RIFLESSIONE SUGLI ABORIGENI

“THE EMU* IN THE SKY”

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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LINO TIMILLERO, nostro compaesano emigrato in Australia nel 1967, ci ha inviato questo interessante articolo sulla sua esperienza con gli Aborigeni, i nativi australiani, popolo in possesso di una ricca cultura orale e valori spirituali basati sulla venerazione della terra:

« Dopo aver visto su ‘facebook’ di qualche Veneto una fotografia rappresentante un gruppo di Aborigeni legati con catene al collo, ai piedi ed alle mani e con delle spiegazioni che lasciavano capire aspramente cosa pensasse chi aveva messo tale ‘foto’ in circolazione, ho pensato di scrivere qualcosa sulla mia percezione della presenza Aborigena nella mia permanenza in Australia.
Nel 1967, anno in cui arrivai, in Australia vi fu un ‘Referendum’ sulla questione aborigena. Io non ne seppi nulla! Certo! Sapevo ben poche parole di quell’Inglese parlato attorno a me. In più, lavoravo in un’Impresa dove la maggioranza degli operai era Italiana. C’erano anche Spagnoli, Jugoslavi ed un miscuglio di altre Nazionalità. Tutti, come io stesso, pensavano a lavorare, lavorare ed a quello che avevamo lasciato ‘Indietro’. Non pensavamo, di certo, a qualcosa di cui sapevamo assolutamente nulla! Mi trovavo a Whyalla, nel ‘South Australia’. Adelaide è il nome della città Capitale dello Stato. Adelaide è conosciuta col nomignolo ‘City of Churches’ che vuol dire ‘Città di tante Chiese’.
Whyalla si trova, per chi volesse cercarla sulla carta geografica dell’Australia, a metà dello ‘Spencer Gulf’. Il suolo è totalmente rosso. Proprio rosso terracotta. Poche miglia all’interno, ci sono le Miniere del Minerale di Ferro: ‘Iron Knob’ è il nome della più conosciuta.
A Whyalla vidi per la prima volta degli Aborigeni! Ogni quindicina, di Mercoledì, si prendeva la paga. Abitavo nel Campo, fatto di baracche, che si trovava a ridosso della ‘Steel Work’, a circa quattro Km. dal centro del Paese.
Si dormiva e si mangiava al Campo. Ogni giorno di paga si andava a fare quelle spese di cose necessarie: lamette da barba, detersivo, sapone e altre cose che servono normalmente. Bisognava fare in fretta perché i negozi chiudevano alle 17.30. E si doveva tornare al Campo per la cena.
Per andare, eravamo quattro amici, si chiamava un Taxi. Per tornare, dopo aver bevuto un bicchiere di birra al ‘Pub’, si andava al ‘Taxi Stand’ per prenderne uno e tornare al Campo. Parlavamo Italiano. Tra di noi, c’erano ragazzi da ogni regione d’Italia, che altro si poteva parlare!!? Al più, qualche parola in dialetto, perché quella mi scappava sempre!
Una volta, mentre aprivo la porta del Taxi per salire con gli amici, una donna Aborigena mi spinse da parte in malo modo. Mi disse qualcosa che non capii e salì sul Taxi con un’altra Aborigena! Il tassista non disse nulla e se ne partì lasciandoci sul marciapiede ad aspettare un altro Taxi!
Qualche anno dopo, quando lavoravo a Port Kembla N.S.W. già da tempo, venni a sapere che anche lì attorno c’erano degli Aborigeni. Abitavano in una zona semi industriale. Le loro case erano dello Stato. Vivevano in quel posto senza che nessuno ne tenesse cura. Poco lontano c’era la discarica dei rifiuti della Città di Wollongong.
Circa 25 anni fa, l’Impresa dove lavoravo, aveva la maggior parte degli operai che si davano da fare attorno ad uno dei ‘Blast-Furnaces’ per riparazioni periodiche. Con quattro saldatori, io ero rimasto al ‘Work- Shop’, continuando il nostro lavoro ma pronti ad ogni emergenza che venisse dall’Alto-Forno. Un mattino, verso le dieci, arrivò un semi-articolato con varie Putrelle e lamiere da scaricare. L’operaio incaricato a manovrare il carro-ponte era al ‘Forno’ anche lui, così, avendo anch’io il permesso di usare il carro-ponte, mi accinsi a scaricare il materiale dal semi-articolato. L’autista era entrato nel capannone con una bella manovra in retro-marcia. Scese dalla cabina del camion con le sue carte in mano e si diresse verso di me. Ancora adesso, quando ci penso, spero che quell’autista non si sia accorto dell’espressione del mio viso.
Mi trovai dinanzi un Aborigeno. Vestito come tutti gli operai. Alto come me. Con i capelli ondulati, un po’ grigi. Parlava con l’accento australiano che viene parlato nell’“out-back”, dove ci sono i piccoli centri abitati sparsi nell’interno dell’Australia!
Come se mi avesse conosciuto da sempre, mi disse il suo nome ( Jack ) e mi chiese il mio. Lui ci scherzò sopra perché Lino per le massaie Australiane, è Linoleum, quel materiale che una volta serviva a ricoprire i pavimenti delle cucine!
Anche se non dovetti più scaricare i semi-articolati, divenimmo amici perché ricevevo le bollette del materiale quando veniva col suo camion, scambiando così le solite frasi di saluto, parlando di ‘Rugby’ e del dannato Governo!!
E lessi su dei libri perché, nel 1967 ci fu il ‘Referendum’!!!
Fino a quel periodo, gli Aborigeni non erano riconosciuti dalla Costituzione Australiana!!! Legalmente, non erano mai stati in nessuno dei Censimenti fatti in Australia!!! Non avevano il Voto alle Elezioni!!! Nel ‘Referendum’ il 92% votò a favore degli Aborigeni! Per me, dopo aver conosciuto Jack, la questione Aborigena divenne fonte di curiosità. Anche perché, a volte, capitavano varie dimostrazioni. Specialmente quando gli Aborigeni le organizzavano richiedendo il possesso della terra che dovrebbe appartenere a loro!!! Al giorno d’oggi, gli storici hanno calcolato che ci fossero 280.000 Aborigeni quando arrivarono gli Inglesi nel 1788. Nel 1920, quando cessarono i massacri, ne furono calcolati 60.000 ancora in vita.
Pur non essendo nei Censimenti, gli Aborigeni hanno combattuto nelle guerre dell’Australia: contro i Boeri in Sud Africa, nella Ia e nella IIa Guerra Mondiale, nella Guerra in Corea e anche quella del Viet Nam. Con tanti di loro morti! Per una Patria che non voleva neanche contarli!!! Difatti, il numero esatto degli Aborigeni morti in Guerra non si potrà mai sapere perché l’esercito non aveva alcun modo di controllare le date di nascita!!
Ora gli Storici hanno cominciato a cercare di analizzare e capire la complessità di oltre 50.000 anni di Storia Aborigena e della loro Spiritualità. E la popolazione in generale, si rende conto del male che fu fatto. Ciò nonostante, esistono ancora persone che fanno del Razzismo il loro pane quotidiano!
Guardando il cielo notturno sopra Coniston, dove abito, posso individuare la Croce del Sud. Tale Costellazione è parte integrale, con l’“Union Jack” inglese, della bandiera Australiana. Anche gli Aborigeni hanno un nome astronomico per la stessa zona del cielo notturno: “The Emu* in the Sky”, che comprende la Croce del Sud con altre Stelle in modo da formare una Costellazione più grande e più bella!
La stragrande maggioranza degli Aborigeni vive nel Nord dell’Australia: North Queensland, Northern Territory e Western Australia. Là vive anche l’Emu*, un uccello che non vola, come lo Struzzo e quasi della stessa altezza. Gli Aborigeni, quando erano a corto di cibo, lo cacciavano per mangiarlo e ne raccoglievano anche le uova per sfamarsi. Lassù nel cielo rimarrà sempre “The Emu* in the Sky”! (Emu* si pronuncia Imiu).
(Linus DownUnderLino Timillero Coniston 15-2-2019»

Umberto Ravagnani

Foto: Uno dei tanti camionisti abirigeni che lavorano in Australia (elaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

 

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LA SOLENNE DI 60 ANNI FA

LA SOLENNE DEL 1960 A MONTEBELLO

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Dal diario della Parrocchia di Montebello Vicentino, tenuto da Don Antonio Zanellato che fu Prevosto dal 1919 al 1952, e continuato da Don Mario Cola, Prevosto dal 1953 al 1978, leggiamo la cronaca delle giornate dedicate alla Solenne nel 1960:

« 75° dalla fondazione. 28 Aprile – 2 Maggio 1960.

Giov. 28-4
Incontro all’Arcivescovo alle Alte Montecchio – Un trionfo – Circa 50 macchine lo accompagnarono a MBello – Al Ponte sul Chiampo Confratelli – Baldacchino e Solenne processione alla Chiesa illuminata – Predica e benedizione – Il nome del Vescovo: Mr. Natale Moscati Arc. di Ferrara.

Ven. e Sab
Solenne venerazione alla Madonna per Contrade come nelle 40 ore partendo dall’Oratorio e offerta di Candele – Al Mattino, opportunamente distribuito il pellegrinaggio del Vicariato, con l’offerta di metà spesa da parte della parrocchia – Il tutto ben riuscito con numerose S. Comunioni.

Alla Domenica 1-5
Pontificale con l’assistenza di Chierici venuti dal Seminario e processione pomeridiana – una leggera minaccia di pioggia scompare tosto: unico inconveniente: non funzionarono all’ultimo momento gli altoparlanti che collegavano la Chiesa con tutto il percorso della processione, per cui sarà opportuno un’altra volta che un tecnico sia sempre presente in Chiesa. Discorso dell’Arcivescovo e del Prevosto: vedi relazione del giornale in apposita cartella.

Lunedì 2-5
Si volle far festa, e si mantenne la promessa – alla Messa dei malati, opportunamente trasportati in Chiesa, folla numerosa, come pure ai Vespri pomeridiani – Tutti furono meravigliati del concorso.

Osservazioni: opportuna la pubblicazione del bollettino di Febbraio, che dà il tono: l’invito di un Vescovo, che lo sostiene, la venerazione per contrade, l’offerta di una candela, il collegamento del percorso con altoparlanti, il trasporto dei malati, la festa del lunedì, etc. Vedi note nel bollettino. – La distribuzione di un’immagine – Un’altra volta: Il Cardinale di Venezia (?) Questa volta accettò e poi declinò l’invito – La televisione (?) Un maggiore reclam di stampa (?)

Sono stato contentissimo però delle S. Comunioni, anche di Uomini: alla distanza di 15 giorni dalla Pasqua non le aspettavo.

LAUS MARIAE – HODIE ET SEMPER »

Dal Bollettino Parrocchiale di Montebello dell’anno 1960:

« FESTA QUINQUENNALE DELLA MADONNA

E’ stato fatto un ampio resoconto nel giornale, Chi potrà dimenticare le tre giornate di “paradiso” che abbiamo trascorse? Quanto solenne l’incontro alle “Alte” a S. Ecc. Mans, Natale Mosconi, Arcivescovo di Ferrara! E come numerosi i turni di venerazione alla Madonna, per contrade!
Chiesa illuminata, campane a distesa, letizia serena in tutti, Comunioni e pellegrinaggio del Vicariato, hanno conferita alle solennità un carattere straordinario.
Alla domenica di chiusura poi, pontificale e processione, legata nel percorso da altoparlanti, hanno avuto come corona folla immensa, convenuta da ogni luogo.
Il lunedì fu dedicato agli ammalati, che ricevettero la S. Comunione in Chiesa da S. Ecc, l’Arcivescovo.
Esternamente le feste sono state sontuose: internamente le anime hanno confermata fa loro devozione alla cara Madonna di Montebello. »

Alcuni avvenimenti, in Italia e nel mondo, dell’anno 1960 dal calendario di FRATE INDOVINO:

Santa Pasqua: 17 Aprile – Presidente della Repubblica: Giovanni GronchiPapa: Angelo Giuseppe Roncalli con il nome di Giovanni XXIII.


DAL MONDO - Leggi tutto...

10 Gennaio 1960 – In Italia viene messa in onda la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”.
29 Febbraio Un terremoto uccide un terzo della popolazione di Agadir in Marocco.
Si svolge a Squaw Valley, in California, l’VIII Olimpiade Invernale.
28 Marzo Giovanni XXIII eleva a cardinale Laurean Rugambwa, primo cardinale di colore nella storia della Chiesa.
22 Maggio Ancora un terremoto, il più forte del XX secolo, si abbatte sul Cile con magnitudo 9,5 gradi della Scala Richter (considerato il più potente terremoto mai registrato nella storia, con circa tremila morti n.d.r.).
Negli Stati Uniti, le elezioni presidenziali vedono vincitore John Fitzgerald Kennedy, che diventa il 35° Presidente.

FILM
1) L’appartamento; 2) La dolce vita; 3) Fino all’ultimo respiro; 4) Psyco; 5) Rocco e i suoi fratelli; 6) Spartacus; 7) Tutti a casa; 8) La ciociara; 9) Il figlio di Giuda.

MUOIONO
3 Febbraio Fred Buscaglione, cantante e attore.
1 Settembre Mario Riva, presentatore televisivo e attore.
16 Novembre Clark Gable, attore statunitense.

NASCONO
21 Marzo Ayrton Senna, pilota brasiliano di “Formula 1”.
28 Aprile Walter Zenga, calciatore.
8 Maggio Franco Baresi, calciatore.
16 Maggio Rosario Fiorello, conduttore radiofonico e televisivo.
4 Settembre Giorgio Panariello, comico e attore.
11 Settembre Francesco De Angelis, velista.
4 Ottobre Francesco Baccini, cantautore.
30 Ottobre Diego Armando Maradona, calciatore argentino.
17 Dicembre Moreno Argentin, campione di ciclismo.

PREMI NOBEL
Pace: Albert John Lutuli.
Letteratura: Saint-John Perse.
Medicina: Frank Macfarlane Burnet, Peter Brian Medawar.
Fisica: Donald Arthur Glaser.
Chimica: Willard Frank Libby.

SANREMO
1) “Romantica” Renato RascelTony Dallara; 2) “Libero” Domenico ModugnoTeddy Reno; 3) “Quando vien la sera” Joe SentieriWilma De Angelis.

SPORT
Olimpiadi: 25 Agosto il 25 agosto, si aprono a Roma i Giochi della XVII Olimpiade; emozionante il successo di Livio Berruti che riesce a dominare e vincere nei 200 metri; la maratona vede affermarsi Abebe Bikila, etiope che corre a piedi nudi. L’Italia porta a casa 36 medaglie, di cui 13 d’oro, posizionandosi al 3° posto della classifica generale.
Ciclismo: Il mondo del ciclismo e dello sport piange la scomparsa di Fausto Coppi, deceduto il 2 gennaio a causa di malaria non diagnosticata; Anquetil è il primo francese a vincere il Giro d’Italia; l’italiano, Gastone Nencini, torna ad aggiudicarsi il Tour de France.
Calcio: La Juventus vince trionfalmente lo Scudetto.
Automobilismo: Jack Brahbam si conferma Campione Mondiale di “Formula 1” con la Cooper-Climax.

Umberto Ravagnani

Foto: Il corteo della Solenne il 1° maggio 1960 con la Madonna sul carro trainato da due cavalli dal bruno mantello (dal diario di Don Antonio Zanellato e Don Mario Cola – Archivio Parrocchiale di MB – elaborazione digitale Umberto Ravagnani).
Figura: La copertina del calendario di Frate Indovino del 1960 (APUR – Archivio privato Umberto Ravagnani).

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IL MONUMENTO AI CADUTI

IL MONUMENTO AI CADUTI DI MONTEBELLO

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia del monumento ai Caduti eretto nel 1924 e opera dello scultore Giuseppe Zanetti.

« Il 28 ottobre 1922, con la Marcia su Roma fatta dal Fascismo che assunse la responsabilità del potere, nel nostro paese, come nel resto d’Italia, ebbero fine le lotte dei partiti e le dimostrazioni di piazza. Fu ristabilito l’ordine, che in seguito non fu più turbato. Il 16 novembre 1924, Montebello Vicentino inaugurava alla memoria dei suoi figli caduti per la Patria un monumento, lavoro pregevolissimo dello scultore Cav. Giuseppe Zanetti di Vicenza. Sul luogo in cui doveva sorgere la bella opera d’arte, destinata ad eternare l’eroismo dei nostri caduti, si discusse non poco, cosicché pareri ed opinioni non mancarono in quell’occasione. Taluni consigliavano di erigere il monumento sulla piazza Umberto I; altri in quella della Chiesa; altri ancora sul luogo dove sorge. La piazza maggiore però, sia per la sua ristrettezza, come per la poco decorosa cornice che nei giorni di mercato avrebbe offerto con i baracconi di merciai, a quell’opera ispirata a sentimenti di alta idealità, apparve ben presto inadatta per l’erezione del monumento. Allora la piazza della Chiesa delimitata a mezzogiorno dalla facciata monumentale del tempio ed a settentrione dalla loggetta di casa Peruffo, chiusa a mattina dalla semplice ed elegante facciata dell’edificio scolastico ed, a sera, dagli alberi altissimi di Villa Freschi-Sparavieri, parve il punto più adatto per accogliere l’opera dello Zanetti, la quale in quel complesso veramente delizioso per freschezza di sempreverdi e per architettoniche bellezze avrebbe acquistato maggior prestigio.
Invece il Monumento ai caduti sorse in prossimità di Casa Canonica, dove fu abbattuta la mura che divideva l’orto dalla via Giuseppe Vaccari e aperto un piazzale a cui si diede la denominazione di IV Novembre. Nel mezzo del piazzale sorge il monumento circondato da una aiuola coltivata a fiori. Sopra cinque gradini di marmo rossigno di Lusiana, battuti a bocciarda, si eleva un pesante sarcofago, sostenuto nella parte anteriore da quattro tozze colonnine doriche, fra le quali si attortigliano due bronzei festoni d’alloro. Sopra il sarcofago, il quale, come le colonnine, è di marmo di Lusiana lucidato, si adagia un combattente moribondo e si erge la Vittoria, con lo sguardo fisso al cielo, con la fiaccola della libertà tra le mani, con le ali aperte come a proteggere il caduto. Tanto questo, come quella, diversi per atteggiamento e per espressione, sono scolpiti in marmo bianco di Carrara. Ai piedi del sarcofago, anzi appoggiata al sarcofago stesso, sta seduta la vedova, la quale nella sinistra tiene il libro della storia, mentre con la destra regge la croce a cui si intrecciano rami di alloro e di quercia, che il figlio del caduto, rifugiato a fianco della madre, sostiene con quella come per accomunare in un etnico palpito la fede, la fortezza, il sacrificio e la gloria. Anche questo gruppo è scolpito in marmo bianchissimo di Carrara. Ai lati del sarcofago sono scolpite due iscrizioni e cioè a destra: « Guerra 1915-1918 », ed a sinistra: « Montebello ai suoi Caduti ». Dietro al sarcofago, in caratteri romani, sono incisi i nomi degli scomparsi. All’imbocco del piazzale, circondato per tre quarti da sempreverdi, due pilastri in pietra tenera sorreggono due artistici lampioni in ferro battuto. Ecco in poche e povere parole descritta l’opera d’arte che i Montebellani dedicarono ai loro Caduti il 16 novembre 1924. Da allora il nostro paese attende a rifare ed accrescere le proprie risorse. Possano esse prosperare in lunga e benefica tranquillità!
 »

Umberto Ravagnani

Foto: Cartolina postale che riproduce il monumento ai Caduti della Ia guerra mondiale spedita il 17 ottobre 1928 dal famoso Generale Giuseppe Vaccari, da Montebello Vicentino al Comando Corpo d’Armata a Roma (APUR – Umberto Ravagnani).

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IL PONTE DEL MARCHESE

IL PONTE DEL MARCHESE A MONTEBELLO

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Il ponte del Marchese che, attraversando il Torrente Chiampo al termine di Via XXIV Maggio, conduce fuori Montebello centro verso Vicenza, ha una lunga storia. Molto importante per Montebello, questa struttura, è stata più volte riedificata nel corso degli ultimi secoli a causa dei danni subiti dalle frequenti piene del Chiampo. La prima domanda che viene spontanea è: perché viene chiamato così? Chi era questo Marchese? Dalla ricerca del nostro socio Ottorino Gianesato vi presentiamo, questa settimana, una piccola parte della lunga e travagliata storia di questo ponte, legata per molto tempo alla nobile e potente famiglia dei Malaspina.

 

« I MALASPINA RIVENDICANO LA PATERNITÀ DELL’OMONIMO PONTE

Passati alcuni anni dalla costruzione del ponte sul Chiampo, i Malaspina furono costretti a produrre un documento attestante il loro risolutivo intervento nell’edificazione dell’opera stessa e di alcuni altri edifici nelle immediate vicinanze. Probabilmente questo atto, redatto dal notaio montebellano Chiarello Millioni, si rese necessario per fugare alcune obiezioni sollevate dalle autorità vicentine.

