1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE

[240] 1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE


Finita la disastrosa prima guerra mondiale la situazione sociale ed economica in Italia era, a dir poco, tragica. La nostra lira valeva un quinto della lira del 1914 e questo significò per certi gruppi sociali l’impoverimento e per altri addirittura la rovina. E che dire della “spagnola”? La prima ondata, nel 1918, fu relativamente blanda, come un’influenza stagionale e non scatenò il panico. Fu la seconda ondata della pandemia, scoppiata nella tarda estate dello stesso anno e durata fino a dicembre, a provocare la maggior parte dei decessi. Ma bisogna aspettare l’estate del 1920 per dichiararne la fine. la Prima guerra mondiale, durata più di quattro anni, causò dieci milioni di morti fra i combattenti, più alcuni milioni di vittime civili. Ma la pandemia fece molte più vittime: si è calcolato che morirono non meno di 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 1,8 miliardi.

Ma veniamo al nostro racconto. Nel diario parrocchiale del cronista, don Antonio Zanellato, il Prevosto della Chiesa di Montebello di allora, leggiamo, questo tragico fatto successo esattamente 100 anni fa:

« 27 Agosto 1921 – Domenica alle ore 7 1/2 del mattino presso una chiavica del Guà sull’argine destro a monte del ponte delle Asse avvenne uno scontro tra quattro ladri che avevano nascosto la refurtiva nella chiavica e due carabinieri. Rimasero morti da arma da fuoco e percosse il carabiniere Cipriani Riccardo [figlio] di Sante, di Loreo (Rovigo) frazione di Cavanella Po d’anni 21 e il ladro P.G., d’anni 17 di qui, noto comunista. Fu ferito l’altro carabiniere Zanini, che sentì dal carabiniere morto [sic!] il nome di ‘Besso’. Furono arrestati due fratelli del posto. Besso si diede alla latitanza. Il cadavere del carabiniere fu portato nella cella mortuaria dell’Ospedale, quello del P.G. in quella del cimitero. Il lunedì sera il P.G., al quale era stata negata la sepoltura ecclesiastica domandata dalla famiglia, fu gettato nella fossa. Il martedì alle ore 4 con intervento di 11 Sacerdoti e 2 Chierici dei comuni di Montebello e Gambellara, con le rappresentanze dei comuni di Montebello e limitrofi e di ogni sorta di associazioni con bandiere, con scorte di Carabinieri e una folla immensa di popolo, il Carabiniere Cipriani fu portato alla Chiesa, dove furono cantati il Vespro e le Esequie. Prima delle Esequie parlò il Prevosto, sulla porta della Chiesa parlarono il Sindaco di Montebello, il Colonnello comandante della Legione Carabinieri di Verona, un Maresciallo, il Commissario di P.S. di Vicenza Alverà, Pegoraro per il P. P. I., uno per i fasci di Combattimento, Guarda Attilio per i Combattenti. Al Cimitero parlò un Carabiniere. Vi furono molte corone, intervenne la musica cittadina. Assenti e nascosti i comunisti. »

Alcune considerazioni: il nostro era un Paese essenzialmente agricolo, nell’Italia del primo dopoguerra i nove decimi dei proprietari non possedevano, individualmente, neanche un ettaro, in tutti quasi tre milioni di ettari sul totale di 22 milioni. Questo consentiva un livello di vita che non era molto di più della pura sopravvivenza. Nelle campagne risuonava il grido “la terra ai contadini”. Nelle fabbriche, quasi tutte al Nord, il modello da imitare era la Russia e il suo comunismo. Nel 1920 ci fu l’occupazione delle fabbriche, che costituì il punto di ‘non ritorno’ della crisi. Tutto questo non fece che moltiplicare i fatti simili a quello raccontato qui e a preparare la strada all’avvento del fascismo.

Foto:
1) La fotografia, incollata sulla pagina del diario, riproduce parte del corteo prima dell’ingresso nella Chiesa Parrocchiale il 29 agosto 1921 (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO

[236] UN NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO


Verso la metà degli anni 50 del Novecento si cominciò a pensare alla sostituzione del vecchio organo della Chiesa Prepositurale. Dal 1953 era Prevosto, a Montebello, don Mario Cola di San Bonifacio, il quale avrebbe condotto questa Parrocchia fino al 1978. Nel suo diario, già iniziato dal suo predecessore don Antonio Zanellato, nell’anno 1957, a proposito dell’organo, così scriveva:

« La nostra Chiesa ne aveva estremo bisogno – era fornita prima con un “De Lorenzi” che gravava con un’impalcatura sull’altare maggiore, rendendolo pesante.1 Si pensò a una trasformazione radicale, liberando l’altare Maggiore di tutto. Le trattative dopo vari assaggi, ebbero luogo fin dal luglio 1957 con la ditta Vincenzo Mascioni di Covio (Varese),2 rinomato e preciso. Si praticò un arco sulla parete che comunica coll’Oratorio, accompagnando l’Architettura, incompleta nella parte superiore dello sfondo della Chiesa. Il primo disegno comportava una grata che nascondeva le canne, come si vede dalla fotografia, ma non piacque a nessuno. Fu necessario riprendere un nuovo disegno, a canne libere, come si vede sotto. Ciò portò ad un ritardo nella esecuzione e nella inaugurazione, che ebbe luogo il 28 maggio 1959. La spesa passò da £ 5.900.000 a £ 6.300.000.
Ora la struttura è perfetta e di comune soddisfazione. Vedi gli atti relativi all’organo nella cartella in Archivio, e i particolari dell’inaugurazione alla pagina seguente.
Il vecchio organo fu ceduto per £ 300.000 a una Chiesa di Bologna-Borgo Panigale a ½ Guarini di Bassano»

Incollato sul diario poi troviamo un breve articolo a stampa che ricorda il giorno preciso dell’inaugurazione:
L’inaugurazione ufficiale dell’Organo fu fatta il 28 Maggio 1959, festa del Corpus Domini, giorno di pioggia, alla presenza delle autorità, di molto popolo e di numerosi sacerdoti. Il concerto fu tenuto dal Maestro Renzo Buja del Conservatorio di Padova. Presenti anche i Signori Mascioni, costruttori del magnifico strumento. Ora loderemo più solennemente il Signore. (Libero adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) In una splendida cartolina dei primi anni 50 si può notare com’era effettivamente sistemato il vecchio organo: era appoggiato su un soppalco che fungeva anche da ‘coro’, appeso sul fondo della Chiesa, come si può vedere nell’immagine, di un precedente articolo: “EL CORO SORA L’ALTARE”.
2) La ditta Mascioni è una delle più antiche fabbriche d’organi d’Europa ed è attiva a partire dal 1829. L’arte organaria si tramanda di padre in figlio, da sei generazioni la Famiglia Mascioni costruisce organi e da 40 anni restaura organi storici. Da anni si occupa della manutenzione degli organi della Basilica di San Pietro in Vaticano e degli organi del Duomo di Firenze; ha inoltre ottenuto di recente l’incarico formale per la ricostruzione dell’organo per la Basilica del Santuario di Fatima in Portogallo. Sono quasi 1200 gli organi costruiti sinora.

Il nuovo organo costruito per la Chiesa di Montebello è numerato come ‘opera 767’, ha 2 tastiere e 23 registri.

Foto:
1) L’immagine mostra la prima proposta della ditta Mascioni per il nuovo organo di Montebello (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) La versione definitiva del nuovo organo di Montebello della ditta Mascioni (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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EL CORO SORA L’ALTARE

[227] EL CORO SORA L’ALTARE MAGGIORE

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Continua con un altro episodio la storia di Lino Timillero, di qualche settimana fa, del periodo in cui, a Montebello, c’era “el cinema a l’aperto”…

« … E se jera rivà al ’54, come che go dito!!! L ano dopo saria stà ano de Solenne de la Madona!! De Novenbre xe rivà Don Francesco. Dopo on poco chel jera rivà, na matina el xe vegnù ale Scole Elementari. El gavea dimandà de ndare par le classe dei tusiti de nove e diese ani, e, par ultima cuela dei tusi de la cuinta. El dimandava al Maestro de farghe cantare ‘Fratelli d’Italia’, e el se metea a caminare inframeso ai banchi! El gavea on cuaderneto ndove cal scrivea calcossa. Dele volte, el fasea anca cantare ‘Il Piave Mormorava’. Dopo el gà parlà on pochetin col Maestro, e, fate le so ciacole, el xe ndà via. Co jera ora de nar casa, i Maestri ne ga dito, a zerti tusiti, che ale dò de dopo magnà i gavea da ndare al asilo dale Suore che Don Francesco el ne nsegnava a cantare par la Solenne..! No xe mancànissun! Cuà salta fora naltra roba che xe bravi cuei che se ricorda!!! El Coro che jera tacà par aria de drio al Altare Maggiore!! Cuei tusiti che ga cantà la Messa par la Festa della Solenne del 1955 (mile novezento e zincuanta zincue ), xe stà i ultimi a cantare sol Coro tacà sù par aria!! Sù dale Suore, Don Francesco el sonava l Armonio a pedali. Co jera caldo, el suava. Ma nialtri no vedivimo gnente de cuel chel fasea coi sò pié parche jera tuto cuerto da la so tonega!!!Par farne star chieti, vignea el Maestro Gobbo. El se sentava da na parte! Co na ocià de traverso, no se movea nissun!!! Don Francesco ne nsegnava tuto on tochetin ala volta. Tri giorni ala setimana: Marti, Mercore e Zobia.Co ghe parea a lù che gavissimo nparà mezzo Gloria, el ne lo fasea cantare tuto drio man!!! La Messa del Perosi! In Latin!!! El pì difizile xe stà el Credo!!! E ghemo fato le prove fin a Marso del 1955. A metà Cuaresema, navimo a far le prove anca de sera, in Cesa. Do volte ala setimana. Se fasea le prove coi omini! Sù, sol Coro! Là par aria!!! Bepi Crosara jera l’Organista. E Doro Timinelo el doparava la mantesa che fasea aria par l Organo Par nar sol Coro se pasava de drio al Altar Magiore, se nava sù par le scale. Rivà in zima, se nava zò tri scalini e ghe jera la mantesa co dù maneghi lunghi. On poco pì vanti ghe jera naltra porta che la ndava ntel Coro. Zerte volte i omini i se spetava par far nare rento prima i Tenori. Dopo i Baritoni e dopo i Bassi! Ciò!!! No ghe jera mia tanto posto par moverse!!! Nialtri tusiti navimo rento cuando ca volivimo parché pasavimo dapartuto!! Jerimo metà Soprani e metà Contralti. A ne piasea a nar vedere Doro Timinelo tirar sù e zò i maneghi dela mantesa!!! Lora, Don Fracesco, on Sabo, dopo che se jerimo confesà, el ne gà ciamà, nialtri del Coro. El ne gà portà sù davanti ai maneghi dela mantesa. Pian pianelo el ne ga dito che Doro Timinelo, el fasea aria cola mantesa. L’aria la nava drento al Organo. Bepi Crosara tocava i tasti del Organo e se verzea na valvoleta par tasto. Cussì pasava l aria sù par le cane del Organo e vignea fora la Musica!!! Don Francesco el se metea in pié de drio a Bepi Crosara par darne segno de cuando cantare. Fazile ?! Le cane del Organo le jera sconte da on cuadro grando. Co se jera in Cesa, nol parea gnanca vero chel podesse star sù là par aria!!! L Organo de stiani col Coro!!! Na maravejia! E na maravejia xe stà ver vudo Don Francesco a nsegnarne a cantare! La Messa del Perosi! Me la recordo ncora desso!!! In Latin! A zincue voci!!!
E anca el Magnificat, parché navimo a cantare anca i Vesperi par lù, ala Domenega, dopo magnà!!! (cussì, co jerimo pì grandi, se nava a gratis a vedare el Calcio). » (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-1-2019)

