FARE LA DOTE ERA UN DOVERE

LA DOTE NEI SECOLI XVI E XVII
Il ricercatore che frequenta gli archivi di stato, nel momento in cui esamina gli atti notarili dei secoli passati, rimane subito colpito dall’alta frequenza di atti riguardanti la dote, nelle varie forme: inventari, stime, cauzioni, cause legate ad eventuali inadempienze. Quale il motivo di tanta frequenza? Perché fare la dote alla figlia che si sposava era un obbligo sancito dalla legge a cui non era possibile sottrarsi. Infatti gli Statuti della Città di Vicenza indicavano meticolosamente le normative che regolavano l’istituto della dote, in tutta la sua casistica. E ‘in primis’ stabilivano l’inalienabilità della dote, cioè i beni dotali erano proprietà esclusiva della donna vita natural durante. Il marito poteva sì amministrarli, ma mai venderli (se non in casi estremi, con il consenso della moglie e con l’assenso favorevole del giudice a cui era obbligato rivolgersi). In caso di morte della donna, se essa non aveva figli, i beni dotali tornavano alla famiglia d’origine. Se invece aveva figli, generalmente, alla sua morte, come testimoniano gli atti testamentari, essa lasciava i suoi beni ad essi, riservando alle figlie gli oggetti di uso personale, la biancheria, i mobili, eventuali gioielli. La dote doveva essere inventariata e stimata, cosa che veniva fatta solitamente da un sarto (o da due eletti dalla famiglia della sposa e da quella dello sposo) per ovvie ragioni. Queste stime ci consentono di avere delle utili indicazioni sui prezzi dei beni mobili del tempo, anche se gli oggetti inventariati erano spesso usati. Successivamente al matrimonio, ma i tempi variavano di molto, dai pochi giorni a molti anni, ci si doveva recare dal notaio, con l’inventario stimato e firmato della dote, per fare l’atto pubblico della dote. Spesso oltre ai beni mobili il padre della sposa includeva una certa cifra in denaro e talvolta, in ambito contadino, una pezza di terra. Beni questi ultimi che venivano consegnati ratealmente a distanza di tempo, e motivo, negli eventuali ritardi, di liti e cause giudiziarie. Nell’atto notarile il marito promette di conservare i beni dotali della moglie assicurandoli sopra i suoi, e promettendo, nel caso, di restituirli a norma di statuto. La dote includeva la rinuncia della donna a qualsiasi pretesa sull’eredità paterna.
A Montebello, quasi sempre, la moglie, alla morte di suo padre, concorreva, certo in misura minore, alla spartizione dei beni paterni. Nei ceti popolari il valore medio della dote poteva oscillare tra i 150-200 e i 400-500 troni, ossia tra 30 e i 100 ducati nel periodo fine 1500, inizi del 1600. Ovviamente diverso è il discorso per le doti dei Nobili o della incipiente grossa borghesia, quando le doti potevano valere migliaia di ducati. Esaminando in dettaglio i beni portati in dote questi si possono dividere in 4 gruppi: i mobili, la biancheria, gli abiti, effetti di altro genere. Tra i mobili il primo posto spettava alla ‘lettiera’, cioè l’intelaiatura in legno del letto, naturalmente con il suo ‘cavazzale’, cioè il guanciale su cui posare il capo e il ‘pagiarizzo’ riempito di paglia che si usava, nella stagione clemente, come materasso; nella stagione fredda, invece, si usava il ‘piumazzo’ di penna d’oca. Non mancava la cassa di ‘nogara’ in cui riporre lenzuola e coperte; la credenza di ‘pezzo’, una tavola e la ‘mesa da pan’ o madia per la farina e il pane. La biancheria comprendeva sempre molti oggetti. I lenzuoli di ‘canevo’ (canapa) o di stoppa (la parte grezza della canapa). Non mancava la ‘schiavina’, cioè una coperta grossa da letto in lana. Spesso c’erano le ‘forete’ cioè le federe come pure tovaglie, tovaglioli e asciugamani. Per quanto riguarda gli abiti troviamo: le vesti che potevano essere di panno, di ‘rassa’ (un tipo di lana) a volte con busto e maniche e abbellite con nastri e merletti. Importanti e numerose le ‘camise’, di lino o di seta leggera, con ornamenti vari. Molti i grembiuli e le ‘traverse’, di lino, di ‘filesello’, a volte di ‘renso’, una tela pregiata originaria di Reims in Francia. Non mancava il ‘guarnelo’ o ‘cottola’ ossia gonna di diversi tessuti. Da qui la nota espressione molto in voga nel passato “andare a guarnelo”, per indicare l’uomo che va ad abitare in casa della moglie, con quello che ne consegue. Numerosi i fazzoletti da spalle o da collo, molto spesso con ornamenti e frange. A volte anche un velo di seta. Anche nelle doti più povere non mancava una ‘filza’ (collana) di coralli, un collo (collana) di tondini, cioè di palline d’argento o d’oro, un anello d’oro o la ‘vera’ (fede). La collana poteva portare una ‘croseta’, cioè una piccola croce, in oro o argento. Per quanto riguarda gli oggetti di vario genere, in ambito contadino la moglie poteva portare in dote attrezzi per la cucina, come secchi di rame con relative ‘cazze’ (mestoli), ceste, ‘brondo’ (bronzo) per gli alimenti, anche oggetti della cantina come ‘vezuoli’ (botti), perfino animali, in genere pecore come si testimonia a Selva di Montebello. In conclusione la dote era lo strumento che garantiva una sia pur piccola autonomia e possibilità di sopravvivenza alla donna, particolarmente nel momento della vedovanza, impedendo che cadessero nella totale indigenza quando non potevano ottenere dagli eredi del marito il rispetto dei loro diritti. E si sa che le vedove isolate e indigenti potevano essere presto sospettate di cattiva condotta o financo di stregoneria. Pertanto giustamente gli organi politici si premurarono di dare un quadro giuridico vincolante a questo fenomeno sociale che interessava tutti gli strati della popolazione. Norme che subirono modifiche poco rilevanti fino all’epoca napoleonica quando il campo del diritto venne per tanti aspetti rivoluzionato.

Felice Castegnaro (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: La preparazione della dote (ricostruzione grafica a cura del redattore).

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