UN SOLDATO FRANCESE A MB

[250] IL SOLDATO FRANCESE SEPOLTO A MONTEBELLO

Il 14 novembre 1917, in piena prima guerra mondiale, Don Antonio Ercole, cappellano della parrocchia di Santa Maria di Montebello, registrò nel LIBRO DEI MORTI il decesso e la sepoltura di un giovanissimo soldato francese. Questo il testo:

“Il soldato francese LARNE PIERRE del 13° Battaglione Chasseurs des Alpes (Cacciatori delle Alpi chiamati anche Chasseurs Alpins – n.d.r.) 2^ Compagnia, Distretto T. Buscain al n° 1101 (1161), Classe 1900, domiciliato nel comune di Montluçon (Francia), morì sul colpo per infortunio automobilistico al Dovaro lungo la Strada Provinciale Verona-Vicenza il 14 novembre 1917. Fu portato all’ospedale [di Montebello] ed il 15 detto fu sepolto nel Cimitero Comunale.”
La giovane età del soldato, 17 anni, ha spinto lo scrivente ad acquisire nuove informazioni per ricostruire le origini, la vita militare e gli ultimi giorni dello sfortunato francese. Con mia grande sorpresa ho scoperto, grazie anche l’aiuto di Umberto Ravagnani, che qualcosa non quadrava nei dati contenuti nell’atto di morte, dal momento che le ricerche presso gli archivi governativi francesi avevano avuto esito negativo. Quel militare proprio non esisteva! La prima registrazione dell’atto di morte fatta da Don Antonio doveva contenere uno o forse più errori di stesura, causati da una cattiva interpretazione della scheda personale del soldato defunto fornita per l’occasione da qualche ufficiale del 13° Reggimento. Di questa finalmente siamo entrati in possesso e, verosimilmente, chi di noi non sarebbe incorso nei medesimi errori di interpretazione di cui fu vittima il cappellano?
Il soldato in oggetto si chiamava LARUE PIERRE e non LARNE (la u in corsivo si può leggere anche n) ed ecco creato un cognome sbagliato. L’errore più grossolano è: CLASSE 1900. Per noi italiani il termine CLASSE indica tutt’oggi l’anno di nascita di un soggetto mentre per i francesi è quello in cui i giovani si erano sottoposti alla visita di leva militare, solitamente a circa 20 anni, quindi la sua età non era di 17 ma bensì di 37 anni! Inoltre la città di Montluçon, (Distretto dell’Allier – n.d.r.) non era la residenza del soldato, ma il luogo dove era avvenuto l’arruolamento, località per altro molto vicina sia a quella di nascita, MONTBEUGNY, che a quella di residenza SAULCET. Due piccoli villaggi nel cuore della Francia entrambi di circa soli 500 abitanti. Da notare che Larue Pierre era nato nel villaggio sopra nominato il 3 agosto 1880 e pertanto proprio giovanissimo non era, visti i suoi 37 anni compiuti.
Questa infelice stesura e interpretazione del documento di morte sono state talmente contagiose che sulla lapide posta nel cimitero di Montebello è stato scolpito il cognome LARNE perché desunto dal registro parrocchiale. E quel che è peggio, circa una ventina di anni dopo, quando sono stati riesumati i resti del soldato per trasferirli nel sacrario-ossario di Pederobba (Treviso), su una delle pietra del monumento è stato ripetuto il cognome LARNE, lo stesso letto al cimitero di Montebello dagli incaricati alla pietosa operazione di spostamento e rimasto tale ancor oggi.
Il vero nome e l’esatta data di nascita del soldato francese LARUE PIERRE sono stati confermati dal “Ministère des Armées” (il Ministero dell’Esercito francese) nell’elenco “Base des Morts pour la France de la Première Guerre mondiale”. Nella scheda personale, viene riportato che è figlio di Claude e di DEJOUX Marguerite, è nato il 3 agosto 1880 a Montbeugny (F) dipartimento dell’Allier, ed è morto a Montebello Vicentino il 14 novembre 1917, a causa di un incidente d’auto mentre era in servizio (probabilmente è stato investito). Inoltre viene precisato che, al momento della morte, aveva 37 anni, 3 mesi e 11 giorni. LARUE PIERRE fu, quasi sicuramente, il primo soldato francese morto nella nostra terra e fu decorato con la croce di guerra con la menzione “mort pour la patrie” (morto per la patria).
