EL CINEMA AL APERTO

[222] EL CINEMA AL APERTO DE MONTEBELO
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


« Forse calchedun de la me età se ricordarà cuando che vignea fato el Cinema al aperto al Oratorio de Montebelo. Vialtri dirì che no se pole mia!!! Ai primi del 1950, ntrà el muro del Oratorio verso la Canonica e le vecie scole de Dotrina, vizin ala Canonica, no ghe jera gnente inframezo! Lora jera stà spostà anca el Canpo da Calcio. Indrio, verso ndove che ghe xe lasilo desso! Par cuanto cal jera lungo l’Oratorio! Cussì ghe jera on bel tochetin de tera, come on canpeto da Calcio, ndove che zugava i tusiti pì picoli, come mi, Silvano co so fradelo Sergio e anca Luigi co so fradelo Gaetano e chealtri che navimo scola nsieme. Don Giuseppe jera el Capelan. Co navimo al Oratorio, se nava par zugare col balon, come chel conta sol so libro Ernesto Crosara. Verso le 4 Don Giuseppe el vignea fora dala Canonica co na scatola de galete dei Mericani. Come che lo vedivimo, no ghe jera bisogno de ciamarne! Nialtri se fermavimo de zugare col balon e ndavimo de corsa a torse la galeta Mericana! Ogni tanto Don Giuseppe el ne dava anca on giandujioto, on poco dureto, ma bon. Merican anca cuelo, come le galete. Al sabo tuti i tusiti nava a confesarse. Se catavimo dala parte del canpanile, e zugavimo a ciaparse. Cuatro zincue i corea in giro par ciapare i tusi che lora i jera inpegnà e ghe tocava nar a tacarse ala fila, sol canton dela scala che nava sù in Cesa. Corivimo sù pal canpanile, caminavimo sol cornison tuto torno e se nava su e zò par la scala ndove che ghe xe la porta par nar sonare le canpane. Chi che vegnea inpegnà, ghe tocava de star in fila fin che calchedun rivava a dispegnarli! Co vedivimo Don Giuseppe se fermavimo tuti, vinti, trenta tusiti, e se nava rento in Cesa a confesarse! (ghe jera anca el Prevosto e chelaltro Capelan). De Istà, co fasea senpre caldo, finio de confesarse, se scomiziava a portare le careghe dela Cesa sol canpeto ndove che se zugava. Le jera le careghe vece, cuele ncora inpajià. Le metivimo ben in fila. Na sesantina de careghe…! Ghe volea depì de na ora!!! E jerimo tuti tusiti che stava de casa vizin ala Cesa. Co gavivimo finio, a seconda de che Cinema ca vignea fato, Don Giuseppe el ne dava on biljietin, e con cuelo navimo a vedare el Cinema. El Cinema scomiziava pena che vignea scuro. Ghe jera du pali alti vizin al muro del Oratorio. I tegnea sù come on nezolo grando e bianco. Là se vedea el Cinema! Sol muro dele Dotrine vecie, ghe jera on buso rotondo par far vigner fora el Cinema! E ghe jera na porta ndove che i omini ndava su par la scala a far funsionare la machina pal Cinema. Me ricordo che go visto: “Alì Babà e i Cuaranta Ladroni”. A colori!!!! Co Alì Babà chel girava pararia sol so Tapeto Volante nsieme col so Gigante!! Che belo!!!! Nialtri tusiti jerimo sentà davanti e no se ghemo mai nteresà da savere chi che portava indrio le careghe in Cesa! Jera tardi, e gavivimo da nar casa, pieni de sono!!! Dopo, ntel ’54, xe rivà la television!!! La prima volta che la go vista xe stà de sera, rento la botega de ‘Aparechi Eletrichi’ de Zigiotto. Vizin ala Farmacia che ghe jera sol canton dela via Borgoleco, jera stà sverto on toco de muro de na casa. Xe stà fato sù na vetrina. Là se vendea i Aparechi Letrichi. Mi vardavo drento, ma no vedevo mai gnanca on aparechio, letrico o a motore!!! Però, de sera, co no ghe jera nissun in botega, i asava inpizà la Televisione!!! E la gente se inmuciava davanti ala vetrina par vardarla. La Televisione!!! E i ghe assava ai tusiti a metarse davanti!!! E se sentia tuto parchéi gavea messo la voze alta, che la se sentia ben anca de fora, sol marciapié! La Televisione xe stà cuela che no gà pì fato nar vanti el Cinema al aperto!!! Co xe stà scomizià ‘Lascia o Raddoppia’, al Zobia de sera, chi che no gavea la TVu, i ndava al Ostaria a vederla. Le fameie che gavea la Televisione le jera ben poche. E al Zobia le gavea senpre gente che ndava in casa, come co se ndava a filò!!! »
(Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-1-2019)

Foto:
1) Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo con una scena da “Alì Babà e i quaranta ladroni”, regia di Arthur Lubin, 1944 (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani

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IL VIALE DELLA STAZIONE

[202] IL VIALE DELLA STAZIONE
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


LINO TIMILLERO, emigrato da Montebello in Australia nel 1967, ci ha inviato questo bell’articolo su:

