IL MERCANTE DI PREZIOSI

[198] LO SCONOSCIUTO MERCANTE DI PREZIOSI

 

Il 4 agosto 1572 il notaio montebellano Lelio Maistrello (o Magistrelli) si portò nell’albergo del suo paese per un evento insolito. Così ci informa il professionista stesso con le sue parole: mi recai nel luogo indicatomi dietro richiesta del signor Vicario (in quell’anno era in carica il nobile Gian Domenico Nievo – n.d.r.) per effettuare l’inventario dei beni di tale persona trovata morta nelle campagne di Montebello di cui si ignora il nome ed il cognome: 

  • Pontali d’arzento fornidi (laminati) d’oro n° 54 sopra due carte
  • Una perla da orecchia qual non si sa se sia bona o falsa
  • Monede 49 de’ più sorte d’arzento della grandezza de’ pichiorle (?) e parte minore (si deve trattare delle “pigorle così erano chiamati pizoli o ceci – n.d.r.)
  • Un busolo (vasetto) con 23 diamantini sopra una ciela (spessore) de’ cera rossa. Quali non si sa se siano boni o falsi
  • Un altro busolo con 16 diamantini sopra cera rossa della sorte ut supra
  • Un altro busolo con 3 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 9 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 4 diamantini ut supra
  • Un altro busolo con 4 diamantini senza cera
  • 26 diamanti et altre prede (pietre) de diverse sorte quali non sono conosciute se sian bone o false in una peza de’ ormesin negro (stoffa pregiata di seta leggera della città persiana di Ormuz – n.d.r.)
  • 20 rubini in bombaso bianco involti in una peza quali non si sa se sian boni o falsi
  • 4 pezette de ormesin con granadine dentro non conosciute se sian bone o false
  • Una pezetta de ormesin con alquante prede (pietre) verdi
  • Una perla della grandezza di un gran de fava
  • Un’altra perla più piccola con un poco de oro
  • 100 prede (pietre) turchine e d’altri colori
  • 100 prede piccole turchine da anello ligade in una pezza de volume e grandezza d’una nosa
  • 5 medaje de smalto sensa impronta (figura) turchine ed’altri colori
  • 6 para d’occhiali – Uno specchio de crestale (cristallo) senza cassa
  • 3 cavezzi de preda finta o sia de smalto simili a maneghi de cortelo
  • Una balanza con n° 10 marchi (pesi)
  • 10 medajete de diversi colori con destagi (intagli) messe in una scatoletta de corame (cuoio) appresso le balanze
  • 10 corniole schiette
  • Un calamaro de laton (calamaio di ottone), un paro de guanti e un coletto de corame
  • 4 sponghete (spugnette)
  • 63 perle ligade sopra un cartoncin
  • Una madonna d’oro con smalto con prede e con una perla in una scatoletta de corame

Le qual robbe soprascritte sono state messe in una valisa sigillata col sigillo del signor Vicario e consegnate a Zamaria Pichion, hosto a Montebello, presenti il signor Alessandro Scarioto, Bartolomeo Borion de’ Braghetti, Castellan de’ Castellani e Silvestro de’ Valentini. A quanto sopra descritto il notaio aggiunse:

  • Una spada, una casacca di foggia fiorentina, consegnate al detto hoste
  • Uno scritto di 4 scudi de’ quali è debitor Giacomo Tirabosco e consegnato ut supra

 Seguì la nota delle spese per la sepoltura ossia 4 Lire per la cassa da morto, Lire 0.6 in far cavar la fossa, Lire 1.4 ai becchini, Lire 0.4 per il trasporto in chiesa e Lire 3 al notaio.
Resta un mistero come il malcapitato mercante (fiorentino ?) fosse finito in mezzo alla campagna. Forse aveva cercato scampo nella fuga perché assalito da qualche bandito di strada, ma pur riuscendo a difendere i suoi preziosi, aveva dovuto poi soccombere a causa delle ferite che aveva riportato nell’assalto.

Riassunto ed elaborazione di OTTORINO GIANESATO dal suo lavoro: “MONTEBELLO NELLA QUOTIDIANITA’ DEL ‘500 “- 2010

Foto: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA VENEZIANA A MONTEBELLO

[196] UNA NOBILE VENEZIANA A MONTEBELLO (la chiesa della Madonna dell’Orto)

Negli atti notarili di qualche secolo fa spesso compaiono i nomi di alcuni misteriosi personaggi che incuriosiscono e stimolano la fantasia e la conoscenza del lettore. Così anche un normale testamento, che a prima vista sembra una banale elencazione di lasciti e legati, dopo piccoli e mirati approfondimenti, diventa un fiume in piena di notizie.
Come era arrivata a Montebello e chi era la nobile veneziana che durante il freddo inverno, il 12 gennaio 1551, ricorse ai servigi del notaio locale Francesco Azzo? Il suo nome era LAURA DUODO figlia del defunto Francesco Duodo, patrizio veneto, ed in seconde nozze aveva sposato il conte vicentino Bartolomeo Trissino. Il nobiluomo a Montebello possedeva, in comproprietà con il fratello Galvano, una quarantina di campi, una casa padronale e due altre piccole abitazioni.
Presso la casa del nobile Bartolomeo Cozza nella Contrà dei Monti, ovvero la strada che porta al castello, la donna dettò le sue ultime volontà al citato notaio locale in quella stessa abitazione che aveva spesso dato ospitalità a numerosi signori locali e non.
La nobildonna nominò suo erede universale il figlio Francesco avuto in prime nozze con Giovanni Cavazza di Venezia, e, dimostrando un grande attaccamento alla sua città lagunare di origine, volle che, dopo la sua dipartita, il suo corpo trovasse riposo nell’arca di famiglia esistente nella chiesa di Santa Maria in Orto (Madonna dell’Orto).
A Venezia il palazzo dei Duodo si trovava nella parrocchia di Santa Maria di Zobenigo. E’ memorabile il banchetto che il 20 febbraio 1532. Pietro Duodo del fu Francesco (forse fratello della testatrice) diede in questa sontuosa residenza Per il resto, i componenti di questa famiglia occuparono sempre posti molto importanti nelle sfere del potere veneziano: ambasciatori, provveditori, capitani, ma non divennero mai dogi.
Anche i Cavazza, da canto loro, ricoprirono alti incarichi in seno all’amministrazione della Serenissima, Purtroppo uno di loro, Nicolò, fu giustiziato nel 1532 per aver svelato all’ambasciatore francese i segreti della Repubblica, mentre Costantino, segretario del Consiglio dei X, pure lui accusato dello stesso reato, evitò contumace la condanna al bando perpetuo dalla patria.
Come ci riferisce lo storico veneziano Giuseppe Tassini nelle sue “CURIOSITA’ VENEZIANE” del 1863, la chiesa della Madonna dell’Orto detta anche di santa Maria Odorifera, si trova nel sestiere di Cannaregio. Anticamente era dedicata a san Cristoforo, protettore dei viaggiatori, ed aveva appresso un convento di frati. Prese il nome attuale dopo che nel 1377 era stata collocata nella chiesa una statua della Beata Vergine Maria che prima stava in un orto vicino. Come scrisse Marin Sanudo nei suoi “DIARI”, questa statua era stata commissionata dal “piovano di santa Maria Formosa a maistro Zuane de’ Santi”, ma non trovandola di suo gradimento l’aveva rifiutata. Ora trovandosi la scultura in un certo orto, la moglie del tagliapietra che l’aveva realizzata vedeva “gran luse sopra dita Madonna”. Da quel momento l’immagine fu considerata miracolosa e meta di pellegrinaggi. Per evitare disordini il vescovo del sestiere di Castello la fece collocare all’interno della chiesa.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una pittoresca veduta di Villa Carlotti-Miari e annessi di inizio Novecento. La mano indica dove, probabilmente, era situata l’abitazione dei Cozza secondo un’accurata indagine del prof. Luigi Bedin (vedi BEDIN L., “SANTA MARIA DE MONTEBELLO” vol II, Vicenza 2018, p.233) (Cartolina postale 1900 circa. Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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L’ANTENATO DEL CASELLO

[193] L’ANTENATO DEL CASELLO AUTOSTRADALE DI MONTEBELLO (dal “casotto” al casello)

La vicenda qui sotto narrata ebbe inizio nel 1795, circa un paio di anni prima della caduta della millenaria Repubblica di Venezia. In quell’anno si era proceduto alle ricostruzioni di alcuni ponti pericolanti di Montebello e di altri esistenti nel territorio sia vicentino che veronese. Soprattutto il ponte della Fracanzana da anni costituiva una vera spina nel fianco per la viabilità. Ne furono testimoni i numerosi interventi effettuati nell’arco di pochi decenni rivolti a mantenerne l’efficienza e garantire il traffico sulla Strada Regia che tagliava in due l’abitato di Montebello. In quel tempo mancavano purtroppo quei due chilometri circa di carreggiata che oggi uniscono il ponte del Marchese Malaspina a quello della Fracanzana sulla sinistra Chiampo. Ma queste opere misero in crisi le già povere casse di Vicenza, e non solo, al punto che fu necessario ricorrere ai prestiti di alcuni privati cittadini. Pertanto per ripianare i debiti, anche per il ponte della Fracanzana, si decise di istituire un pedaggio che in pochi anni avrebbe sanato ogni pendenza.
Nel 1796 ebbe inizio l’esazione del pedaggio con la sopraintendenza del perito montebellano Domenico Cenzati. Proprio il pagamento di 327 Lire effettuato dal citato professionista a favore di un non menzionato falegname per la consegna di un casotto di legno ad uso del pedaggere, fa credere che tutto procedeva per il meglio. Infatti nel mese di settembre 1796 le entrate del pedaggio furono di Lire 1830 (circa 300 Ducati). Non male se si pensa che l’intero ponte era costato circa 5202 Ducati, stessa cifra di quello del Marchese.
Il casotto di legno si rivelò da subito insufficiente e precario tanto da indurre le autorità a rimpiazzarlo con una costruzione più idonea. Nell’immediato non fu possibile l’erezione di un nuovo casello e l’anno seguente la caduta della Repubblica di Venezia e l’arrivo dei francesi di Napoleone complicarono non poco l’esazione del pedaggio. Al perito Cenzati risultò persino difficile e pericoloso portare a Vicenza i proventi del pedaggio a causa delle soldataglie francesi che non disdegnavano rapinare i viandanti.
Cinque anni più tardi la situazione migliorò e le autorità di Vicenza pensarono che era il momento propizio per dare vita al nuovo casello. A facilitare la sua realizzazione fu il riciclaggio di vecchie strutture lignee esistenti in città come “la cavallerizza che un falegname, per il prezzo di 325 Lire, disfece recuperando le assi dei solai e dei tavolati. Altri edifici di Vicenza dai quali si recuperarono dei materiali utili furono la dogana vecchia e la casara. Il 6 giugno 1801 alcuni carrettieri effettuarono sette trasporti di legname riciclato verso il ponte della Fracanzana che solo in qualche documento viene citato come ponte novo. Tra questi trasportatori: Girolamo Montagnolo, Battista Tortora, Giacomo Bressan, Giovanni Boribello, Francesco Camera e Bortolo Caltran. Nei giorni successivi le consegne dei materiali da costruzione proseguirono grazie ai carrettieri Pietro Camisan, Orazio Ferrari, Giovanni Boribello. Furono consegnati nei pressi del ponte della Fracanzana n° 15.000 coppi per il costo di Lire 120. Questi laterizi erano stati comprati presso le fornaci di via Cricoli a Vicenza (strada Marosticana n.d.r.) di proprietà dei nobili conti Trissino.
Alla messa in opera del nuovo casello parteciparono maestranze per lo più montebellane, tra queste: il manovale Zuanne Perin, i muratori Paolo Scaramella e Domenico Zamperetto, il trasportatore Francesco Stocchiero, Domenico Frigo, il manovale Domenico Milion e Giuseppe Fusa. Fu compito del muratore Domenico Zamperetto costruire un camino adatto per la cottura dei cibi e per il riscaldamento durante le fredde giornate invernali.
Alla fine dei lavori, il 1° luglio 1801, il casello fu affidato al Sindaco di Montebello, Giuseppe Miolato, che immediatamente produsse un inventario di quanto gli veniva consegnato.
Il casello misurava metri 6,40 X 360 ed era costituito da due stanze di diversa ampiezza e come dotazioni aveva una catena di ferro con un piantone e tre “cantili (pali di castagno – n.d.r.) La stanga o sbarra era stata costruita e fornita dal falegname Gio.Batta Frigo assieme ad altri manufatti di legno per i quali fu remunerato con Lire 43.10.1
Lo storico Giovanni Mantese nelle sue “MEMORIE STORICHE DELLA CHIESA VICENTINA” afferma che il pedaggio si protrasse fino al 1813, ma alcuni documenti spostano almeno di qualche anno la sua esistenza. Infatti nel 1817 il montebellano Vicenzo Zanuso, conduttore del pedaggio del ponte novo, entrò in conflitto con l’amministrazione di Vicenza per motivi economici. Le particolareggiate mappe austriache di quell’epoca indicano il ponte della Fracanzana come ponte del Dazio a conferma dell’esazione che vi veniva praticata per il suo attraversamento.

