MONTEBELLANI … AL MARE

[181] 1568 – MONTEBELLANI … AL MARE

Nei secoli passati erano rarissimi gli abitanti della pedemontana veneta, e non solo, che avevano avuto la fortuna di aver visto il mare. Per alcuni montebellani l’occasione di raggiungere la riva dell’Adriatico si presentò nel 1568, quando, in ottemperanza ad un ordine del Doge di Venezia, dovettero recarsi nel luogo detto “Porto di Cortellazzo”.
Di questo ci informa Nicolò Roncà, è il notaio di quell’epoca, che il 7 gennaio 1568 redasse un documento con il quale il Comune di Montebello nominava e dava incarico a Silvestro figlio di ser Francesco de’ Chiarelli e al decano-esattore Paulo Miolo de’ Valentini di raggiungere quella località. Il loro compito era visionare quella porzione di terreno assegnata al Comune di Montebello che in seguito alcuni suoi abitanti avrebbero dovuto scavare per contribuire a realizzare un canale. Il rogito notarile ci dice solo questo, ma è certo che la visita dei due rappresentanti del Comune di Montebello fu seguita, qualche tempo dopo, dagli uomini del paese trasportati da carri trainati da animali, carichi di pale, picconi e carriole. Il trasferimento deve essere durato almeno qualche giorno, ma alla fine gli operai incaricati raggiunsero la località marina per iniziare i lavori di sterro. Non fu certo una vacanza!
Da molti anni la Repubblica di Venezia tentava di risolvere il problema dell’interramento della sua laguna, ma inutilmente. Il colpevole era soprattutto il Piave che provocava numerosi e pericolosi trasporti di terra in laguna con conseguente innalzamento delle acque, ma anche il Bacchiglione, per lo stesso motivo fu oggetto di interventi e modifiche idrauliche. Già nel 1440 la Serenissima fece chiudere alcuni “sfoghi” che il Piave aveva sulla sua destra e mise in funzione la Tajada de rede o Taglio del re che da san Donà a Passarella deviava le acque del fiume in eccesso verso l’esterno della laguna. Si ampliò con grandi escavazioni un tratto del Canal d’Arco che si raccordava ad altri che sfociavano a Cortellazzo, La realizzazione di questa grande opera durò un secolo e fu ultimata da Alvise Zuccarini, da cui il nome di “Cava Zuccherina”. Il progressivo interramento ne provocò però la scomparsa in meno di 50 anni, e già nel 1560 si era proceduto a una nuova regolazione del Piave. In seguito, nel 1595, Venezia al suo posto fece scavare l’attuale canale “Cavetta” inaugurato nel 1601.
Nei trent’anni che precedettero l’arrivo dei succitati montebellani a Cortellazzo, in territorio trevigiano (da Fagarè di San Biagio di Callalta fino a Torre di Caligo), fu eretto l’argine di “San Marco” che aveva la caratteristica di possedere l’argine di destra (verso la laguna) più alto di circa m. 1,40 di quello opposto. Giusto per permettere che le acque tracimanti fossero dirette lontano dalla laguna. Quindi la Tajada de rede fu trasformata in uno scolmatore per convogliare le piene a Cortellazzo attraverso Passarella, Cà Pirami e Gajola (1565 – 1579) nel periodo in cui anche Montebello diede il suo contributo umano per la sua costruzione. Come sopra ribadito, questo intervento idraulico non produsse gli effetti auspicati costringendo le autorità a deviare le piene del Piave verso le paludi di Eraclea, che divennero un lago le cui acque lambivano Caorle.
I realizzatori di queste opere idrauliche e di altre come fortificazioni, strade e ponti erano dei soldati-lavoratori detti “guastadori” le cui armi erano vanga, piccone e carriola, precursori dei soldati della Grande Guerra 1915-1918 inquadrati nel Genio zappatori, pontieri, minatori. I documenti che parlano dei “guastadori”, almeno per Vicenza e provincia, sono pochi e poveri di notizie.
Si sa però da una leva di “guastadori” del 1580 che il loro impiego era massiccio. Anche il Vicariato di Montebello, ebbe in quell’anno, ed in quelli successivi, alcuni suoi abitanti arruolati “a cavar fosse” (Palmanova). I loro nomi: Salvestro del fu Antonio Nardo, Piero del fu Domenego Munaro, Polo del fu Marendolo Cazzolato, Paulo del fu Nadal Cenzato e Zuane del fu Iseppo Bonadè. In occasione dell’escavazione delle fosse di Palmanova gli uomini arruolati ed impiegati in quella mansione furono 7.000 in tutta la Repubblica di Venezia, di cui 770 provenienti dal territorio vicentino.
La paga che veniva assegnata ai “guastadori” era di 16 Soldi al giorno per i primi due mesi e Soldi 20 (pari a 1 Lira) successivamente.

