LA FAMIGLIA MARENDOLI

[111] LA FAMIGLIA MARENDOLI (REPELE E ZANINELLO)

E’ sicuramente una delle famiglie più antiche residenti in Montebello. Il particolare nome Marendolo consente di individuare facilmente i componenti di questo casato, che salvo clamorose scoperte d’archivio a smentire questa affermazione, sono segnalati già alla metà del 1200 con il notaio Marendolo di Otolino Marendolo. Nel 1334 compare come redattore di un atto di compravendita il notaio Viviano di Otolino detto “Conte de’ Gandolfino” di Montebello che potrebbe essere parente del Marendolo prima menzionato. Un altro notaio Marendoli roga nei primi decenni del ‘500 sempre a Montebello.
Desta grande curiosità il significato del patronimico (1) Marendolo (che diverrà poi cognome). Dalla consultazione di testi di tradizioni e nomi locali si evince che col nome “marendolo”, in alcune zone del vicentino si individua il frutto del biancospino del quale ricordo, durante la mia infanzia, ne erano ghiotti tutti i bambini, chiamandolo però banalmente “pereto”. Ho incontrato nei documenti di Montebello solo un altro Marendolo, ossia Marendolo Cazolo (Cazzolato), ed a onor del vero mi ha creato qualche problema di omonimia, poi risolto. Durante il 1400 ed il 1500 gli appartenenti a questa grande famiglia sono residenti nelle contrà della Centa ed in quella della Chiesa Parrocchiale. Nei primi anni del ‘500 Margherita, figlia di Alovisio Pietro-Marendoli sposa Jacobo de’ Danese dei Prosdocimi, avo dello scrivente. Dopo questo periodo compare nelle scritture notarili il soprannome “Repele” ad affiancare sia il nome di Alovisio che il nome di suo figlio Pietro, nonché quello di Bartolomeo, nipote del detto Alovisio. Con il risultato dell’estinzione del cognome Marendoli, causata anche dal contemporaneo cambiamento intervenuto nei discendenti del ramo di Zanino (notaio), fratello di Alovisio, che assumono il nuovo cognome Zaninello.
In pratica nell’Estimo o Balanzon del 1544-45 compaiono tre distinte famiglie: quella di Julia figlia di Julio Repele, quella di Gaspare Repele e quella di Gregorio e Francesco Zaninello. In questo periodo il numero dei discendenti del vecchio casato si contrae poiché alcuni dei suoi componenti sceglie la vita ecclesiastica. Un nipote del notaio Zanino (o Zaninello), figlio di suo figlio GioMaria, diventa frate Filippo del Convento di San Francesco di Montebello, mentre un altro nipote (figlio di Jacobo) diventa il presbitero Pio. I beni posseduti elencati nell’Estimo cinquecentesco sono di tutto rispetto solo per il ramo dei Repele che complessivamente ha circa 40 campi, mentre il ramo dei Zaninello risulta possedere solo la casa adibita a propria abitazione, di scarso valore per giunta. Nell’Estimo del 1665 non figura alcun componente della famiglia Repele e tantomeno di quella degli Zaninello: trasferiti o estinti?

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Nome o cognome derivati dal nome del padre per mezzo di un suffisso (ndr).

Figura: Il biancospino è una pianta perenne della famiglia delle Rosacee, utilizzata per la cura del sistema circolatorio. Il frutto del biancospino, in alcune zone del vicentino viene detto “marendolo” (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA MIOLATO

