DA MONTEBELLO A WOLLONGONG

[149] DALL’ORATORIO DI MONTEBELLO A WOLLONGONG Β Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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IL CALCIO È UNA MALATTIA DI FAMIGLIA

« A Montebello, nel 1952, il cappellano don Giuseppe ai bambini che frequentavano l’oratorio offriva una β€œgalletta” ciascuno, verso le quattro del pomeriggio. Non c’era alcun bisogno di chiamarci! Con la coda dell’occhio, pur giocando, guardavamo la porta della canonica. Appena quella si apriva per lasciar intravedere don Giuseppe, noi giΓ  si correva verso di lui per essere i primi a ricevere la galletta. Erano americane! Una volta alla settimana don Giuseppe ci dava anche un cioccolatino gianduiotto, un pΓ² amarognolo, ma buono con la β€œGaletta”. Tutte cose americane! Nessuno di noi ragazzini ha mai potuto indovinare quale fosse il giorno in cui ci sarebbe stato il gianduiotto. Se c’eri, lo prendevi. Se non c’eri lo perdevi! Nel 1954 arrivΓ² don Francesco e gli americani avevano finite le β€œgallette” da darci. GiΓ  dagli ultimi sei mesi della permanenza di don Giuseppe, non venivano piΓΉ distribuite. Ma il pallone c’era soltanto all’oratorio! Dove altro si poteva andare per giocare a calcio? Durante l’estate seguente, don Francesco ricominciΓ² a distribuire le medesime β€œgallette”, e anche il β€˜saltuario’ gianduiotto! Nessuno di noi si azzardΓ² a chiedere il perchΓ© o il percome. Giocavamo e mangiavamo, per poi ricominciare a giocare a calcio. Non si poteva chiedere di piΓΉ. Ed eravamo piΓΉ che contenti. L’anno dopo finirono le gallette, ma don Francesco organizzΓ² un torneo di calcio per ragazzi dai 10 ai 15 anni, da disputarsi durante i pomeriggi ‘infrasettimanali’ con squadre dei paesi vicini: Gambellara e Zermeghedo. Don Francesco procurΓ² anche la maglie per le due squadre dell’oratorio, biancorosse per la Audax-Baby, la mia squadra, e bianconere per l’altra squadra, che era quella di mio fratello Albano. Entrambe le squadre erano di etΓ  mista. Mio fratello ha due anni piΓΉ di me, ma con noi c’erano β€œCianeto”, Renzo e Ruggero, che erano della sua etΓ . In finale andarono le due squadre dell’oratorio, le nostre. Vinse la squadra di mio fratello. All’oratorio io continuai a giocare le solite partitelle, mentre Albano trovava lavoro alle Alte di Montecchio. E cominciΓ² a giocare con la Ronzani di Vicenza. Da lΓ¬, ancora giovane, passΓ² al Marzotto di Valdagno. Un giorno, infatti, dei Signori del Marzotto vennero a parlare con nostra madre per poter avere Albano con loro. Stipendiato dal Marzotto.
Anche se allora non erano grandi somme di denaro. La mamma acconsentΓ¬, e mio fratello si accordΓ² con la ditta che lo aveva assunto: al mattino lavorava con loro e al pomeriggio andava a Valdagno per gli allenamenti. Nelle giovanili. Ma con qualche giornata da riserva in serie B. Poi dovette partire per il militare. RiuscΓ¬ a giocare con il Civitavecchia, in Serie C, per tutta la naja. Intanto il Marzotto, in quei due anni, andΓ² di male in peggio. Albano tornΓ² dal militare per rimettersi a lavorare, ma continuΓ² ancora con la squadra di Valdagno per qualche anno, finchΓ© Rita Pavone non si mise a cantare β€œLa partita di pallone”. Poco dopo io partii per l’Australia. L’ultima mia partita di calcio la giocai a Whyalla, in South-Australia. Indossavo la maglia dello β€˜Steel-United’, la squadra dell’acciaieria di quella cittΓ . Quando vidi che un compagno di squadra si spezzΓ² la gamba destra, mi venne da pensare: mica son venuto qui per finire come lui. E smisi di giocare. Due domeniche prima avevo pure segnato un bel goal. In squadra eravamo cinque italiani e sei tra inglesi, scozzesi e un australiano. Sergio Balatti era il centravanti e io giocavo da ala tornante. Sergio era arrivato da piccolo con la sua famiglia, dalla Valtellina. Parlava come gli australiani e diceva a noi