L’AMARA VERITA’

[251] L’AMARA VERITÀ

Nel 1999 ha cessato di esistere la Brigata di Fanteria “Casale” composta dall’11° Reggimento con sede a Forlì e dal 12° Reggimento di stanza a Cesena. In questa gloriosa brigata hanno prestato servizio militare persone famose del calibro di Adriano Celentano e Gianni Morandi, preceduti giusto un secolo fa da un semplice giovane montebellano: Angelo Cazzavillan. Quest’ultimo, se avesse potuto invecchiare, si sarebbe certamente vantato di aver trascorso la naja in quel reggimento che molti anni più tardi avrebbe annoverato personaggi di tale spessore. Pochi anni prima della sua definitiva cessazione, la Brigata Casale ebbe tra i suoi ranghi anche Matteo Salvini.
Purtroppo la morte colse il giovane militare nel fior degli anni, quando i tristi ricordi della guerra stavano ormai per essere sostituiti e cancellati dalla sua esuberante età.
Angelo Cazzavillan era nato a Montebello il 26 settembre 1900 da Giovanni e Maria Castegnaro. Terzogenito, aveva affrontato la visita di leva in piena guerra, alla fine di febbraio 1918, Un mese più tardi era stato chiamato alle armi e inviato nel deposito dell’11° Reggimento Fanteria (Brigata Casale) con sede a Forlì. Nell’ultima settimana di guerra era passato temporaneamente al 23° Reggimento di Fanteria di marcia (Brigata Como) per poi, alla fine del conflitto, ritornare a Forlì presso il suo vecchio reggimento per il completamento del servizio militare. Purtroppo questo non avvenne.
Sul suo foglio matricolare, nelle ultime, righe si legge: “morto in seguito ad infortunio lungo la ferrovia Ferrara-Bologna tra i caselli 37 e 38 in territorio del comune di Poggio Renatico (FE) mentre ritornava al corpo dalla licenza.
Come da atto di morte dello Stato Civile di Poggio Renatico (FE) – 15 aprile 1921”.
Il 23 giugno del 1923 a circa due anni dalla morte di Angelo Cazzavillan il “Corriere della Sera” di Milano pubblicò un articolo sulla vicenda del montebellano dal titolo sconcertante: PRESUNTO SUICIDIO DI UN SOLDATO RISULTATO DOPO UN ANNO UN FEROCE DELITTO.
A parte il cognome scritto con una – i – finale di troppo (Cazzavillani), il giornale precisava che tutto avvenne il 13 aprile 1921 quando un casellante trovò lungo i binari un corpo orrendamente decapitato dal treno e con una profonda ferita al ventre inferta da una baionetta. La successiva necroscopia optò per il suicidio.
Più tardi, una lettera anonima inviata alla Questura convinse il vice-commissario Dott. Bicocchi ad approfondire le indagini fino ad arrivare alla conclusione che il Cazzavillan(i) non si era suicidato ma bensì soppresso crudelmente da una o più persone. L’inquirente determinò che Angelo Cazzavillan, di ritorno da Forlì dalla licenza, si era recato a Poggio Renatico per far visita ad alcuni compaesani che stavano di stanza al locale campo di volo detto dell’Uccellino.1 Terminata la cena presso l’osteria Venturoli, verso le ore 22, pagò il conto e chiese informazioni al gestore per poter raggiungere il campo di aviazione, senza dar importanza ai tre figuri presenti nel locale che avevano ascoltato attentamente la conversazione.
Il soldato si avviò nella direzione che gli era stata indicata e, mentre transitava per un luogo buio ed appartato, fu assalito e depredato di ogni suo avere e infine trafitto dalla sua stessa baionetta. Probabilmente non morì per quel fendente, tuttavia i tre malviventi, per sviare ogni sospetto, lo portarono lungo la linea ferroviaria e lasciarono al primo treno che sarebbe transitato il compito d’infierire orrendamente sul povero Cazzavillan.
In seguito, forse grazie anche alle testimonianze di qualche cliente o dell’oste stesso presenti nel locale la sera del 13 aprile 1921, gli inquirenti arrestarono tale Duilio Simoni di 22 anni, mentre gli altri due complici rimasero ancora a piede libero. Non si sa se e quando la coppia latitante sia stata assicurata alla giustizia.

OTTORINO GIANESATO

Note:
(1) Verso la fine del primo conflitto mondiale fu costruito un aeroporto militare a Poggio Renatico, dove oggi sorge la base del Coa, quando a seguito della ritirata di Caporetto, si rese necessario arretrare tutto il dispositivo dell’aviazione italiana ed attivare nuovi campi di volo nella Pianura Padana. Poggio Renatico doveva rispondere alle esigenze della Regia Marina, intenzionata all’epoca a costruire una propria forza di bombardamento per continuare il martellamento delle basi navali avversarie. Furono sistemate le strade che dovevano portare alla base e creato un collegamento con la stazione di Poggio. Il campo di volo fu approntato in località Cascina Nuova dove furono costruiti hangar, capannoni, magazzini, alloggi, un’infermeria e depositi munizioni. La pista di atterraggio, studiata per il decollo e l’atterraggio dei bombardieri Caproni e dei caccia, misurava 800 metri per 550.

Foto:
(1) Cartolina illustrata del centro di Poggio Renatico (Fe) all’epoca dei fatti (Archivio privato Umberto Ravagnani)

Umberto Ravagnani

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UN SOLDATO FRANCESE A MB

[250] IL SOLDATO FRANCESE SEPOLTO A MONTEBELLO

Il 14 novembre 1917, in piena prima guerra mondiale, Don Antonio Ercole, cappellano della parrocchia di Santa Maria di Montebello, registrò nel LIBRO DEI MORTI il decesso e la sepoltura di un giovanissimo soldato francese. Questo il testo:

“Il soldato francese LARNE PIERRE del 13° Battaglione Chasseurs des Alpes (Cacciatori delle Alpi chiamati anche Chasseurs Alpins – n.d.r.) 2^ Compagnia, Distretto T. Buscain al n° 1101 (1161), Classe 1900, domiciliato nel comune di Montluçon (Francia), morì sul colpo per infortunio automobilistico al Dovaro lungo la Strada Provinciale Verona-Vicenza il 14 novembre 1917. Fu portato all’ospedale [di Montebello] ed il 15 detto fu sepolto nel Cimitero Comunale.”
La giovane età del soldato, 17 anni, ha spinto lo scrivente ad acquisire nuove informazioni per ricostruire le origini, la vita militare e gli ultimi giorni dello sfortunato francese. Con mia grande sorpresa ho scoperto, grazie anche l’aiuto di Umberto Ravagnani, che qualcosa non quadrava nei dati contenuti nell’atto di morte, dal momento che le ricerche presso gli archivi governativi francesi avevano avuto esito negativo. Quel militare proprio non esisteva! La prima registrazione dell’atto di morte fatta da Don Antonio doveva contenere uno o forse più errori di stesura, causati da una cattiva interpretazione della scheda personale del soldato defunto fornita per l’occasione da qualche ufficiale del 13° Reggimento. Di questa finalmente siamo entrati in possesso e, verosimilmente, chi di noi non sarebbe incorso nei medesimi errori di interpretazione di cui fu vittima il cappellano?
Il soldato in oggetto si chiamava LARUE PIERRE e non LARNE (la u in corsivo si può leggere anche n) ed ecco creato un cognome sbagliato. L’errore più grossolano è: CLASSE 1900. Per noi italiani il termine CLASSE indica tutt’oggi l’anno di nascita di un soggetto mentre per i francesi è quello in cui i giovani si erano sottoposti alla visita di leva militare, solitamente a circa 20 anni, quindi la sua età non era di 17 ma bensì di 37 anni! Inoltre la città di Montluçon, (Distretto dell’Allier – n.d.r.) non era la residenza del soldato, ma il luogo dove era avvenuto l’arruolamento, località per altro molto vicina sia a quella di nascita, MONTBEUGNY, che a quella di residenza SAULCET. Due piccoli villaggi nel cuore della Francia entrambi di circa soli 500 abitanti. Da notare che Larue Pierre era nato nel villaggio sopra nominato il 3 agosto 1880 e pertanto proprio giovanissimo non era, visti i suoi 37 anni compiuti.
Questa infelice stesura e interpretazione del documento di morte sono state talmente contagiose che sulla lapide posta nel cimitero di Montebello è stato scolpito il cognome LARNE perché desunto dal registro parrocchiale. E quel che è peggio, circa una ventina di anni dopo, quando sono stati riesumati i resti del soldato per trasferirli nel sacrario-ossario di Pederobba (Treviso), su una delle pietra del monumento è stato ripetuto il cognome LARNE, lo stesso letto al cimitero di Montebello dagli incaricati alla pietosa operazione di spostamento e rimasto tale ancor oggi.
Il vero nome e l’esatta data di nascita del soldato francese LARUE PIERRE sono stati confermati dal “Ministère des Armées” (il Ministero dell’Esercito francese) nell’elenco “Base des Morts pour la France de la Première Guerre mondiale”. Nella scheda personale, viene riportato che è figlio di Claude e di DEJOUX Marguerite, è nato il 3 agosto 1880 a Montbeugny (F) dipartimento dell’Allier, ed è morto a Montebello Vicentino il 14 novembre 1917, a causa di un incidente d’auto mentre era in servizio (probabilmente è stato investito). Inoltre viene precisato che, al momento della morte, aveva 37 anni, 3 mesi e 11 giorni. LARUE PIERRE fu, quasi sicuramente, il primo soldato francese morto nella nostra terra e fu decorato con la croce di guerra con la menzione “mort pour la patrie” (morto per la patria).
All’indomani della ritirata di Caporetto, iniziata verso la fine di ottobre 1917 e fermatasi sulla linea del Piave, gli eserciti austriaci e tedeschi minacciavano di oltrepassare il fiume dilagando quindi in tutta la pianura veneta. Ecco allora venirci in aiuto gli alleati francesi che già dal 1° novembre organizzarono l’invio di truppe e mezzi in Italia. Tra questi les Chasseurs des Alpes che erano inquadrati nella 46a Divisione di Fanteria a sua volta divisa in 3 gruppi: il primo comprendente il 7°, il 13° (a cui apparteneva LARUE PIERRE), il 47° Battaglione, il secondo il 22°, il 53°, il 62° Battaglione, e il terzo il 15°, il 23°, il 63° Battaglione. La partenza verso l’Italia del 13° Battaglione è ricordata con toni enfatici nel diario Historique des Chasseurs. Quì di seguito il testo tradotto dal francese:
Il 13° s’imbarcò il 1° novembre con la prospettiva di nuove battaglie. Dall’arrivo sul suolo latino, les Chasseurs furono accolti con entusiasmo straripante e per parecchie settimane il 13° Battaglione percorse in lungo e in largo l’Italia del Nord, dalle Alpi al Veneto, ritrovando le tracce dei suoi antenati ai quali i nostri alleati devono la libertà e rivivendo le ore di gioia e di vittoria di tutte le armate francesi che dopo Carlomagno erano venute a raccogliere gli allori sulla montagna e sulla pianura italiana… Dal 12 febbraio al 1° marzo 1918 (ma il soldato Larue era già morto – n.d.r.) il battaglione prende in carico i settori di Monfenera che organizza al prezzo di considerevoli sforzi e il 12 marzo occupa le difese del monte Tomba fino al 23 marzo 1918 quando la Divisione viene spostata. L’8 aprile 1918 imbarco presso Carmignano (stazione di s. Pietro in Gù – n.d.r.). La Francia ha bisogno di tutti i suoi per resistere al più violento assalto che è stato diretto contro di lei durante questa guerra. Il 13° trascorre più d’un mese nella Somme, in Piccardia, in Artois, nel Pas de Calais, poi nelle Fiandre…
A partire dalle ore 23 del 1° novembre 1917, i primi elementi della 46a Divisione, comandata dal colonnello Antoine de Reynies e destinata a far parte dell’Armata Francese d’Italia, vennero caricati su ferrovia alle stazioni di Saint Gilles e Fismer (zona della Marna a nord di Parigi – n.d.r.).
Il tragitto del convoglio ferroviario toccò Digione, Lione, Marsiglia, Ventimiglia, Genova, Piacenza, Cremona, Brescia e Verona. Il 6 novembre i battaglioni dei Chasseur des Alpes furono scaricati nel bresciano, nei pressi del lago di Garda e in quei luoghi la concentrazione proseguì fino al 10 novembre 1917. Il giorno seguente la 46a Divisione si portò a San Bonifacio e il 12 si posizionò tra Roncà, Montebello, Castelgomberto e Brogliano mentre il parco artiglieria pesante trovava collocazione nelle campagne tra Almisano e il Dovaro. Il 14 novembre, causa l’intenso via vai di mezzi, avvenne il tragico incidente in cui perse la vita Larue Pierre (Larne) che non visse abbastanza per vedere l’insediamento presso Villa Miari in Montebello del Quartier Generale del 31° Corpo di Armata Francese. In previsione dei frequenti spostamenti, già il 4 novembre, l’esercito francese, giudicando Montebello strategico per la logistica, aveva fatto installare nel suo territorio un deposito di benzina, struttura che andava ad aggiungersi ad un’altra importante già presente ossia il campo di volo della Gualda, usato come terreno avanzato dalla squadriglia aerea 221 di Verona, assegnata al 31° Corpo d’Armata. Come raccontato nel diario storico del 13° Battaglione, la presenza francese si protrasse in Italia fino all’aprile del 1918. Nel cimitero militare francese di Pederobba (TV) furono portati i resti mortali di circa 1000 soldati d’oltralpe morti sia in battaglia che per cause di servizio come Larue Pierre e, contestualmente alla sua inaugurazione avvenuta nel 1937, in Francia a Bligny presso Verdun fu inaugurato un sacrario gemello per accogliere circa 3450 italiani caduti nel 1918 sul suolo francese. Tra questi il montebellano BATTISTELLA GIOVANNI, morto per ferite riportate in battaglia il 15 luglio 1918.

OTTORINO GIANESATO

Foto:
(1) La stele che ricorda i caduti francesi, all’interno della chiesa di SAULCET, tra i quali si può notare il nome di PIERRE LARUE (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
(2) La stele che ricorda alcuni caduti francesi in Italia nel sacrario di PEDEROBBA (TV), dove viene riportato erroneamente il nome di LARNE PIERRE (foto di Ottorino Gianesato).

Umberto Ravagnani

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LA MAESTRA GIOCONDA BONOMO

[249] LA MAESTRA GIOCONDA BONOMO – La prima insegnante a Montebello


Quando nel 1834 arrivò a Montebello Don Girolamo Vaccari a sostituire il prevosto Dai Zovi, a fargli compagnia ci fu anche il fratello sacerdote Giuseppe e l’anno successivo la sorella Angela. I suoi primi anni alla guida della parrocchia furono veramente difficili. Nel 1836 dovette fronteggiare con i montebellani la terribile epidemia di colera che imperversò mietendo in paese decine e decine di vittime.
In canonica in quegli anni al suo fianco ebbe anche Don Gio.Batta Dal Prà, autore delle “Memorie” che portano il suo nome, così utili per chi voglia approfondire la conoscenza della storia di Montebello.
Il fratello Don Giuseppe venne a mancare, ancora giovane, verso la fine della prima metà del secolo e lui pure lo raggiunse la Vigilia di Natale del 1855. Peccato per Don Girolamo non aver potuto inorgoglire per le fortune e la gloria del nipote, il famoso Giuseppe Vaccari, che venne al mondo a Montebello nel 1866.
Don Girolamo Vaccari si è anche interessato molto presso il Comune di Montebello affinché Gioconda Bonomo, figlia di Bortolo e nipote del più famoso Francesco,1 di famiglia benestante, diventasse maestra delle fanciulle. Nel 1839 ottenne, in effetti, l’incarico di prima maestra della scuola statale di Montebello. Gioconda Bonomo naque nel 1815 nella casa del padre Bortolo, ricostruita, dallo stesso, nel marzo del 1799 dopo averla acquistata dal nobile Orazio Righi; ancora esistente in via Generale Vaccari è conosciuta come casa delle sorelle Zonato. Trascorse la sua infanzia accanto alla madre Francesca De Santi e al padre il quale, avendo 37 anni più di lei, era già molto vecchio. Dopo aver frequentato una scuola privata a Montebello, si trasferì a Vicenza per completare gli studi e, a 17 anni, conseguì il diploma di maestra, con ottimi voti in tutte le materie, presso l’Ispettorato Provinciale. Nel periodo in cui insegnava, Gioconda conobbe colui che poi diventerà il compagno della sua vita: Francesco Bertolaso di Zimella.
Si sposarono il 22 novembre 1841 e la madre di Gioconda costituì per lei una ricca dote nuziale pari a 3.413 lire. Trasferitisi a Zimella Gioconda e Francesco ebbero due figli: Bortolo (3 dicembre 1845) e Ester Giulia (28 gennaio 1850), senonché, di lì a pochi mesi, rimasta improvvisamente vedova, si vide addossare tutte le responsabilità della famiglia e degli esercizi industriali del marito. Inutile dire che Gioconda, forte della sua preparazione pedagogica seppe allevare nel migliore dei modi i propri figli e fu una ferrea amministratrice nella conduzione delle fabbriche lasciategli dal marito Francesco Bertolaso. Nonostante le difficoltà ebbe anche modo di aiutare i poveri e i bisognosi con frequenti elargizioni. Si ricordò sempre anche del suo paese natale contribuendo alla costruzione della facciata della chiesa di Montebello e donando un generoso lascito di 4.000 lire alla Congregazione di Carità di Montebello, benefica istituzione integrata nel nuovo Ospedale costruito nel 1868, divenuto in tempi recenti Casa di Riposo. Lasciò questo mondo il 19 novembre del 1904 dopo una vita tribolata ma condotta con molta tenacia e generosità.2
(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Foto:
1) Un ritratto di Gioconda Bonomo Bertolaso (1815-1904), considerata la prima maestra della Scuola Statale di Montebello (Foto Vianelli, Venezia 1870 circa).
2) A destra la casa natale della maestra Gioconda Bonomo a Montebello (casa Zonato), in una foto dei primi anni ’50 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Note:
1) Francesco Bonomo fu contemporaneo di Bartolomeo Guelfo del quale trascrisse le composizioni poetiche, conservate e tramandate dai suoi discendenti e pubblicate nel 2007 dagli Amici di Montebello nel libro su Bartolomeo Guelfo.
2) Bertolaso B., I Bertolaso di Zimella – Profilo storico di una antica famiglia della Scodòsia, 1985, Padova.

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (3)

[248] BORGOLECCO STORY (3)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Chi che lezze sta storia gà da tegnerse inamente che, mi che scrivo, xe zincuanta dù ani che son in Australia! Tante robe che conto le sò parché me le ricordo. E la Via Pegnare, e del parché che la se ciama cussì, lo so anca mi. Cuando che, dala Via Borgolecco se vardava in sù verso el Castelo, se vedea na Pegnara. Par cuei puchi che no sà cossà che xe na Pegnara, se podaria ciamarla in Italiano: Pino Mediterraneo. Le vegnea piantà parché le fasea le Pegne, e, dale Pegne vignea fora i Pignoi. Stiani, i Pignoi vegnea vendù in giro dapartuto. Chi che gavea schei, come i siori, i li conprava par magnarli in tante maniere. ‘Pasta col Pesto’ la xe conosesta anca desso! Prima dela IIa Guerra, drio ala Via Pegnare, ghe jera tante Pegnare. Le ghe xe ncora desso, tre cuatro, drento ala Villa Miari. Le Pegne de la Pegnara, co le cascava par tera, le vegnea cata sù nte le zeste, anca da Bepi co so fiolo Vittorio. Dopo le vignea portà zò e inmucià so le scansie drio al muro de la baraca ndove che vignea messe le piante de Limonari co rivava l Inverno. Cuando che piovea o co no ghe jera tanto da fare, se sverzea fora le Pegne par tirar fora i Pignoi, par meterli drento a scatole de legno fate aposta. El fatore Bellini el savea ndove mandarli par venderli.
Dopo tri ani de Guerra, cuando che la xe rivà anca a Montebello, xe rivà anca tanti todeschi. Depì de prima. E xe stà taià zò le Pegnare par fare tuti cuei lauri che i todeschi jera drio fabricare dapartuto, par le ‘Difese’ contro Mericani e Inglesi! Desso, ndove che Via Manzoni la scomizia, al incrocio co Via Borgolecco, pì vanti, la gira de cuà e de là e la và sù a ncontrarse co la Via San Francesco. Là scomizia la Via Pegnare! E là vizin jera ndove che se vedea l ultima Pegnara che jera restà in pié! Par finire la strada e fabricare tute che le Palazine che ghe xe in giro so chel posto lì, xe stà tajià l ultima Pegnara!
Cuando che Silvano e mi jerimo sù so la Via Pegnare, e nialtri gavivimo oto, diese ani, no savivimo mia che la strada drio la mura de Ganba se ciamava cussì. Jerimo sù là parché ne piaseva rivare fin sol colmo del Monte e vardare da che laltra parte! Se vedea Zarmeghedo, Montorso e sù fin a Arzegnan e tuti cuei monti de drio. Lì, vizin al Castello, jera stà scavà e ghe jera i Caminamenti. Fati al tempo de la Ia Guerra Mondiale. Parecià se par disgrazia i Austriachi gavesse roto el Fronte sol Pasubio e sul Piave!!! Cuando che volivimo ndare sora al Monte, no ndavimo mia par la strada. Saltavimo la mura lì, vizin casa sua, e ndavimo su, pian pianelo, vardando ogni tanto dala parte de la casa dei Gamba. Cuando che volivimo saltare la mura, gavivimo da star tenti parché, in zerte parte, par sora ghe jera tochi de vero tacà cola malta. Ndove ca jerimo, desso ghe xe Via Galilei, Via Zin e Via Volta, fin soto al Bosco. Là, so cuel Bosco, ghemo visto, dal vero, on porzeleto rizzo!!! E ghe semo stà drio on ora, forse de pì, par zercar de ciaparlo!!! Giravimo, pian pianelo, par no sgrafarse le man e la facia parché jera pieno de russari. Na volta, là, sol Bosco de Gamba, cuasi, cuasi, gavarissimo ciapà on Ghiro. Co lo ghemo visto, el jera soto a on russaro. Silvano el gavea in man on baston (el se lo portava senpre drio), e con cuelo el ghe fasea paura al Ghiro, sbatendo el baston de cuà e de là!!! Nialtri, co lo ghemo visto, se ghemo meravejià! Savivimo che el Ghiro và in giro de note. Ma no volivimo chel ne scapasse come el porzeleto rizzo!!! El Ghiro se jera ranpegà su par na pianta de cassia. Se vedea la bela coa chel gavea. Piena de pelo griso co on poco de maron. Silvano el gà fato on salto. El ghe gà ciapà la coa co tute dò le man: “Lo go ciapà! Lo gò ciapà!!!” el zigava. Inveze ghe xe restà le man piene del pelo de la coa del Ghiro. Ma el Ghiro no lo ghemo pì visto!!! Lora, el Bosco rivava fin ala mura dela Vale e de drio la jera tuta tera dura fa sasso!!! Prima che fusse scomizià la terza casa Fanfani, cuela ndove che semo ndà stare mi e la me famejia, la Via Borgolecco la jera ncora da sfaltare!
Mi me ricordo ben! Cuando che i perseghi se maurava, chi che podea conprarli, i li magnava anca par strada. E dopo i butava via l osso. Sì, l osso del persego! La Festa del Rosario la vien, lora come desso, al sete de Otobre. Me mama la fasea senpre el Scrocante. Come???!
Schei par conprare le mandole no ghin jera! Cussì me mama ne disea, a mi e a me fradelo Albano, de catar sù i ossi dei perseghi e anca cuei dei armelini. Ghe jera dù mesi de tempo! La Via Borgolecco, no sendo sfaltà, jera la pì fazile par vedere on osso de persego o de armelin caminando e vardando par tera!
Co ghe jera bastanza ossi, gavivimo on marteleto, e se metivimo a spacare i ossi de persego e de armelin. Me fradelo scomiziava par primo parché jera fazile farse male i dei! Pal giorno prima de la Festa del Rosario, me mama la catava senpre on poco de zucaro, e no sò come che la fasesse, ma chel scrocante che la fasea el jera cussì bon che mi no ghinò mai magnà de conpagno!!! Se sentia el maretto dele semenze de persego e de armelin. Ma che la parte de zucaro caramelizà che la smisiava co le semenze dei ossi, el ghe dava on gusto cussì bon al scrocante, che anca me fradelo Luigi, chel xe cuà in Australia co mi, el se ricorda ncora anca lù. E lù, sendo nove ani pì vecio de mi, el nava anca lù, col jera picinin, a catar sù i ossi, ma lù el nava sù par Via Vaccari, parché alora stavimo zò ai Giardinetti. La Via Vaccari la jera sfaltà fin ala Canonica. Pì vanti, strada Bianca col giarin da le parte, come la Via Borgolecco. El stradin el contava che no jera mia fazile catare el ludron par sfaltare le strade! Me fradelo Luigi, calche ano fà, col jera pì zovane cuà a Balgownie, ndove chel stava, el gavea provà a farse parfin le ‘Conposte’.
No savì mia cossa che le xe le ‘Conposte’???! Mi co jero toseto, navo su par Via Monte Grappa, che la scomiziava ndove che ghe jera l Ostaria col zugo de le Bocce, par nare in corte de me santolo Scarpareto. Me mandava me mama par tore dò ‘Conposte’. Me santolo el me fasea nare co lù soto ala tezza ndove che ghe jera la tina che gavea drento le ‘Conposte’, in mojia cola Graspia. Le jera dù tochi de na verza tajià a metà e ligà co na stropa de salgaro. La Graspia, la xe fata co la ua, dopo che la jera stà strucà col Torcio. Stiani ghe jera depì contadini che se fasea el vin par tegnerselo so la so Caneva. Lora cuasi tuti gavea el Torcio.
Dopo che l ua jera stà schizzà, la vignea messa drento ala tina nsieme co l acua. Cussì vignea fora la Graspia. I omini che nava a tajiare l erba sui prà col fero da segare, i se portava drio dò tre zuche piene de Graspia. La jera mejio de acua s-ceta!!! E la vignea doparà anca par fare le Conposte. Se tajiava le verze a metà. Se fasea on buso col ciodo e se pasava drento na stropa de salgaro. Se fasea on gropo e le se metea a bagno ntela Graspia. Le saria stà pronte dopo on paro de setimane. E che bone che le jera, cote col museto e calche coezza de mas-cio!!! » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 26-01-2019)