[110] LA FAMIGLIA MIOLATO

Il cognome nasce da Miolo, diminutivo ipocoristico aferetico (1) di Bartolomeo, forse per indicarne la piccola statura di chi lo porta. Una famiglia numerosissima che nella seconda metà del ‘400, grazie a Bartolomeo “Miolo” detto “Caveon” esplode demografica-mente. Costui vanta una figliolanza di 11 maschi (e non si sa quante femmine) che per essere individuati devono per forza ricorrere ai soprannomi. E’ così che al primo e originale cognome Miolo viene necessariamente affiancato, a seconda dei rami, il soprannome “Caveon”, “Baston”, “Comino”, “Signor” per proseguire nel tempo con “Chincherle”, “Moretto”, “Fetta”, “Brasola” e “Rava” (a volte si legge Rana !). Inizialmente non è una famiglia molto importante, tanto che non presenta alcun personaggio di spicco nella vita di Montebello. Il primitivo cognome Miolo subisce la tipica trasformazione in –ato di molti cognomi montebellani e si tramuta nei primi decenni del ‘500 in Miolato, parola in cui il suffisso –ato sta ad indicare appartenenza ad una certa discendenza. La dislocazione dei Miolato è principalmente al centro del paese, nella contrà della Centa, che all’epoca dell’estimo Cinquecentesco contano in questa strada 5 famiglie, alcune delle quali composte da coppie di fratelli con modesti beni in comunione.
Altre due famiglie si trovano nella contrà della Chiesa Parrocchiale, anche queste con scarse possibilità economiche, a differenza di Nicolò del fu Agnolo Miolato detto “Rava” che vanta un patrimonio il cui valore è superiore a quello di tutti i suoi parenti messi assieme. A chiudere la schiera una donna: Caterina, che quasi certamente è la vedova di un Miolato. Il suo curioso soprannome “La Ballerina” individua una femmina che è, o è stata, piena di vita. Con il passare del tempo questo casato acquisisce importanza ed alcuni suoi appartenenti incominciano ad occupare posti di eccellenza nel paese. Nel 1622 Paolo Miolato è consigliere comunale, come pure Domenico nel 1655, Battista nel 1657, Filippo nel 1665, Giovanni nel 1667, Giacomo nel 1684, Bartolomeo nel 1689. In questo ultimo anno inizia la sua attività di notaio Francesco Miolato del fu Giacomo che si protrae sino al 1720. Da un increscioso fatto di cronaca del 1620 si apprende che certa inimicizia tra le famiglie Miolato e Pajarin sfocia in una lite nella quale Donà, figlio del “saltaro” Bartolomeo Miolato arreca tali e tante ferite al povero Filippo Pajarin da costringere il padre a vendere un campo per rifondere la parte offesa. Nelle rilevazioni fiscali del 1665 sono 10 le famiglie dei Miolato che vi sono descritte, tutte con modeste proprietà e quasi tutte radicate alle loro vecchie abitazioni al centro di Montebello. Come sopra enunciato, i 18° secolo inizia con la presenza del Notaio Francesco e scorre senza particolari sussulti od avvenimenti per i Miolato che continuano ad occupare qualche posto nell’amministrazione comunale. Lo stesso Francesco è consigliere nel 1706, Gio.Batta nel 1753. Ed il secolo si conclude con la presenza di Iseppo Miolato detto “Sergente”, inserito nella lista dei mediocri (medi) del Dazio Macina, che esercita i mestieri di “casolino” e oste, con un altro Iseppo e Paolo del fu Francesco che figurano disoccupati. Non risultano attualmente degli abitanti di Montebello con questo cognome, salvo smentite. Trovo che già nell’Ottocento alcune famiglie dei Miolato sono presenti a Fimon di Arcugnano, come lo sono tutt’ora. Anche a Vicenza il cognome è portato da parecchie famiglie, ma resta da verificare se queste abbiano origini montebellane o se siano le discendenti di altri nuclei nati parallelamente ed ugualmente cognominati e quindi per nulla imparentati tra di loro.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Vezzeggiativo con soppressione di una vocale o sillaba iniziale (ndr).

Figura: Veduta aerea del centro storico di Montebello Vicentino di oltre 90 anni fa. Si nota molto bene la cinta muraria che circondava completamente il paese e dalla quale probabilmente ha preso il nome la Contrà della Centa (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA FERRO

[108] LA FAMIGLIA FERRO

L’origine del cognome è inequivocabile. Resta solo il dubbio se tale soprannome, letto in un documento del 1418 in cui si nomina tale Bartolomeo detto “Ferro” del fu Lancio, sia nato per il mestiere di fabbro esercitato dalla persona in oggetto o per altri motivi. Il nipote Bonomo (o Bonono come spesso scritto) pare aver già acquisito il nome ferro come definitivo cognome a ‘400 inoltrato. Famiglia per niente numerosa che arriva alla metà del ‘500 con tre nuclei residenti nella contrà di Vigazzolo. Dei tre solo quello di Zambono Ferro risulta godere di un certo benessere, abitando in una casa di valore e lavorando oltre 10 campi. Gregorio Ferro nel 1631 è consigliere comunale e Santo Ferro nel 1687 viene nominato rappresentante dei montebellani in una affollata “Convicinia”. Francesco figlio del detto Gregorio è  l’unico “allibrato” (1) nell’Estimo del 1665-69 dichiarando di abitare nella contrà della Pozza e di possedere oltre alla casa solo un campo e mezzo.  Bisogna arrivare al Dazio Macina di fine settecento per trovare  altri membri della famiglia Ferro,  ossia Francesco del fu Giovanni, inserito nelle liste degli “infimi” ed esercitante il povero mestiere di sarto rappezzatore e Antonio di professione colono. Questo cognome non figura tra quelli oggi presenti in Montebello.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) Registrato come contribuente per il pagamento delle tasse (ndr).

