè l’alveo ch’ora si trova è attissimo da ricever ogni grande quantità d’acqua che mai potesse venire: Onde desiderando li vostri Deputati ad utile publico et privato far acconciar il ponte con quella spesa ch’è necessaria lasciando la superflua, havuto fede da diversi che molto ben si può fenir di atterrar la parte quasi atterrada et proveder con la riparatione nella qual deve scorrer l’acqua, il che saria materia poi di poter con più comodità et minor spesa far il predetto ponte di pietra come è desiderio comune, hanno determinato di proponer et così l’anderà parte et per autorità di questo Consiglio sia data licenza al Mag.co d. Odorico Poggiana eletto alla riparatione di esso ponte di far in tutto atterrar la parte di esso ponte nella maggior parte atterrata, nella qual opera si potrà spender duc. 15 in circa delli denari del quarto de’ ponti, dovendo poi esso ponte nel restante esser acconciato secondo gli ordini già dati da questo Consiglio.
Ballotata per antedictos DD. Deputatos die presenti obtinuit omnibus suflragiis animo eam proponendi, et posito partito et missis suffragiis obtinuit pro 85 contra 6
».

Continua nel prossimo numero …

Umberto Ravagnani (dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figura: trascrizione da uno schizzo del 1575, quando il ponte non era ancora stato collegato alle due sponde del Guà (a cura dell’autore)
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IL PONTE DELLE ASSE