Riassunto di GIANESATO OTTORINO tratto dal suo lavoro “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI” – 2011

Disegno: Una ricostruzione della zona del Ponte Nuovo a Montebello nell’epoca dell’episodio narrato nell’articolo (elaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Note:
1) Il casello era ubicato approssimativamente dove, fino a qualche tempo fa, si trovava il caseggiato dell’A.N.A.S. (casa cantoniera), all’interno della quale venivano custoditi i mezzi e le attrezzature utilizzate per le operazioni di manutenzione delle strade statali. L’edificio è stato demolito nel maggio del 2019 (N.d.R.).

Umberto Ravagnani

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UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE

[191] UNA SOSPETTA MALVERSAZIONE COMUNALE CINQUECENTESCA
(ossia appropriazione indebita di denaro pubblico fatta da dipendenti o amministratori)

Il 5 aprile 1579, il notaio montebellano Nicolò Roncà del fu Daniele fu testimone di una Convicinia (assemblea) straordinaria trascritta nel “Liber Collectarum” ossia Libro delle Riunioni (raccolta di documenti andata distrutta – n.d.r.).
Nell’assemblea furono eletti sette uomini per riesaminare quanto fatto e prodotto dall’Amministra- zione Comunale di Montebello nel periodo che va dal 1565 al 1578. Nell’occasione vennero pure nominati procuratori del Comune Gio.Pietro Barbizza e Marc’Antonio Valentini con il compito di comparire davanti ai Rettori del Territorio di Vicenza (Amministrazione Provinciale) e dare spiegazioni in merito alla sparizione di alcune pagine dei Libri Contabili Comunali che risultavano strappate.
Gli anni incriminati furono però solo tre: il 1565 quando fu esattore (Decano) Rizzardo Cazzolato, il 1567 quando lo stesso incarico venne ricoperto da Bernardino Magistrelli ed il 1569 con esattore (Decano) Chiarello de’ Chiarelli. Negli anni citati il notaio comunale era Gabriel Nardo.

L’ANTEFATTO
Tutto diventò più difficile quando, per la mancanza di quelle pagine, non fu possibile eseguire i conteggi necessari per la stesura del bilancio. Dell’oscura faccenda ne venne a conoscenza l’Amministrazione del Territorio (Provincia) che ora chiedeva chiare delucidazioni e giustificazioni.
A far scoppiare il bubbone fu l’esattore (Decano nel 1575 e 1578) Rizzardo Vivian, indicato come probabile autore della manomissione dei libri dell’amministrazione comunale che per mascherare le sue ruberie non trovò niente di meglio che far sparire le tracce del maltolto.
Pertanto gli intervenuti all’Assemblea pretesero che a Rizzardo Vivian fossero addebitate tutte le differenze e mancanze di cassa relative alle carte strappate contenenti numerose partite contabili.
Nel momento dell’Assemblea il Decano era Nicolò Rolandi e i consiglieri: Gio.Pietro Barbizza, Bernardin Gaboardo, Jeronimo Vivian, Francesco Miolo in nome di Paolo suo figlio e Giovanni Cazzolato in nome di Jacobo Zambelin.
Non si conosce l’epilogo di questa vicenda dai gravi risvolti penali. Comunque il principale accusato, Rizzardo Vivian, sparì dall’Amministrazione Comunale di Montebello e nell’agosto dello stesso anno morì a Montecchio Maggiore per mano dei Chiarello con i quali era in atto una faida.
Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Disegno: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL FRATE SPARITO

[189] LA SPARIZIONE DI FRATE LODOVICO DAL CONVENTO DI SAN FRANCESCO

La storia della chiesa di San Francesco in Montebello, demolita nel 1909, è costellata di piccole e grandi vicende meritevoli di essere ricordate e tramandate. Qui di seguito è raccontato uno dei momenti più difficili (o forse comici?) che hanno segnato la vita di quella chiesetta. Avvenne che il 6 settembre 1560, il notaio Gabriel Nardo dovette mettere nero su bianco una denuncia di sparizione di un frate: “… nei giorni passati frate Lodovico Malacarne, guardiano del convento di San Francesco di detto luogo di Montebello, si assentò lasciando la chiesa e il Divino Sacramento senza celebrante e senza alcuna custodia. Della cui assenza gli uomini del posto non conoscono ragione, per cui fecero rimostranze al Decano di Montebello, essendo detta chiesa di San Francesco senza sostituti religiosi o sacerdoti che quotidianamente devono officiare messe e riti divini. Gabriel Nardo, Decano, Antonio Maistrello, Silvestro Chiarello, Antonio Braghetti, Bartolomeo Pelizon, Jeronimo Grattonato, Jacobo Cazzolato, Jacobo del fu Silvestro Nardi e Matteo dal Pissolo, tutti Consiglieri del Comune nominano procuratori: Fabio Sangiovanni, Gio.Paolo Da Porto, Vicario di Montebello, nonché Bartolomeo Cozza con Francesco del fu Miolo Valentini, affinchè si rechino dal Padre Provinciale dei Frati Minori e al Reverendissimo Padre Generale auspichino e chiedano un nuovo frate che venga a stabilirsi a Montebello per la celebrazione dei riti e delle messe, anche di un altro ordine religioso.” Questa richiesta dimostra il profondo attaccamento dei montebellani alla chiesa di San Francesco e ai pochi frati che la popolavano.
Comunque non sono noti i motivi del volontario e temporaneo allontanamento di frate Lodovico, né di quando fece ritorno a Montebello. Dai documenti notarili si sa che, 26 anni dopo, il religioso in questione era ancora vivo e vegeto presso il convento di San Francesco. Il caso volle però che nella tarda serata del 3 ottobre 1586, anniversario della morte di San Francesco avvenuta proprio in quel giorno del 1226, passasse a miglior vita proprio il Rev. Padre Lodovico Malacarne, di origine montebellana. Il giorno che seguì la morte del frate, festa di san Francesco, il Rev. Prè fra Michiel Angelo Mortasagna di Riva di Trento che da qualche tempo viveva nello stesso convento del defunto, ordinò che fosse fatto l’inventario “di tutte le robbe così spettanti al Culto Divino come d’ogni altra sorte lasciate dal Prè Lodovico. Presenti il Vicario di Montebello Oratio Nievo ed alcuni consiglieri del Comune.
Come si può capire, la sparizione fortunatamente ebbe una evoluzione positiva, dato che molti anni dopo il frate in questione era ancora là nello stesso posto da cui era scomparso, consentendo così ai posteri di godere dell’inventario, eseguito in sua mancanza, che svela completamente gli interni del piccolo antico convento e della sua chiesa completi di ogni arredamento e suppellettile. Secondo l’inventario del 1586, il convento possedeva una cucina, “una caneva e altre cinque camere” (ossia stanze), con all’esterno un portico. Il numero delle stanze non coincide con quelle riportate in occasione dell’Estimo del 1665/1670 e mancano altresì alcuni annessi (la stalla) che probabilmente con altri locali furono costruiti o rimaneggiati posteriormente alla morte di fra Lodovico.
Nell’Estimo seicentesco l’antico sito è infatti descritto come “una casa murata, cupata e solarata con 6 stanze in terreno (nell’inventario sono 6 stanze in tutto), con caneva sotto grande quanto occupano due camere, con 4 stanze in solaro, con granari sopra, con loggia davanti, sotto e sopra, con cortesella davanti, con una chiesa attaccata, con una casetta con 2 stanze murata, cupata e solarata della quale se ne serve di stalla, orto e riva con alquante piante di vite e frutti, può essere il tutto un campo e un quarto”.***

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Disegno: La Chiesetta di San Francesco a Montebello come doveva essere all’inizio del ‘600. Il convento di S. Francesco il 29 aprile 1656 fu soppresso dalla Repubblica di Venezia per sostenere la guerra di Candia. Il 10 settembre di quell’anno la signora Maria Ferrazza del fu Alvise di Montebello acquistava per la somma di 700 ducati l’Ospizio di S. Francesco con rive e orto annessi e cinque campi di pertinenza, nonchè vari livelli in genere ed in denaro. (rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Note: *** La storia della Chiesa di San Francesco di Montebello è riportata in un altro articolo di AUREOS: “GHE GERA ‘NA VOLTA – La Chiesa di San Francesco (sec. XIII°)“.

Umberto Ravagnani

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GIUSEPPE CENZATTI

 

[187] GIUSEPPE CENZATTI MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALORE MILITARE

Figlio di Domenico e di Bevilacqua Maria.
Nato a Montebello Vicentino il 28 Novembre 1892.
Professione (non presente) – Matricola n° 25029 IIIa Cat.

La famiglia del giovane Giuseppe abita nella Contrà del Castello ed il padre risulta essere possidente.1
Il 1° Agosto 1912 alla visita di leva della sua classe gli viene riscontrata un’ernia inguinale sinistra (art.97) a causa della quale viene riformato.
Allo scoppio del 1° conflitto mondiale vengono riviste le regole della leva per l’urgente necessità di rinfoltire le truppe, ed in base al Decreto legge del 1° agosto 1915 si sottopone ad una nuova visita il 24 settembre di quell’anno. E’ ritenuto abile ed arruolato di IIIa Categoria in quanto primogenito di padre entrato nel 65° anno d’età.2 Giusti due mesi dopo è chiamato alle armi, La sua alta statura (m. 1,80 e mezzo, ma alla prima visita era m. 1,79) lo fa arruolare nel 2° Reggimento Granatieri di stanza a Roma che comunque appartiene al Corpo della Fanteria. Il 28 Aprile 1916 viene promosso Caporale ed il 16 Giugno seguente è in zona di guerra. Solo pochi giorni prima quasi 4500 granatieri su 6000 che ne contava l’intera Brigata si erano immolati sull’Altopiano di Asiago e soprattutto sul Monte Cengio.

Il Granatiere Cenzatti inizialmente giunge nella zona di Grisignano di Zocco dove la Brigata dei Granatieri dopo la falcidia patita sull’Altopiano di Asiago si sta ricostituendo per rientrare poi, dopo il 6 Agosto, sul fronte del Carso. Dopo appena qualche giorno di partecipazione ai combattimenti muore in uno di questi sul Monte San Michele (fronte dell’Isonzo), come da Atto di Morte inscritto al n° 732 del Registro degli Atti di Morte del 2° Reggimento Granatieri – 14 Agosto 1916. Più precisamente, come scritto nella motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’Argento, la morte lo coglie ai piedi del Monte Pecinka che con il Monte Veliki Hribach il 13 e 14 Agosto era stato teatro di infruttuosi e sanguinosi attacchi degli italiani. È decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare perché “giunto presso una trincea nemica con i pochi granatieri rimastigli della propria squadra e con pochi altri ch’egli aveva raccolti, quasi circondato da un contrattacco nemico, resisteva eroicamente fino al sopraggiungere dei rincalzi. Cadeva poco dopo colpito a morte – Monte Pecinka 14 Agosto 1916”. Gran parte dei Granatieri, Cenzatti Giuseppe compreso, sono sepolti nel Sacrario di Redipuglia Comune di Fogliano-Redipuglia.

Da “Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18” di Ottorino Gianesato

Note:
1) Dall’Anagrafe parrocchiale di Montebello Vicentino del 1899 risulta che era l’ultimo di sette fratelli. Guglielma, la sorella maggiore nata nel 1880, è stata una scrittrice e critica letteraria di primo piano all’inizio del Novecento. Con il nome di Guglielmina Cenzatti ha firmato il suo più importante lavoro: “Sulle fonti della intelligenza” nel 1906. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Montebello (n.d.r.).
2) In realtà il primogenito maschio fu Guglielmo, nato nel 1882, ma egli morì all’età di 18 anni nel 1900 (n.d.r.).

