UNA RAPINA A MANO ARMATA

[27] UNA RAPINA A MANO ARMATA

Il Podestà di Vicenza Camillo Gritti (1) ebbe un bel da fare nell’emettere sentenze contro le numerose bande armate che imperversavano nel vicentino. La strada che da Montebello portava a Vicenza si prestava benissimo, per il suo completo isolamento, all’assalto delle varie carrozze che su questa vi transitavano.
ANNO 1787 L’ANTEFATTO: quattro malviventi, capeggiati da un bandito che aveva eluso il confino, passano da un semplice furto di granaglie (complice la pioggia inattesa) ad un assalto alle carrozze.
IMPUTATI: ANTONIO del fu BORTOLO LO.
CARLO PA. detto “bassotto” figlio di ANTONIO
GIUSEPPE LO. detto “pollin” del fu ANTONIO cognato del suddetto ANTONIO (LO.)
GIO. BATTA DO. del fu BORTOLO. Tutti di Montecchio Maggiore.
La sentenza prosegue, con linguaggio processuale dell’epoca, spiegando che il Sig. Gio. Batta Conforti, nobile bresciano, sostenuto dalle dichiarazioni del suo cocchiere Gio. Batta Filippi, da quelle del cameriere Gio. Batta Bianchi e da quelle di Alberto Tornago “connestabile” (responsabile delle scuderie), è la “parte lesa” nel processo e che l’Eccellentissimo Consiglio dei XII dà la facoltà a questa Corte di condannare e punire i rei, presenti e assenti, al bando a vita dalla città di Venezia e da tutto il Dominio della Serenissima e di condannarli alla galera e alla confisca di tutti i loro beni.
Segue quindi la descrizione dell’accaduto così riassunta:
Mentre i 4 inquisiti si trovavano in casa di Carlo Pa., detto “bassotto”, a Montecchio Maggiore, nella notte del primo Novembre, Antonio Lo. propose di andare a rubare del “sorgoturco” nella campagna vicina. Con tre sacchi e muniti di due fucili e di coltelli andarono sulla strada pubblica che da Montebello porta a Montecchio, nei pressi della Gualda, per portarsi poi nei campi vicini e rubare come avevano stabilito. A causa della pioggia che cadde improvvisa, cercarono rifugio presso la chiesetta semi diroccata di San Giacomo (2) e, verso le 4 del mattino, capitarono nei pressi dell’Osteria Grande (3) a Montebello, dove si era fermato a rinfrescarsi il nobile Sig. Gio. Batta Conforti con sua sorella Dorothea. Questi era giunto a Montebello con una carrozza trainata da 4 cavalli con il cocchiere, il cameriere e lo staffiere. Al  sopraggiungere della carrozza Antonio Lo. disse agli altri compagni: “la xe qua … coremo drio a quela carrossa, toleghemo i soldi!“. Detto fatto la inseguirono e, una volta raggiuntala, Giuseppe Lo. puntò il fucile al volto del cocchiere minacciandolo di morte e intimandogli di fermare i cavalli. Lo stesso fece Antonio Lo., con il suo fucile, verso il cameriere e lo staffiere. A questo punto Antonio Lo. passò il fucile al compare Gio. Batta Do. e, minacciando con il coltello il Sig. Conforti, gli chiese di consegnargli i soldi. Lo stesso fece Carlo Pa. minacciando con il coltello la sorella del Conforti. Spaventato da tanta ferocia, il Sig. Conforti estrasse dalla saccoccia 2 Ducati e li lanciò a terra verso il suo aggressore. Antonio Lo. fece segno al Conforti di volerne ancora, al ché il Conforti gli gettò altri 6 Ducati e altre varie monete, che il brigante raccolse prontamente. Nel frattempo Carlo Pa. si era fatto consegnare la borsa dalla sorella del Conforti con dentro una somma pari a circa 150 lire. Fatto questo Carlo Pa., minacciando il cameriere, si fece consegnare da questi due orologi d’argento, alcune monete milanesi pure d’argento ed altre cose conservate in un cassettino che teneva accanto a sé.
