GIUSEPPE CENZATTI

 

[187] GIUSEPPE CENZATTI MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALORE MILITARE

Figlio di Domenico e di Bevilacqua Maria.
Nato a Montebello Vicentino il 28 Novembre 1892.
Professione (non presente) – Matricola n° 25029 IIIa Cat.

La famiglia del giovane Giuseppe abita nella Contrà del Castello ed il padre risulta essere possidente.1
Il 1° Agosto 1912 alla visita di leva della sua classe gli viene riscontrata un’ernia inguinale sinistra (art.97) a causa della quale viene riformato.
Allo scoppio del 1° conflitto mondiale vengono riviste le regole della leva per l’urgente necessità di rinfoltire le truppe, ed in base al Decreto legge del 1° agosto 1915 si sottopone ad una nuova visita il 24 settembre di quell’anno. E’ ritenuto abile ed arruolato di IIIa Categoria in quanto primogenito di padre entrato nel 65° anno d’età.2 Giusti due mesi dopo è chiamato alle armi, La sua alta statura (m. 1,80 e mezzo, ma alla prima visita era m. 1,79) lo fa arruolare nel 2° Reggimento Granatieri di stanza a Roma che comunque appartiene al Corpo della Fanteria. Il 28 Aprile 1916 viene promosso Caporale ed il 16 Giugno seguente è in zona di guerra. Solo pochi giorni prima quasi 4500 granatieri su 6000 che ne contava l’intera Brigata si erano immolati sull’Altopiano di Asiago e soprattutto sul Monte Cengio.

Il Granatiere Cenzatti inizialmente giunge nella zona di Grisignano di Zocco dove la Brigata dei Granatieri dopo la falcidia patita sull’Altopiano di Asiago si sta ricostituendo per rientrare poi, dopo il 6 Agosto, sul fronte del Carso. Dopo appena qualche giorno di partecipazione ai combattimenti muore in uno di questi sul Monte San Michele (fronte dell’Isonzo), come da Atto di Morte inscritto al n° 732 del Registro degli Atti di Morte del 2° Reggimento Granatieri – 14 Agosto 1916. Più precisamente, come scritto nella motivazione per l’assegnazione della Medaglia d’Argento, la morte lo coglie ai piedi del Monte Pecinka che con il Monte Veliki Hribach il 13 e 14 Agosto era stato teatro di infruttuosi e sanguinosi attacchi degli italiani. È decorato con Medaglia d’Argento al Valor Militare perché “giunto presso una trincea nemica con i pochi granatieri rimastigli della propria squadra e con pochi altri ch’egli aveva raccolti, quasi circondato da un contrattacco nemico, resisteva eroicamente fino al sopraggiungere dei rincalzi. Cadeva poco dopo colpito a morte – Monte Pecinka 14 Agosto 1916”. Gran parte dei Granatieri, Cenzatti Giuseppe compreso, sono sepolti nel Sacrario di Redipuglia Comune di Fogliano-Redipuglia.

Da “Montebello e i suoi caduti nella guerra 1915-18” di Ottorino Gianesato

Note:
1) Dall’Anagrafe parrocchiale di Montebello Vicentino del 1899 risulta che era l’ultimo di sette fratelli. Guglielma, la sorella maggiore nata nel 1880, è stata una scrittrice e critica letteraria di primo piano all’inizio del Novecento. Con il nome di Guglielmina Cenzatti ha firmato il suo più importante lavoro: “Sulle fonti della intelligenza” nel 1906. Le sue spoglie riposano nel cimitero di Montebello (n.d.r.).
2) In realtà il primogenito maschio fu Guglielmo, nato nel 1882, ma egli morì all’età di 18 anni nel 1900 (n.d.r.).

Foto:
1
) Cartolina postale che mostra la tomba di Giuseppe Cenzatti prima del suo trasferimento in un loculo all’interno del sacrario di Redipuglia (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
2) Giuseppe Cenzatti in una rara immagine di quando aveva circa 20 anni (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (3)

[148] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Ultima parte)

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Il terzo altare a destra di chi entra fu eretto nel 1876 ed è dedicato a S. Giuseppe. La pala, lavoro pregevole del Cav. Busato di Vicenza, rappresenta il Transito del Patriarca, il quale è raffigurato morente su di un letto poveramente coperto. Lo assistono il Redentore e la Vergine, mentre in alto, fra un nimbo di luce, scende un angelo come per accoglierne l’anima che sta per spiccare il volo verso il ciclo. In un angolo, accanto ad un rozzo sgabello è la verga miracolosamente fiorita. Il primo altare a sinistra di chi entra, è dedicato a S. Antonio di Padova, la cui statua figura entro una edicola di gotiche forme. Dietro all’edicola, una pala di sconosciuto autore, rappresenta Gesù alla Colonna, consolato da un angelo che scende dal cielo, mandatogli dall’Eterno Padre, il quale figura nella parte superiore del quadro circondato da alcuni cherubini. L’altare seguente è dedicato al SS. Crocefisso. La bella imagine del Redentore appeso alla Croce è opera pregevole di Giovanni Gasparoni di Vicenza, il quale la eseguì nel 1865. Infine l’ultimo altare a sinistra, di chi entra in chiesa, è dedicato al SS. Redentore, la cui statua inaugurata nel 1900 alla mezzanotte, nel momento solenne che divideva due secoli, fu scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso. L’altare maggiore di classica semplicità che si eleva nel mezzo del coro è in marmo di Carrara e fu eseguito nel 1852 dallo scultore Pietro Spira di Venezia su disegno del Prof. Lazzeri. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento e la balaustrata del coro, per cui dietro al tabernacolo dell’altare maggiore si legge questa iscrizione :