Foto:
1) L’interno della Chiesa Prepositurale nei primi anni ’50 del Novecento. Notare la presenza del coro ligneo a balconata dietro l’altare e la balaustra marmorea che separa la navata dal presbiterio, ora scomparsi (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA SOLENNE DEL 1975

[186] LA SOLENNE DEL 1975 A MONTEBELLO

Montebello Vicentino, da “La Domenica” – Bollettino parrocchiale del 27 aprile – 3 maggio 1975.

Domenica VI di Pasqua – 4 maggio 1975

TELEGRAMMA DEL PAPA
Svolgendosi in Montebello Vicentino celebrazioni onore Vergine Santissima Sommo Pontefice augura che codesta manifestazione di religiosa pietà ravvivi nelle anime fervore venerazione Madre di Cristo et della Chiesa et forma altresì voti affinché sincero culto alla Madonna susciti nella adesione finalità Anno Giubilare propositi vero rinnovamento interiore mentre invia clero et fedeli IMPLORATA BENEDIZIONE APOSTOLICA. CARDINALE VILLOT

LETTERA DEL VESCOVO
Lettera del Vescovo Rev.mo Monsignore, Desidero assicurarLa che anch’io sono spiritualmente presente a questo atto di confidenza e di amore alla Madonna del popolo di Montebello, con la mia preghiera. Prego la Vergine Santa, che nella Chiesa svolge — premurosa e forte — la sua missione di Madre, perché voglia illuminare, invogliare, sollecitare i figli di Montebello sulla difficile strada della conversione, del ritorno al Padre, impegnandoli ad essere, come figli di Dio, luce del mondo e sale della terra ». Con tanto affetto La benedico insieme ai Suoi sacerdoti, collaboratori e a tutti i Suoi fedeli. Suo Arnoldo Onisto

LA MADONNA
In occasione della festa solenne della Madonna, voglio riportare alcuni pensieri sulla sua materna intercessione. E mi rifaccio al grande cantore della Vergine S. Bernardo. Così egli scriveva: «Non c’è nulla che mi affascini e mi spaventi di più che il parlare di Maria» E soggiungeva: « Ella è una scintillante stella che si alza sull’immensità del mare umano e sfavilla con i suoi meriti. O tu che ti senti sbattuto dai flutti di questo mondo in mezzo a uragani e tempeste, non abbandonare con gli occhi la luce di quella stella, se non vuoi far naufragio. Se si leva il vento delle tentazioni, se lo scoglio delle tribolazioni ostacola la tua rotta, guarda la stella, chiama Maria. Se sei sbattuto dalle onde dell’orgoglio, dell’ambizione, del rancore, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria. Se la collera, l’avarizia, i desideri impuri squassano il vascello della tua anima, guarda Maria.

Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 1975 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 30 Marzo – Presidente della Repubblica: Giovanni LeonePapa: Giovanni Battista Montini con il nome di Paolo VI.


DAL MONDO - Leggi tutto...

4 Marzo Charlie Chaplin viene nominato baronetto dalla regina Elisabetta.
6 Marzo Approvata la legge che abbassa la maggiore età da 21 a 18 anni.
9 Aprile Los Angeles F. Fellini, con il film Amarcord, vince il suo quarto Oscar.
13 Aprile In Libano un attentato a Beirut innesca lo scoppio della guerra civile che durerà per 15 anni.
29 Maggio A Parigi l’aereo supersonico Concorde effettua il suo primo volo con passeggeri a bordo.
8 Settembre Un terremoto nell’Anatolia orientale (Turchia) provoca circa 2.000 vittime.
2 Novembre Viene trovato il cadavere di Pier Paolo Pasolini lungo il litorale di Ostia.
Vietnam, le truppe americane lasciano Saigon alle forze vietcong.

FILM
1) Lo squalo; 2) Qualcuno volò sul nido del cuculo; 3) Fantozzi; 4) Yuppi du; 5) I tre giorni del Condor; 6) La donna della domenica; 7) I ragazzi irresistibili; 8) Amici miei.

MUOIONO
4 Gennaio Carlo Levi, scrittore e pittore.
15 Marzo A. Onassis, armatore greco.
26 Giugno Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei.
20 Novembre Francisco Franco Bahamonde, generale e dittatore spagnolo.

NASCONO
20 Marzo Isolde Kostner, sciatrice.
30 Giugno Ralf Schumacher, pilota tedesco di “Formula 1”.
10 Luglio Martina Colombari, attrice.
6 Agosto Giorgio Rocca, sciatore.

PREMI NOBEL
Pace: Andrei Dmitrievich Sakharov.
Letteratura: Eugenio Montale.
Medicina: David Baltimore, Renato Dulbecco, Howard Martin Temin.
Fisica: Aage N. Bohr, Ben Mottelson, L. James Rainwater.
Chimica: John Warcup Cornforth, Vladimir Prelog.
Economia: Leonid Vitaliyevich Kantorovich, Tjalling C. Koopmans.

 SANREMO
1) “Ragazza del Sud” Gilda; 2) “Ipocrisia” Angela Luce; 3) “Va speranza va” Rosanna Fratello.

SPORT
Ginnastica: Irrompe nel mondo della Ginnastica il talento di Nadia Comaneci che, a soli 13 anni, vince 4 Titoli nella sua prima apparizione agli Europei.
Calcio: Torna a vincere lo Scudetto la Juventus.
Ciclismo: Fausto Bertoglio vince il Giro d’Italia e Bernard Thévenet vince il Tour de France battendo per la prima volta Eddy Merckx.

Automobilismo: L1’austriaco Niki Lauda, dopo 11 anni di digiuno per la Ferrari, vince il Mondiale di “Formula 1”.
Rally: Lancia Stratos ancora sul primo gradino del podio nel Campionato Mondiale Marche.
Sci: A Garmisch Piero Gros, Gustavo Thoeni e Fausto Radici ai primi tre posti dello slalom speciale di Coppa del Mondo.
Motociclismo: Il 24 agosto Giacomo Agostini vince a Brno il suo quindicesimo Titolo Mondiale.

Umberto Ravagnani

Foto: Il corteo della Solenne il 4 maggio 1975 con la Madonna sul carro trainato da un cavallo dal bianco mantello (Archivio studio fotografico Crosara – Rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).

Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 1975 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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LA SOLENNE DEL 1960

[173] LA SOLENNE DEL 1960 A MONTEBELLO

Dal diario della Parrocchia di Montebello Vicentino, tenuto da Don Antonio Zanellato che fu Prevosto dal 1919 al 1952, e continuato da Don Mario Cola, Prevosto dal 1953 al 1978, leggiamo la cronaca delle giornate dedicate alla Solenne nel 1960:

« 75° dalla fondazione. 28 Aprile – 2 Maggio 1960.

Giov. 28-4
Incontro all’Arcivescovo alle Alte Montecchio – Un trionfo – Circa 50 macchine lo accompagnarono a MBello – Al Ponte sul Chiampo Confratelli – Baldacchino e Solenne processione alla Chiesa illuminata – Predica e benedizione – Il nome del Vescovo: Mr. Natale Moscati Arc. di Ferrara.

Ven. e Sab
Solenne venerazione alla Madonna per Contrade come nelle 40 ore partendo dall’Oratorio e offerta di Candele – Al Mattino, opportunamente distribuito il pellegrinaggio del Vicariato, con l’offerta di metà spesa da parte della parrocchia – Il tutto ben riuscito con numerose S. Comunioni.

Alla Domenica 1-5
Pontificale con l’assistenza di Chierici venuti dal Seminario e processione pomeridiana – una leggera minaccia di pioggia scompare tosto: unico inconveniente: non funzionarono all’ultimo momento gli altoparlanti che collegavano la Chiesa con tutto il percorso della processione, per cui sarà opportuno un’altra volta che un tecnico sia sempre presente in Chiesa. Discorso dell’Arcivescovo e del Prevosto: vedi relazione del giornale in apposita cartella.

Lunedì 2-5
Si volle far festa, e si mantenne la promessa – alla Messa dei malati, opportunamente trasportati in Chiesa, folla numerosa, come pure ai Vespri pomeridiani – Tutti furono meravigliati del concorso.

Osservazioni: opportuna la pubblicazione del bollettino di Febbraio, che dà il tono: l’invito di un Vescovo, che lo sostiene, la venerazione per contrade, l’offerta di una candela, il collegamento del percorso con altoparlanti, il trasporto dei malati, la festa del lunedì, etc. Vedi note nel bollettino. – La distribuzione di un’immagine – Un’altra volta: Il Cardinale di Venezia (?) Questa volta accettò e poi declinò l’invito – La televisione (?) Un maggiore reclam di stampa (?)

Sono stato contentissimo però delle S. Comunioni, anche di Uomini: alla distanza di 15 giorni dalla Pasqua non le aspettavo.