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’antico mestiere del fabbro ferraio da cui, probabilmente, ha preso il cognome la famiglia descritta nell’articolo (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA NARDI

[102] LA FAMIGLIA NARDO O NARDI

Il cognome Nardi prende origine da Nardo, ipocoristico aferetico (1) di Bernardo o Leonardo. Nel caso dei Nardi di Montebello deriva da Leonardo, capostipite segnalato in un atto notarile del 1419: i fratelli Guglielmo e Jacobo del fu Nardo di Montebello ed in altri documenti coevi come figli di Leonardo. La derivazione da Leonardo piuttosto che da Bernardo è confermata, nello stesso periodo, nell’alta valle dell’Agno dove nasce il cognome Nardon da tale Leonardo proveniente dalla Germania con altri compagni per intraprendere i mestieri di pastore, di minatore e di boscaiolo. Ed è proprio per garantire l’assistenza spirituale a questi lavoratori che in quell’epoca numerosi religiosi di origine tedesca si insediano nelle chiese dell’alta collina vicentina e veronese. A Montebello le famiglie Nardo o Nardi nel Quattrocento sono insediate tutte nella contrà della Chiesa Parrocchiale e sono ben otto quelle censite nel “Balanzon” (2) del 1544-45. Due di queste, ossia quella di Gabriel Nardo e quella di Jacobo del fu Silvestro Nardo, vantano in quel momento una discreta disponibilità economica, di gran lunga superiore alle altre famiglie che portano lo stesso cognome. Soprattutto il Notaio Gabriele che possiede una numerosa clientela anche nei paesi limitrofi di Sorio e Gambellara, e si distingue per la sua bellissima calligrafia e per la perfetta padronanza del latino. I Nardi di Montebello documentati nel ‘500, come scritto in apertura, risultano essere i discendenti di due rami distinti cioè di Guglielmo e di Jacobo, facenti capo a Nardo, il cui legame, dopo sei generazioni, è ormai chiaramente debole e lontano. Nel 1507 Nicolò del fu Giovanni Nardi e Sebastiano figlio di Jacobo Nardi sono protagonisti di una furibonda rissa con la parte avversa costituita da alcuni membri delle famiglie Dal Pissolo e Scolaro coalizzate. Dal testamento del 1519 di Pasqua Nardi si viene a conoscere che la stessa è moglie di Nicola Fasolato e, sempre in quell’anno, la rissa menzionata sembra essere acqua passata poiché Ursula Nardi figlia di Silvestro sposa Giovanni Dal Pissolo. Un’altra sorella di Ursula, Francesca, sposa nel 1526 Bartolomeo Pietro-Marendoli, appartenente lui pure ad una famiglia di notai. Tre anni dopo il padre delle due donne fa testamento nominando suoi eredi i figli Jacobo e Melchiore, (quest’ultimo padre del futuro notaio Spinardo Nardi), nonché Pellegrino suo nipote, figlio del suo defunto figlio Giovanni. In un rogito della metà del ‘500 si legge poi che, nel secondo decennio di quel secolo, Jacobo Nardi aveva sposato Lucia, figlia del nobile Marco Gualdo (in seconde nozze). Nel 1530, Caterina figlia di Jacobo Nardi sposa Bernardino Nichele, e nel 1537 Bernardina figlia di Silvestro Nardi diventa moglie di Battista Cazolo (Cazzolato). Sempre nel 1537 Francesco Nardi ricopre la carica di consigliere del Comune di Montebello e lo stesso, nel 1541, detta le sue ultime volontà al notaio Gabriele Nardi. L’anno successivo fanno pure testamento Aldrigeto del fu Jacobo Nardi e Gian Antonio del fu Guglielmo. Spinardo Nardo, il notaio summenzionato, roga tra il 1571 ed il 1631, dapprima a Montebello ove ricopre anche importanti cariche comunali, e poi a Vicenza, città, nella quale si stabilisce a seguito di una controversia con i suoi compaesani e dove muore, forse di peste. Nel 1647 Giulio Nardi detto “Belochin” viene bandito da Montebello, non si sa per quale reato, e va ad abitare con la famiglia a Isola della Scala, territorio di Verona. Nel corso del ‘600 sono diversi i Nardi a ricoprire la carica di consigliere comunale di Montebello: nel 1602 Spinardo, nel 1617 Tomio, nel 1639 Giacomo, nel 1663 Francesco, nel 1664 Gio Maria. Sono solo tre le famiglie Nardi presenti nell’Estimo del 1665- 1669: Pietro proprietario di 8 campi che nel frattempo ha spostato la sua residenza nella contrà della Maistrella verso la Selva di Montebello, Anna vedova di Gio Maria Nardo che è rimasta fedele alla contrà della Chiesa proprietaria di circa 3 campi e mezzo e Francesco, suo vicino di casa, che di terra ne ha appena un campo. Dal 1686 al 1692 Antonio Nardi è notaio in Montebello, dal 1719 al 1748 Gio. Maria Nardi, e tra il 1793 ed il 1796 Giuseppe. Verso la fine del ‘700, negli elenchi del Dazio macina del 1789 e 1798 tra i “mediocri” vi è Michiel Nardi, affittuario, ed alla stessa classe sociale appartiene Giacomo Nardi che di mestiere fa il carrettiere e Giobatta Nardi, fabbricante di pentole e paioli di rame. Il cognome Nardi è tutt’oggi presente in Montebello, resta però da verificare se coloro che portano questo appellativo siano realmente i discendenti dell’antico nucleo montebellano o se invece siano qui emigrati. Nardi figura tra i primi 200 cognomi d’Italia con ben 6281 nuclei (fonte pagine bianche SEAT della fine del 2004). E’ evidente quindi che l’alto numero di coloro che si individuano con questo cognome è dovuto al fatto che all’epoca della cognomizzazione, avvenuta tra la metà del ‘400 e la meta del ‘500, in più parti d’Italia ed in momenti diversi, numerose persone hanno dato vita al medesimo appellativo.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) abbreviazione di un nome con la soppressione diella sillaba iniziale (N.d.R.).
(2) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R.).

