UN FATTACCIO DI CRONACA

[34] MONTEBELLO NELLA CRONACA NERA DEL SETTECENTO
Siamo a Montebello alla fine dell’inverno del 1777 quando un certo Bortolo Va. del fu Antonio, persona di ottima famiglia, tradisce le sue origini compiendo un efferato delitto. Per la veritΓ , il nostro personaggio, non era mai stato quello che viene comunemente definito uno ‘stinco di santo‘, tanto che il giudice, nel processo seguito al fattaccio che andrΓ² a raccontare, lo definiva cosΓ¬: “… persona di depravati costumi, rea di altre delinquenze, dedita alli vizi ed altre trappole, oziosa dopo aver smesso il mestiere di sarte che esercitava“. Ma veniamo ai fatti.
Nella mattina che precedette “la fatal notte“, cioΓ¨ il 7 Marzo 1777, il citato Bortolo, constatata l’assenza del Reverendo Gio. Batta Longhin e della sua perpetua Sabina, vedova di Antonio Pajarin, col pretesto di “provvedersi” dell’erba per i suoi conigli che si trovava nell’orto del religioso contiguo alla casa, s’introdusse invece nelle stanze della stessa (in ContrΓ  di Vigazzolo N.d.R.). Era chiaro lo scopo della sua intromissione: spiare l’interno per poi, al momento opportuno, ritornarvi e sottrarre denaro e preziosi. Mise in opera il suo piano la sera stessa di quel venerdΓ¬, sabato 8 entrante. Munitosi di una trivella e di uno scalpello, si recΓ² nella casa del settuagenario religioso e della sua serva sessantacinquenne, e qui, nella porta della cucina praticΓ² un foro largo abbastanza per introdurre un braccio e togliere il catenaccio che la teneva bloccata. Entrato nella casa passΓ² dalla camera della perpetua Sabina, la quale, svegliata dal rumore fatto per scassinare la porta, si alzΓ², ed accortasi di quanto stava succedendo, muta dal terrore, tentΓ² di correre dal suo padrone per avvisarlo del pericolo. Fu purtroppo ben presto raggiunta nella sala dal Bortolo. L’uomo estratto da una tasca un coltello a serramanico, non esitΓ² a colpirla al collo con tre fendenti che la fecero cadere a terra fulminata all’istante (due colpi furono dichiarati mortali, come apparve dalla successiva visita del chirurgo legale). L’omicida cercΓ² quindi in cucina qualche altro coltello con l’intenzione di eliminare l’inerme religioso ed aver cosΓ¬ campo libero nel mettere sottosopra la casa alla ricerca del denaro. TrovΓ² in un cassetto di un tavolo quanto voleva e, arrivato nella camera del prete, dimenΓ² sul corpo del malcapitato che si trovava a letto, un gran numero di coltellate sino a che “non lo sentΓ¬ piΓΉ agitare” (sempre dalla visione fatta in seguito dal chirurgo legale i colpi inferti furono venti, tre dei quali mortali). Si trasferΓ¬ poi, con l’ausilio di un lume, nella camera contigua a quella del Religioso, mise a soqquadro ogni cosa e si appropriΓ² infine del denaro maledetto e di altri oggetti.
Dopo il barbaro massacro Bortolo Va. fu visto in giro col volto pallido e spaurito e, quel che piΓΉ conta, due persone riferirono aver notato quest’ultimo con un dito fasciato e le maniche della sua camicia sporche di sangue: “violenti indizi di una tal veritΓ  che di quello si fosse scoperto reo“. Si mise subito in azione la macchina della Giustizia che procedette ad una perquisizione della casa del presunto omicida. Nell’abitazione del Bortolo furono rinvenuti il coltello a serramanico usato contro la perpetua, la trivella, lo scalpello, i suoi vestiti intrisi di sangue, nonchΓ© un candeliere di ottone del prete, Troni 1064 e Soldi 9, denaro e cose sicuramente frutti della ruberia. L’inquisito si difese adducendo di aver subito un’aggressione quel venerdΓ¬ sulla Strada Regia verso Vicenza al “Capitel della Sartora” (1) e che la ferita ad un dito della mano sinistra gli era stata inferta coi denti da un assalitore. Gli inquirenti stabilirono che corrispondeva al vero solo la morsicatura, prodotta perΓ² dal prete in un estremo tentativo di difesa prima di soccombere sotto le stilettate dell’omicida. Al Bortolo non restΓ² altro che confessare quanto commesso, nel vano tentativo di avere uno sconto della grave pena a cui sarebbe sicuramente stato condannato. Poco tempo dopo iniziΓ² il processo a suo carico che si concluse il 14 Giugno 1777. In “arengo” (2), al suono della campana e della tromba, il PodestΓ  e Capitano di Vicenza Vido Marcello sentenziΓ² che a Bortolo Va. del fu Antonio abitante a Montebello, fosse comminata la pena capitale.