Non contento di tutto questo, ancora Carlo Pa., tagliò le corde che legavano il baule dietro la carrozza e lo trascinò in una vicina stradella di campagna. In quel mentre, sopraggiunsero tre “postiglioni” (i nostri portalettere) a cavallo, provenienti da Vicenza e diretti a Montebello, dove esisteva una importante Stazione di Posta. Alla vista di questi il Sig. Conforti si fece coraggio e scese dalla carrozza, ma subito intervenne Antonio Lo., riprendendosi il fucile dalle mani di Gio. Batta Do., lo rivolse contro i postiglioni intimando loro di proseguire se non volevano fare una brutta fine. Questi obbedirono e non restò altro da fare al Conforti che tornare in carrozza accanto alla sorella. Intanto Carlo Pa. e Antonio Lo., trascinato il baule in un campo vicino, lo aprirono a colpi di pietra e misero tutto ciò che conteneva nei sacchi che avevano ancora con loro. Infine si portarono a casa di Gio. Batta Do., bruciarono il baule e misero tutta la refurtiva in una cassa.
Naturalmente il Conforti e il suo seguito, appena giunti a Vicenza fecero denuncia alle autorità le quali inviarono immediatamente i soldati ad individuare ed arrestare i delinquenti. Gli imputati Antonio e Giuseppe Lo., Carlo Pa. e Gio. Batta Do. furono ben presto ritrovati con le “mani nel sacco“, essendo ancora tutti assieme nella casa di Gio. Batta Do., con tutta la refurtiva. Non potendo quindi negare la loro azione criminosa fu concesso loro un avvocato d’ufficio (allora si chiamava Procuratore de’ Poveri prigionieri) che venne messo al corrente dei fatti ma, questi, non poté fare altro che constatare che tutte le prove erano contro i suoi assistiti. In breve tempo fu emessa la tremenda sentenza: « Antonio Lo. è accusato di “assalto alla Pubblica Strada” e di un “considerevole asporto di denari ed altri effetti“, sia condotto in Campomarzo dove il boia lo appenderà alla forca “per le canne della gola” finché non morirà. Gli altri tre imputati Carlo Pa., Giuseppe Lo. e Gio. Batta Do., siano inviati a servire sulle galee (lavori forzati come rematori nelle navi della Serenissima Repubblica) per 10 anni continui ciascuno o, in caso di “inabilità“, siano rinchiusi in prigione, senza finestre, per 20 anni continui. In caso di fuga saranno banditi per sempre da tutto il territorio della Serenissima Repubblica ».
In altri processi, con i medesimi capi di imputazione, il Giudice non infliggeva la pena di morte, ma pene detentive; in questo caso, volendo forse dare un esempio di durezza, decise la pena capitale, per altro non eseguita per la morte dell’imputato durante la detenzione (infatti davanti al nome del condannato appare una croce).

Note:
(1) Il podestà era il titolare della più alta carica civile nel governo della città all’epoca dei fatti (N.d.R.)
(2) La chiesetta di San Giacomo, che si trovava lungo la strada per Montecchio Maggiore, subito dopo la Gualda, ma sulla destra, Durante lo svolgimento dei fatti era cadente e, nei primi anni del 1800, il Comune di Montecchio ne ordinò la demolizione perché considerata un “asilo di ladri“. Spesso, infatti vi si rifugiavano malfattori per tendere imboscate a coloro che transitavano per questa importante arteria (N.d.R.)
(3) L’Osteria Granda era quella dei conti Valmarana, situata nell’angolo formato dalla confluenza di Via Pesa in via XXIV Maggio, verso la Piazza (N.d.R.)

Ottorino Gianesato (dal N° 4 di AUREOS – Dicembre 2003)
(Fonte: Archivio di Stato di Vicenza, “Raspe” busta n. 18)

Figura: Ricostruzione di fantasia a cura del redattore.
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