VILLA MIARI DI MONTEBELLO

[133] VILLA RIGHI-HERMAN-CARLOTTI-MIARI-MENEGUZZO DI MONTEBELLO (detta villa MIARI)

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Abbiamo già trattato questa villa poco più di un anno fa, dal punto di vista di Vittoriano Nori. Abbiamo qui anche la testimonianza del nostro compaesano Bruno Munaretto, che dal suo libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932, ci racconta, in breve, la storia della villa Miari di Montebello.

Questa villa anticamente era proprietà del Nobile Righi di Vicenza, il quale, circa il 1845, la vendette al signor Antonio Zanuso di Montebello. Questi, negli anni 1847-1848 la cedette, come alloggio, agli operai che lavoravano nella costruzione della strada ferrata, per cui ben presto fu ridotta in uno stato pietoso e, solo più tardi, quando nel 1850 passò in proprietà della Baronessa Francesca Herman, fu restaurata e modificata.
È deplorevole però che in quella circostanza sia stata demolita la bella loggia di stile ionico che sorcreva a tramontana. Sopra il timpano della facciata principale che prospetta verso mezzotriorno, figurano tre statue e cioè quella nel mezzo rappresentante Ercole, quella a destra Mercurio e quella a sinistra Saturno
.
Questa villa dalla Baronessa Herman, per via di compera, nel 1870 passò ai Conti Mocenigo, nel 1890 alla Marchesa Anna Miari Carlotti e, finalmente, nel 1922, al Conte Ludovico Miari attuale proprietario (il Munaretto scrive queste note storiche nel 1932 n.d.r.), il quale fece collocare, ai lati della gradinata d’ingresso, le due statue rappresentanti l’una Adamo e l’altra Eva; statue che furono tolte dalla villa già dei Miari all’Anconetta presso Vicenza (in tempi più recenti, queste due statue, furono aggiunte alle tre che coronano il timpano della villa n.d.r.).
La villa che sorge in collina, è circondata da parco e da giardino. Lo stabile che serviva ad uso di scuderia posto nella parte più bassa del colle ha un porticato con colonne doriche. Ivi presso, sulla seconda metà del secolo scorso, sorgeva una villa con loggia e terrazza scoperta, la quale fu restaurata nel 1717 da Cristoforo Castellani, come lo dice la seguente iscrizione: « Habens hoc aedificium – Cristophorus Castellanus – Comodiori et venustiori structura Reparavit – Anno salutis MDCCXVII ». Questa villa però più non esiste, perchè incendiata nel 1869, essendone proprietario Antonio Conforti.

Immagine: Villa Miari in una immagine artistica del 2014 (APUR – Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

SALVIAMO VILLA MIARI …

 

Se questa villa ti ha regalato un’emozione votala nel sito del  FAI – FONDO AMBIENTE ITALIANO.
Tutti insieme possiamo salvarla!

Nota:
Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione.

E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

AI LETTORI:
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UNA RAPINA A MANO ARMATA

