IL BACINO DI MONTEBELLO

[206] IL BACINO DI MONTEBELLO


All’inizio degli anni 20 del Novecento si rese necessario trovare un modo per evitare che le continue piene del torrente Guà provocassero alluvioni e devastazioni soprattutto nei territori di pianura. Si ritenne che la soluzione migliore fosse quella di accumulare in un invaso una parte delle acque durante un periodo di piena, per poi restituirla al termine di questa. La soluzione di rialzare continuamente gli argini fu considerata non sicura e possibile fonte di ulteriori gravi danni per il territorio.
Nel maggio del 1926 una eccezionale piena provocò la rotta del Guà presso Borgo Frassine, nel Comune di Montagnana, causando grandi devastazioni nel territorio che era già stato colpito duramente nel 1905 e nel 1907. Si pensò quindi di interpellare l’ing. Luigi Miliani del Genio Civile di Este, costruttore del grande bacino di espansione dell’Anconetta1 ed esperto conoscitore dei problemi relativi al torrente Agno-Guà. L’ing. Miliani suggerì che per evitare le dannose esondazioni del Guà l’unica soluzione sarebbe stata la costruzione di un bacino di espansione in un’area posta a monte di quello dell’Anconetta. Il prezioso suggerimento venne subito recepito dall’Ufficio del Genio Civile di Vicenza e, in breve tempo, fu individuata l’area ideale nella zona di Montebello Vicentino tra gli argini del Guà a sinistra, quelli del Chiampo sulla destra e delimitata a sud dalla Strada Statale Vicenza-Verona. La strada (oggi Strada Regionale 11) opportunamente rialzata avrebbe fatto da barriera consentendo di creare un invaso di 5.000.000 di mc, lasciando ancora mezzo metro di sicurezza dalla sommità della carreggiata. All’interno del bacino il canale Acquetta sarebbe diventato lo ‘scarico’ dell’acqua verso sud al termine della piena.

Il progetto prevedeva alcuni obiettivi fondamentali:

1) Possibilità di attivare, sospendere e riattivare l’immissione delle acque di piena nel bacino.
2) Possibilità di regolare l’afflusso entro certi limiti di portata.
3) Rapidità e sicurezza di manovra.
4) Possibilità di regolare l’immissione in modo da ottenere un limitato battente in uscita dai sifoni.

Era inoltre previsto:

1) La posizione dei sifoni sull’argine destro del Guà a circa 800 metri a valle della confluenza del Poscola.
2) L’innalzamento della statale Vicenza-Verona tra il Ponte delle Asse e il Ponte del Marchese.
3) La costruzione di un canale di trasporto delle acque erogate fra l’opera di presa e il bacino.
4) La costruzione di un manufatto di scarico con saracinesche sul Rio Acquetta a destra della strada-diga verso Montebello.
5) La risistemazione del Rio Acquetta – Togna – Fossa dallo scarico del bacino fino alla località Sabbion di Cologna Veneta.

I lavori, iniziati nel settembre del 1926, terminarono nel primo semestre del 1927. In meno di un anno si era progettata ed eseguita una delle opere più importanti per il controllo delle piene dell’Agno-Guà.
Non mancarono i denigratori dell’opera dell’ing. Miliani, ma dovettero ricredersi quando, nella primavera del 1928, a causa di una piena eccezionale, avvenne il primo collaudo effettivo del bacino di Montebello che permise di limitare al minimo i danni. In quell’occasione l’attenzione rimase comunque altissima, perché era la prima volta che si allagava il bacino e una serie di piccoli problemi rese particolarmente tesa la situazione degli operatori.
Nel 1981 furono eseguiti alcuni lavori di ristrutturazione tra cui: una ulteriore sopraelevazione e rafforzamento della diga. Asportazione di circa 300.000 mc. di fondo sabbioso depositato nei tanti anni di esercizio. Questi interventi portarono la capacità totale del bacino a 5.600.000 mc.
Nei molti anni di attività, il bacino di Montebello è stato messo in azione in occasione di oltre 120 piene, dimostrando la sua grande utilità nel proteggere il territorio dalle frequenti ondate di piena dell’Agno-Guà.

Umberto Ravagnani

Note:
1) Opera di invaso sul fiume Agno-Guà-Santa Caterina nei Comuni di Sant’Urbano e Vighizzolo d’Este (Pd). La  superficie  del  bacino  era  di  107  ettari e  la  sua  capacità  di  invaso  di  circa  2.500.00 mc. A piena cessata ed a mezzo di apposite chiaviche le acque venivano scaricate nel Gorzone.

Foto:
1) Il Bacino di Montebello durante la costruzione nel 1927. (Foto Lucenti, Lonigo 18-03-1927 – rielaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Il Bacino di Montebello in una suggestiva immagine ripresa durante la piena del 17 maggio 2013. (APUR Archivio privato Umberto Ravagnani).

Bibliografia:
A. Fabris, Brentane, Valdagno, 2002.
L. Miliani, Le piene dei fiumi veneti e i provvedimenti di difesa. L’Agno-Guà. Frassine. Fratta. Gorzone. Il Bacchiglione e il Brenta, LE MONNIER, 1937.

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LA SOLENNE DEL 1960

[173] LA SOLENNE DEL 1960 A MONTEBELLO

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Dal diario della Parrocchia di Montebello Vicentino, tenuto da Don Antonio Zanellato che fu Prevosto dal 1919 al 1952, e continuato da Don Mario Cola, Prevosto dal 1953 al 1978, leggiamo la cronaca delle giornate dedicate alla Solenne nel 1960:

« 75° dalla fondazione. 28 Aprile – 2 Maggio 1960.

Giov. 28-4
Incontro all’Arcivescovo alle Alte Montecchio – Un trionfo – Circa 50 macchine lo accompagnarono a MBello – Al Ponte sul Chiampo Confratelli – Baldacchino e Solenne processione alla Chiesa illuminata – Predica e benedizione – Il nome del Vescovo: Mr. Natale Moscati Arc. di Ferrara.

Ven. e Sab
Solenne venerazione alla Madonna per Contrade come nelle 40 ore partendo dall’Oratorio e offerta di Candele – Al Mattino, opportunamente distribuito il pellegrinaggio del Vicariato, con l’offerta di metà spesa da parte della parrocchia – Il tutto ben riuscito con numerose S. Comunioni.

Alla Domenica 1-5
Pontificale con l’assistenza di Chierici venuti dal Seminario e processione pomeridiana – una leggera minaccia di pioggia scompare tosto: unico inconveniente: non funzionarono all’ultimo momento gli altoparlanti che collegavano la Chiesa con tutto il percorso della processione, per cui sarà opportuno un’altra volta che un tecnico sia sempre presente in Chiesa. Discorso dell’Arcivescovo e del Prevosto: vedi relazione del giornale in apposita cartella.

Lunedì 2-5
Si volle far festa, e si mantenne la promessa – alla Messa dei malati, opportunamente trasportati in Chiesa, folla numerosa, come pure ai Vespri pomeridiani – Tutti furono meravigliati del concorso.

