L’ALDEGA’

[20] TOPONOMASTICA LOCALE (4)
L’ALDEGA’
(migrazioni di un toponimo).
Attualmente con il nome di AldegΓ  si identifica il corso d’acqua originato dalla confluenza tra il Rio della Selva ed il Fosso della Roncaglia nella zona ad ovest della Mason e a nord del torrente Chiampo. Fino a non molto tempo fa gli anziani del paese indicavano con questo nome il torrente Chiampo. Nelle mappe del Cinquecento e del Seicento, il Chiampo nelle sue prime rappresentazioni Γ¨ denominato “Clampus sive AldegΓ ” (Chiampo ossia AldegΓ ). La motivazione di ciΓ² va ricercata nel fatto che nei due secoli precedenti le acque del Chiampo, che da san Bortolo di Arzignano, attraversata la Corcironda nel comune di Montorso, confluivano nel GuΓ , furono deviate verso Montebello facendole confluire nell’alveo del torrente AldegΓ , nei pressi del ponte di Montorso sul Chiampo. L’AldegΓ  si origina nella Val Piccola che lambisce la sommitΓ  del Monte Galda (mt. 378) nei pressi del confine tra i comuni di RoncΓ  e di Montorso. L’ubicazione geografica della sorgente identifica anche il nome del corso d’acqua, infatti “l’agua de Galda” (l’acqua del Monte Galda) diviene poi, nella parlata, col tempo per contrazione e per corruzione “la Degalda” e quindi “l’AldegΓ “. In alcuni documenti del Quattrocento il corso d’acqua Γ¨ indicato, in linguaggio amministrativo del tardo latino che ormai diventa un tutt’uno con il volgare, con il nome di “Delgatam“.
GiΓ  dal Cinquecento le piene del Chiampo, con il trasporto di limi e lapidei, innalzano costantemente il suo alveo in maniera cosΓ¬ consistente da non permettere piΓΉ il deflusso delle acque dell’AldegΓ . Questo sarΓ  poi deviato nel fossato del “Rodegotum” (ora Rodegotto) che raccoglieva le acque sorgive e quelle di scolo del versante di nord-est del monte di Agugliana e le scaricava poi nell’AldegΓ  o Chiampo a nord-est della contrada Vigazzolo, all’incirca nella stessa posizione in cui oggi il Rodegotto si immette nel Chiampo.

VIGI (dal NΒ° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
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LA FESTA DI SAN GIOVANNI

[18] LA FESTA DI SAN GIOVANNI
El barilotto (la festa di San Giovanni a Montebello)