[27] UNA RAPINA A MANO ARMATA

Il Podestà di Vicenza Camillo Gritti (1) ebbe un bel da fare nell’emettere sentenze contro le numerose bande armate che imperversavano nel vicentino. La strada che da Montebello portava a Vicenza si prestava benissimo, per il suo completo isolamento, all’assalto delle varie carrozze che su questa vi transitavano.
ANNO 1787 L’ANTEFATTO: quattro malviventi, capeggiati da un bandito che aveva eluso il confino, passano da un semplice furto di granaglie (complice la pioggia inattesa) ad un assalto alle carrozze.
IMPUTATI: ANTONIO del fu BORTOLO LO.
CARLO PA. detto “bassotto” figlio di ANTONIO
GIUSEPPE LO. detto “pollin” del fu ANTONIO cognato del suddetto ANTONIO (LO.)
GIO. BATTA DO. del fu BORTOLO. Tutti di Montecchio Maggiore.
La sentenza prosegue, con linguaggio processuale dell’epoca, spiegando che il Sig. Gio. Batta Conforti, nobile bresciano, sostenuto dalle dichiarazioni del suo cocchiere Gio. Batta Filippi, da quelle del cameriere Gio. Batta Bianchi e da quelle di Alberto Tornago “connestabile” (responsabile delle scuderie), è la “parte lesa” nel processo e che l’Eccellentissimo Consiglio dei XII dà la facoltà a questa Corte di condannare e punire i rei, presenti e assenti, al bando a vita dalla città di Venezia e da tutto il Dominio della Serenissima e di condannarli alla galera e alla confisca di tutti i loro beni.
Segue quindi la descrizione dell’accaduto così riassunta:
Mentre i 4 inquisiti si trovavano in casa di Carlo Pa., detto “bassotto”, a Montecchio Maggiore, nella notte del primo Novembre, Antonio Lo. propose di andare a rubare del “sorgoturco” nella campagna vicina. Con tre sacchi e muniti di due fucili e di coltelli andarono sulla strada pubblica che da Montebello porta a Montecchio, nei pressi della Gualda, per portarsi poi nei campi vicini e rubare come avevano stabilito. A causa della pioggia che cadde improvvisa, cercarono rifugio presso la chiesetta semi diroccata di San Giacomo (2) e, verso le 4 del mattino, capitarono nei pressi dell’Osteria Grande (3) a Montebello, dove si era fermato a rinfrescarsi il nobile Sig. Gio. Batta Conforti con sua sorella Dorothea. Questi era giunto a Montebello con una carrozza trainata da 4 cavalli con il cocchiere, il cameriere e lo staffiere. Al  sopraggiungere della carrozza Antonio Lo. disse agli altri compagni: “la xe qua … coremo drio a quela carrossa, toleghemo i soldi!“. Detto fatto la inseguirono e, una volta raggiuntala, Giuseppe Lo. puntò il fucile al volto del cocchiere minacciandolo di morte e intimandogli di fermare i cavalli. Lo stesso fece Antonio Lo., con il suo fucile, verso il cameriere e lo staffiere. A questo punto Antonio Lo. passò il fucile al compare Gio. Batta Do. e, minacciando con il coltello il Sig. Conforti, gli chiese di consegnargli i soldi. Lo stesso fece Carlo Pa. minacciando con il coltello la sorella del Conforti. Spaventato da tanta ferocia, il Sig. Conforti estrasse dalla saccoccia 2 Ducati e li lanciò a terra verso il suo aggressore. Antonio Lo. fece segno al Conforti di volerne ancora, al ché il Conforti gli gettò altri 6 Ducati e altre varie monete, che il brigante raccolse prontamente. Nel frattempo Carlo Pa. si era fatto consegnare la borsa dalla sorella del Conforti con dentro una somma pari a circa 150 lire. Fatto questo Carlo Pa., minacciando il cameriere, si fece consegnare da questi due orologi d’argento, alcune monete milanesi pure d’argento ed altre cose conservate in un cassettino che teneva accanto a sé.
Non contento di tutto questo, ancora Carlo Pa., tagliò le corde che legavano il baule dietro la carrozza e lo trascinò in una vicina stradella di campagna. In quel mentre, sopraggiunsero tre “postiglioni” (i nostri portalettere) a cavallo, provenienti da Vicenza e diretti a Montebello, dove esisteva una importante Stazione di Posta. Alla vista di questi il Sig. Conforti si fece coraggio e scese dalla carrozza, ma subito intervenne Antonio Lo., riprendendosi il fucile dalle mani di Gio. Batta Do., lo rivolse contro i postiglioni intimando loro di proseguire se non volevano fare una brutta fine. Questi obbedirono e non restò altro da fare al Conforti che tornare in carrozza accanto alla sorella. Intanto Carlo Pa. e Antonio Lo., trascinato il baule in un campo vicino, lo aprirono a colpi di pietra e misero tutto ciò che conteneva nei sacchi che avevano ancora con loro. Infine si portarono a casa di Gio. Batta Do., bruciarono il baule e misero tutta la refurtiva in una cassa.
Naturalmente il Conforti e il suo seguito, appena giunti a Vicenza fecero denuncia alle autorità le quali inviarono immediatamente i soldati ad individuare ed arrestare i delinquenti. Gli imputati Antonio e Giuseppe Lo., Carlo Pa. e Gio. Batta Do. furono ben presto ritrovati con le “mani nel sacco“, essendo ancora tutti assieme nella casa di Gio. Batta Do., con tutta la refurtiva. Non potendo quindi negare la loro azione criminosa fu concesso loro un avvocato d’ufficio (allora si chiamava Procuratore de’ Poveri prigionieri) che venne messo al corrente dei fatti ma, questi, non poté fare altro che constatare che tutte le prove erano contro i suoi assistiti. In breve tempo fu emessa la tremenda sentenza: « Antonio Lo. è accusato di “assalto alla Pubblica Strada” e di un “considerevole asporto di denari ed altri effetti“, sia condotto in Campomarzo dove il boia lo appenderà alla forca “per le canne della gola” finché non morirà. Gli altri tre imputati Carlo Pa., Giuseppe Lo. e Gio. Batta Do., siano inviati a servire sulle galee (lavori forzati come rematori nelle navi della Serenissima Repubblica) per 10 anni continui ciascuno o, in caso di “inabilità“, siano rinchiusi in prigione, senza finestre, per 20 anni continui. In caso di fuga saranno banditi per sempre da tutto il territorio della Serenissima Repubblica ».
In altri processi, con i medesimi capi di imputazione, il Giudice non infliggeva la pena di morte, ma pene detentive; in questo caso, volendo forse dare un esempio di durezza, decise la pena capitale, per altro non eseguita per la morte dell’imputato durante la detenzione (infatti davanti al nome del condannato appare una croce).