Montebello 6 Novembre 1704

In Montebello nella Contrà della Piazza, in casa di me nodaro. Presenti: Batta di Bello del fu Martin e Domenico figlio di Lorenzi Repelle, testimoni rogati. Nel qual loco personalmente costituiti magistro Costante Mantese, marangon, Giacomo Baschiera, muraro, Nicolò Desidera e Bortolo di Grande, et a requisizione del signor Marchese Hippolito Malaspina, dì espressione della pura verità, hanno deposto alla suddetta presenza di me nodaro con suo giuramento prestato “tactis manibus script…(ponendo le mani sui libri sacri — n.d.r.) che il detto signor Marchese Hippolito, in diversi tempi per il passato, ha fatto fabbricare a beneficio della discendenza e primogenitura le qui sottoscritte fabbriche e ciò è cognito per aver essi in parte lavorato in dette fabbriche pronti ad attestar questa verità come meglio comandasse la Giustizia.

– Il ponte sul torrente Chiampo sopra la Strada Reggia costruito dai fondamenti, havendo quello allontanato dalla casa dominicale, che altrimenti se fosse stato fabbricato nel sito vecchio sarebbe stata come sepolta dalle pontare,
– Parimenti aver riedificato la fabbrica detta il Chanevone, fienile portico posto di sopra al mulino in faccia alla casa dominicale con spesa considerabile,
– Una barchessa contigua alla casa dominicale e stalla dei cavalli, diroccate da rotta del torrente Chiampo, alzando il fondo di detta barchessa con quantità di terra più due volte i muri di cinta della corte della casa dominicale gettata a terra dalle rotte del Chiampo,
– Parimenti aver detto Marchese Hippolito alzati gli usci e finestre della casa dominicale e camere dabbasso, et invece di salezà di quarelli fatto far il suo battuto, e ciò per elevar dette camere come sepolte,
Più aver riedificato la casetta del mulin in faccia a detta casa dominicale quella alzando con li molini stessi, e rosta a causa dell’innalzamento dell’alveo del torrente,
Item, un camerino a volto nella suddetta casa.

Chiarello Millioni, nodaro

Ma nonostante tutte le precauzioni prese dal Marchese Malaspina a salvaguardia e sicurezza dei suoi beni, nell’Ottobre 1706 una nuova rotta dell’argine verso Montebello, a monte del ponte, devastò parte dei fabbricati e procurò gravissimi danni alla Strada Regia e ai Quartieri della cavalleria. Il ponte tuttavia non subì danni. Dopo questa data non ho trovato notizie di interventi al ponte del Marchese almeno fino al 1795, quindi circa dopo un secolo dalla sua riedificazione, quando con il “gemello” ponte della Fracanzana dovette essere ricostruito. »

Foto: Il ponte del Marchese in una cartolina postale dei primi anni del Novecento. Dietro il ponte, sulla destra, si può notare l’antica “caneva” dei Malaspina, oggi chiamata “Le Towers” (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

Disegno: Il ponte del Marchese Malaspina dopo la ricostruzione del 1692 in un disegno di Ottorino Gianesato.

(Dal libro di Ottorino Gianesato  “MONTEBELLO OSTAGGIO DEI PONTI“)

Ottorino Gianesato
Umberto Ravagnani

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IL MAESTRO AMELIO MAGGIO

IL MAESTRO AMELIO MAGGIO

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Amelio Maggio è nato a Montebello l’8-3-1921 da una famiglia tra le più vecchie del paese e ivi risiede. Ha insegnato nella Scuola Elementare di Montebello dal 1945 al 1966. In seguito a concorso, è stato inviato dal Ministero Affari Esteri ad insegnare nelle scuole Italiane del Cairo – Egitto. Si è laureato in materie letterarie all’Università di Padova con la tesi in francese su uno scrittore contemporaneo egiziano. Al suo rientro in Italia ha continuato l’insegnamento nella Scuola Media di Montebello fino al quarantesimo anno di servizio. (1)

 

Ecco un ricordo di Amelio Maggio da uno dei fondatori della nostra Associazione:

«… Dopo breve malattia, è scomparso Amelio Maggio, il Presidente degli “Amici di Montebello”. Il professor Maggio o “maestro”, come veniva ancora affettuosamente chiamato da quanti erano stati suoi scolari, ha coltivato lo studio della storia locale come memoria collettiva, insegnando l’amore per il paese natale e l’attenzione ai “segni” che sono rimasti a testimoniare il rapporto tra la comunità di Montebello e il suo territorio. I titoli delle sue pubblicazioni e collaborazioni testimoniano questi intenti fin dal primo lavoro, “Il mio paese. Esplorazioni e ricerche per lo studio dell’ambiente” (1968) che, in chiave didattica, proponeva aspetti fisici, idrografici e storici del territorio comunale, così come erano stati “scoperti” dai suoi alunni attraverso lezioni, testimonianze ed “uscite sul campo”. Il suo contributo “Cronache e ricordi” al volume di G. PieropanIl Generale Giuseppe Vaccari (1866-1937)”, pubblicato nel 1989, e “Montebello Novecento”, scritto a quattro mani con L. Mistrorigo, sono la dimostrazione di come egli fosse diventato un riferimento indispensabile, in quanto testimone diretto e conoscitore delle fonti storiche locali. L’attenzione alle tradizioni locali lo portava a ricostruire, attraverso i documenti dell’archivio parrocchiale, la storia della celebrazione quinquennale della Solenne “La Madonna di Montebello nel centenario dell’istituzione della Festa Quinquennale” (1985) e la costante preoccupazione per la salvaguardia e la valorizzazione dei monumenti storici ed artistici di Montebello lo induceva ad accompagnare o a sollecitare iniziative di restauro con pubblicazioni come quelle su “L’ospizio e l’oratorio di S. Giovanni Battista di Montebello Vicentino” (1988) o su “Il castello di Montebello e la famiglia dei conti Maltraverso” (2000). Un suo sogno era che a Montebello potesse esserci un museo a testimonianza delle antiche origini del nostro paese. Nell’ambito della nostra associazione di cui era stato socio fondatore, ha promosso iniziative volte ad approfondire e a divulgare l’impegno preso fin dagli anni dell’insegnamento. L’attività dell’associazione è stata fortemente legata a queste due figure (2) che non ci sono più, e gli “Amici di Montebello” condividendo le finalità e prendendo il loro esempio intendono portare avanti il loro impegno.» (3)

Note:
(1) A. MAGGIO – Il mio paese, Gambellara, 1968
(2) Nel luglio 2001 era deceduto anche Bruno Cisco, socio degli Amici di Montebello e appassionato di storia del paese, ricordato nello stesso articolo di Sandra Vantini nel N° 2 di AUREOS.
(3) SANDRA VANTINI, AUREOS N° 2 – Giugno 2002.

Foto: Anno scolastico 1962-63, classe IIIa maschile (in quell’anno scolastico era formata da 27 alunni), con il maestro Amelio Maggio (rielaborazione digitale – APUR Umberto Ravagnani).

(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

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UN SOLARIO A MONTEBELLO

IL SOLARIO DI MONTEBELLO

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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LINO TIMILLERO ci ha inviato questo interessante articolo sul periodo nel quale, a Montebello, venne istituito il ‘Solario‘ per le cure elioterapiche dei bambini, sfruttando la vasta area dietro le Scuole Elementari:

« Purtroppo, non mi è ancora arrivato il libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO. La lontananza è molta: Italia – Australia! Montebello – Coniston! Ho premesso questa scusa per cominciare a scrivere quel che io ricordo della Scuola senza essere influenzato, al momento, da nessuna lettura sull’argomento.
Quando si è vecchi come lo sono io, è molto facile scordare le cose. Perciò metto subito su carta parole che potrei dimenticare, cose che mi ritornano brevemente e che ritengo interessanti per altri, che magari le potranno conoscere solamente se io le rendo note. Debbo dire che i miei ricordi precedono la Prima Elementare. E già entravo a Scuola. Non durante l’anno scolastico, ma nei mesi più caldi dell’Estate. Come ricorda la Nonna di Maria Elena Dalla Gassa nel Libro della nipote (« IL TEMPO DEL FILÒ » n.d.r.), nella Scuola, durante i mesi più caldi, cominciava “Il Solario”. Per i bambini delle famiglie bisognose.
La mia famiglia abitava nella casa che, ancora attualmente, ha un bel cancello tra due grosse colonne, sul lato destro dei Giardinetti. Da quella casa, all’entrata della “Scuola Vecchia”, saranno poco più di cento metri. Nel millenovecento e quarant’otto, non esisteva nulla che si potesse chiamare traffico stradale! Piccolo com’ero, non avevo alcun bisogno di essere accompagnato. La mamma mi diceva che era ora, sapevo dove andare ed andavo.
L’ultima volta che tornai a Montebello fu nel 1988, per visitare i familiari. Con la Tecnologia odierna, ho potuto vedere come è, adesso, il Paese. Ed ho notato subito i cambiamenti nelle vicinanze della “Scuola Vecchia”. È rimasto solamente l’Edificio!!! Sia a destra che a sinistra, non c’è più niente! Non c’è più la casa di Vittore Campanaro! Tutto aperto, fino a Via Brenta! Se non erro, gli alberi sono rimasti! Li ho riconosciuti! A questo punto, vorrei far notare, a chi legge, che, nel Libro “Montebello Novecento” dei Signori Maggio e Mistrorigo, a pagina 112 e 113, ci sono tre fotografie che mostrano le scolaresche al tempo dell’era fascista, mentre si dedicano agli esercizi ginnastici. Si può facilmente notare il muro di cinta della Scuola, e gli alberi a cui ho accennato. La fotografia a pagina 112, mostra un gruppo misto, di bambini, bambine ed adulti, formanti quattro linee ascendenti. Nella prima fila, i bambini sono seduti per terra, a gambe incrociate. I bambini della seconda fila, sono seduti sul muretto di calcestruzzo che conteneva la sabbia della “spiaggia” fascista. Dietro questi, in piedi, ancora bambini. E poi gli adulti. Quando io, bambino, andavo al “Solario”, il fascismo non c’era più. Anche il muro di cinta non esisteva più. Non c’era più! E non c’erano nemmeno i sassi che lo formavano. Tutto sparito! Quello che dicevano i bambini più grandi, non so se si potesse credere. Dicevano che il muro era stato rotto a pezzi e portato via dai Tedeschi, in tempo di Guerra. Per costruire le difese. Quali? Nessuno sapeva!!! Gli alberi sono gli stessi. Spero qualcuno degli “Amici di Montebello”, avendoli sotto gli occhi ogni volta che vanno in ‘Sede’ se ne ricordino, e, all’occorrenza, li difendino! La sabbia della ‘spiaggia’ del “Solario”, era contenuta da un muretto di calcestruzzo a forma quadrata, di una quindicina di metri per lato. C’erano tre scalini per salire, dalla parte della Scuola e dall’altra parte. A levante ed a ponente, per scendere, bisognava saltare! Il calcestruzzo era molto ruvido! Lo posso testimoniare io stesso. Ancora ricordo quando mi sbucciavo le ginocchia od i gomiti, cadendo su di esso quando giocavo! L’edificio della “Scuola Vecchia” sembra sia stato costruito in due periodi. Da come ricordo le aule della quarta e quinta classe, dalla parte dov’erano i gabinetti, si poteva notare, anche da noi scolari, la differenza. Proprio il corridoio delle aule dove avevo frequentato la IVa e la Va classe, veniva usato come la stanza dove si mangiava a mezzogiorno.
Dopo avere giocato durante tutta la mattinata, arrivava l’ora del pranzo. Le tavole avevano una serie di buchi per mettere i piatti ‘fondi’ per la minestra o la pasta asciutta. Erano le stesse tavole che usavamo all’Asilo. Come erano uguali le panche su cui ci sedevamo! Ad altezza di bambino! Dopo aver mangiato, si tornava a giocare sulla sabbia! Mi ricordo solamente di due persone che ci seguivano mentre eravamo bambini al “Solario”. Due donne. Ci portavano da mangiare. Non interferivano mai. Prelevavano i piatti quando si era terminato di mangiare. Nel pomeriggio, quando era l’ora di andare a casa, bisognava mettersi in fila per essere lavati. Guardando la facciata della “Scuola Vecchia” com’è ora, dietro la finestra sulla sinistra, al tempo di cui parlo, c’era una stanza. Con delle docce che a noi bambini sembravano altissime. Era come se l’acqua cadesse dal cielo! Le due donne a cui ho accennato, ci lavavano tutti. Via uno! Sotto l’altro! Ci lavavano tutti!!! E, anche loro, saranno state ben bagnate! Eravamo parecchi bambini bisognosi. Ma felici come non so dire quanto!!! Ricordo che le due donne erano sorelle. Come non so, perché non ho mai visto due donne così differenti una dall’altra nell’aspetto. E ricordo che erano le figlie di Vittore Campanaro. Abitavano nella casa che non c’è più! Sulla destra della “Scuola Vecchia”. Tre anni dopo, ogni Sabato, andavo in casa loro a prendere “Il Vittorioso”, giornale un po’ a fumetti, per ragazzi. L’Edificio accanto alla casa che non c’è più, esiste ancora. Là abitava Bruna, con i suoi Genitori, le sue sorelle ed il fratello. Come ho scritto, il muro di cinta della “Scuola Vecchia” non esisteva. Quando Bruna frequentava la VIa classe mista, c’ero anch’io. Suonata la campana dell’inizio delle lezioni, venivano chiusi i due portoni delle entrate. Appena si usciva, verso le 10, Bruna correva a casa per il cortile esterno. Il muro non c’era, e poteva andare a casa per prendersi un panino od un paio di biscotti. A casa sua c’era anche l’Osteria. Con la Televisione!!! Nel 1954, il Maestro portò tutta la VIa classe a casa di Bruna. Era il mattino in cui i Bersaglieri entrarono, di corsa e suonando le loro trombe, a Trieste, che finalmente tornava ad essere Italiana. Ed assistemmo alla Cerimonia! Guardando la Televisione appena nata! Allora, però, il “Solario” non c’era più! Era già entrata in funzione la ‘Colonia Alpina’. Aria vera di Montagne nostrane, invece di ‘spiaggia’ dove il sole scaldava noi bambini. In ambedue i casi, sempre bambini bisognosi. Ma a noi, bambini bisognosi, non importava se c’era o non c’era il fascismo. Come non pesava di essere bisognosi! Con poco eravamo felici! E ci lavavano le due sorelle! Cosa voleva dire: “bisognoso”? Sapevamo chi erano i ‘Bisognin’. Brava gente!!! » (Lino Timillero Coniston 5-5-2019)

Umberto Ravagnani

Foto: Bambine delle Scuole Elementari di Montebello al Solario nell’estate del 1938 (Archivio Valentino Crosara – rielaborazione digitale di Umberto Ravagnani).

 

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LA MAESTRA TERESA BERTOLA

LA MAESTRA TERESA BERTOLA NICOLETTI

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La maestra Teresa Bertola Nicoletti fu una figura di riferimento per oltre 40 anni nelle scuole di Agugliana, Nogarole di Arzignano, Grossa di Gazzo Padovano, Bagnolo di Lonigo, Selva di Montebello e, infine, Montebello. Teresa Bertola nacque a Montebello Vicentino il 18 gennaio 1912, figlia di Luca e di Ortolan Vittoria. Ottenne il diploma di abilitazione Magistrale a Vicenza il 10 ottobre 1932. Vinse un concorso per maestri ordinari, a Roma, nel 1939. Fu assunta in ruolo a Nogarole Vicentino nell’ottobre del 1939.

Ancora la maestra Teresa Bertola, nell’anno scolastico 1958-59 ottenne l’assegnazione della classe VIa, sia femminile (12 alunne) che maschile (6 alunni). Tale scelta fu fatta, molto probabilmente, per la volontà delle sue allieve dell’anno scolastico precedente, di avere un maggiore riconoscimento nell’ambito del lavoro (normalmente erano pochi gli alunni disposti a continuare gli studi).

Nonostante la classe VIa fosse in vigore da oltre mezzo secolo (1), a Montebello Vicentino era stata istituita solo da una decina di anni e non in modo continuativo. A dire il vero qualche esperimento lo avevano già condotto Maria Colla Lazzarini e Don Angelo Crasco negli anni dal 1921 al 1928, tenendo contemporaneamente lezioni alle classi Va e VIa. Tornando a tempi più recenti, prima del 1958-59 con la maestra Teresa Bertola, la classe VIa fu ripresa, nell’anno scolastico 1949-50, dal maestro Pietro Dao (ruolo transitorio), nel 1950-51 da Gaetano Perticone, nel 1954-55 da Gobbo Giovanni, nel 1955-56 da Giovanni Timillero, nel 1956-57 e 1957-58 da Amelio Maggio, il quale la continuò fino al 1961. Con la riforma del 1962 venne istituita la scuola media unificata e la classe VIa divenne, a partire dall’ottobre 1963, la classe Ia media unificata.

« La sua carriera scolastica è durata 43 anni, ricevendo anche la medaglia d’oro dal sindaco del paese Giuseppe dalla Gassa, per il servizio reso alla comunità. Ha vissuto accanto alle figlie e alle loro famiglie fino alla venerabile età di 104 anni, esempio indiscusso di madre, di nonna e persino di bisnonna. Così Le si sono rivolti i nipoti quando, festeggiata da grandi e piccini, ha compiuto i cento anni:

Brava nonna, hai vissuto un secolo di Storia, quello con la S maiuscola, hai visto eventi straordinari quali conflitti mondiali, sbarco sulla luna, ascesa al soglio pontificio di papi stranieri, elezione di un presidente d’America di colore, hai assistito alla rivoluzione giovanile del ‘68, alla rivoluzione tecnologica ed a tanto, tanto altro ancora, ma bravissima sei stata per l’amore che ci hai sempre dimostrato nella piccola storia di ogni giorno.” GRAZIE »

(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani
Maria Elena Dalla Gassa

Note:
(1) Nel 1904, su iniziativa di Vittorio Emanuele Orlando, l’obbligo della frequenza scolastica fu elevato sino all’età di dodici anni e venne istituito un corso popolare (composto dalla quinta classe già esistente e da una sesta di nuova elezione) per i ragazzi già impegnati nel lavoro, con alcuni insegnamenti facoltativi corrispondenti alle esigenze locali.

Foto: Anno scolastico 1958-59, classe VIa femminile, con la maestra Teresa Bertola. In questa classe frequentavano 12 alunne ma, questa maestra, seguiva anche una classe VIa maschile con 6 alunni (APUR Umberto Ravagnani).

 

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LA MAESTRA GINA ZONATO

LA MAESTRA GINA ZONATO ZANELLA

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La maestra Gina Zonato Zanella ha insegnato alle scuole elementari di Montebello Vicentino dal 1947 al 1975. Durante la preparazione del libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO la figlia Beatrice, anche lei insegnante a Montebello, ci ha consegnato questo suo ricordo:

« Se ripenso all’esperienza scolastica della mamma mi vengono in mente due parole: passione e dedizione.

Ricordo quando alla sera dopo cena sommergeva il tavolo del salotto di libri, guide e riviste scolastiche e pile di quaderni da correggere. Io le ronzavo intorno incuriosita dalla precisione con cui controllava ogni parola, ogni numero e dalla solerzia con cui appuntava i voti sul suo registrino. Ogni tanto si soffermava su un tema poco scorrevole e alquanto scorretto o su un problema non eseguito e ragionava tra sé e sé.

Si chiedeva come avrebbe potuto aiutare quell’alunno per farlo migliorare un po’. Seppur piccolina capivo quanto le stesse a cuore ognuno dei suoi bambini e provavo un’immensa ammirazione per lei, che sapeva dedicarsi alla scuola con tanta cura ed impegno.

Ancora oggi mi capita di incontrare qualcuno dei suoi alunni e tutti ricordano sì la sua severità, ma soprattutto l’amore e la dedizione con cui li sosteneva e come sapeva poi apprezzare e valorizzare i loro, anche piccoli, risultati. Mio padre diceva di lei che era stata ”… una grande mamma, una grande moglie, una gran donna…” svelando con queste semplici parole tutto l’amore, il rispetto e la stima che provava per la sua Gina.

Nel condividere appieno il pensiero di mio papà mi sento di aggiungere un’ultima riflessione. La mia mamma se n’è andata da alcuni anni, ma rimane per me, oggi come allora, una grande maestra di vita. »

 

(Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

Foto: Anno scolastico 1973-74, classe Va B mista. La maestra era Gina Zonato Zanella (cortesia Beatrice Zanella).

 

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STRADELLA E CONTRADA MUZZI

STRADELLA E CONTRADA MUZZI
Storia e curiosità sui Personaggi delle vie di Montebello

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La Stradella Muzzi è una piccola via che unisce Viale Verona, vicino alla Parrocchiale di Montebello, con l’argine destro del Chiampo. Attraversando il torrente all’altezza di un ponte pedonale e la Strada Regionale 11, termina in un gruppo di case assumendo il nome di Contrada Muzzi.
Nei documenti dell’archivio della Parrocchia di Montebello la troviamo nominata per la prima volta, nel 1838, quando vi abitava un piccolo nucleo composto solamente da 4 famiglie: Rigolon Giuseppe con Corato Catterina e 2 figli, Rizzo Giuseppe con Pellizzari Maria e 2 figli, Marini Giambattista con Simonato Margherita e 3 figli, Zanuso Domenico con Zampieri Marianna senza figli. C’erano inoltre 2 case vuote. (1)

Ma da chi ha preso il nome questa stretta via, oggi molto popolata? Il nostro Personaggio era Clemente Muzzi, un famoso pittore, nobile ed abate, del Settecento vicentino. Nell’antico Oratorio di San Giovanni Battista, che si trova accanto al Municipio, posta sull’altare maggiore, è presente una splendida pala di questo autore che raffigura la nascita del Santo a cui è dedicata la chiesetta. All’inizio degli anni 80 del Novecento (il dipinto era stato da poco restaurato e sistemato in una posizione diversa) lo Storico dell’Arte Fernando Rigon così descrisse quest’opera del Muzzi:

“… L’oratorio, situato in piazza a Montebello, oltre ad una splendida statua di Orazio Marinali con « S. Giovanni Battista », conserva ancora una pala con la « Nascita » del Precursore. Essa si trova non più sull’altar maggiore che porta la scritta « Confraternitas et piorum aere 1767 », ma sulla parete meridionale, subito a destra della porta d’ingresso. Il recente restauro dell’opera ne consente una buona lettura, anche se i danni subiti dalla tela non han potuto essere completamente eliminati. Bella e animata è la composizione: sul letto, provvisto di baldacchino, è stesa una vecchissima S. Elisabetta assistita da due inservienti con desco da parto e la tazza da brodo « della comare »; due fantesche in piedi una delle quali con fantasioso copricapo reggono il neonato mentre il S. Zaccaria, steso a terra e col capo, dalla ricca e fluente barba, reclinato su di un libro, sta tracciando il nome « Johan… ». Dal Maccà che, come egli stesso ci dice, raccolse la notizia archivistica « di prima mano », veniamo a conoscenza che il dipinto fu eseguito nel 1759.”