Tratto da “Miscellanea di storia montebellana” e “Montebello nella quotidianità del ‘500” di OTTORINO GIANESATO

Foto: Cortellazzo (VE) alla destra del Piave nel punto in cui il fiume sfocia nell’Adriatico.
Umberto Ravagnani

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VILLA FARINA A MONTEBELLO

[142] LA VILLA FARINA A MONTEBELLO

Della villa Farina il nostro Bruno Munaretto fa solo un brevissimo accenno nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“. Ci viene in aiuto il prof. Remo Schiavo, letterato, filosofo e storico montecchiano morto, a 87 anni, il 12 novembre 2015. Ecco quindi, dal libro “Montebello Vicentino – Storia e Arte“, il suo punto di vista su questo bellissimo edificio.

« Della villa Farina ora casa Canonica conosciamo l’anno di erezione, 1908, il committente comm. Gio. Batta Farina e l’architetto Giovanni Carraro di Lonigo. La riteniamo come l’esempio più bello ed elegante del liberty a Montebello. Secondo Munaretto ed altri storici che l’hanno preceduto esistevano qui due contrade distrutte al tempo della guerra della Lega di Cambrai ed erano documento dell’espansione del paese verso l’antica mansio, Mason, o verso le vie di comunicazione dell’epoca romana e medioevale. Le contrade non erano più risorte tanto che nella ricostruzione settecentesca della Prepositurale si volse la facciata al lato opposto del paese ossia verso il centro politico. L’inversione di tendenza cominciò agli inizi del Novecento ed e ancora in fase di sviluppo. L’avvio fu dato dalla famiglia Farina che volle una villa « moderna » ossia dotata di tutte le comodità, dai termosifoni ai bagni, e non il palazzetto inserito tra le altre dimore del paese, il che permetteva pure di avere un giardino sempre di gusto raffinato e nella parte posteriore alla villa un piccolo parco. Un maestro di questo nuovo tipo di villa per il vicentino era stato Antonio Caregaro Negrin, ben noto a Montebello per l’edificio delle Scuole Elementari, considerato allora tra i più belli e moderni della provincia e ancora progettista della guglia di Sorio a commemorazione della celebre battaglia risorgimentale.
La famiglia Farina che aveva una bella casa antica a Sorio di Gambellara, aveva un palazzetto anche a Lonigo in Via Roma, la via più elegante della città. Molto probabilmente il ramo della famiglia leonicena indusse il comm. Gio Batta a chiamare Giovanni Carraro allora famosissimo per aver dato il volto nobile della Lonigo ottocentesca dal teatro Comunale al palazzo della Borsa, da Villa Mugna al palazzo Calzavara. Il Carraro era ingegnere del Comune e di fatto sovrintendeva alle strade, agli argini e ai ponti del Gua’ e a tutti gli edifici pubblici ma si occupò più dell’edilizia privata per le migliori famiglie leonicene a cominciare dalla villa San Fermo. Di solito Carraro è un eclettico che si adatta sempre ad una situazione preesistente ma quando può operare senza inceppi di edifici vicini rivela il suo gusto chiaramente liberty che a Vicenza era sempre un compromesso con un’antica educazione classicista.
I due piccoli pilastri d’ingresso di villa Farina sono tra le invenzioni più originali ed eleganti del Carraro. Nelle fasce alternate di mattone e pietra s’inserisce una bella nota di colore che prepara alla fascia scolpita destinata a reggere gli anelli del cancello. Qui ogni reminescenza degli antichi capitelli classici viene totalmente rinnegata per una soluzione sommitale ove la forza della pietra viene alleggerita dalla sinuosa decorazione floreale. Il cancello in ferro battuto pure su disegno del Carraro rivela l’inesauribile fantasia appresa nelle botteghe artigianali del vicentino e dalle scuole di disegno del capoluogo.