Note:
(1) Il podestà era il titolare della più alta carica civile nel governo della città all’epoca dei fatti (N.d.R.)
(2) La chiesetta di San Giacomo, che si trovava lungo la strada per Montecchio Maggiore, subito dopo la Gualda, ma sulla destra, Durante lo svolgimento dei fatti era cadente e, nei primi anni del 1800, il Comune di Montecchio ne ordinò la demolizione perché considerata un “asilo di ladri“. Spesso, infatti vi si rifugiavano malfattori per tendere imboscate a coloro che transitavano per questa importante arteria (N.d.R.)
(3) L’Osteria Granda era quella dei conti Valmarana, situata nell’angolo formato dalla confluenza di Via Pesa in via XXIV Maggio, verso la Piazza (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
(Fonte: Archivio di Stato di Vicenza, “Raspe” busta n. 18)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato il nostro castello: « Il castello, che sorge in sommità del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, è posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, è coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metà del secolo scorso (XIX° secolo N.d.R.). Il cortile centrale è coperto in gran parte d’erba e, qui e là d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi è un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso è formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso è assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte più antica del castello risalendo appunto al secolo XI°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed è internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidì non rimane traccia alcuna. Degno di menzione è il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietà di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santità e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto è deserto ed il castello stesso è un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina più bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui è lasciato e la decadenza verso cui sempre più s’incammina, fanno sperare, che come si è fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi è pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassù si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del Guà chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la città di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietà del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidì non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioè nel mercoledì delle Rogazioni ed il 28 di Agosto ».

(U.R. dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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LA NOVA CESA

