UN FATTACCIO DI CRONACA

MONTEBELLO NELLA CRONACA NERA DEL SETTECENTO
Siamo a Montebello alla fine dell’inverno del 1777 quando un certo Bortolo Va. del fu Antonio, persona di ottima famiglia, tradisce le sue origini compiendo un efferato delitto. Per la verità, il nostro personaggio, non era mai stato quello che viene comunemente definito uno ‘stinco di santo‘, tanto che il giudice, nel processo seguito al fattaccio che andrò a raccontare, lo definiva così: “… persona di depravati costumi, rea di altre delinquenze, dedita alli vizi ed altre trappole, oziosa dopo aver smesso il mestiere di sarte che esercitava“. Ma veniamo ai fatti.
Nella mattina che precedette “la fatal notte“, cioè il 7 Marzo 1777, il citato Bortolo, constatata l’assenza del Reverendo Gio. Batta Longhin e della sua perpetua Sabina, vedova di Antonio Pajarin, col pretesto di “provvedersi” dell’erba per i suoi conigli che si trovava nell’orto del religioso contiguo alla casa, s’introdusse invece nelle stanze della stessa (in Contrà di Vigazzolo N.d.R.). Era chiaro lo scopo della sua intromissione: spiare l’interno per poi, al momento opportuno, ritornarvi e sottrarre denaro e preziosi. Mise in opera il suo piano la sera stessa di quel venerdì, sabato 8 entrante. Munitosi di una trivella e di uno scalpello, si recò nella casa del settuagenario religioso e della sua serva sessantacinquenne, e qui, nella porta della cucina praticò un foro largo abbastanza per introdurre un braccio e togliere il catenaccio che la teneva bloccata. Entrato nella casa passò dalla camera della perpetua Sabina, la quale, svegliata dal rumore fatto per scassinare la porta, si alzò, ed accortasi di quanto stava succedendo, muta dal terrore, tentò di correre dal suo padrone per avvisarlo del pericolo. Fu purtroppo ben presto raggiunta nella sala dal Bortolo. L’uomo estratto da una tasca un coltello a serramanico, non esitò a colpirla al collo con tre fendenti che la fecero cadere a terra fulminata all’istante (due colpi furono dichiarati mortali, come apparve dalla successiva visita del chirurgo legale). L’omicida cercò quindi in cucina qualche altro coltello con l’intenzione di eliminare l’inerme religioso ed aver così campo libero nel mettere sottosopra la casa alla ricerca del denaro. Trovò in un cassetto di un tavolo quanto voleva e, arrivato nella camera del prete, dimenò sul corpo del malcapitato che si trovava a letto, un gran numero di coltellate sino a che “non lo sentì più agitare” (sempre dalla visione fatta in seguito dal chirurgo legale i colpi inferti furono venti, tre dei quali mortali). Si trasferì poi, con l’ausilio di un lume, nella camera contigua a quella del Religioso, mise a soqquadro ogni cosa e si appropriò infine del denaro maledetto e di altri oggetti.
Dopo il barbaro massacro Bortolo Va. fu visto in giro col volto pallido e spaurito e, quel che più conta, due persone riferirono aver notato quest’ultimo con un dito fasciato e le maniche della sua camicia sporche di sangue: “violenti indizi di una tal verità che di quello si fosse scoperto reo“. Si mise subito in azione la macchina della Giustizia che procedette ad una perquisizione della casa del presunto omicida. Nell’abitazione del Bortolo furono rinvenuti il coltello a serramanico usato contro la perpetua, la trivella, lo scalpello, i suoi vestiti intrisi di sangue, nonché un candeliere di ottone del prete, Troni 1064 e Soldi 9, denaro e cose sicuramente frutti della ruberia. L’inquisito si difese adducendo di aver subito un’aggressione quel venerdì sulla Strada Regia verso Vicenza al “Capitel della Sartora” (1) e che la ferita ad un dito della mano sinistra gli era stata inferta coi denti da un assalitore. Gli inquirenti stabilirono che corrispondeva al vero solo la morsicatura, prodotta però dal prete in un estremo tentativo di difesa prima di soccombere sotto le stilettate dell’omicida. Al Bortolo non restò altro che confessare quanto commesso, nel vano tentativo di avere uno sconto della grave pena a cui sarebbe sicuramente stato condannato. Poco tempo dopo iniziò il processo a suo carico che si concluse il 14 Giugno 1777. In “arengo” (2), al suono della campana e della tromba, il Podestà e Capitano di Vicenza Vido Marcello sentenziò che a Bortolo Va. del fu Antonio abitante a Montebello, fosse comminata la pena capitale.