Dalle numerose sagre che si festeggiavano un tempo a Montebello l’unica sopravissuta fino ai nostri giorni Γ¨ quella di San Giovanni Battista che si celebra il 24 di giugno. San Giovanni B. non Γ¨ nΓ© il santo patrono della parrocchia nΓ© uno dei suoi numerosi compatroni, come mai la festa in suo onore resiste all’usura del tempo?
Spiegazioni logiche non ne troviamo a meno che non vogliamo dar credito alla tradizione popolare che da secoli si tramanda di generazione in generazione tra gli abitanti del paese: “Erano gli ultimi anni dell’impero romano e notizie terrificanti di violenze, stragi, distruzioni e saccheggi venivano diffuse con terrore dalle popolazioni in fuga dalla Venezia orientale. Un terribile flagello avanzava inesorabile con la sua furia sterminatrice, era Attila il re degli Unni con la sua orda di terrificanti diavoli insaziabili di bottino e di sangue umano. La sua furia distruttrice era tale che significativamente gli si attribuiva il detto Β« dove passa il mio cavallo non cresce piΓΉ l’erba Β». La paura e il terrore andavano via, via, aumentando con l’avvicinarsi del pericolo; Oderzo era giΓ  caduta, Vicenza era assediata. Nella notte si vedevano i bagliori dei fuochi posti attorno alla cittΓ  e qualcuno diceva di sentire i lamenti degli assediati emergere dai ghigni e dagli schiamazzi degli assedianti ebbri di vino e assetati di sangue. Pochi giorni dopo Vicenza cadeva e lentamente l’orda sterminatrice si rimetteva in viaggio lungo la via Postumia per dirigersi verso Verona. Gli abitanti del paese erano terrorizzati, pensavano di fuggire e trovare riposo nelle fitte selve circostanti il paese, ma se i terribili predoni si fossero fermati lΓ¬ magari per riposare, li avrebbero scovati e sterminati. Quella notte gli uomini del paese tennero consiglio, fecero riparare le donne e i fanciulli nelle selve invitandole a pregare la Madonna e i Martiri, mentre loro iniziavano ad ammassare lungo le rive dell’AldegΓ  ogni genere di materiale combustibile: legna, sterpi, rovi, paglia, pece e dopo questa barriera posizionarono delle botti riempite con stracci, cuoio, olio, carne e pesci essiccati. Quando in lontananza sentirono il rumore del pericolo che avanzava, appiccarono il fuoco a quanto avevano preparato e si davano un grande da fare per alimentarlo. Le fiamme si alzarono ben presto avvolgendo ogni cosa e nascondendo le case. Le botti in fiamme emanavano fetidi odori accompagnate da volute di fumo nerastro, un silenzio tombale regnava ovunque, anche gli uccelli avevano smesso il loro canto. Le avanguardie dell’esercito Unno, giunte nei pressi del GuΓ , a quella vista e a quei fetidi odori portati dal vento, pensarono che fosse giΓ  transitato qualche altro gruppo della loro orda e che avesse razziato il paese. Vista la cerchia delle boscose colline che precludeva il cammino verso nord pensarono bene di proseguire verso la comoda pianura che fiancheggiava il GuΓ . Giunsero cosΓ¬ a Lonigo e lo distrussero per proseguire poi per Cologna, che subΓ¬ la stessa sorte. Montebello per l’astuzia dei suoi abitanti e per il volere Divino, invece fu salvo. Si disse che quel giorno fortunato fosse il 24 di giugno e da quell’anno si cominciΓ² a festeggiare lo scampato pericolo e la salvezza del paese. Successivamente con l’introduzione dei Santi nel calendario, il ricordo della nativitΓ  di San Giovanni B. coincise con l’anniversario dello scampato pericolo ecco spiegato il perchΓ© questa Sagra sia stata ininterrottamente festeggiata fino ai giorni nostri“.
La ricorrenza Γ¨ stata celebrata con maggiore solennitΓ  da quando la Confraternita di S. G. B., che gestiva l’ospedale posto nei pressi della piazza, incominciΓ² a partecipare pubblicamente alla festa con i propri festeggiamenti in onore del Patrono. I Confratelli ben presto dimenticarono dello statuto che proibiva di festeggiare con “sbari” e sfoggio di “luminarie” la solennitΓ . Anzi incrementarono sempre di piΓΉ questa abitudine, che concludeva la serata, dopo la processione di tutti i membri rivestiti nella loro cappa bianca. I preparativi per la festa talvolta si conclusero tragicamente come racconta il Dal PrΓ  nella sua cronaca: “… nel 29 giugno 1845 mentre nell’Oratorio di S. G. B. si cantava in suo onore la S. Messa, ed intanto si facevano gli apparecchi nella piazza, per l’illuminazione che doveva seguire alla sera ad onore dello stesso, nel negozio della dispensa delle privative, un zolfanello, gettato casualmente ove vi erano alcuni pacchi di polvere da fucile, questi prendevano fuoco ed esplodendo ferirono gravemente il dispensiere Carlo Baldo di anni 64 ed il giovane Pietro Buffoni suo assistente di anni 34 di Vicenza che poi morirono il 9 luglio seguente”.
La sagra di S. Giovanni si Γ¨ sempre conclusa nel passato con l’incendio del “barilotto” assurto a simbolo dello strattagemma escogitato dagli abitanti per salvare il paese. Il barilotto era preparato con cura, al centro della piazza, costipando una vecchia botte con stracci, scarpe vecchie inservibili, ritagli di carname, olio esausto, “renghe“, “scopetoni” e pece secondo un cerimoniale codificato da secoli. Terminato il concerto bandistico il barilotto veniva acceso e solo quando l’acro odore e il denso fumo si erano sparsi per tutta la piazza, poteva iniziare lo spettacolo pirotecnico con girandole, mortaretti, bengala, cascate di fuoco e strabilianti fuochi che guizzavano nel cielo. Solamente i tre potenti “sbari” con la “cannonΓ ” finale potevano dichiarare chiusa la festa ed invitare tutti al rientro in casa.
Spiace constatare che da qualche anno le manifestazioni per i festeggiamenti si siano spostate dall Piazza, ove sempre si sono tenute, per migrare in altri siti che nulla hanno in comune con la tradizione legata alla Sagra.
Un proverbio veneto recita: “Piuttosto che perder ‘na tradizion xΓ¨ mejo brusare on paese“. I discendenti dei montebellani che hanno preferito salvare il paese dalla distruzione giusto 1550 anni or sono gradirebbero che non andasse perduta la tradizione fin qui conservata. Se va persa la memoria della festa ed il legame con il nucleo che l’ha sempre caratterizzata non tarderΓ  ad essere dimenticata come Γ¨ avvenuto con tutte le altre.