[32] SUL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO
Intorno al 1575 un ponte di pietra fu progettato da Andrea Palladio e costruito sul torrente Guà a Montebello, sul percorso dell’antica Via Gallica che univa Verona a Vicenza, all’epoca chiamata Strada Regia. Questo ponte, appena una cinquantina di anni dopo la sua realizzazione, non esisteva già più. Perché? Che cosa era successo? Se consideriamo la scrupolosità che il Palladio metteva nella creazione delle sue opere e soprattutto la materia prima che normalmente usava, cioè la pietra, questo fatto è a dir poco sorprendente. Le risposte a queste domande si trovano certamente in alcuni documenti dell’epoca presenti in vari archivi, ancora inediti e, in parte, in altri già pubblicati circa 40 anni fa.
Premetto che la ricostruzione completa e precisa degli avvenimenti dalla realizzazione del ponte fino alla sua scomparsa è un’impresa onerosa e qui cercherò solo di sintetizzare ciò che attualmente sono riuscito a conoscere sull’argomento. La ricerca da parte mia di nuovi documenti continua e non escludo l’eventualità di produrre uno scritto più completo e articolato di questo, comprendente i particolari sulla costruzione, la provenienza dei materiali usati, la spesa sostenuta, i personaggi coinvolti ecc.
La nostra storia comincia il 26 maggio 1559 quando il Maggior Consiglio della città di Vicenza, delibera di sostituire i ponti in legno con altri in pietra, più idonei a resistere all’impeto delle acque nelle frequenti piene ed alluvioni dei fiumi e dei torrenti del territorio: “1559. 26. Maggio … siano fatti altri ponti stabili et di pietra in altre strade publiche et principali di questo territorio fora della città …”. Tra questi vi era naturalmente quello di Sant’Egidio a Montebello, data la sua importanza per essere situato sulla strada Regia. Il suo nome deriva dalla chiesetta appunto di Sant’Egidio, ancora oggi esistente e situata a ridosso del torrente Guà in prossimità del ponte stesso.
A causa di successivi e più importanti impegni economici della città, si continuò ancora per qualche anno a riparare i vecchi ponti di legno e solo nel 1569 si cominciò a preparare le pietre per i nuovi ponti. In questo decennio, a causa delle inondazioni che avevano seriamente danneggiato il ponte di Sant’Egidio sul Guà a Montebello, furono commissionati due interventi di riparazione. Nel 1565 fu incaricato di risistemare il ponte un certo Cristoforo « marangon » di Lonigo. Nel 1569 poi, a causa dello scarso risultato ottenuto con la riparazione fatta dal Cristoforo, si dovette ricorrere ad un nuovo intervento. In questa occasione vengono incaricati e sollecitati i carpentieri Zuane fu Francesco Marzochin e Zamaria fu Bono Miolato da Montebello, affinché “… acconcino et accomodino il ponte della Guà nella pertinenza de Montebello.” Ma negli anni successivi continuano le alluvioni e, nel 1574 siamo punto e a capo: il ponte necessita di altre riparazioni. Come abbiamo visto sopra, in quel tempo il Governo utilizzava il quarto del ricavato delle condanne pecuniarie “contra li quereladi o malfattori” per la manutenzione dei ponti, per cui il Maggior Consiglio di Vicenza deliberò di chiedere al Governo della Repubblica di concedere  un nuovo quarto delle condanne per altri 10 anni e che questi denari “… siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno … Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello …
Nel frattempo una nuova alluvione sommergeva una parte del vecchio ponte di legno per cui il Maggior Consiglio decise di fare interrare completamente questa parte del ponte ottenendo così di ridurre la lunghezza del futuro ponte di pietra e quindi la relativa spesa; per questa operazione venne incaricato il Provveditore Odorico Poiana. Il 25 aprile del 1575 lo stesso Maggior Consiglio nominava come Provveditore, per la costruzione del nuovo ponte di pietra a Montebello, il conte Lelio Gualdo. Fu quindi adottato un progetto del Palladio che prevedeva cinque arcate divise da quattro piloni e furono iniziati i lavori. Il progetto originale del Palladio non è ancora stato ritrovato, ma è possibile ricavare la forma e le dimensioni del ponte di Sant’Egidio da tre schizzi dell’epoca datati 1575 e 1580. Nel primo di questi schizzi, riportante la data del 1575, il ponte appare costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (1 piede = mt. 0,357). L’arcata centrale era larga 36 piedi, mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi. L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi per quella centrale e 18 piedi per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi. Gli altri due disegni riportano lo stato del ponte com’era nel 1580, unito alle rive con due grossi muri ma ancora senza parapetti di protezione. Nei documenti vi sono indicazioni di varie consegne di denaro fino al marzo del 1576 al conte Lelio Gualdo per il proseguo dei lavori.