Foto: Vecchi amici posano in via Borgolecco nel corso di una calda estate dei primi anni ’70 del Novecento (Cortesia Lino Timillero, rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA RISAIA DEI FRACANZAN

[247] LA RISAIA DEI CONTI FRACANZAN: UNA VERA OASI VERDE

Negli ultimi decenni del ‘500 la florida risaia dei conti Fracanzan, situata nell’antica contrà del Terraglio detta poi “Fracanzana”, destò l’ammirazione e l’invidia dei nobili Sangiovanni. A tal punto che questi signori, incoraggiati dai buoni risultati che i Fracanzan ottenevano da questa redditizia coltivazione, vollero convertire parte della loro possessione della Prà alla produzione dello stesso cereale. In quel tempo il riso era valutato sul mercato circa il 50% in più del frumento e nel corso del ‘600 esso valeva poco meno di 1 Ducato lo staio (circa 25 Kg). Da non trascurare che la resa di riso per ciascun campo era nettamente superiore a quella di altri cereali.
Purtroppo i Sangiovanni, pur avendo convertito il mulino della Prà in pilla da riso e destinati 32 campi vicentini alla coltivazione di questo cereale, non ne riuscirono mai a far decollare la produzione e la gestione. Ne è prova il continuo ricorrere a rinunce e nuove locazioni della risaia, presenti negli atti notarili dell’epoca che nascondono una certa insoddisfazione da entrambe le parti, sia locatori che locatari.
Di ben altro tenore era invece la gestione e la redditività della risaia dei Fracanzan che si estendeva per circa 25 campi vicentini.
Accadde che in quello stesso periodo venne a mancare Alovise Fracanzan e la vedova Laura subentrò al marito nella gestione della possessione della contrà del Terraglio, dimostrandosi subito capace e lungimirante.
La contessa affittò per 5 anni ai vicentini Bartolomeo Robustelli e GiacomoAntonio de’ Franchi i beni del Terraglio che assommavano a circa 65 campi, 25 lavorati a risaia e gli altri 40 votati alla produzione di frumento.
Qui di seguito alcuni passi dell’affittanza che dimostrano quanto la contessa Laura ci tenesse a mantenere ed incrementare il verde che circondava la risaia.

La locatrice sia tenuta a prestar a detti conduttori 360 stara di riso grezzo (circa 100 quintali – n.d.r) per semenza che saranno restituiti lo stesso anno (non si conosce la resa per ettaro in quel tempo, oggi è di circa 70 quintali – n.d.r).

Che detti conduttori siano tenuti a mantener l’edificio da pillar li risi in ordine.
Che detti conduttori debbano tenir ben conservato il terraglio aciò l’acqua non rompa, e pertanto debbano piantar ogni anno albari e salgari secondo il bisogno.
Che detti conduttori non debbano tagliare né permettere che siano tagliati da’ piedi (alla base – n.d.r.) arbori di sorte, ma solamente far bruscar.
Che detti conduttori debbano far mettere tutti li salgari e albari de tre anni in tre anni.
Che detti conduttori sian tenuti a far marcire tutte le paglie e gli strami.
Devono seminare 40 campi di frumento.
Che i conduttori debbano piantar ogni anno 100 belli oppi (aceri campestri – n.d.r.) emendando con essi le piante del brolo e dove sarà bisogno piantar de novo e contemporaneamente far emendar (dar sostegno – n.d.r.) con piantoni de salgaro le piante che sono attorno la risaia.
I conduttori dovranno pagare per il seguente anno 1572, DUCATI 1500 in tre rate: 500 a Natale, 500 nel marzo 1573 e 500 alla festa dell’Assunzione del 1573 e così di anno in anno.

Ne1 1573 Anna Fracanzan, figlia ed erede del defunto Alovise, sposò il nobile vicentino Odorico Pojana che subentrò alla suocera ed alla moglie nell’amministrazione dei beni del Terraglio. Questo lo si apprende dai documenti dell’epoca allorché il nobile Odorico venne avvisato che, in seguito alla fortissima grandinata del 7 giugno 1573 in località san Pietro, la risaia aveva subito gravi danni. Il disastro era stato causato dall’inondazione dell’Aldegà-Chiampo, che rotto l’argine di sinistra e demolite le roste, aveva trasportato acqua e melma nella risaia. Il danno patito dai conduttori Bartolomeo Robustelli e Jacopo Calderari (quest’ultimo subentrato a GiacomoAntonio de’ Franchi), ammontò a staia 85 di riso. Giuste le stime prodotte da Piacentino del fu Giuseppe Cenzati (fittavolo della risaia dei Sangiovanni), da Michele Casale suo risaro, originario di Ronco all’Adige, da Gio.Pietro Chiozini, pure lui di Ronco all’Adige, risaro dei Fracanzan.
Una ventina di anni più tardi si verificò un’altra alluvione talmente catastrofica da spazzare via le colture e la Strada Regia che univa il ponte della Fracanzana a quello del Marchese sulla sinistra Aldegà-Chiampo (questa arteria verrà ripristinata solo dopo il 1920 – n.d.r.).
Forse fu questo il colpo di grazia inferto alla risaia del Terraglio poiché, dai primi anni del ‘600 e a seguire, non vi sono citazioni di sorta che parlino della sua esistenza né di altre in Montebello.

OTTORINO GIANESATO

Nota: Questo scritto è un’integrazione del n° 21’ pubblicato nel sito degli “Amici di Montebello” del 28 gennaio 2018
Foto:
L’area della Fracanzana di Montebello Vicentino come si presenta al giorno d’oggi (Umberto Ravagnani – 2016).

Umberto Ravagnani

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LA CASARA DEI SANGIOVANNI

[246] L’ANTICA CASARA DEI SANGIOVANNI A MONTEBELLO

Nel ‘500 diverse nobili famiglie vantavano in Montebello consistenti beni immobili, tra queste spiccava quella dei fratelli conti Sangiovanni, ossia Gaspare, Giorgio e Leonardo. Come appare nell’estimo del 1545, i suddetti fratelli controllavano poco meno di 300 campi, con il gioiello di famiglia, la “possessione della Prà amministrato da Leonardo.
Si sa che l’11 novembre 1552, Jeronimo Sangiovanni, nel frattempo subentrato nella proprietà sopra menzionata al padre Leonardo, con un rogito del Notaio Daniele Roncà diede in locazione temporanea a tale Giovanni de Scandolis di Montagna Comune di Chiesa Nuova (oggi Boscochiesanuova, comune veronese – n.d.r.) una vera e propria mandria di 34 mucche valutata 170 Ducati. Questo contratto fu messo nero su bianco nel palazzo dei Sangiovanni in contrà Borgolecco ed aveva la durata di 5 anni.
In questo lustro il conduttore de’ Scandolis doveva custodire e pascolare gli animali senza alienarli, con patto che alla fine di questo periodo, cioè il 29 settembre, giorno di san Michele, se il Sangiovanni non gli avesse rinnovato l’accordo, avrebbe potuto scegliersi e tenersi 4 vacche da latte. Al contrario se a recedere fosse stato de’ Scandolis, la festa di san Bartolomeo, il 24 agosto, ossia circa un mese prima della scadenza, questi avrebbe dovuto darne avviso al locatore. Quindi, il 29 settembre, de’ Scandolis avrebbe restituito la mandria di 64 mucche unitamente ad ulteriori 4 tra quelle da lui possedute.
Prima del periodo estivo Giovanni de’ Scandolis avrebbe portato la mandria a pascolare sulla montagna veronese nei prati posseduti dai Sangiovanni.
Dopo la transumanza, in autunno ed inverno, durante la permanenza della mandria nelle stalle della Prà in Montebello, sarebbe stato compito del locatore fornire a de’ Scandolis il fieno ben secco e sufficiente preventivamente tagliato e stivato nelle tezze durante l’estate. Con l’accordo che Il foraggio fornito sarebbe stato pagato dal conduttore de’ Scandolis in ragione di 9 lire e mezza al carro (circa 8 quintali – n.d.r.) in tre diverse rate: la prima alla festa di Pasqua, la seconda il 24 giugno, san Giovanni Battista, la terza il 29 settembre, san Michele. Come “onoranze” ogni singolo anno il conduttore avrebbe avuto l’obbligo di fornire al conte Sangiovanni un vitello del peso di almeno 90 libbre (circa 40 chili – n.d.r.) oltre a 2 “caldieredi latte al tempo della Quaresima.
In contraccambio di dette “onoranze” Jeronimo Sangiovanni avrebbe dato, ogni singolo anno, mezzo carro di vino nero buono (circa 460 litri – n.d.r.) e sufficienti legna e paglia per uso dello stesso locatario durante lo svernare in Montebello.
Il 6 maggio 1553, con un nuovo atto del notaio Daniele Roncà, si procedette all’assegnazione da parte di Jeronimo Sangiovanni di tutte le attrezzature necessarie per la lavorazione e trasformazione del latte a Giovanni de’ Scandolis. Il tutto ben elencato in un lungo inventario.

INVENTARIO DEGLI ATTREZZI DA “CASARO” DATI A GIOVANNI DE’ SCANDOLIS

1          caldiera grande, del peso (manca il peso – n.d.r.);
1          agrarolo (agra = siero inacidito con farina gialla ed altri ingredienti per ottenere la puina (ricotta);
1          burchio novo (zangola per agitare il latte e ottenere il burro – n.d.r.);
1          squassaro tebio (scolatoio dell’acqua);
2          conche de ramo;
19        conche de legno;
1          colo de ramo (imbuto di rame con fori);
3          carrote (la ricotta è detta puina o carrota e le carrote sono recipieni per scolare la ricotta);
43        carrotini piccoli;
4          secchi di legno da vaccaro (per la mungitura del latte);
1          secchio grande da pozzo;
20        fassare: in parte grandi e in parte piccole (fasce sottili di legno, solitamente castagno, con le quali contenere il             formaggio fresco di produzione e ottenere le forme di formaggio;
2          coppe;
1          smalzarola (smalzo = burro);
1          mestraroro (mestolo);
1          scoaro (scolatoio);
2          telle da burato (tele per filtrare il latte);
1          cagiarola piena di cagio (recipiente per il caglio);
1          salaro (recipiente per il sale);
2          carrete (carri particolari tirati da mucche).

Da questi atti notarili si evince che la casara presso “La Prà di Montebello” era attiva solo durante le stagioni dell’autunno e dell’inverno poiché durante l’estate la mandria si trovava in montagna dove il casaro provvedeva sul posto alla trasformazione del latte. Ma in quel di Boscochiesanuova Giovanni de’ Scandolis utilizzava l’attrezzatura fornitagli da Jeronimo Sangiovanni? Il formaggio prodotto in alpeggio era totalmente di sua proprietà o avrebbe dovuto in seguito dividere i proventi con Sangiovanni? Il rogito non ne fa menzione.

E’ anche pur vero che se Giovanni de’ Scandolis durante la permanenza in Montebello doveva pagare il foraggio al conte Sangiovanni significa che i proventi del latte sarebbero stati di sua spettanza e il prezzo del fieno liquidato al conte per alimentare la mandria rappresentava il fitto dovuto. Ne è prova che ogni anno, durante la Quaresima, de’ Scandolis come onoranza dava al locatore 2 caldiere da lui prodotte alla Prà.

OTTORINO GIANESATO

Foto: La Prà di Montebello Vicentino come si presenta oggi (Umberto Ravagnani – 2013).

Umberto Ravagnani

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GRAN PREMIO CESARE FRACCARI

[245] 1952 GRAN PREMIO “CESARE FRACCARI”


Alla fine di giugno del 1952, come da tradizione centenaria, Montebello si preparava a celebrare la tradizionale Festa di San Giovanni. In quell’occasione il benemerito montebellano CESARE FRACCARI, generoso benefattore dell’Ospedale San Giovanni Battista (oggi Casa di Riposo), che da decenni teneva alto, come animatore e promotore di competizioni sportive, il buon nome del nostro paese, volle organizzare una corsa ciclistica valevole quale prova di Campionato Regionale per Dilettanti Seniores-Juniores. La gara prevedeva un percorso di Km. 167,400.
Cesare Fraccari, grand’ufficiale del lavoro (commendatore), da molto tempo residente a Milano dove gestiva il suo “Banco dei Metalli Preziosi S.p.A” e dove si era imposto per la sua attività, non aveva dimenticato la nativa Montebello. Riprendendo una tradizione sportiva che risaliva a prima della guerra, regalava domenica 29 giugno 1952, ai suoi concittadini, una corsa ciclistica tra le più belle dell’anno. Per l’occasione, faceva conoscere Montebello ai suoi amici del Rotary Club di Milano che portava sempre con sé. La competizione, con partenza e arrivo a Montebello, prevedeva molti premi importanti:

60.000 Lire di premi individuali;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” del valore di 50.000 Lire da assegnare ai migliori classificati entro i primi 5 arrivati;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” del valore di 30.000 da assegnarsi alla società avente il maggior numero di arrivati in tempo massimo;
– una coppa in argento massiccio Gran Premio “Coppa Cesare Fraccari” da assegnarsi al corridore 1° classificato che avesse segnato il miglior punteggio sulle salite di Lusiana e Passo Xon;
– Lire 4.000 al secondo classificato;
– Lire 2.000 al terzo classificato.1

Le coppe in argento massiccio erano tutte di produzione della “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C.2

Ecco, in una breve sintesi, la cronaca della corsa dal Giornale di Vicenza del 2 luglio 1952: « Il percorso era stato studiato per promuovere una severa selezione. Le previsioni erano queste: gruppo compatto fino a Marostica, quindi una prima selezione sulla lunga ma non molto dura salita che conduce a Lusiana. La corsa si sarebbe dovuta decidere sull’altra salita più breve, ma più faticosa anche per la distanza, di Passo Xon. I concorrenti si sono incaricati di rovesciare queste previsioni, nel senso che già prima di Bassano si erano fatti avanti i migliori, che sono rimasti insieme o molto vicini nelle salite, e hanno poi raggiunto il traguardo in piccolo gruppo mentre gli altri erano lasciati lontani stroncati dalla classe superiore dei primi e stancati anche dal caldo tremendo. La corsa è stata caratterizzata da tre successive fasi. Il via alla prima di queste fasi è stato dato subito dopo il passaggio da Vicenza di Pavaro che allunga e guadagna duecento metri. Nella sua scia si incollano Meneghini, Coltro, Furlan e Pagliarin i quali raggiungono il fuggitivo, passano nell’ordine al traguardo a premio di Cittadella. A Bassano, dove di nuovo passa per primo Meneghini, i cinque sono ancora in fuga, ma si fanno sotto Frighetto, Pavaro, Uliana e Tognon sulla salita per Lusiana, seconda fase: Pagliarin lascia i compagni e tenta una bellissima fuga che continuerà per più di cinquanta chilometri, guadagnandosi il premio in palio per il miglior scalatore della corsa. Al traguardo della montagna di Lusiana Trombin e Conte passano a due minuti da Pagliarin, quindi a brevi intervalli seguono Pavaro, Furlan, poi Modena e Uliana, poi Tognon e Tormena mentre più staccati sono Meneghini, Girardi, Righetto, Bertozzo e altri. Nella discesa i coraggiosi Favero, Trombin e Furlan devono arrestarsi per guasti e così in testa si forma – terza e ultima fase – un gruppetto di cinque corridori all’inseguimento di Pagliarin. Essi sono Conte, Modena, Tognon, Uliana e Tormena. Dopo Thiene il fuggitivo, un po’ provato, rallenta e si lascia raggiungere. Sulla salita di Passo Xon passa primo Tormena e Pagliarin, che segue al terzo posto a breve distanza, conquista anche il premio della montagna. Discesa vertiginosa verso Recoaro il nostro ciclista Girardi compie prodigi di abilità e verso Valdagno dove Uliana vince il premio di traguardo. Le posizioni non mutano fino a Montebello. Qui grande folla – tra cui sono 230 milanesi che hanno accompagnato il gr. Uff. Fraccari – attende l’arrivo. Uliana batte facilmente i cinque compagni; gli altri giungono con distacchi assai sensibili. Ottima l’organizzazione, curata da dall’U.S Giuseppe Cederle di Montebello, dal suo presidente Pietro Clerici e dal segretario rag. Mario Zanin. La corsa è stata seguita dal commissario dell’U.V.I. Adriano Pittarin e dal Presidente di giuria Spartaco Avanzini. »3

Per la cronaca il trevigiano Uliana vinse la gara di 167,400 Km. per la coppa “Cesare Fraccari” alla media di 34 orari.

Foto:
1) Cesare Fraccari si prepara a dare il via alla corsa in Piazza Italia a Montebello (APUR – Elaborazione grafica Umberto Ravagnani).
2) Busta, spedita il 23-04-1952, contenente un pieghevole pubblicitario relativo alle varie lavorazioni effettuate dalla società “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C. (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Note:
1) Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza, “Gran premio Cesare Fraccari: valevole quale prova di campionato regionale per dilettanti Seniores-Juniores, U.S. Giuseppe Cederle Montebello Vicentino, 1952.
2) La Società per azioni “Metalli Preziosi S.p.A.” di Cesare Fraccari & C. aveva la sede centrale in Via Mercanti e lo stabilimento metallurgico in Via Voghera, sempre a Milano. Aveva, inoltre, filiali a Valenza, Genova e Roma, una consociata a Verona e vari rappresentanti a Torino, Firenze e Palermo.
3) Riassunto dal Giornale di Vicenza del 2 luglio 1952 (Emeroteca della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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ESCURSIONE AL PONTE DI SANT…

[244] “ESCURSIONE” AL PONTE DI SANT’EGIDIO

L’8 febbraio 1629, la missione di un gruppo di persone che da Vicenza si recò a Montebello in visita al ponte sul Guà di Sant’Egidio certamente non si fece mancare nulla. Dopo le numerose piene, urgeva che qualche esperto verificasse le condizioni statiche del manufatto duramente provato e con grave minacciava di crollare.
Per l’organizzazione di questo viaggio fu nominato un responsabile, tale Ippolito Bozza, sempre di Vicenza, che doveva provvedere, oltre che ai mezzi di trasporto e al vitto, anche alla sicurezza dei partecipanti. Tra questi ultimi il conte Girolamo Godi e Alessandro Trenti in veste di supervisori.
Per il vitto, Ippolito Bozza, forse per non dover dipendere totalmente da quanto Montebello poteva offrire in quegli anni di carestia, o forse perché tra i partecipanti c’erano delle buone e nobili forchette, pensò bene di procurarsi in città quanto necessario. Solo un anno più tardi scoppiò la peste di manzoniana memoria, preceduta e aggravata da lunghi anni di penuria alimentare.
Il “capo gita” , dopo aver sborsato 40 Troni per il noleggio di due carrozze, sufficienti a trasportare i 12 partecipanti alla “missione”, passò all’acquisto delle vettovaglie da consumarsi quella giornata.
Comperò pertanto “un gallo d’India” (tacchino – n.d.r.) del valore di 4 Troni e altri 7 ne pagò per della non quantificata carne di vitello “a lesso et rosto”.
Vi aggiunse “due capponi” del valore di 5 Troni e non poteva mancare “il figà di vitello et mas-cio per Troni 16 (fegato di vitello e maiale – n.d.r.)
Forse per la merenda, procurò “un salado in budel gentili” (salame – n.d.r.) per la cifra di 2 Troni e del “formaglio bresciano” (formaggio – n.d.r.) del valore di 48 Soldi ossia 2.8 Troni. Il tutto da mangiarsi con del “ pan di Vicenza” pagato 2 Troni.
Immancabile la frutta per il fine pasto costituita da “peri garzegnoli” (allora tipici frutti di S. Giovanni Ilarione – n.d.r.) del valore di 12 Soldi.
Tutto questo ben di Dio fu consegnato, all’arrivo a Montebello, all’osto che doveva preparare e cuocere le pietanze, e per questo scopo, non fu mancato di consegnare anche “naranzi , canella, et garofoli (chiodi di garofano – n.d.r.)
Dalla nota delle spese redatta a fine giornata da Ippolito Bozza, si apprende che l’oste in Montebello fu remunerato con Troni 10.8 per “pan, vin, fuogo (fuoco – n.d.r.) , riscaldare il cucinato, accomodar de’ piatti et altro.
Furono poi sborsati 8 Soldi per una “buona mancia” fatta ad un “famiglio” (inserviente – n.d.r.) e Troni 1.12 per “il stalazo de’ cavalli” (custodia e sosta dei cavalli – n.d.r) nonché “legna et carbon per cusinare la suddetta roba”.
La “missione” venne complessivamente a costare Troni 80.6

Non poco se si pensa che in quel tempo la somma sopra indicata rappresentava la paga di quasi 3 mesi di un lavoratore dei campi.
La visita servì solo a constatare e confermare quanto assodato tre anni prima dai periti veneziani Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro e che cioè andavano ridotti gli spessori dei piloni del ponte per far meglio defluire le acque delle piene. In seguito non si fece però alcun intervento, ed ecco spiegato lo scopo di questo nuovo sopralluogo nel 1629.
Con il risultato che una settimana più tardi, il 15 febbraio, il perito Ercole Peretti produsse un disegno del ponte con le opportune modifiche da apportare per impedire il repentino innalzarsi dello strato della ghiaia che aveva otturato due terzi degli archi del manufatto.

OTTORINO GIANESATO

Foto: Il canale di scolo del Bacino sfocia nel Guà, nei pressi del ponte di Sant’Egidio, in una foto del 2007 (Umberto Ravagnani).