LA SENTENZA: “… che il condannato Bortolo Va. sia condotto al luogo solito di giustizia (di solito in Campomarzo a Vocenza N.d.R.), dove per il Ministro di quella (il boia N.d.R.) sopra un paro di eminenti forche sia impiccato per la gola sinché muoia e che il di lui cadavere sia esposto nella predetta strada nelle pertinenze del luogo del commesso delitto (Montebello N.d.R.) sino alla total sua consumazione, e che i suoi beni, tanto presenti che futuri, s’intendano confiscati, giusta la legge“.
Tre giorni dopo, il 17 Giugno Bortolo Va. fu condotto al patibolo. Così appare nelle scritture del libro della Confraternita di S. Giovanni Decollato detta de’ Negri che contiene i nomi di coloro che sono stati giustiziati in Vicenza dal 1603 al 1777 (3).
Quella di Bortolo Va. non fu l’unica esecuzione capitale eseguita quel giorno. A fargli ‘compagnia‘ altri tre condannati a morte e cioè: Iseppo Ni. da Trissino, accusato di uxoricidio, Gio. Batta Bi. da Quargnenta, uccisore di un “cavallaro in quel di Arzignano, e pure di Arzignano era originario Antonio Be. reo di aver assalito ed ammazzato un viandante a Tavernelle.
Come già detto il Bortolo Va. non era proprio uno ‘stinco di santo’, infatti, in precedenza, il 24 Agosto 1774, tra le 23 e le 24, tale Giacomo Busato si trovava all’Osteria di Bonifacio Biasin in Montorso assieme ad altre persone. Come tutti i presenti aveva bevuto e ad un certo punto decise di far ritorno a casa. Fatti pochi passi fu raggiunto dal solito Bortolo Va. (in quest’altro documento viene riportato anche il soprannome di “Pettenella“), figlio di Antonio, da Montebello, che lo fermò ordinandogli, schioppo alla mano, di tornare indietro a pagare la sua parte. Il Busato asserì di aver già pagata la sua porzione di quanto bevuto, ricevendo come risposta dal Bortolo un colpo con il calcio dello schioppo che provocò lo sparo dell’arma. Il Busato fu colpito alla spalla sinistra da una palla (pallottola N.d.R.) che gli procurò una ferita della grandezza di un Ducato (4), in seguito alla quale, il 12 Febbraio 1775, morì al Pio Ospitale. Denunciato e processato il Bortolo Va. fu assolto con la formula dubitativa “… non c’è per ora più [nulla per] dare a procedere“.
Nell’arco dei 175 anni abbracciati dal lunghissimo elenco della Confraternita di S. Giovanni Decollato, citato sopra, figurano eseguite 230 condanne a morte. Quella del Bortolo Va. fu la numero 230. Da notare che i numeri uno e due dell’elenco dei condannati nel 1603, anno in cui iniziarono le registrazioni, furono sempre due abitanti di Montebello, ossia Lugrezia Sp. e suo genero Nicolò (manca il cognome di quest’ultimo ed il capo d’imputazione di entrambi).
Un’altra esecuzione di un montebellano avvenne il 2 Gennaio 1636, a farne le spese tale Giacomo Bu., del quale, come pure dei suoi succitati, mancano le conferme documentali della loro reale provenienza, dato che i cognomi delle famiglie di appartenenza non figurano tra quelli citati negli Estimi e negli atti notarili. Molto probabilmente si dovette pertanto trattare di persone di passaggio, o tutt’al più presenti in paese per un breve periodo.

Note:
(1) Si tratta probabilmente di uno dei capitelli, non più esistenti, lungo la strada che da Montebello andava verso Vicenza (N.d.R.)
(2) Probabilmente derivato dal germanico “hring” (cerchio, anello), idicava l’assemblea giudicante (N.d.R.)
(3) I componenti di questa Confraternita avevano l’ingrato compito di assistere spiritualmente e di accompagnare i condannati fino all’ultimo istante della loro vita (N.d.R.)
(4) Un Ducato d’oro misurava 21 mm. di diametro (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione di fantasia dell’episodio a cura del redattore.
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