[13] LA NOVA CESA

La nova cesa” così possiamo sintetizzare la composizione in rime che l’anonimo poeta (si sottoscrive un servitor fervente), nei primi anni del 1800 (1), colmo d’entusiasmo dedica alla nuova chiesa di Montebello ormai completata (2). La poesia, conservata nell’archivio della Chiesa Prepositurale, si compone di 36 quartine binate, in rima libera, scritta in lingua dialettale. Narra della inadeguatezza della vecchia chiesa costruita nel 1436 (3) a soddisfare le esigenze dei fedeli, l’impegno di tutta la comunità a sostenere lo sforzo economico per finanziare l’opera, l’orgoglio della popolazione per aver costruito un edificio che si distingue per la imponenza, che riceve le lodi dei forestieri e che viene ammirato ed invidiato da tutte le comunità circostanti. Conclude manifestando la soddisfazione di lasciare questo patrimonio così importante alle future generazioni.
L’autore sicuramente non rientra nella cerchia dei noti montebellani (4) “che per diletto proprio e/o altrui” hanno composto odi, poesie, memorie e cronache in quanto le loro composizioni sono sempre scritte in corretta e talvolta forbita lingua italiana dell’epoca. Escludiamo anche che possa essere uno dei sacerdoti presenti in quel periodo in paese in quanto la composizione sarebbe stata sicuramente più leziosa, ricca di fronzoli e riferimenti biblici mitologici come era ancora in uso in quel periodo tra le persone di una certa cultura. Il nostro anonimo poeta invece usa la lingua dialettale, che presenta sfumature padovane-veneziane in alcuni vocaboli, e la trascrive, saremo portati a dire (5), con alcuni errori ortografici, diretta trasposizione della lingua parlata, derivanti forse da un’istruzione autodidatta.
Il pregio di questa composizione non è certo da ricercarsi nella perfezione delle rime o nella terminologia usata, ma nella visione dello spaccato storico in cui viene vissuto l’avvenimento da parte di tutta la comunità. La quale dopo un iniziale entusiasmo, seguito da una momentanea titubanza, ci dimostra essere unita, attiva solidale e fiduciosa oltre che sulle proprie forze soprattutto sull’aiuto che la Provvidenza non nega a chi in Lei confida. (Parvusaldus)

Note
(1) Tale presunta datazione della composizione è suffragata dal riferimento al Vescovo di Vicenza Marco Zaguri presente negli anni 1803-1812
(2) In quel periodo rimane ancora da completare la monumentale facciata che sarà realizzata negli anni 1874
(3) Faccioli nel suo “Museo lapidario Vicentino” riporta la seguente iscrizione collocata nella vecchia chiesa di Montebello: “Maistro Manfredin de ravena fecit A.D. MCDXXXVI”
(4) Questi sono: Francesco Bonomo, Domenico Cenzatti, Pompeo Conforti, Bartolomeo Guelfo, Celeste Bonvicini)
(5) Attualmente alcuni esperti della lingua veneta, ritenendola essenzialmente usata nella forma parlata, ammettono la sua libera materializzazione nella forma scritta che può non essere rispettosa delle regole ortografiche della lingua italiana.

Quatro ciacoe ala bona, soa costruzion dea nova cesa de Montebelo – “Fine Setesento – Inissio Otosento”

Sonè campane a festa,
sonè a gran distesa,
desighe a tuti cuanti
che ancò la nostra cesa

essendo stà rifata
e tuta rinovà
dal Vescovo Zaguri
se stà assai lodà.

La cesa del paese
la iera tuta bruta,
e se sentia el bisogno
de rinoarla tuta.

El cuerto nol tegnea,
i muri se sgrostava,
vegnea drento l’acua
se el ciel piovesinava.

No se podea restare,
ne in pace, ne contenti
la Cesa la parea
na vecia … sensa denti!

E po la iera picola
la iera insufinente
in te le grande feste
a contegner la zente.

E alora se decide
se no xe tanta spesa,
de metarse al laoro
per rinoar la Cesa.

E far cussì pi granda
la casa del Bon Dio,
slongandola davanti
e … anca par de drio.

Ed eco se scominsia:
se scava el fondamento
se tira su le piere
del vecio pavimento.

Tirando zo el coerto
se buta tuto a tera,
e par che so la Cesa
passada sia la guera

I veci i se spaenta
e i dise tuti cuanti
metemo on freno al prete
senò el ne magna i campi!

Ma dopo i la capisse
che pur fasendo spese
la Cesa fata nova
le on vanto del paese.

I vol che nel rifarla
la vegna fora bela,
e che se spenda pure
ma no la sia pi cuela.

E se se fa dei debiti
nel fare nove spese,
no se ga mai sentio
che gai falio le Cese!

Laorando tuti insieme
con fede e con amore,
se fa bela e granda
la casa del Signore.

Alra se se impegna
uniti nel laoro,
de rinoar la Cesa
da la faciata al coro.