LA SENTENZA: “… che il condannato Bortolo Va. sia condotto al luogo solito di giustizia (di solito in Campomarzo a Vocenza N.d.R.), dove per il Ministro di quella (il boia N.d.R.) sopra un paro di eminenti forche sia impiccato per la gola sinchΓ© muoia e che il di lui cadavere sia esposto nella predetta strada nelle pertinenze del luogo del commesso delitto (Montebello N.d.R.) sino alla total sua consumazione, e che i suoi beni, tanto presenti che futuri, s’intendano confiscati, giusta la legge“.
Tre giorni dopo, il 17 Giugno Bortolo Va. fu condotto al patibolo. CosΓ¬ appare nelle scritture del libro della Confraternita di S. Giovanni Decollato detta de’ Negri che contiene i nomi di coloro che sono stati giustiziati in Vicenza dal 1603 al 1777 (3).
Quella di Bortolo Va. non fu l’unica esecuzione capitale eseguita quel giorno. A fargli ‘compagnia‘ altri tre condannati a morte e cioΓ¨: Iseppo Ni. da Trissino, accusato di uxoricidio, Gio. Batta Bi. da Quargnenta, uccisore di un “cavallaro in quel di Arzignano, e pure di Arzignano era originario Antonio Be. reo di aver assalito ed ammazzato un viandante a Tavernelle.
Come giΓ  detto il Bortolo Va. non era proprio uno ‘stinco di santo’, infatti, in precedenza, il 24 Agosto 1774, tra le 23 e le 24, tale Giacomo Busato si trovava all’Osteria di Bonifacio Biasin in Montorso assieme ad altre persone. Come tutti i presenti aveva bevuto e ad un certo punto decise di far ritorno a casa. Fatti pochi passi fu raggiunto dal solito Bortolo Va. (in quest’altro documento viene riportato anche il soprannome di “Pettenella“), figlio di Antonio, da Montebello, che lo fermΓ² ordinandogli, schioppo alla mano, di tornare indietro a pagare la sua parte. Il Busato asserΓ¬ di aver giΓ  pagata la sua porzione di quanto bevuto, ricevendo come risposta dal Bortolo un colpo con il calcio dello schioppo che provocΓ² lo sparo dell’arma. Il Busato fu colpito alla spalla sinistra da una palla (pallottola N.d.R.) che gli procurΓ² una ferita della grandezza di un Ducato (4), in seguito alla quale, il 12 Febbraio 1775, morΓ¬ al Pio Ospitale. Denunciato e processato il Bortolo Va. fu assolto con la formula dubitativa “… non c’Γ¨ per ora piΓΉ [nulla per] dare a procedere“.
Nell’arco dei 175 anni abbracciati dal lunghissimo elenco della Confraternita di S.Β Giovanni Decollato, citato sopra, figurano eseguite 230 condanne a morte. Quella del Bortolo Va. fu la numero 230. Da notare che i numeri uno e due dell’elenco dei condannati nel 1603, anno in cui iniziarono le registrazioni, furono sempre due abitanti di Montebello, ossia Lugrezia Sp. e suo genero NicolΓ² (manca il cognome di quest’ultimo ed il capo d’imputazione di entrambi).
Un’altra esecuzione di un montebellano avvenne il 2 Gennaio 1636, a farne le spese tale Giacomo Bu., del quale, come pure dei suoi succitati, mancano le conferme documentali della loro reale provenienza, dato che i cognomi delle famiglie di appartenenza non figurano tra quelli citati negli Estimi e negli atti notarili. Molto probabilmente si dovette pertanto trattare di persone di passaggio, o tutt’al piΓΉ presenti in paese per un breve periodo.

