A PROPOSITO DI VILLA MIARI

[197] A PROPOSITO DI VILLA MIARI… Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

LINO TIMILLERO, emigrato da Montebello in Australia nel 1967, ci ha inviato questo coinvolgente ricordo a lui riferito da una persona che desidera rimanere anonima:
«… Avevo cinque anni e, tramite mia zia di Roma che lavorava alle Poste, andai al mare. Con me c’era mia cugina, che aveva otto anni più di me. Eravamo a Santa Marinella, vicino a Civitavecchia. Vagamente ricordo che, tutte le sere, piangevo perché volevo tornare a casa dalla ‘mia’ mamma. Verso sera, mi inventavo un male diverso, fino ad arrivare al mal di denti. Mi portarono perfino dal Medico, il quale, dopo avermi visitata, diagnosticò che avevo solo nostalgia di casa. Dopo un mese al mare, tornammo a Roma, a casa degli zii. Anche per loro arrivò il periodo di ferie, così partimmo tutti assieme per Montebello. Finalmente, quel giorno tanto atteso arrivò. Sul treno ero molto contenta e continuavo a chiacchierare. Essendo stata via da casa per parecchio tempo, con la facilità dei bambini, avevo imparato a parlare l’Italiano con l’accento romano. E lo parlavo anche bene… a detta di mia zia. Arrivando con il treno da Verona, con il viso schiacciato contro il finestrino, ho riconosciuto il mio Paese. Tutto ad un tratto esclamai: “Zia, guarda! La mia Villa!” C’erano altri passeggeri seduti attorno a noi, che, alla mia esclamazione, si son guardati l’un l’altro un po’ stupiti. Forse avranno pensato che, dalla città andavamo in campagna per le vacanze estive. Mia zia, quando me lo rammentava, anche dopo vari anni, mi diceva; “Certo che quella volta ci hai fatto fare una bella figura.” La “mia” Villa, era proprio “Villa Miari”, dove ho abitato, con la mia famiglia, per sette anni.
I miei ricordi sono un po’ confusi… Gran parte di ciò che scrivo, mi è stato raccontato dalla mamma e dalle persone che formavano la mia famiglia… Avevo all’incirca quattro anni quando, con la mia famiglia, si andò ad abitare in quella grandissima ‘casa’. La grande cucina, sotto la scalinata che porta al salone delle feste, ci ospitò per poco. Quasi subito, ci dovemmo spostare all’ultimo piano, dove ci sono le finestre piccole. Per arrivare lassù, si doveva salire per la ‘famosa’ scala a chiocciola di cento scalini. Aldilà del grande solaio, c’era la nostra porzione di appartamento. A destra un lungo corridoio, a sinistra la porta della cucina e delle due camere. Il pavimento del corridoio era di mattonelle rosse lucide di cera, sopra le quali era stesa, per tutta la lunghezza, una corsia di un materiale indefinito. Di lato trovavano posto un divanetto, una libreria stracolma di libri (mio papà amava i libri). Sullo sfondo, vicino alla finestrella, vi era un tavolino rotondo intarsiato, con attorno quattro seggiole imbottite. Alla parete erano appese delle belle stampe incorniciate. Debbo dire che l’effetto, anche se visto dai miei occhi di bambina, era veramente accogliente. Alcune di quelle cose le conservo ancora oggi a casa mia. D’Inverno, purtroppo, dovevamo tener conto anche della stufa della cucina: quando tirava il vento di ‘Tramontana’, il camino non tirava bene, il fumo tornava indietro e allora si dovevano aprire le finestre. Gli occhi pizzicavano ed il naso gocciolava… Non ricordo se gli anni della mia infanzia fossero felici… Ricordo però tanti bambini, ragazzi ed adulti che abitavano tutti in quella grande casa. I giochi si svolgevano il più possibile all’aria aperta. Ed erano: ‘ciupa scondere’, ‘ciapa e scapa’: (nascondino e prendi e fuggi). C’era anche il ‘Girotondo’, che si faceva attorno alla fontana, che, purtroppo, non c’è più. I compiti per la scuola andavamo a farli sul tavolo di pietra che si trovava sotto alla ‘Pegnara’ (Pino marittimo). Si accompagnavano al tavolo rotondo quattro sedili di pietra, sui quali ci si poteva sedere anche in due per ogn’uno, tanto erano comodi. Mio fratello più giovane, e lo rammento come fosse adesso, si arrampicava sugli alberi. Ed io lo guardavo da sotto, non trovando il coraggio per salire anch’io. E quando si andava a ‘rubare’ l’uva da tavola nell’orto coltivato dal custode della Villa. Sempre in due o tre. Da sola non mi sarei mai azzardata. Quando, d’Inverno, non si poteva stare fuori, i giochi si spostavano nel grande solaio. Mio papà, perlopiù per riparare dal freddo, aveva messo come un divisorio di telo bianco. Così noi bambini giocavamo a fare le ombre cinesi. Si faceva a gara nel fare ed indovinare le figure più strane. Qualche volta preferivo giocare anche da sola. In cucina, prendevo dei legnetti che servivano per accendere la stufa, li mettevo sul pavimento e formavo dei rettangoli. Per me erano i banchi della scuola. Ed io facevo da Maestra a dei bambini immaginari. Una volta, io, mio fratello più piccolo ed un’altra bambina che abitava nello stesso piano, ci siamo affacciate alla finestrella senza protezione del solaio. La mamma della bambina ci vide! Venne verso di noi piano-piano. Ci afferrò per le gambe e ci tirò con forza lontano dalla finestrella. E ci sculacciò di santa ragione. Quando raccontai a mia mamma l’accaduto, prendemmo il ‘resto’ anche da lei! Fatto che, anche oggi giorno, non posso scordare! Forse la cosa più bella di quel periodo trascorso a “Villa Miari” era il vivere in comunità, aiutandoci l’un l’altro senza alcun senso di mancanza di rispetto. Proprio come se fossimo una grande famiglia. Scendevamo al paese per prendere il pane: chi da un fornaio e chi dall’altro. E ci aspettavamo per andare a Messa del fanciullo alla Domenica. Per quanto riguarda le ‘feste da ballo’, a noi piccoli era assolutamente proibito entrare. Però, senza essere visti, andavamo a spiare dalle finestre semi-chiuse. Oppure, ci accontentavamo di ascoltare la musica. Non desidero elencare i nomi delle dodici famiglie che abitavano in Villa. Vorrei solo ricordare la ‘Pinota’. Una signora che viveva da sola nel sotterraneo. Era magrissima, coi capelli neri. Bianca di carnagione, come un lenzuolo appena lavato. A noi bambini incuteva un po’ di paura… Veniva presa di mira dai ragazzi più grandi che le facevano i dispetti. Se dovessi ricordare “Villa Miari” con una canzone, sarebbe: ‘Casa Bianca’ cantata da Marisa Sannia. Trascrivo solamente l’ultima strofa: “E la bianca casa che mai più io scorderò mi rimane dentro il cuore con la mia gioventù che mai più ritornerà… ritornerà”.

