UNA DONNA CONTESA

[184] L’ALBERGO, IL MERCATO E UNA DONNA CONTESA

I rogiti cinquecenteschi del notaio Nicolò Roncà non sono solo semplici e freddi documenti, ma spesso costituiscono una finestra aperta sulla vita e le vicende della comunità montebellana.
Nel 1559, tale Silvestro Bettega detto “Tamagno del fu Stefano, era il gestore dell’albergo di Montebello. Proveniente da Fossacan di Lonigo, non si poteva certo lamentare degli introiti garantiti dalla numerosa clientela del suo albergo.
Dei cospicui ulteriori guadagni possibili se ne accorse anche Antonio del fu Francesco detto Fetta” de’ Miolati, che considerando la grande mole di persone che transitavano per Montebello, di molto superiore alla capacità ricettiva dell’albergo, pensò di aprire un nuovo esercizio nella sua casa. Per realizzare la sua idea doveva però chiedere il permesso, a pagamento, al gestore del citato albergo locale.
Silvestro Bettega accettò la proposta per la cifra di Lire 12 mensili con inizio del contratto dal giorno 15 febbraio 1559 e validità fino alla fine di dicembre dello stesso anno. Impose però delle limitazioni: Antonio non avrebbe potuto dare né alloggio né cibo ai forestieri transitanti da Verona a Vicenza e viceversa. E non ultimo avrebbe potuto esercitare l’attività di albergatore solo con quei viandanti provenienti dai paesi limitrofi che sarebbero stati presenti a Montebello per il mercato con l’obbligo di vendere il vino allo stesso prezzo praticato dal suo albergo.
Questo documento del 1559 conferma che a Montebello si teneva il mercato più di cento anni prima di quello ufficialmente istituito con il permesso della “Serenissima Repubblica”, e reso possibile con l’allargamento della piazza praticato nella seconda metà del ‘600.
Si sa che tre anni più tardi Silvestro Bettega era ancora in affari a Montebello. Infatti nel 1562 Silvestro era presente alla lettura della sentenza arbitraria emessa dai giudici Domenico Nievo, Fabio Sangiovanni e Francesco Sala al termine di una vicenda dai contorni non proprio chiari.
Tutto fa supporre che, causa del contendere tra Domenico Galiotto e Stefano figlio Silvestro Bettega detto “Tamagno”, sia stata Bartolomea figlia di detto Domenico e moglie di Francesco di Gasparo Nardi.
Il Notaio Roncà dice che la lite riguarda certe differenze. Nel linguaggio notarile di quel tempole differenzealtro non sono che i danni materiali e morali che devono essere ripianati dalle parti colpevoli.

Poiché i giudici sentenziarono che Bartolomea avrebbe dovuto vivere con il marito Francesco e che i contendenti avrebbero dovuto riporre le armi, tutto fa credere che ci troviamo davanti ad una mancata promessa di matrimonio o ad un tradimento (il 1562 e 1563 sono gli ultimi anni del Concilio di Trento in cui si dettano nuove regole per il matrimonio). Si ipotizza pertanto che Bartolomea fosse stata ambita da due diversi pretendenti o che forse avesse lasciato Stefano Bettega. L’unione della citata donna con Domenico Nardi aveva scatenato l’ira del pretendente rifiutato (Stefano) che non si rassegnava al voltafaccia e minacciava l’uso delle armi.
I giudici ordinarono a Domenico Galiotto (detto Pelizon ?) di pagare al Bettega 100 Ducati entro il mese di aprile di quell’anno ed altri 40 Ducati a Gasparo Nardi, padre di Francesco, per le spese giudiziarie sostenute. Condannarono poi Gasparo Nardi e Silvestro Bettega a pagare gli arbitri convenuti come segue: 3 capretti – 3 pezze di formaggio di pecora da libbre 6 l’una – 3 mazzi di asparagi “domestici” nel termine di tre giorni. Condannarono Gaspare, Silvestro, Stefano e Domenico a pagare il presente notaio con 2 Scudi d’oro, 2 paia di capponi nonché 12 Grossi (48 Lire) per l’onorario dell’Ufficiale.