LAUS MARIAE – HODIE ET SEMPER »

Dal Bollettino Parrocchiale di Montebello dell’anno 1960:

« FESTA QUINQUENNALE DELLA MADONNA

E’ stato fatto un ampio resoconto nel giornale, Chi potrà dimenticare le tre giornate di “paradiso” che abbiamo trascorse? Quanto solenne l’incontro alle “Alte” a S. Ecc. Mans, Natale Mosconi, Arcivescovo di Ferrara! E come numerosi i turni di venerazione alla Madonna, per contrade!
Chiesa illuminata, campane a distesa, letizia serena in tutti, Comunioni e pellegrinaggio del Vicariato, hanno conferita alle solennità un carattere straordinario.
Alla domenica di chiusura poi, pontificale e processione, legata nel percorso da altoparlanti, hanno avuto come corona folla immensa, convenuta da ogni luogo.
Il lunedì fu dedicato agli ammalati, che ricevettero la S. Comunione in Chiesa da S. Ecc, l’Arcivescovo.
Esternamente le feste sono state sontuose: internamente le anime hanno confermata fa loro devozione alla cara Madonna di Montebello. »

Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 1960 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 17 Aprile – Presidente della Repubblica: Giovanni GronchiPapa: Angelo Giuseppe Roncalli con il nome di Giovanni XXIII.


DAL MONDO - Leggi tutto...

10 Gennaio 1960 – In Italia viene messa in onda la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”.
29 Febbraio Un terremoto uccide un terzo della popolazione di Agadir in Marocco.
Si svolge a Squaw Valley, in California, l’VIII Olimpiade Invernale.
28 Marzo Giovanni XXIII eleva a cardinale Laurean Rugambwa, primo cardinale di colore nella storia della Chiesa.
22 Maggio Ancora un terremoto, il più forte del XX secolo, si abbatte sul Cile con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter (considerato il più potente terremoto mai registrato nella storia, con circa tremila morti n.d.r.).
Negli Stati Uniti, le elezioni presidenziali vedono vincitore John Fitzgerald Kennedy, che diventa il 35° Presidente.

FILM
1) L’appartamento; 2) La dolce vita; 3) Fino all’ultimo respiro; 4) Psyco; 5) Rocco e i suoi fratelli; 6) Spartacus; 7) Tutti a casa; 8) La ciociara; 9) Il figlio di Giuda.

MUOIONO
3 Febbraio Fred Buscaglione, cantante e attore.
1 Settembre Mario Riva, presentatore televisivo e attore.
16 Novembre Clark Gable, attore statunitense.

NASCONO
21 Marzo Ayrton Senna, pilota brasiliano di “Formula 1”.
28 Aprile Walter Zenga, calciatore.
8 Maggio Franco Baresi, calciatore.
16 Maggio Rosario Fiorello, conduttore radiofonico e televisivo.
4 Settembre Giorgio Panariello, comico e attore.
11 Settembre Francesco De Angelis, velista.
4 Ottobre Francesco Baccini, cantautore.
30 Ottobre Diego Armando Maradona, calciatore argentino.
17 Dicembre Moreno Argentin, campione di ciclismo.

PREMI NOBEL
Pace: Albert John Lutuli.
Letteratura: Saint-John Perse.
Medicina: Frank Macfarlane Burnet, Peter Brian Medawar.
Fisica: Donald Arthur Glaser.
Chimica: Willard Frank Libby.

SANREMO
1) “Romantica” Renato RascelTony Dallara; 2) “Libero” Domenico ModugnoTeddy Reno; 3) “Quando vien la sera” Joe SentieriWilma De Angelis.

SPORT
Olimpiadi: 25 Agosto il 25 agosto, si aprono a Roma i Giochi della XVII Olimpiade; emozionante il successo di Livio Berruti che riesce a dominare e vincere nei 200 metri; la maratona vede affermarsi Abebe Bikila, etiope che corre a piedi nudi. L’Italia porta a casa 36 medaglie, di cui 13 d’oro, posizionandosi al 3° posto della classifica generale.
Ciclismo: Il mondo del ciclismo e dello sport piange la scomparsa di Fausto Coppi, deceduto il 2 gennaio a causa di malaria non diagnosticata; Anquetil è il primo francese a vincere il Giro d’Italia; l’italiano, Gastone Nencini, torna ad aggiudicarsi il Tour de France.
Calcio: La Juventus vince trionfalmente lo Scudetto.
Automobilismo: Jack Brahbam si conferma Campione Mondiale di “Formula 1” con la Cooper-Climax.

Umberto Ravagnani

Foto: Il corteo della Solenne il 1° maggio 1960 con la Madonna sul carro trainato da due cavalli dal bruno mantello (dal diario di Don Antonio Zanellato e Don Mario Cola – Archivio Parrocchiale di MB. Foto originale in bianco/nero dello Studio Fot. Crosara. Elaborazione grafica digitale Umberto Ravagnani).
Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 1960 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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IL MONUMENTO AI CADUTI

[172] IL MONUMENTO AI CADUTI DI MONTEBELLO

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia del monumento ai Caduti eretto nel 1924 e opera dello scultore Giuseppe Zanetti.

« Il 28 ottobre 1922, con la Marcia su Roma fatta dal Fascismo che assunse la responsabilità del potere, nel nostro paese, come nel resto d’Italia, ebbero fine le lotte dei partiti e le dimostrazioni di piazza. Fu ristabilito l’ordine, che in seguito non fu più turbato. Il 16 novembre 1924, Montebello Vicentino inaugurava alla memoria dei suoi figli caduti per la Patria un monumento, lavoro pregevolissimo dello scultore Cav. Giuseppe Zanetti di Vicenza. Sul luogo in cui doveva sorgere la bella opera d’arte, destinata ad eternare l’eroismo dei nostri caduti, si discusse non poco, cosicché pareri ed opinioni non mancarono in quell’occasione. Taluni consigliavano di erigere il monumento sulla piazza Umberto I; altri in quella della Chiesa; altri ancora sul luogo dove sorge. La piazza maggiore però, sia per la sua ristrettezza, come per la poco decorosa cornice che nei giorni di mercato avrebbe offerto con i baracconi di merciai, a quell’opera ispirata a sentimenti di alta idealità, apparve ben presto inadatta per l’erezione del monumento. Allora la piazza della Chiesa delimitata a mezzogiorno dalla facciata monumentale del tempio ed a settentrione dalla loggetta di casa Peruffo, chiusa a mattina dalla semplice ed elegante facciata dell’edificio scolastico ed, a sera, dagli alberi altissimi di Villa Freschi-Sparavieri, parve il punto più adatto per accogliere l’opera dello Zanetti, la quale in quel complesso veramente delizioso per freschezza di sempreverdi e per architettoniche bellezze avrebbe acquistato maggior prestigio.
Invece il Monumento ai caduti sorse in prossimità di Casa Canonica, dove fu abbattuta la mura che divideva l’orto dalla via Giuseppe Vaccari e aperto un piazzale a cui si diede la denominazione di IV Novembre. Nel mezzo del piazzale sorge il monumento circondato da una aiuola coltivata a fiori. Sopra cinque gradini di marmo rossigno di Lusiana, battuti a bocciarda, si eleva un pesante sarcofago, sostenuto nella parte anteriore da quattro tozze colonnine doriche, fra le quali si attortigliano due bronzei festoni d’alloro. Sopra il sarcofago, il quale, come le colonnine, è di marmo di Lusiana lucidato, si adagia un combattente moribondo e si erge la Vittoria, con lo sguardo fisso al cielo, con la fiaccola della libertà tra le mani, con le ali aperte come a proteggere il caduto. Tanto questo, come quella, diversi per atteggiamento e per espressione, sono scolpiti in marmo bianco di Carrara. Ai piedi del sarcofago, anzi appoggiata al sarcofago stesso, sta seduta la vedova, la quale nella sinistra tiene il libro della storia, mentre con la destra regge la croce a cui si intrecciano rami di alloro e di quercia, che il figlio del caduto, rifugiato a fianco della madre, sostiene con quella come per accomunare in un etnico palpito la fede, la fortezza, il sacrificio e la gloria. Anche questo gruppo è scolpito in marmo bianchissimo di Carrara. Ai lati del sarcofago sono scolpite due iscrizioni e cioè a destra: « Guerra 1915-1918 », ed a sinistra: « Montebello ai suoi Caduti ». Dietro al sarcofago, in caratteri romani, sono incisi i nomi degli scomparsi. All’imbocco del piazzale, circondato per tre quarti da sempreverdi, due pilastri in pietra tenera sorreggono due artistici lampioni in ferro battuto. Ecco in poche e povere parole descritta l’opera d’arte che i Montebellani dedicarono ai loro Caduti il 16 novembre 1924. Da allora il nostro paese attende a rifare ed accrescere le proprie risorse. Possano esse prosperare in lunga e benefica tranquillità!
 »

Umberto Ravagnani

Foto: Cartolina postale che riproduce il monumento ai Caduti della Ia guerra mondiale spedita il 17 ottobre 1928 dal famoso Generale Giuseppe Vaccari, da Montebello Vicentino al Comando Corpo d’Armata a Roma (APUR – Umberto Ravagnani).

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DA MONTEBELLO A WOLLONGONG

[149] DALL’ORATORIO DI MONTEBELLO A WOLLONGONG  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