Quando tornai ad abitare in Via V~~~~, la via dov’ero nata, avevo circa undici anni. L’edificio dove abitavo con la mia famiglia era nei pressi del panificio, appena giù dal Ponte del Marchese. Ricordo che ero contenta perché avevo la mamma sempre vicina, cosa che prima non era possibile per varie ragioni che non comprendevo. Su in Villa però, era rimasto il nostro gatto Lolo. Dopo le nostre ripetute richieste, un giorno mio fratello andò a prenderlo. Lo mise dentro una borsa e lo portò a casa. Alla quale, con fatica, il gatto si abituò. Circondato dal nostro affetto e dalle nostre ‘coccole’, è vissuto con noi per parecchi anni. Ad allietare il nostro vivere quotidiano, hanno fatto la loro parte anche il cane Ricky, il canarino Titti ed il pesce rosso Pippo. Su in Villa non tornai per molto tempo. Ero presa da tutte quelle nuove cose che la vita offriva ad una ragazzina curiosa com’ero io. Feci nuove amicizie con le famiglie che abitavano nelle corti contigue, verso i prati e lungo la Via V~~~~. In particolare, ricordo la signora Maria che mi insegnò a lavorare a maglia. Quando sbagliavo, dovevo disfare tutto. Questo mi è servito molto per imparare bene ed è la causa, credo, del mio continuo ricordo di tale signora. Tra ragazze, giocavamo sui prati dietro le case: a rincorrerci, a girare su se stesse a braccia aperte. Fino a quando al testa girava e ci si doveva sdraiare sull’erba per non cadere a causa del giramento di testa. Alcuni pomeriggi li trascorrevamo sedute sotto l’ombra di un ‘moraro’ a raccontarci pettegolezzi oppure a leggere. Ricordo le passeggiate sui prati, a badare le mucche che pascolavano, colà, sospinte da Tito (Rosa Maria). Ora, tutto questo è cambiato. Ora ci sono case fino a sotto l’argine, (Via Trieste e Via Venezia). Ed i Prati sono diventati un grande quartiere attraversato dalle Vie con i nomi dei fiumi italiani (Via Po, Via Adige, Via Tevere, Via Arno, Via Brenta…). Poco lontano da dove abitavo, c’era il convento delle Suore Canossiane. Andavo spesso da loro perché avevano a convitto due ragazze che frequentavano la Scuola Media con me. Ma, dopo aver abitato così a lungo all’ultimo piano di “Villa Miari”, la grande novità era di aver tutto a portata di mano: il panificio, l’edicola, il ‘casolin’, il calzolaio… A camminare però non ho mai rinunciato. Ero ben allenata, dati i continui andirivieni dalla Villa. E poi, quand’ero un po’ più grande, ero nel Gruppo del C.A.I. e partecipavo alle gare di marcia. Un giorno di qualche anno fa, assieme a mio marito, abbiamo fatto il giro del Castello. Passando accanto alla Villa, un po’ ansiosa, siamo saliti per la gradinata che porta all’ingresso. Il cancello era chiuso, ma si poteva vedere tutto. Mi si è stretto il cuore nel constatare lo stato di abbandono in cui era ridotta. Continuando il nostro cammino, abbiamo incontrato una mia amica che tornava dal Castello in direzione opposta. Le raccontai dello stato in cui avevo appena visto la Villa e lei, incuriosita, ci invitò a tornare indietro a dare un’altra occhiata. Dal portone di lato, riuscimmo ad entrare. Avevamo un po’ di paura perché certe voci dicevano che c’erano dei cani lasciati liberi. Passo dopo passo, salimmo la scalinata principale, davanti al grande salone d’entrata. Non accenno a quel che abbiamo visto. Ci sono delle fotografie su ‘Facebook’, che dicono chiaramente lo stato in cui è “Villa Miari” al giorno d’oggi. E lo si può capire molto meglio di una mia descrizione! Mentre, dal portone di lato, guardavo lo spazio antecedente la Villa, con mio marito e la mia amica accanto, udivo, come da lontano, un vocio di bambini, delle risate e dei gridolii come se, veramente, ci fossero dei bambini che giocavano a rincorrersi… Sembrava che tutte le famiglie fossero ancora al medesimo appartamento che abitavano tanti anni or sono… Per me, nonostante l’abbandono del luogo, fu una specie di visione che mi ricolmò di gioia e mi fece provare una grande emozione. Difatti, sulla via del ritorno, mi trovai con gli occhi lucidi: in pochi istanti, avevo rivissuto la mia vita di bambina. Qualche giorno dopo, venne a farci visita mio figlio con la sua famiglia. Dopo pranzo, chiesi ai miei nipoti se volevano visitare il luogo dove aveva abitato la loro nonna da bambina. E così ritornammo su in Villa. Spiegai loro che non era così mal ridotta quando vi abitavo. Mio nipote, però, esclamò: “Nonna, ma tu non eri povera se abitavi in questa Villa”. Sono saliti con me sulla scala a chiocciola dai cento gradini e, arrivati sul solaio, non si poté procedere perché c’era un grande buco nel mezzo del pavimento. I miei nipoti capirono subito la situazione e, senza alcuna domanda, cominciarono a scendere la scala a chiocciola dai cento gradini. Dalla finestra del bagno della casa dove abito con mio marito, riesco ad intravedere, pur se nascosta dagli alberi, “Villa Miari”. Proprio dal lato dove abitavo con la mia famiglia. E la guardo… La vedo sola ed abbandonata… Per me, ora, è “Villa Malinconica”… Chissà se le cose cambieranno… Chissà se tornerà ad essere “viva”… Questo è il mio augurio… Con tutto il cuore…! »
Come raccontata a Linus Downunder da persona che desidera rimanere Anonima (Italy 23-9-2019) – Lino Timillero Coniston 6-10-2019 Saint Brian’s day (San Bruno).