Anche lo storico Remo Schiavo, negli anni ‘90, ci illustra la pala di Clemente Muzzi:

… La pala è tra le opere migliori del Muzzi per l’abile impostazione della scena su due piani: e con diversa illuminazione. Nel fondo raccolta nell’ombra dell’alcova protetta da seriche cortine Santa Elisabetta prende il primo cibo dopo il parto, in primo piano due signore amiche della famiglia presentano il bambino a San Zaccaria che, muto per non aver creduto all’annuncio dell’Angelo, scrive il nome del fanciullo su una tavoletta. Vicino c’è l’agnello che accompagna sempre la figura del Battista. Bello l’effetto di luce che scende dall’angioletto librato sulla nuvola. Il Maccà riporta le notizie « di prima mano » che il quadro fu eseguito nel 1759 quando dunque la grande pittura del Tiepolo era ben conosciuta a Vicenza. Ma il Muzzi sembra rimanere fedele ai vecchi tenebristi nel tono drammatico del racconto e ancor più della stesura del colore, sempre su una gamma calda e piuttosto bassa.

Non ci sono molte notizie su questo importante pittore del Settecento, considerato a torto “minore”, e gran parte delle sue opere sono “scomparse”, alcune distrutte assieme agli edifici che le ospitavano, altre rubate. Non si conosce nemmeno la data di nascita, mentre si sa che morì nel 1776 o 1777 e che fu sepolto nella Chiesa dei Santi Faustino e Giovita in Vicenza (2). Troviamo, ancora visibili, sue opere a Carmignano di Brenta, Cornedo, Montecchio Maggiore, Recoaro, Torreselle di Malo e, naturalmente, a Vicenza. Interessante per noi la pala conservata nella Chiesa Parrocchiale di Torreselle perché è “gemella” di quella di Montebello: ha la stessa composizione pittorica, cioè la nascita di San Giovanni Battista al quale è dedicata la Chiesa, con solo piccole ma significative varianti.
Il già citato Fernando Rigon così la descrive:

“… Lo stesso soggetto della pala di Montebello offre il destro al Muzzi per una saporita variazione sul tema. Forse quest’opera fu eseguita prima di quella di Montebello che è del 1759. Lo denunciano una minore scioltezza nella composizione, certi impacci, anche cromatici, dei personaggi, la durezza del disegno (vedi ad esempio il viso della fantesca, pur così tipico del pittore-abate, dal lungo e strano naso e dalle piatte gote). Stavolta Elisabetta è seduta e coperta, una sola fantesca regge il piccolo Giovanni, mentre sono presenti gli Angeli in gloria. Belli i profili della testa e della mano ossuta di S. Zaccaria, che sta scrivendo il nome del figlio. In basso un Agnello con croce e cartiglio.

Umberto Ravagnani

Note:
1) Archivio Parrocchiale di Montebello Vicentino – 1838, Stato Generale degli abitanti della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Montebello.
2) La Chiesa dei Santi Faustino e Giovita in Vicenza, di origine antichissima, fu ricostruita nel 1774 con la facciata di Ottavio Bertotti Scamozzi. Nel maggio 1907 venne sconsacrata e, per qualche tempo fu adibita a cinema.

Foto: La pala di Clemente Muzzi nella Chiesa di S. Giovanni Battista a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani).

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GLI INCENDI IN AUSTRALIA

L’INCENDIO DEI BOSCHI VICINO A CURROWAN NELLA DIOCESI DI WOLLONGONG (AUSTRALIA)
Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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LINO TIMILLERO ci ha inviato questo interessante suo articolo sugli incendi boschivi che stanno devastando molte regioni dell’Australia in questo periodo e che da quelle parti chiamano “Bush Fires“:

« Dopo aver seguito sui Media Australiani lo sviluppo dei “Bush Fires” nelle zone sinistrate dagli Incendi, ho pensato di cercare la maniera più semplice per raccontare ai miei ‘Amici di Montebello’ quel che sta succedendo alle Foreste Pluviali ed ai semplici Boschi nell’entroterra Australiano. Ed ai piccoli Paesi e Villaggi spersi tra questi Boschi dove non é facile incontrare mezzi di trasporto, siano automobili, motociclette od autocarri.
Era una calda giornata di tardo Novembre ed un forte vento preannunciava una pericolosa Estate. La gente che abitava nelle cittadine lungo la Costa più d’un centinaio di Km. a Sud di Sydney, si stavano preparando per la Stagione delle Vacanze. Tre, quattro mesi che avrebbero permesso ai negozianti delle zone balneari di poter tirare avanti per gli altri mesi dell’anno quando, di turisti non se ne sarebbero visti così tanti come nelle vacanze scolastiche che sarebbero iniziate all’inizio di Dicembre del 2019. Da quelle parti arrivavano turisti anche da Canberra, la Capitale Australiana. Percorrendo la ‘Kings Highway’, si può arrivare alle cittadine sulla Costa in poco più di due ore.
Mentre la giornata procedeva normalmente, un temporale si andava ingrandendo sopra alla foresta nel retroterra verso Ovest. Senza che nessuno vedesse nulla, un Fulmine colpì un albero e si accese un fuocherello. I tuoni dal rumore assordante, si udivano ovunque. Sembrava un temporale come ogni altro temporale.
All’interno della foresta, due boscaioli preparavano un nuovo sentiero da usare il giorno dopo per inoltrarsi di più nel Bosco. I  boscaioli odierni nelle foreste Australiane, oltre che a segare gli alberi con moto-seghe di diversa grandezza, devono anche preparare le strade, con mezzi cingolati, per i semi-articolati che entreranno nel Bosco per poi trasportare i tronchi d’alberi tagliati nella nuova sezione e portarli alla Segheria vicino ad uno dei Paesi della Costa. Si erano fermati verso le 12.30 per il pranzo e per bere un po’ d’acqua. Il più anziano dei due, annusò per primo il fumo. “Dove c’è fumo c’è fuoco”! Questa è la parola d’ordine! Parcheggiarono i loro mezzi: Caterpillars, Ruspe e Trattori in una zona sicura, raccolsero le loro cose e subito partirono da dov’erano per recarsi alla Segheria.
Nel frattempo, quel fuocherello acceso per caso dal Fulmine, alimentato dal vento, si era sparso nel sottobosco e le sterpaglie, l’erba e gli alberelli che cominciavano stentatamente a crescere, secchi come erano, bruciavano facilmente. Il fumo cominciò ad alzarsi e a disperdersi nel cielo le cui nuvole erano già scure a causa del temporale. Ma con il fumo si spargevano ovunque anche le scintille! E le scintille accendevano le secche foglie degli alberi accanto, senza dover attendere nessun attimo. Senza distiguere la differenza tra le piante di Eucalyptus: tutte erano pronte a bruciare! Da mesi non pioveva. Gli alberi stentavano a stare dritti ed a non seccarsi per mancanza della minima umidità nel terreno. Dai rami erano già cadute, in grande quantità, le foglie, perse a causa della prolungata siccità. Quello, fin dai primi momenti, era il fumo annusato dal più anziano dei due boscaioli. Che si trovavano nel Bimberamala National Park e, propriamente, nella Foresta di Currowan, così chiamata dal nome di un torrente che la attraversa. Anche un piccolo insieme di case ed Imprese Agricole vicine al corso del Currowan creek si chiamava Currowan. Molto raramente, in quel torrente, scorreva l’acqua. Da molti mesi l’acqua era diventata molto conservata in ogni attivita quotidiana.
A questo punto, quando si sapeva dell’Incendio che già bruciava, si misero al lavoro le “Rural Fire Brigades” della zona. Tali gruppi di Vigili del Fuoco, sono totalmente Volontari. Sono sorti per la immediata necessità di tentare di spegnere qualsiasi Incendio. Difatti, I Pompieri della più vicina Città avrebbero impiegato troppo tempo prima di arrivare e, nel frattempo, il fuoco avrebbe bruciato e consumato ogni cosa.
Essendo un Corpo ben organizzato, le “Rural Fire Brigades”, praticano periodiche esercitazioni per essere pronti ad ogni evenienza.
Purtroppo, l’Incendio che iniziò quel caldo e ventoso 26 Novembre, a causa di un insieme di  circostanze che si manifestarono catastrofiche, tale Incendio assunse dimensioni enormi. Mentre scrivo, Domenica 12 di Gennaio 2020, il “Bush Fire” sta bruciando ininterrottamente da 46 giorni. Era a Currawan e dopo qualche giorno si unì con un altro piccolo incendio. Ed ancora con un altro formatosi a Tianjara e dimostratosi ancora più catastrofico. Si cominciò a sentir parlare di vittime dell’incendio: 2 “Fire Fighters” perirono all’interno della cabina del loro  autocarro, schiacciata dalla caduta di un grosso albero in fiamme. Altre vittime mentre cercavano di fuggire all’ultimo momento. Ed altri Incendi, quasi allo stesso tempo, bruciavano in altri Stati dell’Australia. In South-Australia, vicino ad Adelaide. In Victoria tutta la zona dell’East-Gippsland era in fiamme. A questo punto, esiste il forte timore che il “Currowan Fire” si unisca con il “Gippsland Fire” creando così un Inferno di proporzioni Apocalittiche. Dalla ‘South-Coast’ del Nuovo Galles del Sud  alla East-Coast del Victoria.
Ed i Volontari, che stanno combattendo questo enorme Incendio da così tanti giorni, non sono rimborsati in nessun modo! Uomini con famiglie giovani, morti compiendo il dovere che avevano scelto di fare per il bene della Comunità!!!
I turisti che erano andati ugualmente in quei luoghi, pensando che i fuochi si sarebbero in qualche modo estinti, sono rimasti bloccati dalla temporanea, a volte prolungata, chiusura delle vie di ritorno. A Malacoota, in Victoria, la spiaggia ricercata dai “Surf-riders” era piena di gente che non aveva altro posto donde sentirsi sicura e lontana dal fuoco e dalle scintille sospinte ounque dal vento.
In una Università, uno studioso di fenomeni naturali, ha chiamato questo un particolare Sistema di “Bushfire-generated Storm” chiamato: ’Pyro-cumulo-nimbus’. Se ho ben capito, si dovrebbe trattare di Incendi alimentati dalla enormità del calore formato dagli Incendi stessi! Quindi, se non comincia a PIOVERE, che il Signore aiuti e mantenga sicure tutte quelle persone che ancora stanno combattendo il più grande “Bush-Fire” della Storia Australiana.
Anche nella Cappella del Centro Italiano, come in tutta la Diocesi di Wollongong, di cui Currowan fa parte, é stata fatta una Colletta a favore delle persone sinistrate dagli Incendi, con generosa partecipazione ». (Linus Downunder – Coniston, 12-1-2020 – San Modesto!!!)

Umberto Ravagnani

Foto: L’incendio dei boschi vicino a Currowan (Australia) (ABC-NEWS – Gennaio 2020).

 

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LA MAESTRA CRISTINA CHINAGLIA

LA MAESTRA CRISTINA CHINAGLIA BOSCARDIN

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La Maestra Cristina Chinaglia Boscardin ha insegnato a Selva, Agugliana e Montebello dal 1950 al 1972, quando è andata in pensione. Molti suoi ex alunni la ricordano per la sua pazienza e tenacia encomiabili.
Durante la preparazione del libro LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO ci ha concesso questo suo ricordo:

« … Per quale motivo ho deciso di diventare maestra? Non lo so neanche io. Mi hanno avviato per quella strada lì. Non è stata una decisione proprio mia. E’ stata una decisione dei miei genitori. Era la strada più semplice anche se mi fossi sposata. Avevo una zia maestra, l’unica figlia che mio nonno materno aveva fatto studiare. Mio nonno diceva che solo i maschi dovevano studiare, le femmine dovevano essere solo brave donne di casa. Ha mandato mia mamma e le sue sorelle a imparare taglio e cucito da una famosa sarta di Bologna. In quegli anni c’era tutta un’altra mentalità. Mia mamma non aveva frequentato scuole superiori però sapeva alcuni brani dei Promessi Sposi a memoria. Sapeva tante cose per-ché le piaceva leggere. Leggeva i libri dei suoi fratelli. Sapeva suonare benissimo il pianoforte. Tanti chiedevano se mia mamma era maestra anche perché  parlava solo in italiano.
Tra i miei genitori era mio papà quello che più ci teneva che continuassi gli studi e avessi un diploma così da essere un giorno indipendente economicamente. Diceva a mia mamma: “Vediamo se riesce se no farà qualcos’altro”. E’ stato un bel sacrificio per i miei genitori fare studiare i figli, eravamo in tre fratelli in collegio, c’erano tre rette da pagare.
Ho tanti ricordi del collegio. Mi ricordo che ho incontrato suor Bakita, la suora moretta che è stata canonizzata. L’ho incontrata perché era una canossiana e io ho frequentato il collegio delle Canossiane a Verona. Nel ’50 sono ritornata a vivere a Montebello, avevo venti anni. Ero già maestra.

Ho cominciato ad insegnare subito, appena diplomata, il primo anno ho ricevuto l’incarico come provvisoria perché ero orfana di guerra. Mi hanno assegnato il posto a Pugnello di Arzignano, ogni giorno facevo avanti e indietro, la strada la facevo per il primo tratto in bicicletta e per l’ultimo a piedi. Ho fatto la pendolare per tre mesi ma con l’inverno dovevo fermarmi là. Avevo già combinato una stanza in un’osteria. La fortuna ha voluto che ad una riunione a Lonigo ho conosciuto una maestra che insegnava a Agugliana ma che avrebbe preferito per motivi personali ottenere il trasferimento. Ho preso la palla al balzo e le ho chiesto se voleva fare il cambio con me. Io sarei andata ad Agugliana e lei a Pugnello. Ha accettato. Siamo andate dal provveditore e abbiamo fatto lo scambio. A Pugnello avevo due classi con cinquantadue alunni, ad Agugliana ne ho trovati ventiquattro, sempre due classi, ma solo ventiquattro. Sono sempre rimasta ad Agugliana, anche dopo che ho vinto il concorso. Era posto vacante e sono rimasta lì.
Sei anni in tutto ad Agugliana, dopo sono venuta a Selva e infine a Montebello. Ad Agugliana sono sempre stata nella “scoletta” piccola vicino alla chiesa. Quando c’erano tutti i miei alunni, ne ho avuti anche ventisette, dovevo stare in piedi perché c’erano solo ventisei posti ed ad uno dei miei scolari dovevo cedere la cattedra. Sempre ad Agugliana insegnavo a rotazione un anno alla mattina e un anno al pomeriggio e così via.

Hanno costruito la scuola nuova quando io sono andata via. A Selva lo stesso sono stata nella scuola vecchia, che era la Canonica. Potevo venire a Selva prima ma per un paio di anni mi ha tenuto in ballo il posto una maestra perché era in aspettativa. Quando la maestra non è più tornata ad insegnare, ha lasciato libero il posto e allora sono venuta giù. Quando insegnavo ad Agugliana abitavo a Montebello e mi recavo ogni giorno a scuola con la bicicletta fino a Selva e poi proseguivo a piedi, con il sole o con la pioggia, finché non mi decisi a comprare una Vespa 150 cc. La strada però non era asfaltata e in alcuni punti ripida e dissestata. A Selva c’era una curva secca particolarmente insidiosa ove una volta caddi e fui soccorsa da colui che diventò mio marito. Nell’aprile del ’57 mi sono sposata e nel ’58 sono venuta a Montebello. Mi ricordo ho insegnato in una delle prime classi miste. Ho insegnato fino al 1972 quando è nato il mio quarto figlio e così ho deciso in accordo con mio marito di andare in pensione. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Maria Elena Dalla Gassa

 

Foto: La maestra Cristina Chinaglia in una foto scattata, un po’ di sorpresa, durante la lezione. Era l’anno scolastico 1959-60 e insegnava alla classe IIa mista nelle Scuole Elementari di Montebello capoluogo (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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LA MAESTRA MARIA FRANCHETTO

LA MAESTRA MARIA CARLOTTO FRANCHETTO nel ricordo di una sua alunna.

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Angelina Stocchero ricorda così la sua maestra Maria Franchetto Carlotto che ha insegnato nella scuola elementare di Montebello per quasi 40 anni dal 1943 a tutto l’anno scolastico 1980/81. Inoltre nel giugno del 1981 è stata premiata con la medaglia d’oro assieme alle maestre Maria Agnolin Tonelato e Teresa Bertola Nicoletti per il suo notevole impegno nella scuola Elementare di Montebello:

« Sono passati tanti anni da quando facevo le scuole. Ho cominciato la 1a elementare nell’ottobre del 1949. Ai miei tempi le scuole iniziavano tutte in ottobre. Mi ricordo quando andavo a scuola le classi non erano miste. Mi ricordo l’aula dove non c’era il riscaldamento, c’era solo una stufa grande di terracotta e ogni mattina ogni alunna portava il suo pezzo di legno se non volevi patire il freddo. Mi ricordo i banchi che erano tutti rovinati e vecchi, mi sa che avranno avuto più di cinquant’anni, erano messi in fila, mi sembra di ricordare che le file fossero tre. Il banco era a due posti con la panca dove ci sedevamo, non c’erano le sedie, che era scomodissima. Sul banco c’era il buco dove mettere il calamaio e i quaderni e i libri che non si usava noi li mettevamo sotto il banco. Non c’erano tanti libri c’era il sussidiario e poi il libro di lettura. Neanche per il resto c’era una volta quello che c’è adesso. Io avevo una cartella di corame, una specie di pelle, e l’astuccio in stoffa grossa con la cerniera, me l’aveva fatto mia mamma, dove c’erano: la gomma, la matita, qualche colore e il pennino. Basta non avevo altro.
Ho sempre avuto la maestra Maria Franchetto Carlotto, anzi per essere più precisa in 1a elementare l’ho avuta solo l’ultima parte dell’anno scolastico perché era in maternità. Era stata sostituita dalla maestra Bordignon. La maestra Franchetto era molto brava e preparata, voleva che imparassi, non dovevi andare a scuola tanto per scaldare il banco. Ho perso diverse compagne negli anni perché venivano bocciate. La maestra era fissata con la matematica. Ah be’ le tabelline dovevi saperle come il Padre Nostro e dovevi saperle a salti per esempio passavi dal 2×5 al 9×8. Era l’incubo di tutte, le tabelline. E dopo bisognava sapere bene le divisioni e le equivalenze. Mi ricordo che il primo compito sulle equivalenze ho preso due perché su dieci ne avevo fatte giuste solo due, una volta i voti li davano così, ma il giorno che la maestra le aveva spiegate la prima volta ero a casa ammalata. Quando la maestra me le ha spiegate le ho imparate bene e il compito successivo ho preso dieci. Ero bravetta in matematica ma in geometria proprio no. Quando c’era il compito in classe il mio me lo faceva la mia compagna di banco ma prima finiva il suo perché, siccome non si potevano dividere i banchi, la maestra dava due compiti diversi così non si poteva copiare.
La Franchetto era severa, non era mica tanto tenera e non scherzavi con lei per quello che riguardava la scuola. Ma non ha mai punito con le bacchettate, ti dava le copie quelle sì e anche tante, ma non ha mai toccato nessuna delle sue alunne. Sì c’erano maestri che davano le bacchettate e anche i ceffoni, ma la mia maestra non era così. Ho un ricordo particolare della scuola ed è quello che mia mamma mi dava sempre un ovetto, perché una volta dicevano che mangiare l’uovo alla mattina faceva bene, io proprio non lo sopportavo e allora lo scambiavo con le mie compagne, che a casa non avevano uova e in cambio mi davano il loro panino con la marmellata o la cioccolata. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Maria Elena Dalla Gassa

Foto: La maestra Maria Carlotto Franchetto durante una delle sue lezioni alla Scuola Elementare di Montebello Vicentino negli anni 60 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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DUE PICCOLI EROI

