IL PONTE DELLE ASSE

[32] SUL PONTE PALLADIANO DI SANT’EGIDIO A MONTEBELLO
Intorno al 1575 un ponte di pietra fu progettato da Andrea Palladio e costruito sul torrente Guà a Montebello, sul percorso dell’antica Via Gallica che univa Verona a Vicenza, all’epoca chiamata Strada Regia. Questo ponte, appena una cinquantina di anni dopo la sua realizzazione, non esisteva già più. Perché? Che cosa era successo? Se consideriamo la scrupolosità che il Palladio metteva nella creazione delle sue opere e soprattutto la materia prima che normalmente usava, cioè la pietra, questo fatto è a dir poco sorprendente. Le risposte a queste domande si trovano certamente in alcuni documenti dell’epoca presenti in vari archivi, ancora inediti e, in parte, in altri già pubblicati circa 40 anni fa.
Premetto che la ricostruzione completa e precisa degli avvenimenti dalla realizzazione del ponte fino alla sua scomparsa è un’impresa onerosa e qui cercherò solo di sintetizzare ciò che attualmente sono riuscito a conoscere sull’argomento. La ricerca da parte mia di nuovi documenti continua e non escludo l’eventualità di produrre uno scritto più completo e articolato di questo, comprendente i particolari sulla costruzione, la provenienza dei materiali usati, la spesa sostenuta, i personaggi coinvolti ecc.
La nostra storia comincia il 26 maggio 1559 quando il Maggior Consiglio della città di Vicenza, delibera di sostituire i ponti in legno con altri in pietra, più idonei a resistere all’impeto delle acque nelle frequenti piene ed alluvioni dei fiumi e dei torrenti del territorio: “1559. 26. Maggio … siano fatti altri ponti stabili et di pietra in altre strade publiche et principali di questo territorio fora della città …”. Tra questi vi era naturalmente quello di Sant’Egidio a Montebello, data la sua importanza per essere situato sulla strada Regia. Il suo nome deriva dalla chiesetta appunto di Sant’Egidio, ancora oggi esistente e situata a ridosso del torrente Guà in prossimità del ponte stesso.
A causa di successivi e più importanti impegni economici della città, si continuò ancora per qualche anno a riparare i vecchi ponti di legno e solo nel 1569 si cominciò a preparare le pietre per i nuovi ponti. In questo decennio, a causa delle inondazioni che avevano seriamente danneggiato il ponte di Sant’Egidio sul Guà a Montebello, furono commissionati due interventi di riparazione. Nel 1565 fu incaricato di risistemare il ponte un certo Cristoforo « marangon » di Lonigo. Nel 1569 poi, a causa dello scarso risultato ottenuto con la riparazione fatta dal Cristoforo, si dovette ricorrere ad un nuovo intervento. In questa occasione vengono incaricati e sollecitati i carpentieri Zuane fu Francesco Marzochin e Zamaria fu Bono Miolato da Montebello, affinché “… acconcino et accomodino il ponte della Guà nella pertinenza de Montebello.” Ma negli anni successivi continuano le alluvioni e, nel 1574 siamo punto e a capo: il ponte necessita di altre riparazioni. Come abbiamo visto sopra, in quel tempo il Governo utilizzava il quarto del ricavato delle condanne pecuniarie “contra li quereladi o malfattori” per la manutenzione dei ponti, per cui il Maggior Consiglio di Vicenza deliberò di chiedere al Governo della Repubblica di concedere  un nuovo quarto delle condanne per altri 10 anni e che questi denari “… siano specialmente applicati a fabricar li ponti di pietra nè possino esser posti ad altro uso, nè per ripararli nè per fabricarli di legno … Con dichiaratione che delli altri ponti che si haveranno a fabricar di pietra, sia fabricato prima il Ponte di Montebello …
Nel frattempo una nuova alluvione sommergeva una parte del vecchio ponte di legno per cui il Maggior Consiglio decise di fare interrare completamente questa parte del ponte ottenendo così di ridurre la lunghezza del futuro ponte di pietra e quindi la relativa spesa; per questa operazione venne incaricato il Provveditore Odorico Poiana. Il 25 aprile del 1575 lo stesso Maggior Consiglio nominava come Provveditore, per la costruzione del nuovo ponte di pietra a Montebello, il conte Lelio Gualdo. Fu quindi adottato un progetto del Palladio che prevedeva cinque arcate divise da quattro piloni e furono iniziati i lavori. Il progetto originale del Palladio non è ancora stato ritrovato, ma è possibile ricavare la forma e le dimensioni del ponte di Sant’Egidio da tre schizzi dell’epoca datati 1575 e 1580. Nel primo di questi schizzi, riportante la data del 1575, il ponte appare costruito solo nella sua parte centrale, cioè con l’arco maggiore e due archi minori laterali, staccato dalle rive e quindi ancora inutilizzabile. I piloni misuravano 8 piedi ognuno (1 piede = mt. 0,357). L’arcata centrale era larga 36 piedi, mentre quelle laterali erano larghe 32 piedi. L’altezza dal letto del fiume era di 25 piedi per quella centrale e 18 piedi per le due laterali. La strada che vi passava sopra era larga 12 piedi. Gli altri due disegni riportano lo stato del ponte com’era nel 1580, unito alle rive con due grossi muri ma ancora senza parapetti di protezione. Nei documenti vi sono indicazioni di varie consegne di denaro fino al marzo del 1576 al conte Lelio Gualdo per il proseguo dei lavori.