Dei successivi 4 anni non ci sono che scarse notizie, ma evidentemente qualcosa aveva, se non bloccato, di certo rallentato molto l’esecuzione dei lavori. Sicuramente, a mio modesto parere, la tremenda epidemia di peste che ha interessato non solo la nostra zona, ma la gran parte della Repubblica di Venezia, tra il 1575 e il 1577, ha contribuito non poco a frenare la già fragile economia di quel tempo. Si arriva così, senza sostanziali progressi per il nostro ponte, al 1580, quando si affermava che esso era in ottimo stato e, con una modesta somma si sarebbe potuto completarlo. Vengono nominati due nuovi Provveditori al ponte, visto che il conte Lelio Gualdo non si era dimostrato in grado di portare a termine l’opera. Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Anguissola, questi erano i loro nomi, si trovarono quindi di fronte a un dilemma: “… se si doveva aggiungere li altri dui archi piccoli uno per parte, overo lassare li tre archi fatti et il resto passare a serrare di muri grossi et forti”. Si decise quindi di fare un sopralluogo con il Capitano di Vicenza Dardi Bembo e con Barnaba Mazzonchi, il capomastro che aveva già costruito i tre archi del ponte. Fu così che, nonostante la contrarietà del Mazzonchi che chiedeva di rispettare il progetto originale del Palladio, per risparmiare sulle spese, si decise di congiungere i tre archi centrali con le rive facendo due grossi muri anziché costruire altri due archi più piccoli. Questa scelta si rivelerà fatale per il ponte: i due muri erano certamente un grosso ostacolo allo scorrere delle acque del torrente che spesso, in autunno e primavera, diventava molto impetuoso e trasportava con sé molto materiale. Il ponte fu portato a termine nel giro di un paio d’anni e, nel marzo del 1582 furono terminati i muretti e la strada soprastante e fu quindi aperto definitivamente al transito. Negli anni seguenti, tuttavia, si presentarono molti problemi causati dalla mancata costruzione dei due archi laterali del ponte. Le numerose piene del torrente causarono un enorme accumulo di materiale a ridosso del ponte, ostruendo sempre di più i tre archi centrali. Tanto che, nel 1588, il ponte era “… in tanto mal stato che se non se li faceva presta et gagliarda provisione” avrebbe corso “pericolo grandissimo di rovinare la prima piena d’acque”. Il nuovo Provveditore Francesco Sangiovanni fu incaricato di far sistemare il ponte, cosa che fu fatta in breve tempo. Tuttavia, in seguito a nuove grandi piene, nel 1593 il ponte minacciava ancora di rovinare per cui il Senato veneto, sostituitosi alla città di Vicenza nel regolamento delle acque, mandava dieci Provveditori a fare un sopralluogo, in seguito al quale fu fatto un semplice intervento sugli argini che non modificò di molto la situazione.
In un documento datato 5 aprile 1615 il Capitano di Vicenza, Giacomo Nani scrive così al Doge Marcantonio Memmo: “Il Ponte di Montebello situato su la Strada maestra che va a Verona è formato di tre archi, et sostenuto da due gran pillastri questi riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente il qual precipitando da monte turbido e giaroso, et urtando in essi pilastri ivi lascia della materia che porta seco, et ha in maniera alzato il suo letto con giara et cogoli, che in brevissimo tempo resteranno otturati li archi predetti, sicché non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma regurgitando impetuoso farà con l’innodatione nuove rotte e rovine.” Non se ne fece nulla fino al 1627, quando, a causa del fatto che il ponte  era divenuto quasi una barriera per l’enorme accumulo di ghiaia, il Senato mandava sul posto Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro, i quali risolsero il problema facendo ridurre di due piedi lo spessore dei piloni e li unirono con dei legni di larice, ma del ponte palladiano non rimaneva ormai più nulla. Anche il nome venne perso e fu ribattezzato « ponte delle asse ».