IL CALCIO È UNA MALATTIA DI FAMIGLIA

« A Montebello, nel 1952, il cappellano don Giuseppe ai bambini che frequentavano l’oratorio offriva una “galletta” ciascuno, verso le quattro del pomeriggio. Non c’era alcun bisogno di chiamarci! Con la coda dell’occhio, pur giocando, guardavamo la porta della canonica. Appena quella si apriva per lasciar intravedere don Giuseppe, noi già si correva verso di lui per essere i primi a ricevere la galletta. Erano americane! Una volta alla settimana don Giuseppe ci dava anche un cioccolatino gianduiotto, un pò amarognolo, ma buono con la “Galetta”. Tutte cose americane! Nessuno di noi ragazzini ha mai potuto indovinare quale fosse il giorno in cui ci sarebbe stato il gianduiotto. Se c’eri, lo prendevi. Se non c’eri lo perdevi! Nel 1954 arrivò don Francesco e gli americani avevano finite le “gallette” da darci. Già dagli ultimi sei mesi della permanenza di don Giuseppe, non venivano più distribuite. Ma il pallone c’era soltanto all’oratorio! Dove altro si poteva andare per giocare a calcio? Durante l’estate seguente, don Francesco ricominciò a distribuire le medesime “gallette”, e anche il ‘saltuario’ gianduiotto! Nessuno di noi si azzardò a chiedere il perché o il percome. Giocavamo e mangiavamo, per poi ricominciare a giocare a calcio. Non si poteva chiedere di più. Ed eravamo più che contenti. L’anno dopo finirono le gallette, ma don Francesco organizzò un torneo di calcio per ragazzi dai 10 ai 15 anni, da disputarsi durante i pomeriggi ‘infrasettimanali’ con squadre dei paesi vicini: Gambellara e Zermeghedo. Don Francesco procurò anche la maglie per le due squadre dell’oratorio, biancorosse per la Audax-Baby, la mia squadra, e bianconere per l’altra squadra, che era quella di mio fratello Albano. Entrambe le squadre erano di età mista. Mio fratello ha due anni più di me, ma con noi c’erano “Cianeto”, Renzo e Ruggero, che erano della sua età. In finale andarono le due squadre dell’oratorio, le nostre. Vinse la squadra di mio fratello. All’oratorio io continuai a giocare le solite partitelle, mentre Albano trovava lavoro alle Alte di Montecchio. E cominciò a giocare con la Ronzani di Vicenza. Da lì, ancora giovane, passò al Marzotto di Valdagno. Un giorno, infatti, dei Signori del Marzotto vennero a parlare con nostra madre per poter avere Albano con loro. Stipendiato dal Marzotto.
Anche se allora non erano grandi somme di denaro. La mamma acconsentì, e mio fratello si accordò con la ditta che lo aveva assunto: al mattino lavorava con loro e al pomeriggio andava a Valdagno per gli allenamenti. Nelle giovanili. Ma con qualche giornata da riserva in serie B. Poi dovette partire per il militare. Riuscì a giocare con il Civitavecchia, in Serie C, per tutta la naja. Intanto il Marzotto, in quei due anni, andò di male in peggio. Albano tornò dal militare per rimettersi a lavorare, ma continuò ancora con la squadra di Valdagno per qualche anno, finché Rita Pavone non si mise a cantare “La partita di pallone”. Poco dopo io partii per l’Australia. L’ultima mia partita di calcio la giocai a Whyalla, in South-Australia. Indossavo la maglia dello ‘Steel-United’, la squadra dell’acciaieria di quella città. Quando vidi che un compagno di squadra si spezzò la gamba destra, mi venne da pensare: mica son venuto qui per finire come lui. E smisi di giocare. Due domeniche prima avevo pure segnato un bel goal. In squadra eravamo cinque italiani e sei tra inglesi, scozzesi e un australiano. Sergio Balatti era il centravanti e io giocavo da ala tornante. Sergio era arrivato da piccolo con la sua famiglia, dalla Valtellina. Parlava come gli australiani e diceva a noi cosa fare. Noi ancora non parlavamo inglese. Ma la palla è rotonda! Sia che la chiami palla oppure ball, è sempre da mettere dentro la porta avversaria. Conservo ancora il piccolo articolo di giornale in cui si parla della vittoria dello ‘Steel-United’ e del goal che io segnai, e ho avuto la fortuna di poterlo mostrare al mio ‘Grand-Son’, mio nipote, che ha 15 anni e gioca bene al calcio, con il suo ‘Catholic College”. I miei due figli hanno giocato al calcio da quando il primo aveva 12 anni ed il secondo 9. Prima con il Wollongong Olimpic, club riservato soltanto agli “junior”. Quando cominciarono a frequentare l’Edmund Rice College’, famoso per le vittorie nella competizione di rugby, loro continuarono invece a giocare al “soccer” (pronunciato soccher), come qui chiamavano il calcio. Che all’epoca era considerato uno sport minore, sia a livello scolastico che a livello nazionale. Io stesso, quando i miei figli erano adolescenti, ritornai al calcio. Fu padre Nazareno, da Mussolente, e quindi vicentino, a chiedermi di aiutare il gruppo giovanile del Centro Italiano, formando una squadra per partecipare al torneo di calcio delle denominazioni cristiane dell’Illawarra. In altre parole, i figli degli Italiani di Wollongong avevano formato l’Italo-Australian ‘Youth Club’, con base al centro italiano dei padri scalabriniani, e lì dovevano giocare contro squadre di club anglicani, metodisti, battisti, luterani, presbiteriani e via dicendo. Era il 1982, Italia campione del mondo! Dopo un paio di settimane, tutto questo diventò semplicemente il Churches-Competition, che letteralmente significa il torneo delle chiese.
Ci si allenava due sere la settimana. La mia presenza era necessaria soprattutto per avere un adulto sempre nei pressi. Facevo anche da allenatore, ma più per far capire a certi giovani che avevano giocato a rugby la differenza del fuorigioco fra il calcio e il rugby. Più di qualche goal non fu segnato proprio perché la regola del fuorigioco era molto dura da comprendere per i giocatori che avevano sempre giocato al Rugby. Agli allenamenti, per fortuna vicino a casa mia, mi portavo dietro i figli. Vicino al campo da calcio abitava un loro compagno di scuola, così anche Carlo si univa ai miei David ed Anthony per la durata della seduta. Carlo, figlio di abruzzesi, era soprannominato F.C. che stava per Football Club. In quel periodo, avevamo due automobili, indispensabili per andare a lavorare. Io avevo comperato una 500 Fiat da pochi dollari per mia moglie, perché portasse i figli alla scuola cattolica. La dovetti usare io perché non riusciva a cambiare le marce senza ‘grattare’. I nostri figli ricordano quell’auto ancora adesso. Era una decapottabile. Dei giovani dello Youth Club, qualcuno divenne avvocato, altri commercialisti o impresari, altri ancora semplici operai alla ‘SteelWork’. Molti hanno bambini. Un gruppo di quei professionisti ha poi ripreso a radunarsi in un campetto da calcio semi-abbandonato, di nuovo a correre dietro un pallone. Tra di loro. Dopo una settimana chiusi dentro gli uffici. E si portavano i figli dietro. E giocavano a calcio con i loro bambini. Uno dei miei figli finì di giocare a calcio con l’Università di Wollongong. Ora, dopo il lavoro, è allenatore patentato. L’altro invece ha smesso dopo essersi fratturato la gamba destra giocando al calcio. Io ero presente quando accadde. Ma anche dopo questo mio figlio non riesce a restare lontano dal calcio, tanto che adesso è presidente del “Port Kembla Puma Amateur Club”. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Giugno 2019).

Umberto Ravagnani

Foto: Il campo sportivo dell’Oratorio di Montebello, attivo dagli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (1)

[146] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Prima parte)

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« L’antica chiesa di S. Maria, sorta sotto gli auspici del Conte Uberto Maltraverso, presso a poco dove sorge quella attuale, a causa delle angherie guerresche a cui fu soggetta nel corso dei secoli ed ancor più per vetustà, al principio del secolo XV era talmente malconcia, che nel 1447 fu rifatta dal Comune e dagli uomini di Montebello, come lo prova una iscrizione che fu posta sul pilastro sinistro del coro e che così diceva : « MCCCCXLVII Com. et homines de M. B. fec. fieri hanc ecclesiam ». Pare tuttavia che la chiesa sia stata compiuta solo nel 1459, perchè nell’interno della facciata si leggeva quest’altra iscrizione: « Zanantonio f. 1459 Maistro Manfredin da Ravena di Bnd. f. » i quali probabilmente saranno stati i capi maestri che diressero il lavoro.
Giova ricordare però che alla nuova chiesa si diede una posizione del tutto diversa dalla antecedente, essendochè quella costruita al principio del secolo XII aveva la facciata prospettante verso mattina, mentre questa, costruita nel 1447, ebbe la facciata rivolta verso tramontana. La nuova prepositurale poi, oltre alla navata maggiore, ne ebbe una seconda a sinistra dell’ingresso, con tre cappelle corrispondenti ad altrettanti altari, il primo dei quali era dedicato a S. Brigida, il secondo a S. Maria della Concezione ed il terzo a S. Martino Vescovo di Tours. A questi altari, quando nel 1499. essendo aumentata la popolazione, si allungò la chiesa, ne furono aggiunti altri due e cioè uno dedicato a S. Giuseppe e l’altro a S. Francesco di Paola. Infine, di lì a qualche tempo, sulla parete sinistra del coro, fu eretto un altro altare dedicato alla S. Croce. L’altare maggiore poi era dedicato all’Assunzione della Vergine, la quale figura insieme con gli Apostoli nella pala di sconosciuto autore che ancora si conserva nel tempio attuale con alcune altre già appartenenti a quella vetusta chiesa demolita nel 1791, perchè cadente, sproporzionata e priva di ogni gusto d’arte. (1)
La prima pietra per la costruzione del coro e delle sacrestie della chiesa attuale, fu posta, fra il giubilo dell’intera popolazione e con le cerimonie che prescrive il sacro rito, il 18 ottobre 1776. Essa porta scolpita la seguente iscrizione: « Annuente Marco Cornelio – Episcopo Vicentino – Franciscus Scortegagna – Praepositus – lapidem – Die XVIII Octobris – Anno Salutis Hunc posuit MDCCLXXVI ». Giova ricordare però che il coro e le sacrestie della nuova chiesa sorsero quasi vicine alla facciata dell’antecedente, la quale occupava quell’area di terreno che oggidì accoglie il frutteto, il giardino e la villa del commendator Farina (l’attuale Casa Canonica n.d.r.).
Quindi la chiesa attuale risultò alquanto più vicina all’imbocco della via Giuseppe Vaccari, allora detta della Chiesa; e ciò con generale approvazione dei Montebellani, perchè quella parte di paese che dalla prepositurale si estendeva fino al Ponte Nuovo più non esisteva, perchè incendiata durante le guerresche vicende della Lega di Cambrai.
Intanto il 15 agosto 1784, compiuta l’erezione delle sacrestie e del coro, questo fu benedetto per cui si incominciò ad ufficiare. Inoltre nel luglio del 1791 furono tolti gli altari dalla vecchia chiesa di cui fino allora avevano usufruito i fedeli e quindi nell’anno stesso la medesilna fu demolita, e i materiali che si ricavarono adoperati nella costruzione del tempio attuale. Peccato che la commissione eletta per la fabbrica della Chiesa, abbia ceduto come materiale da costruzione al signor Vincenzo Squarcina levatario del lavoro, anche le numerose lapidi che coprivano le tombe delle più benemerite famiglie della parrocchia, per cui andarono disperse preziose memorie per la storia locale. (2) » (Continua…)

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Altre pale che si conservano oggidì sono: La pala della S. Croce di sconosciuto autore, la pala di S. Martino di Giacomo Ciesa e la pala di San Carlo dipinta da Alessandro Bianchi nel 1624.
(2) Fra le lapidi della demolita chiesa, due solamente furono salvate e cioè una riguardante Francesco Cenzatti e l’altra il Prevosto Pietro Dottor Caprini di cui Francesco Bonomo illustrò la vita e le opere in un manoscritto che si conserva nell’archivio prepositurale. Ecco la lapide: « D. O. M. Pietro Caprini I. M. D. Huius Ecclesiae – Preposito Virtute doctrina ac summa – erga pauperes liberalitate – Ornato – Praesides Communitatis Montisbelli – Anno MDCCLXI posuere – XIII Kal. Maii ». Fra le iscrizioni di lapidi scomparse ci è rimasta questa curiosa epigrafe: « Al nome de Idio MDLXXXV. Essendo Chiaramonte Chiarello Omo d’arme – presentato a Vicenza in Sala Bernarda – per morte de omo – la sorte volse – che all’ora di terza campana – gli fu tratta una arcafusata e fu colto in la testa – il che morse de anni XXXII: Et io Chiarello – padre del sepulto citadino di Vicenza – feci fare ».