Foto: Due suggestive immagini di VILLA MIARI all’epoca dei fatti narrati (rielaborazione digitale Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

 

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IL MONUMENTO AI CADUTI

[172] IL MONUMENTO AI CADUTI DI MONTEBELLO

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia del monumento ai Caduti eretto nel 1924 e opera dello scultore Giuseppe Zanetti.

« Il 28 ottobre 1922, con la Marcia su Roma fatta dal Fascismo che assunse la responsabilità del potere, nel nostro paese, come nel resto d’Italia, ebbero fine le lotte dei partiti e le dimostrazioni di piazza. Fu ristabilito l’ordine, che in seguito non fu più turbato. Il 16 novembre 1924, Montebello Vicentino inaugurava alla memoria dei suoi figli caduti per la Patria un monumento, lavoro pregevolissimo dello scultore Cav. Giuseppe Zanetti di Vicenza. Sul luogo in cui doveva sorgere la bella opera d’arte, destinata ad eternare l’eroismo dei nostri caduti, si discusse non poco, cosicché pareri ed opinioni non mancarono in quell’occasione. Taluni consigliavano di erigere il monumento sulla piazza Umberto I; altri in quella della Chiesa; altri ancora sul luogo dove sorge. La piazza maggiore però, sia per la sua ristrettezza, come per la poco decorosa cornice che nei giorni di mercato avrebbe offerto con i baracconi di merciai, a quell’opera ispirata a sentimenti di alta idealità, apparve ben presto inadatta per l’erezione del monumento. Allora la piazza della Chiesa delimitata a mezzogiorno dalla facciata monumentale del tempio ed a settentrione dalla loggetta di casa Peruffo, chiusa a mattina dalla semplice ed elegante facciata dell’edificio scolastico ed, a sera, dagli alberi altissimi di Villa Freschi-Sparavieri, parve il punto più adatto per accogliere l’opera dello Zanetti, la quale in quel complesso veramente delizioso per freschezza di sempreverdi e per architettoniche bellezze avrebbe acquistato maggior prestigio.
Invece il Monumento ai caduti sorse in prossimità di Casa Canonica, dove fu abbattuta la mura che divideva l’orto dalla via Giuseppe Vaccari e aperto un piazzale a cui si diede la denominazione di IV Novembre. Nel mezzo del piazzale sorge il monumento circondato da una aiuola coltivata a fiori. Sopra cinque gradini di marmo rossigno di Lusiana, battuti a bocciarda, si eleva un pesante sarcofago, sostenuto nella parte anteriore da quattro tozze colonnine doriche, fra le quali si attortigliano due bronzei festoni d’alloro. Sopra il sarcofago, il quale, come le colonnine, è di marmo di Lusiana lucidato, si adagia un combattente moribondo e si erge la Vittoria, con lo sguardo fisso al cielo, con la fiaccola della libertà tra le mani, con le ali aperte come a proteggere il caduto. Tanto questo, come quella, diversi per atteggiamento e per espressione, sono scolpiti in marmo bianco di Carrara. Ai piedi del sarcofago, anzi appoggiata al sarcofago stesso, sta seduta la vedova, la quale nella sinistra tiene il libro della storia, mentre con la destra regge la croce a cui si intrecciano rami di alloro e di quercia, che il figlio del caduto, rifugiato a fianco della madre, sostiene con quella come per accomunare in un etnico palpito la fede, la fortezza, il sacrificio e la gloria. Anche questo gruppo è scolpito in marmo bianchissimo di Carrara. Ai lati del sarcofago sono scolpite due iscrizioni e cioè a destra: « Guerra 1915-1918 », ed a sinistra: « Montebello ai suoi Caduti ». Dietro al sarcofago, in caratteri romani, sono incisi i nomi degli scomparsi. All’imbocco del piazzale, circondato per tre quarti da sempreverdi, due pilastri in pietra tenera sorreggono due artistici lampioni in ferro battuto. Ecco in poche e povere parole descritta l’opera d’arte che i Montebellani dedicarono ai loro Caduti il 16 novembre 1924. Da allora il nostro paese attende a rifare ed accrescere le proprie risorse. Possano esse prosperare in lunga e benefica tranquillità!
 »

Umberto Ravagnani

Foto: Cartolina postale che riproduce il monumento ai Caduti della Ia guerra mondiale spedita il 17 ottobre 1928 dal famoso Generale Giuseppe Vaccari, da Montebello Vicentino al Comando Corpo d’Armata a Roma (APUR – Umberto Ravagnani).

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (2)

[147] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Seconda parte)