Disegno: 1629 – Riproduzione manuale del disegno originale del ponte di Sant’Egidio fatto dal perito Ercole Peretti (Ottorino Gianesato)

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (2)

[243] BORGOLECCO STORY (2)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Cuindese metri pì vanti de la casa de Luigi, ghe jera el Fornaro, ndove che se nava tore el pan e anca el pan biscotto. On poco pì vanti, da che l’altra parte dela strada, ghe stava Arigo. El gavea na sorela e on fradelo, tuti dù pì veci de lù. Anca Arigo el zugava co nialtri. El jera magro come on cavreto ma el corea che nesun podea ciaparlo! Me ricordo ncora desso che so popà el piturava le case. El se metea tute le so robe, penei, busoloti de pitura e de solventi so on careto fato co dò rue de bicicleta, col manego da poder tacarlo ala so bicicleta, e con cuelo el nava a laorare. E xe capità che, na volta, par on paro de setimane, no se gà pì visto nissun! Arigo nol vignea pì a zugare e gnanca a scola. No se vedea pì gnanca so fradelo, so sorela, so mama, e so popà nol nava pì da nisuna parte col so caretin. Lora semo vignù a savere che tuta la famejia jera partia pal Venezuela!!! Se i xe ncora là, che el Signore el ghe vojia on poco de ben! Al giorno de oncò, el Venezuela el xe un dei posti pì bruti par stare on poco da Cristiani. E xe da on puchi de ani che la và senpre pezzo in Venezuela. Tuti, cuei che pole farlo, i zerca de scapar via dal Venezuela! E no xe che i possa nare a star tanto de mejio!!! El secondo de i me fradei, Gioanin, chel xe nato ntel mile novezento e trenta, (1930) el me contava che, ncora prima che mi nasesse, lù el nava a nparare a fare el fornaro. Lì dal fornaro de Via Borgolecco! Stiani, par magnare, se gavea da far de tuto: Gioanin jutava el fornaro e lù el ne dava el pan da magnare. Stavimo ncora ntela casa col porton de fero grande, so la destra dei Giardinetti. Par nar dal fornaro ala matina presto, ghe tocava nare par la stradela e sù fin ala Via Borgolecco. Me fradelo el me contava che la Guerra la nava zà vanti da on ano. El vecio fornaro el gavea on fiolo chel jera partio par la Guerra, ma no se savea gnanca ndove chel jera finio: forse in Grecia o forse in Africa. Cussì, pena che rivava le nove dela matina, el vignea mandà al Comune par vedare se fusse rivà calche letara del fiolo. So le scale del Municipio ghe jera senpre tanta zente a spetare… In tenpo de Guerra la nava male par tuti!!! E son anca vegnù a savere che el toco de Via Borgolecco, che dala Piazza riva fin ala curva ndove che ghe xe la ‘Casa dei Dalmaso’, no la se ciamà pì Via Borgolecco, ma Via Marconi. Cussì, par cuei che no i sà gnente del canbiamento, ghe sarà on poca de confusion!??? Ntel mile novezento e trenta sete (1937), a metà de chel toco de Via Borgolecco, ghe jera la ‘Casa del Fascio’. El diese de Setenbre, co xe stà fati i ‘Funeralì al Generale Giuseppe Vaccari, el ‘Feretro’ el jera rivà da Milano e messo drento ala ‘Casa del Fascio’. A Milano jera zà stà fate le ‘Onoranze’. In Via Borgolecco xe ndà a onorare el Generale Vaccari tuti i Montebelani che volea farlo. Dovemo nmaginarse che se jera in pieno ‘Periodo Fascista’! L’Italia gaveva l’“Impero”!!! E dala Via Borgolecco xe partio el Funerale, co cussì tanti Soldà, e Generali tuti nmucià che i sié cavai che tirava “l’Affusto” del canon co la cassa da Morto sora, i ciapava paura e no se jera boni a tegnerli chieti. Ala parte de drio dela ‘Casa del Fascio’, ghe jera el canpo de Calcio ndove che la ‘Gioventù Fascista’ fasea i esercizi e le marce. E anca i ‘Balilla’ e ‘Figli e le Figlie della Lupa’, Cuando??? Durante el ‘Sabato Fascista’!!! Ntel mile novezento e trenta nove (1939), me popà el xe stà “Richiamato”. El gavea zà cuatro fioi, Vittorio, Gioanin, Luigi e Adelino. E a Bepi ghe gà tocà nare in Albania parché l’Italia la xe ndà a “Invaderla”! Me vien da star male desso, solo a pensarghe! Come gavarala fato me mama a tirar vanti la famejia?!!! Dopo, tanto pì tardi, chel toco lì de Via Borgolecco, el servia anca par fare el ‘Mercà’ ogni Mercore dela setimana. Me ricordo mì. Co laoravo da ‘Pellizzari’, a mezogiorno navo casa a magnare. E pasavo infrà i banchi dei negozianti che scomiziava a metter via le mercanzie. Ghe jera ncora calchedun che girava par far calche afare, ma oramai cuel che jera stà vendù jera stà vendù!!! Me piasaria domandarghe a calche dun de cuei che semo nà scola nsieme se xe vero cuel che i me gà dito del nostro maestro. Silvano, Lorenzo, Luigi, Franco, Roberto, Walter, mi e tanti altri, gavivimo par maestro el signor Perticone. El ne gavea nsegnà cussì ben che, cuando che ghemo fato i esami de cuinta, i dù Maestri de la Commissione i volea Bocciarne tuti. Uno dei Maestri de la Commissione el jera so popà de Lorenzo, e che laltro, el jera me fradelo Gioanin, (nol jera pì nà a fare el fornaro…). Cuel che i me gavea dito, l’ultima volta che jero stà a Montebello, (1988), xe na roba da gnanca credarghe!!! El maestro Perticone nol gavea nissuna licenza Magistrale. La scusa la jera che la Guera e i bonbardamenti ghe gavea fato perdere “tutti li documenti”, “bruciati e dispersi” in Sicilia. Cussì, dala seconda clase, fin ala cuinta, nialtri tusiti de la Via Borgolecco e de le altre Vie del Paese, semo nà a scola dal maestro Perticone e no ghemo nparà n acca stracca. Anca lu, el maestro Perticone, co la so famejia numerosa, el stava de casa in Via Borgolecco. Sol apartamento dela casa Fanfani ndove che stava Roberto. Al piano tera. Co jerimo in cuinta clase, el Governo gavea deciso de fare la Scuola Media Obbligatoria. A Montebello, el Comune no gavea Insegnanti par le Medie. Cussì xe stà fata la VIa Classe Mista, ‘Ad Interim’. Che volea dire: finché no se catava Insegnanti ed Edificio, se dovea fare la VIa Mista. So sorela de Gianni Mazzocco, Dina, la jera una dele tose. La clase la jera n aula vizin a ndove che stava el ‘Bidello’ Conterno, so popà de Paolino. Zà lora i Conterno laorava a far Tombe e conpagnia bela. El fiolo pì vecio se ciamava Claudino, grande, coi caviji rizzi. Dopo ghe jera Luigina e Terenzio, naltra sorela e Paolino. Na volta, parché na Domenega gaveo fato barufa co un dei Fattori che stava de là del Casteleto, co semo nà scola al Luni, calche dun ghe lo gà dito al maestro. Lù, parché el se conosea col maestro Fattori, el gà mandà ciamare la Luigina Conterno parché la me portasse casa. Par castigo! Luigina la conoseva me mama da cuando ca stavimo vizin ai Giardineti, e anca mi che navo a zugare co so fradelo Paolino. Lora, co la gà dovesto portarme casa, stavimo so una de le case de Via Borgolecco, pasà la Ostaria col zugo de le bocce. (Desso lì ghe xe el “Vicolo Vivaldi” de risigo al muro dela casa “ristruturà”!) Me mama no la jera gnanca casa. Luigina la me gà dito de sentarme sol scalin e de dirghe a me mama che me fasea male la panza. E de no dirghe che el maestro el jera mezzo mato! » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 19-01-2019)

Foto: Il lungo corteo al funerale di Giuseppe Vaccari in Via Borgolecco a Montebello (ora Via Marconi), il 9 settembre 1937 (elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I DECORATI DELLA 1a GUERRA M…

[242] I DECORATI DI MONTEBELLO DELLA 1a GUERRA MONDIALE

Un vecchio detto recita “chi dimentica la Storia è destinato a ripetere gli errori del passato” e oggi è tanto più importante perché, parlando della prima guerra mondiale, la nostra comunità è sempre più privata della voce diretta dei protagonisti, i soli in grado di raccontare fedelmente i fatti accaduti. Non resta che la Storia, quella dei grandi storici ma, nondimeno, quella che nasce dalla passione e dall’impegno di chi, in una piccola comunità locale, conosce l’importanza di tramandare, far rivivere fatti accaduti, ricordare personaggi più o meno importanti. Vi presentiamo oggi, dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”, l’elenco dei decorati al Valor Militare nella guerra 1915-18 e nella campagna di guerra italo-turca del 1911-12. Giusto per non dimenticare il loro sacrificio:

ABBREVIATO GIUSEPPE classe 1895 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 1
BATTISTELLA GIUSEPPE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
BATTISTELLA RAIMONDO classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
BELTRAME PIETRO classe 1889 – decorato con medaglia di BRONZO
CENZATTI GIUSEPPE classe 1892 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
CESARINI MARIO classe 1896 – decorato con medaglia d’ARGENTO 1
COLLALTO SANTE
classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
COSTA ARTURO classe 1876 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 2
COZZA DAVIDE
classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO
DONATI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
FELTRE PIETRO classe 1885 – decorato con medaglia di BRONZO
FLORIO GIUSEPPE classe 1897 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
FREALDO RODOLFO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra)
GOLLI GIOVANNI classe 1890 – decorato con medaglia d’ARGENTO
GUARDA ILARIO classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO 3
MARANA EUGENIO
classe 1895 – decorato con medaglia di BRONZO (caduto in guerra) 3
NICOLETTI SILVIO
classe 1892 – decorato con una medaglia d’ARGENTO e una di BRONZO 3
ROSA LUIGI
classe 1894 – decorato con medaglia di BRONZO
SCHIAVO SILVIO classe 1898 – decorato con medaglia di BRONZO
SOLDA’ VITTORIO classe 1893 – decorato con medaglia di BRONZO
TONELATO LUIGI classe 1893 – decorato con medaglia d’ARGENTO (caduto in guerra)
Gen. VACCARI GIUSEPPE classe 1866 – decorato con una medaglia d’ORO e due d’ARGENTO (un’altra d’ARGENTO guadagnata nella Campagna di guerra Italo-Turca del 1911-12)

Dai fogli matricolari dei soldati che hanno combattuto la Grande Guerra, si evince che, in precedenza, alcuni di loro erano stati impiegati in Libia nella Campagna Italo-Turca del 1911-12. In questo conflitto si era distinto l’allora Maggiore dei Bersaglieri Giuseppe Vaccari, decorato con medaglia d’argento, ma altre due medaglie erano state assegnate ad altrettanti soldati montebellani. Ad essere premiati DONATI GIOVANNI classe 1890 con medaglia d’ARGENTO e DOTTO ERNESTO classe 1891 con medaglia di BRONZO.

Note:
1) ABBREVIATO GIUSEPPE figlio di Cecilio (cantoniere ferrovario) e Barcaro Luigia. Nato a Montebello Vicentino il 15/4/1895. Residente a Montebello in Contrà Vigazzolo – non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché la sua famiglia era emigrata altrove. L’Archivio Anagrafico di Montebello segnala il suo matrimonio avvenuto il 24/11/1920 a Badia Polesine in provincia di Rovigo dove era quindi emigrato ancora bambino. Ancor oggi le uniche famiglie Abbreviato esistenti in Italia si trovano nella provincia sudddetta. Abbreviato Giuseppe ha partecipato alla Grande Guerra nel V° Reggimento Bersaglieri ciclisti.

CESARINI MARIO figlio di Metello (custode idraulico ?) e Fuselli Eulalia. Nato a Montebello Vicentino il 2/4/1896. Residente a Montebello – come Abbreviato Giuseppe non figura tra i residenti nello Stato d’Anime del 1899 della Parrocchia di Santa Maria perché emigrato ancora bambino con la famiglia. L’Archivio dell’Anagrafe di Montebello segnala il suo primo matrimonio avvenuto nel 1927 ed il secondo nel 1951 a Bologna (aveva ottenuto il divorzio dalla prima moglie) Cesarini Mario ha partecipato alla Grande Guerra nella Fanteria.

2) COSTA ARTURO Figlio di Giuseppe e Pianton Teresa. Nato a Montebello Vicentino il 28/4/1876. Residente a Montebello Vicentino (morto a Usumbura – Congo Belga il 25/9/1943).
1/12/1893: Soldato volontario nel 6° Reggimento Bersaglieri  –  Plotone Allievi Sergente per la ferma di anni 5;
31/5/1894: Promosso Caporale;
16/2/1896: Destinato alle Regie Truppe  partenti per l’Africa nel Battaglione Bersaglieri –  partito il 19/2/1896;
28/6/1896: Cessò di far parte delle Regie Truppe d’Africa per riduzione d’organico;
30/6/1896: Nel 6° Reggimento Bersaglieri con l’obbligo di ultimare la ferma in corso;
31/10/1898: Nella Scuola Militare – 5/1/1899  ammesso alla rafferma triennale nel 6° Reggimento Bersaglieri;
8/9/1900: SOTTOTENENTE nel 1° Reggimento Bersaglieri (allo scoppio della guerra 1915-18 è CAPITANO).
Decorato con una medaglia d’Argento e una di Bronzo al valor militare  nella guerra 1915-18.

3) MARANA EUGENIO E NICOLETTI SILVIO sono stati omessi da Bruno Munaretto nelle ”Memorie Storiche di Montebello” forse perché erano nati rispettivamente a Montecchio Maggiore e Castelgomberto, paesi nei quali sono elencati nel libro dei decorati vicentini. Non sono univoci i criteri adottati da coloro che negli anni venti hanno redatto il libro appena citato perché, a smentire quanto appena scritto, Beltrame Pietro, nato a Nogarole, è nella lista dei decorati di Montebello Vicentino!

GUARDA ILARIO figlio di Luigi non è stato elencato da Bruno Munaretto perché si trova tra i di decorati di Agugliaro. È chiaro che i compilatori dei ruoli matricolari hanno confuso Agugliana con Agugliaro, errore che si è poi ripetuto nei bollettini del “Nastro Azzurro”. Ilario era nato ed era residente a Montebello alla chiamata alle armi. Coincide il corpo di appartenenza del suo ruolo matricolare con quello dell’elenco del “Nastro Azzurro”: 8° Reggimento Artiglieria Campale.

(Dal libro di OTTORINO GIANESATOI SOLDATI DI MONTEBELLO CHAMATI ALLE ARMI NELLA GUERRA 1915-18”)

Foto: Cartolina postale che mostra il monumento ai caduti di Montebello dello scultore Giuseppe Zanetti inaugurato il 16 novembre 1924, uno dei più belli del vicentino (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA FERROVIA A MONTEBELLO!

[241] LA FERROVIA PASSA DA MONTEBELLO!


La storia della linea ferroviaria Milano-Venezia, detta la “Ferdinandea” dal nome dell’Imperatore Ferdinando I d’Austria, inizia nel 1835, durante la cosiddetta “seconda dominazione austriaca” del Lombardo-Veneto.1 Costituitasi una società di imprenditori (una cordata si direbbe oggi) a Venezia, appunto nel 1835, ad essa se ne aggiunsero alcuni altri, di Milano, nel corso dell’anno successivo. Con il primo Congresso di Verona della nuova società, il 26 maggio dello stesso anno, venne presentato un progetto di massima della strada ferrata Milano-Venezia. Erano passati solo 12 anni dall’inaugurazione di quella che viene considerata la prima linea ferroviaria, tra Shildon e Stockton, nel nord-est del Regno Unito, lunga circa 40 km.
Intorno al 1840 il nuovo progetto fu sottoposto ad approvazione imperiale e la relativa Sovrana Patente di privilegio 27 novembre 1840 per l’I. R. Strada Ferdinandea Lombardo-Veneta (concessione), venne pubblicata nella Gazzetta privilegiata di Milano il 16 luglio 1841.
La Ferdinandea fu costruita per tratti e il primo tronco ad essere completato ed inaugurato, il 12 dicembre 1842, fu quello tra Padova e Marghera. Il ponte sulla Laguna Veneta fu invece aperto l’11 gennaio 1846; in precedenza la città veneta era comunque collegata alla linea ferroviaria grazie ad un servizio su natanti diretto a Marghera. In  successione furono poi aperti i tratti Padova-Vicenza (11 gennaio 1846) e Milano-Treviglio (15 febbraio 1846). La Prima guerra di indipendenza rallentò la costruzione degli altri tratti: il Verona-Vicenza fu inaugurato il 3 luglio 1849, seguito dal Coccaglio-Brescia-Verona (22 aprile 1854) e dal Coccaglio-Bergamo-Treviglio (12 ottobre 1857). Il percorso originario era lungo 285 km e prevedeva il passaggio lungo la direttrice Treviglio-Bergamo-Brescia. Con l’inaugurazione del tronco diretto Rovato-Treviglio, avvenuta il 5 marzo 1878, la ferrovia assunse l’attuale fisionomia.
L’intero progetto della Strada Ferrata Ferdinandea era stato assegnato all’Ing. Giovanni Milani di Verona, il quale nel 1840, nel suo libro “Progetto di una strada a guide di ferro da Venezia a Milano”, descrisse l’intero percorso con notevole dovizia di particolari. Per la parte che interessa il nostro territorio, il Milani, rileva un problema di non poco conto, cioè l’attraversamento del torrente Guà, il quale presenta degli argini molto alti, che potrebbero elevarsi ulteriormente in futuro. Per superare questo ostacolo propone la costruzione di una galleria sotterranea di circa 100 metri, la quale avrebbe risolto tutti i  problemi di natura orografica.
Era l’idea iniziale quella di scavare un tunnel sotto il torrente ipotizzando minori difficoltà e una spesa più contenuta, ma alla fine, riconsiderati i costi per quel tipo di operazione, nel suo progetto definitivo proporrà la costruzione di un lungo ponte che permettesse  di minimizzare le pendenze. Ma vi era un altro importante problema da risolvere, e cioè la proposta del conte Pietro Giovanelli, personaggio molto importante di Lonigo, nonché Presidente della parte Veneta della società ferroviaria, il quale propendeva a far passare la ferrovia per Lonigo anziché per Montebello, come prevedeva il progetto dell’ing. Milani. Il conte Giovannelli proponeva che la linea, una volta passata la stazione di Altavilla, proseguisse per Meledo e Sarego parallelamente al torrente Guà e alla sua sinistra, attraversandolo nel punto di confluenza con il ‘fiumicello’ Brendola,  per giungere poi a Lonigo e da qui proseguire per San Bonifacio.
In un verbale di seduta del 2 marzo 1844, emesso dalla Direzione della “Ferdinandea”, documento del quale lo storico leonicense Egidio Mazzadi scrive di possederne una copia, sono molto evidenti le divergenze tra il conte Pietro Giovanelli, Presidente della Sezione Veneta, e l’ing. Milani relativamente al percorso che la ferrovia dovrebbe fare tra Altavilla e San Bonifacio: il conte Pietro Giovanelli ritiene che la linea ferroviaria debba passare per Lonigo, per proseguire poi verso San Bonifacio, perché “… a Lonigo fan capo gli  abitanti d’altre città e grosse importanti borgate, come sono Cologna, Montagnana, Noventa, Sossano” e prosegue “… Quello che più importa è la rilevanza del commercio, sotto il qual punto di vista Lonigo ha una grande superiorità sui paesi intorno, su Montebello e S. Bonifacio per le strette sue relazioni con Vicenza, con Verona, e con paesi della Lombardia, specialmente pei traffichi [sic] delle sete e dei vini.” Parlando del nostro paese, invece “… Montebello non ha mercato che una volta per settimana, e anche questo poco importante” mentre “…Lonigo ne ha tre, e tutti osservabili per frequenza di persone e per  attività di commercio.” E continua “… Montebello ha fiera un giorno solo in un anno, e d’importanza affatto trascurabile. Lonigo all’incontro ne ha quattro, due delle quali duran tre giorni e hanno una vera celebrità pel movimento di uomini e di cose cui cagionano.” Conclude ricordando il principio che la strada più utile non è quella che costa meno, ma è quella che rende di più.
L’ingegnere Capo Milani risponde con due considerazioni, una di tipo economico e una di tipo tecnico-economico. Dice il Milani: “… Lonigo è in sé per fabbricati, per popolazione, per centro  amministrativo e giudiziario, luogo più importante di Montebello; ma quanto a posizione, quanto centro di concorrenza io credo Montebello più importante di Lonigo” infatti “… Montebello come primo centro di attrazione di un movimento da trasfondersi sulla strada di ferro [ferrovia NdR] ha intanto per sé, e sopra le condizioni di Lonigo, lo sbocco vicinissimo, necessario, inevitabile, delle due grandi vallate di Guà e Chiampo, che non hanno altra uscita, e nelle quali si trovano popolosi paesi; nella prima di Montecchio Maggiore, di Castelgomberto, di Valdagno e le acque di Recoaro; nella seconda quelli di Montorso,  Arzignano e Chiampo. Poi si trova sulla strada postale e quindi è per questa sua particolare condizione topografica, anche attualmente, un centro di attrazione già stabilito …”. Passa poi alla motivazione più tecnica “[seguendo il percorso suggerito dal Presidente Giovanelli] a circa un terzo della distanza totale da Montebello a Lonigo sorgono in vicinanza del torrente [Guà] due mammelloni isolati, uno a destra, l’altro a sinistra, quello maggiore di questo, quello detto della Favorita, questo di Ca’ Velo. E’ a Meledo, presso ed in faccia di Ca’ Velo, che i Monti Berici s’accostano al torrente, e continuano ad avvicinarsi sempre più sino a Lonigo.” In pratica, dice il Milani, viene a crearsi in  questo punto un innalzamento del terreno difficoltoso da superare per la ferrovia, tanto più che nel breve spazio tra il Guà e le pendici dei Berici passano anche la statale che collega Lonigo ad Altavilla e il ‘fiumicello’ Brendola. E continua “… sarebbe difficilissimo, pericolosissimo, passare il torrente [Guà] in quella stretta, passando in mezzo ad una curva a doppio flesso, passarlo in un luogo ove non vi è spazio per isviluppare [sic!] una curva di gran raggio, per dispor l’argine della strada sotto una moderata pendenza e tanto lunga da poter vincere l’altezza del Ponte di sei od otto metri sopra i terreni.” Espone infine anche i gravi problemi di natura idraulica che si verrebbero a creare con questa soluzione. Oltre a tutto questo bisogna dire che il percorso della ferrovia si sarebbe allungato di almeno 4 km. rispetto al progetto originale, con un notevole aumento di costi e maggiori problemi di manutenzione. Alla seduta del 2 marzo 1844, conclusasi con un nulla di fatto per la parte riguardante Montebello e Lonigo, ne seguirono altre e, alla fine prevalse il concetto dell’ing. Milani che era quello di congiungere con una grande arteria, nel modo più diretto possibile, le città popolose, mentre i piccoli centri avrebbero dovuto organizzarsi da sé per il collegamento con i grandi centri abitati. I lavori, che erano già iniziati qualche anno prima con la tratta Mestre-Padova, si conclusero il 5 marzo 1878 con il completamento di alcuni rami secondari.
Nel 1841 una importante questione relativa all’inclusione, nell’itinerario della Ferdinandea, della città di Bergamo, che l’ing. Milani aveva escluso dal suo progetto a causa di rilevanti problemi di natura orografica, portò ad uno scontro frontale con la nuova Commissione voluta da Vienna. L’ing. Milani si dimise prima dell’inizio dei lavori e non volle più saperne di collaborare. Il suo progetto venne comunque ripreso e realizzato per intero. E, per quanto riguarda Bergamo, venne unita al tracciato principale tramite una bretella che partiva dalla linea principale nei pressi di Treviglio.

Note:
1) La storia della ferrovia Ferdinandea è narrata in modo più approfondito nel libro di Umberto Ravagnani “Cartoline che raccontano – Piccole storie e immagini della prima metà del ‘900”, Montebello Vicentino, 2015.

Foto: Cartolina che pubblicizzava la ferrovia di Montebello, emessa nei primi anni del Novecento. Tecnicamente si tratta di una cromofotolitografia (collezione privata Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE

[240] 1921 UN GRAVE FATTO DI SANGUE


Finita la disastrosa prima guerra mondiale la situazione sociale ed economica in Italia era, a dir poco, tragica. La nostra lira valeva un quinto della lira del 1914 e questo significò per certi gruppi sociali l’impoverimento e per altri addirittura la rovina. E che dire della “spagnola”? La prima ondata, nel 1918, fu relativamente blanda, come un’influenza stagionale e non scatenò il panico. Fu la seconda ondata della pandemia, scoppiata nella tarda estate dello stesso anno e durata fino a dicembre, a provocare la maggior parte dei decessi. Ma bisogna aspettare l’estate del 1920 per dichiararne la fine. la Prima guerra mondiale, durata più di quattro anni, causò dieci milioni di morti fra i combattenti, più alcuni milioni di vittime civili. Ma la pandemia fece molte più vittime: si è calcolato che morirono non meno di 50 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 1,8 miliardi.