Da Luce Li (dal NΒ° 2 di AUREOS – Giugno 2002)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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INSEDIAMENTI ED ACQUE

[2] INSEDIAMENTI ED ACQUE

Il 5 luglio scorso abbiamo avuto il piacere di proporre alla collettivitΓ  di Montebello una conferenza tenuta dalla nostra socia e concittadina, la Prof.ssa Sandra Vantini dell’UniversitΓ  di Verona, da sempre cultrice della storia del nostro paese.
La Conferenza verteva sui corsi d’acqua che attraversano il nostro territorio, su come nei secoli siano stati modificati dalla natura e dall’uomo e come di conseguenza abbiano influenzato la vita degli abitanti della zona. Se i corsi d’acqua sono essenziali per la vita dell’uomo e le irrigazioni dei campi, Γ¨ pur vero che l’uomo teme le piene, gli straripamenti e i disastri delle inondazioni. Una profonda modificazione, storicamente registrata da Paolo Diacono nella sua Β« Historia Longobardorum Β» risale al 589 quando si Γ¨ verificata la Rotta, cioΓ¨ la grande alluvione con lo straripamento del fiume Adige, che cambiΓ² il suo corso verso Albaredo e Legnago mentre prima passava per la cittΓ  di Este.
I corsi d’acqua che attraversano Montebello e vanno ad alimentare un fiume importante come l’Adige sono: il Chiampo/AldegΓ  e il Rodegoto, affluente che nasce a Montorso e finisce nel Chiampo.
Il GuΓ , invece, dopo aver preso varie denominazioni con la confluenza in altri fiumi (Frassine, Gorzone) giunge a sociare autonomamente in mar Adriatico.
La separazione tra questi due bacini idrografici Γ¨ sempre stata incerta e problematica. I primi documenti che parlano di questi fiumi risalgono alla fine del XI secolo. Nel 1321, fu concesso che le acque del fiume GuΓ  defluissero verso l’Alpone e quindi nell’Adige. Nel 1380 un’altra direttiva degli Scaligeri stabilisce che l’AldegΓ , cioΓ¨ il Chiampo, non giri verso l’Alpone bensΓ¬ verso il GuΓ , sottopassando la strada Regia: Γ¨ evidente il tentativo di portare le acque in un altro bacino idrografico “scaricando” il problema su un altro territorio.
E’ presumibile che le popolazioni dalla parte di Padova non siano state molto felici di questo, per cui nel 1411, in epoca veneziana, troviamo un documento che stabilisce che le acque vengano divise a metΓ  e cioΓ¨ una parte nell’Alpone e l’altra parte nel GuΓ . Qui entra in evidenza il famoso Triangolo di Montebello, che altro non sarebbe che un manufatto per separare in modo uguale la corrente, ovviare ai disastri delle piene e quindi agli allagamenti.
Nel 1530 diciotto senatori veneziani, rappresentanti di vari territori della Serenissima, partono a cavallo per fare una ricognizione sul territorio e chiarire il problema, arrivando alla conclusione che le acque dell’AldegΓ  e una parte di quelle del GuΓ  confluiscano nell’Alpone. Questa decisione ha avuto una cartografia (1535): Γ¨ una pergamena in cui, tra l’altro si vede, il famoso Triangolo.
Nemmeno questa situazione perΓ² era ideale, perché ovviamente portava troppa acqua nell’Adige.

Nel 1593 si richiede un nuovo sopralluogo che il Senato veneto approva: così altri dieci rappresentanti arrivano fino a Montebello dove alloggiano nella casa del Nobile Sangiovanni.

Nel 1600 viene istituito il Magistrato all’Adige e viene stabilita una tassazione per poter effettuare le opere. In quegli anni si ripetono le rotte del Chiampo/AldegΓ , come si puΓ² vedere anche nella carta dello Zanovello del 1692.
In una carta successiva la situazione Γ¨ considerata dal punto di vista del Marchese Malaspina, o piΓΉ precisamente evidenziando come egli desiderasse modificare la situazione dato che le sue proprietΓ  si trovavano a ridosso del Chiampo, appena sotto il ponte del Marchese (nei prΓ  di Stocchero per capirci).
Egli arriva a chiedere di poter spostare il suo molino e di far andare l’acqua derivata dal suo funzionamento dall’AldegΓ  nel GuΓ .
La cartografia utilizzata per documentare il tema delle acque a Montebello ha messo in luce come anche nel nostro paese fosse praticata nel 1500, la coltura del riso: quindi anche noi abbiamo avuto le nostre risaie, che si trovavano nei campi della PrΓ , dove c’era l’acqua sorgiva.
La conferenza si Γ¨ chiusa ricordando come in passato, nel 1700, l’acqua per uso domestico nel paese, fosse prelevata, da pozzi e da fontane, come quella del “Pissolo” (vedi illustrazione), e solo famiglie nobili come i Valmarana potevano pensare di farla arrivare in casa attraverso una lunga tubazione.

L.A. (dal NΒ° 3 di AUREOS – Dicembre 2002)
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