cosa fare. Noi ancora non parlavamo inglese. Ma la palla Γ¨ rotonda! Sia che la chiami palla oppure ball, Γ¨ sempre da mettere dentro la porta avversaria. Conservo ancora il piccolo articolo di giornale in cui si parla della vittoria dello β€˜Steel-United’ e del goal che io segnai, e ho avuto la fortuna di poterlo mostrare al mio β€˜Grand-Son’, mio nipote, che ha 15 anni e gioca bene al calcio, con il suo β€˜Catholic College”. I miei due figli hanno giocato al calcio da quando il primo aveva 12 anni ed il secondo 9. Prima con il Wollongong Olimpic, club riservato soltanto agli β€œjunior”. Quando cominciarono a frequentare l’Edmund Rice College’, famoso per le vittorie nella competizione di rugby, loro continuarono invece a giocare al β€œsoccer” (pronunciato soccher), come qui chiamavano il calcio. Che all’epoca era considerato uno sport minore, sia a livello scolastico che a livello nazionale. Io stesso, quando i miei figli erano adolescenti, ritornai al calcio. Fu padre Nazareno, da Mussolente, e quindi vicentino, a chiedermi di aiutare il gruppo giovanile del Centro Italiano, formando una squadra per partecipare al torneo di calcio delle denominazioni cristiane dell’Illawarra. In altre parole, i figli degli Italiani di Wollongong avevano formato l’Italo-Australian ‘Youth Club’, con base al centro italiano dei padri scalabriniani, e lΓ¬ dovevano giocare contro squadre di club anglicani, metodisti, battisti, luterani, presbiteriani e via dicendo. Era il 1982, Italia campione del mondo! Dopo un paio di settimane, tutto questo diventΓ² semplicemente il Churches-Competition, che letteralmente significa il torneo delle chiese.
Ci si allenava due sere la settimana. La mia presenza era necessaria soprattutto per avere un adulto sempre nei pressi. Facevo anche da allenatore, ma piΓΉ per far capire a certi giovani che avevano giocato a rugby la differenza del fuorigioco fra il calcio e il rugby. PiΓΉ di qualche goal non fu segnato proprio perchΓ© la regola del fuorigioco era molto dura da comprendere per i giocatori che avevano sempre giocato al Rugby. Agli allenamenti, per fortuna vicino a casa mia, mi portavo dietro i figli. Vicino al campo da calcio abitava un loro compagno di scuola, cosΓ¬ anche Carlo si univa ai miei David ed Anthony per la durata della seduta. Carlo, figlio di abruzzesi, era soprannominato F.C. che stava per Football Club. In quel periodo, avevamo due automobili, indispensabili per andare a lavorare. Io avevo comperato una 500 Fiat da pochi dollari per mia moglie, perchΓ© portasse i figli alla scuola cattolica. La dovetti usare io perchΓ© non riusciva a cambiare le marce senza β€˜grattare’. I nostri figli ricordano quell’auto ancora adesso. Era una decapottabile. Dei giovani dello Youth Club, qualcuno divenne avvocato, altri commercialisti o impresari, altri ancora semplici operai alla β€˜SteelWork’. Molti hanno bambini. Un gruppo di quei professionisti ha poi ripreso a radunarsi in un campetto da calcio semi-abbandonato, di nuovo a correre dietro un pallone. Tra di loro. Dopo una settimana chiusi dentro gli uffici. E si portavano i figli dietro. E giocavano a calcio con i loro bambini. Uno dei miei figli finΓ¬ di giocare a calcio con l’UniversitΓ  di Wollongong. Ora, dopo il lavoro, Γ¨ allenatore patentato. L’altro invece ha smesso dopo essersi fratturato la gamba destra giocando al calcio. Io ero presente quando accadde. Ma anche dopo questo mio figlio non riesce a restare lontano dal calcio, tanto che adesso Γ¨ presidente del β€œPort Kembla Puma Amateur Club”.Β Β» (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Giugno 2019).

Umberto Ravagnani

Foto: Il campo sportivo dell’Oratorio di Montebello, attivo dagli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., Γ¨ invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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