Foto:
1
) Cartolina postale che mostra la tomba di Giuseppe Cenzatti prima del suo trasferimento in un loculo all’interno del sacrario di Redipuglia (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Giuseppe Cenzatti in una rara immagine di quando aveva circa 20 anni (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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MALEDETTA STRADA STRETTA

[185] QUELLA MALEDETTA STRADA STRETTA

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Il 19 Dicembre 1793 Francesco Galiotto da Montecchio Maggiore si stava recando a Montebello, con alcuni suoi congiunti, conducendo due carri di fieno. I due pesanti mezzi furono raggiunti da un più veloce carretto tirato da due cavalli e condotto da Bastian Pesavento di Montebello. Quest’ultimo voleva poterli sorpassare, ma non fu possibile perché in quel punto la strada si restringeva. I parenti del Galiotto dissero che a loro giudizio poteva passare senza per altro andare coi cavalli contro i rovi ai lati della strada, ma non fu dello stesso avviso il Pesavento. Si fece allora avanti Francesco Galiotto che guidava il secondo carro e con una “fossina” (forca) sulle spalle gli si parò davanti. Alla vista del nuovo venuto il Pesavento esclamò “mostro della Madonna” e contemporaneamente, estratta una pistola, lasciò partire un colpo che ferì il Galiotto. Ma costui, seppur ferito, lo disarmò e con la stessa arma gli vibrò alcune botte sulla testa. Quindi, i due avvinghiati come serpi, caddero nel fosso, il Pesavento sotto ed il Galiotto sopra che seguitava a tempestarlo di colpi con il calcio della pistola finché questa non si spezzò in due. Il Pesavento, ormai sopraffatto, estrasse dalla “scarsella” (tasca) un coltello con quale ferì a morte il suo antagonista. Si fece poi strada vibrando fendenti contro il padre ed un fratello della vittima senza colpirli e scappò. Fu inseguito e raggiunto dai due che lo catturarono e malmenarono e lo condussero nella prigione di Montecchio Maggiore.
Dopo l’inevitabile processo fu assolto per aver agito in stato di legittima difesa.

Tratto da: “Il ‘700 giorno per giorno” di OTTORINO GIANESATO

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani

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UNA DONNA CONTESA

[184] L’ALBERGO, IL MERCATO E UNA DONNA CONTESA

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I rogiti cinquecenteschi del notaio Nicolò Roncà non sono solo semplici e freddi documenti, ma spesso costituiscono una finestra aperta sulla vita e le vicende della comunità montebellana.
Nel 1559, tale Silvestro Bettega detto “Tamagno del fu Stefano, era il gestore dell’albergo di Montebello. Proveniente da Fossacan di Lonigo, non si poteva certo lamentare degli introiti garantiti dalla numerosa clientela del suo albergo.
Dei cospicui ulteriori guadagni possibili se ne accorse anche Antonio del fu Francesco detto Fetta” de’ Miolati, che considerando la grande mole di persone che transitavano per Montebello, di molto superiore alla capacità ricettiva dell’albergo, pensò di aprire un nuovo esercizio nella sua casa. Per realizzare la sua idea doveva però chiedere il permesso, a pagamento, al gestore del citato albergo locale.
Silvestro Bettega accettò la proposta per la cifra di Lire 12 mensili con inizio del contratto dal giorno 15 febbraio 1559 e validità fino alla fine di dicembre dello stesso anno. Impose però delle limitazioni: Antonio non avrebbe potuto dare né alloggio né cibo ai forestieri transitanti da Verona a Vicenza e viceversa. E non ultimo avrebbe potuto esercitare l’attività di albergatore solo con quei viandanti provenienti dai paesi limitrofi che sarebbero stati presenti a Montebello per il mercato con l’obbligo di vendere il vino allo stesso prezzo praticato dal suo albergo.
Questo documento del 1559 conferma che a Montebello si teneva il mercato più di cento anni prima di quello ufficialmente istituito con il permesso della “Serenissima Repubblica”, e reso possibile con l’allargamento della piazza praticato nella seconda metà del ‘600.
Si sa che tre anni più tardi Silvestro Bettega era ancora in affari a Montebello. Infatti nel 1562 Silvestro era presente alla lettura della sentenza arbitraria emessa dai giudici Domenico Nievo, Fabio Sangiovanni e Francesco Sala al termine di una vicenda dai contorni non proprio chiari.
Tutto fa supporre che, causa del contendere tra Domenico Galiotto e Stefano figlio Silvestro Bettega detto “Tamagno”, sia stata Bartolomea figlia di detto Domenico e moglie di Francesco di Gasparo Nardi.
Il Notaio Roncà dice che la lite riguarda certe differenze. Nel linguaggio notarile di quel tempole differenzealtro non sono che i danni materiali e morali che devono essere ripianati dalle parti colpevoli.

Poiché i giudici sentenziarono che Bartolomea avrebbe dovuto vivere con il marito Francesco e che i contendenti avrebbero dovuto riporre le armi, tutto fa credere che ci troviamo davanti ad una mancata promessa di matrimonio o ad un tradimento (il 1562 e 1563 sono gli ultimi anni del Concilio di Trento in cui si dettano nuove regole per il matrimonio). Si ipotizza pertanto che Bartolomea fosse stata ambita da due diversi pretendenti o che forse avesse lasciato Stefano Bettega. L’unione della citata donna con Domenico Nardi aveva scatenato l’ira del pretendente rifiutato (Stefano) che non si rassegnava al voltafaccia e minacciava l’uso delle armi.
I giudici ordinarono a Domenico Galiotto (detto Pelizon ?) di pagare al Bettega 100 Ducati entro il mese di aprile di quell’anno ed altri 40 Ducati a Gasparo Nardi, padre di Francesco, per le spese giudiziarie sostenute. Condannarono poi Gasparo Nardi e Silvestro Bettega a pagare gli arbitri convenuti come segue: 3 capretti – 3 pezze di formaggio di pecora da libbre 6 l’una – 3 mazzi di asparagi “domestici” nel termine di tre giorni. Condannarono Gaspare, Silvestro, Stefano e Domenico a pagare il presente notaio con 2 Scudi d’oro, 2 paia di capponi nonché 12 Grossi (48 Lire) per l’onorario dell’Ufficiale.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una cartolina postale di Montebello Vicentino dei primi anni del ‘900. A sinistra il famoso albergo Due Ruote che si dice abbia ospitato anche Gabriele D’Annunzio con Eleonora Duse nei loro incontri amorosi. Da notare il bellissimo balcone con il parapetto in ferro battuto ancora oggi visibile (APUR – Umberto Ravagnani).
Umberto Ravagnani

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MONTEBELLANI … AL MARE

[181] 1568 – MONTEBELLANI … AL MARE

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Nei secoli passati erano rarissimi gli abitanti della pedemontana veneta, e non solo, che avevano avuto la fortuna di aver visto il mare. Per alcuni montebellani l’occasione di raggiungere la riva dell’Adriatico si presentò nel 1568, quando, in ottemperanza ad un ordine del Doge di Venezia, dovettero recarsi nel luogo detto “Porto di Cortellazzo”.
Di questo ci informa Nicolò Roncà, è il notaio di quell’epoca, che il 7 gennaio 1568 redasse un documento con il quale il Comune di Montebello nominava e dava incarico a Silvestro figlio di ser Francesco de’ Chiarelli e al decano-esattore Paulo Miolo de’ Valentini di raggiungere quella località. Il loro compito era visionare quella porzione di terreno assegnata al Comune di Montebello che in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero dovuto scavare per contribuire a realizzare un canale. Il rogito notarile ci dice solo questo, ma è certo che la visita dei due rappresentanti del Comune di Montebello fu seguita, qualche tempo dopo, dagli uomini del paese trasportati da carri trainati da animali, carichi di pale, picconi e carriole. Il trasferimento deve essere durato almeno qualche giorno, ma alla fine gli operai incaricati raggiunsero la località marina per iniziare i lavori di sterro. Non fu certo una vacanza!
Da molti anni la Repubblica di Venezia tentava di risolvere il problema dell’interramento della sua laguna, ma inutilmente. Il colpevole era soprattutto il Piave che provocava numerosi e pericolosi trasporti di terra in laguna con conseguente innalzamento delle acque, ma anche il Bacchiglione, per lo stesso motivo fu oggetto di interventi e modifiche idrauliche. Già nel 1440 la Serenissima fece chiudere alcuni “sfoghi” che il Piave aveva sulla sua destra e mise in funzione la Tajada de rede o Taglio del re che da san Donà a Passarella deviava le acque del fiume in eccesso verso l’esterno della laguna. Si ampliò con grandi escavazioni un tratto del Canal d’Arco che si raccordava ad altri che sfociavano a Cortellazzo, La realizzazione di questa grande opera durò un secolo e fu ultimata da Alvise Zuccarini, da cui il nome di “Cava Zuccherina”. Il progressivo interramento ne provocò però la scomparsa in meno di 50 anni, e già nel 1560 si era proceduto a una nuova regolazione del Piave. In seguito, nel 1595, Venezia al suo posto fece scavare l’attuale canale “Cavetta” inaugurato nel 1601.
Nei trent’anni che precedettero l’arrivo dei succitati montebellani a Cortellazzo, in territorio trevigiano (da Fagarè di San Biagio di Callalta fino a Torre di Caligo), fu eretto l’argine di “San Marco” che aveva la caratteristica di possedere l’argine di destra (verso la laguna) più alto di circa m. 1,40 di quello opposto. Giusto per permettere che le acque tracimanti fossero dirette lontano dalla laguna. Quindi la Tajada de rede fu trasformata in uno scolmatore per convogliare le piene a Cortellazzo attraverso Passarella, Cà Pirami e Gajola (1565 – 1579) nel periodo in cui anche Montebello diede il suo contributo umano per la sua costruzione. Come sopra ribadito, questo intervento idraulico non produsse gli effetti auspicati costringendo le autorità a deviare le piene del Piave verso le paludi di Eraclea, che divennero un lago le cui acque lambivano Caorle.
I realizzatori di queste opere idrauliche e di altre come fortificazioni, strade e ponti erano dei soldati-lavoratori detti “guastadori” le cui armi erano vanga, piccone e carriola, precursori dei soldati della Grande Guerra 1915-1918 inquadrati nel Genio zappatori, pontieri, minatori. I documenti che parlano dei “guastadori”, almeno per Vicenza e provincia, sono pochi e poveri di notizie.
Si sa però da una leva di “guastadori” del 1580 che il loro impiego era massiccio. Anche il Vicariato di Montebello, ebbe in quell’anno, ed in quelli successivi, alcuni suoi abitanti arruolati “a cavar fosse” (Palmanova). I loro nomi: Salvestro del fu Antonio Nardo, Piero del fu Domenego Munaro, Polo del fu Marendolo Cazzolato, Paulo del fu Nadal Cenzato e Zuane del fu Iseppo Bonadè. In occasione dell’escavazione delle fosse di Palmanova gli uomini arruolati ed impiegati in quella mansione furono 7.000 in tutta la Repubblica di Venezia, di cui 770 provenienti dal territorio vicentino.
La paga che veniva assegnata ai “guastadori” era di 16 Soldi al giorno per i primi due mesi e Soldi 20 (pari a 1 Lira) successivamente.

Tratto da “Miscellanea di storia montebellana” e “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Cortellazzo (VE) alla destra del Piave nel punto in cui il fiume sfocia nell’Adriatico.
Umberto Ravagnani

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UNA BORSA PIENA DI SOLDI

[180] UNA MISTERIOSA BORSA PIENA DI SOLDI

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La modesta e semplice costruzione della chiesa di Sant’Egidio, per alcuni montebellani S.Zilio, è arrivata ai giorni nostri dopo aver subito nel 1656 la spogliazione dei beni (pochissimi) da parte della “Serenissima”. Lontana dal centro abitato di Montebello più di un chilometro, lungo la vecchia “Strada Regiaa ridosso dell’argine di destra del torrente Guà, è comunque coraggiosamente sopravvissuta alla cementificazione selvaggia dei nostri tempi. Di questa chiesetta si è già occupato AUREOS con il bellissimo ed esauriente articolo del 9 maggio 2019 (leggi l’articolo).
Quello qui di seguito narrato è uno dei rari fatti di cui sono stati protagonisti i frati della chiesa di Sant’Egidio ed ha come filo conduttore un interrogatorio che si era reso necessario dopo che il 24 novembre 1524 era morto fra’ Battista da Cerea (?) dei padri carmelitani.
In quell’anno era Priore del convento di sant’Egidio il reverendo padre frate Jeronimo e la morte inattesa del confratello Battista aveva dato origine a numerose e fantasiose storie circa una borsa “piena” di soldi che il defunto aveva sempre con sé. Il Priore, onde evitare illazioni e mettere a tacere le malelingue di alcuni montebellani, si era valso dei servigi del notaio Daniele Roncà con studio in contrà Borgolecco. Scopo principale era ottenere, tramite il professionista, delle dichiarazioni di alcuni abitanti di Montebello che aiutassero a fugare i sospetti di appropriazione indebita pendenti sul suo conto e quindi far luce sulla vicenda.
Interrogatorio “extra causa” circa il fu frate Battista da Cerea (?), laico, ordine dei carmelitani di sant’Egidio, Magistro Valerio cerugico (medico chirurgo) di Montebello invitato e diligentemente interrogato sopra l’infrascritta causa disse che nell’anno 1544, il cui mese non ricorda, fu chiamato dal predetto domino Padre Priore di detto loco di sant’Egidio in nome (per conto) di detto domino frate Battista, feritosi mentre andava a cavallo. Dicendo che il magistro Valerio doveva andare nel detto luogo di sant’Egidio per curarlo e medicarlo, poiché detto frate Battista era rimasto ferito venendo cavalcando da Vicenza a detto luogo di sant’Egidio, Quando il magistro Valerio arrivò e si avvicinò a detto frate Battista, esso frate disse el m’è cascà il cavalo sopra questa gamba che io ho male”. E detto cerugico vide la ferita e la curò. Il frate pose mano alla borsa e diede 5 Mocenighi (monete) a detto cerugico (1 Mocenigo veneziano = mezza Lira ossia 10 Soldi). Il cerugico interrogato sopra quanti Ducati si trovassero in detta borsa disse che potevano essere 6 o 7 Ducati (1 Ducato = circa 6 Lire o Troni), ma che non poteva dire quanti senza aver visto dentro se c’erano Marcelli o Mocenighi e altro (1 Marcello = 1 Lira o Tron ossia 20 Soldi) (1). Interrogata poi domina Silvestra vedova di Iseppo Chiarello rispose che aveva sentito Padre Battista dire al Padre Priore:spenda tuto quelo fa bisogno circa la mia cura che resti sodisfato”. Disse poi di aver venduto dei polli per il detto Padre Battista e di aver ricevuto il denaro da detto Padre Priore. Disse anche che detto Padre Battista era arrivato a sant’Egidio circa un mese fa, nulla facente per utilità, e che solo una volta all’inizio aver visto il frate questuare.