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Ai primi di gennaio del 1798 la chiesa, ormai giunta al coperto, fu benedetta dal M. R. Don Celestino Bonvicini nativo da Montebello, ma da alcuni anni Arciprete Vicario Foraneo di Montorso. Il 14 dello stesso mese il SS. Sacramento, fino allora conservato nel tempio di S. Francesco, che per qualche tempo servì da parrocchiale, fu solennemente trasportato nella nuova chiesa, la quale, nell’agosto dell’anno medesimo, accolse nel suo coro la fredda salma del Prevosto Francesco Scortegagna. Questi fu il più fervente ispiratore dell’attuale prepositurale e l’ultimo dei defunti inumati in chiesa, perchè, dopo di allora, le leggi lo vietarono. Quando all’inizio del 1798 fu benedetto il nuovo tempio, mancavano al completo i lavori di abbellimento, i quali furono eseguiti nel corso del secolo passato.
Ed ora diamo uno sguardo a questo monumento, simbolo della viva fede e della sincera pietà dei Montebellani. La monumentale facciata di stile classico, eretta nel 1874, durante la reggenza del Prevosto Don Vittore Porra, è opera dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa è decorata da quattro svelte semicolonne e coronata da un frontone portante sul culmine la statua dell’Assunta, augusta patrona del tempio, e ai lati S. Rocco e S. Daniele compatroni della parrocchia. Queste statue sono opera dello scultore Squarise da Vicenza. Nel mezzo del timpano, e cioè poco sopra della cornice modiglionata della trabeazione, si apre una piccola finestra semirotonda, con raggi, raffigurante un sole nascente, Ai lati della porta, in due nicchie, fra le semicolonne, sono i gruppi statuari dell’Angelo Custode e dell’Arcangelo S. Michele in atto di colpire Lucifero che gli stà sotto ai piedi. Queste opere sono dello scultore Saitz, al quale si devono pure i tre mezzi rilievi che figurano nella parte superiore della facciata e che rappresentano la Natività del Redentore, Gesù che scaccia i profanatori dal tempio, e l’Adorazione dei Magi, lavori di bella fattura. L’interno del tempio, di stile neo-classico con paraste e trabeazione d’ordine corinzio, fu architettato da Giorgio Massari di Vicenza, ed ha una sola navata con sei cappelle laterali corrispondenti ad altrettanti altari, ed il coro dove si innalza l’altare maggiore. Il primo altare, a destra di chi entra, è dedicato alla Vergine del SS. Rosario, la quale è raffigurata nella pala di notevole pregio dipinta dal Maganza nel 1583. Il secondo altare è dedicato alla Madonna detta comunemente Madonna di Montebello. Esso è quello stesso che una volta figurava nel coro della soppressa chiesa del Corpus Domini di Vicenza, e che fu acquistato con il denaro che, ad onore della Vergine, aveva legato Antonio Bevilacqua, per cui nello scudo posto sul frontone dell’altare stesso si legge questa iscrizione: « D. O. M. Privatae hoc pietatis opus-gratum erga Deiparam cultum et obsequium testatur – anno MDCCCXI ». In origine però l’altare non era come oggidì. Infatti lateralmente aveva le statue marmoree dei Santi Agostino e Francesco di Sales, le quali posavano su due piedestalli in marmo di Carrara con specchiature in diaspro di Sicilia, ed inoltre l’arcata fra le due semicolonne era aperta e ciò per lasciar vedere il tabernacolo anche alle monache che al di là avevano il loro coro privato. Quindi l’altare a causa delle sue dimensioni prima di essere posto nella cappella dedicata alla Vergine dovette subire una notevole riduzione. Perciò le statue dei Santi Agostino e Francesco di Sales, lavoro di Giovanni Cassetta, parente del Marinali, furono poste ai lati dell’altare maggiore nel coro; ed il parapetto, lavoro di pregio attribuito al Marinali, ora adorna quello del SS. Crocefisso. Infine l’arcata, ad eccezione di una piccola nicchia necessaria per accogliere l’imagine della Madonna, fu chiusa in cotto. Si ebbe cosi una bruttura che, per qualche tempo, si credette mascherare con una raggera di legno dorato, la quale circondava per intero la nicchia. Ma purtroppo quella decorazione invece di rimediare allo sconcio, mise in maggior rilievo la stonatura per cui da tutti fu deplorato lo stato nel quale venne a trovarsi l’altare, che, solo nel 1885 fu ridotto a belle forme dallo scultore Francesco Cavallini di Pove. Questi seppe mirabilmente superare il compito prefissosi dandoci un’opera veramente artistica tanto da essere giudicata nel suo assieme, lavoro di primo getto.
In quella occasione furono levate dall’imagine (sic!) della Madonna, la quale è scolpita per intero in legno di tiglio e sta seduta col Divin Pargoletto sulle ginocchia, le vesti di seta e di broccato di cui nel 1700 era stata rivestita. Quindi la statua una volta ripristinata nelle antiche dorature delle vesti e del manto, come richiedeva lo stile dell’epoca a cui appartiene, essendo stata eseguita nel 1400, apparve in tutta la sua bellezza senza pari specie nei panneggiamenti delle vesti e nell’espressione del volto. All’esterno della nicchia, alquanto ingrandita, girano marmoree floreali decorazioni, mentre nell’interno, ai lati del piedestallo, sopra cui posa l’imagine della Vergine, stanno genuflessi due Angeli in raccolto atteggiamento di preghiera. Gli altri due Angeli che posano sul frontone sono lavoro di Giovanni Cassetta. Le innovazioni apportate all’altare ed all’immagine della Madonna diedero luogo ad una festa veramente grandiosa, la quale culminò nel trionfale trasporto della statua della Vergine, dalla chiesa di S.Francesco, dove era stata privatamente collocata, a quella prepositurale. Ciò avvenne il 26 aprile 1885, giorno in cui fu pure istituita la festa quinquennale ad onore della Madonna di Montebello (1), festa che da quei tempi seguì regolarmente fino al 4 maggio del 1930, giorno in cui tanto l’immagine della Vergine come quella del Divin Pargoletto furono incoronate da S.E. Monsignor Ferdinando Rodolfi Vescovo di Vicenza. Il lavoro delle corone fu eseguito dall’orafo Cesare Dainese nativo di Montebello e residente a Verona. » (Continua…)

Umberto Ravagnani

Note:
(1) L’imagine della Madonna nel 1500 era venerata sotto il titolo della Concezione. E’ da supporre quindi che un tal nome le sia stato dato subito, o poco dopo che, nel 1476, Papa Sisto IV aveva prescritto che in tutto il mondo fosse celebrata la festa della Concezione, oppure che appositamente, dopo il 1476, sia stata lavorata la statua che doveva portare un tal titolo. Il lavoro della statua eseguito come sappiamo nel 1400, lascia libero campo di poter abbracciare tanto l’una che l’altra delle due ipotesi. Quando nel 1834 Mons. Cappellari Vescovo di Vicenza compì la visita pastorale alla nostra parrocchia, giustamente osservò che male conveniva il titolo di Madonna della Concezione ad una imagine effigiata nelle forme che si descrissero, per cui da quel tempo, anche fra il popolo andò diminuendo l’uso di chiamarla con quel nome, dicendola piuttosto la Nostra Madonna senza altri aggiunti, fintantochè nel 1885 la si disse Madonna di Montebello, titolo che conserva tuttora e che consuona con quello antico della parrocchiale dedicata a S. Maria: « Sancta Mariae de Montebello ». L’imagine della Madonna fu portata in processione per la prima volta il 29 luglio 1793 a causa di una grande siccità. Essendochè in quella occasione, ancora nella sera stessa, cadde la desiderata pioggia, ogni qualvolta il popolo venne a trovarsi in simili necessità ricorse fiducioso alla Vergine, la quale, quasi sempre esaudì le fervide preci dei Montebellani.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2010).