Ma veniamo al nostro racconto. Nel diario parrocchiale del cronista, don Antonio Zanellato, il Prevosto della Chiesa di Montebello di allora, leggiamo, questo tragico fatto successo esattamente 100 anni fa:

« 27 Agosto 1921 – Domenica alle ore 7 1/2 del mattino presso una chiavica del Guà sull’argine destro a monte del ponte delle Asse avvenne uno scontro tra quattro ladri che avevano nascosto la refurtiva nella chiavica e due carabinieri. Rimasero morti da arma da fuoco e percosse il carabiniere Cipriani Riccardo [figlio] di Sante, di Loreo (Rovigo) frazione di Cavanella Po d’anni 21 e il ladro P.G., d’anni 17 di qui, noto comunista. Fu ferito l’altro carabiniere Zanini, che sentì dal carabiniere morto [sic!] il nome di ‘Besso’. Furono arrestati due fratelli del posto. Besso si diede alla latitanza. Il cadavere del carabiniere fu portato nella cella mortuaria dell’Ospedale, quello del P.G. in quella del cimitero. Il lunedì sera il P.G., al quale era stata negata la sepoltura ecclesiastica domandata dalla famiglia, fu gettato nella fossa. Il martedì alle ore 4 con intervento di 11 Sacerdoti e 2 Chierici dei comuni di Montebello e Gambellara, con le rappresentanze dei comuni di Montebello e limitrofi e di ogni sorta di associazioni con bandiere, con scorte di Carabinieri e una folla immensa di popolo, il Carabiniere Cipriani fu portato alla Chiesa, dove furono cantati il Vespro e le Esequie. Prima delle Esequie parlò il Prevosto, sulla porta della Chiesa parlarono il Sindaco di Montebello, il Colonnello comandante della Legione Carabinieri di Verona, un Maresciallo, il Commissario di P.S. di Vicenza Alverà, Pegoraro per il P. P. I., uno per i fasci di Combattimento, Guarda Attilio per i Combattenti. Al Cimitero parlò un Carabiniere. Vi furono molte corone, intervenne la musica cittadina. Assenti e nascosti i comunisti. »

Alcune considerazioni: il nostro era un Paese essenzialmente agricolo, nell’Italia del primo dopoguerra i nove decimi dei proprietari non possedevano, individualmente, neanche un ettaro, in tutti quasi tre milioni di ettari sul totale di 22 milioni. Questo consentiva un livello di vita che non era molto di più della pura sopravvivenza. Nelle campagne risuonava il grido “la terra ai contadini”. Nelle fabbriche, quasi tutte al Nord, il modello da imitare era la Russia e il suo comunismo. Nel 1920 ci fu l’occupazione delle fabbriche, che costituì il punto di ‘non ritorno’ della crisi. Tutto questo non fece che moltiplicare i fatti simili a quello raccontato qui e a preparare la strada all’avvento del fascismo.

Foto:
1) La fotografia, incollata sulla pagina del diario, riproduce parte del corteo prima dell’ingresso nella Chiesa Parrocchiale il 29 agosto 1921 (rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I FALSARI

[239] I FALSARI

Durante il dominio della “Serenissima” la Strada Regia, l’odierna Regionale 11, rappresentava l’asse viario più importante del territorio del Veneto, tagliando letteralmente in due quello del vicentino. Dall’abitato di Montebello fino a Grisignano, ai confini col padovano, era tutto un via vai di carrozze di varie fogge e misure, di carri e viandanti. Nelle località dislocate lungo questa arteria nacquero, e fecero fortuna, numerose e lucrose attività favorite proprio dall’intenso transito di persone e veicoli.
Purtroppo, parallelamente, fiorirono anche le attività illecite, come quella praticata dagli odiosi e feroci briganti che assalivano uomini e mezzi per spogliarli di ogni bene che portavano appresso. Per non parlare del non violento, ma pur sempre diffuso e illegale spaccio di monete false. I malfattori colpevoli di questo ultimo reato erano talmente organizzati che recavano con sé anche gli arnesi per la fabbricazione delle monete stesse. Una vera e propria piccola, ma efficiente zecca clandestina ambulante.
Per non farsi scoprire, questi truffatori con la tecnica del mordi e fuggi, si spostavano continuamente da un posto all’altro lungo la Strada Regia, privilegiando i luoghi situati nei pressi dei confini provinciali come quelli oltre Montebello, verso Verona. Prudentemente gli imbroglioni, in un luogo appartato, fabbricavano le monete fasulle ed immediatamente le spendevano presso commercianti ed artigiani. I falsari pagavano sempre i loro acquisti o prestazioni con luccicanti Ducati d’argento, all’apparenza di buona fattura, allo scopo di ottenere il resto in soldi puliti e legali che poi mettevano in saccoccia, non con pochi rischi di esser a loro volta derubati.
Evidentemente anche sulla piazza di Montebello la presenza di denaro cattivo aveva messo in guardia un po’ tutti, cosa di cui rapidamente ne era venuta a conoscenza gran parte della gente che viveva e lavorava lungo la Strada Regia. Nel 1782, il Podestà di Vicenza, Zaccaria Morosini, emise una sentenza di condanna contro due di questo genere di imbroglioni che, lontani dai rispettivi paesi per non essere riconosciuti, erano finiti nelle mani della giustizia.
Tali Bortolo Girardi da Rossano e Domenico Rossetti da Fragogna (Fagagna/ Provincia di Udine – n.d.r.) formavano una bella coppia e il 27 maggio 1782 arrivarono nella villa di Veggiano, territorio di Padova.
“Ivi si fermarono all’osteria facendosi esso Rossetti, da un calzolaio, accomodare le scarpe e, per supplire alla fattura di 16 Soldi, corrispose al calzolaio medesimo, persona nota, un mezzo Ducato di falsa lega, da cui ritrasse buona moneta il restante, cioè 23 Soldi e 4 Denari a pareggio di esso mezzo Ducato, e istessamente (sic!) l’inquisito Girardi esibì un falso Ducato all’oste, pure noto, per pagare la colazione fatta, per l’importo di Soldi 10, dal quale oste pure gli fu corrisposto il rimanente in tanta buona valuta.
Indi da di là partirono. Avvedutosi il calzolaio stesso che quel mezzo Ducato era falso, portatosi in traccia del Rossetti medesimo lo raggiunse poco lungi dalla bottega, dove restituitogli la moneta stessa, ripeté anche le 4 Lire ad importar per la fattura delle scarpe.
Accortosi, pure poco dopo, anco l’oste suddetto che il ducato era falso, venne stabilito ch’entrambi essi suddetti furono fabbricatori e spargitori di false monete, sicché inseguiti da varie persone, vennero ancora raggiunti e fermati nella Terra di Grisignano, ma nell’atto stesso venne dall’inquisito Girardi gettato un sacchetto che raccolto dai detentori (catturatori – n.d.r.), si ritrovarono in esso 24 Ducati e mezzo falsi, parte puliti e parte da pulire e, presso essi inquisiti un ferro denominato “imbrunidor”, una tenaglia, una lima e un sacchetto pieno di polvere. Fattesi però le convenienti e legali perizie sopra gli indicati ferri ed altri apprestamenti sospetti, fu stabilito costantemente esser li Ducati predetti un composto di stagno, ossia “marchesetta” (minerale di bismuto dal colore bianco che si trova associato ai minerali d’argento e stagno – n.d.r.) e rame gettati collo stampo, la polvere inserviente a formar lo stampo stesso, e li ferri adoprabili al reo odiosissimo lavoro, da che ragionevolmente presumesi che da essi inquisiti furono fabbricati li Ducati falsi. Finalmente retenti (imprigionati – n.d.r.) che furono essi inquisiti e, condotti in luogo noto, ivi si espressero in modo tale da manifestare il rispettivo loro reato, il tutto come meglio e più diffusamente.”
I due compari furono condannati a servire sopra una galera per uomini da remo co’ ferri ai piedi per 7 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Zecchino d’oro coniato dal doge Giovanni Dandolo nel 1284. Come recitava la legge, in quel periodo, per i falsari era previsto il taglio della mano. (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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BORGOLECCO STORY (1)

[238] BORGOLECCO STORY (1)

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Lino Timillero dall’Australia ci racconta, in alcune puntate, i ricordi della sua vita a Montebello, quando abitava nella zona di via Borgolecco.
« Cari Amici, Par scomiziare la storia dei nialtri tusiti che stavimo nte la via Borgolecco, se gà da dire che jerimo cuasi tuti nati in tempo de Guera o calche ano dopo, 1943, ’44, ’45… Via Borgolecco la gò vista par la prima volta cuando ne gà tocà de fare San Martin. La me famejia la stava so la casa ndove che ghe xe el porton de fero grando, so la destra dei Giardineti. A chel tempo, no ghe jera gnanca na casa de là de la mura che scomiziava tacà al porton e la nava drita fin ala Stradela che desso la se ciama dele Carpane. De cuà ghe jera i Giardineti e de là de la mura ghe jera el Parco de la Villa.

Me popà el fasea el guardian e el giardiniere del Parco. Tanto par darve na idea, na volta, pena finio l’inverno, me popà el me contava chel jera drio sparpajiare on poco de luame vizin a ndove che jera sentà zò la Contessa co le Contessine. Co le gà sentio la spuzza, le gà dito: “Bepi ma sa falo?”, e me popà: “Son drio metere on poco de luame cussì l’erba vien sù bela. “E la Contessa:” Ma el vaga da naltra parte!” E cussi me popà el ga fato! Riva la bela stajion, l’erba scomizia a cresare. Bela,verde, via del posto vizin a ndove che se sentava la Contessa. E la se gà inacorta de la difarenza!!! Co xe pasà par de lì Bepi, la lo gà ciamà: ”Bepi, stano che vien el meta el luame ndove chel vole che se spostaremo nialtre.” E me popà: “Sì Signora Contessa…”. De San Martin del mile novezento e cuaranta siè (1946) semo ndà dala casa fin ala Via Borgolecco par le strade che ghe jera drento ala Villa. Sol carro tirà dal cavalo, ghe jera tute le robe de casa: leti, armari, careghe e la tola par magnare… Tuto cargà sù e ligà che no cascasse gnente. Prima che fusse fata la Via IV Novembre, ndove che la fà incrocio co la Via Borgolecco, ghe jera on porton grando, co la inferià che se verzeva da tute do le parte par far pasare i carri grandi. Da l’altra parte de la Via Borgolecco, ndove che desso se va sù par Via Manzoni, ghe jera naltro porton grando, conpagno de chelaltro, e se pasava par nare in corte da Bellini. Pena drento del porton, lì, sol canton, ghe jera la Vera da Pozzo che xe stà portà sui Giardinetti! E là xe stà portà anca i du pilastri de un porton. Chel altro porton, inferià e tuto el resto, el xe stà messo sola parte de la via IV Novembre, par nar drento a ndove che jera el Canpo dela vecia Casa del Fascio, che, finia la Guerra, xe stà conprà tuto dal vecio Zonin.
Nialtri ne tocava far San Martin parchè i Paroni dela Villa e de tuta la tera, poco dopo finia la Guerra, i gavea vendù fora tuto! Da la mura de Via Borgolecco fin in zima ala Via Pegnare e ala Via San Francesco de desso, e dala mura dela vecia Villa Casarotti fin ala mura ndove che ghe xe Via Volta desso. Tuto vendù!!! El Parco al Moro Fiasca che dopo el ga vendù al Comune. La Villa vendù a tochi a tri cuatro paruni. La tera sù pal monte ai fradei Gamba. De sti fradei, uno nol jera gnanca sposà e chelaltro el gavea cuatro fioi. La casa ndove che ndavimo in afito so la Via Borgolecco, la jera la ultima, passà l’ostaria ndove che jera el zugo de le bocce. La jera tacà co altre tre case co tre famejie difarenti. Dosento metri pì vanti ghe jera altre tre case una tacà l’altra. Là ghe stava me zia Veronica. Mi gavarò vudo du ani. El San Martin xe el me primo ricordo. Poco pì de on ano dopo che stavimo là, me go inacorto che ghe jera na toseta che la jera senpre casa da so nona. Ghemo scominzià a zugare nsieme. La se ciamava Anna Rosa. Cuela che, diventà Signorina, la se gà sposà co Bruno, so fradelo de Silvano e de Sergio (anca de Sandro, ma el jera massa picolo!).
Ndove che la Via Borgolecco la fa come na S, e so la seconda curva scomizia la Via Verdi, là nava vanti la mura co na stradela. Ntrà la mura e l’orto de la casa de Silvano, ghe sarà stà cuatro metri. De drio ala casa de Silvano ghe jera ncora case. Là ghe stava i fradei Filotto. So la curva de la strada ghe jera el rubineto de l’acua. Tuti se nava tore l’acua al rubineto cole sece e col bigolo! El rubineto el vignea sù da par tera, tacà a on toco de piera alta fa mi e sagomà rotonda par sora. Al Inverno bisognava ricordarse de assar verto on poco l’acua parchè se nò la se gavaria jazzà e no saria pì vignù fora acua finche no la se disgiazava! Naltro rubineto conpagno, el jera so la curva ndove ca scomiziava la Via Monte Grappa. Là, co jero pì grandeto che podevo portare el bigolo senza far tocare le sece par tera, navo anca mi a tore l’acua. Me mama tacava le secie sora el seciaro e ghe jera la cazza de rame par bevare. Naltro rubineto conpagno el jera poco distante de ndove che desso ghe xe la Vera da Pozzo sui Giardinetti. Là, co navo da me fradelo Vittorio chel stava ntela corte dei zeolari, zerte volte navo torghe l’acua par me cognà Flavia parchè Giorgio el jera ncora picinin e me nevoda Marianela no la jera ncora nata. So la stradela ndove che stava Silvano, se zugava dele bele partie de calcio. Se metea du sasi par tera ndove che scomiziava la stradela, par fare le porte, e altri du sasi ndove che finiva le case ala parte de cuà de la mura.
I fradei Filotto tirava fora la bala, se fasea le scuadre e se zugava fin che vignea ora de nar magnare ala sera! Luigi el stava on poco pì vanti, pena che se ndrizava la strada. Lù e so fradelo Gaetano, no i zugava tanto co la bala, ma i jera boni a zugare la ‘Porcola’. Par zugare, la ‘Porcola’ jera stà fata de on toco de manego de spazaora. On tochetin curto (diese zentimetri) co le punte par farlo saltare e baterlo col jera pararia doparando on toco de manego lungo poco manco de on metro. Ndove che ghe jera el rubineto, se metea el saso groso chel fasea de bota. Chi che scomiziava par primo, el gavea da batere la ‘Porcola’ al volo. Se calche dun la ciapava par aria cuel che la gavea batù el jera zà fora. Lora bateva chi che gavea ciapà la ‘Porcola’. Ma el pì bravo a zugare a ‘Porcola’ el jera Andrea, so cugin de Luigi. So la Via Borgolecco, verso el Monte Castello, ghe jera na mura alta, dal Porton de la Corte de Bellini, fin ala mura vizin ala casa de Silvano. E da lì, zigazagando, fin sù ndove che desso ghe xe Via Pegnare.
Prima che fusse scomizià la strada nova, (Via IV Novembre) xe stà scomizià a fabricare le prime do Case Fanfani. In fra mezzo, desso ghe xe Via Pedrollo. Dopo xe stà fabricà le case par i mpiegati del Comune: do case par i Maestri e do case par chi che laorava pal Comune. Calche ano dopo, xe stà fabricà la terza Casa Fanfani, dala parte de la curva dela strada. Là, dopo che el paron de la casa ndove che jerimo in afito ghe gà mandà el sfrato a me mama, semo ndà a stare nialtri. No gavivimo altre speranse. Me popà el jera in Svizara a laorare. Me mama la disea sù tarzeti tute le sere, e anca nialtri fioi. La pianzea, e la disea: “Ne tocarà nar dormire soto al Ponte… Madona jutene ti!” Col secondo San Martin, so ndà a stare ncora pì vizin a Luigi e Silvano e Andrea. So le altre do Case Fanfani, ghe stava Roberto so una e Guido stava so chelaltra. De tosete, a parte Anna Rosa, co jero pì picolo, co l’età che gavivimo, nessun savea se le jera al mondo. Le vedivimo co le nava a scola, in Cesa e ale Procesion, ma pal resto, lì ‘ntorno no me ricordo che ghin fusse! Caminando drio la Stradela dele Carpane, se vede ncora la mura vecia dela Villa. On pochetin pì bassa. E la và sù fin che la fà el giro co la riva al Capitelo e dopo la và vanti fin al muro de la vecia Villa, con calche porton par le case che ghe xe là desso. » (continua) (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 15-01-2019)

Foto: Uno scorcio di Via Borgolecco a Montebello alla fine degli anni 40 del Novecento. (Elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI

[237] LA SCUOLA D’ARTE E MESTIERI DEL CAV. ANGELO LUIGI ARGUELLO


Un personaggio eclettico e benemerito di Montebello Vicentino fu certamente il Cav. Angelo Luigi Arguello, fratello di Mons. Angelo Arguello.1 Nato nel 1867 fu insignito della medaglia d’oro di benemerenza per molteplici attività e cure verso l’istruzione popolare. Fu anche presidente della Congregazione della Carità e dell’Ospedale / Casa Riposo dal 1924 al 1937.
Ma l’istituzione più importante che volle realizzare fu certamente la Scuola d’arte e mestieri.
All’inizio degli anni 20 del Novecento l’Italia si ritrovava con moltissimi danni materiali ed economici lasciati dalla Grande Guerra e Luigi Arguello, pensando alla vasta popolazione operaia di Montebello s’impose di promuovere un’istituzione che contribuisse ad accrescere il loro valore tecnico e morale, soprattutto per quelli che non avevano né mezzi né tempo disponibile per frequentare la Scuola Professionale di Vicenza. Il suo progetto era la creazione di una Scuola di disegno geometrico, di ornato e di plastica applicata alle arti e mestieri. Chiese un appoggio al Patronato Scolastico e al Comune che lo sostennero assicurandogli un sussidio. Fu così che nel novembre del 1921 fu aperta la nuova “Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri”, la cui sede fu situata accanto alla Scuola vecchia Elementare2 e, subito dopo, cominciarono le lezioni. Orgogliosamente così scriveva in una sua relazione nel 1934:
« Ho deciso di iniziare le lezioni, affidando la Direzione al Prof. Francesco Ghirotti, incaricandolo dell’insegnamento geometrico e della plastica. Alla Prof.ssa Marcucci Marianna diedi incarico dell’insegnamento dell’ornato e quale assistente nominai il maestro Chelucci Luigi. Le lezioni furono domenicali, dalle ore 7.30 alle ore 12 e vennero impartite dal Novembre 1921 al Maggio 1922. Ottimo fu il risultato ottenuto; su 51 iscritti i promossi furono 34. Essendo gli iscritti tutti operai di età maggiore, potei constatare nella maggior parte di essi una scarsa educazione culturale e perciò nel susseguente anno scolastico decisi di assumere un insegnante per le materie culturali, incaricando il maestro Camillo Brunetta dell’insegnamento dell’Aritmetica, dell’Italiano, della Geometria e della Storia. »3
Negli anni seguenti molti furono gli ‘aggiustamenti’ che permisero alla scuola di diventare un punto di riferimento anche per molte località limitrofe: Arzignano, Montorso, Brendola, Grancona, Sarego, Locara e Gambellara.
Luigi Arguello continua la sua relazione: «… Nell’anno scolastico 1923-24 la Scuola raggiunse il suo pieno sviluppo e, dato il numero sempre crescente degli alunni, assunsi il nuovo insegnante per la plastica, lo scultore Ugo Ravazzani.
L’anno scolastico 1924-25 vennero soppresse le lezioni culturali, poiché i nuovi alunni provenivano tutti dalle Scuole elementari e presentavano all’atto della loro iscrizione il certificato della classe Va elementare dimostrando cosi di possedere una sufficiente istruzione. Non di meno istituî un corso di perfezionamento per quegli alunni che, dopo aver avuto il certificato di promozione della classe IIIa, sentivano il bisogno di perfezionarsi ancora.
Sino all’anno scolastico 1929 e 30, la Scuola continuò sempre il suo andamento saliente, avendo una media di numero 60 alunni all’anno e dando degli ottimi risultati nel profitto. Nel personale insegnante, per varie ragioni, vi furono delle variazioni, però ne fu sempre Direttore il Prof. Francesco Ghirotti, che con vera passione seppe istillare ai numerosi alunni che frequentavano la Scuola l’amore per l’arte e per la tecnica.
Nell’ anno 1929-30 potei effettuare una necessarissima innovazione nella Scuola, che, sebbene per tanto tempo ritenessi necessaria non potei mai attuarla prima per ragioni economiche. Completai il corso di perfezionamento con l’istituzione del corso di Intaglio tanto necessario ai falegnami, affidando l’incarico dell’insegnamento all’esimio intagliatore Andrea Schettin, vanto e decoro dell’Artigianato Vicentino. »3

Nel 1934, per interessamento del Cav. Mauriziano Eliseo Boschiero, Presidente del Consorzio Provinciale per l’istruzione tecnica, la scuola d’arte e mestieri del Cav. Angelo Luigi Arguello passò a totale carico dello Stato.
Egli ricorda con riconoscenza i direttori susseguitesi nei vari anni scolastici: prof. Francesco Ghirotti, prof. Aldo Benella e il prof. Argo Castagna. Gli insegnanti: prof.ssa Marcucci Marianna, maestro Chelucci Luigi, maestro Paolo Venturella, maestro Giuseppe Svizzero, Ugo Ravazzani, Andrea Schettin, Munaretto Mario, Camillo Brunetta.
Nei 13 anni di vita della Scuola sotto la presidenza del Cav. Luigi Arguello conseguirono la licenza 135 alunni. Il corso di perfezionamento, effettuato solo negli ultimi 8 anni, venne frequentato da 39 operai che, ottenuta la licenza, divennero ottimi artigiani. In una mostra didattica delle Tre Venezie, promossa dal Provveditore agli studi del Veneto, la nostra scuola si classificò IIa vincendo la medaglia d’argento. Nello stesso anno 1934 lasciava la presidenza dopo che «… ho potuto avere la grandissima soddisfazione di vedere assicurata la vita della Scuola, per la quale ho lavorato vari anni nel silenzio, con costanza ed affetto … ».3 Nel 1937 Angelo Luigi Arguello, all’età di 70 anni, lasciò questo mondo e fu tumulato nel cimitero di Montebello. Il Consiglio Direttivo, qualche tempo dopo, pose un’epigrafe a suo ricordo a metà della rampa di scale di accesso della Scuola d’arte e mestieri. Ecco un altro personaggio che certamente meriterebbe l’intitolazione di una via a Montebello. (Riassunto e adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) Di Mons. Angelo Arguello è già stato scritto in un precedente articolo di Ottorino Gianesato dal titolo “UN MONTEBELLANO DI ALTRI TEMPI”.
2) Si tratta di un edificio costruito sul lato sinistro della Scuola Vecchia Elementare, che fu anche sede delle Scuole Medie, attualmente inagibile perché pericolante.
3) Da A. L. ARGUELLO, “Relazione sull’istituzione e funzionamento della Scuola di disegno e plastica applicata alle arti e mestieri, istituita a Montebello Vicentino. Anno 1921 – 1934 XII“, Biblioteca Bertoliana di Vicenza.