L’epilogo di questa vicenda resta sconosciuto, non avendo lo scrivente trovato alcun altro documento che menzionasse questa vicenda.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “Montebello nella quotidianità del ‘500“).

Note:
(1) Lira Tron o Trono è il nome con cui viene comunemente denominata la Lira emessa dal doge Nicolò Tron nel 1472 e incisa da Antonello della Moneta. È comunemente considerata la prima lira emessa in Italia. Indicativamente, nel ‘500, con 20 Ducati, equivalenti a 124 Lire o Troni, si poteva acquistare 1 campo a Montebello (n.d.r.).

Foto: L’interno della Chiesetta di Sant’Egidio in una foto del 2011 (APUR – Umberto Ravagnani 2011).

Umberto Ravagnani

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MONTEBELLANI DEL PASSATO (1)

[176] PERSONAGGI MONTEBELLANI DEL PASSATO
IL QUARTIER MASTRO GIO.MARIA GUELFO

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Durante il dominio della “Serenissima” il QUARTIER MASTRO o “appaltatore” era generalmente il militare graduato preposto alla direzione di una caserma. A esempio nei primi anni del ‘700, fu il Capitano Camillo Trissino a ricoprire questo incarico presso il quartiere della cavalleria di Vicenza, ubicato a un tiro di schioppo da Porta Castello. Così non avveniva negli altri quartieri minori dislocati nella provincia, come quello di Montebello, dove invece, da molto tempo, era un privato cittadino a prendersi cura degli edifici militari presso i quali fornire assistenza alle truppe stanziali o in transito. Oltre che all’alloggio dei soldati il compito principale era fornire il fieno necessario all’alimentazione degli animali da tiro o da sella al loro seguito.
Nell’inventario del 1715 (venivano redatti ogni 5 anni) si legge che a Montebello nei quartieri qui presenti esistevano 55 poste per cavalli distribuiti in 3 stalle. La più grande chiamata “lo stalone” era ubicata lungo la Strada Regia (1), poco distante dal Ponte del Marchese. Nel “quartierettoc’era una delle altre stalle.
Si sa che nel 1659, ancor prima che fosse completato “lo stalone”, a Montebello si era insediato il quartiermastro Antonio Zampieroni. A lui era subentrato Domenico Valentini che nel 1669, terminato il previsto mandato quinquennale conferitogli dalla Magnifica Città di Vicenza, passò il testimone a Giacomo Malacarne (nel 1675). Lo stesso Domenico Valentini fu riconfermato, in seguito, per un altro lustro.
Nel 1685, nuovo “appaltatore” o quartiermastro di Montebello fu nominato Gio.Maria Sgreva, seguito, alla fine del mandato, da Nicolò Desidera.
I documenti consultati evidenziano che, tra i quartiermastri, quello che rimase più a lungo in carica fu certamente GIO.MARIA GUELFO. Infatti ebbe in gestione i quartieri di Montebello in società con Gio.Maria Albertazzi. Per poco tempo però poiché, in seguito, sarà il solo Guelfo a prendersi cura della gestione dei siti militari in Montebello. Ironia della sorte, l’insediamento iniziò nel 1692, anno ricordato per la terribile alluvione del torrente Chiampo che colpì duramente soprattutto i fabbricati del marchese Malaspina. Le successive escrescenze del torrente Chiampo del 1702 e del 1710 provocarono danni ingentissimi allo “stalonee misero in rotta di collisione il quartiermastro Guelfo e la Magnifica Città di Vicenza. Dopo tre mandati consecutivi Gio.Maria Guelfo gettò la spugna e in quell’occasione non gli venne pagato l’ultimo salario. Generalmente il compenso annuo dei quartiermastri era di 120 Ducati, ma non mancò chi in seguito accettò l’incarico anche per una cifra minore come Domenico Collalto (110 Ducati) o come Paolo Cenzati che si candidò per un compenso di soli 60 Ducati.
In precedenza la gestione di Gio.Maria Guelfo fu guastata da alcune diatribe con la pubblica amministrazione. Fu accusato di aver fatto sparire alcuni utensili e di non aver attuato le manutenzioni necessarie per un danno allo stato di Lire 595 e Soldi 2 (poco meno di 100 Ducati). Il quartiermastro replicò affermando che era lui invece il vero danneggiato per il mancato pagamento da parte delle truppe tedesche in transito nel 1705, nonché della sottrazione del foraggio attuata dalle stesse entrando furtivamente dalle finestre nelle stalle dei quartieri. Ulteriore fieno era stato asportato dalla Compagnia del Capitano veneziano Fusi che con la forza era entrato nel “quartier grande” disperdendo poi circa due carri e mezzo di foraggio.
Inoltre, dopo l’ultima alluvione, era passato per Montebello il Capitano Carrara che aveva trovato alloggio nell’osteria di fronte allo “stalone”. Essendo “l’appaltadore” tenuto a fornire il fieno ai soldati fuori del quartiere militare, questi ultimi avevano sequestrato il figlio del Guelfo nell’osteria sottraendogli con la violenza 18 Lire.
Si conoscono, soprattutto grazie agli atti notarili, i nomi di alcuni quartiermastri che si insediarono nei quartieri di Montebello alcuni anni dopo Gio.Maria Guelfo. Tra questi Amadio Dall’Acqua per rinuncia di Domenico Collalto, Carlo Bonvicini figlio del notaio Antonio e in seguito Bortolo Bolcato (1769).

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MISCELLANEA MONTEBELLANA“).

Note:
(1) All’epoca la cosiddetta Strada Regia, che da Vicenza conduceva a Verona, passava per il centro abitato di Montebello Vicentino.

Foto: La caserma de « li quartieri » detta anche lo ‘stalone’, con gli archi originali, all’interno di Villa Valmarana-Boroni-Zonin (APUR – Umberto Ravagnani 2004).

Umberto Ravagnani

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IL PONTE DEL MARCHESE

[171] IL PONTE DEL MARCHESE A MONTEBELLO

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Il ponte del Marchese che, attraversando il Torrente Chiampo al termine di Via XXIV Maggio, conduce fuori Montebello centro verso Vicenza, ha una lunga storia. Molto importante per Montebello, questa struttura, è stata più volte riedificata nel corso degli ultimi secoli a causa dei danni subiti dalle frequenti piene del Chiampo. La prima domanda che viene spontanea è: perché viene chiamato così? Chi era questo Marchese? Dalla ricerca del nostro socio Ottorino Gianesato vi presentiamo, questa settimana, una piccola parte della lunga e travagliata storia di questo ponte, legata per molto tempo alla nobile e potente famiglia dei Malaspina.

 

« I MALASPINA RIVENDICANO LA PATERNITÀ DELL’OMONIMO PONTE

Passati alcuni anni dalla costruzione del ponte sul Chiampo, i Malaspina furono costretti a produrre un documento attestante il loro risolutivo intervento nell’edificazione dell’opera stessa e di alcuni altri edifici nelle immediate vicinanze. Probabilmente questo atto, redatto dal notaio montebellano Chiarello Millioni, si rese necessario per fugare alcune obiezioni sollevate dalle autorità vicentine.

Montebello 6 Novembre 1704

In Montebello nella Contrà della Piazza, in casa di me nodaro. Presenti: Batta di Bello del fu Martin e Domenico figlio di Lorenzi Repelle, testimoni rogati. Nel qual loco personalmente costituiti magistro Costante Mantese, marangon, Giacomo Baschiera, muraro, Nicolò Desidera e Bortolo di Grande, et a requisizione del signor Marchese Hippolito Malaspina, dì espressione della pura verità, hanno deposto alla suddetta presenza di me nodaro con suo giuramento prestato “tactis manibus script…(ponendo le mani sui libri sacri — n.d.r.) che il detto signor Marchese Hippolito, in diversi tempi per il passato, ha fatto fabbricare a beneficio della discendenza e primogenitura le qui sottoscritte fabbriche e ciò è cognito per aver essi in parte lavorato in dette fabbriche pronti ad attestar questa verità come meglio comandasse la Giustizia.

– Il ponte sul torrente Chiampo sopra la Strada Reggia costruito dai fondamenti, havendo quello allontanato dalla casa dominicale, che altrimenti se fosse stato fabbricato nel sito vecchio sarebbe stata come sepolta dalle pontare,
– Parimenti aver riedificato la fabbrica detta il Chanevone, fienile portico posto di sopra al mulino in faccia alla casa dominicale con spesa considerabile,
– Una barchessa contigua alla casa dominicale e stalla dei cavalli, diroccate da rotta del torrente Chiampo, alzando il fondo di detta barchessa con quantità di terra più due volte i muri di cinta della corte della casa dominicale gettata a terra dalle rotte del Chiampo,
– Parimenti aver detto Marchese Hippolito alzati gli usci e finestre della casa dominicale e camere dabbasso, et invece di salezà di quarelli fatto far il suo battuto, e ciò per elevar dette camere come sepolte,
Più aver riedificato la casetta del mulin in faccia a detta casa dominicale quella alzando con li molini stessi, e rosta a causa dell’innalzamento dell’alveo del torrente,
Item, un camerino a volto nella suddetta casa.