All’indomani della ritirata di Caporetto, iniziata verso la fine di ottobre 1917 e fermatasi sulla linea del Piave, gli eserciti austriaci e tedeschi minacciavano di oltrepassare il fiume dilagando quindi in tutta la pianura veneta. Ecco allora venirci in aiuto gli alleati francesi che già dal 1° novembre organizzarono l’invio di truppe e mezzi in Italia. Tra questi les Chasseurs des Alpes che erano inquadrati nella 46a Divisione di Fanteria a sua volta divisa in 3 gruppi: il primo comprendente il 7°, il 13° (a cui apparteneva LARUE PIERRE), il 47° Battaglione, il secondo il 22°, il 53°, il 62° Battaglione, e il terzo il 15°, il 23°, il 63° Battaglione. La partenza verso l’Italia del 13° Battaglione è ricordata con toni enfatici nel diario Historique des Chasseurs. Quì di seguito il testo tradotto dal francese:
Il 13° s’imbarcò il 1° novembre con la prospettiva di nuove battaglie. Dall’arrivo sul suolo latino, les Chasseurs furono accolti con entusiasmo straripante e per parecchie settimane il 13° Battaglione percorse in lungo e in largo l’Italia del Nord, dalle Alpi al Veneto, ritrovando le tracce dei suoi antenati ai quali i nostri alleati devono la libertà e rivivendo le ore di gioia e di vittoria di tutte le armate francesi che dopo Carlomagno erano venute a raccogliere gli allori sulla montagna e sulla pianura italiana… Dal 12 febbraio al 1° marzo 1918 (ma il soldato Larue era già morto – n.d.r.) il battaglione prende in carico i settori di Monfenera che organizza al prezzo di considerevoli sforzi e il 12 marzo occupa le difese del monte Tomba fino al 23 marzo 1918 quando la Divisione viene spostata. L’8 aprile 1918 imbarco presso Carmignano (stazione di s. Pietro in Gù – n.d.r.). La Francia ha bisogno di tutti i suoi per resistere al più violento assalto che è stato diretto contro di lei durante questa guerra. Il 13° trascorre più d’un mese nella Somme, in Piccardia, in Artois, nel Pas de Calais, poi nelle Fiandre…
A partire dalle ore 23 del 1° novembre 1917, i primi elementi della 46a Divisione, comandata dal colonnello Antoine de Reynies e destinata a far parte dell’Armata Francese d’Italia, vennero caricati su ferrovia alle stazioni di Saint Gilles e Fismer (zona della Marna a nord di Parigi – n.d.r.).
Il tragitto del convoglio ferroviario toccò Digione, Lione, Marsiglia, Ventimiglia, Genova, Piacenza, Cremona, Brescia e Verona. Il 6 novembre i battaglioni dei Chasseur des Alpes furono scaricati nel bresciano, nei pressi del lago di Garda e in quei luoghi la concentrazione proseguì fino al 10 novembre 1917. Il giorno seguente la 46a Divisione si portò a San Bonifacio e il 12 si posizionò tra Roncà, Montebello, Castelgomberto e Brogliano mentre il parco artiglieria pesante trovava collocazione nelle campagne tra Almisano e il Dovaro. Il 14 novembre, causa l’intenso via vai di mezzi, avvenne il tragico incidente in cui perse la vita Larue Pierre (Larne) che non visse abbastanza per vedere l’insediamento presso Villa Miari in Montebello del Quartier Generale del 31° Corpo di Armata Francese. In previsione dei frequenti spostamenti, già il 4 novembre, l’esercito francese, giudicando Montebello strategico per la logistica, aveva fatto installare nel suo territorio un deposito di benzina, struttura che andava ad aggiungersi ad un’altra importante già presente ossia il campo di volo della Gualda, usato come terreno avanzato dalla squadriglia aerea 221 di Verona, assegnata al 31° Corpo d’Armata. Come raccontato nel diario storico del 13° Battaglione, la presenza francese si protrasse in Italia fino all’aprile del 1918. Nel cimitero militare francese di Pederobba (TV) furono portati i resti mortali di circa 1000 soldati d’oltralpe morti sia in battaglia che per cause di servizio come Larue Pierre e, contestualmente alla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, in Francia a Bligny presso Verdun fu inaugurato un sacrario gemello per accogliere circa 3450 italiani caduti nel 1918 sul suolo francese. Tra questi il montebellano BATTISTELLA GIOVANNI, morto per ferite riportate in battaglia il 15 luglio 1918.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) La stele che ricorda i caduti francesi, all’interno della chiesa di SAULCET, tra i quali si può notare il nome di PIERRE LARUE (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
(2) La stele che ricorda alcuni caduti francesi in Italia nel sacrario di PEDEROBBA (TV), dove viene riportato erroneamente il nome di LARNE PIERRE (foto di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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MARIO CENZI