DUE PICCOLI EROI DI MONTEBELLO

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Il prof. Giuseppe Guarini non ha mai insegnato a Montebello Vicentino ma scriveva, in modo molto conciso ma coinvolgente, piccole storie realmente accadute nel Veneto e altrove, per poi pubblicarle sulla rivista periodica “GIOVINEZZA EROICA”, edita dalla famosa Fabbrica manifatturiera di Valdagno “Gaetano Marzotto & Figli”. Nel numero 6 della IIa Serie del 1930, inserito nella “Bibliotechina delle Lane Marzotto”, è riportato un bell’episodio accaduto realmente a Montebello Vicentino nel corso dell’anno scolastico 1929-30.
I protagonisti sono tre: i fratelli Arturo e Giovanni Battanoli e Giulio Zordan. Arturo Battanoli figlio di Antonio e di Brocco Angela è nato il 3 aprile del 1919, all’epoca dell’episodio aveva poco più di dieci anni e frequentava la IIa classe con la maestra Maria De Filippi. Il fratello Giovanni – che però in realtà si chiamava Gaetano – è nato il 6 settembre del 1917, aveva quindi dodici anni e frequentava la IIIa classe con la maestra Ida Agnolin Tonelato. Il terzo protagonista dell’episodio, Giulio Zordan figlio di Gio. Batta e di Amelia Biasin, è nato il 1° gennaio del 1922, aveva quindi sette anni e frequentava la IIa classe con la maestra Maria Tadiotto.
É successo tutto durante la “ricreazione” dei bambini. Ma leggiamo il racconto del prof. Giuseppe Guarini così come lo ha scritto nella rivista, tenendo conto del linguaggio retorico e propagandistico che veniva usato in quel periodo:

ARTURO E GIOVANNI BATTANOLI

« Nessun ostacolo, nessun pericolo, arresta l’impulso generoso, frena lo spirito di altruismo da cui sono animati i fanciulli dell’Era Fascista. Arturo e Giovanni Battanoli, l’uno di dieci, l’altro di dodici anni, giocavano nel cortile della scuola, a Montebello Vicentino, in attesa del suono della campanella per entrare in classe.
Una recente, abbondante nevicata, aveva fatto piegare, fino a portata di mano, alcuni fili elettrici a bassa tensione. Un bambino incauto, Giulio Zordan, di sette anni, volle toccare quei fili; ma, vittima della corrente, non riusciva a staccarsene. E impallidiva sempre di più! Gli altri bimbi correvano qua e là, come tanti uccellini spauriti, quando sono inseguiti dallo sparviero. E gridavano per lo spavento. Nessuno osava avvicinarsi all’infortunato … Ma ecco farsi avanti un altro Balilla. Arturo Battanoli, e accorrere prontamente, con squisito senso di fraternità, per salvare il piccolo camerata. Ma anche lui, non appena tocca i fili, viene investito dalla corrente. Né, per quanti sforzi faccia, può staccarsi. Il momento è davvero tragico! Il terrore è dipinto sul volto di tutti… Un terzo Balilla, Giovanni Battanoli, si lancia dapprima in soccorso del fratellino e quindi dell’altro fanciullo, e non li abbandona finché non riesce a far aprire le loro mani, serrandone fortemente i polsi. Così furono salvi, Arturo e Giovanni Battanoli, sono stati, a buon diritto, premiati non solo con la nomina a Caposquadra per merito distinto, ma anche con un attestato di Pubblica benemerenza. » (Dal libro di Ottorino GianesatoUmberto RavagnaniMaria Elena Dalla Gassa « LA “SCUOLA VECCHIA” ELEMENTARE DI MONTEBELLO VICENTINO »)

Umberto Ravagnani

Immagine: L’illustrazione relativa all’episodio raccontato (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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CARO GESU BAMBINO

CARO GESÙ BAMBINO

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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« Cuà in Australia, l’Epifania no la xe ‘Festa de Preceto’. Però, a mi, me xe vegnù a mente come ca jera le robe cuando ca jero on toseto, e spetavo senpre de vedare cossa ca me gavaria portà la Befana! Zugatoli, de sicuro, gnanca uno! Me popà el jera in Svissara, e el primo ano ch’el jera là, a Nadale, nol jera gnanca vegnù casa! Drento sol scalzaroto, tacà sora al fogolare, catavo on paro de mandarini, siè sete carobole, e on poche de stracaganasse. Dopo ‘ver spelà i mandarini, e dopo ‘verli magnà, magnavo anca le scorze. Sì, le scorze dei mandarini! Ma jero contento istesso!!! Zugavo co chialtri tusiti ca vignea a l’Asilo insieme, e luri i gavea sì i zugatoli: machinete, trenini, e parfin le pistole par zugare a Indiani e Cao-Boi!!!
‘Na volta, jero drio zugare co Zorzeto. El gavea Tre machinete, e jerimo drio zugare drento in te la cusina de casa sua, sora la tola da magnare. Se vede ca fasivimo massa bacan, cussì so mama la ne ga disesto de ‘nar fora!
Nialtri dù, vhrum – vhrum, no ghemo dito gnente. Fora jera fredo, ma zugando, chi sentia fredo? Mi però, ghe go dito a Zorzeto de tor sù on vaseto de vero sagomà bislungo e de color verde. Lù el me dimanda parchè, e mi ghe digo: “Te vedarè”! Fora, vizin a la strada, ghe jera on mureto chel gavea par sora dele piere una tacà l’altra, ca a nialtri dù el ne someiava on stradon ‘sfaltà, fato aposta par far le Mile –Milia! Zorzeto el me dise: “Lino, sa ghin femo del vaseto de vero?”. Mi ghe digo: “Gheto mai visto na Coriera zugatolo?” Lu el me dise: “Mi no, e ti?” “Varda, la femo suito.” Gò ciapà le tre machinete sue, le go messe in fila una drio che l’altra, dopo gò ciapà l’afareto bislungo fato de vero. Ghe lo gò messo sora le tre machinete, e xe vegnù fora la Coriera! Zorzeto el me gà vardà a boca verta, e dopo el me gà dito: “Prima tì”! Saria stà come chel gavesse dito: “Le machinete xe mie, ma la “Coriera” la xe prima par tì. “Vhrum-vhrum”, e chi sentia fredo!
Zorzeto el gavea anca on can. El se ciamava Reno! El gavea le ganbe curte, e col corea sbajandote drio, te podevi nare fin in piassa, prima chel te ciapasse! Parò, el jera on can bon! Co gavivimo le broze sui zanoci, o sui gunbi dei brazi, navimo vizin a lù, Reno, e lù el ne dava on par de lecà so le broze, e jerimo sicuri ca gavarissimo guario suito. L’inverno de l’ano prima, co jerimo a l’Asilo, on dì gavea scominzià a nevegare. Da la matina fin ca xe stà ora de nar casa, semo stà drento ‘ntel Cameron ndove ca se magnava. Suor Albina la jera drio diventar mata!!! La volea ca stissimo fermi e no la volea sentirne zigare! Pì che la disea de star chieti, e pì ca nialtri sbraitavimo!!! Co xe stà ora de nar casa, Suor Albina la jera so la porta. La fasea nar fora i tusiti e le tosete drio man ca la vedea calche dun ca vignea a turli. A mi cuela volta, xe vegnù torme me popà! El gavea sù el tabaro parché el jera drio nevegare bastansa forte. El me ga ciapà par man, alsando el tabaro da la man zanca, el me gà messo tacà a la so ganba. El me gà cuerto col tabaro, e, senpre tegnendome par man, el me gà dito: “Tiente tacà a la me man e camineme drio.” Lu el fasea on paso e mi me tocava farghene dù, zerte volte tri, de pasi! Jera tuto scuro, soto al tabaro. Podevo vedare i me pié, co le sgalmere, e i pié de me popà, ma lù el gavea i scarpuni co le broche sui tachi e anca so le sole. La neve la jera xa tanta ma me popà el caminava ndove ca i spazini del comune i gavea xa netà el marciapiè col trajon piccolo tirà a man. Par netar la strada, se dovea doparare on trajon pì grando, e bisognava chel fusse tirà da on tratore.
Cuando ca rivava la penultima domenega de Avento, el capelan, don Francesco, el ne disea a nialtri tusiti ca jera ora de scomiziare a catar sù el mus-cio par fare el Presepio. Alora se metivimo dacordo, in du tri ca ‘ndavimo a scola insieme, e se caminava fin sui taraji del Cianpo. Da la parte de drento, ‘ndove ca che jera el muro parchè co vignea xo tanta acua, no la portasse via el tarajo, là ghe jera tanto mus-cio! Inpienavimo on paro de zestei, e li portavimo in Ciesa, de fianco a l’altare dela S.Deposizione. El Presepio el vignea fato là ogni ano e ghe volea tanto mus-cio parché el jera on Presepio bastansa grandeto, no robete come i presepi de Zarmeghedo o de Montorso. La matina de l’Epifania, ghe jera i Re Magi, come ogni ano. Co jera finia la Messa, e el Prete el gavea dito: ‘Ite Missa est”, nialtri tusiti ‘ndavimo tuti a vedere el Presepio! Fofo, el sacrestan, el gavea messo sol Presepio i Re Magi co scomiziava la Messa prima. Un dei Re Magi, el jera `ncora sentà sol sò camelo! Al Bambino Gesù, i ghe portava: Oro, Incenso e Mirra!
Cuando ca mi jero xa in Australia da on puchi de ani, xe vignesta fora na bela canson rivà fresca dal’Italia, cantà dai tusiti, e me ricordo on poche de parole ‘ncora desso:

Caro Gesù Bambino, tu che sei tanto buono,
Lascia una volta il cielo
E vieni a giocare, a giocare con me.
Tu sai che il babbo è povero ed io non ho giocattoli…

Co la gò sentia la prima volta, me so sconto da na parte e me gò messo a pianzere ».
(Lino Timillero – Coniston 10-1-2016).

Umberto Ravagnani

Foto: Una delle moltissime rappresentazioni della nascita di Gesù nelle case di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani).

 

La redazione del notiziario  AUREOS – AMICI DI MONTEBELLO  augura a tutti i lettori un

FELICE NATALE e un PROSPERO 2020

 

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IL CAPITELLO DI SELVA

IL CAPITELLO Dl SELVA DI MONTEBELLO

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« É dedicato a Maria Libera. Un’anziana del luogo dice che è stato costruito nel 1866. Il dipinto è opera del pittore Lino Lovato e, più tardi, è stato restaurato da Michelangelo Valbona ».

L’attribuzione alla Madonna del termine ‘Libera‘ lo troviamo in molte comunità sparse in Italia, la più famosa delle quali è certamente quella di Benevento con la sua Maria Santissima della Libera dove apparve il 2 luglio 663 e la liberò, dall’assedio dell’imperatore bizantino Costante II. Considerando che l’anno presunto di costruzione del nostro capitello di Selva è il 1866, si può ragionevolmente supporre che l’attributo ‘libera‘ le sia stato dato in occasione della liberazione del Lombardo Veneto dalla dominazione austriaca.

Come già scritto l’attuale dipinto del capitello di Selva è stato realizzato da Lino Lovato che la nostra Associazione evoca proprio questa settimana con la Mostra-ricordo dedicata a lui. Riportiamo qui l’accurata descrizione dell’opera artistica di questo nostro compaesano, scomparso nel 1984, espressa da Cristina Crestani in occasione della mostra a lui dedicata nel 2007:

« LINO LOVATO Arte – vita – Arte
Disegni d’ornato e bassorilievi in gesso di putti danzanti decorano le pareti dell’aula; sulla cattedra troneggia il calco di una testa apollinea. Alcuni adolescenti, seduti su grezze panche, sono intenti a copiare oggetti semplici. Li sorveglia dal fondo della stanza il maestro, un ragazzo di poco più grande di loro, magro, alto, i capelli e gli occhi nerissimi, dall’aria seria, consapevole del ruolo. Così ce lo rimanda una foto dei primi anni ‘40, Il giovane Lino, non ancora ventenne, sostituiva nella Scuola d’Arte e Mestieri di Montebello l’insegnante di disegno richiamato alle armi. Aveva respirato il gusto per le belle forme, per la decorazione e la manipolazione della materia fin dall’infanzia, nella falegnameria del padre. Aveva affinato le sue qualità artistiche frequentando per quattro anni, dal 1939 al 1942, a Vicenza i Corsi di arte applicata condotti dal Prof. Benella. Successivamente, nello studio vicentino dello scultore Gino Tossuto, approfondiva la pratica delle tecniche scultoree e acquisiva conoscenze di anatomia. Le prime esperienze lavorative le fece nel laboratorio del padre, però l’intaglio decorativo del legno non poteva certo bastargli: troppe sensazioni, troppe emozioni e aspirazioni lo invadevano. Bisogna immaginarcelo, pieno di talento e di sogni, cercare una propria via negli anni plumbei del dopoguerra. Il fascismo, retorico e ridondante immagini magniloquenti, gli aveva certamente eccitata l’immaginazione, L’Italia del dopoguerra era tutta una maceria e la ricostruzione procedeva lenta, fatti di piccoli passi, di piccole cose: Lino ci si doveva adeguare. Alternava l’aiuto al padre ai bassorilievi di Madonne lignee, alla pittura di paesaggi e nature morte, a restauri di vecchi dipinti; decorava anche tessuti per freschi abiti estivi di vezzose fanciulle. Le prime opere pittoriche rivelano un’adesione al vero, il tentativo di dare anima ad oggetti di poco conto, legati alla quotidianità. Dipinge minuscole tele dove noci, mele, kaki, mandorle vengono minuziosamente indagati, interi o spezzati, con semi e bucce in evidenza; raffigura anche il suo violino. Amava quel violino, Nei momenti in cui anelava ad una maggiore intimità con se stesso, lo estraeva con delicatezza dalla sua custodia, lo appoggiava sulla spalla e suonava. Le dita affusolate districavano le note e i suoni acuti che faceva emettere allo strumento avevano assonanze con i suoi pensieri, anch’essi acuti, talvolta striduli. Convivevano in lui la consapevolezza del proprio valore e la sensazione di soffocare nel ristretto ambiente paesano. L’ansia di fare, di provare, di conoscere si smorzava, s’annacquava nel timore per un’impresa troppo ardua. L’inibizione diventava rovello, chiusura. Guardava alle immagini riprodotte nei testi d’arte, alla pittura italiana dei tempi andati, ai capricci settecenteschi, ai tenebrosi paesaggi romantici, poi si avventurava a cercar raffigurazioni di avanguardie moderne. Quello che riesce a captare lo stimola, lo eccita, cerca di imitarlo. Le sue prime prove moderne sono cubiste, con essenziali forme geometriche e la stesura piatta del colore. Attraverso questi studi muta il suo modo di vedere, l’immagine diviene essenziale, sintetica, egli realizza l’idea con immediatezza, con interventi minimi. L’osservatore si trova di fronte ad un risultato subitaneo, spontaneo, espressivo. Agli inizi degli anni ‘70 si specializza nell’esecuzione di lavori con la spatola, un attrezzo lungo e sottile che maneggiava con estrema maestria. E’ questo il suo periodo più fecondo, fatto di impressioni grumose di colore, di tocchi impercettibili, di vibrazioni di luce, di levità e materia all’unisono. Realizza un’infinità di tavolette con visi, paesaggi mediterranei dalle bianche casette baciate dal sole; lussureggianti boschetti di materia pittorica intrecciata, ingarbugliata; grigie periferie urbane, velieri trascinati dalla tempesta. Col passar del tempo la forma si dissolve sempre di più e lo stile di Lino va a sconfinare nell’espressionismo astratto, materico. Intitola le schegge di luce-colore. Esplosione.

Il mondo della sua infanzia e giovinezza è completamente mutato, gli amici con cui trascorrere le nottate a chiacchierare sono altrove impegnati, la società disdegna il culto del bello, è divenuta competitività, ricerca spasmodica dell’interesse. Lino alterna periodi di ignavia a giorni d’intenso lavoro. Poi porta le sue piccole opere al bar di fronte a casa le dona. Non riesce ad accomunare il suo lavoro, fatto con l’anima, frutto d’ispirazione e spiritualità, a qualcosa di venale. Non riesce neppure a pensare ad una mostra personale, né ad organizzarla. I fiori sbocciano, gli uccelli volano, i pesci guizzano nell’acqua: Lino dipinge con la stessa gratuità. La sua mente andava a San Francesco, al Discorso della Montagna, al Cristo che dipinge più volte Crocefisso. La spatola lascia segni concitati, rotti; i colori contrastanti urlano; l’opposizione dei bianchi col nero drammatizzano ancor più l’evento. La bellezza classica, inseguita negli anni giovanili, non è più raggiungibile, la realtà pare tutta frammentata e sulla tela si tramuta in schegge sempre più cupe e dissonanti. I suoi ultimi lavori sono sublimi: sfarfallii di disperazione d’un espressionismo di altissima qualità. Il disfacimento dell’uomo, del suo fisico e di ogni suo sogno, coincidono con l’assoluta purezza ed espressività artistica ».   Cristina Crestani

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di Selva di Montebello in una foto del 2010 (APUR – Umberto Ravagnani).

CHI ERA LINO LOVATO? (scarica la locandina)

 

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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IL CAPITELLO DI RONCHI

IL CAPITELLO Dl CONTRADA RONCHI A MONTEBELLO

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Secondo le testimonianze raccolte, anche la Madonna che si trova in questo capitello, fa parte del gruppo di quattro acquistate dal Prevosto e destinate a “illuminare i punti più bui del paese”. La scritta testimonia anche le sofferenze di questa contrada patite specialmente nell’ultimo anno di guerra, quando nel nostro paese, c’erano continui mitragliamenti e bombardamenti. Dopo la ricostruzione delle case, il 16 Aprile del 1957 fu edificato il capitello, in segno di ringraziamento e di speranza. Con la scritta alla base della costruzione:

DOVE FUROR DI GUERRA ROVINE E MORTE RIPETUTAMENTE DISSEMINÒ, A MATERNA PROTEZIONE DÉ RICOSTRUITI FOCOLARI IL TUO CELESTIALE SEMBIANTE O VERGINE IMMACOLATA GLI ABITANTI DI RONCHI QUI VOLLERO SICURO PEGNO DI PACE E D’AMORE” ».

A proposito dei bombardamenti su Montebello nel 1944, riportiamo quanto scritto dal prof. Amelio Maggio nel libro “Montebello Novecento“, il quale riassumeva quanto riportato nel suo diario Mons. Antonio Zanellato che abbiamo ricordato nel precedente articolo:

I bombardamenti aerei su Montebello. Montebello s’accorse di essere entrato nel mirino degli aerei alleati in una giornata di pieno sole del mese di agosto 1944. Era un giorno feriale, un martedì, nel pieno della mattinata. I pochi sfaccendati dei giardinetti del ponte “Marchese”, che a quell’ora stavano godendosi l’ombra degli ippocastani, a un tratto, avvertirono i ronzii d’aerei provenire dalla volta azzurra del cielo, splendente quanto mai. Erano ronzii insoliti rispetto a quelli degli aerei tedeschi, ai quali da tempo ci si era fatto l’orecchio, e che di solito volavano a quota più bassa. Ma da mesi, ormai, aerei tedeschi se ne vedevano assai pochi volare in cielo. Non parliamo di quelli italiani che, dopo l’otto settembre, erano completamente spariti. Trascorsero ancora pochi istanti e poi quei ronzii divennero sempre più forti ed assordanti. Comparvero nel cielo due formazioni di apparecchi angloamericani da bombardamento, una di sei aerei e una di dodici e, dopo aver fatto un giro sopra il centro del paese, sganciarono 48 bombe in prossimità del ponte sul Guà e sul ponte della ferrovia ai Ronchi. Agli impauriti dei giardinetti del ponte non fu difficile capire che si era trattato di aerei da combattimento alleati venuti appositamente a colpire i ponti sul “Guà” della statale 11 e della ferrovia Milano – Venezia. Infatti osservando in quella direzione, potevano benissimo constatare grandi colonne di fumo e di sabbia, come mai era accaduto prima di allora. Improvvisamente i montebellani scoprirono, a malincuore, che il loro paese stava per diventare il bersaglio preferito dell’aviazione alleata. In pratica, Montebello era diventato un obiettivo militare di prima grandezza. Bisognava prenderne atto, anche perché quel primo bombardamento, in data 31.8.44, aveva mancato in pieno la distruzione dei ponti menzionati. Le bombe, infatti, erano andate ad esplodere o sul letto del torrente oppure sulle case vicine ai due mancati bersagli. Rimasero invece colpite parecchie persone di cui quattro morirono, poco dopo, per le ferite riportate e alcune case dei Ronchi furono sinistrate. Era facile, pertanto, pensare che gli aerei alleati sarebbero ritornati ancora, proprio con l’intento di far centro. A parte i due ponti menzionati, Montebello si prestava a venir colpito dall’aviazione militare anche per via delle sue arterie stradali, in modo particolare il tratto della statale Il, che va dal ponte “Marchese” a quello sul Guà. In questo tratto di strada, l’osservazione aerea aveva notato che si poteva colpire, con estrema facilità, ogni sorta di transito. In quel punto, infatti, l’arteria stradale si eleva di sei sette metri sul livello delle campagne sottostanti perché diventa, al tempo stesso, una diga. Nei periodi di piena, essa accoglie le acque straripanti del Guà e dell’Acquetta. Trovarsi lungo quella strada – diga, che ai suoi lati risulta spoglia di tutto, era allora come offrirsi spontaneamente al bersaglio di qualsiasi aereo, piccolo o grande che fosse. Impossibile tentare da quel luogo una qualsiasi fuga precipitosa. Era la domenica del 15 ottobre 1944. La giornata era lucida, soleggiata, tipica del migliore autunno. Doveva mancare poco alle ore undici, ora in cui presso la chiesa prepositurale stava per aver luogo la Santa Messa. Una colonna di salmerie tedesche, in parte appiedate e in parte su carri trainati da cavalli e muli, stava uscendo dal viale della stazione per dirigersi lungo la strada – diga di cui si è appena accennato, alla volta di Vicenza. Neanche a farlo apposta, non appena la colonna si trovò a percorrere tale tratto stradale, vide piombarsi addosso una formazione di 18 aerei da bombardamento e da mitragliamento americani. A quel punto della strada, neanche valeva gridare “si salvi chi può”. Nel giro di pochi secondi, la mal capitata colonna tedesca si trovò nel pieno di un vero e proprio uragano di fuoco, nella completa impossibilità di trovare un qualsiasi riparo. Agli aerei americani risultò un fin troppo facile obiettivo da bombardare e mitragliare. Furono sufficienti pochi minuti per annientarla completamente. Fu una vera e propria carneficina. Lo spettacolo che si presentò, non appena gli aerei presero ad andarsene via, fu tra i più allucinanti che si possono immaginare. Si videro dappertutto cavalli e muli uccisi, corpi di soldati morti od orrendamente feriti, martoriati, in un crescendo di urla strazianti. Sei soldati germanici feriti sono stati portati nel nostro ospedale e poi a quello di Lonigo. La casa di proprietà sorelle Zonato fu in parte atterrata e molte altre gravemente lesionate. Cinque furono le vittime. Gli abitanti delle contrade colpite avvertirono ben presto che non potevano più, d’ora in poi, abitare in quella zona. A partire dal pomeriggio di quella triste giornata di sangue, alcune famiglie cominciarono a sfollare lontano“.