Il Viale della Ferrovia a Montebello Vicentino
« Nel 1956 iniziai a frequentare l’Avviamento Industriale Alessandro Rossi a Vicenza. Mio fratello Albano aveva terminato, con la ‘Promozione a Giugno’, la Terza classe. Iniziando egli a lavorare, potevo io prendere il suo posto col nuovo anno scolastico. La nostra famiglia non si poteva permettere alcuna spesa superflua. Avrei dovuto andare a Vicenza con il Treno tutti i giorni, eccetto la Domenica. In quegli anni, il treno era ancora a Vapore. Si doveva stare attenti a quel che si toccava e dove ci si sedeva!! Mio padre era in Francia a lavorare per la stagione delle “Barbabietole da Zucchero” e sarebbe tornato ad Ottobre. E mia madre doveva, in qualche modo, racimolare il denaro per pagare l’Abbonamento al treno. Ogni mese! Terminata la Terza Avviamento, potei frequentare la prima classe del Corso Saldatori dello ‘Istituto Professionale Fedele Lampertico’ che aveva appena iniziato come nuovo Istituto tecnico. Sarebbero stati altri due anni di scuola! In tutto, feci uso del treno e della Ferrovia per cinque anni. Anche quattro volte al giorno, perché c’erano le lezioni del pomeriggio, dalle 2 alle 6. Su e giù per le scale della Stazione. Salta sul Treno. Scendi a Vicenza. E via di corsa per non arrivare tardi in classe! È stato il video di Umberto Ravagnani sulla Stazione di Montebello che mi ha fatto pensare, ora, a quel lontano periodo della mia vita. Se faccio il conto degli anni, ne conto 63, cioè sessanta tre anni or sono, camminavo dal numero civico 44, in Via Borgolecco, fino alla Stazione Ferroviaria, due volte al giorno, e anche 4, come ho accennato. Con il sole o con la pioggia ed, a volte, con la neve, col vento o con la nebbia! A Vicenza, stessa cosa: dalla Stazione a Santa Caterina per l’Avviamento; oppure fino a Palazzo Angaran, al Ponte degli Angeli per il Fogazzaro. Sempre a piedi. Cinque anni di scuola a Vicenza, mai salito sul Bus o sul Filo-Bus! Chi mi dava i soldi???
La Ferrovia a Montebello, da come io mi ricordo, non è mai stata un punto di argomento. Non so come sia oggigiorno, con la TAV sempre in discussione. Ma, con tutti gli anni che la Linea Ferroviaria è in funzione, che sappia io, nessuno ne ha mai parlato o scritto. Come per gli Argini del Chiampo e del Guà. Per la gran parte dei Montebellani, la Ferrovia c’è sempre stata, come gli Argini. Cosa si può dire al loro riguardo? Eppure, la Ferrovia e gli Argini di ambedue i Torrenti, sono connessi per la loro costruzione. Qualcuno, più studiato di quel che io sono, si dovrebbe prendere la briga di far conoscere agli scolari delle classi IVa e Va alle Elementari un po’ di Storia della Ferrovia che attraversa il Paese per andare poi in tutta l’Europa. Non solo a Venezia e Verona. Quello che mi ha incuriosito, dopo tutti gli anni che sono in Australia, è scoprire la ragione della posizione così altolocata della Ferrovia! Dal piazzale prospiciente la Stazione, si devono salire le scale per raggiungere il livello dei binari. E ci sono, (o c’erano) ancora scale per la famiglia del Capo-Stazione che abitava nell’appartamento soprastante. Ed il piazzale è già elevato rispetto il terreno circostante. Saranno 15 metri tra il livello dei campi e la posizione dei Binari! Basta guardare dov’è l’Autostrada!!! Andare a prendere il treno quando fu costruita l’Autostrada era un problema! La strada venne sostituita dal ponticello pedonale ancora in uso oggi!
Per soddisfare la mia curiosità, sono andato ‘on-line’, come si dice adesso. Per prima cosa sono entrato nel “google-map” per seguire la Ferrovia. A Locara, la Ferrovia inizia ad alzarsi. Fino al livello odierno. Tutte le strade che attraversano la Ferrovia lo fanno tramite una corta galleria costruita appositamente. Si arriva fino ad Alte di Montecchio prima di trovare un ponte che passa sopra la Ferrovia!!! Chiunque può notare che, per una quindicina di Km., la Ferrovia si mantiene ad un’altezza costante dal livello del terreno attorno. Sono poi entrato nella ‘Wikipedia’. Ho trovato: “Imperial Regia Privilegiata Strada Ferrata Ferdinandea”. Questa era la ‘Compagnia per Azioni’, fatta col permesso dell’Asburgico Imperatore Ferdinando I° d’Austria. Tale ‘Compagnia’ aveva la licenza per progettare e costruire la Linea Ferroviaria Milano-Venezia (anche volendo, mai avrei potuto inventarmi tal nome!). E mi son dovuto ricordare la Storia del Risorgimento Italiano!!! La sezione Vicenza-Verona fu inaugurata il 2 di Luglio 1849! Appena terminata la Ia Guerra d’Indipendenza! Poco più di un anno dopo la “Battaglia di Sorio”. Con Venezia da poco sottomessa, dopo la sua Insurrezione. E con altre Rivoluzioni nell’Impero Asburgico. Tredicimila uomini lavorarono per costruire la Ferrovia da Vicenza a Verona! Non riesco ad immaginarmi come poterono: senza alcuna macchina. Da Locara a Ca’ Sordis!!! Quindici metri di terrapieno per 15 Km…! E perché??? Tutto il circondario di Montebello era famoso per le grandi Alluvioni che accadevano senza alcun avvertimento! Per questo, chi aveva investito il denaro occorrente per costruire la Ferrovia, voleva essere sicuro di ricevere un certo ritorno sul proprio rischio. Ecco dove entrano nell’argomento gli Argini dei due Torrenti. Se si pensa alle alluvioni dei primi anni del “1900” e quelle antecedenti, molto più severe, si capisce che la Ferrovia avrebbe potuto funzionare senza alcuna interruzione. Le acque alluvionali sarebbero defluite tramite i ‘tunnel’ delle numerose strade che la sottopassavano. E anche gli argini vennero rinforzati. Se penso al Viale della Stazione di 63 anni fa, vedo ancora gli Ippocastani rigogliosi che ne costeggiavano ambedue i lati. In Primavera, quando erano in fiore, si notavano, intervallate, fioriture bianche e rosse! Luigi, a quel tempo studente al Liceo Pigafetta, mi disse che il Bianco ed il Rosso dei fiori, accanto al Verde delle foglie, formavano la Bandiera Italiana. In barba agli Austriaci che pagavano per piantare gli Ippocastani stessi! Ciò vuol dire che anche gli Ippocastani facevano parte della Storia di Montebello!! Tramite la Tecnologia del Computer, mi sono fatto una passeggiata “virtuale” lungo il Viale della Stazione odierno. Non so. Vedo degli alberi. Ma non riesco a capire che alberi siano! Forse, vicino al Ponticello Pedonale è rimasto qualcuno degli antichi, originali Ippocastani. Gli Ippocastani erano sui due lati del Viale: dal distributore di benzina all’Aquila, fino alla Stazione.
La notte delle Mille-Miglia c’erano centinaia e centinaia di persone che guardavano le automobili che partecipavano alla Corsa. Arrivavano dai paesi vicini. Mettevano le biciclette, a pagamento, in corte da Stocchero. Poi rimanevano tutta la notte lungo il Viale. Dopo che era transitato il “ConteMarzotto col suo “Bolide”, la gente cominciava a sfollare, verso le sei del mattino! Adesso, purtroppo, mi sembra che non si puliscano neanche i marciapiedi, lungo il Viale. E “google-map” non mentisce! » Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-3-2019.