Osservazioni: opportuna la pubblicazione del bollettino di Febbraio, che dà il tono: l’invito di un Vescovo, che lo sostiene, la venerazione per contrade, l’offerta di una candela, il collegamento del percorso con altoparlanti, il trasporto dei malati, la festa del lunedì, etc. Vedi note nel bollettino. – La distribuzione di un’immagine – Un’altra volta: Il Cardinale di Venezia (?) Questa volta accettò e poi declinò l’invito – La televisione (?) Un maggiore reclam di stampa (?)

Sono stato contentissimo però delle S. Comunioni, anche di Uomini: alla distanza di 15 giorni dalla Pasqua non le aspettavo.

LAUS MARIAE – HODIE ET SEMPER »

Dal Bollettino Parrocchiale di Montebello dell’anno 1960:

« FESTA QUINQUENNALE DELLA MADONNA

E’ stato fatto un ampio resoconto nel giornale, Chi potrà dimenticare le tre giornate di “paradiso” che abbiamo trascorse? Quanto solenne l’incontro alle “Alte” a S. Ecc. Mans, Natale Mosconi, Arcivescovo di Ferrara! E come numerosi i turni di venerazione alla Madonna, per contrade!
Chiesa illuminata, campane a distesa, letizia serena in tutti, Comunioni e pellegrinaggio del Vicariato, hanno conferita alle solennità un carattere straordinario.
Alla domenica di chiusura poi, pontificale e processione, legata nel percorso da altoparlanti, hanno avuto come corona folla immensa, convenuta da ogni luogo.
Il lunedì fu dedicato agli ammalati, che ricevettero la S. Comunione in Chiesa da S. Ecc, l’Arcivescovo.
Esternamente le feste sono state sontuose: internamente le anime hanno confermata fa loro devozione alla cara Madonna di Montebello. »

Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 1960 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 17 Aprile – Presidente della Repubblica: Giovanni GronchiPapa: Angelo Giuseppe Roncalli con il nome di Giovanni XXIII.


DAL MONDO - Leggi tutto...

10 Gennaio 1960 – In Italia viene messa in onda la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”.
29 Febbraio Un terremoto uccide un terzo della popolazione di Agadir in Marocco.
Si svolge a Squaw Valley, in California, l’VIII Olimpiade Invernale.
28 Marzo Giovanni XXIII eleva a cardinale Laurean Rugambwa, primo cardinale di colore nella storia della Chiesa.
22 Maggio Ancora un terremoto, il più forte del XX secolo, si abbatte sul Cile con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter (considerato il più potente terremoto mai registrato nella storia, con circa tremila morti n.d.r.).
Negli Stati Uniti, le elezioni presidenziali vedono vincitore John Fitzgerald Kennedy, che diventa il 35° Presidente.

FILM
1) L’appartamento; 2) La dolce vita; 3) Fino all’ultimo respiro; 4) Psyco; 5) Rocco e i suoi fratelli; 6) Spartacus; 7) Tutti a casa; 8) La ciociara; 9) Il figlio di Giuda.

MUOIONO
3 Febbraio Fred Buscaglione, cantante e attore.
1 Settembre Mario Riva, presentatore televisivo e attore.
16 Novembre Clark Gable, attore statunitense.

NASCONO
21 Marzo Ayrton Senna, pilota brasiliano di “Formula 1”.
28 Aprile Walter Zenga, calciatore.
8 Maggio Franco Baresi, calciatore.
16 Maggio Rosario Fiorello, conduttore radiofonico e televisivo.
4 Settembre Giorgio Panariello, comico e attore.
11 Settembre Francesco De Angelis, velista.
4 Ottobre Francesco Baccini, cantautore.
30 Ottobre Diego Armando Maradona, calciatore argentino.
17 Dicembre Moreno Argentin, campione di ciclismo.

PREMI NOBEL
Pace: Albert John Lutuli.
Letteratura: Saint-John Perse.
Medicina: Frank Macfarlane Burnet, Peter Brian Medawar.
Fisica: Donald Arthur Glaser.
Chimica: Willard Frank Libby.

SANREMO
1) “Romantica” Renato RascelTony Dallara; 2) “Libero” Domenico ModugnoTeddy Reno; 3) “Quando vien la sera” Joe SentieriWilma De Angelis.

SPORT
Olimpiadi: 25 Agosto il 25 agosto, si aprono a Roma i Giochi della XVII Olimpiade; emozionante il successo di Livio Berruti che riesce a dominare e vincere nei 200 metri; la maratona vede affermarsi Abebe Bikila, etiope che corre a piedi nudi. L’Italia porta a casa 36 medaglie, di cui 13 d’oro, posizionandosi al 3° posto della classifica generale.
Ciclismo: Il mondo del ciclismo e dello sport piange la scomparsa di Fausto Coppi, deceduto il 2 gennaio a causa di malaria non diagnosticata; Anquetil è il primo francese a vincere il Giro d’Italia; l’italiano, Gastone Nencini, torna ad aggiudicarsi il Tour de France.
Calcio: La Juventus vince trionfalmente lo Scudetto.
Automobilismo: Jack Brahbam si conferma Campione Mondiale di “Formula 1” con la Cooper-Climax.

Umberto Ravagnani

Foto: Il corteo della Solenne il 1° maggio 1960 con la Madonna sul carro trainato da due cavalli dal bruno mantello (dal diario di Don Antonio Zanellato e Don Mario Cola – Archivio Parrocchiale di MB. Foto originale in bianco/nero dello Studio Fot. Crosara. Elaborazione grafica digitale Umberto Ravagnani).
Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 1960 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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IL PONTE DEL MARCHESE

[171] IL PONTE DEL MARCHESE A MONTEBELLO

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Il ponte del Marchese che, attraversando il Torrente Chiampo al termine di Via XXIV Maggio, conduce fuori Montebello centro verso Vicenza, ha una lunga storia. Molto importante per Montebello, questa struttura, è stata più volte riedificata nel corso degli ultimi secoli a causa dei danni subiti dalle frequenti piene del Chiampo. La prima domanda che viene spontanea è: perché viene chiamato così? Chi era questo Marchese? Dalla ricerca del nostro socio Ottorino Gianesato vi presentiamo, questa settimana, una piccola parte della lunga e travagliata storia di questo ponte, legata per molto tempo alla nobile e potente famiglia dei Malaspina.

 

« I MALASPINA RIVENDICANO LA PATERNITÀ DELL’OMONIMO PONTE

Passati alcuni anni dalla costruzione del ponte sul Chiampo, i Malaspina furono costretti a produrre un documento attestante il loro risolutivo intervento nell’edificazione dell’opera stessa e di alcuni altri edifici nelle immediate vicinanze. Probabilmente questo atto, redatto dal notaio montebellano Chiarello Millioni, si rese necessario per fugare alcune obiezioni sollevate dalle autorità vicentine.