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (1)

[146] LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Prima parte)

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« L’antica chiesa di S. Maria, sorta sotto gli auspici del Conte Uberto Maltraverso, presso a poco dove sorge quella attuale, a causa delle angherie guerresche a cui fu soggetta nel corso dei secoli ed ancor più per vetustà, al principio del secolo XV era talmente malconcia, che nel 1447 fu rifatta dal Comune e dagli uomini di Montebello, come lo prova una iscrizione che fu posta sul pilastro sinistro del coro e che così diceva : « MCCCCXLVII Com. et homines de M. B. fec. fieri hanc ecclesiam ». Pare tuttavia che la chiesa sia stata compiuta solo nel 1459, perchè nell’interno della facciata si leggeva quest’altra iscrizione: « Zanantonio f. 1459 Maistro Manfredin da Ravena di Bnd. f. » i quali probabilmente saranno stati i capi maestri che diressero il lavoro.
Giova ricordare però che alla nuova chiesa si diede una posizione del tutto diversa dalla antecedente, essendochè quella costruita al principio del secolo XII aveva la facciata prospettante verso mattina, mentre questa, costruita nel 1447, ebbe la facciata rivolta verso tramontana. La nuova prepositurale poi, oltre alla navata maggiore, ne ebbe una seconda a sinistra dell’ingresso, con tre cappelle corrispondenti ad altrettanti altari, il primo dei quali era dedicato a S. Brigida, il secondo a S. Maria della Concezione ed il terzo a S. Martino Vescovo di Tours. A questi altari, quando nel 1499. essendo aumentata la popolazione, si allungò la chiesa, ne furono aggiunti altri due e cioè uno dedicato a S. Giuseppe e l’altro a S. Francesco di Paola. Infine, di lì a qualche tempo, sulla parete sinistra del coro, fu eretto un altro altare dedicato alla S. Croce. L’altare maggiore poi era dedicato all’Assunzione della Vergine, la quale figura insieme con gli Apostoli nella pala di sconosciuto autore che ancora si conserva nel tempio attuale con alcune altre già appartenenti a quella vetusta chiesa demolita nel 1791, perchè cadente, sproporzionata e priva di ogni gusto d’arte. (1)
La prima pietra per la costruzione del coro e delle sacrestie della chiesa attuale, fu posta, fra il giubilo dell’intera popolazione e con le cerimonie che prescrive il sacro rito, il 18 ottobre 1776. Essa porta scolpita la seguente iscrizione: « Annuente Marco Cornelio – Episcopo Vicentino – Franciscus Scortegagna – Praepositus – lapidem – Die XVIII Octobris – Anno Salutis Hunc posuit MDCCLXXVI ». Giova ricordare però che il coro e le sacrestie della nuova chiesa sorsero quasi vicine alla facciata dell’antecedente, la quale occupava quell’area di terreno che oggidì accoglie il frutteto, il giardino e la villa del commendator Farina (l’attuale Casa Canonica n.d.r.).
Quindi la chiesa attuale risultò alquanto più vicina all’imbocco della via Giuseppe Vaccari, allora detta della Chiesa; e ciò con generale approvazione dei Montebellani, perchè quella parte di paese che dalla prepositurale si estendeva fino al Ponte Nuovo più non esisteva, perchè incendiata durante le guerresche vicende della Lega di Cambrai.
Intanto il 15 agosto 1784, compiuta l’erezione delle sacrestie e del coro, questo fu benedetto per cui si incominciò ad ufficiare. Inoltre nel luglio del 1791 furono tolti gli altari dalla vecchia chiesa di cui fino allora avevano usufruito i fedeli e quindi nell’anno stesso la medesilna fu demolita, e i materiali che si ricavarono adoperati nella costruzione del tempio attuale. Peccato che la commissione eletta per la fabbrica della Chiesa, abbia ceduto come materiale da costruzione al signor Vincenzo Squarcina levatario del lavoro, anche le numerose lapidi che coprivano le tombe delle più benemerite famiglie della parrocchia, per cui andarono disperse preziose memorie per la storia locale. (2) » (Continua…)

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Altre pale che si conservano oggidì sono: La pala della S. Croce di sconosciuto autore, la pala di S. Martino di Giacomo Ciesa e la pala di San Carlo dipinta da Alessandro Bianchi nel 1624.
(2) Fra le lapidi della demolita chiesa, due solamente furono salvate e cioè una riguardante Francesco Cenzatti e l’altra il Prevosto Pietro Dottor Caprini di cui Francesco Bonomo illustrò la vita e le opere in un manoscritto che si conserva nell’archivio prepositurale. Ecco la lapide: « D. O. M. Pietro Caprini I. M. D. Huius Ecclesiae – Preposito Virtute doctrina ac summa – erga pauperes liberalitate – Ornato – Praesides Communitatis Montisbelli – Anno MDCCLXI posuere – XIII Kal. Maii ». Fra le iscrizioni di lapidi scomparse ci è rimasta questa curiosa epigrafe: « Al nome de Idio MDLXXXV. Essendo Chiaramonte Chiarello Omo d’arme – presentato a Vicenza in Sala Bernarda – per morte de omo – la sorte volse – che all’ora di terza campana – gli fu tratta una arcafusata e fu colto in la testa – il che morse de anni XXXII: Et io Chiarello – padre del sepulto citadino di Vicenza – feci fare ».

Foto: La Chiesa di Santa Maria a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2008).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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L’ORATORIO DI SAN GIROLAMO

[145] L’ORATORIO DI SAN GIROLAMO A MONTEBELLO

Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesetta di San Girolamo.