Ghe cuei che cava i sassi
chi porta i materiali
e chi che soto al caro
i taca i animali.

Chi gà le vache magre
i dopara i vedei,
e se laora gratis
parchè xe pochi i schei.

Par descargar la roba
che riva da lontan,
co sona la campana,
se core a dar na man.

I bravi muradori
a forza de laoro
con malta e con cemento
i mete a posto el coro.

A man che se và vanti
se vede on cambiamento
e no la par pi bela
col novo pavimento?

Insoma cuà cristiani
penseghe pure on toco:
vardè i laori fati
de vecio ghe xe poco!

Do’ siori del paese
volendo ricordare,
on fiolo morto in guera
i gà donà on altare.

Adesso si la Cesa
la pol alzar la testa,
la pare na gran dama
che xe vestia d festa.

E cuei de Montebelo
i pole star contenti
che i gà na bela Cesa
con tuti i so ornamenti.

Adesso resta i debiti,
ma anca se i xe tanti
no stemo scoraiarse,
vardemo sempre avanti.

Se sà che per pagarli
xe bon on aiuto esterno,
ma pare che el preosto
el gabia scrito al Goerno

E infati on giorno ariva
sta bela novità
che el Goerno per la Cesa
calcossa el ghe gà dà.

La zente la se impegna
de dare volentieri,
e in magio per la Cesa
la tiene i cavalieri.

E pò i ghe dà i uvi,
el late e la puina,
se tira su la oferta
del galo o la galina.

Adesso on po a la volta
se paga su le spese,
ma almanco cuei che passa
i loda stò paese.

Che i ga na bela Cesa
rifata e rinovà,
che podaria benissimo
star ben in una zità

E femo pure festa
e stemo col Signore:
disemo on grande grassie
che vegna su dal core.

A tuta cuea zente
che gà colaborà
a far pi granda e bela
la Cesa che xe cuà!

E come conclusion
tegnemo ben presente
che aiutar la Cesa
no ghe perdemo gnente.

E nea nostra vita
in meso a tanti guai
tegnendo su la Cesa
no ghe perdemo mai!

Firmato: on servitor fervente.

Parvusaldus (dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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LA CHIESA DI SAN FRANCESCO

[10] GHE GERA ‘NA VOLTA (1)
La Chiesa di San Francesco (secolo XIII)