Montebello 6 Novembre 1704

In Montebello nella Contrà della Piazza, in casa di me nodaro. Presenti: Batta di Bello del fu Martin e Domenico figlio di Lorenzi Repelle, testimoni rogati. Nel qual loco personalmente costituiti magistro Costante Mantese, marangon, Giacomo Baschiera, muraro, Nicolò Desidera e Bortolo di Grande, et a requisizione del signor Marchese Hippolito Malaspina, dì espressione della pura verità, hanno deposto alla suddetta presenza di me nodaro con suo giuramento prestato “tactis manibus script…(ponendo le mani sui libri sacri — n.d.r.) che il detto signor Marchese Hippolito, in diversi tempi per il passato, ha fatto fabbricare a beneficio della discendenza e primogenitura le qui sottoscritte fabbriche e ciò è cognito per aver essi in parte lavorato in dette fabbriche pronti ad attestar questa verità come meglio comandasse la Giustizia.

– Il ponte sul torrente Chiampo sopra la Strada Reggia costruito dai fondamenti, havendo quello allontanato dalla casa dominicale, che altrimenti se fosse stato fabbricato nel sito vecchio sarebbe stata come sepolta dalle pontare,
– Parimenti aver riedificato la fabbrica detta il Chanevone, fienile portico posto di sopra al mulino in faccia alla casa dominicale con spesa considerabile,
– Una barchessa contigua alla casa dominicale e stalla dei cavalli, diroccate da rotta del torrente Chiampo, alzando il fondo di detta barchessa con quantità di terra più due volte i muri di cinta della corte della casa dominicale gettata a terra dalle rotte del Chiampo,
– Parimenti aver detto Marchese Hippolito alzati gli usci e finestre della casa dominicale e camere dabbasso, et invece di salezà di quarelli fatto far il suo battuto, e ciò per elevar dette camere come sepolte,
Più aver riedificato la casetta del mulin in faccia a detta casa dominicale quella alzando con li molini stessi, e rosta a causa dell’innalzamento dell’alveo del torrente,
Item, un camerino a volto nella suddetta casa.

Chiarello Millioni, nodaro

Ma nonostante tutte le precauzioni prese dal Marchese Malaspina a salvaguardia e sicurezza dei suoi beni, nell’Ottobre 1706 una nuova rotta dell’argine verso Montebello, a monte del ponte, devastò parte dei fabbricati e procurò gravissimi danni alla Strada Regia e ai Quartieri della cavalleria. Il ponte tuttavia non subì danni. Dopo questa data non ho trovato notizie di interventi al ponte del Marchese almeno fino al 1795, quindi circa dopo un secolo dalla sua riedificazione, quando con il “gemello” ponte della Fracanzana dovette essere ricostruito. »

Foto: Il ponte del Marchese in una cartolina postale dei primi anni del Novecento. Dietro il ponte, sulla destra, si può notare l’antica “caneva” dei Malaspina, oggi chiamata “Le Towers” (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Disegno: Il ponte del Marchese Malaspina dopo la ricostruzione del 1692 in un disegno di Ottorino Gianesato.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI“)

Ottorino Gianesato
Umberto Ravagnani

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LA FAMIGLIA VIVIAN

[99] LA FAMIGLIA VIVIAN

Dal nome proprio Viviano, diffusosi in tutta Italia dopo il 1000 sull’onda ed influsso di un personaggio (Vivien) della poesia epica-cavalleresca. Il capostipite dei Vivian di Montebello è l’omonimo figlio di Giovanni citato in un documento notarile del 1430. In seguito i nomi Giovanni e Vivian si alterneranno più volte tra i membri di questa famiglia. Nei primi anni della loro segnalazione in Montebello abitano nella contrà di Vigazzolo, fianco a fianco dei Prosdocimi o Perdocimo, con le famiglie dei quali combinano alcuni matrimoni, soprattutto con il ramo dei Danesato. Sono dei buoni proprietari terrieri, specialmente Jacobo, e le loro campagne si trovano tra il Guà ed il Chiampo. Nei primi anni del ‘600, ossia nel 1602, Gian Domenico è consigliere del Comune di Montebello, seguito nel 1614 da Orazio e Giovanni, da Francesco nel 1618 e nel 1621, da Bernardino nel 1631, da Iseppo nel 1644, da Girolamo nel 1660, da Mattio nel 1663, ancora da Girolamo nel 1667. Mattio Vivian è sindaco di Montebello nel 1620. Nel 1755 e nel 1773 sono consiglieri comunali rispettivamente Francesco e Antonio. Intanto una famiglia dei Vivian dalla abituale contrà di Vigazzolo si trasferisce nella contrà dei Ronchi ai confini con il comune di Brendola. Nel 1795 Battista Vivian ha lo “juspatronato della chiesetta di Sant’Egidio, ma questa non è aperta al culto ai residenti della omonima contrada. Su sollecitazione degli abitanti la fa riaprire e la mette a disposizione dei fedeli. Negli ultimi 11 anni del 18° secolo vengono eseguite ben due rilevazioni per il Dazio della Macina. In una di queste sono segnati nella terza classe (gli infimi), Matteo Vivian di professione muratore giornaliero, Bernardo, Domenico, Paolo, Battista, Girolamo, tutti coloni, Antonio del fu Iseppo bottaio giornaliero. Alcune famiglie Vivian, dopo più di 600 anni, sono ancora presenti nel Comune di Montebello a testimonianza del loro attaccamento a questo paese.

Ottorino Gianesato (Nome … e Cognome (2007))

Figura: Tra il Quattrocento e il Cinquecento i Vivian si insediarono a Montebello nella contrà di Vigazzolo (a cura del redattore).

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IL PONTE DI SANT’EGIDIO (4)

[58] IL PONTE DI SANT’EGIDIO (detto anche il ponte di S. Zilio, il ponte de’ la Guà, il ponte Asse) (quarta parte)

UNA INSOLITA FONTE DI FINANZIAMENTO PER LA COSTRUZIONE DEI PONTI

Come, da chi e da dove provenivano i denari necessari alla costruzione dei ponti? Per un quarto delle spese, il Senato Veneziano aveva ordinato di utilizzare le somme versate per le multe delle condanne criminali, e a tale sistema si era adeguata anche la città di Vicenza.

STATUTO VICENTINO CARTE 412
Delibera del 26 maggio 1559 fatto dal Consiglio della Magnifica Comunità Nostra di Vicenza

“Le gravi e assidue querimonie (lamentele) non più da nostri Cittadini e poveri contadini, ma etiamdio replicate a vari Nobili viandanti forestieri e da Clarissimi Magistrati del Nostro Eccelso Dominio et etiam delli Signori Nostri Rettori, de’ molti ponti nelle strade pubbliche e principali di questo Territorio talmente rotti e guasti che il transito di quelli, non solo è difficile, ma pericoloso e tremendo con rivolta (rovesciamento) spesse volte de’ carri e morte de’ cavalli e buoi, ha dato causa a noi ancor Deputati al Governo di questa Magnifica Città ridurli in più bella e più stabil forma per il passaggio de’ pedoni e carri e benefizio pubblico e privato. Onde volendo provvedere che una parte delli denari delle condanne criminali siano riservati per la reparatione de’ ponti, tanto urgente e necessaria che più esser non potria, sì come per leggi e consuetudini statuito e NON SIANO DISPENSATE IN ALTRO USO.
L’andarà parte da essere presa in questo Consiglio, e poi approbata dall’Illustrissimo ed Eccelso Dominio Nostro, CHE CETERO D’OGNI ET QUALUNQUE PARTICOLAR CONDANNASON PECUNIARIA CHE SI FARA’ NEL NOSTRO CONSOLATO (Magistratura) CONTRA LI QUERELLATORI E MALFATTORI, SI DEBBA PER NUOVO DECRETO RITRAR LA QUARTA PORTION DA ESSER DEPOSITATA SOPRA IL SACRO MONTE DELLA PIETADE, QUAL SI DEBBA SOLAMENTE SPENDERE IN FABBRICHE DI PONTI E REPARATIONI DI QUELLI FUORI DI QUESTA CITTA’, NELLE STRADE PUBBLICHE E MILITARI, CON FERMA OPINION CHE, RIDOTTA IN TAL MODO INSIEME QUALCHE BUONA QUANTITA’ DI DENARI, SI DEBBA FABBRICARE UN PONTE DI PIETRA SOPRA IL FIUME DELLA TESINA NELLA VILLA DELLE TORRE (Torri di Quartesolo – n.d.r.)