Tratto da: “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Una cartolina postale di Montebello Vicentino dei primi anni del ‘900. A sinistra il famoso albergo Due Ruote che si dice abbia ospitato anche Gabriele D’Annunzio con Eleonora Duse nei loro incontri amorosi. Da notare il bellissimo balcone con il parapetto in ferro battuto ancora oggi visibile (APUR – Umberto Ravagnani).
Umberto Ravagnani

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MONTEBELLANI DEL PASSATO (1)

[176] PERSONAGGI MONTEBELLANI DEL PASSATO
IL QUARTIER MASTRO GIO.MARIA GUELFO

Durante il dominio della “Serenissima” il QUARTIER MASTRO o “appaltatore” era generalmente il militare graduato preposto alla direzione di una caserma. A esempio nei primi anni del ‘700, fu il Capitano Camillo Trissino a ricoprire questo incarico presso il quartiere della cavalleria di Vicenza, ubicato a un tiro di schioppo da Porta Castello. Così non avveniva negli altri quartieri minori dislocati nella provincia, come quello di Montebello, dove invece, da molto tempo, era un privato cittadino a prendersi cura degli edifici militari presso i quali fornire assistenza alle truppe stanziali o in transito. Oltre che all’alloggio dei soldati il compito principale era fornire il fieno necessario all’alimentazione degli animali da tiro o da sella al loro seguito.
Nell’inventario del 1715 (venivano redatti ogni 5 anni) si legge che a Montebello nei quartieri qui presenti esistevano 55 poste per cavalli distribuiti in 3 stalle. La più grande chiamata “lo stalone” era ubicata lungo la Strada Regia (1), poco distante dal Ponte del Marchese. Nel “quartierettoc’era una delle altre stalle.
Si sa che nel 1659, ancor prima che fosse completato “lo stalone”, a Montebello si era insediato il quartiermastro Antonio Zampieroni. A lui era subentrato Domenico Valentini che nel 1669, terminato il previsto mandato quinquennale conferitogli dalla Magnifica Città di Vicenza, passò il testimone a Giacomo Malacarne (nel 1675). Lo stesso Domenico Valentini fu riconfermato, in seguito, per un altro lustro.
Nel 1685, nuovo “appaltatore” o quartiermastro di Montebello fu nominato Gio.Maria Sgreva, seguito, alla fine del mandato, da Nicolò Desidera.
I documenti consultati evidenziano che, tra i quartiermastri, quello che rimase più a lungo in carica fu certamente GIO.MARIA GUELFO. Infatti ebbe in gestione i quartieri di Montebello in società con Gio.Maria Albertazzi. Per poco tempo però poiché, in seguito, sarà il solo Guelfo a prendersi cura della gestione dei siti militari in Montebello. Ironia della sorte, l’insediamento iniziò nel 1692, anno ricordato per la terribile alluvione del torrente Chiampo che colpì duramente soprattutto i fabbricati del marchese Malaspina. Le successive escrescenze del torrente Chiampo del 1702 e del 1710 provocarono danni ingentissimi allo “stalonee misero in rotta di collisione il quartiermastro Guelfo e la Magnifica Città di Vicenza. Dopo tre mandati consecutivi Gio.Maria Guelfo gettò la spugna e in quell’occasione non gli venne pagato l’ultimo salario. Generalmente il compenso annuo dei quartiermastri era di 120 Ducati, ma non mancò chi in seguito accettò l’incarico anche per una cifra minore come Domenico Collalto (110 Ducati) o come Paolo Cenzati che si candidò per un compenso di soli 60 Ducati.
In precedenza la gestione di Gio.Maria Guelfo fu guastata da alcune diatribe con la pubblica amministrazione. Fu accusato di aver fatto sparire alcuni utensili e di non aver attuato le manutenzioni necessarie per un danno allo stato di Lire 595 e Soldi 2 (poco meno di 100 Ducati). Il quartiermastro replicò affermando che era lui invece il vero danneggiato per il mancato pagamento da parte delle truppe tedesche in transito nel 1705, nonché della sottrazione del foraggio attuata dalle stesse entrando furtivamente dalle finestre nelle stalle dei quartieri. Ulteriore fieno era stato asportato dalla Compagnia del Capitano veneziano Fusi che con la forza era entrato nel “quartier grande” disperdendo poi circa due carri e mezzo di foraggio.
Inoltre, dopo l’ultima alluvione, era passato per Montebello il Capitano Carrara che aveva trovato alloggio nell’osteria di fronte allo “stalone”. Essendo “l’appaltadore” tenuto a fornire il fieno ai soldati fuori del quartiere militare, questi ultimi avevano sequestrato il figlio del Guelfo nell’osteria sottraendogli con la violenza 18 Lire.
Si conoscono, soprattutto grazie agli atti notarili, i nomi di alcuni quartiermastri che si insediarono nei quartieri di Montebello alcuni anni dopo Gio.Maria Guelfo. Tra questi Amadio Dall’Acqua per rinuncia di Domenico Collalto, Carlo Bonvicini figlio del notaio Antonio e in seguito Bortolo Bolcato (1769).