Tutta la cancellata ripeteva con qualche variazione il motivo del cancello. Purtroppo agli inizi della guerra fu requisita e distrutta come se fosse stata un ornamento superfluo. Il giardinetto del Carraro prevedeva un ampio viale che a forcipe partiva dal cancello per finire davanti alla gradinata della villa con un’aiuola al centro. La facciata mantiene ancora la triplice partizione: corpo centrale ed ali lievemente arretrate ma è chiaro il gusto liberty nel piccolo portico d’ingresso che sostiene il pergoletto del piano superiore, nelle finestre e nel coronamento ad arco del settore centrale limitato da pinnacoli assai originali e graziosi. Al piano terra le finestre si aprono con semplice cornice in pietra sul bugnato gentile con un ritmo molto allentato: al centro la porta è affiancata da due finestre strette ed allungate per portare luce alla sala. L’ordine delle finestre e delle porte è ripetuto al piano superiore ma su parete liscia solcata da una fascia alla base del timpano arcuato delle finestre. Sopra il pergoletto la porta e le due finestre vicine paiono l’estrema variazione di una serliana. Ampio lo sporto del tetto sostenuto da leggere mensole. Di solito nelle ville liberty sotto il cornicione corre un’ampia fascia dipinta a fiori e frutta. Anche Carraro stende una zona cromatica sotto il cornicione ma il dipinto viene interrotto dalle mensole. Sulle falde del tetto di ardesia, i coppi non piacevano più, si alza la torretta, un ricordo del castello medioevale in una delle varie componenti del liberty vicentino. La torretta ripete il motivo del cornicione. La pianta della villa ripete lo schema della casa veneta: salone al centro e quattro sale ai lati. L’unica novità è lo scalone messo in bella evidenza a collegare i due saloni. Purtroppo tutto l’arredo liberty della villa è andato perduto nel cambio di proprietà della famiglia Farina alla Parrocchia. A nostro avviso la vecchia Canonica in Via general Vaccari a parte i ricordi storici aveva nella sua severa bellezza di casa veneta lo stile adatto ad una casa del clero. Non la villa Farina che non riesce a mascherare il tono mondano e civettuolo come si addiceva al tempo della costruzione e all’uso che se ne faceva. I pavimenti a piastrelle sono ancora quelli originali come i ferri battuti dello scalone. A parte alcune stanze arredate con i mobili del Prevosto nell’ala sinistra e stato sistemato l’Archivio della Prepositurale di grandissima importanza per la storia di Montebello. I mobili ottocenteschi sono probabilmente dello stesso artigiano che ha eseguito quelli della sacrestia. Appare chiaro che sono stati pensati per la vecchia Canonica e che qui sono stati adattati alla bell’e meglio e con un certo gusto. Fu merito dei Prevosti di Montebello di stendere in varie occasioni memorie storiche del passato, conservate nell’Archivio ancora manoscritte utilissime però a chi ha steso la storia di Montebello. » (1)

Note:
(1) SCHIAVO R., Montebello Vicentino – Storia e Arte, Montebello Vicentino, 1992.
Giovanni Carraro. Villino Farina ora Casa Canonica. Facciata: Ben scandito da loggetta e balaustra il settore centrale emerge con forza dalle ali laterali e si alza sopra il tetto con due agili pinnacoli. Nel suo eclettismo il Carraro fonde i due motivi del liberty quello floreale nelle modanature di porte e finestre e quello medioevale con la torretta a ricordo degli antichi castelli. Il Villino ha il suo giardino con viali sinuosi disegnato dallo stesso Carraro.
Giovanni Carraro. Villino Farina ora Casa Canonica. Ingresso: Secondo l’antica tradizione veneta il Carraro oltre al disegno della villa progetta ingressi, cancelli, giardino. Non mancano d’interesse questi pilastri d’ingresso per il gusto cromatico delle fasce bianche e rosse e per gli strani elementi di coronamento che derivano chiaramente dall’architettura orientale. Il cancello di grande finezza inventiva aveva il suo adeguato compimento nella cancellata di recinzione purtroppo requisita durante la guerra.

Umberto Ravagnani

Foto: La villa Farina a Montebello Vicentino (APUR – Umberto Ravagnani – 2009).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, artista buono, generoso, sensibile, autore di molte bellisime opere pittoriche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (info a fondo pagina).