[225] MARIO CENZI

Proseguendo con i personaggi che hanno lasciato un segno a Montebello parliamo oggi del Sottotenente Mario Cenzi, pilota di caccia.
La Guerra Civile spagnola del 1936-39 è considerata una preparazione, quasi una prova generale, della seconda guerra mondiale dato che gli schieramenti in contrapposizione furono gli stessi, cioè i fascisti di Mussolini con i nazisti di Hitler contro le forze repubblicane spagnole aiutate da Inghilterra, Francia e Unione Sovietica. Era anche l’occasione per testare nuovi armamenti e nuove strategie. Nel 1936, alle nuove elezioni politiche, le forze di sinistra erano tornate al governo grazie al primo esperimento del Fronte popolare (repubblicani moderati, socialisti, comunisti e cattolici baschi autonomisti). Il 17 luglio le truppe di stanza in Marocco scatenarono una rivolta ed il giorno dopo la protesta si estese a tutto il paese. Fu l’inizio della guerra civile, con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Alcuni giovani montebellani si arruolarono volontari tra le fila del generale Franco contro il governo repubblicano. Tra essi il Sottotenente pilota Mario Cenzi che in quell’impresa sacrificò la propria vita. Nel libro “Medaglie d’oro al valore militare” troviamo la motivazione:

Pilota da caccia volontario in una missione di guerra partecipava alla dura quotidiana lotta con entusiastico slancio e dedizione completa. In numerose azioni di guerra portava valido contributo al brillante esito di esse distinguendosi sempre per le sue magnifiche qualità di fidato gregario. Il 13 luglio 1938, durante una crociera di vigilanza, accortosi che una massa preponderante di caccia avversaria stava per assalire una squadriglia in condizioni di netta inferiorità numerica e di quota, con prontezza e generoso slancio non esitava a frapporsi con pochi altri camerati fra assalitori ed assaliti. Incurante del numero e del vantaggio degli avversari, portato dal suo generoso slancio ne sosteneva il violento urto, opponendo la sua eroica irruenza e la sua tenace aggressività in un accanito combattimento che frustrava completamente la capacità offensiva e l’iniziale minaccioso intento del nemico. Durante l’aspra mischia, dopo aver concorso all’abbattimento di quattro caccia nemici, attaccato da numerosi avversari, non desisteva dalla lotta e continuava a prodigarsi fino all’estremo limite delle sue energie, offrendo per la salvezza e la vittoria dei camerati il glorioso e generoso sacrificio della propria esistenza.” Cielo di Spagna 13 luglio 1938.

Sul sito del Quirinale troviamo la conferma dell’assegnazione:
CENZI Mario
Luogo di nascita: Vito di Leguzzano (VI)
Medaglia d’oro al valor militare 1
Sottotenente di cpl. Pilota
Data del conferimento: 1938
motivazione: Volontario in missione di guerra per l’affermazione dei suoi ideali, partecipava quale pilota da caccia a numerose scorte e crocere dimostrando in ogni circostanza belle doti di combattente, spirito di sacrificio e elevate virtù militari. Cielo di Spagna, gennaio-aprile 1938.