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MISCELLANEA MONTEBELLANA“).

Note:
(1) All’epoca la cosiddetta Strada Regia, che da Vicenza conduceva a Verona, passava per il centro abitato di Montebello Vicentino.

Foto: La caserma de « li quartieri » detta anche lo ‘stalone’, con gli archi originali, all’interno di Villa Valmarana-Boroni-Zonin (APUR – Umberto Ravagnani 2004).

Umberto Ravagnani

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A PROPOSITO DI SICCITA’

[131] LA SICCITA’ DEL 2018/2019 E QUELLA DEL 1778-1779

In questo periodo siccitoso i programmi televisivi delle previsioni meteorologiche sono assai gettonati. Molti si aspettano che dalla bocca degli ufficiali dell’Aeronautica o da quella delle annunciatrici di turno esca finalmente la buona notizia che pioverà. Nel medesimo tempo non si contano quelli che ripetono, fino alla noia, di non ricordare di aver vissuto una simile penuria di acqua piovana. Memoria un po’ corta perché nel non lontanissimo inverno 2001-2002 si è avuta una situazione meteorologica che ricalca quella attuale, almeno per le precipitazioni. Certamente il caldo anomalo va in direzione opposta del clima che nel 1700 mise a dura prova le popolazioni del nostro territorio. Infatti nel periodo che va da dall’inizio del 1700 fino al 1780 fu il freddo a farla da padrone. Basti pensare che nel 1709 nevicò fino agli ultimi giorni di febbraio e, per il tremendo freddo che andò crescendo per tutto l’inverno, morirono in provincia di Vicenza circa 1500 persone. Anche gli anni seguenti non furono migliori. Caratteristica del 1712 fu una primavera rigida e nevosa seguita da intense piogge che provocarono l’annegamento di numerose persone e di animali.
Il 1715 ebbe un periodo invernale del tutto simile a quello del 1709, situazione che si ripresentò nel 1735.
A trasmetterci queste notizie sono stati i numerosi cronisti locali di quell’epoca e del secolo successivo come il LANZI, il FAVETTA, o il BOCCHESE.
Oltre ai citati cronisti ci sono stati anche dei parroci di “campagna” che, sensibili alle evoluzioni del clima con i riflessi che si potevano avere per i prezzi delle biade, annotarono quà e là nei Registri Parrocchiali l’andamento delle stagioni.
E’ il caso di Don DOMENICO FRIZZIERO, parroco di San Pietro di Montecchio Maggiore, che, a cavallo del Settecento con l’Ottocento, scrisse nel Libro dei Morti tutte le variazioni climatiche che si verificavano. Naturalmente erano, grosso modo, le stesse di Montebello.
Eccone uno spezzone che per le precipitazioni ricorda e ricalca incredibilmente le situazioni dell’inverno del 2001-2002 e quella del 2018-2019.