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L’OSPEDALE DI MONTEBELLO

[128] L’OSPEDALE CIVILE DI MONTEBELLO

Ancora dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia dell’Ospedale Civile di Montebello (ora Casa di riposo).

L’antico ospedale che sorgeva in piazza Umberto I (l’attuale Piazza Italia ndr) era cadente e inadatto ai bisogni del Comune, per cui nei 1868 fu aperto quello attuale in via Trento, come lo dice la lapide murata a ricordo e di cui trascrivo l’iscrizione: « Il dì della festa nazionale – 7 giugno 1868 – in questa casa – comperata e restaurata con i fondi – del Pio Istituto Elemosiniere di S. Giovanni Battista – si inaugurò l’Ospedale – tramutatovi con nuove forme di regolare disciplina – fu aperto l’Asilo infantile da essere mantenuto a spese del Comune – e con offerte private – Insediata la Congregazione di Carità – nuovamente istituita – il Consiglio Comunale – nel giorno 14 novembre 1869 fece scolpire questa lapide perchè del solenne avvenimento rimanesse perpetua memoria ».
In quei tempi però l’ospedale di cui ebbe gran cura il Prevosto Capovin, il quale lo affidò alle cure delle Suore di S. Dorotea, era ben poca cosa. Perciò nel 1909 fu ricostruito in parte e restaurati il Ricovero, le adiacenze e l’abitazione delle Suore con le offerte di tutti i parrocchiani.
Ma l’opera di completamento fu eseguita in questi ultimi anni per iniziativa del Presidente dell’Ospedale Cav. Angelo Luigi Arguello. Questi infatti con le offerte di tutti i Montebellani nel 1923 ampliò l’ospedale-casa di ricovero e, nel 1925 iniziò i lavori di costruzione dell’attuale padiglione Vittorio Emanuele III in ricordo del 25° anno di Regno del nostro Augusto Sovrano.
Fra le innovazioni apportate dall’Arguello alla benefica istituzione giova ricordare che i letti da 25 furono portati a 100, e che la vecchia cucina nel 1929 fu sostituita da una nuova con sistemi modernissimi (1).
Annessa all’Ospedale vi è una piccola chiesetta con altarino in legno in cui figura una pala, lavoro di buona mano, ma di sconosciuto autore. Il quadro rappresenta la Vergine in trono col Bimbo Gesù e con ai lati i Santi Ignazio di Loyola e Luigi Gonzaga. Sulla facciata dell’Ospedale figurano varie lapidi murate a ricordo dei benefattori, delle quali trascrivo le iscrizioni: « Le soavi sembianze – Di – Don Giuseppe Capovin – Prevosto meritissimo – per opere di cristiana beneficenza – nei cuori più che nel sasso scolpite – qui parlano ancora – il linguaggio della fede e dell’amore  – n. 24-10-1834 – m. 24-4-1907 ». – « Dietro l’austera figura – Che l’occhio ammira – riconoscano beneficati e visitatori – il nobile cuore di – Pietro Albertini – che legava morendo tutto il suo – a sollievo dei concittadini sofferenti – n. 3-5-1838 – m. 10-3-1911 ». Queste due epigrafi sono sormontate dai medaglioni dei due filantropi cittadini e ciò a differenza delle iscrizioni che trascrivo incise su piccole e semplici lapidi di marmo bianco: « La carità pel povero – che nutrì vivente – il Prevosto Don Girolamo Vaccari – rese perenne in morte – legando parte di sua sostanza – a questa Congregazione di carità ». – « Nobile esempio – di civica e cristiana carità il Cav. Ing. Luigi Brunelli – a questo pietoso ostello – parte cospicua di sua ricca sostanza – generosamente legava.  I-I-MCMXXIII. Anno primo E. F. ». – « I sudati risparmi – di onorata professione – Milion Augusto – Chimico Farmacista – lasciava in retaggio – in questa  Congregazione di carità. – XXIX-X-MCMXXVIII. Anno VII E. F. ».
Una lapide in marmo rossigno e di forme modeste con la scritta « Benefattori » porta incisi i nomi di filantropi cittadini, posti in ordine cronologico. Sarebbe bene però che in questa fossero menzionati indistintamente tutti i benefattori, senza ricorrere a particolari ricordi che per lo più si riducono a epigrafi del medesimo tenore. Si avrà così un unico ricordo più decoroso, più semplice e più economico.
Ecco i nomi dei Benefattori: « Dai Zovi Don Pietro, Prevosto, 1867 – Porra Don Vittore, Prevosto, 1877 – Bonomo Gioconda fu Bortolo, 1904 – Albertini Don Silvestro e Pietro fu Gio. Batta, Capovin Don Giuseppe, Prevosto, 1907 – Gaspari Angela fu Domenico, 1913 – Giarolo Don Domenico, Prevosto, 1919 – Peruffo Cav. Giuseppe, 1929 ».
Sulla facciata dell’Ospedale figura pure la lapide che una volta era posta sopra l’entrata della chiesa di S. Giovanni, dove speriamo che tra poco ritorni. Sotto a quella vi è la seguente iscrizione elle una volta figurava sulla facciata dell’antico ospedale: Eccola: « Perillust. ac Escul. D. D. Francisco Viviani – Iuris cons. D. Ioanni Baptistae – Hospitalis Patrono liberalissimo – Io. M. Collaltus Massarius et coeteri gubernatores – Ut tanti viri benemeriti – nomen aeternum vivat – Honoris ergo P. P. – Anno salutis MDCLXXIV ».