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello della Contrada Ronchi in una foto del 2015 (APUR – Umberto Ravagnani).

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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BAMBINI DI MONTEBELLO (2)

BAMBINI DI MONTEBELLO DURANTE L’ULTIMA GUERRA (seconda parte)

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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« [I Tedeschi] raramente passavano con automezzi dal cancello vicino all’abitazione del Custode. Tra la Colonna del cancello ed il muro della casa, vi era un passaggio per persone. Con un cancelletto di quadrelli di ferro. Mio fratello si ricorda che, una notte, venne svegliato da qualcuno che parlava nella camera dove dormiva. E riprese a dormire. Al mattino, nella grande cucina al pian terreno, c’era la mamma che parlava con la zia Veronica che abitava alla strada Fonda. Apparentemente, durante la notte, qualcuno cercò di rubare dei copertoni dal deposito dov’erano dei Camion italiani per lo più in disuso. Per orizzontarci, spiegherò ai Montebellani dove era posizionata tale ‘Rimessa’. Dal cancello dell’entrata della Villa, il muro di cinta andava dritto fino alla Stradella, oggigiorno appellata ‘Carpane’. Là faceva angolo e, seguendo la Stradella, arrivava alla Via Borgolecco. Verso la fine degli anni ’60, Paolino Conterno iniziò, proprio in quell’angolo, la sua Impresa di Pompe Funebri. Adesso che ognuno sa dov’è il luogo, torno a raccontare ciò che Luigi sentì mentre la mamma parlava con la zia Veronica. La notte precedente, ci furono alte grida. Cani che abbaiavano ed anche qualche sparo. Degli uomini vennero scoperti mentre cercavano di rubare dei copertoni dal deposito. Furono uccisi due Carabinieri che erano di guardia durante la notte. Questi ladri, si dovevano essere nascosti bene perché nessuno li poteva individuare. E nessuno li aveva visti saltare il muro di recinzione che era alto circa 3 metri. Arrivarono degli automezzi che giravano con le luci accese, per trovare quei ladri. Mio fratello Vittorio aveva quasi 17 anni di età e voleva uscire per veder meglio quel che stava accadendo. Mia madre, che era incinta e mi avrebbe dovuto partorire dopo qualche mese, lo supplicava di restare in casa perché poteva essere preso per uno dei ladri!!! Nessuno venne a sapere come i ladri fossero fuggiti in quella lunga notte. La mamma riuscì a tenere Vittorio dentro casa. E le preoccupazioni erano temporaneamente terminate. Resta il fatto che, essendo i soldati tedeschi stazionati nelle scuole, il Piazzale davanti alla Chiesa ed anche dinanzi all’edificio scolastico era pieno zeppo di Carri armati ed autoblinde, pronti ad ogni evenienza. La Guerra, essendo ormai fratricida, diventava sempre più violenta e crudele. Anche a Montebello. Dopo i due Carabinieri uccisi all’interno della Villa, vi furono altre azioni e colpi di mano che venivano considerati opera dei Partigiani. Che non si erano mai visti in Paese. Durante un’altra lunga notte, furono uccisi il Maresciallo dei Carabinieri ed un giovane soldato che era di guardia in Caserma. Allora, la Caserma era a due passi dal Monumento ai Caduti. Anche in questo caso, la colpa ricadde sui Partigiani. In Paese, però, si spargeva la voce che dei malviventi si nascondevano nei boschi ed agivano di notte. E non erano Partigiani! È necessario, a questo punto, ricordare che Via IV Novembre non esisteva. Dal grande cancello che era l’entrata di Villa Freschi in Via Borgolecco, raramente transitavano mezzi Tedeschi. Tale cancello era sempre chiuso. Dall’altro lato della Via Borgolecco, come qualcuno ricorda, vi era un altro cancello. Uguale ed identico. Sembravano dei Fratelli di pietra e ferro. Ma, all’interno di questo cancello, c’era la corte di Bellini, il ‘Fattore’. Questi dirigeva, come un ‘Padre’, l’andamento delle proprietà della Villa. Nostra Madre, diceva sempre che “El vecio Belini nol ne gà mai assà senza magnare.” Varie famiglie abitavano negli edifici all’interno della corte. Quel cancello era sempre aperto. Essendoci il Pozzo per attingere l’acqua, appena entrati nella corte, anche le famiglie che abitavano in Via Borgolecco, usufruivano del Pozzo colà situato. Nelle abitazioni della corte, c’era molta tristezza. Le famiglie erano afflitte dalla mancanza degli uomini a causa della Guerra. Come mi raccontò mio fratello Giovanni, una famiglia in modo più duro, perché tormentata sia dai Tedeschi che dai fascisti. Un giovane membro di tale nucleo famigliare, non si era presentato alla chiamata alle armi da parte della Repubblica di Salò. L’avvertimento brutale era l’imprigionamento della Madre del giovane, se questi non si fosse presentato entro 15 giorni al Distretto Militare. Da quella corte, per chi conosceva la proprietà, era molto facile salire fino a sotto il Castello. In casi di emergenza, una volta raggiunta la sommità del colle, si aprivano due vie di fuga: a sinistra, la salita all’Agugliana ed alla Calvarina. Si poteva raggiungere Santa Margherita e colà scegliere: a sinistra per arrivare a San Giovanni Ilarione, oppure a destra, per stradine molto secondarie, la via verso Arzignano, fino a Recoaro e, all’occorrenza, il Pasubio ed i Partigiani della Garemi. A Guerra terminata, il Piazzale Mario Cenzi fu ancora usato per parcheggiare Carri armati. Inglesi, questa volta, com’erano Inglesi le truppe di soldati che marcarono il Campo da Calcio dov’era il Parco della Villa. Adoperando le misure Imperiali: ‘Yards’, ‘Feet’ and ‘Inches’!!! E cominciarono a giocare al ’Football’, tra Soldati e con la Squadra della U.S. Montebello! Anche questo mi fu raccontato da mio fratello. Che, al tempo della occupazione Tedesca, pensava a ben altre cose….! Per provare la ‘pistola’, i ragazzi non potevano certo puntarla contro uno dei grandi ‘Cedri del Libano’ così numerosi attorno al Parco all’interno della Villa. E tanto meno contro gli alberi dei Giardinetti, con il via vai dei Tedeschi che abitavano nelle Scuole. Allora, si pensò alla porta dell’Oratorio. Sia Luigi che qualche altro amichetto, erano chierichetti. Sapevano quanto fosse spessa la porta dell’Oratorio e l’ora in cui veniva chiusa, al mattino, per rimanere tale fino al giorno dopo. Con la ‘pistola’ nelle mani di un ragazzo, sicuri che la *’Balistite’* era ben pronta, un altro ragazzo l’accendeva. Non c’era fiamma. La *’Balistite’* bruciava come la brace d’una sigaretta. Finche l’incandescenza arrivava al bossolo del moschetto. Che, essendo stato inserito con una parte chiusa, veniva espulso come se fosse una pallottola. Infissandosi nella porta dell’Oratorio!!!

4) Laboriosamente, il bossolo veniva recuperato, e l’azione ripetuta finché durava la *’Balistite’*! Purtroppo, la prima prova non andò bene. I due fili di ferro, inchiodati per fermare il bossolo di mitragliera, si muovevano facilmente. Si doveva trovare il sistema di bloccarli in modo sicuro. Altrimenti, si doveva gettar via tutta la ‘pistola’. Un amico di Luigi propose di preparare due piccoli cunei di legno di manico di scopa. Tale legno è durissimo. Perciò le mamme adoperavano la scopa per battere qualche ragazzo ultra-birichino! Furono approntati i due cunei. Usando la morsa della bottega di ‘Fonso Marangon’. I cunei vennero inseriti tra il filo di ferro ed il bossolo della mitragliera, battendoli duramente con uno scalpello spuntato, che ‘Fonso Marangon’ adoperava per battere i raggi delle ruote dei carri. Il collaudo della ‘pistola’, quella volta, andò benissimo! La *’Balestite’*, bruciando, causava tale pressione che il bossolo del moschetto fuoriusciva come una pallottola e si piantava sulla porta dell’Oratorio. Ora, tutto era a perfezione, e si potevano ‘sparare’ colpi a non finire. Quando, però, non ci fossero preti in giro. Oppure, cosa molto più pericolosa, Genio Sacrestan o, peggio ancora, Vitore Canpanaro!!! (a Guerra terminata, le chiacchiere in paese dicevano che il figlio del campanaro si nascondesse sotto l’Angelo della cima del Campanile per sfuggire alla chiamata alle armi dei fascisti…!)

5) Adesso, pensandoci bene, si può avere una idea dei moltissimi incidenti causati dagli ordigni di Guerra. Con il risultato di mani amputate. Oppure perdita della vista. Nel caso dei bambini che vivevano a Montebello durante la seconda Guerra Mondiale, si può parlare di una sorta di ricerca di divertimento innocuo. Ma un sentito ricordo deve andare al fratello di Adriano. Si chiamava Riccardo. Morì, quasi dodicenne, ai primi di Maggio del ’45. In un incidente causato, appunto, da residuati bellici adoperati incoscientemente. E senza alcuna colpa da parte di Riccardo. A Guerra terminata! Quando tutto e tutti vedevano la Speranza ovunque. Adriano terminò di raccontare a mio fratello come, per passare un po di tempo in maniera utile, si fosse messo in testa di rinnovare proprio quella porta. Al che, Luigi disse ad Adriano che, sicuramente, si sentiva di poter fare un bel lavoro! Ed aveva trovato il modo di rimediare al male fatto. Non certo da lui. Bensì dai bambini che cercavano di divertirsi durante gli ultimi due lunghissimi anni di Guerra. Che sembrava non dover mai finire! Bombardamenti! Uccisioni! Fame e Disperazione!!! E moltissime preghiere che si sollevavano al Cielo. Seguendo l’esempio del Prevosto, Monsignor Zannellato. Che nessuno più ricorda nel paese. Ciò nonostante, l’amatissimo Prelato, rimane ancora con la sua gente nelle pagine del suo Diario Parrocchiale che, ancor oggi, viene sfogliato dagli appassionati ricercatori, per trovare cose che solo colà si possono accertare ». (Lino Timillero – 19-7-2019)

*{ Ho dovuto ricercare la *’Balistite’*: fu inventata da Alfred Nobel (quello del Premio), ed è formata da Nitrocellulosa e da Nitroglicerina. Presenti, ancor oggi in tanti tipi di BOMBE}*. Linus DownUnder Coniston Saint Ephara’s day 19-7-2019. Revised after my brother’s corrections!! Saint Dominic’s day 8-8-2019. Saint Clare’s day 11-8-2019

Umberto Ravagnani

Foto: Monsignor Antonio Zanellato, Prevosto di Montebello tra il 1919 al 1952, in un dipinto di LINO LOVATO (1981) (Umberto Ravagnani).

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (vedi a fondo pagina). L’evento è stato fissato per il 6-7-8 dicembre 2019.

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BAMBINI DI MONTEBELLO (1)

BAMBINI DI MONTEBELLO DURANTE L’ULTIMA GUERRA

Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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« Questo racconto lo debbo scrivere in Italiano perché saranno presenti in esso anche gli zii di una Signora tornata a Montebello da un certo numero di anni. Datasi la lunghissima assenza dal Paese, il Dialetto non è il suo preferito modo di parlare. Quindi, anche per amicizia, spero che quanto scriverò in lingua le sia gradito.

1) A Montebello, l’ultima Guerra fu veramente ‘sentita’ negli ultimi due anni. Di questi, non saranno mai dimenticati i bombardamenti aerei che causarono la morte di persone innocenti. In questo periodo, i bambini e le bambine, frequentavano la Scuola in edifici che erano stanze messe a disposizione dei Maestri in varie località del Paese. Molte persone erano terrorizzate dai bombardamenti. Tanto che, varie famiglie vivevano nelle Frazioni a nord del Paese: Selva ed Agugliana, per essere più lontani dai luoghi dove cadevano le bombe. Nostra madre, mandava anche due miei fratelli a dormire dallo zio Angelo (detto Moro), il quale aveva della terra a ‘mezzadria’, poco prima di arrivare alla Selva. Già sfollata in quella casa in collina, c’era una intera famiglia di Montebello. All’incrocio delle tre strade: Mira, Monte Grappa e contrada Selva, lì c’era l’impresa Agricola della famiglia Costa. Per due anni mio fratello frequentò la Scuola nella stalla di quell’edificio. All’interno durante i mesi più freddi. Sotto il portico quando la temperatura era appena più mite. L’Edificio Scolastico proprio, vicino alla Chiesa, era occupato dal presidio Tedesco, presente nel Paese dalla fine di Settembre del 1943, quando l’Italia venne invasa dalle truppe Naziste. Le frequenze scolastiche, come si può ben capire, erano molto saltuarie. Nelle campagne, le donne ed i bambini, dovevano fare quello che competeva agli uomini che non c’erano. Per causa della Guerra. Chi era soldato. Chi era morto, e nessuno sapeva nulla. Chi era prigioniero, e di questi si sapeva ancora meno. Ma i campi e gli animali, non aspettavano. O si coltivavano i campi o non si raccoglieva. O si accudiva la stalla e si sfamavano le mucche o non si mungeva alcun latte, né per la famiglia, né per venderlo alla latteria. Ciò nonostante, gli Scolari di ambo i sessi, sentivano la necessità di potersi, in qualche modo svagare, specialmente nei pomeriggi invernali, quand’era troppo freddo per giocare all’aperto. Mio fratello Luigi, che facilitò la mia venuta in Australia tanti anni or sono, è nato nel 1935. Aveva 9 anni nel ‘44!!! Come Riccardo, un po’ più grande ed Adriano, un po’ più giovane, gli zii della Signora a cui ho accennato all’inizio. Ed ha ancora la memoria buona Luigi!!! La sua ultima visita al Paese natio avvenne due anni or sono. Di quella sua ultima visita, mio fratello mi volle raccontare un particolare che mi sono sentito in dovere di riportare ai Montebellani di oggi.

[{ Un pomeriggio, mentre si trovava tra la porta dell’Oratorio ed il Campanile, si sentì chiamare. Era sua cugina Maria che gli chiedeva cosa stesse cercando. E si misero a parlare di com’era stata ben aggiustata la porta dell’Oratorio. Maria accennò al fatto che Adriano aveva fatto tutto quel lavoro. Qualche tempo dopo, mio fratello si trovò con Adriano che cortesemente lo invitò a pranzo. Fu così che, parlando, tornarono sui ricordi di quando erano bambini. Riccardo, il fratello di Adriano, era quasi coetaneo di mio fratello e giocavano assieme, come è cosa normalissima tra bambini. Anche e nonostante si fosse in tempo di Guerra. Essendo Adriano ben più giovane, voleva sentire da mio fratello com’erano quegli anni. Quali e come venissero fatte certe azioni quotidiane. E che giochi venissero praticati. E di tante altre cose accadute in quegli anni di Guerra, di cui, essendo bambini, non potevano afferrare la tremenda fatalità.

2) Debbo qui ricordare che Adriano e Luigi, erano avanti con gli anni, mio fratello più di Adriano che era più giovane di qualche anno! [{ “Stavo guardando la porta dell’Oratorio” disse Luigi. E Adriano: “Ho terminato di rimetterla a posto tre settimane fa”, disse, “ma sai che quasi dovevo abbandonare tutto?” “Perché, chiese Luigi, cosa c’era che non andava?” E qui, Adriano, che ha sempre lavorato il legno, si mise a spiegare a mio fratello come avesse trovato, nel legno della porta, delle indentature che non riusciva a spiegarsi come fossero presenti nello spessorato legno di cui erano fabbricate le porte. Luigi disse: “Ma come, non ti ricordi di quando SPARAVANO i bossoli con la pistola?” E Adriano:” Ma che ‘balle’ mi racconti?” “Non ti ricordi proprio?” fece ancora Luigi, eri ancora troppo piccolo. Dall’espressione del volto di Adriano, si comprendeva che, del fatto al quale accennava Luigi, Adriano non ricordava assolutamente niente. Come se, sulla lavagna della sua memoria, qualcuno avesse cancellato anche la più piccola parte di quell’episodio. Che, sotto la mia insistenza, mio fratello mi raccontò due giorni or sono, senza interruzioni di alcun tipo. {[ Quando passavano per aria i bombardieri, qualcuna delle bombe che cadevano, non scoppiava. Forse era difettosa. Oppure il colpo contro il terreno la rompeva in due senza lo scoppio. E venivano raccolte per recuperare i metalli di cui la bomba era composta. Ed anche le polveri di esplosivo che si era sparso nella zona dov’era caduta la bomba inesplosa. Si raccoglievano anche le cartuccere usate che venivano gettate dagli aerei da caccia che passavano velocissimi a bassa quota sopra la Ferrovia o sulla Provinciale. Mitragliando, a volte, anche la parte del Campanile dov’è la balaustra, come posso testimoniare io stesso. Con bambini della mia età, avevamo inventato un tipo di ‘pistola’ che poteva ‘sparare’ bossoli di moschetto! ]} Questa ‘pistola’ fu il frutto di una rimarchevole ingegnosità di pre-adolescenti che non avevano nemmeno un pallone per poter giocare! A volte, data la mancanza di cibo sufficiente, non avevano tanta voglia di correre dietro ad un pallone, anche se fosse stato a disposizione. Dentro alle bombe inesplose, c’era la *‘Balistite’*. Sembrava un pezzetto di cordicella. Un quarto di pollice di spessore e lunga 10 pollici (6 mm. e 250 mm.). Ci si deve ricordare che, tale ‘pistola’, ‘sparava’ bossoli di moschetto, non pallottole vere. Nelle cartuccere che venivano raccolte, rimanevano sempre dei bossoli o delle munizioni non usate. Oppure, i bossoli vuoti venivano trovati sul terreno. Con un pezzo di legno, era stata costruita una rozza pistola con una impugnatura e, al posto della canna da sparo, veniva posizionata la cartuccia della mitragliatrice. Questa era aperta ai due lati, non essendoci più la pallottola da una parte e la base con l’innesco dall’altra parte. Veniva fissata sulla scanalatura, preparata sopra l’impugnatura, con due fili di ferro inchiodati nel legno. Anche la cartuccia del moschetto doveva essere vuota. Questa doveva essere pressata a forza nella cartuccia della mitraglia. La *’Balistite’*, che faceva parte della bomba inesplosa, ed immediatamente nascosta nella tasca dei pantaloni del ragazzo che la trovava, veniva innescata a forza nella cartuccia da mitraglia. Luigi abitava nella casa che, a quel tempo, era l’ingresso della Villa Freschi, dove abitava, prima della Guerra, la Contessa (Eleonora Freschi-Sparavieri n.d.r.). Anche dentro la Villa, durante la Guerra, c’erano i Tedeschi ». (Lino Timillero – 19-7-2019).
(Continua…)

Umberto Ravagnani

Foto: Una falegnameria degli anni 50 del Novecento (ricostruzione di fantasia – Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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IL CAPITELLO DELLA PEROSA

IL CAPITELLO Dl CONTRADA PEROSA (1)

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Il capitello della Perosa – L’inizio dei lavori per la sua costruzione avvenne nel maggio del 1952. Fu costruito per la necessità di un ritrovo per le contrade lontane dalla Chiesa dove alla sera si recitavano i fioretti.
Il Prevosto di allora lo fece costruire proprio per questo motivo. Inizialmente fu posto sotto gli alberi del bosco un quadro della Madonna Pellegrina. Vedendo le persone di diverse contrade felici di questa iniziativa, si pensò di fare una cosa in grande, un capitello, ma mancavano i fondi per costruirlo. Allora le donne cominciarono a preparare dolci e venderli in piazza la domenica. In questo modo si potè iniziare a costruire un primo capitello. Espedito Perlotto, insieme ad altre persone si mise all’opera gratuitamente. Per impedire che il monte franasse fu costruito dietro al capitello un barbacane. La campana per la Madonna l’offrì la superiora dell’ospedale di Treviso, tutta in legno e vetro. Restava il problema della statua della Madonna. Una sera, mentre si recitava il S. Rosario si vide nel piccolo argine vicino, una scatola ben chiusa. Venne aperta e dentro fu trovata la statua della Madonna du Sacre Coeur. Una vecchietta fece un’offerta consistente perché si innalzasse un capitello degno della BONTÀ della Madonna e molti altri la imitarono ».