« A circa due chilometri dal paese, un po’ fuori dalla strada che mena a Vicenza, sorge la chiesetta di S. Girolamo, eretta nel 1697, come lo dice la seguente iscrizione posta sullo scudo dell’unico aggraziato altarino e che suona così: « D. O. M. Divoq. Hieronimo – Titolari suo – Hieronymus a Sancto Ioanne – dicavit – Anno MDCIIIC ». Sull’altare vi è una pala rappresentante la Vergine col Bambino Gesù, con a destra S. Francesco d’Assisi, con a sinistra S. Girolamo e, sotto, un angelo che sostiene un cappello cardinalizio. Il quadro, di buona mano, ma di sconosciuto autore, fu restaurato nel 1861, per cui è in buono stato. Questa chiesetta, per disposizione testamentaria di Iacopo Ferretto che ne era proprietario, fu restaurata nel 1867, come si legge sulla lapide del pavimento, sotto a cui è sepolto: « Iacopo di Bartolomeo Ferretto – Morto in Vicenza – il dì XIX agosto MDCCCLXII – Dispose per testamento – Che fosse restaurata questa chiesetta – E dotata di perpetua festiva cappellania – fatta per sè questa sepoltura – e tramandata ai posteri questa sua volontà – fu qui traslato – il giorno XI dalla sua morte ». Ma tanto l’erede Antonio Ferretto nipote di Iacopo, quanto i suoi figli, non adempirono l’obbligo di istituire la cappellania festiva.
Il soffitto della chiesetta porta un quadro rappresentante S. Girolamo. Esso fu dipinto nel 1868 dal pittore Rocco Pitaco, al quale si devono pure le due mezze figure in chiaro-scuro di S. Giovanni Evangelista e di S. Giacomo Maggiore, l’una a destra e l’altra sopra la porta d’ingresso.
La chiesetta di S. Girolamo sorge vicino alla casa che in antico serviva da villa ai Conti Sangiovanni, ed allo stabile adibito ad uso agricolo (1). »

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Ora di proprietà Villardi.

Foto: L’Oratorio di San Girolamo, in località Isole Corso, a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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IL CASTELLO DI MONTEBELLO

[137] IL CASTELLO DI MONTEBELLO

Oggi torniamo a parlare del castello di Montebello con Gaetano Maccà la cui opera più rilevante è la Storia del Territorio Vicentino articolata in ben 14 tomi. Per comporre questo monumentale capolavoro seguì l’antica divisione in Podesterie, Vicariati e Ville, dai tempi più remoti all’Ottocento, dando “notizia dello stato loro presente ed antico, delle cose più rare che in detti luoghi si trovano, degli uomini illustri che in essi ebbero i loro natali, dei fatti di guerra che negli stessi già tempo successero, delle famiglie e degli abitanti di ogni luogo“.
Figlio di Girolamo di Gaetano Maccà e di Maddalena Molini, nacque a Sarcedo il 27 maggio 1740 in contrà Passamosche e venne chiamato Antonio. Ancora giovane entrò in convento e si fece frate minore osservante; al momento della vestizione religiosa prese i nomi del nonno e del padre, Gaetano Girolamo. Dedicò gran parte della sua vita più che ottuagenaria agli studi e alle ricerche storiche del Vicentino. Fu autore di numerose pubblicazioni, quali Il Trattato sopra la Zecca Vicentina, la Storia del Monastero di San Francesco e la Raccolta delle iscrizioni sacre gentilesche. (1)
Nel Tomo 8 della sua opera più importante ci racconta la “Storia del vicariato di Montebello, e delle ville al medesimo soggette” (scritta nel 1814). A proposito del nostro castello così scrive:

« Esiste quivi ancora l’antico castello situato sopra il monte, circondato di mura con due porte, e chiamasi volgarmente castello di Vigazzolo. Penso, che questo castello sarà stato fabbricato dopo la distruzione dell’antico, di cui così scrive il P. Barbarano parlando di Montebello: “Hebbe anticamente un fortissimo Castello, quale fu distrutto a gratificazione de Veronesi l’anno della Natività di Cristo 1000 da Mario Cittadino, e Governatore di Vicenza”. (2) Il detto castello di Montebello già [da] tempo aveva il suo castellano, come raccogliesi da un testamento del 1485, 23 agosto, nel quale tra testimoni trovasi: Francisco quondam Bertoldi de Clogia castellano in rocha Montisbelli. (3) Questo stesso castellano viene nominato anche in carta del 1481, 2 giugno, notajo Gio. Petro Revese. Lessi in alcune memorie ms. (manoscritte n.d.r.) speditemi da Montebello, che questo castello del 1597 fu venduto al pubblico incanto dal Magistrato Eccellentissimo sopra li monti, e fu acquistato da questa stessa comunità con obbligo di conservare quelle antiche mura; e nel detto anno ai 16 gennajo la detta comunità contò ducati 165 a sua Eccellenza Pietro Contarini conservator di zecca per l’acquisto di esso castello. Dopo varie vicende fu comperato dalla famiglia Viviani di Montebello che lo possede anche oggidi, e alla comunità restò la libertà di portarsi al detto castello colle processioni annali senza alcun impedimento. Nella muraglia di questo castello di dentro alla parte di levante v’è una vasta pittura, ma quasi consumata, nella quale si osservano soldati e guerrieri a cavalo con armi ed insegne. Questa pittura potrebbe significare qualche armata degli antichi conti di questo castello. Quantunque poi il colle, sopra cui è fabbricato questo stesso castello sia alto, e porga perciò una veduta assai estesa e piacevole, trovasi ivi un pozzo di acqua perfetta scavato nella pietra di esso colle, e così profondo, che per attingere l’acqua, secondo le informazioni che mi furono date, si adopera una corda lunga piedi 175. In poca lontananza da questo colle avvene un altro, sopra il quale esisteva pure un castello, e chiamavasi castello di Brusaporco, ed è poco lontano dal luogo borgato.
Questo comune ha circa due mille ducati di entrata. In Montebello, esclusa la parrocchia di s. Nicolò d’Agugiana, secondo il computo dell’anno 1803 vi sono famiglie 508, e anime in tutte 2188. Da una supplica presentata dalla comunità di Montebello al Serenissimo Principe nell’anno 1571, 20 maggio raccogliesi, che il numero delle anime montava a circa quattro mille. (4)
I santi protettori della comunità di Montebello sono s. Daniele Profeta, s. Brigida Vergine, e s. Rocco, s. Daniele è il principale. Rapporto al suo governo politico veggasi ciò che abbiamo detto nel capitolo V, della storia di Arzignano. »

Note:
(1) Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
(2) Storia Ecc. di Vic. libro VI, pag. 71.
(3) Rogiti detti Mazzetti in Archivio dei Notai defunti.
(4) Dalle carte speditemi da Montebello.