Note:
(1) Al Cav. Angelo Luigi Agnello si deve pure la fondazione della Scuola di Disegno e Plastica per artieri inaugurata il 1 gennaio 1920. Essa diede sempre ottimi risultati, meritandosi il premio alle mostre Didattiche di Bologna Firenze e Venezia.

Foto: L’Ospedale Civile di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 1955).

Umberto Ravagnani

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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LA FAMIGLIA PAJARIN

[96] LA FAMIGLIA PAJARIN

Il significato di questo cognome, di chiara origine contadina, non lascia ombre di dubbi. Chi per primo l’ha portato sicuramente aveva a che fare con la paglia e con il pagliaio, gigantesco covone giallo costruito a margine della casa colonica. Il primo documento in cui si parla di un rappresentante di questa famiglia è del 1441 dove si legge “sotto la casa di Antonio Pajarin nella contrà del Castello”. In qualche raro caso al nome di battesimo fa seguito la parola “pajaro”, prima che Pajarin diventi un cognome definitivo. Durante il Balanzon (1) del 1544-45 i Pajarin sono presenti in Montebello con 5 famiglie tutte dislocate, gomito a gomito, nella contrà della Chiesa Parrocchiale. E’ quindi questa la nuova residenza dopo aver lasciata quella nella contrà del Castello. Il professor Luciano Chiese, nel suo libro di Toponomastica di Montecchio cita la località Paglierina (Pajarina), nome tutt’ora vitale, che esiste tra Montecchio e Montebello nei pressi della Gualda. Sembra che i Pajarini di Montebello non abbiano nulla che fare con la nascita di questo toponimo, che ha preso origine invece dai Nobili Paglierini di Vicenza che assieme ai Gualdo erano proprietari della quasi totalità dei campi esistenti a cavallo dei comuni di Montecchio e Montebello. Almeno secondo l’Estimo appena menzionato, i Pajarin non dispongono di consistenti proprietà terriere e la loro partecipazione alla direzione del Comune è certificata da Iseppo Paggiarin (sic!) nel 1614, da Anzolo nel 1617, da Antonio nel 1622, Giuseppe nel 1651. In questo stesso secolo sono tre le famiglie annotate tra i contribuenti, sempre con modestissime disponibilità. Uno dei tre, Pietro, alla vecchia contrada della Chiesa Parrocchiale ha preferito quella di Vigazzolo come sua residenza. Durante il Diciottesimo secolo non si registrano membri delle famiglie Pajarin nell’amministrazione del Comune di Montebello. Antonio Pagliarin (sic!), alla fine di quel secolo, di mestiere fa il sarto “giornaliero”. La sua è l’unica famiglia Pajarin, in quel momento, presente nel Comune di Montebello. Questo cognome, che sembrava stesse scomparendo dal nostro paese, è tutt’oggi presente con alcune famiglie.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: Il più antico documento trovato di questa famiglia riporta Antonio Pajarin abitante nella contrà del Castello a Montebello (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA DAL PISSOLO