Figura: I due sigilli tabellionati usati dal notaio Gabriel Nardo nel Cinquecento. Il sigillo tabellionato o signum tabellionis indica il segno che i notai apponevano prima della loro sottoscrizione, a garanzia di autenticità (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA PAJARIN

[96] LA FAMIGLIA PAJARIN

Il significato di questo cognome, di chiara origine contadina, non lascia ombre di dubbi. Chi per primo l’ha portato sicuramente aveva a che fare con la paglia e con il pagliaio, gigantesco covone giallo costruito a margine della casa colonica. Il primo documento in cui si parla di un rappresentante di questa famiglia è del 1441 dove si legge “sotto la casa di Antonio Pajarin nella contrà del Castello”. In qualche raro caso al nome di battesimo fa seguito la parola “pajaro”, prima che Pajarin diventi un cognome definitivo. Durante il Balanzon (1) del 1544-45 i Pajarin sono presenti in Montebello con 5 famiglie tutte dislocate, gomito a gomito, nella contrà della Chiesa Parrocchiale. E’ quindi questa la nuova residenza dopo aver lasciata quella nella contrà del Castello. Il professor Luciano Chiese, nel suo libro di Toponomastica di Montecchio cita la località Paglierina (Pajarina), nome tutt’ora vitale, che esiste tra Montecchio e Montebello nei pressi della Gualda. Sembra che i Pajarini di Montebello non abbiano nulla che fare con la nascita di questo toponimo, che ha preso origine invece dai Nobili Paglierini di Vicenza che assieme ai Gualdo erano proprietari della quasi totalità dei campi esistenti a cavallo dei comuni di Montecchio e Montebello. Almeno secondo l’Estimo appena menzionato, i Pajarin non dispongono di consistenti proprietà terriere e la loro partecipazione alla direzione del Comune è certificata da Iseppo Paggiarin (sic!) nel 1614, da Anzolo nel 1617, da Antonio nel 1622, Giuseppe nel 1651. In questo stesso secolo sono tre le famiglie annotate tra i contribuenti, sempre con modestissime disponibilità. Uno dei tre, Pietro, alla vecchia contrada della Chiesa Parrocchiale ha preferito quella di Vigazzolo come sua residenza. Durante il Diciottesimo secolo non si registrano membri delle famiglie Pajarin nell’amministrazione del Comune di Montebello. Antonio Pagliarin (sic!), alla fine di quel secolo, di mestiere fa il sarto “giornaliero”. La sua è l’unica famiglia Pajarin, in quel momento, presente nel Comune di Montebello. Questo cognome, che sembrava stesse scomparendo dal nostro paese, è tutt’oggi presente con alcune famiglie.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: Il più antico documento trovato di questa famiglia riporta Antonio Pajarin abitante nella contrà del Castello a Montebello (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA DAL PISSOLO

[93] LA FAMIGLIA DAL PISSOLO (PISSOLATO E ZATO)

L’importanza di questa antica famiglia montebellana è sancita, soprattutto nel ‘400 e ‘500, dalla presenza di alcuni notai tra le sue fila. Il cognome nasce dal toponimo “pissolo” ossia sorgente, luogo ancor oggi vitale ubicato a pochi passi dalla contrà di Vigazzolo sul fianco della collina del castello. Il suo capostipite, o meglio il suo membro più antico ritrovato nei documenti è Giovanni, padre di Antonio notaio. Il nome Giovanni ed il mestiere paterno è confermato anche da un altro appartenente allla famiglia che, tra l’altro, è il solo notaio con il contemporaneo Gio. Michele “da Montebello” (Prosdocimi) ad averci tramandato una qualche sorta di raccolta di documenti. Nel collegio dei notai Giovanni dal Pissolo (junior) figura aver rogato tra il 1485 ed il 1487 solo perché il suo fascicolo di documenti è stato prodotto in questo periodo, esistono però altri rogiti in altri fondi che ne farebbero protrarre l’attività almeno fino al 1500. Uno di questi è una costituzione di dote datata 19 Ottobre 1499 del Convento dei Carmini di Vicenza.