Umberto Ravagnani

Foto: Il castello di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani 2008)

Oggi, dopo il sapiente restauro conservativo e di consolidamento statico effettuato da Studio Aeditecne s.r.l. di Vicenza con la collaborazione dell’arch. Paolo Fasolato e dell’arch. Renata Fochesato, il castello di Montebello è tornato a mostrarsi alla nostra comunità in tutta la sua magnificenza.



CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, artista buono, generoso, sensibile, autore di molte bellisime opere pittoriche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (info a fondo pagina).

 

 

LINO LOVATO – Composizione con violino (cm. 45×70)

 

 

 

 

 

 


Nota: Per chi è interessato, da parecchi anni è stato istituito un premio letterario per scrittori di testi Poesia e Prosa nei dialetti di Lingua Veneta: si chiama “Premio letterario Raise 2019” e si tiene ad Arquà Polesine nel mese di settembre. Anche il nostro Lino Timillero vi ha partecipato l’anno scorso con grande soddisfazione. E’ possibile scaricare qui il Bando 2019. ATTENZIONE: l’iscrizione al premio letterario scade il 18 maggio 2019.

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GIULIANO DEI NOTTURNI

[125] GIULIANO DEI NOTTURNI NEI RICORDI DI LINO TIMILLERO

 

Quando Giuliano dei Notturni faceva il monello sulle rive del Chiampo. Prima di diventare una superstar della musica leggera degli anni ’60, un giovanissimo Cederle sfidava le piene del fiume che scorre poco fuori la Montebello natia. Dove però, all’asilo delle suore, gli toccava subire la legge del più forte.

« Come ca go xa dito, mi son partio da Montebelo, el me paese, nel 1967, ala fine de febraro… Par l’Australia! Coi sioperi dei camarieri e altra jente ca laorava sola nave Galileo Galilei, semo stà in giro pal mare sete setimane. Dovivimo rivare a Sydney prima dele Palme, inveze semo rivà el dì prima de l’otava de Pascoa! Calchedun in giro pal mondo nol savarà gnanca ‘ndove cal xe sto Montebelo… Co se ciapa la provinciale da Vicensa par Verona, prima de rivare ale Alte de Montecio Magiore, se vede i castei de Giulieta e Romeo, xe vero, sì o no? Ve vanti ‘ncora on poco e vedarì el Castelo de Montebelo! El Municipio e la piassa del paese no i se vede dala provinciale, ma i xe pena soto el monte, sconti dai taraji del Cianpo! Cossa xelo el Cianpo? El xe un torrente ‘cal vien zo dala Valle del Chiampo, come ca se dise par talian! Cuando cal piove forte e par tante jornate, el fa paura! Se no ghe fusse i taraji, i argini in talian, i saria grandi disastri dapartuto! A me ricordo ben mi come ca la xe stà bruta ‘ntel 1951, cuando ca el Po ga fato l’aluvion ‘ntel Polesine!

Novenbre 1951… Gavevo 7 ani. Insieme a Giuliano Cederle ‘ndavo su par la pontara del ponte del Marchese. E ghe ‘ndavo soto l’onbrela parché el piovea ca Dio la mandava. Volivimo vedare ‘ndove ca la jera rivà l’acua del Cianpo! Ghe mancava poco ca l’acua la rivasse sora el ponte! Da l’altra parte del ponte, el ‘Bacino’ el jera pien fin inzima anca cuelo, e Giuliano e mi fasivimo a chi ca gavea pi corajio a traversare el ponte de corsa e ‘ndare fin da l’altra parte par vedare ‘ndove ca rivava l’acua del ‘Bacin’! L’acua del Cianpo e quea del ‘Bacin’ le jera come el cafelate. Ma un cafelate sporcà tanto dai fondi del café! La fasea paura solo a vardarla. Tute le famejie ca stava al Borgo, proprio soto la diga del Bacino, i le gavea fate sfolare. La diga del ‘Bacin’ la riva fin ai taraji del Guà cal vien zo da Valdagno, e chel se ciama Agno. Pien anca cuelo! De acua pì sporca ‘ncora. La jente disea ca sora la ringhiera del ponte del Marchese ghe jera sbatù dosso on staloto intiero, col mascio ‘ncora drento! Co i se ga inacorti, suito, cuatro omini se ga messo a tirar fora el mascio portarselo casa, coparlo, e spartirselo!

Desso ca savì ‘ndove cal xe Montebelo, go da dirve chi cal xe Giuliano Cederle! Che saria come dire Giuliano dei Notturni. Nei ani ’60 e ’70, el gà cantà anca ala TV ‘taliana. E go leto, sol Giornale di Vicenza, l’altro jorno, de on Premio Internazionale, presentà a Giuliano par la musica dei ani ’60! Jera stà el dì de Nadale del ’66 ca gavea visto Giuliano par l’ultima volta. A Montebelo ghe jera on sciapo de tusi ca i se ciamava i ‘Brochi’, sui vinti ani. Chel Nadale, i gavea vudo l’idea de ‘ndar cantare e farghe conpagnia ai vecioti del’ ‘Ospizio’ de Montebelo. Giuliano el gavaria cantà sonando la chitarra, mi gavaria leto on par de poesie de Ungaretti, e tuti insieme se gavaria cantà le nenie de Nadale e calche canson dei Alpini. Me ricordo ‘ncora i nomi de cuei ca xe vegnù a cantare: Silvano, Bruno, Bepino, Luigi, Ernesto, Sergio, Carlo e Giuliano! Jerimo d’acordo co le suore de l’Ospizio ca sarissimo rivà suito dopo magnà. Co se ghemo presentà, le suore le gavea za parecià i posti da sentarse. A nialtri ne parea ca ghe fusse massa careghe, ‘lora le suore le ne ga dito ca cuando ca i parenti dei vecioti ga sentio ca ghe saria sta on spetacolo, in tanti i ga dimandà de pareciarghe na carega anca par luri. De sicuro, Giuliano el sarà ‘nda là a la matina, parchê la so chitara la jera za là. Ghemo scominzià cantando ‘Tu scendi dalle stelle’, e ‘Astro del ciel’, e Giuliano el ne conpagnava co la chitara. Tuti i vecioti ca podea moverse, i jera sentà zo par sentirne. Dopo xe sta l’ora de cuel par de poesie ca go dito prima, e suito xe saltà fora Giuliano e la so chitara. El ga cantà ben parché tuti ghe batea le man col finia na canson. Dopo ghemo cantà le canson dei Alpini: ‘Quel mazzolin di fiori’, ‘Venti giorni sull’Ortigara’. E dopo i ga volesto ca cantasse ‘ncora Giuliano. Pensandoghe su desso, cuelo, de sicuro el xe sta el primo ‘show’ de Giuliano. Xe ‘ndà tuto benon! I ghe ga batù le man a lu, ma anca a nialtri, e le suore ne ga servio parfin el rinfresco! Ma, cuando ca ‘ndavimo a l’asilo insieme, ghe tocava fare cuel ca volevo mi, a Giuliano. Anca se lu el se ciamava Giuliano, jero mi ca fasevo el bandito Giuliano! E me batevo la man so la culata par far corere el me cavalo! Lu, Giuliano, el gavea on ano e meso manco de mi. E dunque comandavo mi! Cuante volte ca I xe ‘nda dala suora Albina a dirghe ca no asavo mai fare el bandito Giuliano! No savì mia chi cal xe el bandito Giuliano? El xe sta copà nel ’50, zò in Sicilia. Cuando cal jera drio a conbinare tute cuele storie de rubamenti e ‘sassini, nialtri tusiti lo sentivimo cuando ca ghin parlava i grandi. Ghe jera poche aradio in giro, e i giornai li conprava solo ca i siuri. Cuando ca se podea ‘ndare al cinematografo, i disea ca i lo fasea vedare par la ‘Settimana Incom’ sto bandito Giuliano.