Foto:
1) Cartolina postale che mostra una veduta del viale della Stazione di Montebello, ripreso dalla cosiddetta ‘curva de Majeto‘ dove, per molti anni, è stato attivo il ristorante ‘Alla Stazione‘ di Cesare Maggio. La cartolina risale alla fine degli anni 30 del Novecento (APUR – Archivio privato di Umberto Ravagnani).

Il ‘Viale della stazione’ in un breve riassunto del video al quale Lino fa riferimento nell’articolo:


Umberto Ravagnani

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UN’AMERICANA A MONTEBELLO

[194] UN’AMERICANA A MONTEBELLO

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

LINO TIMILLERO, nostro compaesano emigrato in Australia nel 1967, ci ha inviato questo interessante articolo sui suoi ricordi d’infanzia a Montebello:

« El fradelo de na me paesana, col jera cuà a Wollongong a catare i so parenti, el me ga contà na bela ‘storieta’ de cuando ca lù el jera ncora xovane. A Montebelo, cuando ca Pierino, cussì el se ciamava, el gavea disisete ani, jera rivà na dona co dù fioi, on toso e na tosa, dala Merica, par catar parenti. La fiola la gavarà vudo cuindese ani e so fradelo cuasi tredese. I vignea da la California e so marìo de la dona el jera restà là parche el gavea massa laoro da fare e nol podea movarse. Pierino el me contava cal gavea scomizià a laorare da Pelizari ca no jera gnanca on ano.
El jera stà tanto fortunà, parchè stiani no ghe jera mia tanto laoro in giro! Come ca ve podarì maginare, sendo el ‘Tabachin’ vizin a ndove ca stava de casa i parenti dela Mericana, Pierino el fasea finta de nar conprarse on par de sigarete, par vedare se ghe jera la tosa in giro. Solo par curiosare e par sentirla parlare! No ghe jera mia Mericani tuti i ani a Montebelo! E la tosa la parlava chel Talian ca solo i Mericani lo parlava cussì, metendo le parole ala roversa, ca te vignea da ridere, ma te saravi suito la boca parchè la se metea a sbraitare co so fradelo. So fradelo magari el ghe disea ca la sbaliava, ma par Merican, e lora i nava vanti a dirsele in Merican ca nesun capia gnente, ma la jera na belessa a star là solo par sentirli parlare el Merican! La tosa la se ciamava Riccarda, e la volea ca se disesse el so nome propio con ‘due c’, no come ca femo nialtri. Alora Pierino, co i gavea on poca depì confidensa, el ghe ga dimandà a la tosa parchè so fradelo el se ciamava Ronny, ala Mericana, e ela Riccarda, al Italiana. La tosa la ghe ga dito: “In Inglese essere solo Richard, no avere Riccarda!” Ma se podea capire cuel ca la disea! Vialtri ve ricordeo cossa ca volea dire nar mati par el ‘Rock and Roll’, e no capirghene na parola de cuel ca i cantava? Cuelo el gavea in mente Pierino: farse dire da ‘Riccarda’ la tradusion de le canson Mericane! Par cuei ca se recordarà, ghe jera anca “The Everly Brothers” ca cantava el ‘Rock and Roll’, e ghe jera na canzon ca cantava luri ca la ghe piasea, ma proprio tanto, a Pierino: “Ebony Eyes” la se ciamava! La jera on ‘Lento’, e Pierino, no avendo el magna dischi, cuando cal la sentia el se fermava e el stava fermo fin ca la finia! Sensa capirghene na parola! Nialtri ca semo in Australia da tanti ani, chi pì chi manco, l’Inglese lo capimo. Ma lora, chi lo capia? E Pierino manco de tuti! Col jera cuà par catar i parenti, el se lamentava. El disea cal gavaria fato mejio a essar vegnù cuà anca lù cuando ca jera vegnù so sorela e so cognà, pì de cuaranta ani fa!!! Almanco desso el savaria on poco de Inglese anca lù! Ntanto, la ‘Riccarda’ la gavea fato micisia co le tose ca stava de casa lì vizin.
La nava tanto dacordo co na fiola de ‘Stocchero’, ca mi ve go contà la storia de cuando ca ghe jera da luri cuel profugo dal Polesine cal se ciamava Leone, ve ricordeo? So sorela de Bepe Stocchero la se ciamava Rosa Maria, e la jera vecia come la Mericana, come ca le fusse stà gemele! Na sera, sol inbrunire, la Mericana – cussì me contava Pierino – la jera drio nare casa de so zii nsieme co la Rosa Maria. La Riccarda la ga visto Pierino vegner su dala piassa e la lo ga ciamà: “Tu venire sentire disco? Cantare Elvis. Tu piacere Elvis?” E Pierino a dirghe suito de sì, ca ghe piasea Elvis (e tuto cuel ca la volea). Elvis el cantava “In the Ghetto”!!! Bela!!! Ve ricordeo? Col ne la contava, parea ca Pierino el fusse ncora lì, a Montebelo, in casa da so zii de la Mericana, (ca i gavea el giradischi), co la Riccarda ca ghe contava par Talian cuel ca cantava Elvis!!! Cuando ca ghe mancava poco parchè Pierino el nasse casa a Montebelo, mi so ndà a catarlo par saludarlo. Ierimo sentà xo torno la tola in casa da so sorela ca la gavea parecià el café fato co la cogoma, come sti ani. La gavea prunti anca dei bei tochetini de buzolà cal jera propio bon. Pierino el me ga dito: “Ogni tanto, chela Mericana la vien ncora a Montebelo. Ogni tri ani, me dise cuei ca la vede. A mi me piasaria dimandarghe parchè ela la se ciama Riccarda, come so cugin, cal gà cuasi la stessa età.” Salta fora so cognà: “A te lo digo mi el parchè”. Tuti du nialtri se ghemo messi a vardarlo! Pierino el ghe fa: “Come feto ti a saverlo?” So cognà el ghe dise: “Da come ca go capio mi, vialtri si drio a parlare dei fioi dei fradei P~~~~! Uno el ghe ga messo nome Riccardo al so secondo toso. So sorela, prima da ndare in Merica, la ga vudo na tosa e la ghe ga messo nome Riccarda! La guera, la jera finia da gnanca na setimana, ma se trovava ncora in giro, palotole e zerte balete nere, grande fa bronbe, ca nesun savea cossa ca le jera e le vegnea butà xo dai aparechi cuando ca i bonbardava.” Ma Pierino el salta fora par dirghe a so cognà: “Sa centrela la guera?” So cognà ghe dise a Pierino: “Se te porti pasiensa, a te capirè sa centra la guera!” dise so cognà. “Ndove ca stava i P~~~~! , ghe jera na corte e là ghe laorava el Maniscalco. Ve ricordeo chi cal jera el Maniscalco? El ferava i cavai e anca i mussi e conpagnia bela. In pì el fasea laori da fabro, de cuei ca se rangiava a far de tuto. Nialtri tosati, se catava su de tuto in giro par le strade, vizin al ponte. Parfin torno al canpanile parche na volta, on aparechio Merican, dopo ser passà sora el ponte del Guà, el se ga girà e el xe vegnù a mitraliare el canpanile de la Cesa!” So cognà de Pierino el nava vanti sensa ca nesun lo fermasse: “On jorno, dopo magnà, se ghemo catà in zincue, siè tosati torno ala mantesa del Maniscalco. Da na parte ghe jera on muceto de chele balete nere e anca el toso pì xovane del vecio P~~~~! Tuti se volea girare el manego dela mantesa par vedare el fogo scaldare i feri dei cavai ca ghe jera in meso ala carbonela. Tuto on colpo, se ga sentio on boto forte e el toso pì xovane del P~~~~ el xe cascà par tera, lì, vizin ala mantesa, e, pien de sangue, nol se ga pì alzà! No ve digo cuel ca xe capità parchè le xe robe da gnanca credarghe! Zighi dapartuto! Chi ga messo la baleta nera ntela mantesa, chi selo stà cuel disgrazià. El ga da essar stà mato!!!” … So cognà de Pierino el ga finio disendo: “El toso se ciamava Riccardo. Dopo, co xe nate le creature dei so fradei pì veci, tuti du i ghe ga messo nome Riccardo e Riccarda. Uno xe restà a Montebelo e chel altra la xe na in Merica co so mama!” Dopo on pochetin, se ghemo saludà e mi ghe go dito a Pierino de saludarme Montebelo! » (Linus DownUnderLino Timillero Coniston 22-5-2018)