Umberto Ravagnani (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione ipotetica del ponte del Palladio, a Montebello, sulla base di disegni dell’epoca e su un altro ponte ancora esistente, dello stesso architetto Palladio, a Torri di Quartesolo (ricostruzione a cura dell’autore)
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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (1)

[28] CENNI GEOLOGICO-STRATI-GRAFICI DEL TERRITORIO DI MONTEBELLO VICENTINO
I territori del nostro comune che affiorano dai depositi alluvionali della pianura, appartengono al Semigraben (fossa) dell’Alpone – Chiampo. Essi sono di età EOCENICA MEDIA e SUPERIORE cioè vanno da 52 a 36 milioni di anni fa.
Dobbiamo pensare ad un mare non molto profondo il cui fondo si è abbassato in seguito alle falde di Castelvero e del Chiampo. In questa fossa tettonica si sono riversate lave basaltiche sottomarine spesso trasformate dal rapido raffreddamento in ialoclastiti; abbiamo poi la presenza di tufi sottili (località Boccara), ma soprattutto di brecce esplosive dei neks che sono brandelli di lava cementati fra loro e danno origine ad una roccia che poi si frattura facilmente (come possiamo osservare lungo le mura che circondano la zona Gamba).
Questo mare Eocenico era meno profondo verso il Nord, com’è naturale, perché la spinta della zolla africana dava origine all’orogenesi alpina creando delle anticlinali (pieghe) che man mano emergevano dal mare stesso fino a raggiungere le altezze attuali. L’unica parte del territorio che in questo periodo emergeva dal mare era la cima del Monte Calvarina ed il terreno circostante fin poco sopra l’abitato di S.Margherita. Là possiamo osservare che le lave sono più rossicce che non verso Roncà perché si sono ossidate al contatto con l’ossigeno dell’aria ed il ferro in esse contenuto si è parzialmente trasformato in limonite (ruggine rossa). Col dott. De Zanche ho studiato l’orizzonte di Roncà “Biarritziano” che è la parte finale dell’Eocene Medio e che passa dal castello di Illasi, al vecchio castello di Soave, Roncà, Ponte Cocco, San Bortolo di Arzignano. Era una specie di spiaggia dove pullulava la vita che e sempre rigogliosa intorno a zone di attività vulcanica. Parlo di questo piano perché Ponte Cocco è poco a Nord di Montebello e proprio sotto al versante Nord dell’Agugliana. Dunque il pacco di vulcaniti compreso tra il Biarritziano e l’Eocene Superiore di Agugliana è certamente dell’Eocene Medio. L’affioramento sedimentario di Agugliana (Eocene Superiore detto PRIABONIANO il cui fossile guida è il Nummulites Fabiani) ha un’età compresa tra 40 e 36 milioni di anni ed è il residuo di un più vasto orizzonte asportato dall’erosione. Ciò si può vedere in tutta la sua potenza proprio presso il passo di Priabona, strato che per la sua completezza ha dato il suo nome a questo periodo geologico. Dobbiamo pensare che, una volta terminata l’attività vulcanica circa 40 milioni di anni fa, sul fondo marino in quiete ricominciarono a depositarsi calcari, ricci di mare, nummuliti, discocicline, pecten, tutti fossili oggi facilmente rintracciabili e che hanno dato origine ad uno strato di circa 50 metri di spessore massimo. In questi calcari in gran parte asportati si è verificato il solito fenomeno del Carsismo che ha dato origine al locale “Buso del gatto” nel territorio di Agugliana, una lunga cavità con stalattiti e stalagmiti, che permette il deflusso delle acque della polije sovrastante (chiamata la Campagnola) che altrimenti diventerebbe un lago come era un tempo passato. Questo antico lago aveva una superficie di circa 0,5 Km2 ed era di forma ellittica; dopo la bonifica ha dato origine ad ottime coltivazioni agrarie. Noto che alcuni lembi dello strato Priaboniano sono franati fino nei pressi del ristorante “La Marescialla” a quota notevolmente inferiore. Evidentemente il torrente Rio con gli anni ha scavato la valle che poi ha causato il crollo di questi lembi.
Per quanto riguarda i terreni alluvionali della pianura, essi sono composti da ghiaie più o meno grossolane depositate dai torrenti Guà e Chiampo. Queste ghiaie sono però interrotte da depositi argillosi che permettono la formazione della 1A – 2A – 3A etc. falda acquifera. Ho notato questo fenomeno quando è stato fatto il carotaggio nel “Bacino” in occasione della realizzazione del diaframma di rinforzo della diga, sopra la quale corre la statale 11, che crea l’invaso di espansione del Guà. Il nuovo sbarramento in cemento armato è stato fatto arrivare fino alla prima stratificazione argillosa sotto la ghiaia. Prima di questo lavoro le acque del bacino passavano attraverso i ciottoli sotto la statale 11 e riemergevano al Borgo, con il fenomeno dei fontanazzi, preannunciando preoccupanti pericoli. Ora trovano l’argilla (impermeabile) sul fondo e la barriera di cemento armato di fronte e pertanto non filtrano più. Osservo che questi strati argillosi sono la nostra fortuna perché riportano in superficie le acque piovane di montagne che appunto danno origine alle risorgive (vedi Trissino, Vicenza, Brendola, Almisano, e Milano che è nato proprio in quel luogo per l’abbondanza di acqua risorgiva). E’ tutta una linea che dal Piemonte va fino in Friuli. Attingendo alle falde più profonde l’acqua è meno inquinata ma più ricca di calcare perché compie un percorso più lungo attraverso le ghiaie depositate dai nostri fiumi che traggono origine da bacini imbriferi caratterizzati da molti calcarei.