L’intreccio di matrimoni tra appartenenti a famiglie di notai non risparmia nemmeno i Dal Pissolo, fatto questo comune tra quei casati che volevano garantirsi l’ereditarietà nel lucroso mestiere. Ne è un esempio il matrimonio tra Domenica figlia di Antonio Dal Pissolo e Bernardino figlio di Miglioranza della famiglia Prosdocimi del 1485 circa. Nei primi anni del ‘500, in piena fase di nascita dei cognomi, Dal Pissolo si trasforma in Pissolato, tipica modificazione veneta nella quale il suffisso –ato sta per figlio di … o appartenente alla famiglia di … A Montebello questo tipo di cognome con il suffisso –ato è stato di gran lunga il più utilizzato non solo per cambiare patronimici, ma anche per indicare, come per i Pissolato la provenienza da un certo luogo. Ecco che gli abitanti del Covolo diventano Covolati, quelli della Bellocaria Belocati e quelli del Pissolo Pissolati appunto. Pochi anni prima dell’Estimo del 1544-45 un ramo dei Pissolato, soprannominato Zato, (scritto ora con una ora con due T) acquisisce la “menda”  (soprannome) come cognome definitivo. Da quel momento in avanti scompariranno i Pissolato, forse per naturale estinzione forse perché emigrati, e sopravviverà il più recente Zatto. In occasione di quel rilevamento fiscale i Pissolato abitano nella contrà di Vigazzolo, probabilmente nei pressi di quel luogo che li ha cognominati, e il loro patrimonio (sono due fratelli) comprende oltre 40 campi. A quattro passi da loro, nella contrà della Caminà, vivono gli Zato che invece possiedono, oltre alla modestissima casa 4 campi.

Nel corso del ‘600 non trovo alcuna famiglia Pissolato in Montebello, mentre nell’Estimo del 1665-69 figura l’unica famiglia Zatto, quella capeggiata da Bortolo, che abitando nella contrà del Castello, che si può individuare anche nella contrà della Caminà, vive in una casa di due stanze con mezzo campo a fianco, supportato dalla proprietà di una ulteriore pezza di terra di un campo e mezzo. Questa è l’ultima rilevazione in Montebello riguardante l’antica famiglia dal Pissolo.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Il Pissolo nella contrà di Vigazzolo (ora via Roma e via Trento) di cui si parla nell’articolo (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA CAZZOLATO

[86] LA FAMIGLIA CAZZOLATO

Questa famiglia ha visto nascere il suo cognome in Montebello nella prima metà del ‘500. La sua origine si deve a tale Pietro detto “Casolo” o “Cazolo” come più volte scritto, vissuto alla metà del ‘400 (nel 1469 era già morto). Tale soprannome può derivare tanto dal formaggio, quanto dal mestiere del commerciante di alimentari, il “casolin” appunto, come ancor oggi viene chiamato il dettagliante di cibarie e simili. La successiva trasformazione in –ato, usuale nel Veneto ed ancor più accentuata in Montebello, lo modifica nel definitivo Cazzolato. Uno dei suoi più vecchi componenti porta il nome di Marendolo che si perpetuerà fino alla sparizione da Montebello di questa famiglia che nulla a che spartire con quella dei Marendoli notai. Domenico Cazzolato nel “Balanzon” (1) di metà cinquecento abita nella contrà di Borgolecco ed è al secondo posto, nobili esclusi, nella scala dei più abbienti di Montebello, proprietario di oltre 50 campi. Non sono da meno altre tre famiglie dei Cazzolato che hanno tutte circa 20 campi ciascuna ed abitano nella contrà della Chiesa. L’unica famiglia a non possedere gran che è quella di Nicolò, vicino di casa del più ricco Domenico, titolare di solo 4 campi. Nel 1617 Girolamo è consigliere comunale, nel 1657 lo è Battista. L’estimo del 1665-69 rivela che per i Cazzolato i tempi migliori sono solo un ricordo poiché le loro sostanze si sono ridotte a pochi campi, pur continuando ad abitare nella contrà della Chiesa. Uno di loro riscuote dal Comune un affitto per una casa data all’Arciprete di Montebello. Nessuna altra futura registrazione di documenti in mio possesso segnala la presenza dei Cazzolato in Montebello che pertanto già agli inizi del ‘700 erano assenti dal paese di origine.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: L’origine più probabile di questo cognome è dall’antico mestiere di “casaro”, qui in una ricostruzione di fantasia (a cura del redattore).