Foto: Riccarda a Montebello all’epoca dei fatti narrati (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani
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LINO TIMILLERO A MONTEBELLO

[152] LINO TIMILLERO A MONTEBELLO (scarica la locandina)

LINO TIMILLERO nato a Montebello Vicentino, come molti di voi sapranno, si è trasferito in Australia poco più di cinquant’anni fa in cerca di fortuna e, spesso, si fa sentire dai suoi compaesani, amici e conoscenti della sua infanzia. Da qualche mese invia alla nostra redazione i suoi numerosi racconti, spesso in dialetto veneto, così che i suoi compaesani possano leggerli e apprezzarli. Si tratta di testimonianze che comprendono ricordi del periodo vissuto a Montebello e racconti di fatti accaduti nella città dove vive attualmente (Wollongong) e che hanno, in qualche modo, coinvolto la numerosa comunità vicentina di emigrati in quel lontano paese.
Nelle ultime settimane, dopo molti ripensamenti, ha deciso di trascorrere una breve vacanza nei luoghi della sua infanzia e abbiamo l’onore e il piacere di dedicargli una serata nella quale ci racconterà della sua vita avventurosa e dei suoi progetti futuri. Il 14 settembre 2019, inoltre, Lino Timillero ha ritirato il I° premio alla XXVIIa edizione della manifestazione di prosa e poesia dialettale “Raise“, che si tiene annualmente ad Arquà Polesine (Ro). Lo scritto, in dialetto veneto, verrà letto durante la serata da Raffaella Clerici.

Ecco il racconto di Lino Timillero che ha vinto il I° premio nella sezione “Veneti nel Mondo“:

(Coniston 7-1-2019)
« “Sito sicuro che te vui nar via?