G. PAOLO CENZATTI
PEL PAVIMENTO LEGAVA
ALTARE E BALAUSTRI
SOCCORRENTE LA CONFRATERNITA
RICOSTRUIVA DEL PROPRIO
IL PREPOSITO
L’ANNO MDCCCLII

Sopra le spalliere del coro lavorate in noce nel 1852 dal falegname Antonio Zufelato (1) si ammirano i due grandi quadri ad encausto dipinti nel 1894 dal pittore Ermolao Paoletti di Venezia e rappresentanti uno Gesù ed i fanciulli, l’altro la Cananea. Tali quadri sono stimati per la luminosità degli sfondi riproducenti pittoreschi paesaggi di Palestina, per l’espressione delle figure improntate a nobile realismo e pel movimento dei gruppi armonizzanti con la cornice architettonica.
Dietro all’altare maggiore, all’altezza della cupoletta del tabernacolo vi è l’orchestra eseguita dal Gasparoni nel 1866, anno in cui fu pure costruito l’organo da Gio Batta De Lorenzi di Vicenza.
Il pavimento della chiesa eseguito nel 1845 è composto da 1067 quadri di marmo rosso e bianco. Nell’interno della facciata, a sinistra di chi entra, spicca il Battisterio il quale consta di un profondo nicchione, entro a cui sotto la pala rappresentante il Battesimo di Gesù, trova posto anche la vasca in marmo rosso per l’acqua lustrale. In alto, sopra l’arcata, pendono floreali decorazioni, mentre fra le mensole che sostengono la cimasa entro cui figura una grande conchiglia affiancata da festoni di frutti; è scolpita questa semplice iscrizione: « Fons salutis ».
Tanto il Battisterio, chiuso da artistica cancellata in ferro battuto, quanto la pala di settecentesco sapore, sono opera del Prof. Gianfrancesco Ghirotti e furono eseguiti nel 1926.
Ed ora diamo uno sguardo ai nuovi lavori di decorazione inaugurati nel 1930, in occasione della festa quinquennale della Madonna, lavori che, a dirlo subito e francamente, non reggono al confronto con quelli che preesistevano molto più sobri e meglio armonizzanti con la cornice architettonica della Chiesa, la quale con le nuove tinte, alquanto vivaci ha perduto quel senso di austerità che il pennello di Domenico Cavedon le aveva conferito nel 1905. Le numerose figure di Sante e di Santi, di cui il Noro ha popolato la chiesa, eseguiti parte a tempera e parte ad olio, pur avendo talvolta una espressione pensosa, per lo più sono impassibili perchè non condotti da mano ispirata. Tuttavia l’Annunciazione della Vergine che figura nel soffitto, per le movenze intonate dell’angelo e per la morbidezza del colorito è una delle composizioni migliori del Noro. Peccato che i panneggiamenti dell’angelo non assecondino le movenze. Meno felice nella esecuzione è il quadro gemello rappresentante la Vergine e Sant’Anna, gruppo che si perde nel vuoto della scena. Una pittura murale, abbastanza riuscita è certamente il sacrificio di Isacco il quale figura nell’interno della facciata e rappresenta Abramo nell’atto di colpire il figlio nel mentre che l’Angelo apparisce nel cielo per dire: Abramo fermati!
L’Assunzione della Vergine dipinta nell’abside del coro, non è certo paragonabile al grande quadro che occupava per intero la parte centrale del soffitto e che fu demolito per mancanza di consistenza (2). Infatti quel quadro era veramente pregevole non solo per la disposizione dei gruppi e per l’arditezza degli scorci, ma anche per l’espressione dei volti, per la morbidezza delle tinte e pel movimento e grandiosità della scena, doti di cui purtroppo l’Assunzione della Vergine dipinta dal Noro, difetta.
Attiguo alla chiesa sorge il bell’oratorio dedicato alla Sacra Famiglia inaugurato nel 1887. Esso è disegno di Giuseppe Guarda di Montebello come lo dice una iscrizione scolpita nell’interno dell’Oratorio stesso e che suona così :

QUESTO ORATORIO
SU DISEGNO DEL MAESTRO MURATORE
GIUSEPPE
CHE NE DIRESSE GRATUITAMENTE IL LAVORO
PER CONCORDE VOLERE DEI PARROCCHIANI
CHE VI SPESERO CURE FATICHE DENARO
FABURICATO IN SOLI NOVE MESI
FU DEDICATO ALLA SACRA FAMIGLIA
IL CLERO E LA COMMISSIONE
RICONOSCENTI