Note:
(1) Si tratta probabilmente di uno dei capitelli, non piΓΉ esistenti, lungo la strada che da Montebello andava verso Vicenza (N.d.R.)
(2) Probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), idicava l’assemblea giudicante (N.d.R.)
(3) I componenti di questa Confraternita avevano l’ingrato compito di assistere spiritualmente e di accompagnare i condannati fino all’ultimo istante della loro vita (N.d.R.)
(4) Un Ducato d’oro misurava 21 mm. di diametro (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal NΒ° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio a cura del redattore.
Se l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE su FACEBOOK

UNA RAPINA A MANO ARMATA

[27] UNA RAPINA A MANO ARMATA

Il PodestΓ  di Vicenza Camillo Gritti (1) ebbe un bel da fare nell’emettere sentenze contro le numerose bande armate che imperversavano nel vicentino. La strada che da Montebello portava a Vicenza si prestava benissimo, per il suo completo isolamento, all’assalto delle varie carrozze che su questa vi transitavano.
ANNO 1787 L’ANTEFATTO: quattro malviventi, capeggiati da un bandito che aveva eluso il confino, passano da un semplice furto di granaglie (complice la pioggia inattesa) ad un assalto alle carrozze.
IMPUTATI: ANTONIO del fu BORTOLO LO.
CARLO PA. detto “bassotto” figlio di ANTONIO
GIUSEPPE LO. detto “pollin” del fu ANTONIO cognato del suddetto ANTONIO (LO.)
GIO. BATTA DO. del fu BORTOLO. Tutti di Montecchio Maggiore.
La sentenza prosegue, con linguaggio processuale dell’epoca, spiegando che il Sig. Gio. Batta Conforti, nobile bresciano, sostenuto dalle dichiarazioni del suo cocchiere Gio. Batta Filippi, da quelle del cameriere Gio. Batta Bianchi e da quelle di Alberto Tornago β€œconnestabile” (responsabile delle scuderie), Γ¨ la “parte lesa” nel processo e che l’Eccellentissimo Consiglio dei XII dΓ  la facoltΓ  a questa Corte di condannare e punire i rei, presenti e assenti, al bando a vita dalla cittΓ  di Venezia e da tutto il Dominio della Serenissima e di condannarli alla galera e alla confisca di tutti i loro beni.
Segue quindi la descrizione dell’accaduto cosΓ¬ riassunta:
Mentre i 4 inquisiti si trovavano in casa di Carlo Pa., detto “bassotto”, a Montecchio Maggiore, nella notte del primo Novembre, Antonio Lo. propose di andare a rubare del β€œsorgoturco” nella campagna vicina. Con tre sacchi e muniti di due fucili e di coltelli andarono sulla strada pubblica che da Montebello porta a Montecchio, nei pressi della Gualda, per portarsi poi nei campi vicini e rubare come avevano stabilito. A causa della pioggia che cadde improvvisa, cercarono rifugio presso la chiesetta semi diroccata di San Giacomo (2) e, verso le 4 del mattino, capitarono nei pressi dell’Osteria Grande (3) a Montebello, dove si era fermato a rinfrescarsi il nobile Sig. Gio. Batta Conforti con sua sorella Dorothea. Questi era giunto a Montebello con una carrozza trainata da 4 cavalli con il cocchiere, il cameriere e lo staffiere. Al Β sopraggiungere della carrozza Antonio Lo. disse agli altri compagni: “la xe qua … coremo drio a quela carrossa, toleghemo i soldi!“. Detto fatto la inseguirono e, una volta raggiuntala, Giuseppe Lo. puntΓ² il fucile al volto del cocchiere minacciandolo di morte e intimandogli di fermare i cavalli. Lo stesso fece Antonio Lo., con il suo fucile, verso il cameriere e lo staffiere. A questo punto Antonio Lo. passΓ² il fucile al compare Gio. Batta Do. e, minacciando con il coltello il Sig. Conforti, gli chiese di consegnargli i soldi. Lo stesso fece Carlo Pa. minacciando con il coltello la sorella del Conforti. Spaventato da tanta ferocia, il Sig. Conforti estrasse dalla saccoccia 2 Ducati e li lanciΓ² a terra verso il suo aggressore. Antonio Lo. fece segno al Conforti di volerne ancora, al chΓ© il Conforti gli gettΓ² altri 6 Ducati e altre varie monete, che il brigante raccolse prontamente. Nel frattempo Carlo Pa. si era fatto consegnare la borsa dalla sorella del Conforti con dentro una somma pari a circa 150 lire. Fatto questo Carlo Pa., minacciando il cameriere, si fece consegnare da questi due orologi d’argento, alcune monete milanesi pure d’argento ed altre cose conservate in un cassettino che teneva accanto a sΓ©.