Per la verità questa decisione di utilizzare parte dei denari delle condanne per la costruzione e manutenzione dei ponti non era in assoluto una novità. Già il 16 Aprile 1544 i Deputati di Vicenza imposero al Nobile Dottor Vincenzo Garzadori di versare 100 Scudi ad Antonio Volpe, Provveditore alla edificazione del ponte di Torri di Quartesolo, affinchè li utilizzasse per la sua riparazione. I detti denari provenivano dalla cassa che i soldati di Vicenza alimentavano con le riscossioni delle multe delle condanne. Della reale consistenza dei proventi delle multe c’era molto da dubitare, dato che nel 1583 al nuovo Provveditore per il ponte menzionato, Andrea Arnaldi, vennero stanziati 50 Ducati per riparare un danno. Ma a causa dell’insufficienza del denaro assegnato per l’operazione, non gli restò altro, forse per non sfigurare, che anticipare di tasca propria, una ulteriore decina di Ducati. Due anni più tardi, nel 1585, il Comune di Vicenza si dovette rivolgere al Governo della Serenissima affinchè concedesse, per almeno dieci anni, UN NUOVO QUARTO da prelevarsi dal fondo delle condanne da impiegare nelle riparazioni di tutti i ponti, e particolarmente in quello delle “Torre”. Questo nuovo stanziamento avrebbe dovuto essere depositato sopra il Sacro Monte di Pietà e speso solamente per fabbricare il detto ponte delle “Torre” in pietra, come era stato fatto per quello di Montebello. Ma la storia ci tramanda che il Ponte di pietra sul Tesina dovette aspettare alcuni decenni prima di raggiungere la percorribilità auspicata.

Continua …

Ottorino Gianesato (dal N° 10 di AUREOS – Marzo 2018)

Figura: Il ponte di Sant’Egidio durante una delle piene degli ultimi anni (foto a cura del redattore).

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MONTEBELLO NEL 1854

[48] DAL DIZIONARIO COROGRAFICO UNIVERSALE DELL’ITALIA – 1854

Pubblichiamo due pagine del Dizionario Corografico Universale dell’Italia del 1854, facenti parte del Volume Primo – Il Veneto (Stabilimento Civelli G. e C. – Milano) e, considerando l’argomento inerente il nostro Comune, vogliamo proporle ai nostri lettori per eventuali commenti.

MONTEBELLO. Comune de distretto di Lonigo, nella provincia e diocesi di Vicenza.
Gli è aggregata la frazione di Agugliana.

  • Popolazione 3886.
  • Estimo, lire 152.594,26.
  • Numero delle Parrocchie due.
  • Confina a levante colla provincia di Verona ed è bagnato dai fiumi Aldego e Chiampo.

Quattro strade principali la percorrono:

  1. La regia postale che da Vicenza conduce a Verona, ed è in questo comune attraversata da tre ponti, cioé uno sul piccolo torrente Signolo, di due archi circolari, con pilone nel mezzo, spalle, ali e muretti di sponda tutto di pietra, della lunghezza di metri 16, costrutto nel 1812; un altro detto della Fracanzana, sul torrente Chiampo, a un solo arco, tutto di pietra, lungo metri 27; e un terzo, detto del Marchese, sopra lo stesso torrente, anch’esso di un solo arco, tutto di pietra e lungo metri 28.
  2. La strada che da Montecchio-Maggiore conduce a Lonigo.
  3. Quella che da Montebello conduce ad Arzignano, la quale cominciando nel così detto Borgato di Montebello sul fianco destro della strada postale veronese, passa vicino a Zermeghedo, poi passa per Mont’Orso e termina ad Arzignano. La sua lunghezza è di metri 9180, ossia pertiche vicentine 4280, pari a miglia 4,5. Varca il torrente Chiampo presso Arzignano.
  4. La strada da Lonigo a Montebello. Comincia a Lonigo al ponte S. Giovanni, passa per la Favorita, Cà Quinto e termina al ponte della Fracanzana, ove si unisce colla strada postale per Verona. La sua lunghezza è di metri 7680, ossia pertiche vicentine 3581, pari a miglia 4 circa.
In questo comune avvi un bosco detto Scaranto: è in colle, di eccellente fondo, di qualità cedua. Appartiene al comune stesso che lo affitta. Il territorio è assai ferace e produce ottimo vino. Montebello, capoluogo del comune, sta in vicinanza del fiume Aldego, sulla via postale che conduce a Verona.
Ha consiglio comunale, uffizio proprio, ospedale per gli infermi, un istituto di pubblica beneficenza detto commissaria Zigiotti dal nome del suo fondatore e una chiesa parrocchiale di gius vescovile, dedicata a Santa Maria Assunta.
Vi si tiene mercato ogni mercoledì e fiera il secondo mercoledì di luglio.
Quivi risiede un vicario foraneo da cui dipendono otto parrocchie, cioé quelle di Montebello, Agugliana, Brendola, Meledo, Montecchio-Maggiore, S. Vito di Brendola, Sorio e Zermeghedo.
NOTIZIE STORICHE. Nei secoli passati Montebello era luogo fortificato: sotto la Repubblica di Venezia, fu capoluogo di un distretto composto di cinque comuni. Presentemente è rinomato pei fatti d’arme seguiti ne’ suoi dintorni fra i Francesi e gli Austriaci negli anni 1796 e 1805. Nel primo Bonaparte respinse l’esercito nemico che gli stava di fronte; nell’altro, Seras fece prigione il generale Hillinger con 5000 soldati.
Questo borgo non dee però andar confuso con Montebello di Casteggio (Piemonte) eretto da Napoleone in ducato per rimeritare il valore del generale Victor.
Di Montebello fu il vescovo di Ferrara Guido, dell’ordine dei predicatori, uomo dotto e pio, il quale giavce sepolto nella chiesa di san Domenico di Bologna.
MONTEBELLO con MORSAI
. Due piccoli villaggi formanti una delle frazioni del comune di Cesio, nel distretto di Feltre, in provincia di Belluno. Nel primo di essi sorgeva altre volte un castellon feudale, di cui oggi appena scorgonsi le vestigia.

(dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: Montebello in una cartolina di fine Ottocento. Da notare la “cinta” murata che circondava il paese e il campanile della Chiesa di San Francesco (circa al centro dell’immagine), demolita nel 1909. (collezione privata del redattore).