La graziosa facciata dell’Oratorio è di stile rinascimento, mentre l’interno semplice, non ampio ed a una sola nave, è decorato da paraste e trablazione d’ordine corinto. Il solo altare in legno è dedicato alla Sacra Famiglia la quale figura nella bella pala dipinta dal Boldrin nel 1795. Nell’Oratorio stesso, oltre al quadro detto del Consiglio, perchè una volta figurava nella sala Comunale, si conservano pure dentro ad una piccola custodia foggiata a modo di arca, delle ossa dei Santi Clemente, Felice e Vittoria. L’ultima ricognizione canonica di queste sante reliquie, avvenne il 4 settembre 1719, giorno in cui Andrea Trombetta e Gio. Batta Bordato, governatori della Comunità, si recarono da S. E. Monsignor Vescovo di Vicenza Sebastiano Venier, perchè ne riconoscesse l’autenticità, come infatti avvenne. Queste reliquie erano state donate al Prevosto Don Leonardo Sangiovanni dal Signor Giulio Borghi il quale le aveva avute dal Signor Ignazio Brizio Molinos a cui il 24 febbraio 1709 erano state consegnate dal Vescovo di Sabina S. E. il Cardinale Gaspare de Carpineo, che per mandato di Clemente XI le aveva levate dal Cimitero di S. Callisto in Roma.
Accanto alla chiesa prepositurale si innalza la bella torre campanaria sorta su disegno dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa fu incorninciata nel 1819, come lo dice l’iscrizione incisa sulla prima pietra posta il 16 settembre di quell’anno dai Prevosto Dai Zovi, con l’intervento delle Autorità Comunali. Ecco l’iscrizione:

D. O. M.
MDCCCXIX DIE XVI SEPT.
PRAEPOSITUS PETRUS ANTONIUS DAI ZOVI

Giova ricordare però che il compimento del campanile avvenne solo nel 1848 e ciò a causa delle condizioni tristissime dei tempi, perchè le popolazioni erano state dissanguate dai passati governi. Il fusto della torre campanaria è costituito da cinque ordini, riquadrati con lesene agli angoli e distinti fra loro da fascioni, formati da una fascia inferiore e da una guscia con listello superiore. Il primo ordine che si innalza su basamento a scaglioni ed a quattro risalti sopra terra, è decorato da una trabeazione ionica sostenuta da quattro colonne inalberate agli angoli, con balaustrata superiore a cui si accede a mezzo di una porta praticata sul ripiano del secondo ordine. Sopra i quattro pilastrini, agli angoli della balaustrata, figurano quattro vasi a foggia di ara con fiamme. La cella campanaria di stile corinzio e di forma quadrata accoglie un concerto di cinque campane fuse nel 1899 (3). Sopra la trabeazione della cella si innalza il tamburo in cotto di base dodecagona, il quale regge la svelta cupola da cui un Angelo di belle forme, scolpito in legno e rivestito di rame, con l’ali spiegate sembra sfidare i fulmini ed il tempo. Il campanile misura 45 metri d’altezza. (4) »

Umberto Ravagnani

Note:
(1)
Allo Zufelato si devono pure i confessionali in noce eseguiti nel 1853 su disegno dell’ ingegnere Paolo Cenzatti e la bussola della porta maggiore lavorata nel 1850 su disegno del Gasparoni.
(2) Il bel quadro dell’Assunta che figurava nel mezzo del soffitto fu inaugurato nel 1886. Esso come scrisse il Prevosto Don Giuseppe Capovin fu incominciato da Valentino Pupin, ma, prevenuto dalla morte, il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Conegliano.
(3) Le campane della Prepositurale di Montebello portano le seguenti iscrizioni: Ia O Maria Assunta in cielo – O madre nostra pietosa proteggi – noi tuoi figliuoli. IIa Il tuo patrocinio o Giuseppe Faccia santa la nostra vita – la nostra morte serena – IIIa I padri nostri – O Daniele – Te non invocarono indarno spandesti ristoro di pioggia sui colli riarsi. IVa Propulsa o Rocco – ogni contagio da quest’aria salubre. Va Il temporale furiando minaccia – lo disperdi o Vergine Brigida – ci salva dalla grandine.
(4) Il campanile che preesisteva all’attuale era alquanto più semplice e basso. Esso, che fu eretto nel 1575. era in cotto con guglia accuminata.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello – L’altare della Madonna di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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FESTE CENTENARIE (4)

[50] FESTE CENTENARIE CELEBRATE A MONTEBELLO
(Mons. Giuseppe Capovin 1905 – Ultima parte)

Tali lavori furono compiuti dal Prevosto Pier-Antonio Dai Zovi, e la spesa totale per la sola costruzione della Chiesa fu di 40.000 ducati. Nel 1805 furono costruiti in noce i panchi a spese delle varie famiglie della Parrocchia.
Nel Marzo 1811 fu acquistato dal R. Demanio l’Altare Maggiore della soppressa Chiesa del Corpus Domini di Vicenza per il prezzo di 1000 ducati. L’Altare qui trasportato fu dedicato alla Madonna della Concezione, Esso è lavorato in marmo di Carrara con colonne ed intarsi di diaspro di Sicilia. Il lavoro fu diretto dal celebre scultore Orazio Marinali, e Giovanni Cassetta, suo parente, scolpì gli Angeli che posano sul frontone ed anche le due statue in marmo di Carrara rappresentanti i Santi Agostino e Francesco di Sales che ora stanno ai lati dell’Altare Maggiore di questo Coro. Il parapetto del suddetto altare ora adorna quello del SS. Crocifisso. Si crede sia opera esclusiva del Marinali. Nel giorno 16 Settembre 1819 il Prevosto Dai Zovi coll’intervento delle autorità comunali benediceva e faceva la posa della prima pietra per il nuovo Campanile sulla quale sta  scolpito:

D.O.M. — A. D. — MDCCCXIX die XVI Sept. — Praepositus Petrus Antonius Dai Zovi — P. H. L.