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello della Contrada Perosa in una foto del 2015 (APUR – Umberto Ravagnani).

Nota:
(1) La Contrada Perosa è certamente tra le più antiche di Montebello. La troviamo citata, oltre 600 anni fa, in un atto di vendita del notaio Antonio Revese, stipulato in Vicenza, il 28 maggio 1418:

« ANNO 1418 – 28 MAGGIO Atto del Notaio Antonio figlio di Enrico Revese (de’ Aurificibus) –  V E N D I T A
In Vicenza, nel Palazzo del Comune, sopra il poggiolo presso la Torre.

Presenti: Enrico figlio di Nicolò Revese (padre del notaio), cittadino di Vicenza, Gerardo notaio del fu Bartolomeo de Caltrano ambi cittadini abitanti di Vicenza.

Per il prezzo di 40 Ducati d’oro, Battista del fu domino Zamboneto de Betone, cittadino e abitante di Vicenza nella Sindicaria di S. Giacomo, fu d’accordo con Giovanni di Vitale di Montebello di vendergli:

– una pezza di terra di 3 campi nelle pertinenze di Montebello in CONTRA’ VIA STRETTA, presso Bartolomeo di Giacomo e presso Pietro del fu Baldo,
– una pezza di terra di un campo nella CONTRA’ DI PEROSA presso Bartolomeo del fu Bartolomeo,
– un campo ed un quarto in CONTRA’ DEL BORGO presso Nicolò del fu Gaspare di Montebello, presso Giovanni del fu Bartolomeo del fu ser Lancio di Montebello e presso Giovanni di Michele,       
– un campo nella CONTRA’ DEL SUDENTRO presso le acque Delgade, presso i beni della Chiesa di S. Maria, presso l’acqua del Rodegoto ».

Ottorino Gianesato (“Nome e Cognome”, 2007).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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IL CAPITELLO Dl AGUGLIANA

IL CAPITELLO Dl AGUGLIANA

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Il capitello è dedicato a Gesù Redentore. Nel 1896 Don Beniamino Rancan, zelantissimo parroco per quarantaquattro anni di Agugliana, lasciò in testamento al fratello Candido di fare un capitello dedicato a Gesù Redentore. Il lavoro fu eseguito nel 1896. Recentemente è stato restaurato, i sassi sono stati smossi e il tetto ricoperto ».

Sulla base è riportata l’iscrizione che ricorda il desiderio di Don Beniamino Rancan che venisse costruito questo capitello:

DON BENIAMINO RANCAN
NATO IN S. PIETRO MUSSOLINO
LI 18 LUGLIO 1819
ZELANTISSIMO PARROCO DI AGUGLIANA
PER BEN 44 ANNI MORTO NEL BACIO DEL SIGNORE
ADDÌ 31 LUGLIO 1894
LASCIÒ IN TESTAMENTO AL FRATELLO CANDIDO
DA FARSI QUESTO CAPITELLO
LAVORO CHE SI ESEGUÌ NEL 1896

Anche Bruno Munaretto fa un breve accenno a questo capitello nel suo libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932:

« …Vicino [alla chiesa di Agugliana] si estende la Campagnola, non più malsana acquitrina, ma fertile campagna, ricca di messi e prospera di viti. E dove forse, nei tempi lontani, sorgeva il tempio dedicato alla mitologica dea pagana, ora si eleva un piccolo tabernacolo con la bianca statua del Redentore benedicente le terre opime, i casolari sparsi, la gente laboriosa, umile e forte di questi colli, dalle cui vette, nelle giornate tersissime, l’occhio spazia lontano, fino alla Veneta Laguna ». (1)

Per completezza, in tempi più recenti, Remo Schiavo nel suo libro “Montebello Vicentino – Storia e Arte”, così si esprime: « Capitello a Gesù Redentore, 1896. Agugliana – A prima vista parrebbe la piccola edicola appartenere a data più antica per le vistose citazioni rinascimentali e per le eleganti proporzioni, in realtà si vede però quel trito decadentismo tipico dell’architettura vicentina di fine Ottocento legata ad un eclettismo di dubbio gusto. Modesta e di fattura artigianale la statua del Redentore ».

NOTA:
(1) « Il sito di forma quasi circolare, conosciuto comunemente col nome di Campagnola, rassomiglia al bacino di un modesto laghetto, formatosi sul cratere di un vulcano spento. Taluni vogliono che in tempi andati, ivi esistesse il “Lacus Dianae” ovvero il lago di Diana, sulle cui rive, circondate da fitte boscaglie, sorgeva un tempietto dedicato alla mitologica dea dei boschi e della caccia. Ed invero se l’origine vulcanica dei nostri colli non esclude che la Campagnola, in epoche lontane, fosse occupata da un lago originato sul cratere di un vulcano spento, pure il supposto tempio dedicato alla dea pagana, ed il suo nome dato al modesto laghetto, sono infondata opinione di taluni, per l’assoluta mancanza di tutto ciò che si rende necessario a provare, per quanto parzialmente, la veridicità dell’asserzione. Taluni opinarono che dall’antica e supposta denominazione di “Lacus Dianae” traesse origine, dopo varie storpiature il nome di Lagugiana e più tardi quello attuale di Agugliana. Altri però, e più giustamente, dicono che Agugliana tragga le origini del suo nome da Aguglia o Aquila, denominazione che in seguito si trasformò in quella di Aquilaria e finalmente di Agugliana. E’ certo che delle due opinioni, la seconda è la più attendibile ».

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di Agugliana in una foto del 2010 (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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IL CAPITELLO Dl VIA TRENTO

IL CAPITELLO Dl VIA TRENTO

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Si tratta più di una cappella che di un capitello.
Descrizione: all’interno sono disposti dieci sedie con due inginocchiatoi un po’ mal ridotti, ma di ottima fattura. Il gradino che porta all’altare è in pietra rossa di Asiago, l’abside è quadrangolare.
Il dipinto è a olio su tela e rappresenta la Madonna, il Bambino e due angeli che suonano il liuto e il flauto. Lo sfondo e la cornice sono dorati, si possono datare tra la fine del ‘800 e l’inizio del ‘900.
La facciata presenta una porta ad arco con rosone. La recinzione è in ferro battuto con motivi floreali. L’altare è in legno (poi ricoperto) e nella parte anteriore è in marmo policromo e composito. L’unica notizia certa è che nel 1905 si trova segnato nella mappa catastale. Tutte le testimonianze raccolte sono concordi nell’attribuire la costruzione a “Bepi capomastro” (Giuseppe Guarda) che, avendo la madre inferma, voleva darle la possibilità di avere la Madonna vicina.
Ogni anno, il 15 Agosto, in via Trento si faceva festa, con addobbi, musica, balli, bancarelle e naturalmente preghiere. “Assunta in cielo, sagra al Capitello”. La “sagra” venne interrotta negli anni ‘50, perché il Prevosto preferiva che la Madonna Assunta venisse festeggiata in Parrocchia.
Nel 1996-97 fu restaurato. Le finestre furono ricoperte con vetro policromo e, su interessamento del Prevosto Don Antonio Mozzo, il dipinto fu sistemato a Padova e protetto da una lastra di vetro ».

 

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello di via Trento e il dipinto al suo interno, in una foto del 2015 (APUR – Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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IL CAPITELLO DELLE CARPANE

IL CAPITELLO DELLE CARPANE

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Dal libro “La religiosità popolare nei Capitelli e gli Oratori a Montebello Vicentino” di Dima Luisa Franchetto e Silvana Marchetto, Amici di Montebello – 2005.

« Probabilmente si tratta del capitello più antico del paese e senza dubbio del più bello: l’immagine della Madonna è dolcissima. È situato all’inizio della stradella delle Carpane; il terreno della stradina è stato regalato dalla contessa Freschi perché gli abitanti delle contrade Borgolecco, Montegrappa, Castelletto potessero accedere più agevolmente alla Chiesa e la Madonna “vigilava” sul passaggio dei fedeli. Ne è testimonianza la scritta che il capitello portava: “Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, pregate per noi”.

Varie testimonianze ricordano l’attaccamento della popolazione nei confronti della Madonna; un’anziana, ora deceduta, e altri ultraottantenni hanno parlato delle preghiere che ogni sera venivano recitate durante la Ia guerra mondiale.

Descrizione.

1) Il corpo centrale, probabilmente il più antico, è ricavato da un blocco di pietra tenera. (Bianca di S. Gottardo). È la tipica pietra proveniente dai Colli Berici e usata comunemente, fin da epoche remote, nelle costruzioni sia residenziali, sia civili in tutte le aree limitrofe. Di conseguenza il manufatto è locale, come presumibilmente lo stesso scalpellino.

2) Angeli genuflessi. Sono posti sulla sommità del muro di recinzione, ai lati del frontalino e sono anch’essi ricavati da blocchi di pietra tenera dei colli Berici. La loro insolita collocazione sopra il muro, la posizione leggermente “torta” verso il centro del capitello, una “mano” scultorea più sicura di quella rivelata nel corpo centrale, inducono a pensare che siano provenienti da un monumento funerario e collocati in epoca posteriore.

3) La statua poggia su di una lastra di pietra Rosa di PRUN, proveniente dalle cave a nord di Verona sui Lessini. Questa pietra è conosciuta e apprezzata “da sempre” per la resistenza, perché può venire estratta in lastre naturali e facilmente levigabili. È generalmente usata in costruzioni civili e religiose, meno in quelle residenziali.

4) Il rivestimento del muro, sicuramente moderno come impianto, è formato da lastre sottili, levigate meccanicamente, di pietra tenera dei Colli Berici e poste in opera con l’ausilio del cemento.

Restauri:

negli anni ‘50 ad opera di Munaretto;
1979 ad opera di Mistrorigo Sergio;
1983 vi è stato aggiunto lo zoccolo in pietra ed è stato rivestito il muro con lastre di pietra dei Berici;
1985 Valbona Michelangelo, l’interno della nicchia è stato rivestito con “vetricolor” (precedentemente era tinteggiato in azzurro e porpora);
1990 restauro della Statua della Madonna.

La statua è in gesso, fatta a mano; nella parte posteriore conserva una intelaiatura formata da un paletto verticale di acacia e da tre orizzontali. La statua è racchiusa da un vetro, prima incorniciato di legno poi di metallo. La cura dei vari restauri è oggi opera di Michelangelo Valbona ».

 

Umberto Ravagnani

Foto: Il Capitello delle Carpane in una foto del 2005 (APUR – Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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LINO TIMILLERO A MONTEBELLO

LINO TIMILLERO A MONTEBELLO (scarica la locandina)

LINO TIMILLERO nato a Montebello Vicentino, come molti di voi sapranno, si è trasferito in Australia poco più di cinquant’anni fa in cerca di fortuna e, spesso, si fa sentire dai suoi compaesani, amici e conoscenti della sua infanzia. Da qualche mese invia alla nostra redazione i suoi numerosi racconti, spesso in dialetto veneto, così che i suoi compaesani possano leggerli e apprezzarli. Si tratta di testimonianze che comprendono ricordi del periodo vissuto a Montebello e racconti di fatti accaduti nella città dove vive attualmente (Wollongong) e che hanno, in qualche modo, coinvolto la numerosa comunità vicentina di emigrati in quel lontano paese.
Nelle ultime settimane, dopo molti ripensamenti, ha deciso di trascorrere una breve vacanza nei luoghi della sua infanzia e abbiamo l’onore e il piacere di dedicargli una serata nella quale ci racconterà della sua vita avventurosa e dei suoi progetti futuri. Il 14 settembre 2019, inoltre, Lino Timillero ha ritirato il I° premio alla XXVIIa edizione della manifestazione di prosa e poesia dialettale “Raise“, che si tiene annualmente ad Arquà Polesine (Ro). Lo scritto, in dialetto veneto, verrà letto durante la serata da Raffaella Clerici.

Ecco il racconto di Lino Timillero che ha vinto il I° premio nella sezione “Veneti nel Mondo“:

(Coniston 7-1-2019)
« “Sito sicuro che te vui nar via?

Silvano el me dimandava: “Sito sicuro che te vui nar via?”
Gavivimo poco pì de vinti ani. E mi a dirghe: “Ma sì che son sicuro. Là ghe xe me fradelo. Lù el me ga dito chel me inprestarà i schei pal viajio e chel me catarà lù da laorare.”
E Silvano: “Ma varda che la xe distante l’Australia seto! Cuanto ghe metarisito a rivare?”… Ale visite dai dotori jero ndà. Le carte jera pronte. Anca el pasaporto. El biljieto par el viajio so la nave so na torlo a Vicenza. Le valise le jera dò parché me fradelo el gavea mandà sù schei da conprarghe robe da vestire par la so dona e anca par lù. Robe fine da done. El disea che là no se podea catarle. E anca par lù parché me mama la disea che ghe jera senpre piasesto da vestirse ben! E mi, co jero so la nave e me scanbiavo le mudande, me catavo senpre na medajieta de la Madona tacà sol fianco. Me mama la le gavea cusie so tuta la biancaria…
Zincuantadù ani xe passà da cuando che son rivà so sta Tera. Granda che no la finise mai! A laorare, fin che so nà in pension, senpre a laorare. Ma anca a sposarme e metar su famejia. Ma anca a vedar cresare i fioi. E a pianzere e a ridare co me mojiere co luri e coi so noni. Desso semo noni anca nialtri! Dopo aver vudi i nostri du fioi e dopo verli slevà, desso se pol cuasi dire che semo cuà par el nevodeto e le nevodete! Anca se la salute no la xe pì tanto bona. Anca sa se catemo co calche chileto de pì da portare in giro, xe da ringrasiar el Signor che ghemo la testa ncora bona! Savemo chi che semo e se ricordemo chi che jerimo!!! Desso che se podaria nar catare i parenti e i tusi che jerimo na scola insieme… Desso che  podaria contarghe a Silvano come che me son catà cuà in Australia…Desso ghe xe de mezo la salute: “Par carità! E se ne capita calcossa! No!  No!  Stemo casa nostra!!!”
Alora, zercando e dimandando, go catà el numaro de telefono de Silvano, de Tito, e de calche dun altro e me taco al telefono a far na ciacolada ogni tanto. E coi me fradei pì veci, come che fasevo par Nadale e par Pascua e calche altra volta. Bevare no se pole. Fumare el fa pì male ncora. Lora ciacolo par telefono con cuei che no i stà pì a Montebelo gnanca luri!! Chi che xe ndà  stare a Vicenza co i se ga maridà, chi che xe ndà stare a Arzegnan e chi che xe ndà stare a Restena… No i vede pì el castelo de Montebelo co i se alsa a la matina. Gnanca luri! Come mi! Solo che luri, co i vole, i pol saltare in machina, e in dò e dò cuatro i xe zà bei che là!!!  E mi che son partio: “Sito sicuro che te vui nar via?”… E mi che son partio co na valisa mia e una par me fradelo… Che no me son perso parché intorno ghe jera  el mare. Grande, che nol finia mai…!    Montebelo lo vedo sol Computer. E me fazo na caminada “virtuale” par le strade del paese! Me nevodo me gavea insegnà: “Nono, se fa cussì, cussì, e cussì. Tiente inamente!” E tuto par Australian. Ma stano che vien el studiarà el Talian “seriamente”. El me lo ga dito lù, el me ‘grand-son’

E me vien inamente i ani de prima che partisse…! » (Lino Timillero – Coniston, 7-1-2019)

In figura: Lino Timillero nella serata a lui dedicata dagli Amici di Montebello (Umberto Ravagnani).

 

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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IL DOGE ANDREA GRITTI

IL DOGE ANDREA GRITTI  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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Andrea Gritti (Bardolino, 17 aprile 1455 – Venezia, 28 dicembre 1538) è stato un mercante, militare e politico italiano e 77º doge della Repubblica di Venezia dal 1523 alla morte.

« Cuel Gino da Velo d’Astico, co se gavivimo catà a la fine de Marso, el me ga fato sajiare cuei cachi cal gavea tirà xo dai so cacari. I xe stà i primi, cuei ca se jera maurà soto ale rete parchè i ‘flyng foxes’ ghe li gavaria magnà. Ve ricordeo? E ghe jera anca i ‘possums’ da star tenti…! Parò i cachi i jera boni…! Come ca i fusse stà de do cualità…! Cuei cachi coi ossi i gavea el gusto pì bon de cuei sensa ossi, ma boni tuti cuanti!!! Tastà i cachi, ca i jera stà bonorivi, se ghemo sentà xo par fare na ciacolada. Bira ‘new’ par lu e ‘old’ par mi. On sachetin de ‘cashews’ da mastegarghe drio, ca i xe pi boni dele bajiie. Gino el me gà dimandà sa gaveo fato el militare. Mi ghe go dito de no parchè jero drio fare le carte par nare in Australia e cussì i me ga assà ndar via! Lora lu el ga scominzià a contarme cal gavea fato el militare coi Alpini. El jera stà anca tri misi a Verona, rento a na caserma poco distante da Montorio. Desso là ghe xe el ‘IV Reggimento dei Alpini Paracadutisti’. “Co jerimo de ‘libera usita’, de Istà se nava senpre fin a Bardolino, in riva al Garda, parchè ghe jera uno da Cisano co la me conpagnia. Cisano,” me contava Gino, “xe poco distante da Bardolino. Sto Caporale, el se tegnea la moto a casa de parenti, vizin a la caserma, cussì, pena cal podea, el nava casa a catar la morosa. E mi navo insieme, tute le volte cal me dimandava de farghe conpagnia. Ma no cuando cal jera co la so morosa…! Lora se metivimo dacordo par lorario da nare indrio, e mi navo a far na caminada fin a Bardolin, drio al Lago de Garda!” Nando vanti co le ciacole, Gino el me diseva:”A Bardolin, ghe xe el vin bon, cuela la sà tuti, ma ghe xe anca on Albergo grando cal se ciama ‘Hotel Gritti’! Lo savivito ti ca a Bardolino jera nato on ‘Doge’? El me lo ga contà el me Caporale! On ‘Doge’ nportante, da come cal me contava lu. Ti ca te ghin capissi de storia, gheto sentio parlare de sto ‘Doge’?” “Ma sito drio farme on scherso, o feto dal vero?” ghe dimando mi a Gino. “Parchè? Parchè dovaria schersare?” me fa Gino. “Parchè proprio de ste setimane, me son messo a zercare sol ‘Internet’ come ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà al me paese,” ghe digo mi a Gino. E lu el me fa: “Cossa ghe centra i taraji?” E mi: “Ghe centra parchè, come ca te disi ti, el xe stà el ‘Doge’ de chel tenpo là a decidare!!! “E Gino a boca verta el me varda e el me dise: “Ma sito drio schersare?” “A son stà prima mi a dirtelo a ti ca te schersavi!!! Si o no”, a ghe fazo mi. “Se te vui ca vago vanti, a te poso dire come e cossa. Parò ti te ghe da dirme prima ndove cal va a finire l’Astico, cal passa par el to paese!” Gino el me varda, e dopo el me dise “A no lo so mia seto, ndove valo a finire, lo seto ti?” “Eco, vidito, parchè le robe le xe là ndove ca le xe senpre stà, nessun sintaressa da parlarghene e farghe savere ai tusiti e ale tosete co i va a scola parchè, come a Velo, el fiume ca passa par de là, el se ciama Astico. El va vanti, e vanti ncora e dopo el se ciama Tesena. E cuelo el va vanti, vanti, fin cal va a butarse rento al Bachiglione, on poco pì sù de Longare! E la stessa roba xe pal Bachiglione! Prima el se ciama Leogra. Come cal dise el nome, el vien xo da la Val Leogra, vizin a Schio. Ma pì vanti el va a ciamarse Timonchio. Con chel nome lì el va vanti ncora fin cal diventa Bachiglione, fin a Padova, el va vanti fin cal va rento al Brenta là vizin al Mare! Gino el me dimanda: “Ma ti come feto a savere tute ste robe?” E mi a dirghe: “Te go pena dito ca me nteresava de savere cuando ca jera stà fati sù i taraji del Cianpo e del Guà. El me Paese, sa no ghe fusse i taraji sol Cianpo e sol Guà el saria come el Polesine!!! A go leto tri libri so la Storia del me Paese. Gnanca un cal contasse cuando ca i jera stà fati sù, come ca no i gavesse nesuna nportansa.” “Ma come se fa a catare ste robe sol ‘Internet’?”, me ga dimandà Gino. “Ghe xe on posto ndove ca se pol scrivare na dimanda e te vien fora le risposte. Ma te ghe da zercarle,” ghe go dito mi. “E alora, se te tocava zercarle ncora, le dimande de prima sa servivele a cossa?” dise Gino. E mi: “Vardando cossa ca jera scrito so la storia del Guà, cal vignea ciamà il Fiume dai zincue nomi: el nasse ‘Rodolon’, el xe l‘Agno de Valdagno, fin a dopo Trissino ndove cal se ciama Guà, fin a Roveredo. Pì vanti el se ciama Frassine e dopo Gorzone, cal và a finire rento al Brenta, vizin al Mare. Ma so la ‘Wikipedia’, no se podea saver gnente dei taraji.” Salta fora Gino cal me dimanda: “Parchè, se te ghe pena dito ca la … Come se ciamala, la dise tuto?” E mi: “Xe stà par dò parolete ca riguardava el Cianpo, ca go trovà tuto. Lora xe saltà fora ca, stiani, ghe jera, gran barufe parchè Padova volea ca Vicenza fasesse nare lacua del Cianpo rento al Alpone, chal nava a finire rento al Adige.
Verona la volea ca Vicenza la fasesse nare el Cianpo rento al Guà a Montebelo, e no i se metea dacordo! Lora, cussì dise la ‘Wikipedia’, el Consilio dei10 de Venessia, insieme col Doge, nel 1532 el ga deciso da far sù i taraji. E xe stà scomizià i laori come ca i podea fare nte chei ani là! Xe passà tanti e tanti ani prima ca i ‘arzeni’ vegnisse finii come ca i xe desso. E tante aluvion da tute le parte: ntel Vicentin, ntel Veronese e xo ntel Padovan! Desso, el Cianpo,col riva a Montebelo, el se svolta on poco e el và verso Verona, a catarse col Alpone. E tuta lacua rento ai taraji! Come cuela del Guà….! E xe stà fato anca el ‘Bacino’!!! E chi jerilo el Doge?” Xe saltà fora Gino: ”No me dire cal jera Gritti?” E mi: “Propio lù, Andrea Gritti. El xe stà Doge par cuindese ani, dal 1523 al 1538!!!” E Gino: “Ma come gavaralo fato, sel jera nato a Bardolino?” “Venessia, stiani, la rivava fin a Bergamo. La famejia dei Gritti, jera de Comercianti e i xe rivà fin a Costantinopoli. Gino, cussì dise la ‘Wikipedia’,” go dito mi. Gino el se ga bevù na boconà de bira’new’, e vardandome ben in facia, el me dise: “Desso ca te ghe catà come e cuando ca xe stà fati sù i taraji al to Paese, sa vorissito fare?” Suito mi ghe go dito: “Voria dirghe al Sindaco de Montebelo de metarghe nome a na strada: Via Andrea Gritti, par farghe savere ai Montebelani ca ghe jera calche dun, cuasi zincuezento ani fa, ca savea la inportansa dei taraji, e i li ga fati fare!!! Ma mi son cuà, in Australia…! Parò son contento, parchè, dopo tuto el me zercare, el Doge Andrea Gritti da Bardolino, el xe uno cal me piase… tanto! »

(Lino Timillero – 14-5-2018).