Prof. Terenzio Conterno (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Terenzio Conterno durante una passeggiata culturale il 13 febbraio 2005 (foto a cura del redattore).
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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato il nostro castello: « Il castello, che sorge in sommità del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, è posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, è coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metà del secolo scorso (XIX° secolo N.d.R.). Il cortile centrale è coperto in gran parte d’erba e, qui e là d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi è un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso è formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso è assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte più antica del castello risalendo appunto al secolo XI°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed è internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidì non rimane traccia alcuna. Degno di menzione è il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietà di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santità e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto è deserto ed il castello stesso è un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina più bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui è lasciato e la decadenza verso cui sempre più s’incammina, fanno sperare, che come si è fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi è pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassù si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del Guà chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la città di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietà del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidì non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioè nel mercoledì delle Rogazioni ed il 28 di Agosto ».

(U.R. dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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VALUTAZIONI DI UN SOCIO

[22] VALUTAZIONI DI UN SOCIO E PENSIONATO

Non sono un grande amante della storia, anche perché, io e lei, non siamo mai andati d’accordo (anzi sono una frana). Però, visto che la storia del mio paese non la conosco molto, ed essendo sempre interessato a cose nuove, ho deciso di iscrivermi all’Associazione Amici di Montebello, per tentare di colmare questa lacuna verso il mio paese.
Figuratevi il mio stupore nell’apprendere che Montebello era già un centro molto importante fin dai tempi dei Romani e che la famosa strada costruita da loro, la Postumia, probabilmente passava per il paese. Scoprire che i nostri due torrenti, il Chiampo e il Guà già dal XI° secolo creavano grossi problemi alle popolazioni per le loro piene catastrofiche. Che nel millecinquecento circa vennero i Senatori della Serenissima per cercare di trovare una soluzione limitando i danni provocati nella bassa  Padovana e Veronese durante le piene, e tutto questo è documentato. Scoprire che per Montebello sono passati, e vi hanno alloggiato, personaggi che con le loro azioni hanno contribuito a scrivere la storia, altri ancora, nati qui, danno lustro alle nostre vie.
Non mi dilungo ulteriormente su queste considerazioni personali perché le cose da dire sarebbero molte. Potrei parlare della piazza di Montebello con il suo pozzo ancora visibile, della Loggia, del Pissolo con le sue funzioni, delle varie Confraternite esistite, della nostra Chiesa con le sue opere d’arte interne. Ho visto nel suo internoparte della vecchia Chiesa usata per costruire quella attuale; ho visto e toccato dei reperti paleoveneti rinvenuti sul nostro colle. Sono a conoscenza di un ritrovamento in località Legnon: pare si tratti del tetto di una casa romana sepolto sotto un metro e mezzo di terra alluvionale. Il rinvenimento è avvenuto casualmente togliendo il basamento di un traliccio dell’alta tensione.
Mi domando, come doveva essere la vita e il paesaggio a quei tempi? L’unico mio rammarico è che non so se si procederà con uno scavo archeologico per verificare l’ipotesi che i reperti recuperati suggeriscono.
Dimenticavo le uscite fatte per le vie del paese ad esplorare angoli storici, del Castello, della lunga passeggiata fatta l’anno scorso, partendo da Montebello attraverso Zermeghedo fino all’Agugliana, con ritorno a Montebello. Bella e piacevole escursione lungo le colline dei Lessini che mi hanno “svelato” aspetti di cui non avevo mai sentito parlare. Concludo ringraziando l’Associazione Amici di Montebello per le cose belle e interessanti che mi ha fatto scoprire. Sono pronto a proseguire con quest’avventura. Ciao Ciao

NONNO ADE (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: Il castello di Montebello visto da via Pegnare (Foto a cura del redattore).
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LE RISAIE DI MONTEBELLO

[21] LE RISAIE DI MONTEBELLO

Il riso, cereale conosciuto e coltivato sin dalla più remota antichità in Estremo Oriente, venne introdotto dalla Spagna in Italia dagli Aragonesi, nel regno di Napoli nel XV° secolo. Da qui si diffuse in Toscana e poi nella pianura padana dove avrebbe trovato il suo terreno ideale di coltura per l’abbondanza delle acque che richiede. Infatti il Piemonte e la Lombardia sono ancora oggi le regioni italiane maggiori produttrici di riso, mentre il Veneto segue a molta distanza con le risaie del Veronese, situate a Isola della Scala e a Legnago e del Vicentino a Grumolo delle Abbadesse.

Solitamente l’attività di coltivazione del riso, proprio per la sua complessità, venne iniziata e gestita nel Nord Italia, nel sec. XVI°, dai possessori di grandi estensioni di terreno, quali erano gli Enti ecclesiastici da una parte, e i nobili latifondisti dall’altra.

Queste condizioni, e cioè un impresario con capitale da investire in una attività più remunerativa che non la tradizionale coltivazione di frumento e foraggi, e il possesso di vasti terreni adatti portarono alla realizzazione di risaie.

Anche a Montebello, i nobili vicentini Fracanzani e Sangiovanni, nella seconda metà del XVI° secolo incrementarono questa coltura. E poiché qualsiasi variazione di superficie e colturale doveva avere l’autorizzazione di una specifica Magistratura della Repubblica di Venezia, e precisamente dei Provveditori ai Beni Culturali, i Fracanzani e i Sangiovanni, dovevano aver presentato domanda per ottenere l’uso delle acque necessarie all’irrigazione delle risaie.
I territori prescelti a tale scopo si trovano a Montebello nelle odierne contrà della Prà (allora contrà del Molino) e contrà della Fracanzana (allora contrà del Terraglio) rispettivamente a nord e a sud del torrente Chiampo.
Un atto di Lelio dei Magistrelli, notaio di Montebello, conservato nell’Archivio di Stato di Vicenza, contiene il contratto di locazione da parte di Bernardin G. Zuane nei confronti di Giuseppe Cenzatti di Montebello e di Stefano Bertoldi di Isola Rizza (Verona), della risaia della Prà. Siamo nel marzo del 1571. Venivano concessi in locazione 32 campi vicentini, corrispondenti a circa 12 ettari, posti tra il torrente Chiampo a sud, e la strada interna della Prà a nord. Località che allora veniva chiamata contrada del Molino per la presenza di un edificio adibito a mulino. La durata della locazione era fissata in 5 anni, a partire dalla festa di San Martino (11 Novembre) del 1571.
L’affitto che i conduttori si impegnavano a pagare ogni anno era di ducati 169. Inoltre dovevano condurre all’abitazione del detto Bernardin Sangiovanni (situata in Borgolecco, tuttora esistente) 12 stari (staia) di riso bianco e mondato del migliore. E in più 2 paia di capponi grassi, alla festa di San Martino.
Vi erano comunque alcune clausole che tutelavano i conduttori in caso di danni gravi causati dal maltempo (tempesta) o dal passaggio di soldati.
La cartografia che documenta la situazione dei fiumi e delle acque a Montebello sul finire del 1500 indica espressamente la sopraddetta risaia. Sembra comunque che la coltivazione del riso a Montebello non sia continuata a lungo, e già all’inizio del 1600 le risaie vengono abbandonate e i terreni riportati alla coltivazione dei prati o del frumento.