Silvano el me dimandava: “Sito sicuro che te vui nar via?”
Gavivimo poco pì de vinti ani. E mi a dirghe: “Ma sì che son sicuro. Là ghe xe me fradelo. Lù el me ga dito chel me inprestarà i schei pal viajio e chel me catarà lù da laorare.”
E Silvano: “Ma varda che la xe distante l’Australia seto! Cuanto ghe metarisito a rivare?”… Ale visite dai dotori jero ndà. Le carte jera pronte. Anca el pasaporto. El biljieto par el viajio so la nave so na torlo a Vicenza. Le valise le jera dò parché me fradelo el gavea mandà sù schei da conprarghe robe da vestire par la so dona e anca par lù. Robe fine da done. El disea che là no se podea catarle. E anca par lù parché me mama la disea che ghe jera senpre piasesto da vestirse ben! E mi, co jero so la nave e me scanbiavo le mudande, me catavo senpre na medajieta de la Madona tacà sol fianco. Me mama la le gavea cusie so tuta la biancaria…
Zincuantadù ani xe passà da cuando che son rivà so sta Tera. Granda che no la finise mai! A laorare, fin che so nà in pension, senpre a laorare. Ma anca a sposarme e metar su famejia. Ma anca a vedar cresare i fioi. E a pianzere e a ridare co me mojiere co luri e coi so noni. Desso semo noni anca nialtri! Dopo aver vudi i nostri du fioi e dopo verli slevà, desso se pol cuasi dire che semo cuà par el nevodeto e le nevodete! Anca se la salute no la xe pì tanto bona. Anca sa se catemo co calche chileto de pì da portare in giro, xe da ringrasiar el Signor che ghemo la testa ncora bona! Savemo chi che semo e se ricordemo chi che jerimo!!! Desso che se podaria nar catare i parenti e i tusi che jerimo na scola insieme… Desso che  podaria contarghe a Silvano come che me son catà cuà in Australia…Desso ghe xe de mezo la salute: “Par carità! E se ne capita calcossa! No!  No!  Stemo casa nostra!!!”
Alora, zercando e dimandando, go catà el numaro de telefono de Silvano, de Tito, e de calche dun altro e me taco al telefono a far na ciacolada ogni tanto. E coi me fradei pì veci, come che fasevo par Nadale e par Pascua e calche altra volta. Bevare no se pole. Fumare el fa pì male ncora. Lora ciacolo par telefono con cuei che no i stà pì a Montebelo gnanca luri!! Chi che xe ndà  stare a Vicenza co i se ga maridà, chi che xe ndà stare a Arzegnan e chi che xe ndà stare a Restena… No i vede pì el castelo de Montebelo co i se alsa a la matina. Gnanca luri! Come mi! Solo che luri, co i vole, i pol saltare in machina, e in dò e dò cuatro i xe zà bei che là!!!  E mi che son partio: “Sito sicuro che te vui nar via?”… E mi che son partio co na valisa mia e una par me fradelo… Che no me son perso parché intorno ghe jera  el mare. Grande, che nol finia mai…!    Montebelo lo vedo sol Computer. E me fazo na caminada “virtuale” par le strade del paese! Me nevodo me gavea insegnà: “Nono, se fa cussì, cussì, e cussì. Tiente inamente!” E tuto par Australian. Ma stano che vien el studiarà el Talian “seriamente”. El me lo ga dito lù, el me ‘grand-son’

E me vien inamente i ani de prima che partisse…! » (Lino Timillero – Coniston, 7-1-2019)

In figura: Lino Timillero nella serata a lui dedicata dagli Amici di Montebello (Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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IL DOGE ANDREA GRITTI

[151] IL DOGE ANDREA GRITTI  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

Andrea Gritti (Bardolino, 17 aprile 1455 – Venezia, 28 dicembre 1538) è stato un mercante, militare e politico italiano e 77º doge della Repubblica di Venezia dal 1523 alla morte.