Il disegno del Campanile è dell’ architetto Antonio Zimello di Vicenza e fu compiuto soltanto nel 1848, stante le tristissime condizioni dei tempi, giacché le popolazioni erano state dissanguate dai passati Governi. Sino, all’anno 1833 si erano spese per erigere il Campanile lire austriache 24.000 e mancavano ancora la cella e la cupola. A due vecchie campane se ne sostituirono tre di nuove. Nel 1845 è pavimentata con quadri in marmo rosso e bianco la Chiesa, a spese delle famiglie della Parrocchia, ciascuna delle quali s’addossò il pagamento di uno o più dei 1067 quadri che occorrevano. Il costo fu di 5.000 lire austriache. Nel 1850 fu costruita in noce dal nostro ancora rinomato falegname Antonio Zufelato la Bussola della porta maggiore sopra disegno di Giovanni Gasparoni. Nel 1852 lo stesso Zufelato lavorava in noce le spalliere del Coro, disegno del prof. Lazzari di Venezia, e nel 1853 i Confessionali in noce, disegno dell’ing. Paolo Cenzatti. Nel 1852 fu costruito in marmo di Carrara l’Altare del Coro su disegno del prof. Lazzari, ed eseguito dal bravo scultore Pietro Spira di Venezia. Costò lire austriache 4.000. L’Altare e il Tabernacolo costarono lire austriache 3.000. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento del Coro e la balaustrata.
1852 Paolo Cenzatti — Pel pavimento legava — Altare e Balaustri — Soccorrente la Confraternita — Ricostruiva del proprio — Il Praeposito — L’anno 1852. Nel 1854 furono sostituite quattro campane nuove a quelle del 1833 e costarono lire austriache 4.548. Nel 1865 Giovanni Gasparoni di Vicenza scolpì l’immagine del S.S. Crocifisso, lavoro pregiatissimo. Nel 1866. — Costruzione di un Organo nuovo: lavoro del rinomato Gio. Batta De Lorenzi di Vicenza. Costò lire austriache 12.000, e l’orchestra fu eseguita da Giovanni Gasparoni. Nel 1874. — Erezione della nuova facciata, disegno dell’arch. Antonio Zimello. Costò lire italiane 48 mila. Questa Chiesa fu consacrata da Mons. Antonio Farina Vescovo di Vicenza nella IV Domenica di Ottobre dell’anno 1874. Nel 1876. — Erezione di un nuovo altare a S. Giuseppe. Lavoro di Pietro Fusoro di Pove. La Pala fu dipinta dal cav. Busato di Vicenza. È molto pregiata. Nel 1885. — Ridotto a miglior forma l’Altare dell’Immacolata Concezione. Lavoro di Francesco Cavallini di Pove. Fu inaugurato il 26 Agosto, e nello stesso giorno fu istituita la festa Quinquennale ad onore di Maria S.S. Nel 1886. — II 13 Giugno fu inaugurato il Quadro del soffitto incominciato da Valentino Pupin, ma prevenuto dalla morte il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Cohegliano. Nel 1887 fu eretto e compito il nuovo Oratorio ad onore della S. Famiglia. Disegno del compianto Giuseppe Guarda di Montebello. Ad onta del gratuito lavoro in gran parte prestato dai muratori del paese e del trasporto tutto gratuito dei materiali, costò in danaro lire 18.000. Nel 1894 il 16 Dicembre furono inaugurati i due splendidi Quadri del Coro dipinti ad eucausto da Ermolao Paoletti di Venezia. Nel 1899 furono costruite cinque nuove campane ed orologio. Nel 1900 alla mezzanotte del secolo che tramontava e del nuovo che sorgeva, fu  inaugurata la nuova statua del SS. Redentore, scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso.
Si è qui riportata la lunga lista dei lavori eseguiti nel corso di poco più di questo ultimo secolo per questa Chiesa Prepositurale per porre in luce come questa popolazione si sia ognora mostrata generosa nel promuovere il decoro della Santa Casa del Signore: testimonio indubitato della sua viva fede e della sua sincera pietà. Ed ora mi faccio a darle uno sguardo dopo gli abbellimenti aggiuntivi nella occasione di commemorare il settimo Centenario di questa Parrocchia. Chi si fa dinanzi per la prima volta a questa Chiesa non può non ammirare la sua elegante e grandiosa facciata, la quale se qualche cosa oggidì lascia a desiderare egli è a motivo dei guasti che le pioggie e le bufere spesso le arrecarono, stante la poco favorevole e fortunata sua posizione. Ma varchiamone l’ingresso che in essa ci conduce. E chi è mai che nel primo entrarvi non sia sorpreso alla vista delle sue architettoniche forme in ogni e singola sua parte e non si senta costretto ad esclamare, come spesso fu ripetuto da persone cui sono famigliari le arti del bello, oh che bella? che meravigliosa Chiesa? E quindi non provi in sé quel senso che piace, che soddisfa e che nulla disarmonizzi, nè colla mente, nè col cuore di un’anima credente, cristiana? Anche gli ultimi lavori di abbellimento che il pennello sobrio, intelligente, del bravo e modesto Domenico Cavedon le ha testé aggiunti con nuove tinte e nuovi colori, la Chiesa non ha perduto nulla, come si direbbe, della primitiva e naturale sua bellezza, ma invece concorsero mirabilmente a mettere in mostra tutto quanto di bello un tempo all’occhio facilmente sfuggiva.
Ed ora eleviamo a Dio un inno di ringraziamento e di gratitudine, perché qui nel luogo stesso ove un tempo forse si diffondevano le pagane dottrine (*) ora invece si sparge la indefettibile, consolatrice luce del Vangelo di G.C. che moralmente e civilmente ha riscattata l’umana famiglia, ed un inno altresì di amore si elevi anche a te, o Maria, cui fu qui sacrata la prima Chiesa e il primo Altare.