Foto:
1) Il Cav. Angelo Luigi Arguello (cortesia Lucia Maria Arguello – Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) L’epigrafe a ricordo del Cav. Angelo Luigi Arguello sulla scala di accesso della Scuola d’arte e mestieri (APUR – rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO

[236] UN NUOVO ORGANO PER MONTEBELLO


Verso la metà degli anni 50 del Novecento si cominciò a pensare alla sostituzione del vecchio organo della Chiesa Prepositurale. Dal 1953 era Prevosto, a Montebello, don Mario Cola di San Bonifacio, il quale avrebbe condotto questa Parrocchia fino al 1978. Nel suo diario, già iniziato dal suo predecessore don Antonio Zanellato, nell’anno 1957, a proposito dell’organo, così scriveva:

« La nostra Chiesa ne aveva estremo bisogno – era fornita prima con un “De Lorenzi” che gravava con un’impalcatura sull’altare maggiore, rendendolo pesante.1 Si pensò a una trasformazione radicale, liberando l’altare Maggiore di tutto. Le trattative dopo vari assaggi, ebbero luogo fin dal luglio 1957 con la ditta Vincenzo Mascioni di Covio (Varese),2 rinomato e preciso. Si praticò un arco sulla parete che comunica coll’Oratorio, accompagnando l’Architettura, incompleta nella parte superiore dello sfondo della Chiesa. Il primo disegno comportava una grata che nascondeva le canne, come si vede dalla fotografia, ma non piacque a nessuno. Fu necessario riprendere un nuovo disegno, a canne libere, come si vede sotto. Ciò portò ad un ritardo nella esecuzione e nella inaugurazione, che ebbe luogo il 28 maggio 1959. La spesa passò da £ 5.900.000 a £ 6.300.000.
Ora la struttura è perfetta e di comune soddisfazione. Vedi gli atti relativi all’organo nella cartella in Archivio, e i particolari dell’inaugurazione alla pagina seguente.
Il vecchio organo fu ceduto per £ 300.000 a una Chiesa di Bologna-Borgo Panigale a ½ Guarini di Bassano»

Incollato sul diario poi troviamo un breve articolo a stampa che ricorda il giorno preciso dell’inaugurazione:
L’inaugurazione ufficiale dell’Organo fu fatta il 28 Maggio 1959, festa del Corpus Domini, giorno di pioggia, alla presenza delle autorità, di molto popolo e di numerosi sacerdoti. Il concerto fu tenuto dal Maestro Renzo Buja del Conservatorio di Padova. Presenti anche i Signori Mascioni, costruttori del magnifico strumento. Ora loderemo più solennemente il Signore. (Libero adattamento Umberto Ravagnani)

Note:
1) In una splendida cartolina dei primi anni 50 si può notare com’era effettivamente sistemato il vecchio organo: era appoggiato su un soppalco che fungeva anche da ‘coro’, appeso sul fondo della Chiesa, come si può vedere nell’immagine, di un precedente articolo: “EL CORO SORA L’ALTARE”.
2) La ditta Mascioni è una delle più antiche fabbriche d’organi d’Europa ed è attiva a partire dal 1829. L’arte organaria si tramanda di padre in figlio, da sei generazioni la Famiglia Mascioni costruisce organi e da 40 anni restaura organi storici. Da anni si occupa della manutenzione degli organi della Basilica di San Pietro in Vaticano e degli organi del Duomo di Firenze; ha inoltre ottenuto di recente l’incarico formale per la ricostruzione dell’organo per la Basilica del Santuario di Fatima in Portogallo. Sono quasi 1200 gli organi costruiti sinora.

Il nuovo organo costruito per la Chiesa di Montebello è numerato come ‘opera 767’, ha 2 tastiere e 23 registri.

Foto:
1) L’immagine mostra la prima proposta della ditta Mascioni per il nuovo organo di Montebello (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).
2) La versione definitiva del nuovo organo di Montebello della ditta Mascioni (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

[235] IL DISERTORE E IL PRETE PATRIOTA

Durante l’occupazione e l’amministrazione del Veneto da parte dell’Impero austro-ungarico (1815 – 1866) non si contarono gli episodi di insofferenza mista a ribellione che si verificarono nel territorio vicentino.
Il 5 gennaio 1863, il commissario distrettuale di Lonigo, che aveva la giurisdizione anche su Montebello, informò l’imperial regio delegato di Vicenza, cav. Gio.Batta Ceschi riguardo un mancato arresto che la gendarmeria montebellana non eseguì in quel di Gambellara.

“Il posto di Gendarmeria di Montebello nell’agosto 1862 riferiva a questo ufficio (di Lonigo – n.d.r.) di non aver potuto eseguire l’arresto del soldato in permesso Lorenzo Gollin di Gambellara, al che era stato requisito direttamente dall’Imperial Regia Autorità Militare pel motivo che un di lui fratello ne aveva coadiuvato la fuga dalla casa paterna e che successivamente il Rev. Parroco Don ANDREA SANDRI lo aveva consigliato a non presentarsi, anzi di evadere in Piemonte.
Fatta immediatamente la relativa denuncia alla locale Imperial Regia Pretura pel relativo processo contro tutti e due gli imputati, il primo dei quali era stato anche catturato, veniva questo, poco dopo, ridonato alla libertà come affatto innocente e, proseguite le investigazioni a carico del secondo fino a che dall’Imperial Regio Comando di Fortezza di Verona ne fu decretata la cessazione.
La taccia (sospetto o colpa – n.d.r.) affibbiata al Reverendo Parroco sembrava avere un qualche fondamento sulle dichiarazioni dell’Imperial Regia Gendarmeria (di Montebello) che cioè il Gollin avesse dormito per 3 notti nella casa canonica e per una notte in chiesa. I risultati della procedura non confermarono, come sembra, tali circostanze. Il Parroco di Gambellara Don ANDREA SANDRI è un in individuo che vive ritiratissimo e la di lui condotta, tanto politica che morale e sociale, non va soggetta a rimarchi. Vuolsi benissimo che nel 1848 egli abbia predicato la rivolta ed è certo che a quell’epoca andò incontro a seri dispiaceri e fu anche dal Potere Militare arrestato (fu incarcerato a Verona – n.d.r.), ma posteriormente, fino ad oggi, non si hanno dati per ritenere, od anche solo per sospettare, che egli nutra sentimenti esaltati o contrari al legittimo organo,
Qualche maggior lume, sul fatto che diede luogo alla procedura criminale, potrà essere offerto dal soldato Gollin se e quando farà per ritornare in questi stati.
Dall’atto che mi onoro di evadere in tal modo l’ossequiente Decreto 29 dicembre p.p. n° 1276, non manco di assicurare la S.V. illustrissima, che fu disposta, e sarà mantenuta sul contegno in genere del Parroco Sandri una cauta sorveglianza.

Se in quel tempo Gambellara aveva un arciprete di spirito patriottico Montebello non era da meno, visto che il suo prevosto Nicolò Spinelli era arrivato alla guida spirituale dei montebellani (solo per un paio di anni 1856-1858 – n.d.r.) dopo aver diretto a Vicenza la parrocchia di San Faustino e Giovita la cui canonica diede ospitalità ad un circolo di rivoluzionari (vedi “LA SCUOLA VECCHIA ELEMENTARE DI MONTEBELLO” – 2018).
Il prof. Luigi Zonin nel suo libro “SE IL VINO E’ PANE” edito nel 2013 definisce don Andrea Sandri un parroco scomodo e liberale che restò però sempre nel cuore dei gambellaresi. Uomo di grande intelligenza e cultura, nacque a S.Vito di Leguzzano il 31 maggio 1804. Si laureò in filosofia a Padova e nel 1826 fu ordinato sacerdote. Fu nominato maestro di grammatica, filosofia, storia universale e matematica presso il seminario.
Nel 1843 fece il suo ingresso trionfale a Gambellara e come arciprete qui visse fino al 1875 ritirandosi poi a Vicenza a vita privata. Non dimenticò mai la sua Gambellara e non mancò di ritornarvi. Proprio durante una visita alla sua vecchia parrocchia cessò di vivere improvvisamente il 20 febbraio 1884 alla soglia degli 80 anni.

OTTORINO GIANESATO

Illustrazione: Litografia con don Andrea Sandri appena ordinato Arciprete di Gambellara nel 1843 (cortesia Luigi Zonin, elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UNA DOMESTICA PERICOLOSA

[234] UNA DOMESTICA PERICOLOSA


La storia che vi proponiamo questa settimana si svolge alla fine del 1937 e le ‘vittime’ di questa singolare disavventura sono il commerciante Giovanni Zin (omonimo del più celebre nostro compaesano e geniale matematico) e sua moglie Lucia Cengio, residenti a Montebello Vicentino. I due, in quel periodo, abitavano, per motivi di lavoro e temporaneamente, a Milano, in via Tertulliano 60, poco lontano da Porta Vittoria.
Avevano accettato in casa, come domestica, una giovane ragazza, figlia di un loro conoscente, certi della sua onestà e bravura. In effetti, fin dai primi giorni di servizio, la giovane si era dimostrata zelante e cordiale verso i nuovi ‘padroni’, i quali erano molto soddisfatti del suo servizio e dei suoi modi premurosi ed educati.
Passato un po’ di tempo, una sera, mentre la domestica serviva la cena, la signora Lucia notò in lei qualcosa di diverso dal solito: sembrava nervosa, un po’ taciturna, e le chiese « che cos’hai, non stai bene? » Lei rispose « non ho niente, sono solo un po’ stanca ». Finita la cena le chiesero di poter bere un buon caffè, come erano soliti fare. Dopo alcuni minuti la ragazza tornò in sala e servì ai signori Zin il caffè caldo e fumante. Giovanni ne bevve subito un sorso ma, appena lo ebbe ingurgitato, avvertì un senso di repulsione e, rivolto a sua moglie Lucia, le disse allarmato: « non lo bere: è avvelenato! ». Giovanni pensò immediatamente a disintossicarsi con una scodella di latte, che è un ottimo depurativo, in modo da liberarsi del sorso di caffè contaminato.
Ripresisi dallo spavento i coniugi Zin interrogarono subito la domestica per capire che cosa era successo. Erano sicuri della sua buona fede ma non riuscivano a togliersi dalla testa il sospetto che la ragazza all’improvviso, per qualche ragione sconosciuta, avesse deciso di avvelenarli. Rimasero sconcertati dalla confessione della giovane governante. Ingenuamente disse loro di essersi ingolosita della bellissima biancheria di seta che aveva visto nel loro armadio e che, desiderosa di averla per sé, aveva pensato di avvelenare i suoi padroni mettendo delle gocce di acido nitrico nel loro caffè. Una volta che fossero morti, si sarebbe impossessata degli indumenti preziosi e sarebbe fuggita. Gli Zin, rimasero turbati, ma seppero trattenersi dall’inveire contro la ragazza e decisero di accompagnarla a letto. Le rimasero accanto finché non si addormentò. La mattina seguente, con un piccolo strattagemma, la portarono al Commissariato di Porta Vittoria e raccontarono il fatto al responsabile dott. Brienza. Interrogata la sventurata servetta, questa non esitò a confermare il racconto già fatto agli Zin, aggiungendo che era stata indotta a commettere il tremendo atto da una giovane cameriera che aveva incontrato, per caso, qualche giorno prima. Quest’ultima le disse che era riuscita, dopo aver uccisa la sua padrona, ad entrare in possesso della sua bella biancheria di seta.
Non potendo identificare in nessun modo la fantomatica cameriera ‘istigatrice’, il Commissario realizzò che la domestica degli Zin si era inventata tutto. Considerato quanto terribile fu il gesto premeditato rispetto a quello che voleva ottenere, la ragazza fu, senza esitazione, internata in un istituto psichiatrico.
(Dal Corriere della Sera del 16/12/1937)
Riassunto e adattamento di Umberto Ravagnani

Foto: Giovanni Zin e la moglie Lucia Cengio (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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PEGGIORE DI COSÌ …

[233] PEGGIORE DI COSÌ … (La personificazione del male)

In questa storia settecentesca Montebello e il suo Vicariato rappresentarono il limite invalicabile che un losco figuro fu condannato a non oltrepassare, provenendo da Vicenza, ossia 6 miglia (circa 10 Km) da S. Giovanni Ilarione, in considerazione del fatto che la giurisdizione montebellana si estendeva anche su Gambellara.
Nel 1764 S. Giovanni Ilarione, anno in cui questa narrazione ebbe il suo epilogo, apparteneva al Territorio vicentino e i nobili Balzi, cittadini di Vicenza, in questo comune della Val d’Alpone vi possedevano case e beni considerevoli.
Da parecchi anni Gian Francesco Balzi del fu Achille vi abitava stabilmente e ostentando posto d’autorità e d’incompetente dominio sopra quegli abitanti e pur anco sulle ville vicine (soprattutto Montecchia di Crosara) col suo depravato contegno e stravaganti procedure recò loro, in vari modi, inquietudini, danni e oppressioni. Appassionato cacciatore, con lo spirito della sua prepotenza pretese di essere il solo ad esercitare questa attività, al punto che se avesse trovato qualcuno sulla sua strada nell’esercizio della pratica venatoria gli avrebbe infranto lo schioppo e offeso la persona con schiaffi e bastonate. Vessazioni arrecate da lui stesso e dai suoi sgherri tenuti come cacciatori. Gli abitanti erano terrorizzati e non osavano minimamente contraddire la sua condotta che provocava loro solo desolazione, anche quando il Balzi e la sua muta di 12 cani bracchi, oltre al seguito dei “cacciatori”, danneggiavano le campagne con i frumenti già da mietere, le colture in atto, se non mature, e inoltre senza mai rifondere i proprietari dei polli che i cani abbattevano.
Nel suo palazzetto di S. Giovanni Ilarione diede spesso ospitalità a persone empie e micidiali già colpite da procedimenti penali di “bando” sostenendole e proteggendole. Tra queste tale Zuanne Allegro detto “sartore”, Paolo dal Cortivo detto “Paolazzo” e Tomio Loverno. Di quest’ultimo losco figuro i capi del comune ne volevano l’arresto da parte della Giustizia, ma gravemente minacciati dovettero desistere dal farlo.
Nemmeno il notaio di S. Giovanni Ilarione fu risparmiato dai soprusi e dalle violenze del Balzi e compagni di sventura del professionista furono Battista Righetto e Francesco Salgarolo bastonati e ridotti a mal partito.
Stesso trattamento ricevettero Antonio Roccabianca di Montecchia, dopo essere stato ospite, con l’inganno, del Balzi e Antonio Menegolo reo di non aver accomodato certo suo debito. Con ostentata soverchieria assoggettò spesso i suoi creditori ad ingiusti esborsi.
Tutte queste povere vittime andavano ad aggiungersi alla schiera di coloro che non osarono ricorrere alle cure mediche né sporgere denuncia per non incorrere in peggiori pericoli.
Soprattutto durante il periodo pasquale, i parroci, per traerlo dalle laidezze dell’adulterio e del concubinato, tentarono di riportarlo alla ragione con il risultato di ricevere minacce e parole ingiuriose. Tre di loro, nel giro di pochissimi anni, nauseati dal suo contegno, abbandonarono l’incarico rinunciando al “benefizio”.
Numerose le varie giovani nubili adescate e ridotte alle illecite di lui compiacenze. Resa gravida una di esse, fraudolentemente la fece sposare a un suo dipendente, che fu poi costretto ad abbandonare il paese e lasciare l’infelice donna preda dei suoi capricci. I numerosi figli messi al mondo da costei furono cresciuti nella casa del Balzi e non mancarono in paese continue mormorazioni. Non trascorse molto tempo che la donna venne a mancare indispettita forse nel vedere il suo aguzzino assorto da novelle impudiche fiamme.
La favorita di una di queste, molto “premurosa” nei confronti del Balzi, ebbe “l’onore” di confondere le proprie ceneri con quelle degli avi di quest’ultimo.
Non fu mai sazio di angustiare i poveri abitanti giungendo al punto di mettere mano ai registri delle “Colte Comunali” (tasse – n.d.r.) facendo cancellare ogni suo debito e quello dei suoi dipendenti, con grave pregiudizio per le casse del paese.
Ai danni provocati da lui e dai suoi cani nell’esercizio della caccia, si aggiunsero quelli causati dai suoi numerosi animali: bovini, muli, porci e pecore che pascolavano indisturbati nei campi altrui distruggendo i raccolti.
Da questi danneggiamenti non fu risparmiato nemmeno il fratello, che dopo la morte del loro padre godeva di propri beni frutto della divisione dell’eredità. Soprattutto i terreni che entrambi i fratelli possedevano lungo il torrente Alpone non poterono godere delle cure e degli interventi necessari a protezione degli stessi. Anzi Gian Francesco non fece nulla a cui era obbligato proprio perché i terreni del fratello restassero esposti alle piene del torrente.
Finalmente dopo l’ennesima denuncia, la giustizia trionfò e pose fine a quelle scellerate nefandezze di cui Gian Francesco Balzi si era macchiato.
Fu condannato ad esser relegato nella Reale Fortezza di Palma (Palmanova) con le condizioni ed obblighi dei relegati per mesi 18. Trascorso questo periodo che per 20 anni non potesse poner piede nella villa di S. Giovanni Ilarione e suoi luoghi per 6 miglia. Sentenza del Giudice Francesco Paruta
(ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA – “RASPE” busta n° 11 – sentenza n° 123)
Riassunto e adattamento di OTTORINO GIANESATO

Illustrazione:
Scene di caccia (1893-1894) olio su tela di Guido Grimani (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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I CACHI E I FLYING-FOX

[232] I CACHI E I FLYING-FOX

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Nel nostro appuntamento mensile, Lino Timillero dall’Australia ci racconta di una ‘chiacchierata’ con un amico di Velo d’Astico, anche lui emigrato in quel lontano Paese:
« Cari Amici, a gò da contarve ca me son catà ‘ncora co cuel sior da Velo d’Astico. ‘Stavolta, l’ocasion xe stà na reunion dei Alpini. El Grupo de Wollongong xe ‘ndà fin a Sydney, e mi me son trovà là par far do ciacole co la conpagnia. Zerte volte, la conpagnia la te tira su de morbin mejio ca on par de biceri de vin bon! Dopo verse dito come ca se stava e conpagnia bela, me son inacorto ca el gavea calcossa sol stomago, come on gropo ca nol ghe ‘ndava xo! Voleo dimandarghe cossa ca ghe jera, ma go spetà par vedare se, pian, pianelo, el se disgropava ciacolando. Come ca fusse gnente, el me dimanda sa go mai visto on ‘Flying-Fox‘?1 “Mi no.” ghe digo, “parché?” “I xe drio a farme diventar mato” dise ‘ncora lu. “Varda ca i go sentii nominare, ma no i go mai visti” ghe digo. “Papastrji! I xe papastrji. Ma grandi! Grandi! Se no te sé cossa ca i xe, cuando ca xe sul’inbrunire, e t’in capita un cal te svola vizin, el te fa vignere on colpo! “Ma cuanto grandi sei?”, ghe dimando mi. “I pol rivare anca fin a on metro e meso co le ale sverte! Te imaginito che bestia? Co la pele come on gato griso, muso nero da ‘possum’, col pelo color de la volpe torno al colo, e le ale nere, ca de note gnanca no i se vede! “(el ’possum’ el và in giro de note anca cuelo, ma co cuatro zate el xe come on gato).
“Ma parché sei drio farte diventar mato?” ghe dimando. (Tanto par capirse par Talian, el se dise: ‘flain fox’, ca vol dire ‘volpe volante’). “Vizin a ndove ca stò de casa, ghe xe el “Lane Cove National Park”. Sto Parco el xe cussì grando ca te pare ca nol finissa pì! El va drio al ‘Lane Cove River’, da indove cal rio scomizia, e fin cal va a finire rento al “Parramatta River” e te si rivà nte la ‘Baia de Sydney’, cuasi soto al ‘Ponte’!
“I ‘Flying-Foxes’ i me fa diventar mato parché, se no stò tanto tento, i me magna fora cuei pochi de perseghi e bronbe ca go de drio e davanti de casa! Lo seto cossa ca vol dire? Te pianti xo i persegari. Te pianti xo le bronbare, ma no la xe gnanca cuela. Prima te ghe da nare a catarli! Ndove veto? A Narellan? A Malgowan? Cuei xe i posti cuà vizin, ndove ca ghe xe le ‘Nursery[vivaio] pì bone. Là se trova de tuto: fiori, piantine de verdure, e anca piante de castagnara, par chi ca le vole. Ma mi, parché zercavo on par de piante de cachi, me ga tocà ndare fin a ‘Bowral’. Seto ndò ca xe ‘Bowral’?” “Sì. Xe vizin a Berrima, ndove ca ghe xe la fabrica de ‘Cemento’,” ghe digo. “A go tanto tribolà par far cresare i cacari. Le bronbare e i persegari, i ga fato presto a tacare e a fiorire. Ma i cacari no i volea saverghene. I cresea a du ramiti e na dozena de foije al ano. Dopo cuatro stajon, a me son dito ca li gavaria cavà su se no i se metea a far fiori. Co i gavea scomisià a perdare le foije, le gavea on colore propio belo rosso, cuasi come le foije de le visele de ua crinta, te ricordito? Li gaveo inluamarà ncora. Ala fine de Lujio gavea piovesto bastansa e, come se i cacari i me gavesse sentio, i gà butà fora i fiori!” “E alora, te saré contento, no.” ghe fasso mi. “Contento par chel poco de fioridura si, ma el primo ano no xe vignesto fora gnanca on caco. Tuti i fiori xe cascà par tera! E ghemo magnà anca puchi perseghi parché xe sta lora ca me go inacorto dei ‘Flying-Foxes’. I vegnea su dal Parco, da ndove ca i se tacava rento le caverne. Se un stava tento, el li vedea vignere su come ca se vedea girare i s-ciapi de storlini ca rivava xo da la Pria Foràco jero ncora a Velo. Ma tanti, da ciapar paura! E le bronbe, me ga tocà magnarle meze crue parché no saveo ndove nare par conprare le rete da metarghe sora le piante. L’ano dopo, na cariolà de luame par le cuatro piante, gira de cuà e de là par catare le reti, e parecia paleti e tubi par cuerzere le piante. Si, jero in pension, ma no voleo mia diventar mato par colpa dei ‘Flying-Foxes’!
A la me dona, i cachi i ghe piase tanto! Par Inglese i se ciama ‘Parsimon’. Ma no xe ca sin cata tanti, al ‘shop’, e i costa anca cariti, e gnanca tanto boni se xe par cuelo.” Gino el vardava in giro ca me parea cal zercasse calche dun ca el conosea. On puchi de Alpini i se gavea inmucià sora al palcheto ndove ca ghe jera cuel ca sonava la Fisarmonica, e i gavea scomizià a cantare le canzon dei Alpini! Par prima: “Sul Ponte di Perati”. “Chi zerchito” ghe dimando? “Son drio vardare sa passa cuel Abruzese ca me gà mostrà ndove nare a catare le rete par le piante. Anca lu, el podaria dirte come ca i xe i ‘Flying-Foxes’ parché xe stà lu a sveiarme fora!”
L’Abruzese nol se vedea e Gino el se ga messo a contarme de come ca le ave le ndava torno ai fiori dei cachi. “Gheto mai vardà come ca i xe fati i fiori dei cachi? No? I xe come canpanele bianche e picole, col risvoltin con zincue, sié puntine. Te dovarissi vedare come ca fa la ava a nar rento sol fiore par ciuciarlo. La se infila drento a la canpanela co la testa, e la se tira sù suito co le zatele. La va su fin inzima ca se vede fora apena el de drio, tirandose rento co le ali e tuto. Co la gà finio con chel fiore, la se urta fora, e la svola suito drento a naltro fiore come ca la fusse drio a laorare a cotimo! E cussi fa anca tute chel’altre ave!!! Na maraveia! La prima volta ca jera vignesti fora i fiori sol cacaro so sta la a vardarli parché no li gaveo mai visti. Le ave le ghe nava in giro ma mi no ghe faseo tanto caso. Dopo na setimana go visto ca i fiori scomiziava a cascare par tera. Saveo ca se cascava el fiore dal Limonaro, cascava anca el limon ca saria dovesto vigner fora da cuel fiore! Inveze, dal cacaro el fiore el se fasea da bianco a maron e el cascava ma el caco el jera xa su, restando tacà al ramo de la pianta par cresare par on sié mesi e farse zalo e pronto da esar magnà! Eco, vidito, dopo tuto el laoro mio e de le ave, no posso mia assarghe a cuei ‘can dal’ostrega dei “Flying-Foxes” a magnarme tuti i cachi! Ti, cossa ghin disito?” “Cossa voto ca tin diga mi! A me ricordo ca al me paese, ghe jera piante de cachi ndove ca i gavea fabricà le case ‘Fanfani’. Ma chi ca le gavesse piantà, o parché proprio cachi, a no lo so mia seto? A me ricordo anca ca i jera picoli e no i se maurava mai!” E lu, Gino, suito el me fa: “El paron dela ‘Nursery’ el me ga sicurà ca la cualità de i me cachi la xe la mejio! E i xe anca bonorivi! Sa semo ncora vivi, par la fine de Marso, o i primi de Aprile, co se cataremo ncora, te li farò saiare!” “Parola?” ghe fasso mi. “Parola”, me dise lu, “e no ghe sarà “Flying-Foxes” o chialtri disgazià de “Possum”, ca i me possa fermare.” “Bravo Gino, cussi se ga da metarla!!!”
E se ghemo bevesto naltro bicere de vin, magnandoghe drio tre cuatro ‘cashews[anacardi], ca le xe pì bone de le bajiie, tanto, Gino el saria ndà casa co la machina del Abruzese, e mi, col bus dei Alpini! » (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 14-11-2017)

Note:
1) I Flying-fox (volpi volanti) sono pipistrelli giganti, mammiferi nomadi che viaggiano su e giù per la costa orientale dell’Australia, principalmente lungo la pianura orientale.