Chiarello Millioni, nodaro

Ma nonostante tutte le precauzioni prese dal Marchese Malaspina a salvaguardia e sicurezza dei suoi beni, nell’Ottobre 1706 una nuova rotta dell’argine verso Montebello, a monte del ponte, devastò parte dei fabbricati e procurò gravissimi danni alla Strada Regia e ai Quartieri della cavalleria. Il ponte tuttavia non subì danni. Dopo questa data non ho trovato notizie di interventi al ponte del Marchese almeno fino al 1795, quindi circa dopo un secolo dalla sua riedificazione, quando con il “gemello” ponte della Fracanzana dovette essere ricostruito. »

Foto: Il ponte del Marchese in una cartolina postale dei primi anni del Novecento. Dietro il ponte, sulla destra, si può notare l’antica “caneva” dei Malaspina, oggi chiamata “Le Towers” (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Disegno: Il ponte del Marchese Malaspina dopo la ricostruzione del 1692 in un disegno di Ottorino Gianesato.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI“)

Ottorino Gianesato
Umberto Ravagnani

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IL MAESTRO AMELIO MAGGIO

[170] IL MAESTRO AMELIO MAGGIO

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Amelio Maggio è nato a Montebello l’8-3-1921 da una famiglia tra le più vecchie del paese e ivi risiede. Ha insegnato nella Scuola Elementare di Montebello dal 1945 al 1966. In seguito a concorso, è stato inviato dal Ministero Affari Esteri ad insegnare nelle scuole Italiane del Cairo – Egitto. Si è laureato in materie letterarie all’Università di Padova con la tesi in francese su uno scrittore contemporaneo egiziano. Al suo rientro in Italia ha continuato l’insegnamento nella Scuola Media di Montebello fino al quarantesimo anno di servizio. (1)

 

Ecco un ricordo di Amelio Maggio da uno dei fondatori della nostra Associazione:

«… Dopo breve malattia, è scomparso Amelio Maggio, il Presidente degli “Amici di Montebello”. Il professor Maggio o “maestro”, come veniva ancora affettuosamente chiamato da quanti erano stati suoi scolari, ha coltivato lo studio della storia locale come memoria collettiva, insegnando l’amore per il paese natale e l’attenzione ai “segni” che sono rimasti a testimoniare il rapporto tra la comunità di Montebello e il suo territorio. I titoli delle sue pubblicazioni e collaborazioni testimoniano questi intenti fin dal primo lavoro, “Il mio paese. Esplorazioni e ricerche per lo studio dell’ambiente” (1968) che, in chiave didattica, proponeva aspetti fisici, idrografici e storici del territorio comunale, così come erano stati “scoperti” dai suoi alunni attraverso lezioni, testimonianze ed “uscite sul campo”. Il suo contributo “Cronache e ricordi” al volume di G. PieropanIl Generale Giuseppe Vaccari (1866-1937)”, pubblicato nel 1989, e “Montebello Novecento”, scritto a quattro mani con L. Mistrorigo, sono la dimostrazione di come egli fosse diventato un riferimento indispensabile, in quanto testimone diretto e conoscitore delle fonti storiche locali. L’attenzione alle tradizioni locali lo portava a ricostruire, attraverso i documenti dell’archivio parrocchiale, la storia della celebrazione quinquennale della Solenne “La Madonna di Montebello nel centenario dell’istituzione della Festa Quinquennale” (1985) e la costante preoccupazione per la salvaguardia e la valorizzazione dei monumenti storici ed artistici di Montebello lo induceva ad accompagnare o a sollecitare iniziative di restauro con pubblicazioni come quelle su “L’ospizio e l’oratorio di S. Giovanni Battista di Montebello Vicentino” (1988) o su “Il castello di Montebello e la famiglia dei conti Maltraverso” (2000). Un suo sogno era che a Montebello potesse esserci un museo a testimonianza delle antiche origini del nostro paese. Nell’ambito della nostra associazione di cui era stato socio fondatore, ha promosso iniziative volte ad approfondire e a divulgare l’impegno preso fin dagli anni dell’insegnamento. L’attività dell’associazione è stata fortemente legata a queste due figure (2) che non ci sono più, e gli “Amici di Montebello” condividendo le finalità e prendendo il loro esempio intendono portare avanti il loro impegno.» (3)

Note:
(1) A. MAGGIO – Il mio paese, Gambellara, 1968
(2) Nel luglio 2001 era deceduto anche Bruno Cisco, socio degli Amici di Montebello e appassionato di storia del paese, ricordato nello stesso articolo di Sandra Vantini nel N° 2 di AUREOS.
(3) SANDRA VANTINI, AUREOS N° 2 – Giugno 2002.

Foto: Anno scolastico 1962-63, classe IIIa maschile (in quell’anno scolastico era formata da 27 alunni), con il maestro Amelio Maggio (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

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IL CAPITELLO DELLA PEROSA

[156] IL CAPITELLO Dl CONTRADA PEROSA (1)

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Il capitello della Perosa – L’inizio dei lavori per la sua costruzione avvenne nel maggio del 1952. Fu costruito per la necessità di un ritrovo per le contrade lontane dalla Chiesa dove alla sera si recitavano i fioretti.
Il Prevosto di allora lo fece costruire proprio per questo motivo. Inizialmente fu posto sotto gli alberi del bosco un quadro della Madonna Pellegrina. Vedendo le persone di diverse contrade felici di questa iniziativa, si pensò di fare una cosa in grande, un capitello, ma mancavano i fondi per costruirlo. Allora le donne cominciarono a preparare dolci e venderli in piazza la domenica. In questo modo si potè iniziare a costruire un primo capitello. Espedito Perlotto, insieme ad altre persone si mise all’opera gratuitamente. Per impedire che il monte franasse fu costruito dietro al capitello un barbacane. La campana per la Madonna l’offrì la superiora dell’ospedale di Treviso, tutta in legno e vetro. Restava il problema della statua della Madonna. Una sera, mentre si recitava il S. Rosario si vide nel piccolo argine vicino, una scatola ben chiusa. Venne aperta e dentro fu trovata la statua della Madonna du Sacre Coeur. Una vecchietta fece un’offerta consistente perché si innalzasse un capitello degno della BONTÀ della Madonna e molti altri la imitarono ».

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello della Contrada Perosa in una foto del 2015 (APUR – Umberto Ravagnani).

Nota:
(1) La Contrada Perosa è certamente tra le più antiche di Montebello. La troviamo citata, oltre 600 anni fa, in un atto di vendita del notaio Antonio Revese, stipulato in Vicenza, il 28 maggio 1418:

« ANNO 1418 – 28 MAGGIO Atto del Notaio Antonio figlio di Enrico Revese (de’ Aurificibus) –  V E N D I T A
In Vicenza, nel Palazzo del Comune, sopra il poggiolo presso la Torre.

Presenti: Enrico figlio di Nicolò Revese (padre del notaio), cittadino di Vicenza, Gerardo notaio del fu Bartolomeo de Caltrano ambi cittadini abitanti di Vicenza.

Per il prezzo di 40 Ducati d’oro, Battista del fu domino Zamboneto de Betone, cittadino e abitante di Vicenza nella Sindicaria di S. Giacomo, fu d’accordo con Giovanni di Vitale di Montebello di vendergli:

– una pezza di terra di 3 campi nelle pertinenze di Montebello in CONTRA’ VIA STRETTA, presso Bartolomeo di Giacomo e presso Pietro del fu Baldo,
– una pezza di terra di un campo nella CONTRA’ DI PEROSA presso Bartolomeo del fu Bartolomeo,
– un campo ed un quarto in CONTRA’ DEL BORGO presso Nicolò del fu Gaspare di Montebello, presso Giovanni del fu Bartolomeo del fu ser Lancio di Montebello e presso Giovanni di Michele,       
– un campo nella CONTRA’ DEL SUDENTRO presso le acque Delgade, presso i beni della Chiesa di S. Maria, presso l’acqua del Rodegoto ».

Ottorino Gianesato (“Nome e Cognome”, 2007).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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A PROPOSITO DI SICCITA’

[131] LA SICCITA’ DEL 2018/2019 E QUELLA DEL 1778-1779

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In questo periodo siccitoso i programmi televisivi delle previsioni meteorologiche sono assai gettonati. Molti si aspettano che dalla bocca degli ufficiali dell’Aeronautica o da quella delle annunciatrici di turno esca finalmente la buona notizia che pioverà. Nel medesimo tempo non si contano quelli che ripetono, fino alla noia, di non ricordare di aver vissuto una simile penuria di acqua piovana. Memoria un po’ corta perché nel non lontanissimo inverno 2001-2002 si è avuta una situazione meteorologica che ricalca quella attuale, almeno per le precipitazioni. Certamente il caldo anomalo va in direzione opposta del clima che nel 1700 mise a dura prova le popolazioni del nostro territorio. Infatti nel periodo che va da dall’inizio del 1700 fino al 1780 fu il freddo a farla da padrone. Basti pensare che nel 1709 nevicò fino agli ultimi giorni di febbraio e, per il tremendo freddo che andò crescendo per tutto l’inverno, morirono in provincia di Vicenza circa 1500 persone. Anche gli anni seguenti non furono migliori. Caratteristica del 1712 fu una primavera rigida e nevosa seguita da intense piogge che provocarono l’annegamento di numerose persone e di animali.
Il 1715 ebbe un periodo invernale del tutto simile a quello del 1709, situazione che si ripresentò nel 1735.
A trasmetterci queste notizie sono stati i numerosi cronisti locali di quell’epoca e del secolo successivo come il LANZI, il FAVETTA, o il BOCCHESE.
Oltre ai citati cronisti ci sono stati anche dei parroci di “campagna” che, sensibili alle evoluzioni del clima con i riflessi che si potevano avere per i prezzi delle biade, annotarono quà e là nei Registri Parrocchiali l’andamento delle stagioni.
E’ il caso di Don DOMENICO FRIZZIERO, parroco di San Pietro di Montecchio Maggiore, che, a cavallo del Settecento con l’Ottocento, scrisse nel Libro dei Morti tutte le variazioni climatiche che si verificavano. Naturalmente erano, grosso modo, le stesse di Montebello.
Eccone uno spezzone che per le precipitazioni ricorda e ricalca incredibilmente le situazioni dell’inverno del 2001-2002 e quella del 2018-2019.

« Dalli 13 dicembre, cioè la notte Santa Lucia sino questo 10 aprile 1779 non ha mai piovuto: sempre sereno con venti, tanto che sono morte le viti, cosa che alcuni delli vecchi presenti mai più s’arricordano, se non che l’anni della venuta dei Francesi in Italia nel 1735, che nell’inverno sono stati due mesi senza pioggia.

 Ma l’ammirevole è che quest’anno sono 4 mesi che non piove

 In questi quattro mesi non vi fu altro che qualche giornata, ma assai interpollata (sic!) con qualche nebbia e quindici o venti giorni di sereno.
Li 11 aprile “ad pretendam pluviam” (implorando la pioggia – n.d.r.) s’è fatta nella parrocchia l’esposizione del Venerabile, così il 12 e li 13.
Li 26 s’è fatta pubblica processione della Reliquia di Santa Croce .
Li 27 s’è passata la Beata Vergine Incoronata, nel qual giorno è venuta poca pioggia.
Li 29 Aprile si fece pubblica processione della Santissima Spina da questa Chiesa (San Pietro) e portata alla Chiesa di sopra (San Vitale).
Li 3 maggio 1779 è venuta una sufficiente pioggia, cosicchè andò bene al fondo, ma per altro ancora siamo scarsi d’acqua in maniera che li pozzi sono tutti in secca, sicchè per li bovi conviene che vadino per acqua colle botti, due anco tre miglia fuori del paese, anco per macinare.

Ho scritto li 9 maggio 1779 »

Ottorino Gianesato

Immagine: Montebello durante uno dei recenti periodi di siccità (a cura di Umberto Ravagnani).

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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ANCORA SUI DANNI DI GUERRA

[123] EFFETTI COLLATERALI DEI BOMBARDAMENTI AEREI A MONTEBELLO VICENTINO NELLA IIa GUERRA MONDIALE

Anche per la scuola elementare di Ca’ Sordis di Montebello, quell’ottobre 1944 fu un periodo di trepidazione e, probabilmente, anche di angoscia. La maestra Elena Camillotti Capitanio (1), che nell’anno scolastico 1944-45 seguiva le classi IIIa e IVa miste, scrisse queste parole nel suo “Giornale di Classe“:
16 ottobre – In seguito al bombarda-mento di ieri sulle contrade vicine, trovo presenti solo 2 scolari. Molti sono sfollati, altri si preparano a partire.
17-18-19 ottobre – Nessun presente
20 ottobre – Presenti uno scolaro di IVa e la sorellina di Ia.
28 ottobre – Fino ad oggi nessuno scolaro si è più presentato … (2)

Pochi mesi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, per i montebellani che avevano subito dei danneggiamenti causati dai bombardamenti aerei, iniziò il travagliato iter burocratico e amministrativo per ottenere un giusto risarcimento. Un percorso denso di ostacoli rappresentati dalle innumerevoli perizie ora di questa autorità, ora di quell’altra che a distanza di dieci anni dalla fine della guerra non aveva prodotto ancora effetti importanti.

Tra i proprietari di case e terreni più gravemente colpiti dalle bombe ci furono Schio Francesco e Federico fratelli di Eugenio caduto per la Patria nella Prima Guerra Mondiale (3). Durante il bombardamento del 15 ottobre 1944 e gli altri che seguirono, il fabbricato rurale di Francesco Schio venne letteralmente distrutto, fatta eccezione di pochi metri cubi di muratura. A causa di questo disastroso evento allo sfortunato agricoltore, rimasto senza casa, non restò altro che trovare accoglienza presso alcuni conoscenti di Madonna di Lonigo. Come se non bastasse, la mala sorte si accanì sui suoi terreni già bombardati coprendoli di ghiaia depositata dal torrente Guà attraverso un varco dell’argine sinistro causato dallo scoppio delle bombe sganciate dagli aerei alleati.
Francesco Schio, già il 31 Luglio 1945, presentò una prima richiesta di risarcimento per danni di guerra all’Intendenza di Finanza di Vicenza con allegata anche una lista dei beni mobili danneggiati o distrutti con la sua casa sita in Via Ronchi al civico n° 6 con relativi disegni dello Studio Tecnico dell’Ing. Augusto Tonelato. Preventivo di risarcimento per un totale di Lire 910.124 comprensivo anche dei beni quì sotto descritti:

– 2 fusti per vino vuoti
– 7 arelle (graticci) con relativi scheletri (telai, supporti)
– 40 tavole da opera di oppio (acero)
– una seminatrice
– una cucina economica
– un letto a due piazze di noce
– un letto di ferro a una piazza
– una cassa di biancheria
– un armadio di noce

Il 2 maggio 1946 con la domanda n° 17354, inviata sempre all’Intendenza di Finanza di Vicenza, Francesco Schio produsse una relazione dei danni subiti dai suoi campi ubicati nelle Contrade Ronchi e Frigon coltivati a vigneto, seminativi e a pascolo, completamente ricoperti da uno strato di ghiaia di un metro.