(*) Sotto il pavimento del Coro nel 1805 fu scoperta la lapide di un Sesviro Augustale.

SERIE CRONOLOGICA DEI RR. PREVOSTI

Nel secolo XIII i Sacerdoti che avevano la cura di anime della Parrocchia di Montebello si chiamavano talora Presbyteri, cioè Parrochi, e talora Archipresbyteri. Fin dal principio però del secolo XIV essi assunsero il titolo di Praepositus e poi volgarmente detto Prevosto, essendocchè erano ad un tempo anche Presidenti o Capi della Collegiata. Infatti « Praepositus proprie dicitur ubi adest Collegiata » (V. Esame delle pretensioni di Asolo Sez. I). Nelle Collegiate ufficio precipuo dei Preposti era di amministrare le rendite della Chiesa e distribuirle ai Chierici che vivevano in comunità (Esam. sud.) Onde erano come gli economi dei Canonici. Se alla Chiesa officiata dalla Collegiata era insieme annessa la cura di anime, il Prevosto essendo egli la prima dignità, era insieme il Rettore e governatore della Parrocchia. Così fu del Prevosto di Montebello, il quale era insieme il Parroco del luogo. Cessata la Collegiata non cessò però il titolo fino ai tempi presenti, come si vedrà dall’elenco che si riporta con quelle note che si è potuto raccogliere a dilucidazione.

(dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: La Chiesa Prepositurale di Montebello da una cartolina di inizio Novecento (collezione privata del redattore).