« Cuel Gino da Velo d’Astico, co se gavivimo catà a la fine de Marso, el me ga fato sajiare cuei cachi cal gavea tirà xo dai so cacari. I xe stà i primi, cuei ca se jera maurà soto ale rete parchè i ‘flyng foxes’ ghe li gavaria magnà. Ve ricordeo? E ghe jera anca i ‘possums’ da star tenti…! Parò i cachi i jera boni…! Come ca i fusse stà de do cualità…! Cuei cachi coi ossi i gavea el gusto pì bon de cuei sensa ossi, ma boni tuti cuanti!!! Tastà i cachi, ca i jera stà bonorivi, se ghemo sentà xo par fare na ciacolada. Bira ‘new’ par lu e ‘old’ par mi. On sachetin de ‘cashews’ da mastegarghe drio, ca i xe pi boni dele bajiie. Gino el me gà dimandà sa gaveo fato el militare. Mi ghe go dito de no parchè jero drio fare le carte par nare in Australia e cussì i me ga assà ndar via! Lora lu el ga scominzià a contarme cal gavea fato el militare coi Alpini. El jera stà anca tri misi a Verona, rento a na caserma poco distante da Montorio. Desso là ghe xe el ‘IV Reggimento dei Alpini Paracadutisti’. “Co jerimo de ‘libera usita’, de Istà se nava senpre fin a Bardolino, in riva al Garda, parchè ghe jera uno da Cisano co la me conpagnia. Cisano,” me contava Gino, “xe poco distante da Bardolino. Sto Caporale, el se tegnea la moto a casa de parenti, vizin a la caserma, cussì, pena cal podea, el nava casa a catar la morosa. E mi navo insieme, tute le volte cal me dimandava de farghe conpagnia. Ma no cuando cal jera co la so morosa…! Lora se metivimo dacordo par lorario da nare indrio, e mi navo a far na caminada fin a Bardolin, drio al Lago de Garda!” Nando vanti co le ciacole, Gino el me diseva:”A Bardolin, ghe xe el vin bon, cuela la sà tuti, ma ghe xe anca on Albergo grando cal se ciama ‘Hotel Gritti’! Lo savivito ti ca a Bardolino jera nato on ‘Doge’? El me lo ga contà el me Caporale! On ‘Doge’ nportante, da come cal me contava lu. Ti ca te ghin capissi de storia, gheto sentio parlare de sto ‘Doge’?” “Ma sito drio farme on scherso, o feto dal vero?” ghe dimando mi a Gino. “Parchè? Parchè dovaria schersare?” me fa Gino. “Parchè proprio de ste setimane, me son messo a zercare sol ‘Internet’ come ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà al me paese,” ghe digo mi a Gino. E lu el me fa: “Cossa ghe centra i taraji?” E mi: “Ghe centra parchè, come ca te disi ti, el xe stà el ‘Doge’ de chel tenpo là a decidare!!! “E Gino a boca verta el me varda e el me dise: “Ma sito drio schersare?” “A son stà prima mi a dirtelo a ti ca te schersavi!!! Si o no”, a ghe fazo mi. “Se te vui ca vago vanti, a te poso dire come e cossa. Parò ti te ghe da dirme prima ndove cal va a finire l’Astico, cal passa par el to paese!” Gino el me varda, e dopo el me dise “A no lo so mia seto, ndove valo a finire, lo seto ti?” “Eco, vidito, parchè le robe le xe là ndove ca le xe senpre stà, nessun sintaressa da parlarghene e farghe savere ai tusiti e ale tosete co i va a scola parchè, come a Velo, el fiume ca passa par de là, el se ciama Astico. El va vanti, e vanti ncora e dopo el se ciama Tesena. E cuelo el va vanti, vanti, fin cal va a butarse rento al Bachiglione, on poco pì sù de Longare! E la stessa roba xe pal Bachiglione! Prima el se ciama Leogra. Come cal dise el nome, el vien xo da la Val Leogra, vizin a Schio. Ma pì vanti el va a ciamarse Timonchio. Con chel nome lì el va vanti ncora fin cal diventa Bachiglione, fin a Padova, el va vanti fin cal va rento al Brenta là vizin al Mare! Gino el me dimanda: “Ma ti come feto a savere tute ste robe?” E mi a dirghe: “Te go pena dito ca me nteresava de savere cuando ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà. El me Paese, sa no ghe fusse i taraji sol Cianpo e sol Guà el saria come el Polesine!!! A go leto tri libri so la Storia del me Paese. Gnanca un cal contasse cuando ca i jera stà fati sù, come ca no i gavesse nesuna nportansa.” “Ma come se fa a catare ste robe sol ‘Internet’?”, me ga dimandà Gino. “Ghe xe on posto ndove ca se pol scrivare na dimanda e te vien fora le risposte. Ma te ghe da zercarle,” ghe go dito mi. “E alora, se te tocava zercarle ncora, le dimande de prima sa servivele a cossa?” dise Gino. E mi: “Vardando cossa ca jera scrito so la storia del Guà, cal vignea ciamà il Fiume dai zincue nomi: el nasse ‘Rodolon’, el xe l‘Agno de Valdagno, fin a dopo Trissino ndove cal se ciama Guà, fin a Roveredo. Pì vanti el se ciama Frassine e dopo Gorzone, cal và a finire rento al Brenta, vizin al Mare. Ma so la ‘Wikipedia’, no se podea saver gnente dei taraji.” Salta fora Gino cal me dimanda: “Parchè, se te ghe pena dito ca la … Come se ciamala, la dise tuto?” E mi: “Xe stà par dò parolete ca riguardava el Cianpo, ca go trovà tuto. Lora xe saltà fora ca, stiani, ghe jera, gran barufe parchè Padova volea ca Vicenza fasesse nare lacua del Cianpo rento al Alpone, chal nava a finire rento al Adige.
Verona la volea ca Vicenza la fasesse nare el Cianpo rento al Guà a Montebelo, e no i se metea dacordo! Lora, cussì dise la ‘Wikipedia’, el Consilio dei10 de Venessia, insieme col Doge, nel 1532 el ga deciso da far sù i taraji. E xe stà scomizià i laori come ca i podea fare nte chei ani là! Xe passà tanti e tanti ani prima ca i ‘arzeni’ vegnisse finii come ca i xe desso. E tante aluvion da tute le parte: ntel Vicentin, ntel Veronese e xo ntel Padovan! Desso, el Cianpo,col riva a Montebelo, el se svolta on poco e el và verso Verona, a catarse col Alpone. E tuta lacua rento ai taraji! Come cuela del Guà….! E xe stà fato anca el ‘Bacino’!!! E chi jerilo el Doge?” Xe saltà fora Gino: ”No me dire cal jera Gritti?” E mi: “Propio lù, Andrea Gritti. El xe stà Doge par cuindese ani, dal 1523 al 1538!!!” E Gino: “Ma come gavaralo fato, sel jera nato a Bardolino?” “Venessia, stiani, la rivava fin a Bergamo. La famejia dei Gritti, jera de Comercianti e i xe rivà fin a Costantinopoli. Gino, cussì dise la ‘Wikipedia’,” go dito mi. Gino el se ga bevù na boconà de bira’new’, e vardandome ben in facia, el me dise: “Desso ca te ghe catà come e cuando ca xe stà fati sù i taraji al to Paese, sa vorissito fare?” Suito mi ghe go dito: “Voria dirghe al Sindaco de Montebelo de metarghe nome a na strada: Via Andrea Gritti, par farghe savere ai Montebelani ca ghe jera calche dun, cuasi zincuezento ani fa, ca savea la inportansa dei taraji, e i li ga fati fare!!! Ma mi son cuà, in Australia…! Parò son contento, parchè, dopo tuto el me zercare, el Doge Andrea Gritti da Bardolino, el xe uno cal me piase… tanto! »

(Lino Timillero – 14-5-2018).

Umberto Ravagnani

Immagini: Il Doge Andrea Gritti in un celbre ritratto di Tiziano Vecellio (particolare) e il suo stemma (da Wikipedia).

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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LA STORIA DE TONI E MARIA (3)

[119] LA STORIA DE TONI E MARIA (3)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)

La storia de Toni e Maria (di Lino Timillero – terza parte)

« Jerimo resta’ che Toni e Maria i ghe gavea fita’ el garage de casa sua a un tosato che lavorava co la EPT. Par el pì, le case del paese dove che jera la Steel Works, le gavea sta baraca col porton grando che ghe pasase una machina, fora, de drio casa, e la’ ghe jera anca el ceso: na baracheta picola co drento un bidon ‘ndove che se fasea i bisogni e che i vegnea a tor su’ ‘na volta la setimana a la matina presto. A quel che jera drento intel bidon i ghe ciamava “night soil” che voria dire luame de note, ma che nialtri savemo ben come che la se ciama! ‘Sto Paese el xe a na otantina de chilometri soto de Sydney che adeso xe diventa’ una sita’ granda parchè la se ga mesa insieme co tanti altri paeseti che jera visin e i ga fato un Comune solo. La’ no jaza mai de inverno parche’ ghe xe l’oceano e sempre bone arie. In tenpo de guera, i australiani i portava i prisonieri in Australia, e tanti todeschi i finia a lavorare alla Stell Works. I ghe domandava se i savea fare l’”iron worker” e via suito a Port Kembla. I ghe gavea parecia’ un campo de prigionia fato su’ de barache e ghe jera parfin i segnai in todescho che i mostrava dove che se ‘ndava, de qua’ e de la’. Par darve ‘na idea, la stazion de Vicenza xe la Steel Works e il campo dei prisonieri xe la ERETENIA.