– abbattimento di 1 noce, 10 meli, 5 peri, 1 acero, 3 olmi, 170 viti,
– apertura di 6 crateri di 10 metri di diametro causati dal bombardamento

Stima dei danneggiamenti vari Lire 100.000 (riparati negli anni 1947-48)

Purtroppo Francesco Schio nel corso del 1950 venne a mancare senza poter vedere le sue richieste soddisfatte. (Questo è quanto evidenzia un documento dell’Ispettore Agrario Compartimentale delle Venezie del Ministero dell’Agricoltura inserito nella relazione del 1956 fatta dall’Intendenza di Finanza di Vicenza tramite il Comando della Brigata Volante della Guardia di Finanza di Lonigo).

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 70)

In data 18 aprile 1946 anche il fratello Federico presentò una perizia dei danni:

riempimento dei crateri prodotti dalle bombe m3 686 con una spesa di Lire 41.160
– viti fruttifere in accrescimento n° 269 a lire 80 l’una
– meli e peri del diametro di 15 cm. n° 8 a Lire 300 l’uno
– aceri del diametro medio di cm. 15 n° 24 a Lire 150 l’uno
– aceri (allevi) n° 13 a Lire 50 l’uno

Danni subiti dalle case al civico n° 8 di via Ronchi:

– un fusto da 3 ettolitri di vino
– un fusto da 4 ettolitri vuoto
– 2 fusti da 2 ettolitri vuoti
– un tino da 6 ettolitri
– 2 mastelli
– un telaio per bachi
– un relino (piccola arella)
– una carriola
– 6 quintali di granone
– 4 quintali di frumento
– un maiale da Kg 180

Preventivo riparazione della casa Lire 320.000.

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta n° 75)

Note:
(1) Nel libro CARTOLINE CHE RACCONTANO … di Umberto Ravagnani, sono riportate le vicende storiche della sua famiglia. Amici di Montebello, pag. 33, Montebello Vic., 2014.
(2) Dal libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE Dl MONTEBELLO VICENTINO di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa, Amici di Montebello, pag. 212, Montebello Vic., 2018.
(3) Una breve storia di questo valoroso soldato montebellano, morto nel 1920 per cause di guerra, è riportata nel libro di Ottorino Gianesato I SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18 a pag. 319, Amici di Montebello, 2014.

Foto: Le Contrade Ronchi e Frigon di Montebello Vicentino, a causa della loro vicinanza alla linea ferroviaria, furono colpite duramente nei bombardamenti aerei verso la fine della Seconda Guerra Mondiale (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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SE QUESTA NON E’ SFORTUNA!

[122] SE QUESTA NON E’ SFORTUNA!

RETROSCENA DEL BOMBARDAMENTO AEREO ALLEATO DEL 15 OTTOBRE 1944 CON OBIETTIVO IL PONTE FERROVIARIO IN CONTRADA RONCHI Dl MONTEBELLO VICENTINO

La “Cronaca di vita della scuola” (Classe IIIa Mista – anno scolastico 1944-45), a firma dell’insegnante Adele Filippi, condensa in poche agghiaccianti righe i terribili momenti passati dagli abitanti di Montebello Vicentino a causa dei bombardamenti aerei alleati:

15 ottobreIIa incursione aerea su Montebello

16 ottobrel’incursione di ieri ha alquanto impressionato il paese che comincia sfollare nei paesi vicini. Gli alunni si presentano a scuola in numero ridottissimo. Oggi ho solo tre presenti. Si continua ugualmente, ma con che profitto? (1)

Il Prevosto dell’epoca Mons. Zanellato, nel suo Diario, parla di cinque vittime civili nonchè la distruzione e il danneggiamento di case e campagne. Alla fine della guerra, i danneggiati dai bombardamenti aerei chiesero alle autorità competenti la rifusione di quanto perso o subito, previa presentazione di una corposa documentazione. Tra i carteggi esibiti dai danneggiati vi è anche una pagina della GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO D’ITALIA del 25 marzo 1942 che, col freddo e caratteristico linguaggio burocratico, ci rivela le iniziative vessatorie di cui furono oggetto i beni posseduti nel paese di origine da due emigranti di Montebello in quel tempo residenti negli Stati Uniti d’America.

IL PREFETTO DELLA PROVINCIA Dl VICENZA

Visto l’art. 296 della “Legge di guerra(2) approvata con Regio Decreto 8 Luglio 1938 (lo stesso anno della promulgazione delle leggi razziali ndr) n. 1415 modificata con legge 19 dicembre 1940 no 1994; Visto il Regio Decreto 10 giugno 1940 n. 566 che ordina I’applicazione della legge medesima; Ritenuta I’opportunità di avvalersi della facoltà prevista dall’art, 295 della legge predetta;

DECRETA

Art. 1sono sottoposti a sequestro i beni sotto indicati di proprietà del suddito degli Stati Uniti Dal Cengio Stella di Fabiano, casa in Via Maggiore del Comune di Montebello Vic. del valore di Lire 50.000.
Art. 2 – è nominato sequestratario dei beni indicati nell ‘articolo precedente l’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (E.G.E.L.I.) – Vicenza 25 febbraio 1942. Seguono altri due articoli di decreto.

IL PREFETTO DELLA PROVINCIA Dl VICENZA

Visto l’art. 296 della “Legge di guerra (2) … (come sopra)

DECRETA

Art. 1 sono sottoposti a sequestro i beni sotto indicati appartenenti al suddito degli Stati Uniti Pajusco Emilio fu Primo: terreno in Comune di Montebello V.no per ettari 1.59.15 Rendita 242,56. Lire 35.000 Casa in Comune di Montebello V.no Via Maggiore civico no 106 col reddito imponibile di Lire 180, Lire 15.000 (valore della casa ndr). Libretto deposito postale no 06081, Montebello V.no Lire 6.247,20.
Art. 2 – come sopra scritto. Seguono altri due articoli di decreto.

Le sventure del citato Pajusco Emilio non erano finite poiché le bombe sganciate dagli aerei alleati il 15 ottobre 1944 colpirono i suoi terreni, evidentemente ubicati in Contrada Ronchi, sito non specificato nell’atto di sequestro del 1942. A guerra finita Dal Cengio Stella, ai sensi del trattato di Armistizio e di Pace, ottenne il dissequestro dei beni, mentre Pajusco Emilio, per ottenere il ristoro, dovette presentare anche un dettagliato rendiconto dei guasti provocati ai suoi terreni dalle bombe alleate. Nei documenti non si fa cenno del suo denaro depositato presso le poste: si suppone gli sia stato restituito. Quello sotto descritto, a firma di Pajusco Emilio, è solo uno dei tanti inventari dei danni inviati dagli abitanti di Montebello Vicentino alle autorità competenti:

– Metri lineari 170 di rete metallica alta metri 1,50
– 20 piante adulte da frutto in sorte
– 30 viti fruttifere
– Riattamento del terreno.

Ottorino Gianesato (ASVi – Archivio di Stato di Vicenza, Danni di Guerra, Busta 126)

Note:
1) Dal libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE Dl MONTEBELLO VICENTINO di Ottorino Gianesato – Umberto Ravagnani – Maria Elena Dalla Gassa, Amici di Montebello, Montebello Vic., 2018.

2) La “Legge di guerra“, approvata con Regio Decreto 8 Luglio 1938 (pubblicata nel Supplemento ordinario alla GAZZETTA UFFICIALE n. 211 del 15 settembre 1938 – Anno XVI), agli articoli 295 e 296 recitava così:

Art. 295(Sequestro dei beni nemici).
I beni appartenenti allo Stato nemico, che non, siano soggetti a confisca a norma degli articoli 292 e 293, e i beni appartenenti a persone di nazionalità nemica possono essere sottoposti a sequestro. Il sequestro preveduto dal comma precedente può essere ordinato anche per i beni, per i quali vi sia fondato motivo di sospettare che appartengano a persone di nazionalità nemica, ancorchè figurino appartenenti a persone di diversa nazionalità. Non possono formare oggetto di sequestro i beni, che, alla data dell’applicazione di questa legge, siano destinati all’esercizio del culto cattolico o di uno dei culti ammessi nello Stato. Il sequestro non pregiudica i diritti dei terzi.

Art. 296(Decreto di sequestro e nomina del sequestratario).
Il sequestro è disposto dal prefetto, con decreto che ha effetto dalla sua data. Con lo stesso decreto il prefetto nomina il sequestratario, scegliendolo, preferibilmente, tra i funzionari dello Stato o di enti pubblici, in attività di servizio o a riposo. Eccezionahnente, possono essere nominati sequestratari i detentori dei beni sequestrati. Se beni appartenenti ad una persona di nazionalità nemica si trovano nel territorio di più provincie, il Ministro delle finanze ha facoltà di nominare un sequestratario unico, in sostituzione di queli nominati dai prefetti, a norma delle disposizioni precedenti. In tal caso, il Ministro stabilisce a quale intendente di finanza spetti la vigilanza. Nel caso preveduto dal comma precedente, il sequestratario, con l’autorizzazione dell’intendente di finanza, può delegare un suo rappresentante nel luogo dove non ha la sua residenza (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani (Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 211 del 15/9/1938)

Foto: La Via Maggiore, a Montebello Vicentino, nel periodo di cui si parla nell’articolo. In realtà, a partire dal 1938, era già stata dedicata al Gen. Giuseppe Vaccari, morto il 6 settembre 1937 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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IL FURTO COME SECONDO LAVORO

[120] IL FURTO COME SECONDO LAVORO

Nel 1770 Cosimo  Pegoraro detto “Napoli” di professione “molinaro”, da Arzignano, era solito passare le feste in osteria “da consumar l’intero suo guadagno”.
Per meglio supplire, o meglio arrotondare, si recava al ponte di Zermeghedo in compagnia di altre persone, cosa che fece anche la sera del 25 Febbraio mettendosi sull’argine sinistro del Chiampo ad aspettare i passanti per derubarli. Al passar di Stefano Garzetta che se ne stava tornando a Montebello, uscì  da sotto il ponte dove si era nascosto e,  con la minaccia di uno stilo,  lo derubò di 6 Lire. Voleva togliergli anche il gabbano (pastrano, soprabito – ndr) e le fibbie, ma desistette perché giudicò il tutto di scarso valore. La stessa sera transitò anche Giacomo Timinello da Montebello, ed i malviventi usciti allo scoperto lo costrinsero a cedere i denari, circa 70 Lire. Nella borsa teneva anche un mandato di Licenza Vescovile ed un altro cappello che i lestofanti volevano sottrargli. Cedendo alle insistenti proteste del derubato vi rinunciarono.
Il 28 Febbraio, sempre al Ponte di Zermeghedo, passò il chirurgo di Montebello Antonio Mariotti che, assalito da quella masnada, fu minuziosamente palpato ed infine l’ammanco fu di 8 o 9 Lire  di “petizze” (monetine) ed un fazzoletto d’Indiana turchina del valore di 4 Lire.
Cosimo Pegoraro in seguito alle numerose denunce fu riconosciuto ed arrestato. Fu bandito dalla Serenissima per 10 anni.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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UN CASO DI FEMMINICIDIO