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NOTAIO CHIARELLO CAMILLO (1)

[85] I NOTAI DI MONTEBELLO NEL SEICENTO
Notaio CHIARELLO CAMILLO del fu MARC’ANTONIO (attivo tra il 1570 e il 1620, prima parte)

Riportiamo qui un estratto di alcuni atti notarili rogati a Montebello, nelle date indicate, dal Notaio Chiarello Camillo del fu Marc’Antonio che risulta essere domiciliato in Contrà della Piazza (corrispondente all’attuale Piazza Italia N.d.R.). Nel Fondo dei Notai defunti, presso l’Archivio di Stato di Vicenza, sono presenti 12 volumi di atti rogati da Chiarello Camillo. Nel 1600 Montebello aveva una popolazione di circa 2000 abitanti e furono attivi ben 25 Notai, addirittura 7 contemporaneamente nel biennio 1690-1692. Tale abbondanza di Notai nel corso del Settecento si riduceva lentamente, tanto che nel secolo successivo la figura di questo professionista scompariva nella maggior parte delle piccole e medie comunità. Attualmente in provincia di Vicenza i Notai sono presenti in meno di 30 Comuni.

17 DICEMBRE 1600 ALESSANDRO REGAU’ è il Vicario di Montebello.
ANNO 1601 GIROLAMO PALMIERI è detto “pignata”.
5 MARZO 1601 Frà MARCO GUGLIELMO è Padre Guardiano nel Convento di S. Francesco.
ANNO 1601 Il Rev. BELLISARIO MAGISTRELLI, Prevosto nella Chiesa di Santa Maria di Montebello, “recupera” una pezza di terra da FRANCESCO CASTELLAN, posta nella Contrà delle Bassure alla Miera (Mira).
ANNO 1601 SILVESTRO BRAGHETTO è “ciroicho” (medico che pratica i salassi).
ANNO 1601 GIACOMO BRUSCO fa l’oste.
ANNO 1601 In un atto si legge: Contrà del Prà Buso alla Selva.
ANNO 1601 GIO. BATTA FASOLATO è detto “Vanzan“.
ANNO 1601 Dopo la morte di ZANDOMENGO ORBANOTO gli eredi fanno la divisione dei beni, nella Contrà dell’Agugliana ossia degli Orbani. Una porzione di casa è detta “la cosina” (cucina).
ANNO 1601 Nella Contrà del Maso, alla Selva,  una pezza di terra è detta “il Bertusan”.
ANNO 1602 Nella Contrà del Legnon appresso la Fossa del Legnon.
15 GENNAIO 1602 Il Conte VICENZO BRASCO riceve in questa data la dote della moglie CATERINA SANGIOVANNI, ossia 3500 Ducati.
ANNO 1602 Tre paia di scarpe “da homo” sono stimate 8 Troni (Lire).
16 GIUGNO 1602 Si riunisce il “clan” dei BILLO, una delle famiglie più numerose di Montebello,  per spartirsi l’eredità  del loro parente VIAL BILLO morto senza eredi diretti.  Questi i partecipanti: ZUANE del fu ZAMARIA BILLO, GREGORIO del fu AGNOLO BILLO, PELLEGRIN del fu GIACOMO BILLO, GASPARO e FRANCESCO del fu GERONIMO BILLO, GIACOMO figlio di donna PASQUA BILLO, ZAMARIA BILLO.
29 DICEMBRE 1602 In piazza, sopra il balcone della bottega di ANTONIO GRESTA, “merzaro” si redige un atto notarile (non sarà l’unico scritto in questo posto insolito – n.d.r.) avente come parti interessate alcuni clienti del commerciante.
28 APRILE 1603 Nella lite scoppiata tra MORANDIA del fu LODOVICO BRAGHETO e CATERINA del fu GIACOMO DANESATO (mio avo – n.d.r.) moglie di EVANGELISTA TANFURINI da Valdagno, la prima ha la peggio restando ferita. Inevitabile la denuncia contro CATERINA che si vede condannata a pagare un risarcimento di 50 Troni (Lire).

Continua …
Ottorino Gianesato
(Fondo dei Notai defunti – Archivio di Stato di Vicenza)

Figura: Il sigillo tabellionato che il notaio Chiarello Camillo inseriva nei documenti che produceva (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA BELOCATO

[78] LA FAMIGLIA BELOCATO

Cognome di dubbia origine che individua gli abitanti della Bellocaria, toponimo ancor oggi vitale. In verità ho trovato prima i nomi Beloquo e Belocho anzichè Bellocaria, il che mi fa credere che siano stati questi abitanti a dare il nome al sito. Pietro Beloquo figlio di Gerardo appare già in un documento del 1439. Il significato di Bellocaria è poco chiaro e dà adito a spiegazioni, a dir poco, fantasiose.

1) Il vicino paese di Locara un tempo si scriveva L’ochara e indicava il posto dove si allevavano o si trovavano le oche, quindi questa potrebbe essere l’origine di Bellocaria; nel nostro caso il termine è preceduto dalla parola bello che renderebbe il posto ancor più gradito.