Foto: I Flying-fox, anche se un po’ paurosi a vedersi, sono animali intelligenti e straordinari. Questi esseri peculiari aiutano a rigenerare le foreste e mantenere sani gli ecosistemi attraverso l’impollinazione e la dispersione dei semi. È una specie migratrice e nomade su cui molte piante e animali fanno affidamento per la loro sopravvivenza e il loro benessere. (Elaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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GAETANO DALLA PRIA

[231] GAETANO DALLA PRIA – Un atleta formidabile


Oggi vogliamo parlare di uno splendido atleta montebellano, poco ricordato nonostante i suoi notevoli successi in campo sportivo e non solo. Questo il suo curriculum:

come campione nel lancio del disco:
– Partecipazione ai Campionati Europei di Belgrado 1962;
– Medaglia d’Oro alle Universiadi di Porto Alegre (Brasile) 1963;
– Medaglia d’Argento ai Giochi del Mediterraneo – Napoli 1963;
– Finalista alle Universiadi di Budapest 1965;
– Finalista alle Universiadi di Tokio 1967;
– Due volte Campione Italiano Assoluto e quattro volte medaglia d’argento;
– Ha indossato 11 volte la maglia azzurra con la nazionale assoluta;
– Partecipazione a varie altre rappresentative e meeting con vittorie e buoni piazzamenti.

Come Tecnico:
Tecnico in vari club; Tecnico Regionale in Lombardia; Tecnico della nazionale giovanile della FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera).

Come Dirigente:
Consigliere Nazionale FIDAL (componente di Giunta) 1989–94; Vicepresidente Nazionale FIDAL 1995–2000; Responsabile della specialità Corsa in Montagna (l’Italia è leader mondiale) 2001–2004; Attualmente segue l’atletica senza incarichi specifici.

Gaetano Dalla Pria, nato a Montebello Vicentino il 24/01/1940, attualmente vive a San Pietro in Cariano, un Comune in Valpolicella in provincia di Verona. Laureato in scienze agrarie presso l’Università di Padova è stato docente negli Istituti Scolastici Superiori fino al 1989.
Qualche tempo fa, dopo avergli richiesto sue informazioni, mi ha passato questa lunga intervista rilasciata nel 2012. La sua carriera sportiva nasce verso la fine degli anni 50 e tutto comincia da una… ‘finestra rotta’. Ecco il suo racconto:
« Ero in terza superiore, facevamo ginnastica in un capannone all’ex campo Fiera, in via del Pontiere [a Verona], stavamo preparando i Giochi studenteschi, ma il professor Gherardo Cametti, uomo tutto d’un pezzo, severo, ma col quale si lavorava bene, non mi aveva considerato. Per il lancio del disco aveva individuato un certo Soldo. Un pomeriggio, mi prendo una brutta slogatura, il profe mi dice: “vai a casa”, io esco, arrabbiato, vedo Soldo che sta lanciando il disco, mi fermo, metto giù la sacca, prendo il disco e comincio a lanciarlo: quello è salito su, su, sino a battere contro i finestroni, a romperli e cadere dentro la palestra dove c’erano i miei compagni. Cametti esce infuriato, “chi è stato?” Ti avevo detto di andar via, urla e io avrei voluto sprofondare, sparire, pensavo che sarei stato sospeso, a come dirlo a mio padre e che avrei dovuto pagare i danni, tanto che le poche lire che mio padre mi dava per le merende non le ho utilizzate per mesi, pensando di dover pagare ». Non successe nulla, ma Cametti decide di fargli provare il disco « e io comincio a lanciare, da fermo, e arrivo terzo agli Studenteschi con 32 metri. Mi dicono, “ma non sai lanciare? Non sei capace di ballare? Basta fare un giro di valzer.” » Gaetano Dalla Pria impara velocemente. Viene segnalato ai tecnici federali e partecipa ai primi raduni. « Non ero, però – ricorda – abituato ad allenarmi, tanto che arrivai ultimo alla garetta conclusiva del raduno. Ma il professor Marchi disse: se qui c’è qualcuno che può fare qualcosa, è quello là. Cioè, io ». Ed in breve gli attaccano l’etichetta di “erede di Adolfo Consolini1. « È vero – riferisce Dalla Pria – nel senso che io ho fatto le mie prime gare in concomitanza con le ultime di Adolfo. L’ho conosciuto al “De Gasperi”, manifestazione che si svolgeva al campo Coni di Basso Acquar [a Verona]. C’era il professor Bovi che aveva allenato anche Consolini e mi era molto affezionato perché rispondevo bene. Ricordo la grande entrata di Consolini al campo scuola e i suoi lanci oltre i 50 metri, mentre io mi fermavo a 42–43. Poi sono andato a Milano e ho frequentato Adolfo. È nata una bella amicizia. Lui aveva un record di 56.98 ed io alla “Pasqua dell’atleta” nel 1963, ho fatto la mia miglior gara di sempre, lanciando il disco a 56.31: per un pelo non feci il record italiano. Affrettavo molto il giro. Oberweger, che passava di lì, mi disse di non aver fretta. Misi subito in pratica il consiglio, ma il disco mi scappò un po’ di mano e niente record ». Dalla Pria ammette: « Mi mancano due cose. Per essere campioni, ci vogliono la dote naturale perché l’asino non diventa purosangue, grande volontà, tanta passione e un pizzico di fortuna. A me, mancano il record italiano e la partecipazione olimpica: a Tokyo 1964 dovevo andare, avevo vinto l’Universiade, ma un problema alla schiena me lo ha impedito. Condizionerà un po’ il finale di carriera, ma non posso lamentarmi di quanto ho fatto ». Il ricordo di Consolini è vivo. « Era – dice Gaetano – una gran brava persona, scrupoloso nelle sue cose. Faceva il capo magazziniere alla Pirelli, ma secondo me non era il suo posto. Prima era rappresentante, sempre in Pirelli, e si presentava ai clienti con grande umiltà e, magari, nemmeno veniva riconosciuto perché lui non diceva chi era. Poi, quel male al fegato ce lo ha portato via troppo presto. Aveva un bel fisico, ottime gambe, tanto che faceva 1.60–1.70 nel salto in alto. Tecnicamente, invece, era più forte Tosi. Adolfo lanciava 52 metri da fermo, almeno sette–otto metri avrebbe dovuto guadagnarli col giro: così, però, sbagliava poche gare. Secondo me, comunque, con tutto il grande rispetto per Sara Simeoni, l’”atleta del secolo” è Consolini, tenendo conto che ha perso, per la guerra, due edizioni dei Giochi olimpici, che avrebbe sicuramente vinto. Anche a Melbourne, nel 1956, dove aveva vinto Oerter, il più forte in assoluto, con 56.36 metri, aveva fatto 57 metri in allenamento, ma poi si era bruciato il callo dell’indice e non riusciva a tenere bene in mano il disco ». L’eredità di Consolini non pesa a Dalla Pria « perché ero io ad emergere, più di altri, in quel periodo. L’atletica, allora non aveva ancora scoperto i pesi. Io, Lievore e Meconi fummo tra i primi ad utilizzarli. Alla Pro Patria, Pigaiani, il miglior pesista di allora, mi aveva insegnato come alzarli. Ai pesi, aggiungevo 30 minuti di corsa lungo il Chiampo e poi 30 minuti a rompere legna perché i finlandesi facevano così: mio padre era contentissimo.» Chiusa l’attività agonistica, Dalla Pria rimane nell’atletica come tecnico. « Franco Sar – conferma – mi chiama alla Snia Milano come tecnico dei lanci. Frequento dei corsi, comincio a capire la funzione dell’allenamento, elaboro due fascicoli sulla tecnica che sono diffusi e apprezzati, porto in Nazionale alcuni atleti, allevo collaboratori poi diventati tecnici nazionali, trasmetto quanto ho imparato dal punto di vista didattico e dell’esperienza sul campo ». A Verona, Dalla Pria accoglie l’invito dell’Acsi Veronetta e porta alcune atlete al titolo. Poi è coinvolto dalla Federazione. E comincia la fase di Dalla Pria dirigente. « C’è il fenomeno del doping – spiega Gaetano – Già quando gareggiavo si cominciava sentire di anabolizzanti. Dovevo faticare molto per prevalere e spesso ci riuscivo. Il doping stava dilagando e con degli amici abbiamo dato vita all’Associazione dei Tecnici di atletica leggera, di cui sono stato anche presidente. Questo movimento ha influenzato tutto l’ambiente, contribuendo in maniera determinante a cambiare, nel 1989, la dirigenza federale, iniziando un nuovo corso di rinnovamento e di lotta al doping ». (Da un’intervista del 2012 di Renzo Puliero)

Dopo il matrimonio Gaetano si trasferisce a Milano, in Viale Monza e gareggia con la Pro Patria San Pellegrino. Un importuno mal di schiena pone fine alla sua carriera agonistica. Nel 1984 si trasferisce con la famiglia nei pressi di San Pietro in Cariano, nel veronese. Oggi segue l’atletica senza incarichi specifici, è ancora un uomo tutto d’un pezzo, alto 1 metro e 92 con un peso di 90 chili: « Sufficienti, per proseguire in una vita dove ho cercato di camminare diritto ».
Debbo doverosamente ringraziare anche Angelina Dalla Pria che, con il suo racconto, mi ha aiutato a conoscere meglio il fratello Gaetano e ha contribuito alla realizzazione di questo articolo di Aureos.

Note:
(1) Adolfo Consolini, detto “Dolfo”, nato nel 1917, iniziò a lavorare subito dopo le scuole elementari, per dare una mano nei campi di proprietà della famiglia. A diciannove anni iniziò a praticare atletica, e l’anno dopo esordì in una gara di lancio del peso. Negli anni cinquanta si trasferì a Milano, gareggiando con la Pro Patria e poi col Gruppo Sportivo Pirelli che lo assunse dando vita ad una delle prime forme di sponsorizzazione di un atleta. Nel 1937, Consolini vinse il titolo nazionale giovanile mentre l’anno successivo partecipò agli europei di Parigi arrivando quinto. Nel 1939 vinse il suo primo titolo italiano assoluto. Ne vinse ben 15 nella sua lunga carriera, l’ultimo nel 1960. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 1948, d’argento alle Olimpiadi di Helsinki 1952, partecipazione alle Olimpiadi di Melbourne 1956 e a quelle di Roma 1960 dove pronunciò il giuramento degli atleti partecipanti.

Foto: Gaetano Dalla Pria mentre esegue uno dei suoi lanci straordinari ad un meeting di Biella nel 1963 (Rielaborazione grafica di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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LA GENDARMERIA AUSTRIACA

[230] LA GENDARMERIA AUSTRIACA ALLA FESTA DI SAN GIOVANNI (anche allora c’era voglia di LIBERAZIONE)

La festa di san Giovanni, che si celebra a Montebello il 24 giugno, un tempo aveva uno svolgimento assai rumoroso e imprevedibile. Quella poi che si svolse nel 1865 fu fonte di grave preoccupazione per la gendarmeria austriaca. (Le scoppiettanti modalità di questa ricorrenza si possono leggere nel bellissimo articolo n° 18 già pubblicato in questo sito il 25 gennaio 2018). Questo ulteriore approfondimento sull’argomento vuole mettere in risalto il clima poliziesco che regnava durante l’ottocentesca occupazione austriaca del Veneto anche durante una innocente festa paesana. Alla base di questa diffidenza vi era la cattiva informazione sulle abitudini locali che era endemica nei soldati. Costoro venivano troppo spesso avvicendati nella caserma che esisteva là, vicino alla chiesa parrocchiale, dove poi furono costruite le scuole elementari, ora biblioteca, e furono colti di sorpresa quando si trovarono nel pieno della festa. “Il posto di Montebello”, così si riconosceva la stazione di polizia, apparteneva al 3° Reggimento di Gendarmeria – Ala di Verona ed era formato dalla 5a Compagnia – 23° Battaglione dei Cacciatori.
Nella tarda serata del 24 giugno 1865 il capoposto D’Apreve (questo scritto è tratto dalla sua relazione di quel giorno – rapporto n°175) era di pattuglia coi soldati Bolze Giorgio e Balador Stefano.
Mentre il capoposto si trovava dirimpetto alla Loggia del palazzo comunale «… rimpetto alle case abitate dal Mastro Ricettore del Dazio, el Ingegner Frigo Bernardo, poco lungi dalla piazza esplosero due petardi in spazio d’un minuto uno fra l’altro. Recatomi all’istante sul luogo, ma essendoci state diverse persone del paese in quella vicinanza non fu possibile scoprire l’autore. A questa vista lo scrivente invitò tutti gli esercenti a chiudere i negozi e tutta la gente fu pregata a recarsi nella propria casa, ordini da questi eseguito senza difficoltà.
Non essendo sta persona alcuna per la contrada, mi pare alle ore 11 p.m. per l’epoca di tre minuti scoppiarono altri due petardi: il primo rimpetto alla casa di Guarda Antonio, fabbro, abitante in piazza, ed il secondo nel comincio (sic!) del paese venendo dalla stazione, vicino alla pubblica pesa. Il tutto furono scoppiati n° 4 petardi che furono dalla presente (pattuglia) trovati e raccolti.
Con di più dal monte nominato (monte Castello ?) sopra i palazzi della Baronessa Hermann1, alla distanza di mezzo miglio dalla piazza, venne da ignoti individui accendiato un barile pieno di legna catramata che durava le fiamme circa un’ora di tempo e poi furono dal sottoscritto smorzate del tutto.
Al quanto si verifica poi riguardo quest’ultimo (evento) da parte di questo Cursore Comunale appare essere un antico costume e alli scorsi anni veniva bruciato nella pubblica piazza.
Dalle attivate indagini del sottoscritto in questa notte e riguardo gli autori tanto dei petardi che detto acceso barile sul monte non fu possibile nessun scoprimento.
Per corrispondere alle pronte partecipazioni, il sottoscritto sarebbe stato di dovere di partecipare a tal fatto subito via telegrafica, ma avendo osservato che la plebe non ha dimostrato alcun complotto di sollevazione, così ne ho tardato fino alle ore 7 antimeridiane del 25, andando per la relativa partecipazione in via postale. All’atto che lo scrivente non manca di partecipare a codeste (?) gli si rimette anche i 4 pezzi dei petardi rinvenuti riservandosi per le continue indagini in proposito.» (D’Apreve Capoposto)

Che in quel tempo non mancassero i prezzolati confidenti della polizia è dimostrato dallo scritto che il 26 giugno, due giorni dopo festa di san Giovanni, il Commissario Distrettuale di Lonigo inviò al Delegato Provinciale di Vicenza, signor Ceschi a Santa Croce:
«…colla promessa di una buona mancia in denaro, ancora questa mattina mi è riuscito di procurarmi un confidente e col di lui mezzo spero di aver tra non molto una qualche trama di quei malintenzionati che si lusingano di poter continuare a prendersi gioco delle disposizioni dell’Autorità e della quiete del paese…
(16 luglio 1865) – Il confidente che ho saputo procurarmi m’indicò fino ad oggi gli individui che potrebbero giudicarsi tali a priori, vale a dire perché altri non ne avrebbero la capacità o tendenza e mi additò due case nelle quali in passato sarebbero stati fabbricati dei petardi ed altri oggetti consimili e sarebbero quelle delle sorelle Fraccari e del farmacista De Lorenzi …»
Giusto un anno dopo gli austriaci se ne andarono per sempre da Montebello.

Tratto e riassunto da OTTORINO GIANESATO dal suo lavoro “MISCELLANEA DI STORIA MONTEBELLANA

Note:
(1) La Baronessa Hermann all’epoca era la proprietaria della villa “Miari”.

Illustrazione:
Ricostruzione di fantasia dell’episodio racconatato nell’articolo (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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2020 LA SOLENNE MANCATA

[229] 2020 LA SOLENNE MANCATA


E’ mancata in questo 2020 la tradizionale Solenne dedicata alla Madonna di Montebello. La pandemia, non ancora debellata, ha reso impossibile organizzare lo svolgimento di questa importante Festa del nostro paese. Siamo certi, però, che ognuno di noi, nel mese di maggio, ha rivolto almeno un pensiero o una preghiera alla Santa Vergine. La Solenne del 2020 è stata sicuramente attenuata, quasi malinconica, non celebrata in pompa magna come nelle altre occasioni, ma c’è stata! Un sentito ‘grazie’ alle molte persone che, con impegno, hanno contribuito, dedicando il loro tempo, alla realizzazione di quello che si è potuto fare per questa amata Festa, in particolar modo a don Lidovino, don Guido e don Gianfranco. La straordinaria venerazione Mariana, specialmente sentita nella nostra comunità, si concretizza nel culto per la Madonna di Montebello, attestato dall’antica statua custodita nella nostra Chiesa Prepositurale. Ecco la sua storia.

La storia della Madonna di Montebello
« L’immagine della Madonna nel 1500 era venerata sotto il titolo della “Concezione”. È da supporre, quindi, che un tal nome le sia stato dato subito o poco dopo, quando nel 1476, Papa Sisto IV aveva prescritto che in tutto il mondo fosse celebrata la festa della Concezione, oppure che appositamente, dopo il 1476, sia stata lavorata la statua che doveva portare un tal titolo, Il lavoro eseguito nel XV secolo, lascia libero campo tanto all’una che all’altra ipotesi.
Quando nel 1834, Mons. Cappellari, Vescovo di Vicenza, compi la visita pastorale alla nostra parrocchia, osservò che male conveniva il titolo di Madonna della Concezione ad una immagine effigiata in quelle forme, per cui da quel tempo, anche fra il popolo, andò diminuendo l’uso di chiamarla con quel nome, dicendola piuttosto “la nostra Madonna”, senza altre aggiunte, finché, nel 1885 la si disse “Madonna di Montebello”, titolo che conserva tuttora e che suona con quello antico della parrocchiale dedicata a “Sanctae Mariae de Montebello”. La statua della Madonna fu portata in processione per la prima volta il 29 Luglio 1793 a causa di una grande siccità. In quell’occasione, ancora nella sera stessa, cadde la desiderata pioggia; ogni qualvolta poi il popolo venne a trovarsi in simile necessità, ricorse fiducioso alla Vergine, la quale quasi sempre, esaudì le fervide preghiere dei Montebellani.
Ci prepariamo a celebrare la 27a edizione della festa quinquennale in onore della Madonna. Il motivo che ha generato la Festa della Solenne va ricercato, indietro nel tempo, circa un secolo prima dell’indizione della festa.
Nel 1791 si diffuse per parecchi mesi un’epidemia di tifo, che causò moltissimi morti specialmente tra i giovani. I provvedimenti sanitari applicati non portarono alcun beneficio e non limitarono l’espandersi dell’epidemia. Vedendo vano ogni rimedio, la popolazione di Montebello si rivolse “con fede viva” alla Madonna e l’epidemia improvvisamente cessò.
Memore di questo prodigio, due anni dopo, il 28 luglio 1793 al culmine di un prolungato periodo di siccità che faceva presagire la totale distruzione di tutti i raccolti agricoli, la popolazione portò in processione la statua della Madonna e fatto sorprendente, la tanto sospirata pioggia iniziò a cadere nella serata, prosegui tutta la notte e parte del giorno seguente portando ristoro alla popolazione e salvando i raccolti. La popolazione riconoscente tributò solenni ringraziamenti alla Madonna nei giorni 5 e 17 agosto. In quei due giorni vennero offerte, alla Madonna, una quantità straordinaria di olii, cere e moltissimo denaro il quale venne destinato per sostituire il vecchio altare in legno nel quale era riposta la Madonna con un altro in marmo, una volta che fosse stata ultimata la nuova (attuale) chiesa.
Le notevoli spese per la costruzione della chiesa probabilmente assorbirono anche i soldi destinati alla costruzione dell’altare e di questo non se ne parlò più fino al 1811 quando, grazie ad un lascito testamentario “in onore della Madonna” di Antonio Bevilacqua, fu acquistato l’artistico altare in marmo del soppresso monastero del Corpus Domini di Vicenza, opera degli scultori Orazio Marinali e Giovanni Cassetta. Tale altare era però imponente e troppo ampio per poter essere inserito nella cappella a questo scopo destinata, pertanto esso venne smembrato e ricomposto in qualche modo all’interno della stessa.
Quanto realizzato risultò, fin da subito, sgradevole e non incontrò la soddisfazione della popolazione pertanto quasi subito venne modificato con la realizzazione di un paramento centrale in mattoni che lo abbruttì ancora di più. Per attenuare questa nuova bruttura venne installata una raggera in legno dorato che contenne la disarmonia ma non la risolse del tutto.
Finalmente nel 1885, con il Prevosto Capovin, fu incaricato di riordinare l’altare, oggetto del malcontento popolare mai assopito, lo scultore Francesco Cavallini di Pove del Grappa, il quale riadattò con sapienza l’altare ottenendo quel notevole effetto artistico, che ancora oggi ammiriamo, tale da sembrare un’opera di prima mano. Per consentire l’esecuzione dei lavori la statua della Madonna venne rimossa dalla cappella e non si sa per quale motivo venne portata in maniera riservata nell’antica chiesa di San Francesco ubicata sul colle soprastante la Piazza nell’angolo est tra via Castello e via San Francesco.
Terminati i lavori dell’altare per la sua inaugurazione e per il rientro della statua della Madonna il Prevosto Capovin propose di farlo festeggiando in maniera pubblica per il 26 di aprile con una solenne processione dalla chiesa di San Francesco alla Prepositurale. Per l’occasione il paese si vestì a festa addobbando le vie con fiori, archi e festoni sempreverdi. A tale processione parteciparono, sia dalle parrocchie dipendenti dal Vicariato di Montebello, sia dagli altri paesi circostanti oltre agli abitanti di Montebello, talmente tante persone che fecero diventare l’evento una cosa straordinaria. Alla fine della processione, dopo aver riposto la statua della Madonna nella nicchia allo scopo predisposta nell’altare, il Prevosto Capovin cogliendo l’entusiasmo generale dei partecipanti decretò che la processione Solenne con la Madonna sarebbe stata ripetuta con cadenza quinquennale alla prima Domenica del mese di maggio.
Ebbe così origine la festa della Solenne, che fu celebrata fedelmente ogni cinque anni. Tale festa ha segnato profondamente la vita e la storia della comunità parrocchiale e civile di Montebello: i cittadini radicati nel territorio e quelli acquisiti negli ultimi anni hanno sempre considerato questa solennità quinquennale una espressione di fede, di intensa devozione a Maria, di comunione profonda e di appartenenza alla comunità.
La festa con le sue celebrazioni, con i suoi momenti di riflessione e di cultura, di festa e di divertimento, con i suoi molteplici addobbi sparsi per tutte le vie ha sempre creato amicizia, collaborazione, fusione di spirito, gusto e gioia di fare comunità.
Ci auguriamo che la 27a edizione della Solenne, programmata con competenza e precisione dal Comitato Festeggiamenti, come si può notare in questa pubblicazione, sia un’esperienza di fede e di comunione, di serenità e di gioia, di festa e di speranza per tutta l’Unità Pastorale. » (Da “Solenne 2020” di Don Lidovino, Don Guido e Luigi Dainese)

  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2020 
  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2020 
  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2020 
  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2020 
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Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 2020 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 12 Aprile – Presidente della Repubblica: Sergio Mattarella. Papa: Jorge Mario Bergoglio con il nome di Francesco


DAL MONDO - Leggi tutto...

1 Gennaio la Croazia assume la presidenza di turno dell’Unione Europea per la prima volta.
8 Gennaio l’Iran lancia missili contro basi militari statunitensi in Iraq in rappresaglia all’uccisione di Qasem Soleimani avvenuta il 3 gennaio all’aeroporto internazionale di Baghdad: due basi militari statunitensi situate in Iraq vengono danneggiate, viene anche abbattuto per errore l’Ukraine International Airlines 752 uccidendo 176 persone.
23 Gennaio il governo cinese, a causa di un’epidemia di un nuovo ceppo di coronavirus, mette in quarantena la metropoli di Wuhan, e successivamente espande il provvedimento a quasi tutta la provincia di Hubei. Si tratta della più grande quarantena mai disposta nella storia umana per estensione e numero di persone coinvolte.
30 Gennaio l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara l’epidemia del nuovo coronavirus “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”
5 Febbraio il presidente statunitense Donald Trump viene assolto dal Senato dall’impeachment a suo carico.
29 Febbraio viene firmata una storica tregua tra truppe americane, truppe afghane e talebani.
11 Marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) dichiara che l’epidemia di COVID-19 è una pandemia.
6 Maggio gli astronomi annunciano la scoperta, grazie al telescopio MPG/ESO, del primo buco nero situato in un sistema stellare visibile a occhio nudo (HD 167128).
1 Luglio la Germania assume la presidenza di turno dell’Unione Europea per la quarta volta.
25 Luglio la petroliera giapponese Wakashio si incaglia nella barriera corallina a sud-est dell’isola di Mauritius, e il 6 agosto il suo scafo cede, riversando per due settimane le 3 800 tonnellate di petrolio ivi contenute.
30 Luglio la NASA dà inizio alla missione Mars 2020 per cercare primordiali segni di vita sul pianeta rosso; la missione include anche esperimenti per preparare future missioni con equipaggio.
4 Agosto due forti esplosioni devastano il porto della capitale libanese Beirut, provocando il crollo di alcuni edifici e causando oltre 200 decessi e 7 000 feriti; inoltre il Ministero della Salute ha esortato gli abitanti della città di lasciarla a causa dell’aria altamente tossica.
24 Dicembre pochi giorni prima della scadenza del periodo di transizione dovuto alla Brexit viene raggiunto un accordo di libero scambio tra il Regno Unito e l’Unione Europea.