F.C (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: L’area della contrà della Prà oggi quasi tutta coltivata a vigneto (Foto a cura del redattore).
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AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

L’ALDEGA’

[20] TOPONOMASTICA LOCALE (4)
L’ALDEGA’
(migrazioni di un toponimo).
Attualmente con il nome di Aldegà si identifica il corso d’acqua originato dalla confluenza tra il Rio della Selva ed il Fosso della Roncaglia nella zona ad ovest della Mason e a nord del torrente Chiampo. Fino a non molto tempo fa gli anziani del paese indicavano con questo nome il torrente Chiampo. Nelle mappe del Cinquecento e del Seicento, il Chiampo nelle sue prime rappresentazioni è denominato “Clampus sive Aldegà” (Chiampo ossia Aldegà). La motivazione di ciò va ricercata nel fatto che nei due secoli precedenti le acque del Chiampo, che da san Bortolo di Arzignano, attraversata la Corcironda nel comune di Montorso, confluivano nel Guà, furono deviate verso Montebello facendole confluire nell’alveo del torrente Aldegà, nei pressi del ponte di Montorso sul Chiampo. L’Aldegà si origina nella Val Piccola che lambisce la sommità del Monte Galda (mt. 378) nei pressi del confine tra i comuni di Roncà e di Montorso. L’ubicazione geografica della sorgente identifica anche il nome del corso d’acqua, infatti “l’agua de Galda” (l’acqua del Monte Galda) diviene poi, nella parlata, col tempo per contrazione e per corruzione “la Degalda” e quindi “l’Aldegà“. In alcuni documenti del Quattrocento il corso d’acqua è indicato, in linguaggio amministrativo del tardo latino che ormai diventa un tutt’uno con il volgare, con il nome di “Delgatam“.
Già dal Cinquecento le piene del Chiampo, con il trasporto di limi e lapidei, innalzano costantemente il suo alveo in maniera così consistente da non permettere più il deflusso delle acque dell’Aldegà. Questo sarà poi deviato nel fossato del “Rodegotum” (ora Rodegotto) che raccoglieva le acque sorgive e quelle di scolo del versante di nord-est del monte di Agugliana e le scaricava poi nell’Aldegà o Chiampo a nord-est della contrada Vigazzolo, all’incirca nella stessa posizione in cui oggi il Rodegotto si immette nel Chiampo.

VIGI (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
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LA FESTA DI SAN GIOVANNI

[18] LA FESTA DI SAN GIOVANNI
El barilotto (la festa di San Giovanni a Montebello)