Umberto Ravagnani

Immagini: Il Doge Andrea Gritti in un celbre ritratto di Tiziano Vecellio (particolare) e il suo stemma (da Wikipedia).

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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ARRIGO PEDROLLO

ARRIGO PEDROLLO

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia di Arrigo Pedrollo.

Nacque a Montebello il 5 dicembre 1878 da Luigi e Bussinello Angela. Ancora bimbo di sei o sette anni seguiva il padre, maestro di banda a Montebello ed organista di campagna, nel paesi vicini, e, a dodici anni, già conoscendo benissimo il piano e l’organo, sostituì più d’una volta il padre assente o malato. Quando però il Maestro Antonio Coronaro di Vicenza lo udì interpretare Beethoven, Chopin e Bach, si pensò di educarlo presso il R. Conservatorio « Giuseppe Verdi » di Milano. Ivi studiò sotto la sapiente guida del Maestro Gaetano Coronaro, conseguendo il diploma dopo di aver composto, per l’esame finale, una sinfonia in 4 tempi, diretta da Arturo Toscanini, il quale certo, nell’allora diciannovenne Pedrollo, vide una sicura promessa per l’arte lirica italiana. Ma quanti patimenti e quante rinuncie dovette eroicamente sopportare per mancanza di mezzi, prima di guadagnarsi la laurea. Fu allora che pieno d’entusiasmo compose la prima opera lirica « Sofonisba », tragedia in cinque atti di Giuseppe Brunati ancora inedita, ed in cui, come scrive G. Luigi Tonelli « spiccavano le nuove tendenze musicali prima ancora che lo spirito di Debussy e di Strauss aleggiasse in Italia ». Nonostante i suoi meriti ed i suoi allori, dovette riprendere la via di lotte e di triboli peregrinando pei teatri d’Italia, quale direttore d’orchestra d’improvvisate compagnie liriche ambulanti o quale applaudito pianista. Quindi dall’Italia passò in Francia, in Inghilterra, in Polonia e in Russia corne direttore di concerti sinfonici. Durante quella sua permanenza all’estero compose il secondo lavoro teatrale « Terra Promessa » poema lirico d’oggetto biblico, di Carlo Zingarini, che, rappresentato in varie città d’Italia, ebbe un notevole successo. Ritornato in Italia, compose il terzo lavoro: « Juana ». Senonchè appena terminata l’opera deve partire di nuovo per una tournée artistica in Russia, e quindi affida lo spartito ad un amico, il quale, a sua insaputa, lo presenta al concorso bandito dalla Casa Musicale Sonzogno. « Juana » viene premiata su circa 80 concorrenti, ed il Pedrollo riceve la bella notizia dai giornali italiani. Quindi compone un nuovo lavoro: « Rosmunda » pure inedita, e la Casa Sonzogno gli commette l’ordinazione di una nuova opera: « L’uomo che ride », che più tardi viene rappresentata con trionfale successo a Roma, a Milano, a Venezia, a Padova, a Vicenza, a Varese e a Mantova, dove ebbe l’onore « di otto repliche consecutive, in una stagione importante, battendo il record degli incassi su tutti gli altri lavori di maestri pregevolissimi ed universalmente acclamati ».
Allo scoppiare della guerra il Pedrollo indossa il grigio-verde; e anche fra i disagi della vita militare trova modo di dar sfogo alla sua arte creativa, componendo serenate, quartetti, liriche, sinfonie e due melodrammi: « Giuditta » e « Fatma » i quali ottengono calorosi successi nelle principali città d’Italia e all’estero. A questi melodrammi fa seguito « Veglia » opera in un atto di Carlo Linati, la quale fu replicata con crescente successo al Lirico di Milano per ben 14 sere. Quindi seguono le opere « Maria di Magdala » e « Delitto e Castigo ». La prima su libretto di Arturo Rossato viene rappresentata per la prima volta nel 1924 al Teatro Dal Verme di Milano, dove ottiene un caloroso successo. La seconda, tratta dal romanzo di F. M. Dostoiewski e ridotta a libretto da Giovacchino Forzano, nel 1926 affronta il giudizio del pubblico al Teatro alla Scala di Milano, dove viene entusiasticamente acclamata, percorrendo poi sempre con esito felicissimo i principali teatri d’Italia e quelli di Germania.
Attualmente il Maestro Pedrollo è insegnante di composizione al R. Conservatorio « G. Verdi » di Milano, e direttore di opere e concerti sinfonici all’E.I.A.R. di Milano. Egli tuttavia, nonostante queste occupazioni, ha composto una nuova opera « Primavera Fiorentina », su libretto di Mario Ghisalberti, la quale fu rappresentata con grande successo al Teatro alla Scala di Milano il 28 febbraio 1932. Cosi un altro trionfo si e aggiunto ai tanti precedenti e la corona di alloro che il Pedrollo faticosamente si è conquistata con la sua musica altamente melodica, modernamente equilibrata e schiettamente italiana, si è arricchita di nuove fronde.
A questo geniale artista che, nell’inaugurazione del Monumento ai Caduti, musicò ed offrì alla Banda del nostro paese la « Marcia del Combattente », nell’ottobre del 1930 i Montebellani tributarono solenni onoranze accomunandolo ad un’altra gloria purissima di questa piccola terra: il Generale Vaccari. In quella occasione all’insigne maestro furono consegnati un ricco album contenente le firme di tutti i Montebellani ed una medaglia d’oro con incisa la seguente leggenda: « Ad Arrigo Pedrollo – assurto a gloria – per genio musicale – i cittadini di Montebello – 12 ottobre VIII ».

Umberto Ravagnani

Foto: Arrigo Pedrollo in un ritratto del 1924 (APUR – Umberto Ravagnani).

 


ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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DA MONTEBELLO A WOLLONGONG

DALL’ORATORIO DI MONTEBELLO A WOLLONGONG  Di LINO TIMILLERO – Coniston (AUSTRALIA)

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IL CALCIO È UNA MALATTIA DI FAMIGLIA

« A Montebello, nel 1952, il cappellano don Giuseppe ai bambini che frequentavano l’oratorio offriva una “galletta” ciascuno, verso le quattro del pomeriggio. Non c’era alcun bisogno di chiamarci! Con la coda dell’occhio, pur giocando, guardavamo la porta della canonica. Appena quella si apriva per lasciar intravedere don Giuseppe, noi già si correva verso di lui per essere i primi a ricevere la galletta. Erano americane! Una volta alla settimana don Giuseppe ci dava anche un cioccolatino gianduiotto, un pò amarognolo, ma buono con la “Galetta”. Tutte cose americane! Nessuno di noi ragazzini ha mai potuto indovinare quale fosse il giorno in cui ci sarebbe stato il gianduiotto. Se c’eri, lo prendevi. Se non c’eri lo perdevi! Nel 1954 arrivò don Francesco e gli americani avevano finite le “gallette” da darci. Già dagli ultimi sei mesi della permanenza di don Giuseppe, non venivano più distribuite. Ma il pallone c’era soltanto all’oratorio! Dove altro si poteva andare per giocare a calcio? Durante l’estate seguente, don Francesco ricominciò a distribuire le medesime “gallette”, e anche il ‘saltuario’ gianduiotto! Nessuno di noi si azzardò a chiedere il perché o il percome. Giocavamo e mangiavamo, per poi ricominciare a giocare a calcio. Non si poteva chiedere di più. Ed eravamo più che contenti. L’anno dopo finirono le gallette, ma don Francesco organizzò un torneo di calcio per ragazzi dai 10 ai 15 anni, da disputarsi durante i pomeriggi ‘infrasettimanali’ con squadre dei paesi vicini: Gambellara e Zermeghedo. Don Francesco procurò anche la maglie per le due squadre dell’oratorio, biancorosse per la Audax-Baby, la mia squadra, e bianconere per l’altra squadra, che era quella di mio fratello Albano. Entrambe le squadre erano di età mista. Mio fratello ha due anni più di me, ma con noi c’erano “Cianeto”, Renzo e Ruggero, che erano della sua età. In finale andarono le due squadre dell’oratorio, le nostre. Vinse la squadra di mio fratello. All’oratorio io continuai a giocare le solite partitelle, mentre Albano trovava lavoro alle Alte di Montecchio. E cominciò a giocare con la Ronzani di Vicenza. Da lì, ancora giovane, passò al Marzotto di Valdagno. Un giorno, infatti, dei Signori del Marzotto vennero a parlare con nostra madre per poter avere Albano con loro. Stipendiato dal Marzotto.
Anche se allora non erano grandi somme di denaro. La mamma acconsentì, e mio fratello si accordò con la ditta che lo aveva assunto: al mattino lavorava con loro e al pomeriggio andava a Valdagno per gli allenamenti. Nelle giovanili. Ma con qualche giornata da riserva in serie B. Poi dovette partire per il militare. Riuscì a giocare con il Civitavecchia, in Serie C, per tutta la naja. Intanto il Marzotto, in quei due anni, andò di male in peggio. Albano tornò dal militare per rimettersi a lavorare, ma continuò ancora con la squadra di Valdagno per qualche anno, finché Rita Pavone non si mise a cantare “La partita di pallone”. Poco dopo io partii per l’Australia. L’ultima mia partita di calcio la giocai a Whyalla, in South-Australia. Indossavo la maglia dello ‘Steel-United’, la squadra dell’acciaieria di quella città. Quando vidi che un compagno di squadra si spezzò la gamba destra, mi venne da pensare: mica son venuto qui per finire come lui. E smisi di giocare. Due domeniche prima avevo pure segnato un bel goal. In squadra eravamo cinque italiani e sei tra inglesi, scozzesi e un australiano. Sergio Balatti era il centravanti e io giocavo da ala tornante. Sergio era arrivato da piccolo con la sua famiglia, dalla Valtellina. Parlava come gli australiani e diceva a noi cosa fare. Noi ancora non parlavamo inglese. Ma la palla è rotonda! Sia che la chiami palla oppure ball, è sempre da mettere dentro la porta avversaria. Conservo ancora il piccolo articolo di giornale in cui si parla della vittoria dello ‘Steel-United’ e del goal che io segnai, e ho avuto la fortuna di poterlo mostrare al mio ‘Grand-Son’, mio nipote, che ha 15 anni e gioca bene al calcio, con il suo ‘Catholic College”. I miei due figli hanno giocato al calcio da quando il primo aveva 12 anni ed il secondo 9. Prima con il Wollongong Olimpic, club riservato soltanto agli “junior”. Quando cominciarono a frequentare l’Edmund Rice College’, famoso per le vittorie nella competizione di rugby, loro continuarono invece a giocare al “soccer” (pronunciato soccher), come qui chiamavano il calcio. Che all’epoca era considerato uno sport minore, sia a livello scolastico che a livello nazionale. Io stesso, quando i miei figli erano adolescenti, ritornai al calcio. Fu padre Nazareno, da Mussolente, e quindi vicentino, a chiedermi di aiutare il gruppo giovanile del Centro Italiano, formando una squadra per partecipare al torneo di calcio delle denominazioni cristiane dell’Illawarra. In altre parole, i figli degli Italiani di Wollongong avevano formato l’Italo-Australian ‘Youth Club’, con base al centro italiano dei padri scalabriniani, e lì dovevano giocare contro squadre di club anglicani, metodisti, battisti, luterani, presbiteriani e via dicendo. Era il 1982, Italia campione del mondo! Dopo un paio di settimane, tutto questo diventò semplicemente il Churches-Competition, che letteralmente significa il torneo delle chiese.
Ci si allenava due sere la settimana. La mia presenza era necessaria soprattutto per avere un adulto sempre nei pressi. Facevo anche da allenatore, ma più per far capire a certi giovani che avevano giocato a rugby la differenza del fuorigioco fra il calcio e il rugby. Più di qualche goal non fu segnato proprio perché la regola del fuorigioco era molto dura da comprendere per i giocatori che avevano sempre giocato al Rugby. Agli allenamenti, per fortuna vicino a casa mia, mi portavo dietro i figli. Vicino al campo da calcio abitava un loro compagno di scuola, così anche Carlo si univa ai miei David ed Anthony per la durata della seduta. Carlo, figlio di abruzzesi, era soprannominato F.C. che stava per Football Club. In quel periodo, avevamo due automobili, indispensabili per andare a lavorare. Io avevo comperato una 500 Fiat da pochi dollari per mia moglie, perché portasse i figli alla scuola cattolica. La dovetti usare io perché non riusciva a cambiare le marce senza ‘grattare’. I nostri figli ricordano quell’auto ancora adesso. Era una decapottabile. Dei giovani dello Youth Club, qualcuno divenne avvocato, altri commercialisti o impresari, altri ancora semplici operai alla ‘SteelWork’. Molti hanno bambini. Un gruppo di quei professionisti ha poi ripreso a radunarsi in un campetto da calcio semi-abbandonato, di nuovo a correre dietro un pallone. Tra di loro. Dopo una settimana chiusi dentro gli uffici. E si portavano i figli dietro. E giocavano a calcio con i loro bambini. Uno dei miei figli finì di giocare a calcio con l’Università di Wollongong. Ora, dopo il lavoro, è allenatore patentato. L’altro invece ha smesso dopo essersi fratturato la gamba destra giocando al calcio. Io ero presente quando accadde. Ma anche dopo questo mio figlio non riesce a restare lontano dal calcio, tanto che adesso è presidente del “Port Kembla Puma Amateur Club”. » (Lino Timillero – Vicentini nel mondo – Giugno 2019).

Umberto Ravagnani

Foto: Il campo sportivo dell’Oratorio di Montebello, attivo dagli anni 50 del Novecento (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

 

ATTENZIONE: abbiamo in programma per il 19 Settembre 2019 una serata con LINO TIMILLERO (scarica la locandina)

 

CHI ERA LINO LOVATO?

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (3)

LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Ultima parte)

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Il terzo altare a destra di chi entra fu eretto nel 1876 ed è dedicato a S. Giuseppe. La pala, lavoro pregevole del Cav. Busato di Vicenza, rappresenta il Transito del Patriarca, il quale è raffigurato morente su di un letto poveramente coperto. Lo assistono il Redentore e la Vergine, mentre in alto, fra un nimbo di luce, scende un angelo come per accoglierne l’anima che sta per spiccare il volo verso il ciclo. In un angolo, accanto ad un rozzo sgabello è la verga miracolosamente fiorita. Il primo altare a sinistra di chi entra, è dedicato a S. Antonio di Padova, la cui statua figura entro una edicola di gotiche forme. Dietro all’edicola, una pala di sconosciuto autore, rappresenta Gesù alla Colonna, consolato da un angelo che scende dal cielo, mandatogli dall’Eterno Padre, il quale figura nella parte superiore del quadro circondato da alcuni cherubini. L’altare seguente è dedicato al SS. Crocefisso. La bella imagine del Redentore appeso alla Croce è opera pregevole di Giovanni Gasparoni di Vicenza, il quale la eseguì nel 1865. Infine l’ultimo altare a sinistra, di chi entra in chiesa, è dedicato al SS. Redentore, la cui statua inaugurata nel 1900 alla mezzanotte, nel momento solenne che divideva due secoli, fu scolpita da Pietro Dalla Vecchia di Santorso. L’altare maggiore di classica semplicità che si eleva nel mezzo del coro è in marmo di Carrara e fu eseguito nel 1852 dallo scultore Pietro Spira di Venezia su disegno del Prof. Lazzeri. Contemporaneamente furono lavorati il pavimento e la balaustrata del coro, per cui dietro al tabernacolo dell’altare maggiore si legge questa iscrizione :

G. PAOLO CENZATTI
PEL PAVIMENTO LEGAVA
ALTARE E BALAUSTRI
SOCCORRENTE LA CONFRATERNITA
RICOSTRUIVA DEL PROPRIO
IL PREPOSITO
L’ANNO MDCCCLII

Sopra le spalliere del coro lavorate in noce nel 1852 dal falegname Antonio Zufelato (1) si ammirano i due grandi quadri ad encausto dipinti nel 1894 dal pittore Ermolao Paoletti di Venezia e rappresentanti uno Gesù ed i fanciulli, l’altro la Cananea. Tali quadri sono stimati per la luminosità degli sfondi riproducenti pittoreschi paesaggi di Palestina, per l’espressione delle figure improntate a nobile realismo e pel movimento dei gruppi armonizzanti con la cornice architettonica.
Dietro all’altare maggiore, all’altezza della cupoletta del tabernacolo vi è l’orchestra eseguita dal Gasparoni nel 1866, anno in cui fu pure costruito l’organo da Gio Batta De Lorenzi di Vicenza.
Il pavimento della chiesa eseguito nel 1845 è composto da 1067 quadri di marmo rosso e bianco. Nell’interno della facciata, a sinistra di chi entra, spicca il Battisterio il quale consta di un profondo nicchione, entro a cui sotto la pala rappresentante il Battesimo di Gesù, trova posto anche la vasca in marmo rosso per l’acqua lustrale. In alto, sopra l’arcata, pendono floreali decorazioni, mentre fra le mensole che sostengono la cimasa entro cui figura una grande conchiglia affiancata da festoni di frutti; è scolpita questa semplice iscrizione: « Fons salutis ».
Tanto il Battisterio, chiuso da artistica cancellata in ferro battuto, quanto la pala di settecentesco sapore, sono opera del Prof. Gianfrancesco Ghirotti e furono eseguiti nel 1926.
Ed ora diamo uno sguardo ai nuovi lavori di decorazione inaugurati nel 1930, in occasione della festa quinquennale della Madonna, lavori che, a dirlo subito e francamente, non reggono al confronto con quelli che preesistevano molto più sobri e meglio armonizzanti con la cornice architettonica della Chiesa, la quale con le nuove tinte, alquanto vivaci ha perduto quel senso di austerità che il pennello di Domenico Cavedon le aveva conferito nel 1905. Le numerose figure di Sante e di Santi, di cui il Noro ha popolato la chiesa, eseguiti parte a tempera e parte ad olio, pur avendo talvolta una espressione pensosa, per lo più sono impassibili perchè non condotti da mano ispirata. Tuttavia l’Annunciazione della Vergine che figura nel soffitto, per le movenze intonate dell’angelo e per la morbidezza del colorito è una delle composizioni migliori del Noro. Peccato che i panneggiamenti dell’angelo non assecondino le movenze. Meno felice nella esecuzione è il quadro gemello rappresentante la Vergine e Sant’Anna, gruppo che si perde nel vuoto della scena. Una pittura murale, abbastanza riuscita è certamente il sacrificio di Isacco il quale figura nell’interno della facciata e rappresenta Abramo nell’atto di colpire il figlio nel mentre che l’Angelo apparisce nel cielo per dire: Abramo fermati!
L’Assunzione della Vergine dipinta nell’abside del coro, non è certo paragonabile al grande quadro che occupava per intero la parte centrale del soffitto e che fu demolito per mancanza di consistenza (2). Infatti quel quadro era veramente pregevole non solo per la disposizione dei gruppi e per l’arditezza degli scorci, ma anche per l’espressione dei volti, per la morbidezza delle tinte e pel movimento e grandiosità della scena, doti di cui purtroppo l’Assunzione della Vergine dipinta dal Noro, difetta.
Attiguo alla chiesa sorge il bell’oratorio dedicato alla Sacra Famiglia inaugurato nel 1887. Esso è disegno di Giuseppe Guarda di Montebello come lo dice una iscrizione scolpita nell’interno dell’Oratorio stesso e che suona così :

