LA PECORA NERA

[224] LA PECORA NERA DELLA FAMIGLIA (una razza animale mai estinta)

Nel corso del Settecento Montebello annoverΓ² tra i suoi abitanti alcuni personaggi di grande spessore provenienti da Posina, un comune dell’Alto Vicentino. Certamente il piΓΉ importante fu il prevosto don Pietro Caprin (altre volte Caprini – n.d.r.) che tra il 1727 e il 1761, anno della sua morte, diresse con grande passione e sapienza la comunitΓ  montebellana. Mentre il prevosto si prodigava per la sua parrocchia, nel 1756, arrivarono a Montebello dapprima il medico fisico Agostino Caprin, forse parente del religioso, e piΓΉ tardi l’omologo Domenico Caprin, entrambi da Posina o dalla sua frazione Fusine. Purtroppo il secondo medico non fu poi riconfermato, e la mancata approvazione da parte del comune fu causa di un aspro dissidio sfociato in una causa legale. Una trentina di anni dopo la morte del prevosto, a Posina un giovinastro rovinΓ² l’esistenza dei propri familiari e non solo. Il suo nome era Antonio Caprin del fu Pietro, forse parente dei soggetti di sopra citati, e nel 1790, su istanza del decano di Fusine e di Virgilio e Lino Caprin, rispettivamente zio e fratello di Antonio, fu giudicato dal podestΓ  di Vicenza, Giuseppe Diedo. Le parole durissime del podestΓ  giudicante, qui sotto integralmente riportate, dipingono a tinte fosche la personalitΓ  di Antonio Caprin:

«… dedito, fin da alcuni anni, alla crapula, all’ozio, scostumato, dissipatore dei beni della famiglia, fu scacciato anche di casa dal vecchio padre ma, lungi dal correggersi, continuΓ² anzi a tracciare una vita, la piΓΉ scapestrata e scandalosa ai suoi consimili. Ateo, bestemmiatore ereticale che, facendo pompa di sua miscredenza, negava pubblicamente l’inferno, non solo, ma anche l’esistenza dello stesso Dio.
Avendo l’immagine del crocefisso alla testa del suo letto, vi appese ai lati due pistole e con dileggi ed amari scherni, dopo averlo eccitato (sfidato – n.d.r.) parecchie volte a cessar l’immaginario suo potere, a punizione delle di lui bestemmie, trascese empiamente, circa alla fine dello scorso novembre 1789, facendola a pezzi col calcio dello schioppo.
Istava a letto ormai la fu sua madre, ai giorni del susseguente, quando chiamata di sera da esso suo figlio, e sortita sulla porta lo vide minaccioso tenendo lo schioppo ed una pistola impugnati, colle solite bestemmie, protestΓ² che in quella sera egli, o Pietro Caprin del fu Marco, nΓ© si raccoglie per quale motivo, dovevano andare all’inferno. Inde allontanatosi da suo padre che faceva inutili sforzi per trattenerlo, praticΓ² subito lo sparo di quelle armi.
Afflitto e dolente il suo genitore, indi, due o tre giorni si pose a letto malato, quando nel dì 7 di quel mese, presentatosigli a letto armato di schioppo e pistole, con tono minaccevole e bestemmiandogli disse di voler esser ricordato nel suo testamento.
Impietosite le presenti persone dello stato commovente di quel misero vecchio, lo costrinsero a sortire, senonchΓ© scontratosi subito in Virgilio, suo zio materno, mentre con amorose insinuazioni tentΓ² di ricondurlo ai propri doveri facendogli tener anco i rigori della vindice giustizia, montato egli sulle furie, proruppe nelle piΓΉ abbiette, scandalose ed impulsanti invettive contro la di Lui persona, la Beata Vergine, il S.S. Sacramento ed il Principato, ed impugnato il coltello lo avrebbe ucciso se non veniva soccorso dagli astanti. Cedendo allora alla forza si allontanΓ² ma, continuando nelle giΓ  spiegate minacce contro tutti di sua famiglia, le avrebbe anco verificate contro del detto suo zio se, alla mattina di tre giorni dopo, poichΓ© fu veduto dirigersi armato verso la di lui fucina, non ne fosse stata prestamente chiusa la porta, Con pistola impugnata si arrampicΓ², nulla ostante tutto dispetto a un finestrino da cui, colle piΓΉ terribili minacce e bestemmie, gli praticΓ² contro due scrocchi (colpi – n.d.r.) qui attesa l’inutilitΓ  dei suoi tentativi partΓ¬.
Non contento costui di tante scelleratezze, per le quali verso la fine del detto novembre l’infelice sua madre restΓ² vittima del proprio dolore e dei molti danneggiamenti che aveva apportato alla desolata sua famiglia, nella notte del 4 marzo 1790, unitosi a nota persona, ora mancata in vita, salito sul tetto dell’abitazione del nominato suo zio e di un suo fratello Lino, vi si introdusse mediante rilevata rottura e, rubatovi del denariΓ¬o in somma di Lire 150 e degli effetti di non individuato valore forzando una cassa, asportΓ² anco tutte le carte giustificanti il possesso delle loro poche sostanze.Β Β»
Per eresia, ingiurie a Dio e alla religione cattolica nonchΓ© furto e tentato omicidio dei suoi parenti, fu condannato a 7 anni al remo su di una galera.1

ARCHIVIO DI STATO DI VICENZA β€œRASPE” – busta nΒ° 22 – sentenza nΒ° 21
Riassunto e ricerca di OTTORINO GIANESATO

Note:
1) Dal 1400 la Repubblica Serenissima, ma anche altre marinerie, per ovviare alla mancanza di rematori nelle sue ‘galee‘ cominciΓ² a utilizzare i condannati per reati comuni. Per questi ‘galeotti‘ il lavoro era estremamente duro. A differenza dei rematori liberi, questi erano costretti a stare sempre seduti e con le catene ai piedi, remando solo a forza di braccia senza potersi aiutare con il corpo.
Dipinto:
“Il violento” del pittore Giacomo Francesco Clipper detto il Todeschini (Feldkirch, 1664 – Milano, 1736).

Umberto Ravagnani

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