« Dalli 13 dicembre, cioè la notte Santa Lucia sino questo 10 aprile 1779 non ha mai piovuto: sempre sereno con venti, tanto che sono morte le viti, cosa che alcuni delli vecchi presenti mai più s’arricordano, se non che l’anni della venuta dei Francesi in Italia nel 1735, che nell’inverno sono stati due mesi senza pioggia.

 Ma l’ammirevole è che quest’anno sono 4 mesi che non piove

 In questi quattro mesi non vi fu altro che qualche giornata, ma assai interpollata (sic!) con qualche nebbia e quindici o venti giorni di sereno.
Li 11 aprile “ad pretendam pluviam” (implorando la pioggia – n.d.r.) s’è fatta nella parrocchia l’esposizione del Venerabile, così il 12 e li 13.
Li 26 s’è fatta pubblica processione della Reliquia di Santa Croce .
Li 27 s’è passata la Beata Vergine Incoronata, nel qual giorno è venuta poca pioggia.
Li 29 Aprile si fece pubblica processione della Santissima Spina da questa Chiesa (San Pietro) e portata alla Chiesa di sopra (San Vitale).
Li 3 maggio 1779 è venuta una sufficiente pioggia, cosicchè andò bene al fondo, ma per altro ancora siamo scarsi d’acqua in maniera che li pozzi sono tutti in secca, sicchè per li bovi conviene che vadino per acqua colle botti, due anco tre miglia fuori del paese, anco per macinare.

Ho scritto li 9 maggio 1779 »

Ottorino Gianesato

Immagine: Montebello durante uno dei recenti periodi di siccità (a cura di Umberto Ravagnani).

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

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SELVA DI MONTEBELLO

[127] BREVE STORIA DI SELVA DI MONTEBELLO E DELLA SUA CHIESA

Ancora dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Selva di Montebello e della sua Chiesa.

Quantunque la frazione di Selva di Montebello, come il villaggio di Agugliana, non abbia una storia particolare che la distingue dagli altri centri, tuttavia, da un documento del 1080 riportato dall’Orsato nella sua storia di Padova, risulta che i Maltraversi erano « Comites Montisbelli et Sylvarum », e cioè Conti di Montebello e delle Selve. Ed invero il paesello di Selva, come dice lo stesso suo nome, fino dai tempi più remoti fu così denominato a causa delle fitte boscaglie che allora coprivano pressochè per intero i colli circostanti, la ridente valletta in cui si adagiano le sue abitazioni.

Sul principio del secolo XVII Selva ed Agugliana, fecero alcune istanze presso la « magnifica città di Vicenza » e presso « l’alma et inclita città di Venezia », allo scopo di svincolarsi dal comune di Montebello. Ogni tentativo peraltro riuscì vano, per cui il 15 agosto 1624, Girolamo dei Giorii e Nicolò Guarda, incaricati in proposito, compresa l’inutilità di ulteriori insistenze, decisero di rinunziare alla causa. Da allora Selva ed Agugliana più non pensarono di sottrarsi al comune di Montebello, da cui sempre dipesero per giurisdizione amministrativa.