[114] SONO SEMPRE GLI INNOCENTI A PAGARE

Carlo Ruzini del fu Giuseppe di Montebello era solito abitare in città a Vicenza. S’invaghì della giovane cittadina Anna Perini di soli 14 anni, tanto che la ottenne in sposa nel 1783, andando in seguito ad abitare presso Anna Scabari, ava materna della ragazza. Datosi spesso ad una vita sfaccendata ed oziosa, coltivando i suoi vizi e qualche “impura amicizia”, scialaquò in poco tempo non solo quanto egli aveva, ma anche ciò che alla detta Perini era stato dato a titolo di dote assegnata e perfino qualche capitale della citata.
Avendo a ragione deluso le due donne, decise di trasferirsi a Montebello, sua patria, cosa che fece il 4 di Giugno unitamente alla moglie, stabilendosi nella casa paterna. Quì, dopo qualche tempo, sollecitò un suo cognato a recarsi a Vicenza dalla Scabari per pregarla di voler riprendere con sé lui e la moglie e, in caso negativo, di farsi consegnare i suoi vestiti che erano rimasti là. Il cognato si portò a Vicenza, ma la Scabari affermò di non voler assolutamente riprendere con sé i due coniugi, vista la cattiva direzione del Ruzini. Anzi disse che avrebbe restituito i vestiti solo quando le fosse stata pagata la “dozena” (vitto e alloggio – n.d.r.) per tutto il tempo che i due colà avevano vissuto. Il 5 Giugno il Ruzini ebbe la brutta risposta dal cognato. Quest’ultimo, mosso a compassione, lo consigliò di trasferirsi a Conegliano (Treviso), in una casa di una persona religiosa, per procurarsi un impiego e, nel frattempo, di collocare a “dozena” la giovane moglie in un certo luogo di Vicenza. Non contento di questo possibili accomodamento bestemmiò e replicò due volte: “pur che il reo si salvi il giusto pera”. Chiamò a sé la moglie che stava seduta a tavola a pranzare e la invitò ad appartarsi con lui perché desiderava parlarle lontano da orecchi indiscreti.. Allo scopo salirono in una stanza del piano superiore di quella casa e con un coltello colpì la donna numerose volte lasciandola esanime sil pavimento. Discese al piano terra gridando ciò che aveva fatto, s’impadronì quindi di uno schioppo e si diede alla fuga. Subito i domestici raggiunsero il piano superiore dove trovarono la vittima con il coltello conficcato tra un braccio ed una manica che dava ancora flebili segni di vita. La donna morì pochi minuti dopo. Il Ruzini fece perdere le sue tracce ed il Tribunale lo condannò in contumacia al bando perpetuo dai territori della Serenissima.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA MEJORIN

[113] LA FAMIGLIA MEJORIN-GABOARDO

La prima segnalazione dei Gaboardo sta in documento del 1429: Giovanni del fu Bonaventura detto “Gaboardo“. Il rarissimo Gaboardo è un nome di origine germanica che a sua volta trae origine dall’ebraico Gabri-el, formato da “gabar” essere forte o da “gheber” uomo ed “El” abbreviazione di “Elohim” Dio. Il suffisso “hardhu” forte, usato in molti altri nomi germanici, unito a “gabar”  diventa gabar-hardhu. Gaboardo ha perciò il significato di uomo forte o doppiamente forte.
In molti documenti della stessa epoca però,  si legge che Giovanni, chiamato anche Zanino, possiede già un cognome: Mejorin. Si arriva fino al 1541 ed anche in questa data nei documenti notarili si trova scritto Paolo del fu Nicolò del fu Tomaso Mejorin ossia Gaboardi,  e Michele del fu Bartolomeo Mejorin ossia Gaboardi, citando quindi ora l’uno, ora l’altro, ora tutti i due cognomi uniti per più di un secolo. Nel 1543 Benedetto Mejorino del fu Lodovico de’ Mejorini da Montebello è notaio, ma non nel detto paese, ed il legame di parentela con i Gaboardo sembra essere lontano.
I Gaboardo abitano nella contrà di Vigazzolo almeno con due famiglie. Una di queste prende  in seguito il cognome Bacho (o Bacco) ed in particolare uno dei suoi membri è chiamato Bacheto Bacho, mentre non viene  più utilizzato il vecchio appellativo Mejorin. Della scomparsa del vecchio cognome ne sono testimoni i notai Gio.Batta Gaboardo ed il figlio Giuseppe che in quel tempo sono conosciuti solo ed unicamente come Gaboardi. Giuseppe termina la sua attività nel 1630, forse anche lui vittima della peste di manzoniana memoria. Gio.Batta è sindaco di Montebello nel 1606 e nel 1614 consigliere comunale. Nell’estimo del 1665-69 non sono segnalati capifamiglia con questo cognome.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: La contrà Vigazzolo dove abitavano i Mejorin-Gaboardo con almeno due famiglie (a cura del redattore).

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OMICIDIO PRESSO CASA QUINTA

[112] MOLTI GLI INDIZIATI, UNO SOLO L’OMICIDA

Il 28 Novembre 1775, nel luogo “La Pontara del Quinto” (Casa Quinta) tra i paesi di Meledo e di Montebello, morì ucciso da una fucilata Nicolò Longo senza che nessuno fosse stato presente al fatto. Si sparse allora una voce che l’omicidio fosse stato commissionato da Orsola Lazzaretti. Vedova Castraman da Locara per vendicare la nipote Manina Brugnolo che, tempo prima, era stata colpita col fiancone di uno schioppo dal Longo. Numerosi altri indizi indicarono come mandanti i persecutori del Longo cioè Domenico Pesavento da Sarego, Carlo Dal Bon detto “Cola” da Roncà, e Gianantonio Dall’ava da Lonigo.
Il primo per essere stato nel passato al servizio della Castraman e che, nel San Martino scorso, in una osteria di Montebello, aveva scaricato il suo schioppo con una palla d’oncia e 40 pallettoni contro il Longo che fecero un gran numero di “impressioni” e ferite (rilevate e trovate all’atto dell’esame del cadavere del Longo stesso).
Altro indizio contro Domenico, l’essere stato visto, sette od otto giorni prima del fattaccio, andare verso il ponte della Fracanzana dove il Longo aveva avuto numerosi e sospetti incontri. In quanto a Carlo costui aveva servito quell’autunno come “guardacampagna” in Montebello ed aveva deposto, otto giorni dopo l’uccisione, di non essersi trovato nel luogo del delitto, seppur si sapeva che proprio da quì si era allontanato.
Gli indizi a carico di GianAntonio detto “Moro” attuale servitore della Castraman, erano pesanti. Giorni prima infatti aveva rilasciato alcune dichiarazioni bellicose contro il Longo espressioni che avevano fatto il giro della piazza di Montebello. Fu altresì visto, sei o sette giorni prima del delitto, in compagnia di Domenico Pesavento sopra il ponte della Fracanzana dopo le ore 24 e, la mattina seguente l’omicidio “prendere servizio in Montebello senza che comparisca il mattino”.
Gli inquirenti dichiararono autore del delitto GianAntonio Dall’Ava che fu condannato a cinque anni al remo sopra una galera. Tutti assolti gli altri imputati.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Località Casa Quinta a Monticello di Fara (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA MARENDOLI

[111] LA FAMIGLIA MARENDOLI (REPELE E ZANINELLO)

E’ sicuramente una delle famiglie più antiche residenti in Montebello. Il particolare nome Marendolo consente di individuare facilmente i componenti di questo casato, che salvo clamorose scoperte d’archivio a smentire questa affermazione, sono segnalati già alla metà del 1200 con il notaio Marendolo di Otolino Marendolo. Nel 1334 compare come redattore di un atto di compravendita il notaio Viviano di Otolino detto “Conte de’ Gandolfino” di Montebello che potrebbe essere parente del Marendolo prima menzionato. Un altro notaio Marendoli roga nei primi decenni del ‘500 sempre a Montebello.
Desta grande curiosità il significato del patronimico (1) Marendolo (che diverrà poi cognome). Dalla consultazione di testi di tradizioni e nomi locali si evince che col nome “marendolo”, in alcune zone del vicentino si individua il frutto del biancospino del quale ricordo, durante la mia infanzia, ne erano ghiotti tutti i bambini, chiamandolo però banalmente “pereto”. Ho incontrato nei documenti di Montebello solo un altro Marendolo, ossia Marendolo Cazolo (Cazzolato), ed a onor del vero mi ha creato qualche problema di omonimia, poi risolto. Durante il 1400 ed il 1500 gli appartenenti a questa grande famiglia sono residenti nelle contrà della Centa ed in quella della Chiesa Parrocchiale. Nei primi anni del ‘500 Margherita, figlia di Alovisio Pietro-Marendoli sposa Jacobo de’ Danese dei Prosdocimi, avo dello scrivente. Dopo questo periodo compare nelle scritture notarili il soprannome “Repele” ad affiancare sia il nome di Alovisio che il nome di suo figlio Pietro, nonché quello di Bartolomeo, nipote del detto Alovisio. Con il risultato dell’estinzione del cognome Marendoli, causata anche dal contemporaneo cambiamento intervenuto nei discendenti del ramo di Zanino (notaio), fratello di Alovisio, che assumono il nuovo cognome Zaninello.
In pratica nell’Estimo o Balanzon del 1544-45 compaiono tre distinte famiglie: quella di Julia figlia di Julio Repele, quella di Gaspare Repele e quella di Gregorio e Francesco Zaninello. In questo periodo il numero dei discendenti del vecchio casato si contrae poiché alcuni dei suoi componenti sceglie la vita ecclesiastica. Un nipote del notaio Zanino (o Zaninello), figlio di suo figlio GioMaria, diventa frate Filippo del Convento di San Francesco di Montebello, mentre un altro nipote (figlio di Jacobo) diventa il presbitero Pio. I beni posseduti elencati nell’Estimo cinquecentesco sono di tutto rispetto solo per il ramo dei Repele che complessivamente ha circa 40 campi, mentre il ramo dei Zaninello risulta possedere solo la casa adibita a propria abitazione, di scarso valore per giunta. Nell’Estimo del 1665 non figura alcun componente della famiglia Repele e tantomeno di quella degli Zaninello: trasferiti o estinti?

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Nome o cognome derivati dal nome del padre per mezzo di un suffisso (ndr).

Figura: Il biancospino è una pianta perenne della famiglia delle Rosacee, utilizzata per la cura del sistema circolatorio. Il frutto del biancospino, in alcune zone del vicentino viene detto “marendolo” (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA MIOLATO

[110] LA FAMIGLIA MIOLATO

Il cognome nasce da Miolo, diminutivo ipocoristico aferetico (1) di Bartolomeo, forse per indicarne la piccola statura di chi lo porta. Una famiglia numerosissima che nella seconda metà del ‘400, grazie a Bartolomeo “Miolo” detto “Caveon” esplode demografica-mente. Costui vanta una figliolanza di 11 maschi (e non si sa quante femmine) che per essere individuati devono per forza ricorrere ai soprannomi. E’ così che al primo e originale cognome Miolo viene necessariamente affiancato, a seconda dei rami, il soprannome “Caveon”, “Baston”, “Comino”, “Signor” per proseguire nel tempo con “Chincherle”, “Moretto”, “Fetta”, “Brasola” e “Rava” (a volte si legge Rana !). Inizialmente non è una famiglia molto importante, tanto che non presenta alcun personaggio di spicco nella vita di Montebello. Il primitivo cognome Miolo subisce la tipica trasformazione in –ato di molti cognomi montebellani e si tramuta nei primi decenni del ‘500 in Miolato, parola in cui il suffisso –ato sta ad indicare appartenenza ad una certa discendenza. La dislocazione dei Miolato è principalmente al centro del paese, nella contrà della Centa, che all’epoca dell’estimo Cinquecentesco contano in questa strada 5 famiglie, alcune delle quali composte da coppie di fratelli con modesti beni in comunione.
Altre due famiglie si trovano nella contrà della Chiesa Parrocchiale, anche queste con scarse possibilità economiche, a differenza di Nicolò del fu Agnolo Miolato detto “Rava” che vanta un patrimonio il cui valore è superiore a quello di tutti i suoi parenti messi assieme. A chiudere la schiera una donna: Caterina, che quasi certamente è la vedova di un Miolato. Il suo curioso soprannome “La Ballerina” individua una femmina che è, o è stata, piena di vita. Con il passare del tempo questo casato acquisisce importanza ed alcuni suoi appartenenti incominciano ad occupare posti di eccellenza nel paese. Nel 1622 Paolo Miolato è consigliere comunale, come pure Domenico nel 1655, Battista nel 1657, Filippo nel 1665, Giovanni nel 1667, Giacomo nel 1684, Bartolomeo nel 1689. In questo ultimo anno inizia la sua attività di notaio Francesco Miolato del fu Giacomo che si protrae sino al 1720. Da un increscioso fatto di cronaca del 1620 si apprende che certa inimicizia tra le famiglie Miolato e Pajarin sfocia in una lite nella quale Donà, figlio del “saltaro” Bartolomeo Miolato arreca tali e tante ferite al povero Filippo Pajarin da costringere il padre a vendere un campo per rifondere la parte offesa. Nelle rilevazioni fiscali del 1665 sono 10 le famiglie dei Miolato che vi sono descritte, tutte con modeste proprietà e quasi tutte radicate alle loro vecchie abitazioni al centro di Montebello. Come sopra enunciato, i 18° secolo inizia con la presenza del Notaio Francesco e scorre senza particolari sussulti od avvenimenti per i Miolato che continuano ad occupare qualche posto nell’amministrazione comunale. Lo stesso Francesco è consigliere nel 1706, Gio.Batta nel 1753. Ed il secolo si conclude con la presenza di Iseppo Miolato detto “Sergente”, inserito nella lista dei mediocri (medi) del Dazio Macina, che esercita i mestieri di “casolino” e oste, con un altro Iseppo e Paolo del fu Francesco che figurano disoccupati. Non risultano attualmente degli abitanti di Montebello con questo cognome, salvo smentite. Trovo che già nell’Ottocento alcune famiglie dei Miolato sono presenti a Fimon di Arcugnano, come lo sono tutt’ora. Anche a Vicenza il cognome è portato da parecchie famiglie, ma resta da verificare se queste abbiano origini montebellane o se siano le discendenti di altri nuclei nati parallelamente ed ugualmente cognominati e quindi per nulla imparentati tra di loro.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Vezzeggiativo con soppressione di una vocale o sillaba iniziale (ndr).