Non contento di tutto questo, ancora Carlo Pa., tagliΓ² le corde che legavano il baule dietro la carrozza e lo trascinΓ² in una vicina stradella di campagna. In quel mentre, sopraggiunsero tre “postiglioni” (i nostri portalettere) a cavallo, provenienti da Vicenza e diretti a Montebello, dove esisteva una importante Stazione di Posta. Alla vista di questi il Sig. Conforti si fece coraggio e scese dalla carrozza, ma subito intervenne Antonio Lo., riprendendosi il fucile dalle mani di Gio. Batta Do., lo rivolse contro i postiglioni intimando loro di proseguire se non volevano fare una brutta fine. Questi obbedirono e non restΓ² altro da fare al Conforti che tornare in carrozza accanto alla sorella. Intanto Carlo Pa. e Antonio Lo., trascinato il baule in un campo vicino, lo aprirono a colpi di pietra e misero tutto ciΓ² che conteneva nei sacchi che avevano ancora con loro. Infine si portarono a casa di Gio. Batta Do., bruciarono il baule e misero tutta la refurtiva in una cassa.
Naturalmente il Conforti e il suo seguito, appena giunti a Vicenza fecero denuncia alle autoritΓ  le quali inviarono immediatamente i soldati ad individuare ed arrestare i delinquenti. Gli imputati Antonio e Giuseppe Lo., Carlo Pa. e Gio. Batta Do. furono ben presto ritrovati con le “mani nel sacco“, essendo ancora tutti assieme nella casa di Gio. Batta Do., con tutta la refurtiva. Non potendo quindi negare la loro azione criminosa fu concesso loro un avvocato d’ufficio (allora si chiamava Procuratore de’ Poveri prigionieri) che venne messo al corrente dei fatti ma, questi, non potΓ© fare altro che constatare che tutte le prove erano contro i suoi assistiti. In breve tempo fu emessa la tremenda sentenza: Β« Antonio Lo. Γ¨ accusato di “assalto alla Pubblica Strada” e di un “considerevole asporto di denari ed altri effetti“, sia condotto in Campomarzo dove il boia lo appenderΓ  alla forca “per le canne della gola” finchΓ© non morirΓ . Gli altri tre imputati Carlo Pa., Giuseppe Lo. e Gio. Batta Do., siano inviati a servire sulle galee (lavori forzati come rematori nelle navi della Serenissima Repubblica) per 10 anni continui ciascuno o, in caso di “inabilitΓ “, siano rinchiusi in prigione, senza finestre, per 20 anni continui. In caso di fuga saranno banditi per sempre da tutto il territorio della Serenissima Repubblica Β».
In altri processi, con i medesimi capi di imputazione, il Giudice non infliggeva la pena di morte, ma pene detentive; in questo caso, volendo forse dare un esempio di durezza, decise la pena capitale, per altro non eseguita per la morte dell’imputato durante la detenzione (infatti davanti al nome del condannato appare una croce).

Note:
(1) Il podestΓ  era il titolare della piΓΉ alta carica civile nel governo della cittΓ  all’epoca dei fatti (N.d.R.)
(2) La chiesetta di San Giacomo, che si trovava lungo la strada per Montecchio Maggiore, subito dopo la Gualda, ma sulla destra, Durante lo svolgimento dei fatti era cadente e, nei primi anni del 1800, il Comune di Montecchio ne ordinΓ² la demolizione perchΓ© considerata un “asilo di ladri“. Spesso, infatti vi si rifugiavano malfattori per tendere imboscate a coloro che transitavano per questa importante arteria (N.d.R.)
(3) L’Osteria Granda era quella dei conti Valmarana, situata nell’angolo formato dalla confluenza di Via Pesa in via XXIV Maggio, verso la Piazza (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal NΒ° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
(Fonte: Archivio di Stato di Vicenza, “Raspe” busta n. 18)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
Se l’articolo ti ha soddisfatto metti MI PIACE su FACEBOOK