Dei successivi 4 anni non ci sono che scarse notizie, ma evidentemente qualcosa aveva, se non bloccato, di certo rallentato molto l’esecuzione dei lavori. Sicuramente, a mio modesto parere, la tremenda epidemia di peste che ha interessato non solo la nostra zona, ma la gran parte della Repubblica di Venezia, tra il 1575 e il 1577, ha contribuito non poco a frenare la già fragile economia di quel tempo. Si arriva così, senza sostanziali progressi per il nostro ponte, al 1580, quando si affermava che esso era in ottimo stato e, con una modesta somma si sarebbe potuto completarlo. Vengono nominati due nuovi Provveditori al ponte, visto che il conte Lelio Gualdo non si era dimostrato in grado di portare a termine l’opera. Bernardino Sangiovanni e Galeazzo Anguissola, questi erano i loro nomi, si trovarono quindi di fronte a un dilemma: “… se si doveva aggiungere li altri dui archi piccoli uno per parte, overo lassare li tre archi fatti et il resto passare a serrare di muri grossi et forti”. Si decise quindi di fare un sopralluogo con il Capitano di Vicenza Dardi Bembo e con Barnaba Mazzonchi, il capomastro che aveva già costruito i tre archi del ponte. Fu così che, nonostante la contrarietà del Mazzonchi che chiedeva di rispettare il progetto originale del Palladio, per risparmiare sulle spese, si decise di congiungere i tre archi centrali con le rive facendo due grossi muri anziché costruire altri due archi più piccoli. Questa scelta si rivelerà fatale per il ponte: i due muri erano certamente un grosso ostacolo allo scorrere delle acque del torrente che spesso, in autunno e primavera, diventava molto impetuoso e trasportava con sé molto materiale. Il ponte fu portato a termine nel giro di un paio d’anni e, nel marzo del 1582 furono terminati i muretti e la strada soprastante e fu quindi aperto definitivamente al transito. Negli anni seguenti, tuttavia, si presentarono molti problemi causati dalla mancata costruzione dei due archi laterali del ponte. Le numerose piene del torrente causarono un enorme accumulo di materiale a ridosso del ponte, ostruendo sempre di più i tre archi centrali. Tanto che, nel 1588, il ponte era “… in tanto mal stato che se non se li faceva presta et gagliarda provisione” avrebbe corso “pericolo grandissimo di rovinare la prima piena d’acque”. Il nuovo Provveditore Francesco Sangiovanni fu incaricato di far sistemare il ponte, cosa che fu fatta in breve tempo. Tuttavia, in seguito a nuove grandi piene, nel 1593 il ponte minacciava ancora di rovinare per cui il Senato veneto, sostituitosi alla città di Vicenza nel regolamento delle acque, mandava dieci Provveditori a fare un sopralluogo, in seguito al quale fu fatto un semplice intervento sugli argini che non modificò di molto la situazione.
In un documento datato 5 aprile 1615 il Capitano di Vicenza, Giacomo Nani scrive così al Doge Marcantonio Memmo: “Il Ponte di Montebello situato su la Strada maestra che va a Verona è formato di tre archi, et sostenuto da due gran pillastri questi riescono di grandissimo impedimento al corso di quel torrente il qual precipitando da monte turbido e giaroso, et urtando in essi pilastri ivi lascia della materia che porta seco, et ha in maniera alzato il suo letto con giara et cogoli, che in brevissimo tempo resteranno otturati li archi predetti, sicché non potendo il torrente proseguire il suo velocissimo corso, ma regurgitando impetuoso farà con l’innodatione nuove rotte e rovine.” Non se ne fece nulla fino al 1627, quando, a causa del fatto che il ponte  era divenuto quasi una barriera per l’enorme accumulo di ghiaia, il Senato mandava sul posto Marco Barbaro, Nicolò Dandolo e Giacomo Moro, i quali risolsero il problema facendo ridurre di due piedi lo spessore dei piloni e li unirono con dei legni di larice, ma del ponte palladiano non rimaneva ormai più nulla. Anche il nome venne perso e fu ribattezzato « ponte delle asse ».

Umberto Ravagnani (dal N° 5 di AUREOS – Dicembre 2004)

Figura: Ricostruzione ipotetica del ponte del Palladio, a Montebello, sulla base di disegni dell’epoca e su un altro ponte ancora esistente, dello stesso architetto Palladio, a Torri di Quartesolo (ricostruzione a cura dell’autore)
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