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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[25] GHE GERA ‘NA VOLTA (2)
IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Lo storico montebellano Bruno Munaretto, nelle sue “Memorie storiche di Montebello Vicentino“, pubblicate nel 1932, ci racconta così le vicende che hanno interessato il nostro castello: « Il castello, che sorge in sommità del colle sovrastante le contrade Roma e Trento, fu eretto subito dopo il 1000 sul luogo in cui sorgeva l’antichissimo distrutto per ordine di Mario dei Marii cittadino di Vicenza. Le sue mura ferrigne, in parte cadute, in cui si abbarbica l’edera e fiorisce il cardo, chiudono uno spazio che si divide in tre parti, corrispondenti ad altrettanti cortili. L’entrata del castello, a cui si accede per una comoda strada fiancheggiata da cipressi, è posta tra levante e mezzogiorno ed appartiene all’epoca scaligera. Il primo cortile verso levante, in cui vi erano gli alloggiamenti per i soldati, che furono abbattuti per ordine del generale veneto Alviano, durante la Lega di Cambrai, è coltivato a vigneto con un piccolo pozzo nel mezzo, costruito nella seconda metà del secolo scorso (XIX° secolo N.d.R.). Il cortile centrale è coperto in gran parte d’erba e, qui e là d’arbusti e da qualche pianta d’alto fusto. Nell’angolo, tra levante e settentrione, sorge la piccola chiesetta di S. Daniele Levita e Martire, vegliata dagli svelti cipressi e dal pino ombrellifero. Verso mezzogiorno vi è un fabbricato di stile gotico con finestre archiacute eretto nel 1843 dal signor Carlo Annibale Pagani. Esso è formato da sette stanze al pianterreno e di altrettante al piano superiore, le quali sono abbandonate e rovinose. Ivi nell’aprile del 1848 alloggiarono i magnanimi crociati. Fra questo fabbricato e la casa ad uso agricolo in cui certo all’epoca della Veneta Repubblica abitava il castellano, sorge un altro portone, il quale in alto porta la campana che serve alla chiesetta di S. Daniele. Questa campana che fu rifusa nel 1540 e porta la scritta “a fulgore e tempestate libera nos Domine“, quando il temporale infuria, spande lontano i suoi rintocchi.
Il terzo cortile verso sera si conserva ancora nel suo stato primitivo. Esso è assai ristretto nel confronto degli altri due e sulle sue mura, quantunque mezzo diroccate, sorgono ancora le antiche merlature e corre tutto intorno il camminamento di ronda. Nell’angolo tra sera e tramontana s’innalza una tozza torraccia coperta di tegole, la quale costituisce la parte più antica del castello risalendo appunto al secolo XI°. Essa ha quattro poggiuoli prospettanti i quattro punti cardinali ed è internamente vuota. In questo cortile, al principio del secolo scorso, si potevano osservare i resti di un grande affresco che rappresentava soldati e guerrieri a cavallo, e che occupava buona parte della muraglia verso levante. Di quella pittura oggidì non rimane traccia alcuna. Degno di menzione è il pozzo scavato nel tufo vulcanico profondo circa 70 metri, ricco di acqua eccellente, intorno a cui la fantasia popolare ha tessuto le sue leggende. Ed invero queste mura diroccate, questi fabbricati vuoti, questi cortili deserti ci trasportano col pensiero a tempi lontani in cui il castello era oggetto di epiche lotte. E tendendo l’orecchio ci sembra di riudire il cozzo delle armi, le grida dei combattenti ed il gemito dei moribondi, mentre la fantasia si popola di mille fantasmi facendo rivivere tempi lontani, di orge, di soprusi, di violenze, vendette ed assassinii che si succedevano con vertiginosa alternativa. Fu in queste mura fra l’altro, che Egano, conte di Arzignano, fu ucciso dal nipote Napoleone il Rosso, ambizioso di succedergli nella signoria. Ma ascoltando ancora, ci sembra di riudire il canto appassionato del trovatore che accompagna la sua voce agli accordi del liuto, mentre da una delle finestre scardinate e vuote, come occhi sbarrati che contemplino il loro trapasso, appare nella fantasia la figura vaporosa di una bella innamorata. Dietro a quella come un commento orchestrale in sordina, nel chiaro-scuro delle deserte stanze vagano ombre di uomini che furono celebri nelle armi o si distinsero per pietà di costumi dedicandosi alla vita ecclesiastica o claustrale. Allora si ricorda il valore di Uberto Maltraverso e di Pietro Conte di Montebello, e le loro figure si circondano di uno stuolo di armati, ritti a cavallo e pronti, ad un loro cenno, a lanciarsi in battaglia. Allora Angelo dei Maltraversi, Patriarca di Grado, e Giulio Conte di Montebello Vescovo di Ferrara, appariscono circondati da una aureola di santità e, dalla chiesetta vegliata dai cipressi, giunge il salmeggiar lento e cadenzato dei frati.
Ma ora tutto tace, tutto è deserto ed il castello stesso è un gigante sull’orlo della rovina. E dire ch’esso rappresenta la pagina più bella della storia del nostro paese e l’unico monumento medioevale di cui Montebello possa andare orgoglioso. L’abbandono in cui è lasciato e la decadenza verso cui sempre più s’incammina, fanno sperare, che come si è fatto altrove, anche qui sorga un gruppo di animosi che tolga da certa completa rovina questo storico edificio, per conservarlo e consegnarlo ai posteri in tutta la sua bellezza.
In questo terzo cortile vi è pure un’altra torricella coperta a cupola, che fa parte del fabbricato eretto dal Pagani. Essa sorge verso mezzogiorno e termina con un terrazzino a cui si accede per una scala a chiocciola assai malconcia. Da lassù si gode un magnifico panorama. A settentrione l’occhio spazia sulle fertili vallate del Chiampo e del Guà chiuse dalla barriera delle Prealpi Vicentine, le quali durante la grande guerra conobbero l’eroismo dei soldati d’Italia. A mattina la città di Vicenza si profila con le sue torri alle pendici dei Berici pittoreschi. A mezzogiorno la ferace pianura Padano Veneta si perde a vista d’occhio, mentre a sera le ultime propaggini dei Monti Lessini, ai cui piedi si adagia Montebello sgroppano festevoli al piano festonato di viti e ricco di casolari.
Il castello, attualmente proprietà del Conte Ludovico Miari, fu venduto dalla Veneta Repubblica al Comune di Montebello nel 1597. Il nostro paese, a sua volta, nel 1676, lo vendeva al signor Francesco Viviani, a cui nel 1828 successero i Pagani e quindi nel 1869 i Dalla Negra. Da questi ultimi il castello nel 1870 fu venduto al Conte Mocenigo, dal quale nel 1890 lo acquistava la Marchesa Anna Miari Carlotti. Questa nel 1922, lo vendeva al Conte Ludovico Miari attuale proprietario.
Alla parrocchia di Montebello oggidì non spetta che il diritto di portarsi processionalmente alla chiesetta del Castello due volte l’anno e cioè nel mercoledì delle Rogazioni ed il 28 di Agosto ».

