I MARINAI DI MONTEBELLO

[44] MONTEBELLO E I SUOI “MARINAI” D’ALTRI TEMPI
Le prestigiose posizioni di vertice, raggiunte dalle Antiche Repubbliche Marinare di Genova e Venezia nell’economia, nel commercio e nella politica, furono in gran parte merito delle navi da guerra e da carico che i rispettivi cantieri seppero costruire con la valente esperienza dei loro “mastri d’ascia“. Una delle imbarcazioni che dominò le rotte del Mediterraneo fu la galea o galera, varata in diversi allestimenti a seconda dell’utilizzo. La galea sottile o da combattimento, fabbricata solo nell’Arsenale di Venezia e armata con 15 pezzi d’artiglieria, era lunga una cinquantina di metri ed il suo avanzamento nel mare era favorito dalle vele e soprattutto dai rematori presenti in 162 unità, il numero dei rematori, nel 1593, fu portato a 192, ossia 144 forzati e 48 volontari detti “di libertà o di rispetto“, con il rapporto di tre forzati per ogni volontario. Nel 1545 l’autorità della marina veneziana tentò di sostituire i rematori volontari con i forzati prelevati dalle carceri. Ciò contribuì certamente a migliorare il sovraffollamento delle prigioni, ma è altresì vero che la fiotta non potè mai contare su di una quantità adeguata di vogatori. Allora, per sopperire a questa mancanza, la Serenissima ricorse periodicamente alla “leva” di centinaia di rematori reclutati sulla terraferma. Tutti i comuni infatti erano obbligati, tra le altre “gravezze” come la fornitura di fieno alla Cavalleria, a tenere un elenco di nominativi di potenziali rematori da utilizzare all’occorrenza sulle galee. Dopo l’estrazione a sorte i neo marinai, venivano pagati in parte dal comune di provenienza ed in parte dalla Serenissima, ad imbarco avvenuto presso il porto di Venezia. Dalla modesta documentazione arrivata ai nostri giorni, si conosce che il 24 Febbraio 1538 (atti del Notaio Daniele Roncà di Montebeilo) Marco di Jacobo dal Prà, abitante alla Selva, fu estratto “per servire al remo” di una galea della fiotta veneziana, per 4 mesi. Nei racconti di chi già aveva vissuto questa dura e difficile esperienza, appariva evidente quanto problematica fosse la permanenza sulle navi. Durante la navigazione, a chi non partecipava alla voga con forza e sincronismo, venivano distribuite nerbate a non finire dall’aguzzino di turno. Il vitto poi era sempre scarso e scadente, anche se ancor peggio stavano i rematori forzati la cui razione giornaliera consisteva in 5 once di pane o galletta, una ciotola di minestra di riso o legumi, acqua ed una tazza di vino. Solo in occasione delle feste di Pasqua, Natale e dei patrono San Marco, venivano distribuiti un po’ di carne ed un boccale di vino. La promiscuità, la fame, la fatica e le sofferenze di ogni genere erano causa della morte del 60% dei forzati, ed i rematori liberi non se la passavano poi tanto meglio. Il citato Marco dal Prà, per evitare l’arruolamento, cercò un sostituto tra i compaesani non estratti a sorte e lo trovò in Michele del fu Bernardo Castegnaro a cui offrì 16 Ducati, con versamento di ulteriori 2 Ducati da pagarsi ai parenti per ogni mese ulteriore passato sulla nave. L’accordo redatto dai Notaio Roncà non andò a buon fine, ne è prova che il 3 Marzo successivo Marco dal Prà trovò un nuovo sostituto in Sebastiano Pelizzon del fu Jacobo il quale acccettò per la nuova e più vantaggiosa cifra di 19 Ducati e 2 Soldi per ciascun giorno in più, somma pagabile in Marcelli d’argento (monete del valore di 10 soldi ossia mezza lira). In un elenco del 1590-1591 risultano iscritti alcuni nominativi di galeotti-rematori montebellani, ma una nota scritta a fianco di ognuno di questi ne esclude l’impiego sulle galee per motivi diversi, eccettuato Alessandro del fu Jacobo Bevilacqua. Costui, arruolato come rematore il 2 Agosto 1571, partecipò quasi sicuramente alla battaglia di Lepanto del 7 Ottobre di quell’anno, scontro che le flotte della Serenissima e degli alleati europei sostennero vittoriosamente contro quella Turca nel mare Adriatico. Nel corso del ‘600, l’aggravarsi della situazione degli scali marittimi veneziani nel mediterraneo per il perdurare degli assalti dei Turchi, sfociò nei 1645 in una guerra cruenta. La marineria veneziana continuò pertanto ad arruolare nuovi rematori: anche Montebello inviò un suo figlio, Lorenzo Aldegheri dei fu Zorzo, pagato con 170 Ducati. Per difendere il porto di Candia (Creta) Venezia fu costretta, il 6 gennaio 1646, ad emanare una Ducale (ordinanza) che obbligava i Comuni della terraferma a fornire alcune centinaia di rematori liberi. Questa Ducale, in alcuni stralci, così recitava: “… continuando l’Ottomana aggressione della piazza di Candia … altri rinforzi siano ricercati … per rimettere in stato valido l’armata … con la contribuzione d’uomini 500 da remo da dover quanto prima effettuarsi …“. Il Comune di Montebello rispose con altri tre marinai, Piero dei fu Giulio Zigiotto, Crestan figlio di Mattio Truta e Giacomo del fu Gregorio Paldeferro. Costoro si accordarono con i consiglieri comunali Calza e Collalto per la cifra di 200 Ducati cadauno, ricevendo come anticipo Lire 9 e Soldi 6 (per capire il valore del denaro, in quel tempo un campo di buona terra costava 100 Ducati). Altri montebellani, loro malgrado, furono costretti, a seguito delle condanne loro comminale dal Tribunale della Corte Pretoria, a passare lunghi anni ad un remo delle galee. Il 18 luglio 1693 Battista Albanese, colpito da un provvedimento di condanna al remo per un grave reato, incaricò il Prevosto di Montebello, Leonardo Sangiovanni, di amministrare i suoi beni per il sostentamento dei figli ancora in tenera età. Nel secolo successivo diversi compaesani lo seguirono (Vincenzo Arzenton, Gioacchino Nardin ed altri) finché l’avvento dei più moderni e più veloci velieri e la perdita da parte di Venezia degli scali marittimi resero quasi inutile l’impiego dei rematori.

Ottorino Gianesato (dal N° 8 di AUREOS – Dicembre 2007)

Figura: La classica galera veneziana (ricostruzione grafica a cura del redattore).

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