Figura: Veduta aerea del centro storico di Montebello Vicentino di oltre 90 anni fa. Si nota molto bene la cinta muraria che circondava completamente il paese e dalla quale probabilmente ha preso il nome la Contrà della Centa (a cura del redattore).

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UN FIASCO DI VINO MALEDETTO

[109] UN FIASCO DI VINO MALEDETTO

Vincenzo Arzenton, nativo di Lonigo, si era di recente trasferito a Montebello. Doveva avere una irresistibile e morbosa attrazione per il vino quando la notte del 30 Novembre 1766, verso le quattro del mattino, si recò nel “magazzino” ovvero Osteria di Zuanne Pilotto. Con lo scopo di procurarsi un fiasco di vino cercò il Pilotto e la moglie perché venissero a servirlo. Al loro posto arrivò il cameriere Zuanne Zambellin che, preso un fiasco, andò in cantina per riempirlo, seguito come un’ombra dal cliente. Il cameriere consegnò il fiasco pieno ed in pagamento ricevette una moneta che gli sembrò falsa. Zambellin protestò, ma l’altro insistette perché l’accettasse. Il servitore disse allora di voler mostrare la moneta alla sua padrona, al che l’Arzenton sguainò un coltello proferendo le seguenti parole: “to, porteghe anche questa” e nel contempo gli piantò la  lama nel ventre.  Zambellin morì lo stesso giorno verso le ore 15. Vincenzo Arzenton fu condannato solo a tre anni a remare su di una galera.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA FERRO

[108] LA FAMIGLIA FERRO

L’origine del cognome è inequivocabile. Resta solo il dubbio se tale soprannome, letto in un documento del 1418 in cui si nomina tale Bartolomeo detto “Ferro” del fu Lancio, sia nato per il mestiere di fabbro esercitato dalla persona in oggetto o per altri motivi. Il nipote Bonomo (o Bonono come spesso scritto) pare aver già acquisito il nome ferro come definitivo cognome a ‘400 inoltrato. Famiglia per niente numerosa che arriva alla metà del ‘500 con tre nuclei residenti nella contrà di Vigazzolo. Dei tre solo quello di Zambono Ferro risulta godere di un certo benessere, abitando in una casa di valore e lavorando oltre 10 campi. Gregorio Ferro nel 1631 è consigliere comunale e Santo Ferro nel 1687 viene nominato rappresentante dei montebellani in una affollata “Convicinia”. Francesco figlio del detto Gregorio è  l’unico “allibrato” (1) nell’Estimo del 1665-69 dichiarando di abitare nella contrà della Pozza e di possedere oltre alla casa solo un campo e mezzo.  Bisogna arrivare al Dazio Macina di fine settecento per trovare  altri membri della famiglia Ferro,  ossia Francesco del fu Giovanni, inserito nelle liste degli “infimi” ed esercitante il povero mestiere di sarto rappezzatore e Antonio di professione colono. Questo cognome non figura tra quelli oggi presenti in Montebello.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Registrato come contribuente per il pagamento delle tasse (ndr).

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’antico mestiere del fabbro ferraio da cui, probabilmente, ha preso il cognome la famiglia descritta nell’articolo (a cura del redattore).

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UNA TRAGICA DISCUSSIONE

[107] UNA DISCUSSIONE FINITA TRAGICAMENTE

Il I° di Novembre del 1759 Zuanne C. di Battista detto “Crivellaro”, Bernardin V. e Giacomo P. facevano ritorno insieme dalla Fiera dei Santi di Arzignano. Probabilmente lungo il tragitto qualcosa deve esser andato storto, forse vecchie ruggini affiorate improvvisamente, tantè che giunti nei pressi dell’abitazione dei fratelli Baldan, Zuanne C. uccise con una archibugiata Bernardin V., non contento, estratto un acuminato coltello colpì tre volte Giacomo P. e se ne fuggì. Alle grida delle vittime e allo sparo uscirono gli abitanti del posto che riconobbero l’assassino. Fu il chirurgo di Montebello, Gio. Batta Donadelli, su denuncia del Degano di Montorso a eseguire la ricognizione sui due corpi (l’autopsia n.d.r.). Nel 1760 Zuanne C. ritenuto colpevole, fu bandito dal Serenissimo Dominio, con la clausola che se fosse rientrato nei confini, una volta catturato, gli sarebbe toccata la forca.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA GALLO

[106] LA FAMIGLIA GALLO

E’ una piccola famiglia residente nella contrà di Vigazzolo. Il cognome Gallo viene citato per la prima volta in un rogito del 9 Agosto 1500: Antonio del fu Filippo Gallo, il cui nonno Leonardo è presente in Montebello nei primi anni del Quattrocento. Il nome Gallo, che compare in quella data solo dopo un lungo periodo in cui mai questo appellativo aveva accompagnato i predecessori, rende improbabile il legame che questi potrebbero avere con tale Giordano detto “Galloda Montebello che nel 1277 prende a livello un terreno da Uguzzon Novello da Carturo. Tuttavia una contrada di Montebello, vicina a quella del Legnon, è chiamata nel ‘400 contrà del campo de’ gallo che ipotizzerebbe essere stata così denominata per la presenza dell’omonima famiglia. Nell’Estimo del 1544-45 Domenico Gallo risulta possedere oltre cinquanta campi montuosi, ma di scarso valore. Mattio è consigliere comunale nel 1617, Iseppo nel 1621, Antonio nel 1655 e nel successivo estimo vi si registrano due famiglie Gallo con scarsissimi beni patrimoniali.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Nel Quattrocento esisteva una contrà del campo de’ gallo (una parte dell’attuale contrada Fara) che probabilmente diede origine a questo cognome (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA GIUSTI

[105] LA FAMIGLIA GIUSTI

L’origine deriva chiaramente dal patronimico comportamentale (1) Giusto (Justo), nome assai raro in quel di Montebello nei secoli presi in considerazione. Nonostante l’unicità di questo nome, è stata abbastanza ardua la ricostruzione dell’albero di questa famiglia che sembra dapprima sovrapporsi e poi staccarsi da un’altra, quella dei Marzochini. (Silvestro figlio di Justo de’ Marzochini, 1473). Le famiglie dei Marzochini non sono originarie di Montebello e vi arrivano in due tempi diversi. Una di loro, quella di Andrea, risulta in un rogito essere arrivata da Verona (dalla provincia forse) per insediarsi nella Selva di Montebello mentre un’altra era già presente ed abitava nella contrada della Morsolina. La successiva separazione dei Marzochini origina anche il cognome Ventura, oltre che Giusti, ed i componenti di queste tre famiglie abitano nelle vicine contrà della Pozza e contrà di Borgolecco. Un altro ramo dei Marzochini continua intanto ad abitare nelle colline che circondano la Selva. Alla fine del ‘400 Pietro del fu Giusto è gastaldo dell’Ospedale di San Giovanni di Montebello. Giusto Giusti fa parte dei consiglio comunale nel 1606, Antonio nel 1643 e nel 1657, Bortolo nel 1656, Francesco nel 1660. La medesima carica è occupata nel 1706 da Paolo, e nel 1783 da Giovanni. Il medesimo Giovanni fa parte della ristretta lista dei benestanti, ma non se ne conosce la professione. Tra le famiglie di seconda classe un omonimo Giovanni fa il gastaldo e Gio. Maria il carrettiere. Altri tre capifamiglia Giusti sono elencati tra gli infimi, ed esercitano tutti la professione di colono.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Nome originato dal modo di comportarsi nel rapporto con altre persone (N.d.R.).

Figura: Verso la fine del Quattrocento almeno tre famiglie con questo cognome erano residenti nelle contrà della Pozza (all’incirca l’attuale via Montegrappa) e di Borgolecco (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA VALENTINI

[104] LA FAMIGLIA VALENTINI

La prima segnalazione di questa famiglia in Montebello è in un documento del 1442 dove è citato tale Miglioranza del fu Valentino. Questo patronimico diventa subito cognome ed i discendenti saranno sempre (e solo) chiamati “i Valentini”. Il padre di Valentino con tutta probabilità dovrebbe essere Bartolomeo, vivo in un atto del 1425 (Valentino figlio di Bartolomeo), ma non avendo altri e più sicuri riscontri il dubbio non è fugato. Il nome Valentino sta ad indicare una persona valida e di buona salute, usato fin dai tempi dell’Impero Romano, è tutt’ora molto diffuso. Non si può dire molto di questa famiglia, salvo che i 6 nuclei di cui si compone sono tutti residenti nella contrà del Borgo, come appare dall’Estimo del 1544-45 (1). Le possibilità economiche dei Valentini sono scarse, tanto che il ricorso dei suoi componenti ai notai è talmente rado da lasciare pochi argomenti per la ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia. Cosicché i passaggi tra una generazione e l’altra appaiono assai fumosi. Le condizioni economiche dei Valentini migliorano con il passar del tempo ed alla metà del Seicento Valentin figlio di Giovanni è proprietario del mulino nella contrà della Centa che deve però vendere al Marchese Spinetta Malaspina, non potendo sostenere la spesa per la riparazione del manufatto. Il figlio di Valentin, Giovanni, muore nel 1648 di ritorno da un pellegrinaggio fatto alla Madonna di Loreto. Nello stesso secolo alcuni dei Valentini partecipano all’amministrazione del Comune montebellano mediante Marc’Antonio e Bartolomeo nel 1602, l’anno successivo con Baldo, nel 1615 con Paolino, Gio. Domenico nel 1654 e Valentino nel 1684, tutti consiglieri. Il numero delle famiglie Valentini si assottiglia al punto che verso la fine del Seicento sono solo un paio quelle residenti in Montebello. Si registra un Antonio Valentini nel 1775, consigliere comunale. Elencato tra gli infimi del Dazio Macina (2) di fine Settecento, si trova Biasio, di professione fornaio a domicilio, capo dell’unica famiglia dei Valentini rimasta in Montebello alle soglie dell’Ottocento.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) L’Estimo o Balanzon nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R.).
(2) Il Dazio Macina era una tassa sul grano macinato (N.d.R.).

Figura: A metà Cinquecento 6 nuclei con questo cognome erano residenti nella contrà del Borgo di Montebello (a cura del redattore).

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IL MEDICO NON RICONFERMATO

[103] IL MEDICO CHIRURGO NON RICONFERMATO

Gli ultimi giorni di Dicembre del 1764 si tenne a Montebello una “ballottazione” (votazione – n.d.r.) per confermare o meno il medico chirurgo che fino a quel momento era il Dottor Domenico Caprin. L’incarico non gli fu riassegnato anche perché due influenti votanti, ossia Gio. Carlo Cappelletti, organista e … Cortivo, fecero eleggere un altro candidato. Questo non fece altro che alimentare il risentimento del Caprin verso questi due compaesani, tanto che, la notte del 17 Gennaio 1765 tra le ore 8 e le 9, furono sparati due colpi di archibugio contro le case di Cortivo e Cappelletti. Lo scuro della finestra sinistra della stanza da letto di Cappelletti fu perforato da quattro palle d’oncia che si conficcarono contro una trave, un muro ed un quadro, con grave pericolo di colpire la tenera figlia dell’organista che dormiva nella culla presso il letto. La camera di Cortivo fu anch’essa colpita da due palle d’oncia: alcuni proiettili raggiunsero il balcone della vicina stanza dove dormiva il nuovo medico condotto che però non era in casa, essendo partito la mattina del 17 per Verona. I due malcapitati trovarono poi attaccati alle porte di entrata delle loro abitazioni dei fogli di carta con violente minacce ad entrambi e contro il nuovo dottore affinché non ritornasse. Domenico Caprin fu riconosciuto come mandante delle intimidazioni, ma il processo lo vide assolto.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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