Il primo tentativo di costruire una chiesa nella contrada di Selva, risale al principio del secolo XIX; quando cioè un membro di un ramo, ora estinto, della famiglia Maule, provvedeva con un legato, all’erezione di un oratorio, il quale però non fu costruito, perchè in progresso di tempo, la famiglia che ne patrocinava la causa decadde, e quel lascito andò disperso. Senonchè sulla prima metà del secolo scorso, il bisogno di avere un piccolo oratorio fu manifestato dall’intera popolazione. Ma, sebbene il parroco di Agugliana, Don Benedetto Pernigotto, fosse propenso alla causa, pure bisognava rendersi ragione che, prima di costruire il  nuovo oratorio, era necessario di restaurare la chiesa di S. Nicolò, assai malconcia per vetustà. Per cui anche in quei tempi, l’idea di costruire la tanto desiderata chiesetta fu pel momento abbandonata; e solo nel 1867 ai Selvesi si offrì l’occasione di tradurre in atto il loro proposito. Ed ecco in qual modo: « Ancor prima del 1866 così scrive Don Domenico Casalin nelle sue memorie di Selva ed Agugliana (1) si pensava di riattare la canonica di Agugliana. Portata la cosa come di diritto e di metodo a conoscenza del Consiglio Comunale di Montebello, fu dallo stesso riconosciuto quel bisogno, e, previo tecnico progetto, fu indetta l’asta del lavoro, il quale fu levato dal M. R. Parroco Don Beniamino Rancan per fiorini austriaci 675. Sopravvennero intanto i rovesci politici del 1866 e del progetto per alcun tempo non ne fu nulla. Finalmente, riaperte le pratiche, il Commendator Giuseppe Pasetti, di grata memoria, e a quel tempo sindaco di Montebello Vicentino, volle portarsi in persona sul luogo per vedere il da farsi. Veduta la posizione e la condizione materiale della casa canonica, propendeva il Pasetti a rifarla del tutto, trasportandola dietro alla chiesa, e, nello stesso tempo, consigliava il M. R. Parroco a rinunciare all’appaltatura del lavoro, devolvendone l’incarico ad una commissione di parrocchiani. E la commissione fu eletta nelle persone di Tibaldo Domenico, Guarda Giosuè e Benetti Marc’Antonio di Selva e di un capo delle più importanti famiglie di Agugliana.

Fu invitata la commissione a raccogliersi sotto la presidenza del Sindaco nella Sede Municipale il 20 novembre 1867, onde venir a capo di qualche cosa. Mancava il membro della commissione appartenente all’Agugliana, per qual ragione non lo si sa, e siccome si trovava sulla piazza sottostante e dopo ripetuti inviti non volle intervenire, impazientito il Benetti esclamò: S’egli, che è il più interessato per la comodità del luogo, non viene, devo mandare lassù le mie boarie? E se facessimo una chiesa in fondo alla valle? Magari – rispose il Sindaco -; fate una sottoscrizione di obbligazioni in denaro, ed invece che alla fabbrica della canonica di Agugliana, darò i 675 fiorini a quei di Selva per la costruzione della nuova Chiesa – Nè furono parole, che ne fe’ versare dalla cassa nuova chiesa comunale ben 700 fiorini pari a lire italiane 1750 ».

Il Casalin, il quale descrive con ricchezza di particolari la costruzione della chiesa di Selva, dice che l’elargizione fatta dal comune ai Selvesi fu come una scintilla che susciti un grande incendio. Difatti, quantunque la somma elargita fosse ben poca cosa, al confronto della mole del lavoro, pure le offerte di denaro, di legnami, di sabbia, di laterizi e la mano d’opera gratuita prestata da quei di Selva, furono tali che, in poco più di 10 mesi, la chiesa fu compiuta. La costruzione del tempio, incominciato il 26 marzo 1868 e finito agli ultimi di gennaio dell’anno successivo, diè luogo a questioncelle tra Selvesi ed Aguglianesi, essendochè questi ultimi mal tolleravano la divisione delle due contrade già formanti un’unica parrocchia. Ciò nonostante, la contrada di Selva nel 1870, ebbe il suo primo religioso il quale fu Don Pietro Verlato di Tezze, e da quei tempi, come curazia, fu soggetta alla parrocchia di Agugliana. La chiesa di Selva, sorta su disegno del maestro muratore Guarda Giovanni, il quale riprodusse in forme più modeste quella di Montebello, è dedicata all’Annunciazione. Il tempio, ad una sola navata, ha cinque altari fra cui quello maggiore in marmo bianco e di stile classico, ornato da bel tabernacolo e da due statue di angeli diversi tra loro per raccolto atteggiamento di preghiera. Oltre all’altare maggiore sono pure, in marmo, quello dedicato all’Immacolata e l’altro a S.Giuseppe, mentre gli altari del SS.Crocifisso e di S.Antonio sono in legno, il primo di forme povere, il secondo di stile barocco. Accanto alla chiesa, la cui facciata incompiuta prospetta in una solatia piazzetta, sorge il massiccio campanile eretto nel 1910. Il ridente villaggio di Selva, circondato per tre parti dalla verde chiostra di colline, sparse di ulivi e festonate di viti, è la méta preferita delle passeggiate dei Montebellani, i quali, oltre che la tradizionale ospitalità dei Selvesi, apprezzano pure la squisitezza di quei vini frizzanti.