Co’ xe finia la guera, il ga serca’ de tegnerse prisonieri pi’ che i podea, al manco fin che fose riva’ casa i so solda’ par avere la man de opera da continuare la produzion de lamiere e putrele. Dopo, xe riva’ la EPT, e i gavea cussi’ tanti omini da l’Italia che la diresion de la Steel Works la ga’ deciso de darghe el canpo dei prisonieri a luri. Ghe jera ‘na baraca granda co la cusina da ‘na parte e con tole e banche par sentarse cussi’ tutti i omini che stava ‘nte le barache i magnava al campo e i dormiva a seconda de le stanse, du, quatro e anche diese insieme. E a la matina i jera pronti de andar a lavorare a pie’ chi ai alto forni par la manutension, chi ‘n dove che i ingrandiva el porto dove che rivava le navi che portava el minerale de fero.

El tosato che dormiva e magnava da Toni, non ghe saria piasesto de vivere al campo. Ghe saria costa’ de manco, ma ghe jera massa zente e po’ ghe gavaria toca’ parlar italian parche’ ghe jera tanti calabresi e siciliani e da tute le altre parti de l’Italia e non se capia gnente. A sto tosato, che se ciamava Gioanin, proprio par caso, on giorno ghe xe riva’ tri paesani che jera fradei. Come lu i vegnea da Montebelo e i gavea in scarsela el contrato de la SAE da ‘ndare a lavorare in linea a montare tralici e tirare i cavi de la corente. El lavoro el jera sta’ rimanda’ parche’ la nave che portava el fero par i tralici la se gavea rota e la jera ferma a Ceylon, cusi’, ai tri fradei ghe ga toca’ ‘ndare a stare al campo e lavorare a la Steel Works. A la sera, dopo el laoro, i ‘ndava da Toni e da Maria par far due ciacole insieme con Gioanin e par zugare un poco con Joe che el jera diventa’ pi’ grandeto e le suore a la scuola catolica le jera drio pareciarlo par fare la Prima Comunion. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Luglio 2015)

Umberto Ravagnani

Figura: Interno dell’acciaieria Steelwork a Port Kembla – Wollongong (Nuovo Galles del Sud – AUSTRALIA). Moltissimi italiani hanno trascorso buona parte della loro vita lavorando duramente in questa grande industria siderurgica.

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
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LINO TIMILLERO – SCELTA SOFFERTA

[116] UNA SCELTA SOFFERTA E come ca la jera bona la polenta, brustolà so la gradela sora le bronze del fogolare.

Lino Timillero nato a Montebello Vicentino, come molti di voi sapranno, si è trasferito in Australia poco più di cinquant’anni fa in cerca di fortuna e, spesso, si fa sentire dai suoi compaesani, amici e conoscenti della sua infanzia. Nelle scorse settimane ha contattato la redazione della nostra Associazione per un suo quesito e ne abbiamo approfittato per stimolarlo a inviarci i suoi numerosi racconti in dialetto veneto, in parte pubblicati dal periodico “I Vicentini nel Mondo“, in modo che anche i suoi compaesani possano leggerli e apprezzarli. Si tratta di testimonianze che comprendono ricordi del periodo vissuto a Montebello e racconti di fatti accaduti nella città dove vive attualmente, che hanno, in qualche modo, coinvolto la numerosa comunità vicentina di emigrati in quel paese. Dal mese di gennaio 2019 inizieremo quindi a pubblicare regolarmente queste sue “storiete“, come le chiama lui, che si inseriscono benissimo tra quelle che raccontiamo qui in queste pagine. Quindi continuate a seguirci!
Nel 1997 Amelio Maggio e Luigi Mistrorigo pubblicarono nel loro libro “Montebello Novecento” la testimonianza di Lino Timillero nei suoi primi anni in Australia. Nei giorni scorsi ce l’ha rimandata, riveduta e corretta in alcune parti, per la sua pubblicazione nelle pagine del nostro sito.

CONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)
« Sono partito da Montebello per l’Australia per spirito di avventura, come fa un ragazzo, con la speranza di far fortuna, il 27 febbraio 1967. Penso ancora a quella prima decisione della mia vita, incoraggiato dall’esempio di mio fratello, partito per quel lontano paese nel 1958. Mi preoccupava il lungo viaggio verso una meta ignota e la separazione da persone e cose tanto care e amate.
Oggi i viaggi intercontinentali si fanno in poche ore di volo. Anni fa non era la stessa cosa; lo sanno migliaia di emigrati, alcuni dei quali si sono di fatto sentiti più vicini a Cristoforo Colombo che non ad Achille Lauro. Anche per me il viaggio durò 33 giorni nella nave Galileo Galilei. Durante la traversata dell’oceano, più volte mi si strinse il cuore; che pensieri, che emozioni nel vedere una piccola nave sulle onde di un mare immenso e sopra un cielo infinito!
Di notte uscivo sul ponte a guardare le stelle che mutavano posizione giorno dopo giorno. L’Orsa Maggiore si abbassava sull’orizzonte e la Stella Polare spariva. Rammentavo la coraggiosa impresa di Ulisse che convinse i suoi compagni ad oltrepassare le Colonne d’Ercole per inoltrarsi verso l’ignoto, descritta da Dante Alighieri nella Divina Commedia.
Mi fece compagnia una famiglia veneziana con quattro bambini che era già stata in Australia e fu costretta a ritornare perché l’acqua alta dell’inondazione del 1966, distrusse la loro bottega nel centro di Venezia. A Sidney, venne ad accogliermi mio fratello e fu per me un grande sollievo. Per qualche giorno rimasi stordito e confuso, in mezzo a gente e cose sconosciute. Il giorno di Pasqua, mi consolai visitando lo zoo di Melbourne con la famiglia dei veneziani. Mi impressionò il centro della città; le due cattedrali, la cattolica e l’anglicana, al confronto dell’opulenza e la magnificenza dei grattacieli degli Istituti Finanziari, sembravano piccole povere casupole.
Il mio lavoro di saldatore meccanico, iniziò nell’acciaieria di Port Kembla a 80 Km. a sud est di Sydney dove mio fratello era caposquadra, ma per poco tempo. Dopo venni trasferito a Whyalla nel sud Australia, lontano circa 2500 Km. Fu un viaggio affannoso durato due giorni, sopra un’auto assieme ad un croato e uno slavo. Attraversammo l’interno dell’Australia tutto monotono e stanchevole, correndo per chilometri e chilometri senza incontrare segni di vita umana, vedendo, di tanto in tanto, pecore e miraggi di pioggia che altro non erano che vapori di calore che salivano dalla terra battuta dal sole. Nessuna indicazione, solo cartelli che avvertivano di stare attenti ai canguri che, specie di notte, possono attraversare la strada e causare incidenti. Il lavoro era pesante ma sufficientemente retribuito. Mi sentivo solo e spesso mi assaliva la nostalgia della Patria e dei miei compaesani, anche se lavoravo in ditte e con operai italiani. Subito mi sono reso conto che per migliorare la propria posizione bisognava conoscere la lingua inglese. Allora frequentai la scuola serale, e, favorito anche dalla volontà di leggere e studiare, riuscii a diventare saldatore specializzato. Nell’industria dove lavoravo, fui molto apprezzato per il mio impegno, e perciò, la mia retribuzione raggiunse alti livelli.
Nel 1968-69, fui assunto dalla Ditta Transfield, fondata da due ingegneri italiani, per la costruzione di strutture per l’estrazione del petrolio dal mare nel Bass-Strait, e, più tardi, alla costruzione dell’alto forno n. 5 a Wollongong, su disegno giapponese.
Mi sposai nel 1970 con una giovane di origine bergamasca da tempo amica della famiglia di mio fratello. Intanto la comunità italiana aumentava. Ai nuovi arrivi si aggiungevano gli italiani arrivati per primi che avevano sperimentato, in altre parti dell’Australia, i lavori pesanti come tagliare alberi nei boschi o canna da zucchero nelle sterminate campagne dell’interno. In breve tempo, feci amicizia con italiani di ogni regione e la nostalgia dei primi tempi passò. Il costante amore per la lettura perfezionò il mio inglese e favorì il colloquio con gli australiani e il mio inserimento nelle loro associazioni dove si parlava della nostra Patria e soprattutto di Venezia e della sua gloriosa storia che loro conoscevano ed apprezzavano. Fu questa la ragione della mia decisione di rimanere in questa terra di cui stimo, il modo di vivere e il rispetto verso gli immigrati, degli australiani.
Il mio primo figlio David, che ha 24 anni, insegna scienze economiche e geografia al liceo di Gilgandra a 520 Km. da casa. Il secondo, Anthony, frequenta ancora l’università. Mia moglie lavora in un ufficio statale, dove si preparano, come da voi nel volontariato, le persone che aiutano ed assistono a casa gli anziani, gli ammalati, i bisognosi di cure. Ha insegnato anche l’italiano nelle scuole elementari pubbliche, e, ora, privatamente, agli anziani e ad un sacerdote che poi verrà a perfezionarsi all’università di Siena.
Sono tornato in Patria tre volte. Ho valutato bene i pro e i contro di un mio rientro in Italia. Ho deciso di restare, anche se non è facile strappare le radici dalla terra natale. Qui a Wollongong ho un buon lavoro, il clima è ottimo; la città è bagnata dall’Oceano ed è in parte posta su ubertose colline; i figli non conoscono l’Italia e amano la terra dove sono nati. Come poter promettere ed assicurare loro un domicilio migliore? Scrivo a cuore aperto. Ho letto che l’eroismo non è fatto solo di atti eroici, ma anche di forza di spirito per vivere il quotidiano fatto di sacrifici e di rinunce. Ho imparato questo dagli italiani che sono arrivati in Australia prima di me e che sono stati molto più coraggiosi, affrontando una terra lontana e sconosciuta, superando pregiudizi e senza il conforto di parenti, come invece è stato per me. Essi hanno portato e conservato i grandi valori antichi che erano dentro di loro come le loro cose che erano dentro le valigie e i bauli. Per merito loro la comunità italiana è ammirata e apprezzata.
Nel 1983, per rafforzare i legami con Vicenza e la nostra amata provincia ed allontanare la nostalgia della Patria e della casa, abbiamo creato l’”Associazione Vicentini nel mondo” di cui io fui il primo presidente. Ora siamo un buon gruppo che rappresenta l’insieme di vita e di speranze dei vicentini in questa zona. A ottobre abbiamo partecipato al primo convegno nazionale dei vicentini d’Australia che si è tenuto a Myrtleford, cittadina del Victoria col presidente della Camera di Commercio di Vicenza Dott. Longhi. Tutti ricordano la Madonna di Monte Berico della quale ci sono tre statue, una a Sydney, una a Melbourne e una ad Adelaide. Noi vicentini di Wollongong l’abbiamo già acquistata e la collocheremo nella cappella del Sacro Cuore al Centro Italiano, sicuri della sua protezione. » (Lino Timillero)

Umberto Ravagnani

Figura: Lino Timillero a Coniston nell’orticello di casa sua in una foto recente (cortesia Lino Timillero).

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