Foto: La Chiesa di Santa Maria a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2008).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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LA CHIESETTA DI SAN DANIELE

[140] LA CHIESETTA DI SAN DANIELE LEVITA E MARTIRE

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesetta di San Daniele Levita e Martire, edificata all’interno delle mura del Castello.

« Dall’atto di vendita di Montebello, esteso l’otto gennaio 1263, apparisce chiaramente che Guido Conte di Lozzo cedette alla città di Vicenza « la metà per indiviso del diritto di patronato delle chiese di Montebello »; per cui è da supporre che la chiesetta di S. Daniele sia stata costruita sulla prima metà del secolo XIII. Giova ricordare però ch’essa fu dedicata a S. Daniele Levita e Martire e non a S. Daniele Profeta, come si credette dopo il 1600, tanto che Francesco Viviani, il quale nel 1676 la restaurò e rifece l’altare, sopra lo scudo del medesimo pose la seguente iscrizione incisa su marmo nero: « D. O. M. Danieli Prophetae Celestique Curiae – dicavit Franciscus Vivianus I.C. – Anno Domini MDCLXXVI » (vedi foto). Anche nel quadro detto del Consiglio fatto eseguire dalla Comunità nel secolo XVII in cui vengono rappresentati i Patroni della parrocchia, figura S. Daniele Profeta, il quale come tale viene ricordato pure nella Rubrica delle Processioni Statutarie, mentre il Santo titolare di questa chiesetta e compatrono della parrocchia fu ed è S. Daniele Levita e Martire, il cui corpo prodigiosamente ritrovato in Padova nel Natale del 1075, fu solennemente trasportato nella Cattedrale di quella città. Fu allora che in diversi luoghi si innalzarono oratori e chiese in suo onore e la sua devozione fu portata anche a Montebello dai Conti Maltraverso, i quali prima lo vollero compatrono della chiesa di S. Maria di cui godevano il diritto di iuspatronato, e, molto più tardi, gli dedicarono la chiesetta entro la cinta del castello. Di quella prima chiesa oggidì non rimane che una parte della parete prospettante a mezzogiorno in cui si apre una piccola porta ad arco a tutto sesto, sopra la quale una lapide in pietra tenera ed a caratteri gotici, ormai totalmente corrosi dal tempo e perciò illeggibili, così diceva: « MCCCLXII – Ind. XV die mercurii II februarii Frater Guido de Mantua – Mag. Rhodiensium intravit – In hoc oratorium Sancti Danielis ». Questa chiesetta la quale ha un solo altare con una pala di scarsissimo valore artistico e rappresentante S. Daniele Profeta, sul principio del nostro secolo ormai cadente per trascuratezza, fu restaurata radicalmente dal Nobil Uomo Marchese Luigi Carlotti ex proprietario del Castello. »

Umberto Ravagnani

Foto: La Chiesetta di San Daniele Levita e Martire (APUR – Umberto Ravagnani – 2014).

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SELVA DI MONTEBELLO

[127] BREVE STORIA DI SELVA DI MONTEBELLO E DELLA SUA CHIESA

Ancora dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Selva di Montebello e della sua Chiesa.

Quantunque la frazione di Selva di Montebello, come il villaggio di Agugliana, non abbia una storia particolare che la distingue dagli altri centri, tuttavia, da un documento del 1080 riportato dall’Orsato nella sua storia di Padova, risulta che i Maltraversi erano « Comites Montisbelli et Sylvarum », e cioè Conti di Montebello e delle Selve. Ed invero il paesello di Selva, come dice lo stesso suo nome, fino dai tempi più remoti fu così denominato a causa delle fitte boscaglie che allora coprivano pressochè per intero i colli circostanti, la ridente valletta in cui si adagiano le sue abitazioni.

Sul principio del secolo XVII Selva ed Agugliana, fecero alcune istanze presso la « magnifica città di Vicenza » e presso « l’alma et inclita città di Venezia », allo scopo di svincolarsi dal comune di Montebello. Ogni tentativo peraltro riuscì vano, per cui il 15 agosto 1624, Girolamo dei Giorii e Nicolò Guarda, incaricati in proposito, compresa l’inutilità di ulteriori insistenze, decisero di rinunziare alla causa. Da allora Selva ed Agugliana più non pensarono di sottrarsi al comune di Montebello, da cui sempre dipesero per giurisdizione amministrativa.

Il primo tentativo di costruire una chiesa nella contrada di Selva, risale al principio del secolo XIX; quando cioè un membro di un ramo, ora estinto, della famiglia Maule, provvedeva con un legato, all’erezione di un oratorio, il quale però non fu costruito, perchè in progresso di tempo, la famiglia che ne patrocinava la causa decadde, e quel lascito andò disperso. Senonchè sulla prima metà del secolo scorso, il bisogno di avere un piccolo oratorio fu manifestato dall’intera popolazione. Ma, sebbene il parroco di Agugliana, Don Benedetto Pernigotto, fosse propenso alla causa, pure bisognava rendersi ragione che, prima di costruire il  nuovo oratorio, era necessario di restaurare la chiesa di S. Nicolò, assai malconcia per vetustà. Per cui anche in quei tempi, l’idea di costruire la tanto desiderata chiesetta fu pel momento abbandonata; e solo nel 1867 ai Selvesi si offrì l’occasione di tradurre in atto il loro proposito. Ed ecco in qual modo: « Ancor prima del 1866 così scrive Don Domenico Casalin nelle sue memorie di Selva ed Agugliana (1) si pensava di riattare la canonica di Agugliana. Portata la cosa come di diritto e di metodo a conoscenza del Consiglio Comunale di Montebello, fu dallo stesso riconosciuto quel bisogno, e, previo tecnico progetto, fu indetta l’asta del lavoro, il quale fu levato dal M. R. Parroco Don Beniamino Rancan per fiorini austriaci 675. Sopravvennero intanto i rovesci politici del 1866 e del progetto per alcun tempo non ne fu nulla. Finalmente, riaperte le pratiche, il Commendator Giuseppe Pasetti, di grata memoria, e a quel tempo sindaco di Montebello Vicentino, volle portarsi in persona sul luogo per vedere il da farsi. Veduta la posizione e la condizione materiale della casa canonica, propendeva il Pasetti a rifarla del tutto, trasportandola dietro alla chiesa, e, nello stesso tempo, consigliava il M. R. Parroco a rinunciare all’appaltatura del lavoro, devolvendone l’incarico ad una commissione di parrocchiani. E la commissione fu eletta nelle persone di Tibaldo Domenico, Guarda Giosuè e Benetti Marc’Antonio di Selva e di un capo delle più importanti famiglie di Agugliana.

Fu invitata la commissione a raccogliersi sotto la presidenza del Sindaco nella Sede Municipale il 20 novembre 1867, onde venir a capo di qualche cosa. Mancava il membro della commissione appartenente all’Agugliana, per qual ragione non lo si sa, e siccome si trovava sulla piazza sottostante e dopo ripetuti inviti non volle intervenire, impazientito il Benetti esclamò: S’egli, che è il più interessato per la comodità del luogo, non viene, devo mandare lassù le mie boarie? E se facessimo una chiesa in fondo alla valle? Magari – rispose il Sindaco -; fate una sottoscrizione di obbligazioni in denaro, ed invece che alla fabbrica della canonica di Agugliana, darò i 675 fiorini a quei di Selva per la costruzione della nuova Chiesa – Nè furono parole, che ne fe’ versare dalla cassa nuova chiesa comunale ben 700 fiorini pari a lire italiane 1750 ».

Il Casalin, il quale descrive con ricchezza di particolari la costruzione della chiesa di Selva, dice che l’elargizione fatta dal comune ai Selvesi fu come una scintilla che susciti un grande incendio. Difatti, quantunque la somma elargita fosse ben poca cosa, al confronto della mole del lavoro, pure le offerte di denaro, di legnami, di sabbia, di laterizi e la mano d’opera gratuita prestata da quei di Selva, furono tali che, in poco più di 10 mesi, la chiesa fu compiuta. La costruzione del tempio, incominciato il 26 marzo 1868 e finito agli ultimi di gennaio dell’anno successivo, diè luogo a questioncelle tra Selvesi ed Aguglianesi, essendochè questi ultimi mal tolleravano la divisione delle due contrade già formanti un’unica parrocchia. Ciò nonostante, la contrada di Selva nel 1870, ebbe il suo primo religioso il quale fu Don Pietro Verlato di Tezze, e da quei tempi, come curazia, fu soggetta alla parrocchia di Agugliana. La chiesa di Selva, sorta su disegno del maestro muratore Guarda Giovanni, il quale riprodusse in forme più modeste quella di Montebello, è dedicata all’Annunciazione. Il tempio, ad una sola navata, ha cinque altari fra cui quello maggiore in marmo bianco e di stile classico, ornato da bel tabernacolo e da due statue di angeli diversi tra loro per raccolto atteggiamento di preghiera. Oltre all’altare maggiore sono pure, in marmo, quello dedicato all’Immacolata e l’altro a S.Giuseppe, mentre gli altari del SS.Crocifisso e di S.Antonio sono in legno, il primo di forme povere, il secondo di stile barocco. Accanto alla chiesa, la cui facciata incompiuta prospetta in una solatia piazzetta, sorge il massiccio campanile eretto nel 1910. Il ridente villaggio di Selva, circondato per tre parti dalla verde chiostra di colline, sparse di ulivi e festonate di viti, è la méta preferita delle passeggiate dei Montebellani, i quali, oltre che la tradizionale ospitalità dei Selvesi, apprezzano pure la squisitezza di quei vini frizzanti.

Note:
(1) Queste memorie si conservano manoscritte nell’Archivio Curaziale di Selva.

Foto: Selva di Montebello (foto: APUR – Umberto Ravagnani 2018).

Umberto Ravagnani

Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019.