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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (2)

[41] Cenni sui fossili e loro ricerca nella Vallata del Chiampo e dintorni.
Essendo Montebello Vicentino paese posto alla fine della Vallata del Chiampo, ritengo opportuno inquadrarlo paleontologicamente nei terreni affioranti in detta Vallata. Come noto il fossile è il resto di un organismo vivente conservatosi in varie modalità e giunto fino a noi. Dico subito che la nostra Vallata, anche a causa dei notevoli sbancamenti per l’estrazione del marmo, ha dato alla luce una serie di giacimenti fossiliferi ricchissimi di esemplari e di ottima conservazione. L’età predominante di questi giacimenti è l’Eocene Inferiore, Medio e Superiore, cioè tra i 60 e i 35 milioni di anni fa. E’ l’età in cui nella nostra zona si estendeva un mare poco profondo con lagune e scogliere, ricco di vulcanesimo. Si è notato che nei dintorni di questi vulcani fioriva prepotente la vita, proprio perché i vulcani apportavano dal profondo quelle sostanze e quel calore che favorivano lo sviluppo della flora e della fauna. Sul lato destro della nostra Vallata sorge il monte Calvarina, che dai dintorni di Santa Margherita di Roncà fino alla cima emergeva dal mare di allora. Lo si nota perché la lava emessa, al contatto con l’ossigeno dell’aria si è ossidata ed ha acquisito un colore rossastro (ruggine). In seguito alla spinta orogenetica, che ha dato origine alla catena alpina, i terreni sono emersi dal mare, e lungo le faglie (fratture) si possono impostare le valli. Nei pressi di Roncà già nel 1915 il Fabiani aveva individuato “l’orizzonte di Roncà” ricchissimo di fossili ben conservati. Durante lo studio di questo orizzonte nel 1969 abbiamo individuato delle vere e proprie spiagge che contornavano il vulcano principale, il Monte Calvarina. Il fossile più famoso di Roncà è lo “Strombus Fortisii“: un mollusco gasteropode di notevole dimensione. La valle del Chiampo si è formata lungo una probabile frattura ed ha messo in mostra, sia sul fianco destro che sinistro, le formazioni calcaree eoceniche intercalate a varie formazioni eruttive. Proprio queste ultime, col loro calore e pressione hanno metarmofosato i calcari ricchi di fossili e per questo vengono chiamati “marmi“. Ma i fossili dei marmi sono difficilmente estraibili. La maggior parte di essi invece viene trovata nelle vulcaniti (tufi, ecc.) che inglobano i marmi e da esse il fossile si libera più facilmente. La valle da Nord a Sud ha una pendenza inferiore alla pendenza degli strati e perciò man mano che si procede da Arzignano, verso il Nord la valle intacca nel suo fondo strati sempre più antichi fino al Lias (200 milioni di anni), oltre la località Ferrazza. Possiamo proporre il seguente profilo (vedi disegno qui sotto).
Da quando sono entrate in azione le tecniche e le macchine moderne, e cioè dopo il 1960, si è avuto un progresso enorme nella velocità di escavazione dei marmi. Oserei dire che in un anno si scava quello che prima si faceva in trent’anni. Questo ha permesso una più rapida raccolta di esemplari fossili intatti, mentre nell’800, i fossili raccolti in superficie presentavano spesso i segni delle intemperie.
Partendo da Sud troviamo una prima cava ad Agugliana (Eocene superiore o Priaboniano 40 milioni di anni) con fossili guida  Nummulites Fabiani, orizzonte che presenta ricci di mare, gasteropodi e lamellibranchi vari ma di non facile raccolta. Proseguendo verso Ponte Cocco affiora l’orizzonte di Roncà (45 milioni di anni) che termina proprio sotto la chiesa di S. Bortolo e nell’attiguo campo di calcio. Più a Nord non ho rilevato questo orizzonte penso perché le terre erano già emerse dal mare e perciò non si è depositato, oppure è totalmente in Facies Vulcanica. Ad Arzignano troviamo subito sulla sinistra della valle la famosissima Cava Main (Eocene Medio) che ha dato alle raccolte le più numerose e belle nonché varietà di Crostacei (granchi, ramine, ecc.) ed una più limitata serie di gasteropodi, lamellibranchi, coralli, ecc. Proseguendo verso Nord nello stesso versante troviamo la Cava Boschetto (Eocene Medio) anche questa famosa per la serie di crostacei rinvenuti. Qui perse la vita il ricercatore Gianni Beschin. Ancora più a Nord troviamo la Cava Albarello (Eocene Medio), appena sotto Nogarole famosissima per aver dato una serie bellissima di gasteropodi e lamellibranchi dell’età del Monte Postale. E nella parte alta anche alcuni Crostacei. Qui perse la vita il padre francescano Aurelio Menin fondatore del Museo di Chiampo. Ancora più a Nord, sempre nello stesso versante sinistro, ci sono altre due cave con pochi fossili ora usate per la produzione di pietrisco. Siamo così giunti nei pressi di Campanella. Nel versante opposto (destro) è famosa la Cava Lovato (Eocene Medio) sopra Chiampo, di proprietà dell’Industria Marmi Vicentini (Marzotto), la quale ha fornito marmi dal 1935 fino al 2000. Aveva un fronte di scavo di 300 metri, originando molti fossili ben conservati tra cui famose le Ramine Marestiane (Crostacei). Più a Nord c’è la Cava Boschetto 2a con un giacimento di spugne fossili, tra le più belle e rare del mondo. Proseguendo a Nord ecco la Cava Cengelle  con pochi fossili. Infine più a Nord la Cava Porto chiusa già nel 1960 quando nessun ricercatore di fossili frequentava quelle zone. Non descrivo più a Nord il famoso, in tutto il mondo, giacimento a pesci di Bolca perché pur essendo geograficamente nel versante vicentino appartiene alla provincia di Verona. Tutte le cave citate, che hanno sfruttato i marmi calcarei dell’Eocene Medio, sono oggi pressoché chiuse o sfruttate per il recupero dei materiali di scarto di altri tempi. Ecco perché anche la raccolta dei fossili oggi è molto limitata. Nelle nostre vicinanze voglio citare anche la cava di basalto presso Altavilla dove ora si trova un laghetto con cigni. Famose le sue “Natiche Crassatine” (Gasteropedi). Se prendiamo in esame tutto il Vicentino allora bisogna citare i granchi di Nanto (Berici) (Harpactocarcinus Punctulatus) ed i suoi fratelli di Pradipaldo e Valrovina nel Bassanese. Famosissima la Cava Rossi dopo il passo di Priabona verso Malo. l’Altipiano di Asiago è ricco di Ammoniti.
Concludendo il Vicentino in questi ultimi trent’anni ha dato alla luce grandi quantità di fossili, salvati perlopiù da ricercatori privati. Ma qui entriamo in un altro argomento.

Prof. Terenzio Conterno (dal N° 7 di AUREOS – Dicembre 2005)

Figure:
(1) Terenzio Conterno in una passeggiata culturale organizzata dagli Amici di Montebello (foto a cura del redattore).
(2) Un disegno originale del prof. Terenzio Conterno che mostra il profilo spiegato nell’articolo.