Note:
(1) Queste memorie si conservano manoscritte nell’Archivio Curaziale di Selva.

Foto: Selva di Montebello (foto: APUR – Umberto Ravagnani 2018).

Umberto Ravagnani

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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OMICIDIO PRESSO CASA QUINTA

[112] MOLTI GLI INDIZIATI, UNO SOLO L’OMICIDA

Il 28 Novembre 1775, nel luogo “La Pontara del Quinto” (Casa Quinta) tra i paesi di Meledo e di Montebello, morì ucciso da una fucilata Nicolò Longo senza che nessuno fosse stato presente al fatto. Si sparse allora una voce che l’omicidio fosse stato commissionato da Orsola Lazzaretti. Vedova Castraman da Locara per vendicare la nipote Manina Brugnolo che, tempo prima, era stata colpita col fiancone di uno schioppo dal Longo. Numerosi altri indizi indicarono come mandanti i persecutori del Longo cioè Domenico Pesavento da Sarego, Carlo Dal Bon detto “Cola” da Roncà, e Gianantonio Dall’ava da Lonigo.
Il primo per essere stato nel passato al servizio della Castraman e che, nel San Martino scorso, in una osteria di Montebello, aveva scaricato il suo schioppo con una palla d’oncia e 40 pallettoni contro il Longo che fecero un gran numero di “impressioni” e ferite (rilevate e trovate all’atto dell’esame del cadavere del Longo stesso).
Altro indizio contro Domenico, l’essere stato visto, sette od otto giorni prima del fattaccio, andare verso il ponte della Fracanzana dove il Longo aveva avuto numerosi e sospetti incontri. In quanto a Carlo costui aveva servito quell’autunno come “guardacampagna” in Montebello ed aveva deposto, otto giorni dopo l’uccisione, di non essersi trovato nel luogo del delitto, seppur si sapeva che proprio da quì si era allontanato.
Gli indizi a carico di GianAntonio detto “Moro” attuale servitore della Castraman, erano pesanti. Giorni prima infatti aveva rilasciato alcune dichiarazioni bellicose contro il Longo espressioni che avevano fatto il giro della piazza di Montebello. Fu altresì visto, sei o sette giorni prima del delitto, in compagnia di Domenico Pesavento sopra il ponte della Fracanzana dopo le ore 24 e, la mattina seguente l’omicidio “prendere servizio in Montebello senza che comparisca il mattino”.
Gli inquirenti dichiararono autore del delitto GianAntonio Dall’Ava che fu condannato a cinque anni al remo sopra una galera. Tutti assolti gli altri imputati.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Località Casa Quinta a Monticello di Fara (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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IL MEDICO NON RICONFERMATO