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LA FAMIGLIA NARDI

[102] LA FAMIGLIA NARDO O NARDI

Il cognome Nardi prende origine da Nardo, ipocoristico aferetico (1) di Bernardo o Leonardo. Nel caso dei Nardi di Montebello deriva da Leonardo, capostipite segnalato in un atto notarile del 1419: i fratelli Guglielmo e Jacobo del fu Nardo di Montebello ed in altri documenti coevi come figli di Leonardo. La derivazione da Leonardo piuttosto che da Bernardo è confermata, nello stesso periodo, nell’alta valle dell’Agno dove nasce il cognome Nardon da tale Leonardo proveniente dalla Germania con altri compagni per intraprendere i mestieri di pastore, di minatore e di boscaiolo. Ed è proprio per garantire l’assistenza spirituale a questi lavoratori che in quell’epoca numerosi religiosi di origine tedesca si insediano nelle chiese dell’alta collina vicentina e veronese. A Montebello le famiglie Nardo o Nardi nel Quattrocento sono insediate tutte nella contrà della Chiesa Parrocchiale e sono ben otto quelle censite nel “Balanzon” (2) del 1544-45. Due di queste, ossia quella di Gabriel Nardo e quella di Jacobo del fu Silvestro Nardo, vantano in quel momento una discreta disponibilità economica, di gran lunga superiore alle altre famiglie che portano lo stesso cognome. Soprattutto il Notaio Gabriele che possiede una numerosa clientela anche nei paesi limitrofi di Sorio e Gambellara, e si distingue per la sua bellissima calligrafia e per la perfetta padronanza del latino. I Nardi di Montebello documentati nel ‘500, come scritto in apertura, risultano essere i discendenti di due rami distinti cioè di Guglielmo e di Jacobo, facenti capo a Nardo, il cui legame, dopo sei generazioni, è ormai chiaramente debole e lontano. Nel 1507 Nicolò del fu Giovanni Nardi e Sebastiano figlio di Jacobo Nardi sono protagonisti di una furibonda rissa con la parte avversa costituita da alcuni membri delle famiglie Dal Pissolo e Scolaro coalizzate. Dal testamento del 1519 di Pasqua Nardi si viene a conoscere che la stessa è moglie di Nicola Fasolato e, sempre in quell’anno, la rissa menzionata sembra essere acqua passata poiché Ursula Nardi figlia di Silvestro sposa Giovanni Dal Pissolo. Un’altra sorella di Ursula, Francesca, sposa nel 1526 Bartolomeo Pietro-Marendoli, appartenente lui pure ad una famiglia di notai. Tre anni dopo il padre delle due donne fa testamento nominando suoi eredi i figli Jacobo e Melchiore, (quest’ultimo padre del futuro notaio Spinardo Nardi), nonché Pellegrino suo nipote, figlio del suo defunto figlio Giovanni. In un rogito della metà del ‘500 si legge poi che, nel secondo decennio di quel secolo, Jacobo Nardi aveva sposato Lucia, figlia del nobile Marco Gualdo (in seconde nozze). Nel 1530, Caterina figlia di Jacobo Nardi sposa Bernardino Nichele, e nel 1537 Bernardina figlia di Silvestro Nardi diventa moglie di Battista Cazolo (Cazzolato). Sempre nel 1537 Francesco Nardi ricopre la carica di consigliere del Comune di Montebello e lo stesso, nel 1541, detta le sue ultime volontà al notaio Gabriele Nardi. L’anno successivo fanno pure testamento Aldrigeto del fu Jacobo Nardi e Gian Antonio del fu Guglielmo. Spinardo Nardo, il notaio summenzionato, roga tra il 1571 ed il 1631, dapprima a Montebello ove ricopre anche importanti cariche comunali, e poi a Vicenza, città, nella quale si stabilisce a seguito di una controversia con i suoi compaesani e dove muore, forse di peste. Nel 1647 Giulio Nardi detto “Belochin” viene bandito da Montebello, non si sa per quale reato, e va ad abitare con la famiglia a Isola della Scala, territorio di Verona. Nel corso del ‘600 sono diversi i Nardi a ricoprire la carica di consigliere comunale di Montebello: nel 1602 Spinardo, nel 1617 Tomio, nel 1639 Giacomo, nel 1663 Francesco, nel 1664 Gio Maria. Sono solo tre le famiglie Nardi presenti nell’Estimo del 1665- 1669: Pietro proprietario di 8 campi che nel frattempo ha spostato la sua residenza nella contrà della Maistrella verso la Selva di Montebello, Anna vedova di Gio Maria Nardo che è rimasta fedele alla contrà della Chiesa proprietaria di circa 3 campi e mezzo e Francesco, suo vicino di casa, che di terra ne ha appena un campo. Dal 1686 al 1692 Antonio Nardi è notaio in Montebello, dal 1719 al 1748 Gio. Maria Nardi, e tra il 1793 ed il 1796 Giuseppe. Verso la fine del ‘700, negli elenchi del Dazio macina del 1789 e 1798 tra i “mediocri” vi è Michiel Nardi, affittuario, ed alla stessa classe sociale appartiene Giacomo Nardi che di mestiere fa il carrettiere e Giobatta Nardi, fabbricante di pentole e paioli di rame. Il cognome Nardi è tutt’oggi presente in Montebello, resta però da verificare se coloro che portano questo appellativo siano realmente i discendenti dell’antico nucleo montebellano o se invece siano qui emigrati. Nardi figura tra i primi 200 cognomi d’Italia con ben 6281 nuclei (fonte pagine bianche SEAT della fine del 2004). E’ evidente quindi che l’alto numero di coloro che si individuano con questo cognome è dovuto al fatto che all’epoca della cognomizzazione, avvenuta tra la metà del ‘400 e la meta del ‘500, in più parti d’Italia ed in momenti diversi, numerose persone hanno dato vita al medesimo appellativo.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Nota:
(1) abbreviazione di un nome con la soppressione diella sillaba iniziale (N.d.R.).
(2) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R.).

Figura: I due sigilli tabellionati usati dal notaio Gabriel Nardo nel Cinquecento. Il sigillo tabellionato o signum tabellionis indica il segno che i notai apponevano prima della loro sottoscrizione, a garanzia di autenticità (a cura del redattore).

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UNA DONNA RAPINATA

[100] UNA DONNA RAPINATA

Alle ore 22 del 4 Aprile 1796, Rosa moglie di Carlo Cisco, Maddalena Cisco e Maria Castegnaro, facevano ritorno a casa dopo aver assistito alle funzioni parrocchiali nella Chiesa di Santa Maria di Montebello. Giunte davanti alla mura dei Conti Sangiovanni (nell’attuale via Borgolecco N.d.R.) furono fermate da un uomo col volto coperto da un fazzoletto e armato di un “palozzo” (bastone) che era sbucato all’improvviso da un buco della mura stessa. Costui si avventò contro Rosa intimandole di non muoversi e strappandole dal collo un filo di “perosini” d’oro (palline d’oro) se ne fuggì scalando il muro da cui era uscito. Partì una denuncia contro l’ignoto rapinatore e la Giustizia, in base alle tracce lasciate dal ladro, risalì all’esecutore del maltolto. L’autore fu riconosciuto in Giuseppe Perini, stante anche il fatto che il citato aveva tentato di vendere i “perosini” ad una persona nota alla Giustizia per la somma di 32 Lire. Fu condannato a 18 mesi al remo su di una galera.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘700)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo (a cura del redattore).

Nota: Per rassicurare i lettori su questi violenti fatti di cronaca voglio citare un articolo di Mind (Mente & Cervello) del mese di giugno 2018, dal titolo “Il declino della violenza” di Steven Pinker docente di psicologia alla Harvard University di Cambridge: « Quella in cui viviamo è senza dubbio una delle epoche meno violente della storia … Oggi per un cittadino europeo il rischio di morire per mano di un proprio simile è statisticamente 60 volte inferiore rispetto al 1300 … Quando consultiamo le cronache medievali dell’Europa occidentale, constatiamo che l’autocontrollo lasciava a desiderare. In quei racconti abbondano i dettagli che dimostrano che la gente veniva alle mani per un nonnulla, faceva i bisogni dove capitava o pugnalava gli altri nel bel mezzo di un pranzo, tutti segnali che la capacità di controllo della mente di controllare il comportamento era molto debole. Così in Cina l’uso delle bacchette è stato imposto dall’imperatore per mettere fine al problema mortale dei litigi durante i pasti, favorito dalla presenza dei coltelli … » (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA CENZATTI

[94] LA FAMIGLIA CENZATTI O CENZATO

Verso la fine del Trecento, San Vincenzo diventa Patrono di Vicenza,  in sostituzione dei Santi Felice e Fortunato. Questa operazione è favorita dai Nobili Visconti di Milano, in quel periodo signori di Vicenza, che dotano la neonata Chiesa di San Vincenzo di numerosi beni, soprattutto in Montebello. Anche in Montebello questo nome prende piede nei primi decenni del Quattrocento e,  nel 1450, si legge di un tale Michele figlio di Vincenzo. A due transazioni notarili del 1479 partecipa “Cenzeto” figlio di Nicolò dalla Selva, così chiamato in una, mentre nell’altra figura come Vincenzino figlio di Nicolò Cenzeto. Nel 1485, in un altro rogito, appare scritto Vincenzo del fu Nicolò detto “Cenzeto”. Non è molto ben chiaro se le nove famiglie estimate nel 1544-45 siano tutte legate da vincoli di parentela. In quella rilevazione si trovano elencati più rami con il cognome Cenzati o Zensati che sono collocati nell’omonima contrà della Selva, nella contrà della Piazza (nel centro di Montebello) e nella contrà di Borgolecco. L’alternanza dei nomi di battesimo come Michele e Nicolò, spesso presenti nelle famiglie dei Cenzati, sancirebbe la discendenza da un unico capostipite, pur mancando i documenti per la conferma. La suddetta rilevazione evidenzia poi lo spostamento dei Cenzati dalla Selva verso il centro abitato nel quale hanno trovato la definitiva abitazione, per scomparire poi totalmente dall’iniziale insediamento sulle colline. Figura di spicco dei Cenzati è il Presbitero Vincenzo del fu Bernardino che alla metà del ‘500 officia nella vicina Chiesa di San Giorgio di Sorio. Nelle liste dei consiglieri comunali di Montebello stanno scritti  Pellegrino nel 1655, Domenico e Francesco nel 1682 e nuovamente Domenico nel 1689. Il notaio Paolo Cenzati (o Cenzatti) è attivo in Montebello nella prima metà del Settecento ed il figlio Domenico nella seconda, garantendo il loro operato alla comunità per circa 90 anni  fino ai primi anni dell’Ottocento. Negli elenchi del Dazio Macina di fine Settecento Domenico Cenzati è naturalmente segnato nella Prima Classe dei benestanti a capo di una famiglia di ben 11 componenti.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Casa Cenzatti Conforti, in via Marconi. E’ considerata una delle più vecchie case di Montebello, probabilmente risalente al Seicento (a cura del redattore).