Montebello nel secondo dopoguerra ha voluto dedicargli una Piazza, quella antistante la vecchia scuola elementare e la Chiesa Prepositurale. Una curiosità: anche a Sirmione (Bs) esiste una Piazza Mario Cenzi. Questo si spiega con il fatto che suo padre, Cesare Cenzi, è stato Commissario Prefettizio (Podestà) a Sirmione e poi, nel secondo dopoguerra, Sindaco della stessa bellissima cittadina sul lago di Garda, ma questa è un’altra storia…

Umberto Ravagnani

Note:
1) – Finalità: Segnalare come degni di pubblico onore gli autori di atti di eroismo militare, anche compiuti in tempo di pace, purché l’impresa sia strettamente connessa alle finalità per le quali le Forze militari dello Stato sono costituite, qualunque sia la condizione e la qualità dell’autore.
– Struttura: Le proposte, salvi i casi eccezionali previsti in tempo di guerra, sono vagliate da una Commissione Militare, costituita appositamente.
– Destinatari: Appartenenti alle Forze Armate (singoli militari o interi reparti non inferiori alle compagnie o ai comandi), combattenti nelle formazioni partigiane, Comuni, Province e singoli cittadini.
– Classi o gradi: Medaglia d’Oro, Medaglia d’Argento, Medaglia di Bronzo (conferibili anche in tempo di pace); Croce di Guerra al Valor Militare (conferibile solo in caso di guerra).
– Modalità dei conferimenti: Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della Difesa.

Foto:
1) Il Sottotenente Mario Cenzi durante il periodo della guerra civile in Spagna (elaborazione grafica e restauro Umberto Ravagnani).
2) La medaglia d’oro al valor militare.