QUESTO ORATORIO
SU DISEGNO DEL MAESTRO MURATORE
GIUSEPPE
CHE NE DIRESSE GRATUITAMENTE IL LAVORO
PER CONCORDE VOLERE DEI PARROCCHIANI
CHE VI SPESERO CURE FATICHE DENARO
FABURICATO IN SOLI NOVE MESI
FU DEDICATO ALLA SACRA FAMIGLIA
IL CLERO E LA COMMISSIONE
RICONOSCENTI

La graziosa facciata dell’Oratorio è di stile rinascimento, mentre l’interno semplice, non ampio ed a una sola nave, è decorato da paraste e trablazione d’ordine corinto. Il solo altare in legno è dedicato alla Sacra Famiglia la quale figura nella bella pala dipinta dal Boldrin nel 1795. Nell’Oratorio stesso, oltre al quadro detto del Consiglio, perchè una volta figurava nella sala Comunale, si conservano pure dentro ad una piccola custodia foggiata a modo di arca, delle ossa dei Santi Clemente, Felice e Vittoria. L’ultima ricognizione canonica di queste sante reliquie, avvenne il 4 settembre 1719, giorno in cui Andrea Trombetta e Gio. Batta Bordato, governatori della Comunità, si recarono da S. E. Monsignor Vescovo di Vicenza Sebastiano Venier, perchè ne riconoscesse l’autenticità, come infatti avvenne. Queste reliquie erano state donate al Prevosto Don Leonardo Sangiovanni dal Signor Giulio Borghi il quale le aveva avute dal Signor Ignazio Brizio Molinos a cui il 24 febbraio 1709 erano state consegnate dal Vescovo di Sabina S. E. il Cardinale Gaspare de Carpineo, che per mandato di Clemente XI le aveva levate dal Cimitero di S. Callisto in Roma.
Accanto alla chiesa prepositurale si innalza la bella torre campanaria sorta su disegno dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa fu incorninciata nel 1819, come lo dice l’iscrizione incisa sulla prima pietra posta il 16 settembre di quell’anno dai Prevosto Dai Zovi, con l’intervento delle Autorità Comunali. Ecco l’iscrizione:

D. O. M.
MDCCCXIX DIE XVI SEPT.
PRAEPOSITUS PETRUS ANTONIUS DAI ZOVI

Giova ricordare però che il compimento del campanile avvenne solo nel 1848 e ciò a causa delle condizioni tristissime dei tempi, perchè le popolazioni erano state dissanguate dai passati governi. Il fusto della torre campanaria è costituito da cinque ordini, riquadrati con lesene agli angoli e distinti fra loro da fascioni, formati da una fascia inferiore e da una guscia con listello superiore. Il primo ordine che si innalza su basamento a scaglioni ed a quattro risalti sopra terra, è decorato da una trabeazione ionica sostenuta da quattro colonne inalberate agli angoli, con balaustrata superiore a cui si accede a mezzo di una porta praticata sul ripiano del secondo ordine. Sopra i quattro pilastrini, agli angoli della balaustrata, figurano quattro vasi a foggia di ara con fiamme. La cella campanaria di stile corinzio e di forma quadrata accoglie un concerto di cinque campane fuse nel 1899 (3). Sopra la trabeazione della cella si innalza il tamburo in cotto di base dodecagona, il quale regge la svelta cupola da cui un Angelo di belle forme, scolpito in legno e rivestito di rame, con l’ali spiegate sembra sfidare i fulmini ed il tempo. Il campanile misura 45 metri d’altezza. (4) »

Umberto Ravagnani

Note:
(1)
Allo Zufelato si devono pure i confessionali in noce eseguiti nel 1853 su disegno dell’ ingegnere Paolo Cenzatti e la bussola della porta maggiore lavorata nel 1850 su disegno del Gasparoni.
(2) Il bel quadro dell’Assunta che figurava nel mezzo del soffitto fu inaugurato nel 1886. Esso come scrisse il Prevosto Don Giuseppe Capovin fu incominciato da Valentino Pupin, ma, prevenuto dalla morte, il compimento fu affidato al pittore Tomaso Pasquotti di Conegliano.
(3) Le campane della Prepositurale di Montebello portano le seguenti iscrizioni: Ia O Maria Assunta in cielo – O madre nostra pietosa proteggi – noi tuoi figliuoli. IIa Il tuo patrocinio o Giuseppe Faccia santa la nostra vita – la nostra morte serena – IIIa I padri nostri – O Daniele – Te non invocarono indarno spandesti ristoro di pioggia sui colli riarsi. IVa Propulsa o Rocco – ogni contagio da quest’aria salubre. Va Il temporale furiando minaccia – lo disperdi o Vergine Brigida – ci salva dalla grandine.
(4) Il campanile che preesisteva all’attuale era alquanto più semplice e basso. Esso, che fu eretto nel 1575. era in cotto con guglia accuminata.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello – L’altare della Madonna di Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2015).

 

Per chi volesse approfondire l’argomento sono disponibili i seguenti volumi del prof. LUIGI BEDIN:
L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

CHI ERA LINO LOVATO?

AI LETTORI: L’Associazione Amici di Montebello sta preparando un evento per ricordare il nostro concittadino LINO LOVATO, pittore e scultore buono, generoso, sensibile, autore di molte opere artistiche. Chi avesse informazioni, aneddoti, suoi quadri, etc., è invitato a mettersi in contatto con la redazione tramite e-mail, sms o cellulare (informazioni a fondo pagina).

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (2)

LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Seconda parte)

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« Ai primi di gennaio del 1798 la chiesa, ormai giunta al coperto, fu benedetta dal M. R. Don Celestino Bonvicini nativo da Montebello, ma da alcuni anni Arciprete Vicario Foraneo di Montorso. Il 14 dello stesso mese il SS. Sacramento, fino allora conservato nel tempio di S. Francesco, che per qualche tempo servì da parrocchiale, fu solennemente trasportato nella nuova chiesa, la quale, nell’agosto dell’anno medesimo, accolse nel suo coro la fredda salma del Prevosto Francesco Scortegagna. Questi fu il più fervente ispiratore dell’attuale prepositurale e l’ultimo dei defunti inumati in chiesa, perchè, dopo di allora, le leggi lo vietarono. Quando all’inizio del 1798 fu benedetto il nuovo tempio, mancavano al completo i lavori di abbellimento, i quali furono eseguiti nel corso del secolo passato.
Ed ora diamo uno sguardo a questo monumento, simbolo della viva fede e della sincera pietà dei Montebellani. La monumentale facciata di stile classico, eretta nel 1874, durante la reggenza del Prevosto Don Vittore Porra, è opera dell’architetto Zimello di Vicenza. Essa è decorata da quattro svelte semicolonne e coronata da un frontone portante sul culmine la statua dell’Assunta, augusta patrona del tempio, e ai lati S. Rocco e S. Daniele compatroni della parrocchia. Queste statue sono opera dello scultore Squarise da Vicenza. Nel mezzo del timpano, e cioè poco sopra della cornice modiglionata della trabeazione, si apre una piccola finestra semirotonda, con raggi, raffigurante un sole nascente, Ai lati della porta, in due nicchie, fra le semicolonne, sono i gruppi statuari dell’Angelo Custode e dell’Arcangelo S. Michele in atto di colpire Lucifero che gli stà sotto ai piedi. Queste opere sono dello scultore Saitz, al quale si devono pure i tre mezzi rilievi che figurano nella parte superiore della facciata e che rappresentano la Natività del Redentore, Gesù che scaccia i profanatori dal tempio, e l’Adorazione dei Magi, lavori di bella fattura. L’interno del tempio, di stile neo-classico con paraste e trabeazione d’ordine corinzio, fu architettato da Giorgio Massari di Vicenza, ed ha una sola navata con sei cappelle laterali corrispondenti ad altrettanti altari, ed il coro dove si innalza l’altare maggiore. Il primo altare, a destra di chi entra, è dedicato alla Vergine del SS. Rosario, la quale è raffigurata nella pala di notevole pregio dipinta dal Maganza nel 1583. Il secondo altare è dedicato alla Madonna detta comunemente Madonna di Montebello. Esso è quello stesso che una volta figurava nel coro della soppressa chiesa del Corpus Domini di Vicenza, e che fu acquistato con il denaro che, ad onore della Vergine, aveva legato Antonio Bevilacqua, per cui nello scudo posto sul frontone dell’altare stesso si legge questa iscrizione: « D. O. M. Privatae hoc pietatis opus-gratum erga Deiparam cultum et obsequium testatur – anno MDCCCXI ». In origine però l’altare non era come oggidì. Infatti lateralmente aveva le statue marmoree dei Santi Agostino e Francesco di Sales, le quali posavano su due piedestalli in marmo di Carrara con specchiature in diaspro di Sicilia, ed inoltre l’arcata fra le due semicolonne era aperta e ciò per lasciar vedere il tabernacolo anche alle monache che al di là avevano il loro coro privato. Quindi l’altare a causa delle sue dimensioni prima di essere posto nella cappella dedicata alla Vergine dovette subire una notevole riduzione. Perciò le statue dei Santi Agostino e Francesco di Sales, lavoro di Giovanni Cassetta, parente del Marinali, furono poste ai lati dell’altare maggiore nel coro; ed il parapetto, lavoro di pregio attribuito al Marinali, ora adorna quello del SS. Crocefisso. Infine l’arcata, ad eccezione di una piccola nicchia necessaria per accogliere l’imagine della Madonna, fu chiusa in cotto. Si ebbe cosi una bruttura che, per qualche tempo, si credette mascherare con una raggera di legno dorato, la quale circondava per intero la nicchia. Ma purtroppo quella decorazione invece di rimediare allo sconcio, mise in maggior rilievo la stonatura per cui da tutti fu deplorato lo stato nel quale venne a trovarsi l’altare, che, solo nel 1885 fu ridotto a belle forme dallo scultore Francesco Cavallini di Pove. Questi seppe mirabilmente superare il compito prefissosi dandoci un’opera veramente artistica tanto da essere giudicata nel suo assieme, lavoro di primo getto.
In quella occasione furono levate dall’imagine (sic!) della Madonna, la quale è scolpita per intero in legno di tiglio e sta seduta col Divin Pargoletto sulle ginocchia, le vesti di seta e di broccato di cui nel 1700 era stata rivestita. Quindi la statua una volta ripristinata nelle antiche dorature delle vesti e del manto, come richiedeva lo stile dell’epoca a cui appartiene, essendo stata eseguita nel 1400, apparve in tutta la sua bellezza senza pari specie nei panneggiamenti delle vesti e nell’espressione del volto. All’esterno della nicchia, alquanto ingrandita, girano marmoree floreali decorazioni, mentre nell’interno, ai lati del piedestallo, sopra cui posa l’imagine della Vergine, stanno genuflessi due Angeli in raccolto atteggiamento di preghiera. Gli altri due Angeli che posano sul frontone sono lavoro di Giovanni Cassetta. Le innovazioni apportate all’altare ed all’immagine della Madonna diedero luogo ad una festa veramente grandiosa, la quale culminò nel trionfale trasporto della statua della Vergine, dalla chiesa di S.Francesco, dove era stata privatamente collocata, a quella prepositurale. Ciò avvenne il 26 aprile 1885, giorno in cui fu pure istituita la festa quinquennale ad onore della Madonna di Montebello (1), festa che da quei tempi seguì regolarmente fino al 4 maggio del 1930, giorno in cui tanto l’immagine della Vergine come quella del Divin Pargoletto furono incoronate da S.E. Monsignor Ferdinando Rodolfi Vescovo di Vicenza. Il lavoro delle corone fu eseguito dall’orafo Cesare Dainese nativo di Montebello e residente a Verona. » (Continua…)

Umberto Ravagnani

Note:
(1) L’imagine della Madonna nel 1500 era venerata sotto il titolo della Concezione. E’ da supporre quindi che un tal nome le sia stato dato subito, o poco dopo che, nel 1476, Papa Sisto IV aveva prescritto che in tutto il mondo fosse celebrata la festa della Concezione, oppure che appositamente, dopo il 1476, sia stata lavorata la statua che doveva portare un tal titolo. Il lavoro della statua eseguito come sappiamo nel 1400, lascia libero campo di poter abbracciare tanto l’una che l’altra delle due ipotesi. Quando nel 1834 Mons. Cappellari Vescovo di Vicenza compì la visita pastorale alla nostra parrocchia, giustamente osservò che male conveniva il titolo di Madonna della Concezione ad una imagine effigiata nelle forme che si descrissero, per cui da quel tempo, anche fra il popolo andò diminuendo l’uso di chiamarla con quel nome, dicendola piuttosto la Nostra Madonna senza altri aggiunti, fintantochè nel 1885 la si disse Madonna di Montebello, titolo che conserva tuttora e che consuona con quello antico della parrocchiale dedicata a S. Maria: « Sancta Mariae de Montebello ». L’imagine della Madonna fu portata in processione per la prima volta il 29 luglio 1793 a causa di una grande siccità. Essendochè in quella occasione, ancora nella sera stessa, cadde la desiderata pioggia, ogni qualvolta il popolo venne a trovarsi in simili necessità ricorse fiducioso alla Vergine, la quale, quasi sempre esaudì le fervide preci dei Montebellani.

Foto: Interno della Chiesa di Santa Maria a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2010).

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L. BEDIN, Santa Maria di Montebello, Vol I, 2011, Montebello Vicentino;
L. BEDIN, Santa Maria de Montebello, Vol II, 2018, Vicenza;

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SANTA MARIA DI MONTEBELLO (1)

LA CHIESA DI SANTA MARIA DI MONTEBELLO (Prima parte)

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesa Prepositurale di Montebello.

« L’antica chiesa di S. Maria, sorta sotto gli auspici del Conte Uberto Maltraverso, presso a poco dove sorge quella attuale, a causa delle angherie guerresche a cui fu soggetta nel corso dei secoli ed ancor più per vetustà, al principio del secolo XV era talmente malconcia, che nel 1447 fu rifatta dal Comune e dagli uomini di Montebello, come lo prova una iscrizione che fu posta sul pilastro sinistro del coro e che così diceva : « MCCCCXLVII Com. et homines de M. B. fec. fieri hanc ecclesiam ». Pare tuttavia che la chiesa sia stata compiuta solo nel 1459, perchè nell’interno della facciata si leggeva quest’altra iscrizione: « Zanantonio f. 1459 Maistro Manfredin da Ravena di Bnd. f. » i quali probabilmente saranno stati i capi maestri che diressero il lavoro.
Giova ricordare però che alla nuova chiesa si diede una posizione del tutto diversa dalla antecedente, essendochè quella costruita al principio del secolo XII aveva la facciata prospettante verso mattina, mentre questa, costruita nel 1447, ebbe la facciata rivolta verso tramontana. La nuova prepositurale poi, oltre alla navata maggiore, ne ebbe una seconda a sinistra dell’ingresso, con tre cappelle corrispondenti ad altrettanti altari, il primo dei quali era dedicato a S. Brigida, il secondo a S. Maria della Concezione ed il terzo a S. Martino Vescovo di Tours. A questi altari, quando nel 1499. essendo aumentata la popolazione, si allungò la chiesa, ne furono aggiunti altri due e cioè uno dedicato a S. Giuseppe e l’altro a S. Francesco di Paola. Infine, di lì a qualche tempo, sulla parete sinistra del coro, fu eretto un altro altare dedicato alla S. Croce. L’altare maggiore poi era dedicato all’Assunzione della Vergine, la quale figura insieme con gli Apostoli nella pala di sconosciuto autore che ancora si conserva nel tempio attuale con alcune altre già appartenenti a quella vetusta chiesa demolita nel 1791, perchè cadente, sproporzionata e priva di ogni gusto d’arte. (1)
La prima pietra per la costruzione del coro e delle sacrestie della chiesa attuale, fu posta, fra il giubilo dell’intera popolazione e con le cerimonie che prescrive il sacro rito, il 18 ottobre 1776. Essa porta scolpita la seguente iscrizione: « Annuente Marco Cornelio – Episcopo Vicentino – Franciscus Scortegagna – Praepositus – lapidem – Die XVIII Octobris – Anno Salutis Hunc posuit MDCCLXXVI ». Giova ricordare però che il coro e le sacrestie della nuova chiesa sorsero quasi vicine alla facciata dell’antecedente, la quale occupava quell’area di terreno che oggidì accoglie il frutteto, il giardino e la villa del commendator Farina (l’attuale Casa Canonica n.d.r.).
Quindi la chiesa attuale risultò alquanto più vicina all’imbocco della via Giuseppe Vaccari, allora detta della Chiesa; e ciò con generale approvazione dei Montebellani, perchè quella parte di paese che dalla prepositurale si estendeva fino al Ponte Nuovo più non esisteva, perchè incendiata durante le guerresche vicende della Lega di Cambrai.
Intanto il 15 agosto 1784, compiuta l’erezione delle sacrestie e del coro, questo fu benedetto per cui si incominciò ad ufficiare. Inoltre nel luglio del 1791 furono tolti gli altari dalla vecchia chiesa di cui fino allora avevano usufruito i fedeli e quindi nell’anno stesso la medesilna fu demolita, e i materiali che si ricavarono adoperati nella costruzione del tempio attuale. Peccato che la commissione eletta per la fabbrica della Chiesa, abbia ceduto come materiale da costruzione al signor Vincenzo Squarcina levatario del lavoro, anche le numerose lapidi che coprivano le tombe delle più benemerite famiglie della parrocchia, per cui andarono disperse preziose memorie per la storia locale. (2) » (Continua…)

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Altre pale che si conservano oggidì sono: La pala della S. Croce di sconosciuto autore, la pala di S. Martino di Giacomo Ciesa e la pala di San Carlo dipinta da Alessandro Bianchi nel 1624.
(2) Fra le lapidi della demolita chiesa, due solamente furono salvate e cioè una riguardante Francesco Cenzatti e l’altra il Prevosto Pietro Dottor Caprini di cui Francesco Bonomo illustrò la vita e le opere in un manoscritto che si conserva nell’archivio prepositurale. Ecco la lapide: « D. O. M. Pietro Caprini I. M. D. Huius Ecclesiae – Preposito Virtute doctrina ac summa – erga pauperes liberalitate – Ornato – Praesides Communitatis Montisbelli – Anno MDCCLXI posuere – XIII Kal. Maii ». Fra le iscrizioni di lapidi scomparse ci è rimasta questa curiosa epigrafe: « Al nome de Idio MDLXXXV. Essendo Chiaramonte Chiarello Omo d’arme – presentato a Vicenza in Sala Bernarda – per morte de omo – la sorte volse – che all’ora di terza campana – gli fu tratta una arcafusata e fu colto in la testa – il che morse de anni XXXII: Et io Chiarello – padre del sepulto citadino di Vicenza – feci fare ».

Foto: La Chiesa di Santa Maria a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani – 2008).

 

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CHI ERA LINO LOVATO?

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L’ORATORIO DI SAN GIROLAMO

L’ORATORIO DI SAN GIROLAMO A MONTEBELLO

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Dal libro “Memorie storiche di Montebello Vicentino” pubblicato nel 1932 da Bruno Munaretto, in breve, la storia della Chiesetta di San Girolamo.

« A circa due chilometri dal paese, un po’ fuori dalla strada che mena a Vicenza, sorge la chiesetta di S. Girolamo, eretta nel 1697, come lo dice la seguente iscrizione posta sullo scudo dell’unico aggraziato altarino e che suona così: « D. O. M. Divoq. Hieronimo – Titolari suo – Hieronymus a Sancto Ioanne – dicavit – Anno MDCIIIC ». Sull’altare vi è una pala rappresentante la Vergine col Bambino Gesù, con a destra S. Francesco d’Assisi, con a sinistra S. Girolamo e, sotto, un angelo che sostiene un cappello cardinalizio. Il quadro, di buona mano, ma di sconosciuto autore, fu restaurato nel 1861, per cui è in buono stato. Questa chiesetta, per disposizione testamentaria di Iacopo Ferretto che ne era proprietario, fu restaurata nel 1867, come si legge sulla lapide del pavimento, sotto a cui è sepolto: « Iacopo di Bartolomeo Ferretto – Morto in Vicenza – il dì XIX agosto MDCCCLXII – Dispose per testamento – Che fosse restaurata questa chiesetta – E dotata di perpetua festiva cappellania – fatta per sè questa sepoltura – e tramandata ai posteri questa sua volontà – fu qui traslato – il giorno XI dalla sua morte ». Ma tanto l’erede Antonio Ferretto nipote di Iacopo, quanto i suoi figli, non adempirono l’obbligo di istituire la cappellania festiva.
Il soffitto della chiesetta porta un quadro rappresentante S. Girolamo. Esso fu dipinto nel 1868 dal pittore Rocco Pitaco, al quale si devono pure le due mezze figure in chiaro-scuro di S. Giovanni Evangelista e di S. Giacomo Maggiore, l’una a destra e l’altra sopra la porta d’ingresso.
La chiesetta di S. Girolamo sorge vicino alla casa che in antico serviva da villa ai Conti Sangiovanni, ed allo stabile adibito ad uso agricolo (1). »

Umberto Ravagnani

Note:
(1) Ora di proprietà Villardi.

Foto: L’Oratorio di San Girolamo, in località Isole Corso, a Montebello (APUR – Umberto Ravagnani).

 

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