2) Altra ipotesi è che derivi da Bel-loco, nel senso di bel posto.

3) Oppure luogo della guerra (dal latino bellum e locus o loca al plurale).

Sono tre le famiglie citate nell’Estimo del 1544-45, ma solo una, quella di Antonio Belocho dimostra di avere delle proprietà di un certo valore. Tra l’altro in questa compilazione si assiste alla trasformazione di Belocho in Belocato o Beluchato. Infatti al suddetto Antonio Belocho del fu Jeronimo sono affiancati gli eredi di Agnolin Beluchato che sono in verità i nipoti di Antonio stesso.
Nel Seicento Battista Bellocato di mestiere fa il falegname e nel frattempo la sua famiglia si è trasferita nella contrà di Borgolecco. Quella di Battista è l’unica famiglia Belocato ad apparire nell’Estimo del 1665-69. Dopo questa segnalazione il cognome sembra essere del tutto scomparso da Montebello.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Ricostruzione della mappa di Montebello del 1544 con i nomi delle contrade dell’epoca (a cura dell’autore).

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UN FATTACCIO DI CRONACA

[34] MONTEBELLO NELLA CRONACA NERA DEL SETTECENTO
Siamo a Montebello alla fine dell’inverno del 1777 quando un certo Bortolo Va. del fu Antonio, persona di ottima famiglia, tradisce le sue origini compiendo un efferato delitto. Per la verità, il nostro personaggio, non era mai stato quello che viene comunemente definito uno ‘stinco di santo‘, tanto che il giudice, nel processo seguito al fattaccio che andrò a raccontare, lo definiva così: “… persona di depravati costumi, rea di altre delinquenze, dedita alli vizi ed altre trappole, oziosa dopo aver smesso il mestiere di sarte che esercitava“. Ma veniamo ai fatti.
Nella mattina che precedette “la fatal notte“, cioè il 7 Marzo 1777, il citato Bortolo, constatata l’assenza del Reverendo Gio. Batta Longhin e della sua perpetua Sabina, vedova di Antonio Pajarin, col pretesto di “provvedersi” dell’erba per i suoi conigli che si trovava nell’orto del religioso contiguo alla casa, s’introdusse invece nelle stanze della stessa (in Contrà di Vigazzolo N.d.R.). Era chiaro lo scopo della sua intromissione: spiare l’interno per poi, al momento opportuno, ritornarvi e sottrarre denaro e preziosi. Mise in opera il suo piano la sera stessa di quel venerdì, sabato 8 entrante. Munitosi di una trivella e di uno scalpello, si recò nella casa del settuagenario religioso e della sua serva sessantacinquenne, e qui, nella porta della cucina praticò un foro largo abbastanza per introdurre un braccio e togliere il catenaccio che la teneva bloccata. Entrato nella casa passò dalla camera della perpetua Sabina, la quale, svegliata dal rumore fatto per scassinare la porta, si alzò, ed accortasi di quanto stava succedendo, muta dal terrore, tentò di correre dal suo padrone per avvisarlo del pericolo. Fu purtroppo ben presto raggiunta nella sala dal Bortolo. L’uomo estratto da una tasca un coltello a serramanico, non esitò a colpirla al collo con tre fendenti che la fecero cadere a terra fulminata all’istante (due colpi furono dichiarati mortali, come apparve dalla successiva visita del chirurgo legale). L’omicida cercò quindi in cucina qualche altro coltello con l’intenzione di eliminare l’inerme religioso ed aver così campo libero nel mettere sottosopra la casa alla ricerca del denaro. Trovò in un cassetto di un tavolo quanto voleva e, arrivato nella camera del prete, dimenò sul corpo del malcapitato che si trovava a letto, un gran numero di coltellate sino a che “non lo sentì più agitare” (sempre dalla visione fatta in seguito dal chirurgo legale i colpi inferti furono venti, tre dei quali mortali). Si trasferì poi, con l’ausilio di un lume, nella camera contigua a quella del Religioso, mise a soqquadro ogni cosa e si appropriò infine del denaro maledetto e di altri oggetti.
Dopo il barbaro massacro Bortolo Va. fu visto in giro col volto pallido e spaurito e, quel che più conta, due persone riferirono aver notato quest’ultimo con un dito fasciato e le maniche della sua camicia sporche di sangue: “violenti indizi di una tal verità che di quello si fosse scoperto reo“. Si mise subito in azione la macchina della Giustizia che procedette ad una perquisizione della casa del presunto omicida. Nell’abitazione del Bortolo furono rinvenuti il coltello a serramanico usato contro la perpetua, la trivella, lo scalpello, i suoi vestiti intrisi di sangue, nonché un candeliere di ottone del prete, Troni 1064 e Soldi 9, denaro e cose sicuramente frutti della ruberia. L’inquisito si difese adducendo di