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LA FAMIGLIA CAZZOLATO

[86] LA FAMIGLIA CAZZOLATO

Questa famiglia ha visto nascere il suo cognome in Montebello nella prima metà del ‘500. La sua origine si deve a tale Pietro detto “Casolo” o “Cazolo” come più volte scritto, vissuto alla metà del ‘400 (nel 1469 era già morto). Tale soprannome può derivare tanto dal formaggio, quanto dal mestiere del commerciante di alimentari, il “casolin” appunto, come ancor oggi viene chiamato il dettagliante di cibarie e simili. La successiva trasformazione in –ato, usuale nel Veneto ed ancor più accentuata in Montebello, lo modifica nel definitivo Cazzolato. Uno dei suoi più vecchi componenti porta il nome di Marendolo che si perpetuerà fino alla sparizione da Montebello di questa famiglia che nulla a che spartire con quella dei Marendoli notai. Domenico Cazzolato nel “Balanzon” (1) di metà cinquecento abita nella contrà di Borgolecco ed è al secondo posto, nobili esclusi, nella scala dei più abbienti di Montebello, proprietario di oltre 50 campi. Non sono da meno altre tre famiglie dei Cazzolato che hanno tutte circa 20 campi ciascuna ed abitano nella contrà della Chiesa. L’unica famiglia a non possedere gran che è quella di Nicolò, vicino di casa del più ricco Domenico, titolare di solo 4 campi. Nel 1617 Girolamo è consigliere comunale, nel 1657 lo è Battista. L’estimo del 1665-69 rivela che per i Cazzolato i tempi migliori sono solo un ricordo poiché le loro sostanze si sono ridotte a pochi campi, pur continuando ad abitare nella contrà della Chiesa. Uno di loro riscuote dal Comune un affitto per una casa data all’Arciprete di Montebello. Nessuna altra futura registrazione di documenti in mio possesso segnala la presenza dei Cazzolato in Montebello che pertanto già agli inizi del ‘700 erano assenti dal paese di origine.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Note:
(1) Il Balanzon o Estimo nasce con lo scopo di descrivere e stimare il valore dei beni dei cittadini ai fini fiscali (N.d.R).

Figura: L’origine più probabile di questo cognome è dall’antico mestiere di “casaro”, qui in una ricostruzione di fantasia (a cura del redattore).

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DALLE PAROLE ALLE ARMI

[74] I TRAGHETTATORI DEL GUA’
DALLE PAROLE ALLE ARMI

Gaspare figlio di “Gobo” de’ Valentini di Montebello fu denunciato dal Decano del suo paese. Venerdì 7 Maggio 1546 (?) il denunciato con altri sconosciuti e il fu Nadalino del fu Bernardino Fontana de’ Valentini nella contrà del Guà ossia Ponte, fecero società conducendo e aiutando i passanti a guadare il fiume.
In seguito a baruffa, dopo le parole vennero alle armi nei pressi della chiesa di san Zilio (Sant’Egidio). Gaspare armato di picca e Nadalino di forca si fronteggiarono. Il primo colpì il suo antagonista al petto uccidendolo e dandosi poi alla fuga. Gaspare fu bandito in perpetuo.

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1131 dal 1546 al 1559)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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UNA TRAGICA VENDETTA

[70] IL BASTONATORE
UNA TRAGICA VENDETTA

Nel 1546 il Decano di Montebello denunciò Gaspare Fasolato “sutore”  per essere venuto alle mani con i Grattonati.
Gaspare armato di bastone si recò presso l’abitazione dei Grattonati (Contrà della Chiesa) e quando fu davanti alla porta del cortile menò dei colpi sulla testa di Paolo figlio di Tonello de’ Grattonati (Gratton) che cadde a terra e per le botte ricevute 3 giorni dopo spirò.

Gaspare Fasolato si diede alla fuga e nel processo fu bandito in perpetuo in contumacia.

 

Ottorino Gianesato (BBVi – RASPE CRIMINALI del ‘500 – Busta n° 1132 dal 1546 al 1549)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio narrato nell’articolo (a cura del redattore).

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DON GIUSEPPE CAPOVIN

[67] DON GIUSEPPE CAPOVIN – Prevosto a Montebello dal 1877 al 1908
Don Giuseppe Capovin è nato a Schio il 23 Ottobre 1834 dal farmacista Pietro Capovin e da Cecilia Sartori. Fu consacrato sacerdote nel 1857 e, per circa vent’anni, prestò servizio nella sua Schio con entusiasmo e grande passione. Nel 1861 fondò con altri la Compagnia di S. Luigi; dal 1864 fu cappellano delle suore Canossiane; nel 1869 fondò la Congregazione delle Figlie di Maria, la prima della Diocesi aggregata alla primaria di Roma, e ne fu anche il direttore; nel 1870 introdusse gli Esercizi per le operaie presso le Canossiane, nel 1876 istituì la Congregazione di S. Angela Merici la prima in Diocesi e ne fu anche il direttore.
Durante il suo apostolato nella sua cittadina natale ha lasciato un segno profondo, e, come dice don Giovanni Prosdocimi nella sua memoria, «… seppe tanto entrare nelle anime da spandere a Schio un vero profumo di virtù, della quale non pochi ricordano ancora il fascino …»
Ma ecco, come succede spesso ancora oggi, venne il momento di dover abbandonare la sua missione a Schio per iniziarne una nuova in un’altra Parrocchia. Era il 1877 e venne informato dal Vescovo Mons. A. Farina che sarebbe divenuto Prevosto di Montebello. La scelta non entusiasmò don Giuseppe Capovin che supplicò il Vescovo di ripensarci. Ma alla fine, con molta trepidazione, accettò l’incarico.
In un prezioso libricino, dove don Capovin annotava i suoi pensieri, scriveva rivolgendosi a se stesso: « Che temi? Perché ti angusti? Stolto. Sei tu che scegliesti quella via che chiaramente or ti vedi aperta innanzi, o non fu piuttosto Iddio che ti impose per dovere di percorrerla? Oh sì, oh mio Gesù, lo conosco. Dimenticherò me stesso per seguire puntualmente l’additatomi sentiero. La sua novità mi sorprende e mi conturba! Non importa. So con chi cammino e mi basta. »
E quando la sera del Sabato 14 Settembre 1877 arrivò a Montebello e fu accolto con una grande festa ne rimase commosso e poi annotò: « Alla stazione: Sindaco, Giunta, fabbricieri, musica, popolo: mio Dio quali momenti per me! »
Si mise subito all’opera aiutato da altri sacerdoti che lo apprezzarono e stimarono fin dal suo insediamento, ma non tardarono ad arrivare le prime difficoltà. Costituita la Congregazione delle Figlie di Maria, che, all’inizio, raccoglieva solo poche giovani ragazze, ci furono proteste da parte della Giunta e della Fabbriceria che rassegnarono presto le dimissioni. Don Giuseppe Capovin non si scompose e ai suoi più stretti collaboratori disse: « Ma che si pensa da quei signori? Forse che io con un drappello di bimbe devote vada congiurando contro l’unità della patria? »
Nel suo apostolato non smise mai di predicare con ardore la divina parola del Vangelo e di abbellire la Chiesa che, ripeteva: «… non è mai abbastanza ricca e bella, perché è la casa di Dio, ed è il solo luogo in terra dove il popolo tutto sentendosi indistintamente padrone, è veramente fratello! »
Il 26 aprile 1885 venne inaugurato l’altare dell’Immacolata Concezione, splendido lavoro di Francesco Cavallini di Pove e, nello stesso giorno, fu istituita la festa Quinquennale in onore di Maria.
Nel 1887 venne inaugurato il nuovo Oratorio della Sacra Famiglia che egli fece erigere in soli nove mesi, suscitando grande entusiasmo nei fedeli. Esso fu fatto su disegno del maestro muratore Giuseppe Guarda di Montebello.
Fece risorgere l’Ospedale e il Ricovero che versavano in pietose condizioni, affidandone nel 1902 la direzione alle Suore di S. Dorotea. Né trascurò i suoi figli più poveri e abbandonati offrendo loro tutto ciò che poteva.
Non si stancava mai di studiare e passava lunghe ore con i suoi libri, leggendo, cercando, tanto da diventare un esperto di storia, sia sacra che profana. Arricchiva continuamente la sua biblioteca di nuovi libri che divorava con molta passione. Amava moltissimo la sua terra: ne aveva studiato a fondo la storia mettendo assieme tutte le notizie, anche le più insignificanti, con molta precisione e passione. Scrive ancora don Giovanni Prosdocimi: « fortunato chi saprà servirsi di tanta dovizia di ricerche per compilare la storia di questo bello e storico paese! ». Aveva alcuni sacerdoti collaboratori ma lui li guidava con fermezza, ma con rispetto e spesso diceva loro: « Non abbiate timore, avanti! Il biasimo e le dicerie cadranno sempre sopra di me, ed io, lo sapete, non ne faccio conto. »

Umberto Ravagnani (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: 125 anni fa, in occasione delle celebrazioni pasquali, il Prevosto Don Giuseppe Capovin faceva stampare questo bigliettino per la popolazione di Montebello Vicentino (collezione privata Umberto Ravagnani).