Sol’ Internet, de ‘Giuliano dei Notturni’ se pol savere de tuto, ma sta storieta no la ghe xe… Ghe xe parfin el nome de la strada ‘ndove ca desso el ga la so casa. E se pol anca sentirlo cantare metendose sol ‘You Tube’. Co son partio mi, là, ‘ndove ca lu el ga la so casa, ghe jera ‘ncora le visele de ua e i canpi de Ganba, ca prima i jera de Belini, el fatore dela Contessa Veneziana. Ma se pol vedare anca desso, che Giuliano el fa’ el pensionato. Come mi. Lu a Montebelo, e mi a Wollongong, Australia. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Novembre 2017).

Umberto Ravagnani

Foto: Giuliano dei Notturni a Montebello Vicentino il 24 luglio 2015 (foto: APUR – Umberto Ravagnani).

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LA MASON DI MONTEBELLO

[124] BREVE STORIA DELLA MASON DI MONTEBELLO

Il nostro concittadino Bruno Munaretto nel suo libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932, ci fa un breve, ma completo, resoconto sulle vicende della Mansione del tempio o, come viene chiamata oggi, Mason.
« La contrada della Mason, che al tempo dei Romani fu tappa militare, oltre che nelle antiche liste del 1262, del 1264 e del 1311, è ricordata, più particolarmente, in un atto di vendita esteso il 14 gennaio 1265, epoca in cui Guidone, figlio di quondam (del fu ndr) Nicolò di Lozzo, vendeva tra l’altro alla città di Vicenza i beni da lui posseduti “in villa et pertinentiis Mansionis Templi de Montebello“. Come apparisce da quel documento, allora la Mason chiamavasi col nome più corretto di Mansione del tempio, e ciò perchè a quell’epoca ivi sorgeva una chiesetta con annesso un piccolo ospitale eretto, come quella, dai Cavalieri Templari, i quali ivi accoglievano ed ospitavano i pellegrini diretti a visitare la Terra Santa. Quando nel 1312 papa Clemente V soppresse l’ordine dei Templari, la Mason passò ai Cavalieri di Malta che la eressero in Commenda dotandola di vari beni e privilegi, e destinando inoltre alla sua chiesetta un religioso per la Messa festiva e per le officiature del Giovedì e del Sabato Santo e di certi altri giorni. Ancora dal 1189 questa contrada formava comune, come infatti apparisce da alcuni documenti. Più tardi però, la Mason appartenne in parte a Sorio ed in parte a Montebello, e tale rimase fino ai nostri giorni. La chiesetta della Mason nel 1806 fu chiusa e demaniata con tutte le altre fabbriche, campagne e livelli che possedeva. I ministri del Demanio, in quell’occasione, asportarono il calice, la campana e l’orologio che, a comodità di quella contrada, il signor Pietro Garzetta, ancora dal 17 aprile 1776, aveva posto sul campanile della medesima. Da allora il piccolo oratorio già dei Cavalieri di Malta, rimase chiuso fino al 29 maggio 1817, giorno in cui fu riaperto e benedetto dal Prevosto di Montebello Pier Antonio Dai Zovi (1). La sanguinosa battaglia dell’otto aprile 1848, che in parte si svolse su questa altura, arrecò danni ben gravi all’intera contrada, la quale fu data alle fiamme ed al saccheggio dalle soldatesche croate. Alcune case rimasero talmente danneggiate che col tempo caddero in rovina. Anche la chiesetta ebbe a soffrire danni rilevanti, ma nonostante questo, non fu restaurata; per cui col tempo andò vieppiù rovinando fintantochè, circa il 1875, la famiglia Malfatti, proprietaria della casa attigua e dei terreni annessi, ottenuta la dispensa dalla S. Sede, la faceva demolire. La chiesetta della Mason, detta anche della Commenda, era dedicata a S. Giovanni ed a S. Macario Vescovo Gerosolimitano. Essa godeva di alcune indulgenze ed aveva un solo altare in legno, sulla cui pala, dipinta da ignoto autore, oltre che ai Santi titolari, figuravano la Vergine ed il Bambino Gesù.
Tanto la chiesa demolita, come il fabbricato attiguo che tuttora esiste, un tempo non erano soggetti ad alcuna giurisdizione parrocchiale, per cui coloro i quali abitavano in quella casa potevano ricevere i Sacramenti e la sepoltura tanto a Sorio che a Montebello.
La contrada della Mason, già Mansio o tappa militare al tempo dei Romani, sorge sulle ultime propaggini di una fertile collina, presso le rive del torrente Chiampo ed a breve distanza dalla strada padana superiore ».

Note:
(1) Da un manoscritto del Prevosto Dai Zovi si rileva che anche nel 1803 il Gran Priore di Malta, dava l’elemosina al sacerdote che nelle feste celebrava la Messa nell’Oratorio della Mason.

Figura: Mappa austriaca del 1818 (Mapire – The Historical Map).

Umberto Ravagnani

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