All’inizio di via San Francesco, la continuazione di via Castello che sale verso il monte, vi è un grande edificio a forma di “L”, conosciuto come “ex asilo infantile”, che fu costruito nel 1912 nel luogo dove sorgeva l’antica Chiesa di San Francesco. Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato questo secolare edificio religioso:
« Il più antico documento riguardante la demolita chiesa di S. Francesco, la quale sorgeva sull’area oggidì occupata dall’Asilo Infantile, è un testamento fatto in Montebello da “Giacomo quondam Domini Cozie de Montebello Civis Vicetie” il 31 marzo 1419. Da quel documento riportato da Padre Maccà nella sua storia del Territorio Vicentino, si ricava che questa chiesa, in quei tempi, era ufficiata da un cappellano e che ivi la famiglia Cozza, a cui spettava il diritto di patronato, aveva la tomba di famiglia. Senonchè la chiesa di S. Francesco, che allora era dedicata a S. Zenone, verso il 1461 si trovava priva di ufficiatura e per di più in rovina, per cui il Nobile Bartolomeo Cozza, a nome anche del fratello Daniele, con atto notarile del 9 aprile 1461, la cedeva ai frati riformati di Padova. » … « I frati minori però presero possesso della chiesa e dei beni di S. Zenone solo quando la Sede Apostolica diede loro la facoltà di erigersi il Convento, ciò che avvenne il 3 agosto 1463. » … « Fu allora che i frati minori, con le oblazioni dei Montebellani, non solo ampliarono la chiesa di S. Zenone, che vollero però dedicare al Patriarca S. Francesco, ma innalzarono pure il campanile ed allargarono la casa ad uso dell’Ospizio. » … « I padri minori Conventuali tennero questa chiesa e il convento fino al 1656.
Infatti la Veneta Repubblica, avendo bisogno di denaro per sostenere la guerra di Candia, ancora nell’anno precedente, aveva supplicato ed ottenuto dal S. Padre la concessione dei beni di alcuni conventi, per cui, in quella occasione, il convento di S. Francesco fu tra i colpiti e con breve di S. S. Alessandro VII, in data del 29 aprile 1656 fu soppresso. » … « Il 10 settembre di quell’anno la signora Maria Ferrazza del fu Alvise acquistava per la somma di 700 ducati l’Ospizio di S. Francesco con rive e orto annessi e cinque campi che possedeva, nonchè vari livelli in genere ed in denaro. Essa inoltre assumeva per sè e per gli eredi gli obblighi suddetti, impegnandosi pure di far celebrare ogni anno 62 Sante Messe. Quindi il diritto di patronato dai padri Minori Conventuali passò nella compratrice Maria Ferrazza alla quale, circa il 1663, successe nella proprietà della chiesa e dei beni annessi il signor Tommaso Castellani fu Francesco. Morto questi tanto la chiesa che il Convento passarono per eredità alla signora Apollonia Castellani che nel 1696 era andata sposa a Francesco Conforti fu Albanio per cui da allora i diritti e gli onori di iuspatronato della chiesa di S. Francesco rimasero nei discendenti di Francesco Conforti i quali però non sempre adempirono i loro obblighi patronali. Così ad esempio, nel 1743, i Conforti non fecero suonare le campane al passaggio delle processioni, e, nel pomeriggio del giorno di S. Rocco, nel 1745, chiusero la chiesa impedendo così le Funzioni serotine in onore di quel Santo. Ma la Comunità di Montebello in queste, come in altre circostanze, fu sempre sollecita nel rivendicare ai parrocchiani il diritto di usufruire del culto della chiesa di S. Francesco.
Frattanto nel 1762 il campanile, essendo stato colpito da un fulmine minacciava rovina, per cui Don Albanio Conforti, quale compatrono, pur riconoscendo che l’obbligo dei necessari restauri incombeva ai Conforti, tuttavia fece domanda ai Governatori della Comunità affinchè una parte della spesa, e cioè quella della guglia che difendeva l’orologio, fosse sostenuta dal Comune. La ragione per cui Don Albanio fece tale istanza va attribuita al fatto che la guglia difendeva l’orologio il quale era di proprietà del comune e perciò quanto chiedeva gli fu accordato. Ma se in quella occasione il campanile fu salvato da certa rovina, non così potè avvenire nel 1908, perchè il compatrono Ciro Conforti dovette farlo demolire d’ordine del Municipio, perchè ogni restauro era inutile ad una torre così vetusta e che da un momento all’altro minacciava di crollare.
Anche la chiesa, al principio del nostro secolo, versava in condizioni disastrose, perchè i Conforti non avevano eseguito quei lavori di restauro che per vetustà richiedeva. Essa perciò fu chiusa al culto Divino ed i Montebellani furono privati del diritto di frequentarla. Fu allora che il Prevosto Don Giuseppe Capovin fece citare davanti al R. Tribunale Civile e penale di Vicenza i signori Conforti per l’adempimento degli obblighi patronali. » Il Tribunale diede ragione a don Capovin obbligando i Conforti ad eseguire tutti i lavori di manutenzione necessari … « Quindi i Conforti, vista la mala parata, cedettero la chiesa al Prevosto Capovin il quale non solo vagheggiava di restaurarla e di riaprirla al culto Divino, ma pensava pure di ricostruire il caratteristico campanile.
Purtroppo nell’aprile di quell’anno il Capovin moriva ed a lui succedeva don Domenico Giarolo. Questi però, anzichè attuare il progetto del suo predecessore, fece demolire la storica chiesa per costruirvi l’Asilo Infantile opera benefica e filantropica quanto si vuole, ma che si poteva erigere in altro luogo, dato che a Montebello le belle posizioni non mancano. »

(U.R. dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)

Figura: cartolina della fine del 1800 (collezione privata del redattore).
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