Dalle numerose sagre che si festeggiavano un tempo a Montebello l’unica sopravissuta fino ai nostri giorni è quella di San Giovanni Battista che si celebra il 24 di giugno. San Giovanni B. non è né il santo patrono della parrocchia né uno dei suoi numerosi compatroni, come mai la festa in suo onore resiste all’usura del tempo?
Spiegazioni logiche non ne troviamo a meno che non vogliamo dar credito alla tradizione popolare che da secoli si tramanda di generazione in generazione tra gli abitanti del paese: “Erano gli ultimi anni dell’impero romano e notizie terrificanti di violenze, stragi, distruzioni e saccheggi venivano diffuse con terrore dalle popolazioni in fuga dalla Venezia orientale. Un terribile flagello avanzava inesorabile con la sua furia sterminatrice, era Attila il re degli Unni con la sua orda di terrificanti diavoli insaziabili di bottino e di sangue umano. La sua furia distruttrice era tale che significativamente gli si attribuiva il detto « dove passa il mio cavallo non cresce più l’erba ». La paura e il terrore andavano via, via, aumentando con l’avvicinarsi del pericolo; Oderzo era già caduta, Vicenza era assediata. Nella notte si vedevano i bagliori dei fuochi posti attorno alla città e qualcuno diceva di sentire i lamenti degli assediati emergere dai ghigni e dagli schiamazzi degli assedianti ebbri di vino e assetati di sangue. Pochi giorni dopo Vicenza cadeva e lentamente l’orda sterminatrice si rimetteva in viaggio lungo la via Postumia per dirigersi verso Verona. Gli abitanti del paese erano terrorizzati, pensavano di fuggire e trovare riposo nelle fitte selve circostanti il paese, ma se i terribili predoni si fossero fermati lì magari per riposare, li avrebbero scovati e sterminati. Quella notte gli uomini del paese tennero consiglio, fecero riparare le donne e i fanciulli nelle selve invitandole a pregare la Madonna e i Martiri, mentre loro iniziavano ad ammassare lungo le rive dell’Aldegà ogni genere di materiale combustibile: legna, sterpi, rovi, paglia, pece e dopo questa barriera posizionarono delle botti riempite con stracci, cuoio, olio, carne e pesci essiccati. Quando in lontananza sentirono il rumore del pericolo che avanzava, appiccarono il fuoco a quanto avevano preparato e si davano un grande da fare per alimentarlo. Le fiamme si alzarono ben presto avvolgendo ogni cosa e nascondendo le case. Le botti in fiamme emanavano fetidi odori accompagnate da volute di fumo nerastro, un silenzio tombale regnava ovunque, anche gli uccelli avevano smesso il loro canto. Le avanguardie dell’esercito Unno, giunte nei pressi del Guà, a quella vista e a quei fetidi odori portati dal vento, pensarono che fosse già transitato qualche altro gruppo della loro orda e che avesse razziato il paese. Vista la cerchia delle boscose colline che precludeva il cammino verso nord pensarono bene di proseguire verso la comoda pianura che fiancheggiava il Guà. Giunsero così a Lonigo e lo distrussero per proseguire poi per Cologna, che subì la stessa sorte. Montebello per l’astuzia dei suoi abitanti e per il volere Divino, invece fu salvo. Si disse che quel giorno fortunato fosse il 24 di giugno e da quell’anno si cominciò a festeggiare lo scampato pericolo e la salvezza del paese. Successivamente con l’introduzione dei Santi nel calendario, il ricordo della natività di San Giovanni B. coincise con l’anniversario dello scampato pericolo ecco spiegato il perché questa Sagra sia stata ininterrottamente festeggiata fino ai giorni nostri“.
La ricorrenza è stata celebrata con maggiore solennità da quando la Confraternita di S. G. B., che gestiva l’ospedale posto nei pressi della piazza, incominciò a partecipare pubblicamente alla festa con i propri festeggiamenti in onore del Patrono. I Confratelli ben presto dimenticarono dello statuto che proibiva di festeggiare con “sbari” e sfoggio di “luminarie” la solennità. Anzi incrementarono sempre di più questa abitudine, che concludeva la serata, dopo la processione di tutti i membri rivestiti nella loro cappa bianca. I preparativi per la festa talvolta si conclusero tragicamente come racconta il Dal Prà nella sua cronaca: “… nel 29 giugno 1845 mentre nell’Oratorio di S. G. B. si cantava in suo onore la S. Messa, ed intanto si facevano gli apparecchi nella piazza, per l’illuminazione che doveva seguire alla sera ad onore dello stesso, nel negozio della dispensa delle privative, un zolfanello, gettato casualmente ove vi erano alcuni pacchi di polvere da fucile, questi prendevano fuoco ed esplodendo ferirono gravemente il dispensiere Carlo Baldo di anni 64 ed il giovane Pietro Buffoni suo assistente di anni 34 di Vicenza che poi morirono il 9 luglio seguente”.
La sagra di S. Giovanni si è sempre conclusa nel passato con l’incendio del “barilotto” assurto a simbolo dello strattagemma escogitato dagli abitanti per salvare il paese. Il barilotto era preparato con cura, al centro della piazza, costipando una vecchia botte con stracci, scarpe vecchie inservibili, ritagli di carname, olio esausto, “renghe“, “scopetoni” e pece secondo un cerimoniale codificato da secoli. Terminato il concerto bandistico il barilotto veniva acceso e solo quando l’acro odore e il denso fumo si erano sparsi per tutta la piazza, poteva iniziare lo spettacolo pirotecnico con girandole, mortaretti, bengala, cascate di fuoco e strabilianti fuochi che guizzavano nel cielo. Solamente i tre potenti “sbari” con la “cannonà” finale potevano dichiarare chiusa la festa ed invitare tutti al rientro in casa.
Spiace constatare che da qualche anno le manifestazioni per i festeggiamenti si siano spostate dall Piazza, ove sempre si sono tenute, per migrare in altri siti che nulla hanno in comune con la tradizione legata alla Sagra.
Un proverbio veneto recita: “Piuttosto che perder ‘na tradizion xè mejo brusare on paese“. I discendenti dei montebellani che hanno preferito salvare il paese dalla distruzione giusto 1550 anni or sono gradirebbero che non andasse perduta la tradizione fin qui conservata. Se va persa la memoria della festa ed il legame con il nucleo che l’ha sempre caratterizzata non tarderà ad essere dimenticata come è avvenuto con tutte le altre.