(U.R. dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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[15] TOPONOMASTICA LOCALE (2)
Via Pesa
Via Pesa inizia con il prolungamento della linea di separazione tra le vie Roma e Trento che giunto di fronte al dismesso macello comunale (ora sede della Protezione Civile) piega decisamente sulla destra, pressochè ad angolo retto, fino a congiungersi con via XXIV Maggio ai piedi della rampa che porta al ponte del Marchese. Nel 600 (XVII° secolo) era denominata “Stradella appresso l’Osteria” (1) ed è attestata con questo nome in numerosi documenti dell’epoca (Mappa del perito Munari). La via delimitava verso nord e verso est quel quadrilatero, nel quale qualcuno ha supposto si sia costituito il primo nucleo fortificato del paese, costituito da botteghe, abitazioni e broli per la maggior parte proprietà della famiglia Cenzatti ed in piccola parte dei conti Valmarana.
Non conosciamo con precisione il momento in cui la via viene mutata di nome. Presumiamo con sufficiente verosomiglianza che ciò sia avvenuto in epoca napoleonica in quanto nella mappa del Catasto Austriaco del 1836 essa è denominata “Via pesa del fieno” ed è incontestabile il fatto che le mappe catastali un tempo riportavano indicazioni di luoghi attestati e consolidati da tempo.
Serviva infatti all’Amministrazione dell’esercito napoleonico, che provvedeva ai rifornimenti ed alle relative requisizioni di materiali, di generi alimentari e di foraggi uno strumento atto a quantificare (pesare) nell’ormai “normalizzato” sistema metrico decimale introdotto dalla Rivoluzione Francese, in modo sicuro (2) le quantità delle merci requisite, per le quali rilasciava le relative cedole di credito o le quietanze. Il nome di Pesa del fieno deriva dal fatto che questo foraggio era il più pesato perchè quotidianamente richiesto, per alimentare i cavalli degli squadroni di cavalleria, i muli per il tiraggio dei cariaggi, delle salmerie e dei pezzi di artiglieria e le mandrie di manzi destinate all’alimentazione delle truppe.
La pesa era posizionata nell’angolo destro creato dall’intersezione di via Pesa con via XXIV Maggio sul sedime del negozio ove ora svolge la propria attività l’Enotecnica Vicentina. In questo luogo continuò ad assolvere le sue funzioni fino ai primi decenni del 900 quando per comodità dei pubblici funzionari venne trasferita davanti alla loggia comunale dove rimase fino agli anni sessanta. Nella foto riprodotta più avanti nella sezione Ghe gera na volta si vede via XXIV Maggio vista dal ponte del Marchese. Nello spazio di fronte al primo fabbricato sulla destra, arretrato verso nord rispetto alla linea degli altri fabbricati, si vede la pesa pubblica. Con l’andare del tempo il fieno cessò di essere la merce più pesata, pertanto lentamente nella dizione popolare decadde l’utilizzo del suffisso mentre è rimasto nel nome della via l’indicazione di un’attività, nuova per quei tempi, svolta sul posto.

Note:
(1) Era l’Osteria Granda dei conti Valmarana che chiudeva verso est la cortina delle abitazioni poste sul lato nord di via XXIV Maggio.
(2) Fino ad allora si utilizzavano nel Dominio della Serenissima unità di misura e di peso non unificate e che variavano da territorio a territorio (staijo, brenta, mastello, piede, pertica, ecc.)

VIGI (dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

GHE GERA NA VOLTA

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Figura: cartolina della fine del 1800 (collezione privata del redattore)

LA NOVA CESA

[13] LA NOVA CESA

La nova cesa” così possiamo sintetizzare la composizione in rime che l’anonimo poeta (si sottoscrive un servitor fervente), nei primi anni del 1800 (1), colmo d’entusiasmo dedica alla nuova chiesa di Montebello ormai completata (2). La poesia, conservata nell’archivio della Chiesa Prepositurale, si compone di 36 quartine binate, in rima libera, scritta in lingua dialettale. Narra della inadeguatezza della vecchia chiesa costruita nel 1436 (3) a soddisfare le esigenze dei fedeli, l’impegno di tutta la comunità a sostenere lo sforzo economico per finanziare l’opera, l’orgoglio della popolazione per aver costruito un edificio che si distingue per la imponenza, che riceve le lodi dei forestieri e che viene ammirato ed invidiato da tutte le comunità circostanti. Conclude manifestando la soddisfazione di lasciare questo patrimonio così importante alle future generazioni.
L’autore sicuramente non rientra nella cerchia dei noti montebellani (4) “che per diletto proprio e/o altrui” hanno composto odi, poesie, memorie e cronache in quanto le loro composizioni sono sempre scritte in corretta e talvolta forbita lingua italiana dell’epoca. Escludiamo anche che possa essere uno dei sacerdoti presenti in quel periodo in paese in quanto la composizione sarebbe stata sicuramente più leziosa, ricca di fronzoli e riferimenti biblici mitologici come era ancora in uso in quel periodo tra le persone di una certa cultura. Il nostro anonimo poeta invece usa la lingua dialettale, che presenta sfumature padovane-veneziane in alcuni vocaboli, e la trascrive, saremo portati a dire (5), con alcuni errori ortografici, diretta trasposizione della lingua parlata, derivanti forse da un’istruzione autodidatta.
Il pregio di questa composizione non è certo da ricercarsi nella perfezione delle rime o nella terminologia usata, ma nella visione dello spaccato storico in cui viene vissuto l’avvenimento da parte di tutta la comunità. La quale dopo un iniziale entusiasmo, seguito da una momentanea titubanza, ci dimostra essere unita, attiva solidale e fiduciosa oltre che sulle proprie forze soprattutto sull’aiuto che la Provvidenza non nega a chi in Lei confida. (Parvusaldus)