[93] LA FAMIGLIA DAL PISSOLO (PISSOLATO E ZATO)

L’importanza di questa antica famiglia montebellana è sancita, soprattutto nel ‘400 e ‘500, dalla presenza di alcuni notai tra le sue fila. Il cognome nasce dal toponimo “pissolo” ossia sorgente, luogo ancor oggi vitale ubicato a pochi passi dalla contrà di Vigazzolo sul fianco della collina del castello. Il suo capostipite, o meglio il suo membro più antico ritrovato nei documenti è Giovanni, padre di Antonio notaio. Il nome Giovanni ed il mestiere paterno è confermato anche da un altro appartenente allla famiglia che, tra l’altro, è il solo notaio con il contemporaneo Gio. Michele “da Montebello” (Prosdocimi) ad averci tramandato una qualche sorta di raccolta di documenti. Nel collegio dei notai Giovanni dal Pissolo (junior) figura aver rogato tra il 1485 ed il 1487 solo perché il suo fascicolo di documenti è stato prodotto in questo periodo, esistono però altri rogiti in altri fondi che ne farebbero protrarre l’attività almeno fino al 1500. Uno di questi è una costituzione di dote datata 19 Ottobre 1499 del Convento dei Carmini di Vicenza.

L’intreccio di matrimoni tra appartenenti a famiglie di notai non risparmia nemmeno i Dal Pissolo, fatto questo comune tra quei casati che volevano garantirsi l’ereditarietà nel lucroso mestiere. Ne è un esempio il matrimonio tra Domenica figlia di Antonio Dal Pissolo e Bernardino figlio di Miglioranza della famiglia Prosdocimi del 1485 circa. Nei primi anni del ‘500, in piena fase di nascita dei cognomi, Dal Pissolo si trasforma in Pissolato, tipica modificazione veneta nella quale il suffisso –ato sta per figlio di … o appartenente alla famiglia di … A Montebello questo tipo di cognome con il suffisso –ato è stato di gran lunga il più utilizzato non solo per cambiare patronimici, ma anche per indicare, come per i Pissolato la provenienza da un certo luogo. Ecco che gli abitanti del Covolo diventano Covolati, quelli della Bellocaria Belocati e quelli del Pissolo Pissolati appunto. Pochi anni prima dell’Estimo del 1544-45 un ramo dei Pissolato, soprannominato Zato, (scritto ora con una ora con due T) acquisisce la “menda”  (soprannome) come cognome definitivo. Da quel momento in avanti scompariranno i Pissolato, forse per naturale estinzione forse perché emigrati, e sopravviverà il più recente Zatto. In occasione di quel rilevamento fiscale i Pissolato abitano nella contrà di Vigazzolo, probabilmente nei pressi di quel luogo che li ha cognominati, e il loro patrimonio (sono due fratelli) comprende oltre 40 campi. A quattro passi da loro, nella contrà della Caminà, vivono gli Zato che invece possiedono, oltre alla modestissima casa 4 campi.

Nel corso del ‘600 non trovo alcuna famiglia Pissolato in Montebello, mentre nell’Estimo del 1665-69 figura l’unica famiglia Zatto, quella capeggiata da Bortolo, che abitando nella contrà del Castello, che si può individuare anche nella contrà della Caminà, vive in una casa di due stanze con mezzo campo a fianco, supportato dalla proprietà di una ulteriore pezza di terra di un campo e mezzo. Questa è l’ultima rilevazione in Montebello riguardante l’antica famiglia dal Pissolo.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Il Pissolo nella contrà di Vigazzolo (ora via Roma e via Trento) di cui si parla nell’articolo (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA CASTEGNARO