MUOIONO
26 Gennaio Kobe Bryant Giocatore di basket.
5 Febbraio Paolo Guerra Produttore televisivo.
5 Febbraio Kirk Douglas Attore.
25 Febbraio Hosni Mubarak Politico, ex presidente egiziano.
21 Marzo Gianni Mura Giornalista.
23 Marzo Lucia Bosé Attrice.
14 Aprile Franco Lauro Giornalista.
16 Aprile Luis Sepúlveda Scrittore.
15 Maggio Ezio Bosso Pianista.
21 Maggio Claudio Ferretti Giornalista.
22 Maggio Gigi Simoni Allenatore.
25 Maggio Flavio Bucci Attore
31 Maggio Christo Artista.
2 Giugno Roberto Gervaso Giornalista e scrittore.
9 Giugno Pau Donés Cantante.
3 Luglio Suor Germana Suora e scrittrice.
6 Luglio Ennio Morricone Compositore.
17 Luglio John Lewis Leader dei diritti civili.
19 Luglio Giulia Maria Crespi Imprenditrice, fondatrice del Fai.
4 Agosto Sergio Zavoli Giornalista.
9 Agosto Franca Valeri Attrice.
18 Agosto Cesare Romiti Manager.
2 Settembre Philippe Daverio Storico dell’arte.
4 Ottobre Kenzo Takada Stilista.
31 Ottobre Sean Connery Attore.
2 Novembre Gigi Proietti Attore.
6 Novembre Stefano D’Orazio Musicista.
22 Novembre Elisabetta Imelio Cantante.
25 Novembre Diego Armando Maradona Calciatore.
9 Dicembre Paolo Rossi Calciatore.

NASCONO
10 Maggio Carlo di Lussemburgo, principe lussemburghese.

PREMI NOBEL
Medicina: Harvey J. Alter, Michael Houghton, Charles M. Rice
Fisica: Roger Penrose, Reinhard Genzel, Andrea Ghez
Chimica: Emmanuelle Charpentier, Jennifer Doudna
Letteratura: Louise Glück
Pace: World Food Program
Economia: Paul R. Milgrom, Robert B. Wilson

SANREMO
Diodato con: Fai rumore; 2º Francesco Gabbani con: Viceversa; 3º Pinguini Tattici Nucleari con: Ringo Starr

SPORT
CALCIO
: 17 Marzo l’UEFA annuncia che a causa della pandemia di COVID-19 gli Europei si disputeranno nel 2021.
GIOCHI OLIMPICI: 24 Marzo il CIO annuncia che a causa della pandemia di COVID-19 i giochi olimpici di Tokyo si disputeranno nel 2021.
ATLETICA LEGGERA: 23 Aprile la European Athletic Association annuncia la cancellazione dei campionati europei di atletica leggera a causa della pandemia di COVID-19.
CALCIO: La Serie A 2019-2020 è stata la 118ª edizione della massima serie del campionato italiano di calcio (l’88º a girone unico), disputato tra il 24 agosto 2019 e il 2 agosto 2020.[2] Il torneo è stato vinto dalla Juventus, al suo trentaseiesimo titolo, nonché il nono consecutivo.
CALCIO: A vincere il trofeo è stato il Bayern Monaco, al sesto successo nella manifestazione, che ha battuto in finale il Paris Saint-Germain per 1-0. I tedeschi hanno ottenuto la possibilità di sfidare i vincitori della UEFA Europa League 2019-2020 nella Supercoppa UEFA 2020 e di partecipare alla Coppa del mondo per club FIFA 2020.
CICLISMO: Il Giro d’Italia 2020, centotreesima edizione della manifestazione e valido come sedicesima prova dell’UCI World Tour 2020, si è svolto in ventuno tappe dal 3 al 25 ottobre 2020 per un totale di 3 352,4 km, con partenza da Monreale e arrivo a Milano. Inizialmente prevista dal 9 al 31 maggio 2020, con partenza da Budapest, in Ungheria, la corsa è stata posticipata dal 3 al 25 ottobre a causa della pandemia di COVID-19. La vittoria fu appannaggio del britannico Tao Geoghegan Hart, il quale completò il percorso in 85h40’21”, precedendo l’australiano Jai Hindley e l’olandese Wilco Kelderman.
FORMULA 1: Lewis Hamilton e la Mercedes si sono confermati ancora una volta campioni del mondo piloti e costruttori. Per il pilota britannico si è trattato del settimo titolo mondiale piloti, il quarto consecutivo, eguagliando il numero di titoli detenuti dall’ex pilota tedesco Michael Schumacher, mentre la scuderia tedesca ha conquistato il settimo titolo consecutivo del mondiale costruttori, battendo il primato detenuto dalla Ferrari del periodo 1999-2004 con sei. Lo stesso pilota britannico si è aggiudicato per la quinta volta il Trofeo Pole FIA per il maggior numero di pole position conquistate durante l’anno, con dieci partenze dalla prima piazzola.

Umberto Ravagnani

Foto: L’antica statua della Madonna di Montebello (Archivio privato Umberto Ravagnani – 3 maggio 2020).
Slide: Alcune foto della Chiesa Prepositurale nel 2020 (Archivio privato Umberto Ravagnani – 3 maggio 2020).
Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 2020 (Archivio privato Umberto Ravagnani).

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LE TERMINAZIONI

[228] LE TERMINAZIONI (1760 – IL NUOVO ORGANO DELLA CHIESA DI S. MARIA DI MONTEBELLO)

La potenza della musica!!! Se gli squilli delle trombe fecero crollare le mura della città di Gerico, le note liberate dalle canne del nuovo organo della parrocchiale di Montebello fecero cadere… l’Amministrazione Comunale.

Il fattaccio accadde agli inizi del 1760, quando il Capitanio nonché Vice Podestà della città di Vicenza Andrea Renier, inviò agli amministratori del Comune di Montebello una “TERMINAZIONE”, cioè un documento col quale, in considerazione della cattiva amministrazione tenuta dai governatori del paese, dettava nuove regole per una nuova, buona ed oculata gestione. A onor del vero, a provocare questa presa di posizione da parte delle autorità del Territorio erano state anche le concomitanti spese fatte dal Comune di Montebello per le nuove grate del cimitero e per la nuova cantoria oltre che per il summenzionato organo della Chiesa di Santa Maria. Il nuovo organo, vanto dei montebellani è stato immortalato nei suoi sonetti dal poeta locale Bartolomeo Guelfo (un libro che raccoglie le opere del compaesano autore settecentesco è stato pubblicato nel 2007 a cura dell’Associazione “Amici di Montebello”). Appare chiaro dall’ordinanza di Andrea Renier che ad agitare le acque erano stati i proprietari di campi, più amanti dei soldi che della musica, che vedendosi aumentare sensibilmente le tasse del “Campatico” avevano vibratamente protestato. Non è escluso poi che qualche ruolo lo abbiano avuto anche alcuni abitanti di Lonigo, invidiosi del nuovo organo tanto da attirarsi gli strali della satira del Guelfo.
Le Terminazioni indirizzate ai Comuni non erano una rarità: ne seppero qualcosa, per esempio, Marostica e Montecchio Maggiore con la “Terminazione Morosini”. Le decisioni, prese allora per Montebello, sono ai nostri giorni di una attualità sconcertante, a dimostrazione del fatto che la cattiva amministrazione affonda le sue radici nei secoli e che quanto riparato in passato sarebbe possibile rifarlo adesso. Basta prendere in esame la riduzione a metà del numero dei Consiglieri Comunali, sancita dal Renier per contenere le spese di amministrazione e gestione della cosa pubblica per capire da quanto tempo, e senza ottenere alcun risultato, venne auspicato il medesimo taglio dei nostri attuali parlamentari, provvedimento che ha visto la luce solo ai giorni nostri. Meglio tardi che mai!
Per una più completa ed esaustiva informazione è riportato qui di seguito il documento quasi integralmente, sostituendo solo quei termini burocratici, usati a dismisura dalle autorità veneziane del ‘700, per renderlo di più facile e comprensibile lettura.

TERMINAZIONE

Stabilita dall’Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor

ANDREA RENIER

Capitanio e Vice Podestà della Città di Vicenza e sua giurisdizione

In esecuzione di Ducali dell’Eccellentissimo Senato del 18 Dicembre 1759

per la migliore direzione e governo delle COMUNITA’ DI MONTEBELLO

Vicenza, 30 Gennaio 1760

« Nella osservazione che ci è occorso di fare al gitto (gettito) delle Colte (tasse) della Comunità di Montebello ci son cadute sotto l’occhio grandiose, arbitrarie, parte consistenti spese voluttuose ed eccedenti ogni misura di Carità e Giustizia, della di cui classe, specialmente in questo anno (passato) furono quelle della costruzione delle grate del Cimiterio, della Cantoria e dell’Organo, con molta spesa di trasporto. Inoltratici all’esame di tale disordine, lo abbiamo ritrovato originato dall’arbitrio dei Capi Direttori della Comunità, nel cui soverchio numero, essendovi sempre compresi quelli che, non possedendo che piccolo o nessun “carato” d’Estimo, e però desiderosi di novità o mossi da oggetti di reo interesse, con parti che nelle Vicinìe (assemblee dei capifamiglia), promuovono a capriccio motivi di spese superflue, facendo così aumentare le Colte persino 5 o 6 Lire al campo, con grave carico degli Estimati.
Per aver, Noi, dietro la segnalazione di disordini fatta all’Eccellentissimo Senato, riportato in venerate Ducali del 18 Dicembre passato, ricevuto onorevole incarico di stender in TERMINAZIONE provvedimenti all’emendamento degli arbitrii e disordini medesimi, avendo con eguale cura ritrovati li rimedi veri. »

Riassunto e adattamento tratto da “Montebello nel ‘700 giorno per giorno” di OTTORINO GIANESATO


Documento:
Facsimile del frontespizio di una Terminazione del periodo della Repubblica di Venezia (Elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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EL CORO SORA L’ALTARE

[227] EL CORO SORA L’ALTARE MAGGIORE

LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


Continua con un altro episodio la storia di Lino Timillero, di qualche settimana fa, del periodo in cui, a Montebello, c’era “el cinema a l’aperto”…

« … E se jera rivà al ’54, come che go dito!!! L ano dopo saria stà ano de Solenne de la Madona!! De Novenbre xe rivà Don Francesco. Dopo on poco chel jera rivà, na matina el xe vegnù ale Scole Elementari. El gavea dimandà de ndare par le classe dei tusiti de nove e diese ani, e, par ultima cuela dei tusi de la cuinta. El dimandava al Maestro de farghe cantare ‘Fratelli d’Italia’, e el se metea a caminare inframeso ai banchi! El gavea on cuaderneto ndove cal scrivea calcossa. Dele volte, el fasea anca cantare ‘Il Piave Mormorava’. Dopo el gà parlà on pochetin col Maestro, e, fate le so ciacole, el xe ndà via. Co jera ora de nar casa, i Maestri ne ga dito, a zerti tusiti, che ale dò de dopo magnà i gavea da ndare al asilo dale Suore che Don Francesco el ne nsegnava a cantare par la Solenne..! No xe mancànissun! Cuà salta fora naltra roba che xe bravi cuei che se ricorda!!! El Coro che jera tacà par aria de drio al Altare Maggiore!! Cuei tusiti che ga cantà la Messa par la Festa della Solenne del 1955 (mile novezento e zincuanta zincue ), xe stà i ultimi a cantare sol Coro tacà sù par aria!! Sù dale Suore, Don Francesco el sonava l Armonio a pedali. Co jera caldo, el suava. Ma nialtri no vedivimo gnente de cuel chel fasea coi sò pié parche jera tuto cuerto da la so tonega!!!Par farne star chieti, vignea el Maestro Gobbo. El se sentava da na parte! Co na ocià de traverso, no se movea nissun!!! Don Francesco ne nsegnava tuto on tochetin ala volta. Tri giorni ala setimana: Marti, Mercore e Zobia.Co ghe parea a lù che gavissimo nparà mezzo Gloria, el ne lo fasea cantare tuto drio man!!! La Messa del Perosi! In Latin!!! El pì difizile xe stà el Credo!!! E ghemo fato le prove fin a Marso del 1955. A metà Cuaresema, navimo a far le prove anca de sera, in Cesa. Do volte ala setimana. Se fasea le prove coi omini! Sù, sol Coro! Là par aria!!! Bepi Crosara jera l’Organista. E Doro Timinelo el doparava la mantesa che fasea aria par l Organo Par nar sol Coro se pasava de drio al Altar Magiore, se nava sù par le scale. Rivà in zima, se nava zò tri scalini e ghe jera la mantesa co dù maneghi lunghi. On poco pì vanti ghe jera naltra porta che la ndava ntel Coro. Zerte volte i omini i se spetava par far nare rento prima i Tenori. Dopo i Baritoni e dopo i Bassi! Ciò!!! No ghe jera mia tanto posto par moverse!!! Nialtri tusiti navimo rento cuando ca volivimo parché pasavimo dapartuto!! Jerimo metà Soprani e metà Contralti. A ne piasea a nar vedere Doro Timinelo tirar sù e zò i maneghi dela mantesa!!! Lora, Don Fracesco, on Sabo, dopo che se jerimo confesà, el ne gà ciamà, nialtri del Coro. El ne gà portà sù davanti ai maneghi dela mantesa. Pian pianelo el ne ga dito che Doro Timinelo, el fasea aria cola mantesa. L’aria la nava drento al Organo. Bepi Crosara tocava i tasti del Organo e se verzea na valvoleta par tasto. Cussì pasava l aria sù par le cane del Organo e vignea fora la Musica!!! Don Francesco el se metea in pié de drio a Bepi Crosara par darne segno de cuando cantare. Fazile ?! Le cane del Organo le jera sconte da on cuadro grando. Co se jera in Cesa, nol parea gnanca vero chel podesse star sù là par aria!!! L Organo de stiani col Coro!!! Na maravejia! E na maravejia xe stà ver vudo Don Francesco a nsegnarne a cantare! La Messa del Perosi! Me la recordo ncora desso!!! In Latin! A zincue voci!!!
E anca el Magnificat, parché navimo a cantare anca i Vesperi par lù, ala Domenega, dopo magnà!!! (cussì, co jerimo pì grandi, se nava a gratis a vedare el Calcio). » (Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-1-2019)

Foto:
1) L’interno della Chiesa Prepositurale nei primi anni ’50 del Novecento. Notare la presenza del coro ligneo a balconata dietro l’altare e la balaustra marmorea che separa la navata dal presbiterio, ora scomparsi (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

Umberto Ravagnani

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UN CONTE A MONTEBELLO

[226] IL CONTE ALVISE FRANCESCO MOCENIGO

Tra i vari personaggi che si sono susseguiti nella proprietà di quella che attualmente è conosciuta come Villa Miari” a Montebello, troviamo il conte Alvise Francesco Mocenigo. Per circa 15 anni, gli ultimi della sua vita, fu spesso ospite del nostro paese. Nel 1870 acquistò la villa da una certa Baronessa Herman1 e vi abitò fino al 1884, anno della sua morte. Alvise Francesco Mocenigo, di origine veneziana, fu un politico e imprenditore italiano. Nato da una relazione extra-coniugale tra il colonnello austriaco M. Plunkett e Lucia Memmo, moglie del conte Alvise Mocenigo, fu battezzato con il nome di Francesco. Venne comunque riconosciuto dal padre che gli diede il nome di Alvise, come tradizione di famiglia e divenne dunque Alvise Francesco Mocenigo.2
Il 24 novembre1840 sposò la contessa Clementina Spaur figlia del conte Johann Baptist Spaur di Merano. Il suocero di Alvise Mocenigo, dapprima governatore delle province venete, e successivamente, fino al 1847, mantenne la stessa carica per la Lombardia. Dal matrimonio nacque nel 1845 una bambina che morì pochi giorni dopo il parto. Solo tre anni più tardi arrivarono: il primogenito maschio battezzato, come tradizione di famiglia, col nome di Alvise, Giovanni ed alcune femmine.
La moglie, Clementina Spaur, fu una valente e raffinata pittrice: di lei si conosce un dipinto rappresentante “La Beata Maria Vergine seduta in trono” giudicato di pregevole fattura. Tra le tante cose elencate nell’inventario sottocitato, eseguito a Montebello nel 1884, viene nominato un identico dipinto: è lo stesso?
Tra i numerosi incarichi che ricoprì Francesco Alvise Mocenigo vi fu quello di presidente del Teatro la Fenice. Ebbe naturalmente modo di conoscere Giuseppe Verdi che, riconoscente ammiratore di Clementina Spaur, dedicò a quest’ultima l’opera lirica “Ernani”. Non meno sensibile fu uno dei librettisti delle opere di Verdi, Francesco Maria Piave, che in occasione della morte della primogenita dei coniugi Mocenigo dedicò alcun versi alla contessa.
Francesco Alvise Mocenigo lo troviamo già attivo a Montebello in un documento del notaio Domenico Agostini con una richiesta a questo Comune di acquistare una Strada “Vicinale” secondaria detta del “Castello” che, all’incirca dal punto in cui sorge la villa, portava oltre il Castello e, girandogli attorno, proseguiva in direzione della “Cà del lupo” (da A a B nel disegno). Su questa strada venivano fatte 3 processioni all’anno, a partire dalla Chiesa di San Daniele (all’interno del castello) fino al centro del paese. Il conte Mocenigo avrebbe concesso il passaggio dei fedeli per la suddetta strada, a patto che le processioni non fossero state più di 3 all’anno e che non gli fosse richiesto nessun obbligo di manutenzione dell’Oratorio o di spese relative al culto.
In un secondo documento del 28 marzo 1873 leggiamo la risposta, positiva, del Consiglio comunale di Montebello (il Sindaco all’epoca era Giuseppe Dr. Pasetti), il quale, posta la condizione “ch’egli non vorrà certo rifiutare l’accesso al Castello a coloro che desiderassero visitarlo”, gli concede di prendere possesso degli “appezzamenti stradali” acquistati e di poter iniziare i lavori.
È del 5 novembre 1873 l’atto di vendita definitivo. Ecco uno stralcio: “…Il Comune di Montebello Vicentino rappresentato dal proprio Sindaco Giuseppe Dr. Pasetti vende con clausola abdicativa e traslativa di dominio al prenominato Conte Alvise Francesco Dr. Mocenigo. Il quale accetta ed acquista la strada vicinale interna che dal palazzo stesso Co. Mocenigo mette al sovraposto Castello girando a tramontana dallo stesso fino al trivio della strada Cà del Luppo [sic] descritta nella perizia dell’Ingegnere Civile Signor Pietro Frigo… lo stesso Comune vende allo stesso Conte Mocenigo il piccolo tratto di strada denominato della “Cucca” dal punto segnato C fino al punto D nel tipo (disegno)… restando la fontana di proprietà del Comune [si tratta di quello che ancora oggi è denominato il Pissolo] ed inoltre vende il piccolo pezzo di terreno dinanzi all’ingresso del Palazzo Mocenigo, segnato in tipo (disegno) colla lettera X… il prezzo pattuito nella somma di Lire 1180 millecentottanta… Le spese di perizia ritenute in Lire 32 nonché quelle occorrenti pel Registro e pel trasferimento censuario e tutte le altre, senza eccezione, relative al presente istrumento sono ad esclusivo carico del Nobile acquirente.”.3
Per circa 15 anni il conte Mocenigo visse, quasi continuativamente, in questo sontuoso palazzo fino alla sua morte avvenuta il 13 novembre 1884.
Il 6 agosto 1885, con un altro atto del notaio Domenico Agostini si aprì la fase della successione. Vennero designati gli eredi: “Signora Clementina Contessa Spaur 4 fu Giovanni vedova Mocenigo, Amelia Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco, Maria Duchessa di Noci nata Contessa Mocenigo fu Alvise Francesco ed Olga Contessa Mocenigo nata Principessa Windisch-Gràtz di Ugo nella legale rappresentanza questa della minorenne di Lei figlia Contessina Valentina Mocenigo del fu Andrea”.5 Nel lunghissimo inventario di quanto contenuto del palazzo Mocenigo di Montebello vengono nominati ben 284 gruppi di oggetti dalla moltitudine di mobili alle porcellane, ai numerosissimi accessori di valore, ai 300 libri ed opuscoli, ecc. Il tutto in circa 34 tra stanze e ripostigli. Tutti gli oggetti vengono elencati con estrema precisione in un documento di 12 pagine.
Il conte Alvise Francesco Mocenigo fu sepolto ad Alvisopoli (già ‘Molinat’), nel comune di Fossalta di Portogruaro, tra Veneto e Friuli, dove la famiglia possedeva un grande latifondo di 1800 ettari.

Ricerche e testi di Ottorino Gianesato e Umberto Ravagnani

Note:
1) Lo storico montebellano Bruno Munaretto ci riferisce che il conte Mocenigo, nello stesso anno, acquistò anche il Castello di Montebello.
2) Il Conte Alvise Francesco Mocenigo (1799-1884) è uno dei propugnatori della costruzione della ferrovia Ferdinandea (1846). La sua villa ospitò gli operai addetti alla messa in opera dei binari. La famiglia Mocenigò annoverò tra suoi appartenenti ben 7 Dogi e decine di Procuratori di San Marco.
3) Archivio di Stato Di Vicenza, atti n. 624, Busta 2034 con 3 allegati.
4) Clementina Contessa Spaur und Flavon – nata a Vienna nel 1816 morta a Venezia nel 1891. Il marito Alvise Francesco Mocenigo nato a Venezia nel 1799 e nella stessa città morto nel 1884.
5) Archivio di Stato Di Vicenza, Notaio: Agostini  Domenico (Malo e Montebello), Busta n° 2042 – Atto n° 1638 –  (reg.132).

Disegno:
Di libera interpretazione di Umberto Ravagnani. La piccola deviazione denominata “Strada in questione” si riferisce a un lavoro effettuato abusivamente dalla precedente proprietaria, la Baronessa Herman, che divenne comunque parte del terreno acquistato dal Conte (da una mappa dell’Ing. Pietro Frigo, 1872, Archivio di Stato Di Vicenza).

Umberto Ravagnani

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MARIO CENZI

[225] MARIO CENZI

Proseguendo con i personaggi che hanno lasciato un segno a Montebello parliamo oggi del Sottotenente Mario Cenzi, pilota di caccia.
La Guerra Civile spagnola del 1936-39 è considerata una preparazione, quasi una prova generale, della seconda guerra mondiale dato che gli schieramenti in contrapposizione furono gli stessi, cioè i fascisti di Mussolini con i nazisti di Hitler contro le forze repubblicane spagnole aiutate da Inghilterra, Francia e Unione Sovietica. Era anche l’occasione per testare nuovi armamenti e nuove strategie. Nel 1936, alle nuove elezioni politiche, le forze di sinistra erano tornate al governo grazie al primo esperimento del Fronte popolare (repubblicani moderati, socialisti, comunisti e cattolici baschi autonomisti). Il 17 luglio le truppe di stanza in Marocco scatenarono una rivolta ed il giorno dopo la protesta si estese a tutto il paese. Fu l’inizio della guerra civile, con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Alcuni giovani montebellani si arruolarono volontari tra le fila del generale Franco contro il governo repubblicano. Tra essi il Sottotenente pilota Mario Cenzi che in quell’impresa sacrificò la propria vita. Nel libro “Medaglie d’oro al valore militare” troviamo la motivazione:

Pilota da caccia volontario in una missione di guerra partecipava alla dura quotidiana lotta con entusiastico slancio e dedizione completa. In numerose azioni di guerra portava valido contributo al brillante esito di esse distinguendosi sempre per le sue magnifiche qualità di fidato gregario. Il 13 luglio 1938, durante una crociera di vigilanza, accortosi che una massa preponderante di caccia avversaria stava per assalire una squadriglia in condizioni di netta inferiorità numerica e di quota, con prontezza e generoso slancio non esitava a frapporsi con pochi altri camerati fra assalitori ed assaliti. Incurante del numero e del vantaggio degli avversari, portato dal suo generoso slancio ne sosteneva il violento urto, opponendo la sua eroica irruenza e la sua tenace aggressività in un accanito combattimento che frustrava completamente la capacità offensiva e l’iniziale minaccioso intento del nemico. Durante l’aspra mischia, dopo aver concorso all’abbattimento di quattro caccia nemici, attaccato da numerosi avversari, non desisteva dalla lotta e continuava a prodigarsi fino all’estremo limite delle sue energie, offrendo per la salvezza e la vittoria dei camerati il glorioso e generoso sacrificio della propria esistenza.” Cielo di Spagna 13 luglio 1938.