aver subito un’aggressione quel venerdì sulla Strada Regia verso Vicenza al “Capitel della Sartora” (1) e che la ferita ad un dito della mano sinistra gli era stata inferta coi denti da un assalitore. Gli inquirenti stabilirono che corrispondeva al vero solo la morsicatura, prodotta però dal prete in un estremo tentativo di difesa prima di soccombere sotto le stilettate dell’omicida. Al Bortolo non restò altro che confessare quanto commesso, nel vano tentativo di avere uno sconto della grave pena a cui sarebbe sicuramente stato condannato. Poco tempo dopo iniziò il processo a suo carico che si concluse il 14 Giugno 1777. In “arengo” (2), al suono della campana e della tromba, il Podestà e Capitano di Vicenza Vido Marcello sentenziò che a Bortolo Va. del fu Antonio abitante a Montebello, fosse comminata la pena capitale.
LA SENTENZA: “… che il condannato Bortolo Va. sia condotto al luogo solito di giustizia (di solito in Campomarzo a Vocenza N.d.R.), dove per il Ministro di quella (il boia N.d.R.) sopra un paro di eminenti forche sia impiccato per la gola sinché muoia e che il di lui cadavere sia esposto nella predetta strada nelle pertinenze del luogo del commesso delitto (Montebello N.d.R.) sino alla total sua consumazione, e che i suoi beni, tanto presenti che futuri, s’intendano confiscati, giusta la legge“.
Tre giorni dopo, il 17 Giugno Bortolo Va. fu condotto al patibolo. Così appare nelle scritture del libro della Confraternita di S. Giovanni Decollato detta de’ Negri che contiene i nomi di coloro che sono stati giustiziati in Vicenza dal 1603 al 1777 (3).
Quella di Bortolo Va. non fu l’unica esecuzione capitale eseguita quel giorno. A fargli ‘compagnia‘ altri tre condannati a morte e cioè: Iseppo Ni. da Trissino, accusato di uxoricidio, Gio. Batta Bi. da Quargnenta, uccisore di un “cavallaro in quel di Arzignano, e pure di Arzignano era originario Antonio Be. reo di aver assalito ed ammazzato un viandante a Tavernelle.
Come già detto il Bortolo Va. non era proprio uno ‘stinco di santo’, infatti, in precedenza, il 24 Agosto 1774, tra le 23 e le 24, tale Giacomo Busato si trovava all’Osteria di Bonifacio Biasin in Montorso assieme ad altre persone. Come tutti i presenti aveva bevuto e ad un certo punto decise di far ritorno a casa. Fatti pochi passi fu raggiunto dal solito Bortolo Va. (in quest’altro documento viene riportato anche il soprannome di “Pettenella“), figlio di Antonio, da Montebello, che lo fermò ordinandogli, schioppo alla mano, di tornare indietro a pagare la sua parte. Il Busato asserì di aver già pagata la sua porzione di quanto bevuto, ricevendo come risposta dal Bortolo un colpo con il calcio dello schioppo che provocò lo sparo dell’arma. Il Busato fu colpito alla spalla sinistra da una palla (pallottola N.d.R.) che gli procurò una ferita della grandezza di un Ducato (4), in seguito alla quale, il 12 Febbraio 1775, morì al Pio Ospitale. Denunciato e processato il Bortolo Va. fu assolto con la formula dubitativa “… non c’è per ora più [nulla per] dare a procedere“.
Nell’arco dei 175 anni abbracciati dal lunghissimo elenco della Confraternita di S. Giovanni Decollato, citato sopra, figurano eseguite 230 condanne a morte. Quella del Bortolo Va. fu la numero 230. Da notare che i numeri uno e due dell’elenco dei condannati nel 1603, anno in cui iniziarono le registrazioni, furono sempre due abitanti di Montebello, ossia Lugrezia Sp. e suo genero Nicolò (manca il cognome di quest’ultimo ed il capo d’imputazione di entrambi).
Un’altra esecuzione di un montebellano avvenne il 2 Gennaio 1636, a farne le spese tale Giacomo Bu., del quale, come pure dei suoi succitati, mancano le conferme documentali della loro reale provenienza, dato che i cognomi delle famiglie di appartenenza non figurano tra quelli citati negli Estimi e negli atti notarili. Molto probabilmente si dovette pertanto trattare di persone di passaggio, o tutt’al più presenti in paese per un breve periodo.

Note:
(1) Si tratta probabilmente di uno dei capitelli, non più esistenti, lungo la strada che da Montebello andava verso Vicenza (N.d.R.)
(2) Probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), idicava l’assemblea giudicante (N.d.R.)
(3) I componenti di questa Confraternita avevano l’ingrato compito di assistere spiritualmente e di accompagnare i condannati fino all’ultimo istante della loro vita (N.d.R.)
(4) Un Ducato d’oro misurava 21 mm. di diametro (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio a cura del redattore.
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