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FARE LA DOTE ERA UN DOVERE

[45] LA DOTE NEI SECOLI XVI E XVII
Il ricercatore che frequenta gli archivi di stato, nel momento in cui esamina gli atti notarili dei secoli passati, rimane subito colpito dall’alta frequenza di atti riguardanti la dote, nelle varie forme: inventari, stime, cauzioni, cause legate ad eventuali inadempienze. Quale il motivo di tanta frequenza? Perché fare la dote alla figlia che si sposava era un obbligo sancito dalla legge a cui non era possibile sottrarsi. Infatti gli Statuti della Città di Vicenza indicavano meticolosamente le normative che regolavano l’istituto della dote, in tutta la sua casistica. E ‘in primis’ stabilivano l’inalienabilità della dote, cioè i beni dotali erano proprietà esclusiva della donna vita natural durante. Il marito poteva sì amministrarli, ma mai venderli (se non in casi estremi, con il consenso della moglie e con l’assenso favorevole del giudice a cui era obbligato rivolgersi). In caso di morte della donna, se essa non aveva figli, i beni dotali tornavano alla famiglia d’origine. Se invece aveva figli, generalmente, alla sua morte, come testimoniano gli atti testamentari, essa lasciava i suoi beni ad essi, riservando alle figlie gli oggetti di uso personale, la biancheria, i mobili, eventuali gioielli. La dote doveva essere inventariata e stimata, cosa che veniva fatta solitamente da un sarto (o da due eletti dalla famiglia della sposa e da quella dello sposo) per ovvie ragioni. Queste stime ci consentono di avere delle utili indicazioni sui prezzi dei beni mobili del tempo, anche se gli oggetti inventariati erano spesso usati. Successivamente al matrimonio, ma i tempi variavano di molto, dai pochi giorni a molti anni, ci si doveva recare dal notaio, con l’inventario stimato e firmato della dote, per fare l’atto pubblico della dote. Spesso oltre ai beni mobili il padre della sposa includeva una certa cifra in denaro e talvolta, in ambito contadino, una pezza di terra. Beni questi ultimi che venivano consegnati ratealmente a distanza di tempo, e motivo, negli eventuali ritardi, di liti e cause giudiziarie. Nell’atto notarile il marito promette di conservare i beni dotali della moglie assicurandoli sopra i suoi, e promettendo, nel caso, di restituirli a norma di statuto. La dote includeva la rinuncia della donna a qualsiasi pretesa sull’eredità paterna.
A Montebello, quasi sempre, la moglie, alla morte di suo padre, concorreva, certo in misura minore, alla spartizione dei beni paterni. Nei ceti popolari il valore medio della dote poteva oscillare tra i 150-200 e i 400-500 troni, ossia tra 30 e i 100 ducati nel periodo fine 1500, inizi del 1600. Ovviamente diverso è il discorso per le doti dei Nobili o della incipiente grossa borghesia, quando le doti potevano valere migliaia di ducati. Esaminando in dettaglio i beni portati in dote questi si possono dividere in 4 gruppi: i mobili, la biancheria, gli abiti, effetti di altro genere. Tra i mobili il primo posto spettava alla ‘lettiera’, cioè l’intelaiatura in legno del letto, naturalmente con il suo ‘cavazzale’, cioè il guanciale su cui posare il capo e il ‘pagiarizzo’ riempito di paglia che si usava, nella stagione clemente, come materasso; nella stagione fredda, invece, si usava il ‘piumazzo’ di penna d’oca. Non mancava la cassa di ‘nogara’ in cui riporre lenzuola e coperte; la credenza di ‘pezzo’, una tavola e la ‘mesa da pan’ o madia per la farina e il pane. La biancheria comprendeva sempre molti oggetti. I lenzuoli di ‘canevo’ (canapa) o di stoppa (la parte grezza della canapa). Non mancava la ‘schiavina’, cioè una coperta grossa da letto in lana. Spesso c’erano le ‘forete’ cioè le federe come pure tovaglie, tovaglioli e asciugamani. Per quanto riguarda gli abiti troviamo: le vesti che potevano essere di panno, di ‘rassa’ (un tipo di lana) a volte con busto e maniche e abbellite con nastri e merletti. Importanti e numerose le ‘camise’, di lino o di seta leggera, con ornamenti vari. Molti i grembiuli e le ‘traverse’, di lino, di ‘filesello’, a volte di ‘renso’, una tela pregiata originaria di Reims in Francia. Non mancava il ‘guarnelo’ o ‘cottola’ ossia gonna di diversi tessuti. Da qui la nota espressione molto in voga nel passato “andare a guarnelo”, per indicare l’uomo che va ad abitare in casa della moglie, con quello che ne consegue. Numerosi i fazzoletti da spalle o da collo, molto spesso con ornamenti e frange. A volte anche un velo di seta. Anche nelle doti più povere non mancava una ‘filza’ (collana) di coralli, un collo (collana) di tondini, cioè di palline d’argento o d’oro, un anello d’oro o la ‘vera’ (fede). La collana poteva portare una ‘croseta’, cioè una piccola croce, in oro o argento. Per quanto riguarda gli oggetti di vario genere, in ambito contadino la moglie poteva portare in dote attrezzi per la cucina, come secchi di rame con relative ‘cazze’ (mestoli), ceste, ‘brondo’ (bronzo) per gli alimenti, anche oggetti della cantina come ‘vezuoli’ (botti), perfino animali, in genere pecore come si testimonia a Selva di Montebello. In conclusione la dote era lo strumento che garantiva una sia pur piccola autonomia e possibilità di sopravvivenza alla donna, particolarmente nel momento della vedovanza, impedendo che cadessero nella totale indigenza quando non potevano ottenere dagli eredi del marito il rispetto dei loro diritti. E si sa che le vedove isolate e indigenti potevano essere presto sospettate di cattiva condotta o financo di stregoneria. Pertanto giustamente gli organi politici si premurarono di dare un quadro giuridico vincolante a questo fenomeno sociale che interessava tutti gli strati della popolazione. Norme che subirono modifiche poco rilevanti fino all’epoca napoleonica quando il campo del diritto venne per tanti aspetti rivoluzionato.

Felice Castegnaro (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: La preparazione della dote (ricostruzione grafica a cura del redattore).

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