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DAL PROF. TERENZIO CONTERNO (1)

[28] CENNI GEOLOGICO-STRATI-GRAFICI DEL TERRITORIO DI MONTEBELLO VICENTINO
I territori del nostro comune che affiorano dai depositi alluvionali della pianura, appartengono al Semigraben (fossa) dell’Alpone – Chiampo. Essi sono di età EOCENICA MEDIA e SUPERIORE cioè vanno da 52 a 36 milioni di anni fa.
Dobbiamo pensare ad un mare non molto profondo il cui fondo si è abbassato in seguito alle falde di Castelvero e del Chiampo. In questa fossa tettonica si sono riversate lave basaltiche sottomarine spesso trasformate dal rapido raffreddamento in ialoclastiti; abbiamo poi la presenza di tufi sottili (località Boccara), ma soprattutto di brecce esplosive dei neks che sono brandelli di lava cementati fra loro e danno origine ad una roccia che poi si frattura facilmente (come possiamo osservare lungo le mura che circondano la zona Gamba).
Questo mare Eocenico era meno profondo verso il Nord, com’è naturale, perché la spinta della zolla africana dava origine all’orogenesi alpina creando delle anticlinali (pieghe) che man mano emergevano dal mare stesso fino a raggiungere le altezze attuali. L’unica parte del territorio che in questo periodo emergeva dal mare era la cima del Monte Calvarina ed il terreno circostante fin poco sopra l’abitato di S.Margherita. Là possiamo osservare che le lave sono più rossicce che non verso Roncà perché si sono ossidate al contatto con l’ossigeno dell’aria ed il ferro in esse contenuto si è parzialmente trasformato in limonite (ruggine rossa). Col dott. De Zanche ho studiato l’orizzonte di Roncà “Biarritziano” che è la parte finale dell’Eocene Medio e che passa dal castello di Illasi, al vecchio castello di Soave, Roncà, Ponte Cocco, San Bortolo di Arzignano. Era una specie di spiaggia dove pullulava la vita che e sempre rigogliosa intorno a zone di attività vulcanica. Parlo di questo piano perché Ponte Cocco è poco a Nord di Montebello e proprio sotto al versante Nord dell’Agugliana. Dunque il pacco di vulcaniti compreso tra il Biarritziano e l’Eocene Superiore di Agugliana è certamente dell’Eocene Medio. L’affioramento sedimentario di Agugliana (Eocene Superiore detto PRIABONIANO il cui fossile guida è il Nummulites Fabiani) ha un’età compresa tra 40 e 36 milioni di anni ed è il residuo di un più vasto orizzonte asportato dall’erosione. Ciò si può vedere in tutta la sua potenza proprio presso il passo di Priabona, strato che per la sua completezza ha dato il suo nome a questo periodo geologico. Dobbiamo pensare che, una volta terminata l’attività vulcanica circa 40 milioni di anni fa, sul fondo marino in quiete ricominciarono a depositarsi calcari, ricci di mare, nummuliti, discocicline, pecten, tutti fossili oggi facilmente rintracciabili e che hanno dato origine ad uno strato di circa 50 metri di spessore massimo. In questi calcari in gran parte asportati si è verificato il solito fenomeno del Carsismo che ha dato origine al locale “Buso del gatto” nel territorio di Agugliana, una lunga cavità con stalattiti e stalagmiti, che permette il deflusso delle acque della polije sovrastante (chiamata la Campagnola) che altrimenti diventerebbe un lago come era un tempo passato. Questo antico lago aveva una superficie di circa 0,5 Km2 ed era di forma ellittica; dopo la bonifica ha dato origine ad ottime coltivazioni agrarie. Noto che alcuni lembi dello strato Priaboniano sono franati fino nei pressi del ristorante “La Marescialla” a quota notevolmente inferiore. Evidentemente il torrente Rio con gli anni ha scavato la valle che poi ha causato il crollo di questi lembi.
Per quanto riguarda i terreni alluvionali della pianura, essi sono composti da ghiaie più o meno grossolane depositate dai torrenti Guà e Chiampo. Queste ghiaie sono però interrotte da depositi argillosi che permettono la formazione della 1A – 2A – 3A etc. falda acquifera. Ho notato questo fenomeno quando è stato fatto il carotaggio nel “Bacino” in occasione della realizzazione del diaframma di rinforzo della diga, sopra la quale corre la statale 11, che crea l’invaso di espansione del Guà. Il nuovo sbarramento in cemento armato è stato fatto arrivare fino alla prima stratificazione argillosa sotto la ghiaia. Prima di questo lavoro le acque del bacino passavano attraverso i ciottoli sotto la statale 11 e riemergevano al Borgo, con il fenomeno dei fontanazzi, preannunciando preoccupanti pericoli. Ora trovano l’argilla (impermeabile) sul fondo e la barriera di cemento armato di fronte e pertanto non filtrano più. Osservo che questi strati argillosi sono la nostra fortuna perché riportano in superficie le acque piovane di montagne che appunto danno origine alle risorgive (vedi Trissino, Vicenza, Brendola, Almisano, e Milano che è nato proprio in quel luogo per l’abbondanza di acqua risorgiva). E’ tutta una linea che dal Piemonte va fino in Friuli. Attingendo alle falde più profonde l’acqua è meno inquinata ma più ricca di calcare perché compie un percorso più lungo attraverso le ghiaie depositate dai nostri fiumi che traggono origine da bacini imbriferi caratterizzati da molti calcarei.

Prof. Terenzio Conterno (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Terenzio Conterno durante una passeggiata culturale il 13 febbraio 2005 (foto a cura del redattore).
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ATTIVITA’ SVOLTE NEL 2003

[26] ATTIVITA’ SVOLTE NEL 2003

L’Associazione Amici di Montebello, nell’ambito delle sue finalità della conoscenza e approfondimento delle tematiche storiche ed artistiche del patrimonio locale, organizza visite a Musei, Mostre e luoghi di particolare interesse. Nel corso dell’anno 2003 abbiamo realizzato le seguenti attività: 13 Aprile – Visita alla mostra “L’oro dei Carpazi” al Museo Civico di Legnago. 9 Maggio – Conferenza tenuta da Don Mario Dalla Via su “I Conventi Carmelitani di S. Egidio e della Madonna dei Prati”. 10 Maggio – Visita all’antica Chiesa della Madonna dei Prati (a Brendola vicino al confine con il Comune di Montebello N.d.R.). 5 Luglio – Visita all’Abbazia di Praglia (PD) fondata nel 1080 dai Conti Maltraverso, Signori di Montebello. 20 Luglio – Visita al Museo Etnografico di Giazza, al Museo dei Trombini di S. Bortolo delle Montagne, al Museo di Chiampo.
Nel mese di Aprile due nostri soci, i coniugi Fioraso, si sono imbattuti in un ritrovamento di grande interesse, in località Legnon. Dallo scavo per la demolizione di un traliccio della corrente elettrica, hanno visto riaffiorare una notevole quantità di cocci di terracotta che sembrano risalire all’età romana, inseriti nel terreno in una modalità affatto casuale. Abbiamo informato l’Intendenza alle Antichità Belle Arti di Padova e stiamo attendendo la risposta per un eventuale sopralluogo.
Un nostro socio, il Sigor Ottorino Gianesato, ha presentato una pubblicazione sul Balanzon dell’Estimo della Comunità di Montebello del 1544, frutto delle sue ricerche e dei suoi studi, che è di grande interesse in quanto risulta essere il primo documento per conoscere in dettaglio le proprietà dell’epoca; un vero e proprio estimo con l’elenco delle famiglie e delle loro proprietà. Risulta che in quell’anno Montebello contava 1916 abitanti.
A questo punto è doveroso un incoraggiamento ai nostri soci più appassionati che dedicano parte del loro tempo alla ricerca di documenti che vanno ad accrescere le nostre conoscenze.

(dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: L’antica Chiesa della Madonna dei Prati conserva incastonate nella sua struttura alcune pietre già utilizzate in epoca Romana (foto a cura del redattore).
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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato il nostro castello: « Il castello, che sorge in sommità del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, è posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, è coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metà del secolo scorso (XIX° secolo N.d.R.). Il cortile centrale è coperto in gran parte d’erba e, qui e là d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi è un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso è formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso è assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte più antica del castello risalendo appunto al secolo XI°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed è internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidì non rimane traccia alcuna. Degno di menzione è il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietà di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santità e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto è deserto ed il castello stesso è un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina più bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui è lasciato e la decadenza verso cui sempre più s’incammina, fanno sperare, che come si è fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi è pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassù si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del Guà chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la città di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietà del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidì non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioè nel mercoledì delle Rogazioni ed il 28 di Agosto ».

(U.R. dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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VALUTAZIONI DI UN SOCIO

[22] VALUTAZIONI DI UN SOCIO E PENSIONATO

Non sono un grande amante della storia, anche perché, io e lei, non siamo mai andati d’accordo (anzi sono una frana). Però, visto che la storia del mio paese non la conosco molto, ed essendo sempre interessato a cose nuove, ho deciso di iscrivermi all’Associazione Amici di Montebello, per tentare di colmare questa lacuna verso il mio paese.
Figuratevi il mio stupore nell’apprendere che Montebello era già un centro molto importante fin dai tempi dei Romani e che la famosa strada costruita da loro, la Postumia, probabilmente passava per il paese. Scoprire che i nostri due torrenti, il Chiampo e il Guà già dal XI° secolo creavano grossi problemi alle popolazioni per le loro piene catastrofiche. Che nel millecinquecento circa vennero i Senatori della Serenissima per cercare di trovare una soluzione limitando i danni provocati nella bassa  Padovana e Veronese durante le piene, e tutto questo è documentato. Scoprire che per Montebello sono passati, e vi hanno alloggiato, personaggi che con le loro azioni hanno contribuito a scrivere la storia, altri ancora, nati qui, danno lustro alle nostre vie.
Non mi dilungo ulteriormente su queste considerazioni personali perché le cose da dire sarebbero molte. Potrei parlare della piazza di Montebello con il suo pozzo ancora visibile, della Loggia, del Pissolo con le sue funzioni, delle varie Confraternite esistite, della nostra Chiesa con le sue opere d’arte interne. Ho visto nel suo internoparte della vecchia Chiesa usata per costruire quella attuale; ho visto e toccato dei reperti paleoveneti rinvenuti sul nostro colle. Sono a conoscenza di un ritrovamento in località Legnon: pare si tratti del tetto di una casa romana sepolto sotto un metro e mezzo di terra alluvionale. Il rinvenimento è avvenuto casualmente togliendo il basamento di un traliccio dell’alta tensione.
Mi domando, come doveva essere la vita e il paesaggio a quei tempi? L’unico mio rammarico è che non so se si procederà con uno scavo archeologico per verificare l’ipotesi che i reperti recuperati suggeriscono.
Dimenticavo le uscite fatte per le vie del paese ad esplorare angoli storici, del Castello, della lunga passeggiata fatta l’anno scorso, partendo da Montebello attraverso Zermeghedo fino all’Agugliana, con ritorno a Montebello. Bella e piacevole escursione lungo le colline dei Lessini che mi hanno “svelato” aspetti di cui non avevo mai sentito parlare. Concludo ringraziando l’Associazione Amici di Montebello per le cose belle e interessanti che mi ha fatto scoprire. Sono pronto a proseguire con quest’avventura. Ciao Ciao

NONNO ADE (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: Il castello di Montebello visto da via Pegnare (Foto a cura del redattore).
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LE RISAIE DI MONTEBELLO

[21] LE RISAIE DI MONTEBELLO

Il riso, cereale conosciuto e coltivato sin dalla più remota antichità in Estremo Oriente, venne introdotto dalla Spagna in Italia dagli Aragonesi, nel regno di Napoli nel XV° secolo. Da qui si diffuse in Toscana e poi nella pianura padana dove avrebbe trovato il suo terreno ideale di coltura per l’abbondanza delle acque che richiede. Infatti il Piemonte e la Lombardia sono ancora oggi le regioni italiane maggiori produttrici di riso, mentre il Veneto segue a molta distanza con le risaie del Veronese, situate a Isola della Scala e a Legnago e del Vicentino a Grumolo delle Abbadesse.

Solitamente l’attività di coltivazione del riso, proprio per la sua complessità, venne iniziata e gestita nel Nord Italia, nel sec. XVI°, dai possessori di grandi estensioni di terreno, quali erano gli Enti ecclesiastici da una parte, e i nobili latifondisti dall’altra.

Queste condizioni, e cioè un impresario con capitale da investire in una attività più remunerativa che non la tradizionale coltivazione di frumento e foraggi, e il possesso di vasti terreni adatti portarono alla realizzazione di risaie.

Anche a Montebello, i nobili vicentini Fracanzani e Sangiovanni, nella seconda metà del XVI° secolo incrementarono questa coltura. E poiché qualsiasi variazione di superficie e colturale doveva avere l’autorizzazione di una specifica Magistratura della Repubblica di Venezia, e precisamente dei Provveditori ai Beni Culturali, i Fracanzani e i Sangiovanni, dovevano aver presentato domanda per ottenere l’uso delle acque necessarie all’irrigazione delle risaie.
I territori prescelti a tale scopo si trovano a Montebello nelle odierne contrà della Prà (allora contrà del Molino) e contrà della Fracanzana (allora contrà del Terraglio) rispettivamente a nord e a sud del torrente Chiampo.
Un atto di Lelio dei Magistrelli, notaio di Montebello, conservato nell’Archivio di Stato di Vicenza, contiene il contratto di locazione da parte di Bernardin G. Zuane nei confronti di Giuseppe Cenzatti di Montebello e di Stefano Bertoldi di Isola Rizza (Verona), della risaia della Prà. Siamo nel marzo del 1571. Venivano concessi in locazione 32 campi vicentini, corrispondenti a circa 12 ettari, posti tra il torrente Chiampo a sud, e la strada interna della Prà a nord. Località che allora veniva chiamata contrada del Molino per la presenza di un edificio adibito a mulino. La durata della locazione era fissata in 5 anni, a partire dalla festa di San Martino (11 Novembre) del 1571.
L’affitto che i conduttori si impegnavano a pagare ogni anno era di ducati 169. Inoltre dovevano condurre all’abitazione del detto Bernardin Sangiovanni (situata in Borgolecco, tuttora esistente) 12 stari (staia) di riso bianco e mondato del migliore. E in più 2 paia di capponi grassi, alla festa di San Martino.
Vi erano comunque alcune clausole che tutelavano i conduttori in caso di danni gravi causati dal maltempo (tempesta) o dal passaggio di soldati.
La cartografia che documenta la situazione dei fiumi e delle acque a Montebello sul finire del 1500 indica espressamente la sopraddetta risaia. Sembra comunque che la coltivazione del riso a Montebello non sia continuata a lungo, e già all’inizio del 1600 le risaie vengono abbandonate e i terreni riportati alla coltivazione dei prati o del frumento.