[103] IL MEDICO CHIRURGO NON RICONFERMATO

Gli ultimi giorni di Dicembre del 1764 si tenne a Montebello una “ballottazione” (votazione – n.d.r.) per confermare o meno il medico chirurgo che fino a quel momento era il Dottor Domenico Caprin. L’incarico non gli fu riassegnato anche perché due influenti votanti, ossia Gio. Carlo Cappelletti, organista e … Cortivo, fecero eleggere un altro candidato. Questo non fece altro che alimentare il risentimento del Caprin verso questi due compaesani, tanto che, la notte del 17 Gennaio 1765 tra le ore 8 e le 9, furono sparati due colpi di archibugio contro le case di Cortivo e Cappelletti. Lo scuro della finestra sinistra della stanza da letto di Cappelletti fu perforato da quattro palle d’oncia che si conficcarono contro una trave, un muro ed un quadro, con grave pericolo di colpire la tenera figlia dell’organista che dormiva nella culla presso il letto. La camera di Cortivo fu anch’essa colpita da due palle d’oncia: alcuni proiettili raggiunsero il balcone della vicina stanza dove dormiva il nuovo medico condotto che però non era in casa, essendo partito la mattina del 17 per Verona. I due malcapitati trovarono poi attaccati alle porte di entrata delle loro abitazioni dei fogli di carta con violente minacce ad entrambi e contro il nuovo dottore affinché non ritornasse. Domenico Caprin fu riconosciuto come mandante delle intimidazioni, ma il processo lo vide assolto.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA CAZZOLATO

[86] LA FAMIGLIA CAZZOLATO

Questa famiglia ha visto nascere il suo cognome in Montebello nella prima metà del ‘500. La sua origine si deve a tale Pietro detto “Casolo” o “Cazolo” come più volte scritto, vissuto alla metà del ‘400 (nel 1469 era già morto). Tale soprannome può derivare tanto dal formaggio, quanto dal mestiere del commerciante di alimentari, il “casolin” appunto, come ancor oggi viene chiamato il dettagliante di cibarie e simili. La successiva trasformazione in –ato, usuale nel Veneto ed ancor più accentuata in Montebello, lo modifica nel definitivo Cazzolato. Uno dei suoi più vecchi componenti porta il nome di Marendolo che si perpetuerà fino alla sparizione da Montebello di questa famiglia che nulla a che spartire con quella dei Marendoli notai. Domenico Cazzolato nel “Balanzon” (1) di metà cinquecento abita nella contrà di Borgolecco ed è al secondo posto, nobili esclusi, nella scala dei più abbienti di Montebello, proprietario di oltre 50 campi. Non sono da meno altre tre famiglie dei Cazzolato che hanno tutte circa 20 campi ciascuna ed abitano nella contrà della Chiesa. L’unica famiglia a non possedere gran che è quella di Nicolò, vicino di casa del più ricco Domenico, titolare di solo 4 campi. Nel 1617 Girolamo è consigliere comunale, nel 1657 lo è Battista. L’estimo del 1665-69 rivela che per i Cazzolato i tempi migliori sono solo un ricordo poiché le loro sostanze si sono ridotte a pochi campi, pur continuando ad abitare nella contrà della Chiesa. Uno di loro riscuote dal Comune un affitto per una casa data all’Arciprete di Montebello. Nessuna altra futura registrazione di documenti in mio possesso segnala la presenza dei Cazzolato in Montebello che pertanto già agli inizi del ‘700 erano assenti dal paese di origine.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: L’origine più probabile di questo cognome è dall’antico mestiere di “casaro”, qui in una ricostruzione di fantasia (a cura del redattore).

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UNA ZUFFA TRA I CAMPI

[71] UNA ZUFFA TRA I CAMPI
UNA DISCUSSIONE FINITA IN TRAGEDIA

 

Nel 1548 il  Decano di Orgiano denunciò Giovanni figlio di Domenico  detto “de la Croda” di Montebello.

Il 30 Luglio Pietro del fu Lorenzo Foletto di Orgiano con Bartolomeo del fu Giovanni Rezaore di Grancona, suo servo, vennero a parole con il denunciato mentre facevano la paglia nei campi  del Nobile Gio. Jeronimo Orgiano.
La disputa degenerò e Bartolomeo fu ucciso da Giovanni figlio di Domenico.
Dopo il processo l’omicida fu bandito in perpetuo.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1132 dal 1546 al 1549)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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