Sul sito del Quirinale troviamo la conferma dell’assegnazione:
CENZI Mario
Luogo di nascita: Vito di Leguzzano (VI)
Medaglia d’oro al valor militare 1
Sottotenente di cpl. Pilota
Data del conferimento: 1938
motivazione: Volontario in missione di guerra per l’affermazione dei suoi ideali, partecipava quale pilota da caccia a numerose scorte e crocere dimostrando in ogni circostanza belle doti di combattente, spirito di sacrificio e elevate virtù militari. Cielo di Spagna, gennaio-aprile 1938.

Montebello nel secondo dopoguerra ha voluto dedicargli una Piazza, quella antistante la vecchia scuola elementare e la Chiesa Prepositurale. Una curiosità: anche a Sirmione (Bs) esiste una Piazza Mario Cenzi. Questo si spiega con il fatto che suo padre, Cesare Cenzi, è stato Commissario Prefettizio (Podestà) a Sirmione e poi, nel secondo dopoguerra, Sindaco della stessa bellissima cittadina sul lago di Garda, ma questa è un’altra storia…

Umberto Ravagnani

Note:
1) – Finalità: Segnalare come degni di pubblico onore gli autori di atti di eroismo militare, anche compiuti in tempo di pace, purché l’impresa sia strettamente connessa alle finalità per le quali le Forze militari dello Stato sono costituite, qualunque sia la condizione e la qualità dell’autore.
– Struttura: Le proposte, salvi i casi eccezionali previsti in tempo di guerra, sono vagliate da una Commissione Militare, costituita appositamente.
– Destinatari: Appartenenti alle Forze Armate (singoli militari o interi reparti non inferiori alle compagnie o ai comandi), combattenti nelle formazioni partigiane, Comuni, Province e singoli cittadini.
– Classi o gradi: Medaglia d’Oro, Medaglia d’Argento, Medaglia di Bronzo (conferibili anche in tempo di pace); Croce di Guerra al Valor Militare (conferibile solo in caso di guerra).
– Modalità dei conferimenti: Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro della Difesa.

Foto:
1) Il Sottotenente Mario Cenzi durante il periodo della guerra civile in Spagna (elaborazione grafica e restauro Umberto Ravagnani).
2) La medaglia d’oro al valor militare.

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LA PECORA NERA

[224] LA PECORA NERA DELLA FAMIGLIA (una razza animale mai estinta)

Nel corso del Settecento Montebello annoverò tra i suoi abitanti alcuni personaggi di grande spessore provenienti da Posina, un comune dell’Alto Vicentino. Certamente il più importante fu il prevosto don Pietro Caprin (altre volte Caprini – n.d.r.) che tra il 1727 e il 1761, anno della sua morte, diresse con grande passione e sapienza la comunità montebellana. Mentre il prevosto si prodigava per la sua parrocchia, nel 1756, arrivarono a Montebello dapprima il medico fisico Agostino Caprin, forse parente del religioso, e più tardi l’omologo Domenico Caprin, entrambi da Posina o dalla sua frazione Fusine. Purtroppo il secondo medico non fu poi riconfermato, e la mancata approvazione da parte del comune fu causa di un aspro dissidio sfociato in una causa legale. Una trentina di anni dopo la morte del prevosto, a Posina un giovinastro rovinò l’esistenza dei propri familiari e non solo. Il suo nome era Antonio Caprin del fu Pietro, forse parente dei soggetti di sopra citati, e nel 1790, su istanza del decano di Fusine e di Virgilio e Lino Caprin, rispettivamente zio e fratello di Antonio, fu giudicato dal podestà di Vicenza, Giuseppe Diedo. Le parole durissime del podestà giudicante, qui sotto integralmente riportate, dipingono a tinte fosche la personalità di Antonio Caprin:

«… dedito, fin da alcuni anni, alla crapula, all’ozio, scostumato, dissipatore dei beni della famiglia, fu scacciato anche di casa dal vecchio padre ma, lungi dal correggersi, continuò anzi a tracciare una vita, la più scapestrata e scandalosa ai suoi consimili. Ateo, bestemmiatore ereticale che, facendo pompa di sua miscredenza, negava pubblicamente l’inferno, non solo, ma anche l’esistenza dello stesso Dio.
Avendo l’immagine del crocefisso alla testa del suo letto, vi appese ai lati due pistole e con dileggi ed amari scherni, dopo averlo eccitato (sfidato – n.d.r.) parecchie volte a cessar l’immaginario suo potere, a punizione delle di lui bestemmie, trascese empiamente, circa alla fine dello scorso novembre 1789, facendola a pezzi col calcio dello schioppo.
Istava a letto ormai la fu sua madre, ai giorni del susseguente, quando chiamata di sera da esso suo figlio, e sortita sulla porta lo vide minaccioso tenendo lo schioppo ed una pistola impugnati, colle solite bestemmie, protestò che in quella sera egli, o Pietro Caprin del fu Marco, né si raccoglie per quale motivo, dovevano andare all’inferno. Inde allontanatosi da suo padre che faceva inutili sforzi per trattenerlo, praticò subito lo sparo di quelle armi.
Afflitto e dolente il suo genitore, indi, due o tre giorni si pose a letto malato, quando nel dì 7 di quel mese, presentatosigli a letto armato di schioppo e pistole, con tono minaccevole e bestemmiandogli disse di voler esser ricordato nel suo testamento.
Impietosite le presenti persone dello stato commovente di quel misero vecchio, lo costrinsero a sortire, senonché scontratosi subito in Virgilio, suo zio materno, mentre con amorose insinuazioni tentò di ricondurlo ai propri doveri facendogli tener anco i rigori della vindice giustizia, montato egli sulle furie, proruppe nelle più abbiette, scandalose ed impulsanti invettive contro la di Lui persona, la Beata Vergine, il S.S. Sacramento ed il Principato, ed impugnato il coltello lo avrebbe ucciso se non veniva soccorso dagli astanti. Cedendo allora alla forza si allontanò ma, continuando nelle già spiegate minacce contro tutti di sua famiglia, le avrebbe anco verificate contro del detto suo zio se, alla mattina di tre giorni dopo, poiché fu veduto dirigersi armato verso la di lui fucina, non ne fosse stata prestamente chiusa la porta, Con pistola impugnata si arrampicò, nulla ostante tutto dispetto a un finestrino da cui, colle più terribili minacce e bestemmie, gli praticò contro due scrocchi (colpi – n.d.r.) qui attesa l’inutilità dei suoi tentativi partì.
Non contento costui di tante scelleratezze, per le quali verso la fine del detto novembre l’infelice sua madre restò vittima del proprio dolore e dei molti danneggiamenti che aveva apportato alla desolata sua famiglia, nella notte del 4 marzo 1790, unitosi a nota persona, ora mancata in vita, salito sul tetto dell’abitazione del nominato suo zio e di un suo fratello Lino, vi si introdusse mediante rilevata rottura e, rubatovi del denariìo in somma di Lire 150 e degli effetti di non individuato valore forzando una cassa, asportò anco tutte le carte giustificanti il possesso delle loro poche sostanze. »
Per eresia, ingiurie a Dio e alla religione cattolica nonché furto e tentato omicidio dei suoi parenti, fu condannato a 7 anni al remo su di una galera.1

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA “RASPE” – busta n° 22 – sentenza n° 21
Riassunto e ricerca di OTTORINO GIANESATO

Note:
1) Dal 1400 la Repubblica Serenissima, ma anche altre marinerie, per ovviare alla mancanza di rematori nelle sue ‘galee‘ cominciò a utilizzare i condannati per reati comuni. Per questi ‘galeotti‘ il lavoro era estremamente duro. A differenza dei rematori liberi, questi erano costretti a stare sempre seduti e con le catene ai piedi, remando solo a forza di braccia senza potersi aiutare con il corpo.
Dipinto:
“Il violento” del pittore Giacomo Francesco Clipper detto il Todeschini (Feldkirch, 1664 – Milano, 1736).

Umberto Ravagnani

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LA SOLENNE DEL 2015

[223] LA SOLENNE DEL 2015 A MONTEBELLO


Nel mese di Maggio si nota una particolare devozione mariana tra i fedeli, ma a Montebello assume un carattere straordinario; ogni 5 anni la I domenica di questo mese, per tener fede ad un impegno preso 130 anni fa dai nostri predecessori, la Vergine Santa che troneggia su un altare nella nostra chiesa parrocchiale viene portata solennemente in processione. La festa pertanto, quinquennale, si chiama “LA SOLENNE” in onore di Colei che amiamo chiamare Madonna di Montebello. Ed ecco che oggi, tra un tripudio di folla (circa 6000 persone) si è svolta la tradizionale Processione, un trionfo della nostra Mamma Celeste, al culmine dei tanti preparativi che hanno preceduto cotanto avvenimento! Montebello offre oggi uno spettacolo stupendo creato dall’amore, dalla fede e dalla devozione dei suoi abitanti. In tutte le contrade, anche le più lontane, si vedono estensioni di festoni, sventolio di bandiere, balconi addobbati e a sera luci ovunque che rendono quasi magica l’atmosfera, frutti di impegno e un lavoro collettivo. Sarebbe però tutto fatuo se la devozione a Maria si fosse limitata ad una apparente esteriorità, ecco pertanto che questo bel giorno è stato preceduto da celebrazioni liturgiche e culturali per un grande arricchimento spirituale di cui far tesoro per il proseguo della vita personale e comunitaria. È importante, a detta dei sacerdoti e dei relatori, di continuare a vivere quei valori di unità, di relazione personale, di fede, di altruismo, di generosità di cui la Solenne è portatrice e fa emergere abbondantemente nel nome della Madre nostra Maria. Se ce ne fosse necessità: a ricordare una tale festa, i propositi formulati, gli impegni presi, ci sarà sempre l’immagine della Madonna di Montebello impressa su marmo e consegnata a tutte le famiglie perché sia esposta in ogni casa, ma non solo, è stata pure messa a disposizione delle persone che l’hanno richiesta per parenti o amici lontani, ed inoltre una corona del Rosario che riporta, nella crociera, l’immagine di Maria con la scritta “MADONNA DI MONTEBELLO – SOLENNE 2015”. Ecco dunque che gli occhi fissi al marmo e le mani strette al Rosario aiuteranno a non dimenticare. Anche se ho la certezza che per ogni montebellano, così pure per i nostri sacerdoti, questa data del 3 Maggio 2015, 26a Festa della Solenne resterà impressa nel cuore come un ricordo indimenticabile, per aver vissuto un avvenimento non comune, sempre atteso e sempre diverso dalle precedenti Solenni. Che ci aiuti la Vergine Santa a conservare a lungo i frutti di questa bellissima SOLENNE! (M.R.T.)

Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio…
Quante volte abbiamo sentito questo concetto bello, misterioso, sì, perché è mistero, non lo possiamo dimostrare con la ragione, ma solo farlo nostro con la fede. Che incontri magici! Possiamo dire a cerchi concentrici di emozioni che, man mano i versi venivano scanditi, sempre più salivano ad abbracciare la nostra mente e il nostro cuore. Maria esaltata in tutto il suo umile splendore, nostra soccorritrice in quanto divina creatura, nostra consolatrice in quanto madre premurosa. Grazie Nicoletta Nicolin, per questi incontri iniziati l’8 marzo in oratorio con una relazione su “Vita di Maria” e proseguendo poi con altri il 29 marzo con “Maria e la Morte di Gesù” concludendo con domenica 17 maggio con l’argomento molto interessante di “Maria nelle icone di Palazzo Montanari di Vicenza. Un grazie anche alla biblista, ormai di casa nella nostra Unità Pastorale, Antonella Anghinoni anche lei a parlare della Madonna con delle serate a tema. La prima tenuta il mercoledì 18 marzo con l’argomento “Madri sotto la Croce”. Altra serata dedicata a Maria con Antonella Anghinoni con l’argomento “Maria, donna del quotidiano”. Tutti i grandi, da sempre hanno creduto in Maria come colonna portante della fede, donna di intima preghiera. Tutti l’hanno pensata porta del cielo, giardino di delizie, seno dello Spirito di Dio. Che la Madonna ci aiuti a “Farci prossimo”, a toccare con mano ciò che Le è stato promesso, come ha fatto Lei con il grande annuncio della sua maternità. Anche noi intraprendiamo ogni giorno il nostro viaggio, affidiamoci a Lei, ci porterà a toccare con mano, a vedere chi ci sta vicino, a fare comunione con tutti.

Presentazione del libro del prof. Disconzi Luciano “A Te Solenne Montebello”
Quello di oggi è un momento meraviglioso che vede protagonisti Voi, ragazzi di quinta, le vostre insegnanti ed il prof. Luciano Disconzi… Mi complimento con il professore per la sua geniale intuizione di coinvolgere i ragazzi per la preparazione alla Solenne mediante disegni vari della Madonna, la chiesa, i luoghi più significativi di Montebello. I disegni ed i versi del professore restano un documento per la storia grazie alla pubblicazione del libro che oggi viene presentato e distribuito. La Solenne 2015 sarà per sempre legata a questa pubblicazione, elegante e piacevole da vedere, piacevole da sfogliare. Grazie a voi ragazzi, grazie a voi insegnanti e alla scuola, grazie a lei professore.
(Dal periodico dell’Unità Pastorale di Agugliana – Selva – MontebelloNOI 3” – Edizione speciale per la Solenne 2015).

  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2015 
  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2015 
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  LA SOLENNE - MONTEBELLO 3-5-2015 

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SOLENNE 2015: La benedizione del Vescovo Beniamino Pizziol - Mostra il VIDEO

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Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 2015 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 5 Aprile – Presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano. Dal 3 febbraio Sergio Mattarella. Papa: Jorge Mario Bergoglio con il nome di Francesco


DAL MONDO - Leggi tutto...

7 Gennaio A Parigi, in Francia, il secondo attentato alla sede di Charlie Hebdo, un settimanale satirico, causa dodici vittime, fra cui alcuni noti fumettisti francesi.
14 Gennaio Giorgio Napolitano si dimette dalla carica di Presidente della Repubblica Italiana.
13 Marzo Papa Francesco annuncia il Giubileo straordinario che avrà inizio con l’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro l’8 dicembre 2015, a 50 anni esatti dalla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, e terminerà il 20 novembre 2016 nella Solennità di Cristo Re.
1 Maggio Inizio dell’Expo 2015 a Milano, in Italia. L’esposizione si protrarrà fino al 31 ottobre.
20 Luglio Gli Stati Uniti pongono fine all’embargo con Cuba ristabilendo le loro relazioni diplomatiche dopo 54 anni, con la riapertura delle proprie ambasciate nelle rispettive capitali.
21 Ottobre La casa automobilistica Ferrari si quota alla Borsa di New York con il proprio titolo azionario.
13 Novembre Una serie di attacchi terroristici nel centro di Parigi, rivendicati dall’ISIS, causano 130 morti[16] e oltre 300 feriti.
8 Dicembre Apertura del Giubileo straordinario indetto da Papa Francesco e dedicato alla Misericordia.

MUOIONO
4 Gennaio Pino Daniele, cantautore e chitarrista italiano.
10 Gennaio Francesco Rosi, regista e sceneggiatore italiano.
11 Gennaio Anita Ekberg, attrice svedese.
14 Febbraio Michele Ferrero, imprenditore italiano.
14 Maggio B.B. King, chitarrista e cantante statunitense.
7 Giugno Christopher Lee, attore, doppiatore e cantante britannico.
22 Giugno Laura Antonelli, attrice italiana.

NASCONO
2 Maggio Charlotte di Cambridge, principessa britannica.

PREMI NOBEL
Medicina: William C. Campbell (Irlanda), Tu Youyou (Cina), Satoshi Omura (Giappone).
Fisica: Takaaki Kajita (Giappone), Arthur B. McDonald (Canada).
Chimica: Tomas Lindahl (Svezia), Paul Modrich (Stati Uniti), Aziz Sancar (Turchia).
Letteratura: Svjatlana Aleksievic (Bielorussia/Ucraina).
Pace: Quartetto per il dialogo nazionale in Tunisia (Tunisia).
Economia: Angus Deaton (Svezia).

SANREMO
Grande amore (Il Volo); 2° Fatti avanti amore (Nek); 3° Adesso e qui (nostalgico presente) (Malika Ayane).

SPORT
Ciclismo: il Giro d’Italia 2015, novantottesima edizione della “Corsa Rosa”, si è svolto in 21 tappe dal 9 al 31 maggio 2015, per un totale di 3 481,8 km. È stato vinto dallo spagnolo Alberto Contador della Tinkoff-Saxo in 88h22’25”, con 1’53” di vantaggio sul secondo classificato, l’italiano Fabio Aru. Il Tour de France 2015, centoduesima edizione della Grande Boucle, si è svolto dal 4 luglio al 26 luglio, su un totale di 3 360,3 km suddivisi in 21 tappe. È stato vinto dal britannico Chris Froome, al suo secondo successo nella competizione, davanti al colombiano Nairo Quintana, che si è aggiudicato anche la maglia bianca di miglior giovane, e allo spagnolo Alejandro Valverde.
Calcio: l’UEFA Champions League 2014-2015 è stata la 60ª edizione (la 23ª con la formula attuale) di questo torneo organizzato dall’UEFA. Il torneo è stato vinto dal Barcellona che ha battuto in finale la Juventus per 3-1. Il campionato di Serie A 2014-2015 è stato il centotredicesimo campionato italiano di calcio e l’ottantatreesimo a girone unico, vinto dalla Juventus, al suo trentunesimo titolo.
Tennis: US Open 2015, Flavia Pennetta ha battuto in finale Italia Roberta Vinci col punteggio di 7-65, 6-2.
Formula 1: il titolo di campione mondiale piloti è stato vinto per la terza volta, dopo il 2008 e il 2014, da Lewis Hamilton, mentre quello di campione mondiale costruttori è stato vinto per la seconda volta dalla Mercedes, già campione nel 2014, squadra con la quale ha corso lo stesso Hamilton. Inoltre, il medesimo pilota britannico, con 11 partenze dalla prima piazza, si è aggiudicato il trofeo al pilota che ha ottenuto il numero maggiore di pole position durante l’anno.
Motociclismo: l’edizione 2015 del motomondiale è stata la 67ª dalla sua istituzione nel 1949. Il vincitore è stato Lorenzo su Yamaha seguito da Valentino Rossi.

Umberto Ravagnani

Foto: La processione durante la celebrazione della Solenne del 3 maggio 2015 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
Slide: Alcune foto della Solenne del 3 maggio 2015 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
Video: La benedizione del Vescovo della Diocesi di Vicenza Beniamino Pizziol (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).
Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 2015 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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EL CINEMA AL APERTO

[222] EL CINEMA AL APERTO DE MONTEBELO
LINO TIMILLEROCONISTON – Nuovo Galles del Sud (AUSTRALIA)


« Forse calchedun de la me età se ricordarà cuando che vignea fato el Cinema al aperto al Oratorio de Montebelo. Vialtri dirì che no se pole mia!!! Ai primi del 1950, ntrà el muro del Oratorio verso la Canonica e le vecie scole de Dotrina, vizin ala Canonica, no ghe jera gnente inframezo! Lora jera stà spostà anca el Canpo da Calcio. Indrio, verso ndove che ghe xe lasilo desso! Par cuanto cal jera lungo l’Oratorio! Cussì ghe jera on bel tochetin de tera, come on canpeto da Calcio, ndove che zugava i tusiti pì picoli, come mi, Silvano co so fradelo Sergio e anca Luigi co so fradelo Gaetano e chealtri che navimo scola nsieme. Don Giuseppe jera el Capelan. Co navimo al Oratorio, se nava par zugare col balon, come chel conta sol so libro Ernesto Crosara. Verso le 4 Don Giuseppe el vignea fora dala Canonica co na scatola de galete dei Mericani. Come che lo vedivimo, no ghe jera bisogno de ciamarne! Nialtri se fermavimo de zugare col balon e ndavimo de corsa a torse la galeta Mericana! Ogni tanto Don Giuseppe el ne dava anca on giandujioto, on poco dureto, ma bon. Merican anca cuelo, come le galete. Al sabo tuti i tusiti nava a confesarse. Se catavimo dala parte del canpanile, e zugavimo a ciaparse. Cuatro zincue i corea in giro par ciapare i tusi che lora i jera inpegnà e ghe tocava nar a tacarse ala fila, sol canton dela scala che nava sù in Cesa. Corivimo sù pal canpanile, caminavimo sol cornison tuto torno e se nava su e zò par la scala ndove che ghe xe la porta par nar sonare le canpane. Chi che vegnea inpegnà, ghe tocava de star in fila fin che calchedun rivava a dispegnarli! Co vedivimo Don Giuseppe se fermavimo tuti, vinti, trenta tusiti, e se nava rento in Cesa a confesarse! (ghe jera anca el Prevosto e chelaltro Capelan). De Istà, co fasea senpre caldo, finio de confesarse, se scomiziava a portare le careghe dela Cesa sol canpeto ndove che se zugava. Le jera le careghe vece, cuele ncora inpajià. Le metivimo ben in fila. Na sesantina de careghe…! Ghe volea depì de na ora!!! E jerimo tuti tusiti che stava de casa vizin ala Cesa. Co gavivimo finio, a seconda de che Cinema ca vignea fato, Don Giuseppe el ne dava on biljietin, e con cuelo navimo a vedare el Cinema. El Cinema scomiziava pena che vignea scuro. Ghe jera du pali alti vizin al muro del Oratorio. I tegnea sù come on nezolo grando e bianco. Là se vedea el Cinema! Sol muro dele Dotrine vecie, ghe jera on buso rotondo par far vigner fora el Cinema! E ghe jera na porta ndove che i omini ndava su par la scala a far funsionare la machina pal Cinema. Me ricordo che go visto: “Alì Babà e i Cuaranta Ladroni”. A colori!!!! Co Alì Babà chel girava pararia sol so Tapeto Volante nsieme col so Gigante!! Che belo!!!! Nialtri tusiti jerimo sentà davanti e no se ghemo mai nteresà da savere chi che portava indrio le careghe in Cesa! Jera tardi, e gavivimo da nar casa, pieni de sono!!! Dopo, ntel ’54, xe rivà la television!!! La prima volta che la go vista xe stà de sera, rento la botega de ‘Aparechi Eletrichi’ de Zigiotto. Vizin ala Farmacia che ghe jera sol canton dela via Borgoleco, jera stà sverto on toco de muro de na casa. Xe stà fato sù na vetrina. Là se vendea i Aparechi Letrichi. Mi vardavo drento, ma no vedevo mai gnanca on aparechio, letrico o a motore!!! Però, de sera, co no ghe jera nissun in botega, i asava inpizà la Televisione!!! E la gente se inmuciava davanti ala vetrina par vardarla. La Televisione!!! E i ghe assava ai tusiti a metarse davanti!!! E se sentia tuto parchéi gavea messo la voze alta, che la se sentia ben anca de fora, sol marciapié! La Televisione xe stà cuela che no gà pì fato nar vanti el Cinema al aperto!!! Co xe stà scomizià ‘Lascia o Raddoppia’, al Zobia de sera, chi che no gavea la TVu, i ndava al Ostaria a vederla. Le fameie che gavea la Televisione le jera ben poche. E al Zobia le gavea senpre gente che ndava in casa, come co se ndava a filò!!! »
(Linus DownUnder – Lino Timillero, Coniston 5-1-2019)

Foto:
1) Ricostruzione di fantasia dell’episodio raccontato nell’articolo con una scena da “Alì Babà e i quaranta ladroni”, regia di Arthur Lubin, 1944 (a cura del redattore).

Umberto Ravagnani

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