F.C (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: L’area della contrà della Prà oggi quasi tutta coltivata a vigneto (Foto a cura del redattore).
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AI LETTORI:
Quanti volessero collaborare per la redazione del notiziario con articoli o segnalare argomenti di particolare interesse, notizie, curiosità, proverbi locali, foto, cartoline d’epoca, etc., sono invitati a mettersi in contatto con l’Associazione.

L’ALDEGA’

[20] TOPONOMASTICA LOCALE (4)
L’ALDEGA’
(migrazioni di un toponimo).
Attualmente con il nome di Aldegà si identifica il corso d’acqua originato dalla confluenza tra il Rio della Selva ed il Fosso della Roncaglia nella zona ad ovest della Mason e a nord del torrente Chiampo. Fino a non molto tempo fa gli anziani del paese indicavano con questo nome il torrente Chiampo. Nelle mappe del Cinquecento e del Seicento, il Chiampo nelle sue prime rappresentazioni è denominato “Clampus sive Aldegà” (Chiampo ossia Aldegà). La motivazione di ciò va ricercata nel fatto che nei due secoli precedenti le acque del Chiampo, che da san Bortolo di Arzignano, attraversata la Corcironda nel comune di Montorso, confluivano nel Guà, furono deviate verso Montebello facendole confluire nell’alveo del torrente Aldegà, nei pressi del ponte di Montorso sul Chiampo. L’Aldegà si origina nella Val Piccola che lambisce la sommità del Monte Galda (mt. 378) nei pressi del confine tra i comuni di Roncà e di Montorso. L’ubicazione geografica della sorgente identifica anche il nome del corso d’acqua, infatti “l’agua de Galda” (l’acqua del Monte Galda) diviene poi, nella parlata, col tempo per contrazione e per corruzione “la Degalda” e quindi “l’Aldegà“. In alcuni documenti del Quattrocento il corso d’acqua è indicato, in linguaggio amministrativo del tardo latino che ormai diventa un tutt’uno con il volgare, con il nome di “Delgatam“.
Già dal Cinquecento le piene del Chiampo, con il trasporto di limi e lapidei, innalzano costantemente il suo alveo in maniera così consistente da non permettere più il deflusso delle acque dell’Aldegà. Questo sarà poi deviato nel fossato del “Rodegotum” (ora Rodegotto) che raccoglieva le acque sorgive e quelle di scolo del versante di nord-est del monte di Agugliana e le scaricava poi nell’Aldegà o Chiampo a nord-est della contrada Vigazzolo, all’incirca nella stessa posizione in cui oggi il Rodegotto si immette nel Chiampo.

VIGI (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
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PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

[8] PROVERBI E MODI DI DIRE (1)

Xè proprio quando manco che te te lo speti che l’acqua rompe” ovvero “Quando meno credi ti coglie l’imprevisto” è il significato del detto ed è quasi una metafora, traslata nell’ambiente naturale, dell’insegnamento evangelico “Estote parati” (nel Vangelo secondo Matteo si legge “Et vos estote parati quia qua nescitis hora, Filius hominis venturus est” e cioè “Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”. Matteo 24,44 – N.d.R.).
Questo tipico modo di dire montebellano trae la sua origine dalle innumerevoli rotte primaverili od autunnali dei torrenti Chiampo e Guà e delle conseguenti “rotte” che hanno provocato nei secoli scorsi danni incalcolabili alle colture, ai fabbricati, alla viabilità e che in più di qualche occasione hanno provocato anche vittime umane. Il progressivo disboscamento delle medie ed alte parti delle valli del Chiampo e dell’Agno, iniziato nel XIII° secolo da parte dei nuovi immigrati di etnia tedesca (Cimbri) per ricavare pascoli per il bestiame e carbone dolce da vendere nel territorio di pianura, ha ridotto la capacità del terreno di assorbire e trattenere le precipitazioni atmosferiche favorendo il dilavamento dei pendii e dei terreni sciolti con il conseguente trascinamento dei limi, di materiali grossolani, di arbusti e talvolta di alberi. Le improvvise piene tracimando dall’alveo dei corsi d’acqua allagavano le campagne circostanti depositando il materiale in sospensione negli avvallamenti del terreno.
Ogni piena colmava le zone più basse dei terreni circostanti i torrenti e talvolta quando le piene risultavano particolarmente rovinose accumulavano materiali in grande quantità fino a formare dei piccoli dossi di detriti che emergevano dalle acque stagnanti fintanto che queste non venivano assorbite dal terreno. Tali formazioni vennero denominate “Insulae” (isole) e tale denominazione è rimasta in uso fino al giorno d’oggi per indicare la località posta a nord della S.S.11 e ad est del torrente Guà.
Un’altra piena rovinosa del Guà nell’anno 1600 portò allo stupefacente quanto casuale ritrovamento di una statua di San Marco che fu poi posta dopo un lungo contenzioso al centro della piazza del paese.
Altre piene sono ricordate per l’interramento e la successiva demolizione del ponte costruito dall’Arch. Andrea Palladio nel 1575 che risulta certamente l’opera più effimera tra quelle realizzate dall’illustre architetto, l’annegamento di un frate carmelitano che dal convento di S. Egidio doveva portarsi al convento della Madonna dei Frati e fu ritrovato cadavere con la sua asina nella campagna di Brendola. Lo sviluppo di un’epica locale “7 majo che gran spavento” della quale rimangono pochi frammenti ma che era patrimonio di molti anziani fino a qualche decennio fa.
Ma di questi e di altri argomenti parleremo più approfonditamente nei prossimi numeri.

VIGI (dal N° 1 di AUREOS – Dicembre 2001)

Figura: MONTEBELLO Via Lungo Chiampo – 16-05-2013 (Foto A. Fioraso)
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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettività di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’Università di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, è pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua « Historia Longobardorum » risale al 589 quando si è verificata la Rotta, cioè la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiò il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la città di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/Aldegà e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il Guà, invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici è sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume Guà defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’Aldegà, cioè il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensì verso il Guà, sottopassando la strada Regia: è evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metà e cioè una parte nell’Alpone e l’altra parte nel Guà. Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’Aldegà e una parte di quelle del Guà confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): è una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione però era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/Aldegà, come si può vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione è considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o più precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietà si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prà di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’Aldegà nel Guà.
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della Prà, dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si è chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal N° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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