Note
(1) Tale presunta datazione della composizione è suffragata dal riferimento al Vescovo di Vicenza Marco Zaguri presente negli anni 1803-1812
(2) In quel periodo rimane ancora da completare la monumentale facciata che sarà realizzata negli anni 1874
(3) Faccioli nel suo “Museo lapidario Vicentino” riporta la seguente iscrizione collocata nella vecchia chiesa di Montebello: “Maistro Manfredin de ravena fecit A.D. MCDXXXVI”
(4) Questi sono: Francesco Bonomo, Domenico Cenzatti, Pompeo Conforti, Bartolomeo Guelfo, Celeste Bonvicini)
(5) Attualmente alcuni esperti della lingua veneta, ritenendola essenzialmente usata nella forma parlata, ammettono la sua libera materializzazione nella forma scritta che può non essere rispettosa delle regole ortografiche della lingua italiana.

Quatro ciacoe ala bona, soa costruzion dea nova cesa de Montebelo – “Fine Setesento – Inissio Otosento”

Sonè campane a festa,
sonè a gran distesa,
desighe a tuti cuanti
che ancò la nostra cesa

essendo stà rifata
e tuta rinovà
dal Vescovo Zaguri
se stà assai lodà.

La cesa del paese
la iera tuta bruta,
e se sentia el bisogno
de rinoarla tuta.

El cuerto nol tegnea,
i muri se sgrostava,
vegnea drento l’acua
se el ciel piovesinava.

No se podea restare,
ne in pace, ne contenti
la Cesa la parea
na vecia … sensa denti!

E po la iera picola
la iera insufinente
in te le grande feste
a contegner la zente.

E alora se decide
se no xe tanta spesa,
de metarse al laoro
per rinoar la Cesa.

E far cussì pi granda
la casa del Bon Dio,
slongandola davanti
e … anca par de drio.

Ed eco se scominsia:
se scava el fondamento
se tira su le piere
del vecio pavimento.

Tirando zo el coerto
se buta tuto a tera,
e par che so la Cesa
passada sia la guera

I veci i se spaenta
e i dise tuti cuanti
metemo on freno al prete
senò el ne magna i campi!

Ma dopo i la capisse
che pur fasendo spese
la Cesa fata nova
le on vanto del paese.

I vol che nel rifarla
la vegna fora bela,
e che se spenda pure
ma no la sia pi cuela.

E se se fa dei debiti
nel fare nove spese,
no se ga mai sentio
che gai falio le Cese!

Laorando tuti insieme
con fede e con amore,
se fa bela e granda
la casa del Signore.

Alra se se impegna
uniti nel laoro,
de rinoar la Cesa
da la faciata al coro.

Ghe cuei che cava i sassi
chi porta i materiali
e chi che soto al caro
i taca i animali.

Chi gà le vache magre
i dopara i vedei,
e se laora gratis
parchè xe pochi i schei.

Par descargar la roba
che riva da lontan,
co sona la campana,
se core a dar na man.

I bravi muradori
a forza de laoro
con malta e con cemento
i mete a posto el coro.

A man che se và vanti
se vede on cambiamento
e no la par pi bela
col novo pavimento?

Insoma cuà cristiani
penseghe pure on toco:
vardè i laori fati
de vecio ghe xe poco!

Do’ siori del paese
volendo ricordare,
on fiolo morto in guera
i gà donà on altare.

Adesso si la Cesa
la pol alzar la testa,
la pare na gran dama
che xe vestia d festa.

E cuei de Montebelo
i pole star contenti
che i gà na bela Cesa
con tuti i so ornamenti.

Adesso resta i debiti,
ma anca se i xe tanti
no stemo scoraiarse,
vardemo sempre avanti.

Se sà che per pagarli
xe bon on aiuto esterno,
ma pare che el preosto
el gabia scrito al Goerno

E infati on giorno ariva
sta bela novità
che el Goerno per la Cesa
calcossa el ghe gà dà.

La zente la se impegna
de dare volentieri,
e in magio per la Cesa
la tiene i cavalieri.

E pò i ghe dà i uvi,
el late e la puina,
se tira su la oferta
del galo o la galina.

Adesso on po a la volta
se paga su le spese,
ma almanco cuei che passa
i loda stò paese.

Che i ga na bela Cesa
rifata e rinovà,
che podaria benissimo
star ben in una zità

E femo pure festa
e stemo col Signore:
disemo on grande grassie
che vegna su dal core.

A tuta cuea zente
che gà colaborà
a far pi granda e bela
la Cesa che xe cuà!

E come conclusion
tegnemo ben presente
che aiutar la Cesa
no ghe perdemo gnente.

E nea nostra vita
in meso a tanti guai
tegnendo su la Cesa
no ghe perdemo mai!

Firmato: on servitor fervente.

Parvusaldus (dal N° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: cartolina dei primi anni del ‘900 (collezione privata del redattore).
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