Con l’occasione la redazione augura una BUONA PASQUA a tutti i lettori

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UN FURTO SACRILEGO

[61] UN FURTO SACRILEGO

Il 7 Agosto 1768 GIOVANNI di DOMENICO POZZA e BORTOLAMIO ZAMBON da Zerrmeghedo pensarono di introdursi furtivamente nella Chiesa di San Gaetano Thiene situata nel loro paese e di proprietà del Nobile GIULIO CESARE MAINENTI. Con l’occasione di celebrare la festività del Santo, la Chiesa veniva addobbata con arredi preziosi che avevano suscitato la cupidigia dei due lestofanti. Verso le 3 e mezza del mattino, appoggiata una scala esternamente al campanile, Bortolamio Zambon si calò nel cortile interno dalla parte della Canova ed ebbe accesso alla casa del Mainenti. Di là, attraverso una porta segreta posta nella suddetta Chiesa, entrò e tolse il catenaccio facendo entrare il Pozza. I due asportarono una pianeta di broccato di seta, una camicia, una tovaglia di drappello, uno stagnolo di ottone (acquasantiera – n.d.r.), le cappelle d’argento di due cotte da prete, una ghirlanda d’argento ed un cuore tolti dall’immagine di San Gaetano, un velo da calice. Poi penetrarono nella camera da letto del Mainenti e presero uno stagnolo d’argento che stava attaccato al capezzale. Trattennero per qualche mese la refurtiva attendendo che le indagini non li individuassero e, non essendolo stati, 8 o 10 giorni prima della Festa di Ognissanti, andarono a Verona per vendere quanto rubato. Quì si recarono da un orefice con l’intenzione di cedergli lo stagnolo d’argento, ma costui fu un po’ titubante e manifestò l’intenzione di trattenerlo in attesa di acquistarlo. I due, temendo che l’orefice non avrebbe restituito loro lo stagnolo, preferirono andare nel Ghetto degli Ebrei dove consegnarono anche parecchia altra refurtiva ad un commerciante che, per loro sfortuna, si dileguò e non si fece più vedere. Delusi ritornarono al loro paese e da quì con i pezzi rimasti, ossia la ghirlanda ed il cuore d’argento, lo stagnolo di ottone e qualche altro oggetto, si recarono spesso a Montebello per vendere un po’ alla volta la refurtiva sacra, fintanto che non furono scoperti, denunciati e imprigionati. Bortolamio Zambon fu bandito dalla Repubblica di Venezia per 7 anni, mentre Giovanni Pozza fu condannato a 18 mesi al remo su di una galera.

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Ricostruzione di fantasia del furto sacrilego nella Chiesa del Nobile Giulio Cesare Mainenti (a cura del redattore).

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FESTE CENTENARIE (4)

[50] FESTE CENTENARIE CELEBRATE A MONTEBELLO
(Mons. Giuseppe Capovin 1905 – Ultima parte)

Tali lavori furono compiuti dal Prevosto Pier-Antonio Dai Zovi, e la spesa totale per la sola costruzione della Chiesa fu di 40.000 ducati. Nel 1805 furono costruiti in noce i panchi a spese delle varie famiglie della Parrocchia.
Nel Marzo 1811 fu acquistato dal R. Demanio l’Altare Maggiore della soppressa Chiesa del Corpus Domini di Vicenza per il prezzo di 1000 ducati. L’Altare qui trasportato fu dedicato alla Madonna della Concezione, Esso è lavorato in marmo di Carrara con colonne ed intarsi di diaspro di Sicilia. Il lavoro fu diretto dal celebre scultore Orazio Marinali, e Giovanni Cassetta, suo parente, scolpì gli Angeli che posano sul frontone ed anche le due statue in marmo di Carrara rappresentanti i Santi Agostino e Francesco di Sales che ora stanno ai lati dell’Altare Maggiore di questo Coro. Il parapetto del suddetto altare ora adorna quello del SS. Crocifisso. Si crede sia opera esclusiva del Marinali. Nel giorno 16 Settembre 1819 il Prevosto Dai Zovi coll’intervento delle autorità comunali benediceva e faceva la posa della prima pietra per il nuovo Campanile sulla quale sta  scolpito:

D.O.M. — A. D. — MDCCCXIX die XVI Sept. — Praepositus Petrus Antonius Dai Zovi — P. H. L.

Il disegno del Campanile è dell’ architetto Antonio Zimello di Vicenza e fu compiuto soltanto nel 1848, stante le tristissime condizioni dei tempi, giacché le popolazioni erano state dissanguate dai passati Governi. Sino, all’anno 1833 si erano spese per erigere il Campanile lire austriache 24.000 e mancavano ancora la cella e la cupola. A due vecchie campane se ne sostituirono tre di nuove. Nel 1845 è pavimentata con quadri in marmo rosso e bianco la Chiesa, a spese delle famiglie della Parrocchia, ciascuna delle quali s’addossò il pagamento di uno o più dei 1067 quadri che occorrevano. Il costo fu di 5.000 lire austriache. Nel 1850 fu costruita in noce dal nostro ancora rinomato falegname Antonio Zufelato la Bussola della porta maggiore sopra disegno di Giovanni Gasparoni. Nel 1852 lo stesso Zufelato lavorava in noce le spalliere del Coro, disegno del prof. Lazzari di Venezia, e nel 1853 i Confessionali in noce, disegno dell’ing. Paolo Cenzatti. Nel 1852 fu costruito in marmo di Carrara l’Altare del Coro su disegno del prof. Lazzari, ed eseguito dal bravo scultore Pietro Spira di Venezia. Costò lire austriache 4.000. L’Altare e il Tabernacolo costarono lire austriache 3.000. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento del Coro e la balaustrata.
1852 Paolo Cenzatti — Pel pavimento legava — Altare e Balaustri — Soccorrente la Confraternita — Ricostruiva del proprio — Il Praeposito — L’anno 1852. Nel 1854 furono sostituite quattro campane nuove a quelle del 1833 e costarono lire austriache 4.548. Nel 1865 Giovanni Gasparoni di Vicenza scolpì l’immagine del S.S. Crocifisso, lavoro pregiatissimo. Nel 1866. — Costruzione di un Organo nuovo: lavoro del rinomato Gio. Batta De Lorenzi di Vicenza. Costò lire austriache 12.000, e l’orchestra fu eseguita da Giovanni Gasparoni. Nel 1874. — Erezione della nuova facciata, disegno dell’arch. Antonio Zimello. Costò lire italiane 48 mila. Questa Chiesa fu consacrata da Mons. Antonio Farina Vescovo di Vicenza nella IV Domenica di Ottobre dell’anno 1874. Nel 1876. — Erezione di un nuovo altare a S. Giuseppe. Lavoro di Pietro Fusoro di Pove. La Pala fu dipinta dal cav. Busato di Vicenza. È molto pregiata. Nel 1885. — Ridotto a miglior forma l’Altare dell’Immacolata Concezione. Lavoro di Francesco Cavallini di Pove. Fu inaugurato il 26 Agosto, e nello stesso giorno fu istituita la festa Quinquennale ad onore di Maria S.S. Nel 1886. — II 13 Giugno fu inaugurato il Quadro del soffitto incominciato da Valentino Pupin, ma prevenuto dalla morte il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Cohegliano. Nel 1887 fu eretto e compito il nuovo Oratorio ad onore della S. Famiglia. Disegno del compianto Giuseppe Guarda di Montebello. Ad onta del gratuito lavoro in gran parte prestato dai muratori del paese e del trasporto tutto gratuito dei materiali, costò in danaro lire 18.000. Nel 1894 il 16 Dicembre furono inaugurati i due splendidi Quadri del Coro dipinti ad eucausto da Ermolao Paoletti di Venezia. Nel 1899 furono costruite cinque nuove campane ed orologio. Nel 1900 alla mezzanotte del secolo che tramontava e del nuovo che sorgeva, fu  inaugurata la nuova statua del SS. Redentore, scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso.
Si è qui riportata la lunga lista dei lavori eseguiti nel corso di poco più di questo ultimo secolo per questa Chiesa Prepositurale per porre in luce come questa popolazione si sia ognora mostrata generosa nel promuovere il decoro della Santa Casa del Signore: testimonio indubitato della sua viva fede e della sua sincera pietà. Ed ora mi faccio a darle uno sguardo dopo gli abbellimenti aggiuntivi nella occasione di commemorare il settimo Centenario di questa Parrocchia. Chi si fa dinanzi per la prima volta a questa Chiesa non può non ammirare la sua elegante e grandiosa facciata, la quale se qualche cosa oggidì lascia a desiderare egli è a motivo dei guasti che le pioggie e le bufere spesso le arrecarono, stante la poco favorevole e fortunata sua posizione. Ma varchiamone l’ingresso che in essa ci conduce. E chi è mai che nel primo entrarvi non sia sorpreso alla vista delle sue architettoniche forme in ogni e singola sua parte e non si senta costretto ad esclamare, come spesso fu ripetuto da persone cui sono famigliari le arti del bello, oh che bella? che meravigliosa Chiesa? E quindi non provi in sé quel senso che piace, che soddisfa e che nulla disarmonizzi, nè colla mente, nè col cuore di un’anima credente, cristiana? Anche gli ultimi lavori di abbellimento che il pennello sobrio, intelligente, del bravo e modesto Domenico Cavedon le ha testé aggiunti con nuove tinte e nuovi colori, la Chiesa non ha perduto nulla, come si direbbe, della primitiva e naturale sua bellezza, ma invece concorsero mirabilmente a mettere in mostra tutto quanto di bello un tempo all’occhio facilmente sfuggiva.
Ed ora eleviamo a Dio un inno di ringraziamento e di gratitudine, perché qui nel luogo stesso ove un tempo forse si diffondevano le pagane dottrine (*) ora invece si sparge la indefettibile, consolatrice luce del Vangelo di G.C. che moralmente e civilmente ha riscattata l’umana famiglia, ed un inno altresì di amore si elevi anche a te, o Maria, cui fu qui sacrata la prima Chiesa e il primo Altare.

(*) Sotto il pavimento del Coro nel 1805 fu scoperta la lapide di un Sesviro Augustale.

SERIE CRONOLOGICA DEI RR. PREVOSTI

Nel secolo XIII i Sacerdoti che avevano la cura di anime della Parrocchia di Montebello si chiamavano talora Presbyteri, cioè Parrochi, e talora Archipresbyteri. Fin dal principio però del secolo XIV essi assunsero il titolo di Praepositus e poi volgarmente detto Prevosto, essendocchè erano ad un tempo anche Presidenti o Capi della Collegiata. Infatti « Praepositus proprie dicitur ubi adest Collegiata » (V. Esame delle pretensioni di Asolo Sez. I). Nelle Collegiate ufficio precipuo dei Preposti era di amministrare le rendite della Chiesa e distribuirle ai Chierici che vivevano in comunità (Esam. sud.) Onde erano come gli economi dei Canonici. Se alla Chiesa officiata dalla Collegiata era insieme annessa la cura di anime, il Prevosto essendo egli la prima dignità, era insieme il Rettore e governatore della Parrocchia. Così fu del Prevosto di Montebello, il quale era insieme il Parroco del luogo. Cessata la Collegiata non cessò però il titolo fino ai tempi presenti, come si vedrà dall’elenco che si riporta con quelle note che si è potuto raccogliere a dilucidazione.

(dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: La Chiesa Prepositurale di Montebello da una cartolina di inizio Novecento (collezione privata del redattore).

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