[90] LA FAMIGLIA CASTEGNARO

Lascio all’amico prof. Felice Castegnaro, mio assiduo compagno di ricerche di archivio, dare ai posteri una esauriente storia della sua famiglia. Nell’attesa dell’”opera” mi limito, pertanto, a scrivere solo notizie di carattere generale.
Attualmente è un cognome portato da un gran numero di famiglie di Montebello, e lo è stato anche nel passato. A fine Settecento si contavano in Montebello più di 20 famiglie Castegnaro dislocate soprattutto nella località Castegnaria, dove sempre hanno vissuto e dalla quale hanno preso il cognome.
La presenza dei Castegnaro è segnalata già all’inizio del Quattrocento nella zona della Selva, a cavallo dei comuni di Montebello e Zermeghedo, ma certamente quì vi abitavano chissà da quanti anni, rappresentando pertanto lo zoccolo duro della popolazione montebellana attuale assieme alle famiglie Palmiero, Vivian, Pajarin, Million ed altre.
L’albero genealogico è sicuramente incompleto perché tiene conto solo dei Castegnaro presenti nei rogiti fatti in Montebello.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: La contrada Castegnaria e Belloccheria, nella zona di confine tra il Comune di Montebello e quello di Zermeghedo, dove, probabilmente, un gruppo numeroso di famiglie Castegnaro abitava fin dal Quattrocento (a cura del redattore).

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LA STALLETTA DEL VICARIO (1)

[55] LA STALLETTA DEL VICARIO NELLA PIAZZA DEL MERCATO DI MONTEBELLO (Prima parte)

Questa modesta e breve ricerca ha preso vita soprattutto grazie alla Busta n° 603 Calto n° 46 esistente presso l’ARCHIVIO TORRE della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza. Processetto concernente supplica della Comunità di Montebello per disfare certa stalletta vicino al Vicariato e riedificarla in altro sito”. Alcuni passi sono stati tratti da alcuni documenti esistenti presso l’Archivio Parrocchiale di Santa Maria di Montebello, in particolare la Convicinia del Consiglio dei 60 del 14 Settembre 1681 (già pubblicata nella sua forma originale a stampa nell’opera edita nel 2001 a cura di Vantini – Dainese – Agnolin “Dalla Mansione del Tempio alla Casa di Riposo San Giovanni Battista”) e da me trascritta. Altre ulteriori particolari informazioni provengono dall’Archivio di Stato di Vicenza, ossia dal fondo Notai Defunti e dal Corpo Territoriale dello Stato.

 Il 14 Aprile 1656 il consiglieri comunali di Montebello, facendo riferimento ad una passata sessione del Consiglio dei 60 (9 Dicembre 1650), nominarono procuratore della comunità il Rev. Gio. Maria Zanni, dottore in Sacra Teologia e predicatore. Con questa investitura Il religioso fu incaricato a recarsi nella città di Venezia, dovendo in quella sede intercedere presso il Serenissimo Principe affinchè fosse concesso al Comune di Montebello di tenere un mercato nei giorni di mercoledì di cadauna settimana (dovevano essere un riconoscimento e un permesso ufficiali perché, in verità un documento della seconda metà del ‘500 fa credere che già allora si tenesse il mercato sempre nel giorno di mercoledì). Tutto lascia supporre che Il permesso sia stato concesso poichè qualche lustro più tardi si presentò il grave problema di rendere più spaziosa la modesta piazza per potere ospitare meglio e in maggior numero i banchi del mercato. Una delibera del 14 Settembre 1681 del Consiglio Comunale autorizzò l’allargamento della piazza mediante la demolizione di alcune casette di proprietà del Pio Ospitale di San Giovanni che esistevano tra la cosiddetta “porta grande” che portava alla chiesa ed il muro della casa del Vicariato. Proprio la corte, la stalla, la tezza, il pozzo ed il forno del Vicariato rimasero gli ultimi ostacoli presenti nella piazza ad impedire la creazione di uno spazio più armonico e grande. Gli amministratori comunali montebellani erano consapevoli che la demolizione delle casette, se non accompagnata dal contemporaneo abbattimento dei suddetti manufatti, ben poco avrebbe giovato. Quindi per ottenere questo risultato già nel 1677 i consiglieri avevano dato inizio alla costruzione di una nuova stalla nel retro del palazzo del comune lungo la Contrà di San Francesco, proprio a due passi dal “Quartier Piccolo” dei soldati della cavalleria veneziana. Il nuovo edificio sarebbe stato offerto al Vicario in sostituzione di quello da demolire da lui usato fino a quel momento.

Continua con la seconda parte …

Ottorino Gianesato (dal N° 9 di AUREOS – Dicembre 2012)

Figura: Ricostruzione della piazza di Montebello nel 1683, con la stalletta del Vicariato al centro dell’attuale Piazza Italia (da un disegno dell’epoca, l’originale del quale si trova alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza).

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