Da Luce Li (dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

[8] PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

Xè proprio quando manco che te te lo speti che l’acqua rompe” ovvero “Quando meno credi ti coglie l’imprevisto” è il significato del detto ed è quasi una metafora, traslata nell’ambiente naturale, dell’insegnamento evangelico “Estote parati” (nel Vangelo secondo Matteo si legge “Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est” e cioè “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”. Matteo 24,44 – N.d.R.).
Questo tipico modo di dire montebellano trae la sua origine dalle innumerevoli rotte primaverili od autunnali dei torrenti Chiampo e Guà e delle conseguenti “rotte” che hanno provocato nei secoli scorsi danni incalcolabili alle colture, ai fabbricati, alla viabilità e che in più di qualche occasione hanno provocato anche vittime umane. Il progressivo disboscamento delle medie ed alte parti delle valli del Chiampo e dell’Agno, iniziato nel XIII° secolo da parte dei nuovi immigrati di etnia tedesca (Cimbri) per ricavare pascoli per il bestiame e carbone dolce da vendere nel territorio di pianura, ha ridotto la capacità del terreno di assorbire e trattenere le precipitazioni atmosferiche favorendo il dilavamento dei pendii e dei terreni sciolti con il conseguente trascinamento dei limi, di materiali grossolani, di arbusti e talvolta di alberi. Le improvvise piene tracimando dall’alveo dei corsi d’acqua allagavano le campagne circostanti depositando il materiale in sospensione negli avvallamenti del terreno.
Ogni piena colmava le zone più basse dei terreni circostanti i torrenti e talvolta quando le piene risultavano particolarmente rovinose accumulavano materiali in grande quantità fino a formare dei piccoli dossi di detriti che emergevano dalle acque stagnanti fintanto che queste non venivano assorbite dal terreno. Tali formazioni vennero denominate “Insulae” (isole) e tale denominazione è rimasta in uso fino al giorno d’oggi per indicare la località posta a nord della S.S.11 e ad est del torrente Guà.
Un’altra piena rovinosa del Guà nell’anno 1600 portò allo stupefacente quanto casuale ritrovamento di una statua di San Marco che fu poi posta dopo un lungo contenzioso al centro della piazza del paese.
Altre piene sono ricordate per l’interramento e la successiva demolizione del ponte costruito dall’Arch. Andrea Palladio nel 1575 che risulta certamente l’opera più effimera tra quelle realizzate dall’illustre architetto, l’annegamento di un frate carmelitano che dal convento di S. Egidio doveva portarsi al convento della Madonna dei Frati e fu ritrovato cadavere con la sua asina nella campagna di Brendola. Lo sviluppo di un’epica locale “7 majo che gran spavento” della quale rimangono pochi frammenti ma che era patrimonio di molti anziani fino a qualche decennio fa.
Ma di questi e di altri argomenti parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

VIGI (dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)

Figura: MONTEBELLO Via Lungo Chiampo – 16-05-2013 (Foto A. Fioraso)
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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettività di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’Università di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, è pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua « Historia Longobardorum » risale al 589 quando si è verificata la Rotta, cioè la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiò il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la città di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/Aldegà e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il Guà, invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici è sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume Guà defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’Aldegà, cioè il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensì verso il Guà, sottopassando la strada Regia: è evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metà e cioè una parte nell’Alpone e l’altra parte nel Guà. Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’Aldegà e una parte di quelle del Guà confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): è una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione però era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/Aldegà, come si può vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione è considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o più precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietà si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prà di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’Aldegà nel Guà.
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della Prà, dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si è chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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